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MUSICA

Un classico Elvis di nome Costello

Può un rocker che si rispetti avere la facciona da buono nascosta dietro a quelli inseparabili occhiali dalla pesantissima montatura nera di plastica? Sì, se quell'uomo si chiama Ellvis Costello. Sì, se si pensa che solo due anni fa pubblicava un disco di puro rock'n'roll, un ritorno nelle acque agitate del punk (When I was cruel). Eppure sembra più nei suoi panni oggi, nelle vesti di autore di sofisticate ballads d'amore, quelle del suo nuovo disco North, con le orchestrazioni jazz realizzate assieme ai fidi sodali del Brodsky Quartet, della Mingus Orchestra, Lee Konitz e Peter Erskine che rimandano a Cole Porter e le melodie che ricordano il suo incontro con Burt Bacharach di qualche anno fa. Ancora un disco firmato per la prestigiosa Deutsche Grammophon, con la quale aveva iniziato a lavorare nel disco assieme alla cantante lirica Anne Sofie Von Otter. E presto lo rivedremo in Italia il 19 ottobre a Roma, il 20 a Milano

Quanto è stato influenzato dalla musica classica, signor Costello?

Fin da bambino, ho ascoltato musica classica e tutt'oggi passo moltissimo tempo con Schubert, che considero un songwriter vero e proprio, un mio straordinario collega. Ma adoro anche Monteverdi, Palestrina, Stravinskij, Bruckner e i contemporanei. Ci sono parti strutturali che ti attraversano, che impari anche se sei autodidatta, soprattutto quando ascolti opere cantate in lingua e ti concentri sulla melodia. Mi ritengo fortunato, posso suonare il rock'n'roll con Steve Nieve a partecipare ai concerti della Charles Mingus Orchestra, suonare con Neil Young come ho fatto dieci giorni fa in California e mettermi a scrivere le musiche per un balletto, com'è stato per l'Aterballetto, che la Deutsche Grammophon ha deciso di pubblicare in una rappresentazione con la London Symphony il prossimo anno.

Però alla fine è tornato al suo vecchio amore per le ballate, un disco dove ha creato dei veri e propri nuovi standard...

Certo non invento niente di nuovo, ma ovviamente il ricordo di quella musica te lo porti dentro come modello. Quel che è certo è che si tratta di un disco che non si esaurisce dopo il primo ascolto. E' nato durante il mio ultimo rock-tour, scritto di getto e per nulla intellettualizzato, come se le canzoni si fossero materializzate in un ambito totalmente diverso. Solo quando l'ho finito mi sono accorto che il disco raccontava una storia compiuta. Solo allora ho pensato ad aggiungere i musicisti e l'orchestrazione.

Lavorare per la Warner Bros è diverso che farlo in un un'etichetta di musica classica...

Vede, in un'etichetta come la Deutsche c'è gente che considera la musica una cosa di valore. In passato non è stato quasi mai così, ho sempre avuto relaziono diciamo...torride con le multinazionali. Negli anni ho assistito alla fine delle etichette, nel momento in cui hanno smesso di credere nel valore della musica. Ci sono nicchie che puntano sulla qualità, gli altri raccolgono soldi.

Lei ha sperimentato tutti i generi, meglio di lei nessuno sa parlare dell'evoluzione del rock. Oggi ci sono tante band che sembrano vivere nel passato...

E' vero. Ma non è necessariamente un male. All'inizio i Rolling stones facevano le civer di Howlin' Wolf e lo stesso vale per i Beatles. Quando ho iniziato ho cantato canzoni di Bacharach, Chuck Berry, Smokey Robinson. E' un modo di mostrare ciò che si ama. L'importante è scrivere canzoni emozionanti, anche se ricordano ciò con cui si è cresciuti. Non importa chi copi, importa come ti evolvi.

Lei chi ha copiato all'inizio della carriera?

Senza dubbio gli Small Faces, i Byrds, i Beatles, i Velvet Underground, molta musica sixties e anche cantanti che non erano fashionable nel '77, cose come Rick Danko della Band, che era il mio ideale assoluto di cantante, o ancora Van Morrison che non era esattamente “alla moda” come allora lo erano i sex Pistols e i Clash.

Già, i Clash, chi ne ha raccolto l'eredità? Cosa rimane di loro?

Poco, lo stesso Strummer da anni aveva una band, i Mescaleros, che andava in tutt'altra direzione rispetto ai Clash. Era una persona estremamente dotata, aveva un'apertura mentale straordinaria. Ci sono band che apparentemente non hanno niente, o poco, a che fare col punk: Thom Yorke dei Radiohead e PJ Harvey. Lei credo sia una delle più intense performer di oggi, è incredibile, profonda e forte come Howlin' Wolf.

Come vede invecchiare i grandi “dinosauri”, gente come McCartney e gli Stones?

Non capisco perché la gente si stupisca nel vedere un sessantenne che suona rock. Quanti anni credi che avesse Giuseppe Verdi quando è morto? Ne avrà avuti ottanta!

Sì, ma Verdi non saltava come un dannato su un palco gridando “Helter Skelter”...

Perché non glielo avevano insegnato. Bisognerebbe vederlo oggi. Certo ci sono canzoni da ragazzi che se le canti puoi diventare ridicolo, ma per i classici dei Beatles il problema non si pone.

Cosa significa entrare nella Rock'n'roll of fame?

Niente. E' solo una pagliacciata messa su dai giornali, dalla tv e dall'industria del disco. La premiazione è stata un momento piacevole perché ho incontrato vecchi amici: i ragazzi dei Clash, Paul Simon, Neil Young, gli AC/DC, i Police. I musicisti sono gente di grande umorismo, ma quello che c'è attorno a noi è spazzatura.

Ha partecipato ad un film sulla vita di Cole Porter...

E' un bellissimo film sceneggiato da Jay Cox, lo stesso di Gangs of New York, dove viene fuori la straordinaria personalità di Porter, la sua sessualità molto provocatoria che andava totalmente in contraddizione con le fantastiche canzoni romantiche che scriveva.

Qualche anno fa le consigliammo di comprare un disco degli Almamegretta. Lo ha fatto?

Certo. L'ho adorato. Quel cantante...come si chiama? Raiss, ecco. Lui ha una voce straordinaria, mi piacerebbe far qualcosa con loro.

North” è un luogo dell'anima?

Sì, c'è una strana espressione in inglese che dice, quando qualcosa non funziona bene, “that's gone south”..., ecco io invece vado a nord.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 10/09/2003



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