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I NOSTRI LUOGHI

Il fattore Ki

Mi trovavo a Kyoto in uno dei templi più grandi di quella città, il Sanjusangen do, che risale al 1164 ed è famoso perché ospita le statue di 1001 Bodhisattva, termine sanscrito che significa “essere la cui essenza è la sapienza”, il che, grosso modo, può corrispondere al nostro “santo” (in questo caso “santi”). Le statue in legno dorato di pregevolissima fattura, alte un metro e sessantasei centimetri, allineate in dieci compattissime file, con al centro Kannon il Buddha della Compassione (alto tre metri), hanno espressioni, capigliature e abbigliamenti diversi l'una dall'altra; ognuna possiede 40 mani e poiché ogni mano ha il potere di salvare 25 “mondi”, il totale dei mondi che ogni statua può salvare è 1000, numero che nel Budddhismo equivale all'infinito. Così in quel tempio il Buddha della Compassione si trova circondato da 1000 Bodhisattva (dunque da un numero infinito di santi, ognuno dei quali è in grado di salvare un numero infinito di mondi).

In piedi con altri, di fronte a quella folla allineata di straordinarie sculture che ci sovrastano da un livello più alto del pavimento sul quale ci trovavamo noi, avevo deciso di soffermare lo sguardo su una singola figura, per comprenderne la bellezza, ma contemporaneamente con l'orecchio seguivo le spiegazioni che la guida, un monaco Zen, ci dava in inglese. Ricordo che quando gli sentii dire che Sanju-san, il nome del tempio, significa “33”, per la sorpresa distolsi lo sguardo dalla scultura che stavo esaminando, mi voltai e lo diressi su di lui come per rendermi conto se non avessi frainteso le sue parole.

“Come potete vedere”, proseguì il monaco “questo lungo salone è sorretto da 35 colonne, 33 sono gli spazi vuoti tra le colonne. Anche per questa ragione il nome del tempio è 33”. queste sue parole mi diedero la sensazione di vivere, come mai prima di allora, il concetto orientale della perfezione, la possibilità della perfezione, facendomi provare il balsamo della meraviglia e della gratitudine, rese ancora più intense da uno spontaneo senso di deferenza e di umiltà.

Il fatto di aver dato al tempio il nome del numero delle campate – mi dicevo – riesce di conseguenza a comprendere anche noi, che vi siamo presenti più di ottocento anni dopo la sua costruzione, proprio in quegli spazi vuoti tra le colonne. Nel contesto di quel nome aritmetico tutto è effettivamente o virtualmente presente. Il fatto che, per quella geometria che privilegia il vuoto implicitamente nulla possa essere rimosso o dimenticato, è il motivo per cui sentii di sfiorare la qualità della perfezione.

Lo spazio, il vuoto. Secondo la filosofia buddhista la Vacuità, ossia la non-esistenza indipendente dai fenomeni, dunque la loro esistenza dipendente o interdipendente, in una continuità spazio-temporale. Questo concetto di Vacuità è, fra tutti, il più difficile da afferrare, anche perché non può essere compreso solo concettualmente, esiste e diviene reale per ognuno di noi solo se riusciamo a farne l'esperienza. Ma certo, dobbiamo sapere di che si tratta, dobbiamo aver ascoltato e studiato certi insegnamenti, avendoci anche meditato sopra a lungo, perché il fenomeno riesca a prendere corpo e a materializzarsi per ognuno di noi. Per quanto riguarda questo caso in particolare, i libri da me letti negli anni sono tanti, dunque non è di questi che intendo parlare, ma ho voluto iniziare da qui questo mio racconto, per riferire il tipo di doni che sentii di ricevere durante quel mio viaggio in Giappone, fatto nel 1997. Sapevo molto poco di quel paese, conoscevo qualcosa della poesia e della filosofia Zen, avevo letto alcuni autori tradotti in italiano, visto qualcosa della loro pittura, nonché i film di Kurosawa e di Ozu, non molto di più. Ma il Giappone mi è rimasto nel cuore per l'eleganza e la poesia con le quali mi si è rivelato in molteplici casi durante quella mia breve permanenza.

In una seconda occasione, ero appena entrata in un vagone della Metropolitana di Tokio dove, avendo notato un posto libero, mi ero seduta. Guardandomi attorno, avevo potuto constatare che la carrozza non era affollata, c'erano solo un paio di persone in piedi e una di loro era una bellissima giovane che si teneva a una sbarra in fondo al vagone e leggeva un libro tenendolo nell'altra mano. Fui subito colpita dalla sua straordinaria avvenenza e da una sua particolarissima grazia. Vidi subito che anche tutte le persone, uomini e donne, sedute nella fila di fronte alla mia, avevano il capo voltato verso di lei e la stavano osservando. Intuii che la ragazza era consapevole di tutti quegli sguardi che la esaminavano, d'altronde doveva esserci abituata. Capii allora che la “grazia” che emanava dalla sua figura consisteva nel fatto che non ostentava in alcun modo la propria bellezza, non ne era fiera, non c'erano in lei ombra di sussiego o affettazione, anzi, sembrava offrirsi agli sguardi altrui, incantati, con l'umiltà di una ancella, quasi di una vittima che accetti con pazienza la propria condizione.

Io ne fui emozionata perché avevo la certezza di stare assistendo a un episodio molto particolare e raro e che potesse anche fornirmi la chiave per comprendere qualcosa di importante del Giappone. Avevo subito pensato al “fascino delle gheishe”, ma a dire il vero, la mia conoscenza di cosa fosse effettivamente una gheisha era molto vaga: una sorta di cortigiana o di prostituta d'alto bordo il cui fascino va individuato nell'apparente timidezza, nel ritegno e nel pudore simulati o mimati? Quella ragazza non stava solo “recitando”. La sua grazia emanava da qualcosa di molto più profondo e di più vero, ne ero convinta. E come me dovevano esserne convinti anche tutti i passeggeri di quel vagone che, ammirando così incondizionatamente la bellezza della giovane, erano divenuti a loro volta bellissimi, apparentemente innocenti, perché del tutto privi di malizia o di brama. La donna aveva avuto il potere di trasformarci tutti, come per un incantesimo. Quando scese ci voltammo per un'ultima occhiata.

Tornata in Italia, raccontai questo episodio a diverse persone e un'amica mi chiese se conoscevo il libro del filosofo e poeta giapponese Kuki Shuzo, La struttura dell'iki (Adelphi). Shuzo era vissuto a lungo in Europa negli anni Venti, era stato amico di Heidegger, Bergson, Sartre, Claudel e altri. Egli aveva voluto scrivere questo suo trattato proprio per spiegare a noi occidentali come il termine “iki”, che significa “seduzione”, non abbia però un corrispettivo in alcun'altra lingua, in quanto composto di tali sfumature ed elementi contrastanti da risultare unico e tipico solo della cultura giapponese. La lettura di questo libro mi permise di intuire quale fosse la filosofia del vivere sottesa a certe manifestazioni della realtà giapponese, e fece sì che alcune presenze umane o situazioni mi rivelassero come la concretizzazione di un'etica che privilegia la causa e non l'effetto, il desiderio e non la sua soddisfazione, la coscienza dei meccanismi emotivi e non l'emozione.

Il radicale “ki” (che deriva dal radicale “ci” cinese), esprime l'energia vitale ed è presente in molte parole base, ad esempio in numerosi termini che corrispondono ad alimenti. “Ki” significa anche “andare”: “ki masu”, “io vado” e “iki masu”, “io torno”. Così, per analogia, iki, “seduzione” avrà la connotazione poetica del moto pendolare: dell'andare e del tornare: “andare e tornare” come un'altalena.

Ma la rivelazione sta nel fatto che l'”iki” è un composto di Seduzione, Energia spirituale e Rinuncia. Il libro di Shuzo ci fa capire che una tale mescolanza – per noi così' apparentemente contraddittoria – non potrà che essere la filosofia della seduzione e del desiderio, una tecnica di controllo che ci aiuti a superare l'istinto immediato, a trascenderlo, centellinandolo, gustandolo per quello che è, senza volerlo soddisfare a tutti i costi. Perché soddisfacendolo, lo distruggiamo, ne abbreviamo l'incanto e la durata. Se l'archetipo è effettivamente la figura della gheisha, quello dell'Energia spirituale è il samurai e quello della Rinuncia è il monaco o la monaca. Avremo dunque un'energia femminile, Yin; una maschile, Yang; e una terza, quella del monaco, che, con la radice “mono”, “uno”, “uno solo”, “costituito da uno solo”, le ha trascese, è idealmente riuscito a eliminare la dualità maschile/femminile, portandolo alla sintesi, su un piano superiore. Solo leggendo il saggio di Kuki Shuzo riuscii a spiegare a me stessa in maniera non approssimativa o banale la scena alla quale avevo assistito in quel vagone della metropolitana e le emozioni che io stessa avevo provato alla vista di quella giovane che impersonava in maniera così sublime l'essenza dell'”iki”.

La civiltà giapponese ', per tradizione, soprattutto buddista e scintoista. Questo ci fa capire come possa esservi germogliato e fiorito un concetto complesso come quello dell'iki. Essendo io stessa buddista, studiando la filosofia e la psicologia buddista del non- attaccamento, della non-avversione e della non-ignoranza (del metodo per uscire dalla ruota delle rinascite incontrollate), posso ora riconoscere nell'”iki” un aspetto dell'addestramento mentale per riuscire a superare un eccessivo o fenomeno. Perché l'eccessivo attaccamento, ovvero la passione (che la nostra cultura tende a valorizzare così incondizionatamente), finisce con l'essere quasi inevitabilmente un'insidia, una trappola, un miraggio deludente o devastante.

“Scomparsa”. Fisicamente scomparsa la ragazza, nel momento in cui lascia il vagone della metropolitana; ma scomparsa anche – nel senso che corre il rischio di scomparire, in un Giappone industriale e tecnologico sempre più occidentalizzato – la nobiltà dell'iki, di una Seduzione indissolubilmente legata all'Energia spirituale e alla Rinuncia.

Sempre a Tokio mi era stato detto che ogni giorno, dalle due principali stazioni ferroviarie, arrivavano in città, per ripartire poi la sera, un milione di pendolari. Dato che il mio albergo si trovava a meno di dieci minuti di strada da una delle due stazioni, decisi di andarci una mattina presto, tra le sette e le otto, per osservare l'arrivo di questa immane massa di gente. Su un marciapiede di fronte alla stazione, potevo vedere in tutta la sua altezza e ampiezza, la grande scalinata di marmo bianco al lato opposto della piazza, che dai binari porta al piano stradale e sulla quale si riversavano quasi di corsa, uomini e donne, dirigenti e impiegati, quasi tutti vestiti di nero o di blu scuro. L'analogia con le formiche è inevitabile, ma ciò che vidi mi portò alla mente un episodio che mi aveva fatto un'impressione sconcertante per l'inverosimile immediatezza e portata con le quali si era materializzato.

In una piccola casetta di legno, ai lati della foresta, che mi era stata assegnata una volta in un villaggio dello Sri Lanka, quale camera da letto con bagno, appena preso possesso della stanza, avevo appoggiato su un tavolo la borsa con gli oggetti da bagno, per togliere poi dalla valigia della biancheria pulita. Saranno passati due o tre minuti al massimo, e dopo aver trovato ciò che cercavo, girandomi, vidi tutt'attorno al nécessaire, uno spessore nero di un paio di centimetri, una sorta di marmellata semovente che, dopo un attimo di incomprensione e sbalordimento, riuscii a identificare per formiche che continuavano a entrare, in fila compatta, dalla finestra aperta.

Non sapendo assolutamente cosa fare, chiesi aiuto a un ragazzo dell'albergo. Egli si limitò a soffiare delicatamente, un paio di volte, in un punto attorno alla borda, e le formiche, invertendo la marcia, diligentemente si rediressero fuori dalla finestra. Sorridendo sollevata, non potei fare a meni di darmi della sciocca.

Ma lì, a Tokio, mentre la folla si diradava, notai in cima alla scalinata un monaco Zen, in una lunga tonaca grigio-perla, le due mani raccolte sotto la ciotola per l'elemosina, tenuta appena discosta al centro del petto, il volto invisibile sotto il tipico cappello di paglia a pagoda che lo nascondeva. Avvicinandomi a lui, notai che indossava i geta, quegli zoccoli di legno sollevati da terra da due supporti, alti almeno cinque centimetri, fissati trasversalmente alle due assicelle sulle quali poggiano i piedi. Il monaco – mi chiesi – aveva scelto di mettersi lì, immobile e silenzioso, quale dimostrazione vivente di una possibile alternativa alla vita sempre trafelata – alla continua ricerca di qualcosa – della folla dei pendolari?

Se così è, quegli zoccoli tradizionali, i geta, sui quali stava in bilico come su trampoli, in cima alla scalinata, volutamente esposto al rischio di rovinare giù se solo una delle migliaia di persone affrettate l'avesse involontariamente urtato, quei geta così pericolosi, mi parvero il dettaglio, che dava valore al suo monito, conferendogli nobiltà, perché erano anche il tacito simbolo della sua disponibilità a un possibile sacrificio.

Giulia Niccolai – L'UNITA' – 27/10/2002


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last modify, 07/11/2002