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MUSICA

Brian Eno: "Rockstar io? È un insulto"

È l’uomo che ha inventato la musica ambientale. Ma Brian Eno, teorico, critico, agitatore culturale, attivista politico, 57enne dall’intelligenza disarmante, è anche il musicista che ha creato una importante rockband degli anni 70, i Roxy Music, è stato l’artefice di dischi epocali per gli U2, David Bowie, Talking Heads e altri grandi. Dopo circa 25 anni, Eno torna a cantare nel nuovo sorprendente disco Another day on earth. E, forse, scriverà il brano di apertura dei Mondiali di calcio del 2006 in Germania.

Lo sa signor Eno che il sito della Bbc le dedica una pagina in cui la definisce una rockstar britannica?

Che orrore! Essere chiamato rock star per me è un insulto. Non mi interessa il rock, non è quello che faccio e non voglio essere una star. Ho speso la maggior parte del mio tempo a evitare di essere una rockstar perché credo che il messaggio delle star sia: sono anni luce lontano da te, faccio ciò che tu non potrai mai fare, sono speciale. Per me il messaggio più importante della popular music è: tutti possono fare ciò che faccio io.

Secondo Michael Nyman lei è un grande cantante.

Nyman è pazzo e divertente. Sono spaesato nell’apprendere che mi considera un grande cantante. Non credo di esserlo. Ho lavorato con grandi cantanti, dunque so la differenza tra me e loro. Se ascolti David Bowie o Bono in studio di registrazione, smetti subito di pensare che sei un grande cantante. Hanno voci immense, con una straordinaria gamma di colori, di sfumature, la mia voce è come la sottile matita di un ingegnere che fa lavori di precisione. E dunque posso fare cose che Bono non riesce a fare: cantare armonie, mettere assieme gruppi di voci. La voce di Bono ha troppa personalità. Per incidere gruppi di armonie devi avere disciplina, controllo, non puoi improvvisare. Uno come Bono non smette mai di improvvisare. Dunque lui è un cantante migliore, ma io un miglior corista.

Lei sta sperimentando una macchina genera-testi…

È un’idea ancora da sviluppare.

Orribile…

La gente spesso trova le innovazioni terribili fino a che non ne sentono i risultati… La maggior parte delle cose successe nella musica moderna sono state accolte con orrore: come l’idea di generare un’orchestra con una tastiera… Quando successe la gente disse: oh, disgustoso. Toglie il lavoro agli orchestrali e soprattutto non è un’orchestra vera!

Ma qui si generano parole, dunque il pensiero…

Questo accade solo perché tu vuoi che la voce e la personalità del cantante siano la stessa cosa, io no. Voglio che la voce sia a-personale. Voglio disegnare io la personalità. Non può essere me, non è essenziale che lo sia.

Il suo disco è pieno di bellezza, calma, melodia. Anche per lei è una sorta di piccola fuga dalla brutalità del mondo?

È una buona analisi. Una delle ragioni del titolo Un altro giorno sulla terra sta in questo: nel pensare che tutte le intense sensazioni che proviamo di fronte alla bruttura o alla bellezza del nostro mondo non sono nuove, che questo è solo un altro giorno a cui tanti ne seguiranno. Uno dei messaggi è: calmati, possiamo relazionarci a tutto ciò che sta succedendo. Dunque c’è una sorta di ottimismo di fondo. L’altro messaggio è che ogni giorno è un giorno nuovo, dunque ogni giorno devi ripensare da capo a come affrontarlo. Probabilmente questo pensiero dipende dal fatto che ho 50 anni, non sono più un ragazzo, penso al tempo, al passato e al futuro in modo diverso. Faccio parte della generazione invecchiata con la pop music.

Lei parla di positività ma la canzone "Bone Bomb" parla di una kamikaze palestinese.

Quella canzone si basa su due articoli di giornale: uno raccontava la storia di una kamikaze donna, l’altro parlava di un dottore israeliano che descriveva lo scenario che incontrava dopo un attentato kamikaze: uno dei problemi più terribili che doveva affrontare era estrarre le mille schegge di ossa del kamikaze esploso dalla pelle dei feriti. Pezzettini di ossa volati ovunque. Dunque c’è l’immagine di questa donna, l’immagine (prima ancora che si facesse saltare in aria) di una "santa", di una "già morta" che aveva trovato la sua pace, la sua gioia nell’uccidere qualcun altro. È una nuova tragedia moderna.

Lei è a capo del movimento "impeach Blair". Cosa non le va giù del suo governo?

L’Inghilterra non è più una democrazia, e l’Italia non è troppo distante dal nostro caso. Cinque-dieci anni fa i nostri governanti hanno pensato: questa democrazia è dura da mandare avanti, semplifichiamola un po’. E così in Inghilterra e in America oggi abbiamo l’illusione della democrazia ma la gente non ha più voce in capitolo sulle decisioni dei governanti. Nel nostro caso è successo anche peggio. Il governo non ha più voce in capitolo, visto che Blair è andato avanti con l’appoggio di una piccola parte del suo partito e si comporta come un presidente, non come un primo ministro. La gente non se n’è resa conto.

La guerra in Iraq è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso…

Sono stato sempre fermamente contrario alla guerra, una guerra basata su ragioni totalmente disoneste. L’America aveva bisogno di affermare di più il suo potere sul Medio oriente. Ora lo ha. Posso capire la real politik, ma ciò che non accetto è il numero di vittime che servono per questo, l’uso dei media come pura propaganda e la creazione di questo terribile senso di paranoia nella popolazione occidentale. Paranoia contro gli altri. Ciò che rende la gente civilizzata è la capacità di relazionarsi con il diverso, assorbirlo, accettarlo.

Intervista di Silvia Boschero – L’UNITA’ – 15/06/2005



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