Renzo Parodi – IL SECOLO XIX' 17/09/2001

Strada: il terrorismo nasce dalla povertà

Al telefono da Islamabad, in Pakistan, la voce di Gino Strada non tradisce emozioni. Parla di andare in zona di guerra – la guerra civile che insanguina l'Afghanistan da oltre vent'anni – come se annunciasse di andare a comprarsi le sigarette. Gino Strada è il chirurgo milanese che con la moglie Teresa ha dato vita ad Emergency, l'organizzazione umanitaria che coordina interventi di assistenza medica nelle zone del mondo battute dalla guerra. Milanese, chirurgo specializzato in trapianti, Strada è una singolare figura di medico volontario che dall'87 si prodiga dovunque esista un conflitto e feriti da assistere e curare. “Una vita umana è una vita umana che sia a Manhattan o che sia a Kabul”, osserva secco.

Nelle montagne afghane ieri si è celebrato il funerale di Massud, il leone del Panshir, eliminato da due terroristi-bomba travestiti da giornalisti. L'opposizione al regime dei Talebani ha perduto il suo capo più prestigioso ma non disarma e anzi annuncia una controffensiva. “Il funerale di Massud è stato seguito con una partecipazione popolare incredibile. Decine di migliaia di miliziani, di donne, di bambini hanno seguito il feretro del comandante – riferisce Strada – credo che l'opposizione al regime talebano sia più che mai in campo”. Strada ha deciso di fare il viaggio in Afghanistan, contro tutti i consigli di prudenza, per verificare personalmente le condizioni di uno dei due ospedali che Emergency ha aperto là, quello di Anabah, nel nord del Paese.

“Con uno volo speciale andremo nel nord dell'Afghanistan e poi con un elicottero raggiungeremo il nostro ospedale nel Panshir. Mi risulta che sia pieno zeppo di feriti, soprattutto persone straziate dalle schegge dei bombardamenti”.

Dottor Strada, chi è rimasto in Afghanistan?

A quanto mi risulta tutti gli occidentali hanno lasciato il Paese. Gli unici non afghani delle organizzazioni umanitarie rimaste nel Paese sono quelli del nostro team dell'ospedale di Anabah, che si trova a circa cento chilometri da Kabul. L'ospedale di Kabul invece è stato chiuso dopo l'aggressione del Talebani a maggio, speravamo di aprirlo approfittando, si fa per dire, della situazione e in previsione del grosso disastro umanitario che colpirà il Paese. Purtroppo le autorità di Kabul ci hanno ingiunto di stare fuori, perché la situazione è troppo pericolosa. La loro motivazione è che la popolazione afghana potrebbe abbandonarsi a ritorsioni nei confronti degli stranieri.

Le autorità non vi hanno offerto garanzie?

Chi va in Afghanistan ci va a suo rischio e pericolo.

Quanti feriti può ospitare l'ospedale di Anabah?

Abbiamo un centinaio di posti letto, ma spero che nei prossimi giorni si possa almeno raddoppiarne la capacità. Con me si metteranno in viaggio altre tre persone, il coordinatore medico che è un inglese e due infermieri curdi. In loco sta già operando il nostro team medico internazionale che è composto da sette unità.

E' sufficiente per garantire il funzionamento della struttura?

Certamente no. Sono all'opera anche 250 afghani, che svolgono le diverse attività sanitarie sotto la nostra supervisione.

Serviranno denaro, attrezzature mediche, viveri, medicinali?

Certamente. Ogni aiuto è il benvenuto. Ci si può rivolgere alla nostra sede di Milano (tel. 02/76001104) ma con gli aeroporti quasi tutti chiusi mi sembra problematico pensare a organizzare aerei cargo. Per le offerte in denaro si possono fare versamenti sul c/c postale n.28426203, oppure sul c/c bancario n.713558 presso la Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Via Mengoni 2, Milano.

Medici volontari sarebbero utili?

Non prendiamo gente senza esperienza di situazioni di guerra. L'ultima cosa che vogliamo è trovarci in Afghanistan con qualcuno che ha una crisi di nervi.

Che aria si respira in Pakistan?

La situazione è molto tesa, oggi ci sono state manifestazioni di piazza molto dure a Peshwar, ovviamente a favore di Bin Laden. L'ostilità nei confronti degli occidentali è palpabile. Il rischio è quello di un ricompattamento del mondo islamico nel caso di un attacco americano. La cosa per me preoccupante è che non si sentono molte voci che parlino di pace. E io credo che se non si parla di pace il rischio reale, non fantapolitico, è quello di trovarsi sull'orlo della terza guerra mondiale senza neanche accorgesene. Nessuno in queste vicende può dire: io ho ragione al cento per cento. Non sto dicendo che Osama Bin Laden o chi ha perpetrato il massacro di New York abbia qualche ragione, ovviamente no. Voglio dire che le ragioni che stanno dietro a questi comportamenti sono vere, reali.

Ovvero la miseria, la povertà, la disperazione allo stato puro di milioni di esseri umani nel Sud del mondo?

Appunto. Non possiamo continuare a pensare che il mondo possa andare avanti in pace quando una grossa fetta di umanità tira avanti in condizioni subumane, perché l'altra fetta di mondo è sempre più ricca. Tra le due cose, la povertà e il terrorismo, c'è un legame. Smettiamola di fare le anime belle pensando che noi siamo fortunati a nascere in un posto. Non è questione di fortuna, è questione del modo di intendere la politica che non pone come suo fondamento il rispetto e lo sviluppo della persona umana, bensì esclusivamente il denaro.

Detto questo la minaccia terroristica è l'emergenza più pressante, no?

Sì, ma quando si fanno titoli con : Attacco all'America e alla civiltà, beh io dico: sulla civiltà, calma.

Pensa che si profili uno scontro armato fra i Paesi ricchi e i Paesi diseredati, aggrappati all'integralismo islamico?

Certo. Invece di continuare a discutere su come e dove avverrà la risposta dell'America, vogliamo porci il problema di quello che avverrà dopo la risposta?

Un seguito di attacchi e rappresaglie e il rischio di un'escalation bellica planetaria?

La lezione della Palestina non ci ha insegnato niente. Scoppia una bomba nella zona ebrea e il giorno dopo scatta la ritorsione israeliana. Vogliamo riproporre su scala planetaria questo ping pong dell'orrore in cui ciascuno dà un colpo per vedere chi picchia più forte? Credo che ciò sia di una pericolosità pazzesca.

Intervista di Renzo Parodi – IL SECOLO XIX – 17/09/2001