| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |



MUSICA

Fela Kuti, il profeta d'Africa

Allen: “Ritmo e militanza, ecco cos'è l'Afro-beat”, intervista al batterista di Fela Kuti

Quando Fela decise di cancellare per sempre il suo nome da schiavo scelse un nome tribale dai tratti profetici: Anikulapo, colui che porta la morte in un sacchetto. Più volte ribadì di essere pronto a tutto nella vita e di non temere affatto la repressione del regime nei confronti della sua attività antigovernativa. Il suo spirito irriducibile avrebbe voluto mostrarsi impavido persino di fronte all'appuntamento con la morte, quel 2 agosto di 5 anni fa, ma lo spietato cinismo dell'Aids non ebbe clemenza nemmeno per il più grande musicista africano di sempre, Fela Anikulapo Kuti. Fela il ribelle dal piglio militante, il guerriero indomito e incorruttibile. Fela la spina nel fianco dei regimi militari nigeriani, che mai sottovalutarono il suo ruolo di Black President degli oppressi. Come quel 18 febbraio '77, quando in mille fecero irruzione nella sua comune, da lui ribattezzata Kalakuta Republic, seminando distruzione e morte. Fela, con le ossa rotte, fu costretto all'esilio in Ghana; l'anziana madre, una delle donne più importanti e famose d'Africa per le sue battaglie proto-femministe fu scaraventata da una finestra e morì. Da quel drammatico episodio presero forma alcuni dei più grandi capolavori di Fela Kuti: Sorrow, Tears & Blood, Zombie, No Agreement: “No agreement today, no agreement tomorrow”, cantava con rabbia, accompagnato dalla tromba di Lester Bowie. Il jazzista americano non fu certo l'unico ospite di rilievo nella sua sterminata discografia: durante gli studi al Trinitary College di Londra alla fine degli anni '50, Fela instaurò un profondo legame d'amicizia col batterista dei Cream, Ginger Baker, col quale avrebbe inciso un disco dal vivo nel '71. E poi il vibrafonista Roy Ayers, suo partner in 2000 Black e Music of Many Colours. La collaborazione più controversa fu quella col produttore newyorkese Bill Laswell, che pressato dal manager di Fela a completare le bozze di Army Arrangement mentre Kuti era in prigione, diede vita ad un lavoro che le stesso Fela disconobbe con tutte le sue forze. Cosa che però non impedì ai due di collaborare in un altro paio d'occasioni successive.

Un rapporto difficile quello del presidente nero con la discografia ufficiale. La sua rigida etica artistico-musicale non prevedeva compromessi di sorta; figuriamoci se poteva essere compresso l'infinito minutaggio delle sue composizioni, vere e proprie invettive in musica: lunghe, ipnotiche cavalcate dall'andamento circolare e dall'effetto taumaturgico; più simili ad un ancestrale canto animista che ad una canzone di pop africano. Fela, panafricanista convinto, pensava che la musica africana avesse voltato le spalle alla propria essenza, alle proprie radici. La consapevolezza delle quali paradossalmente gli giunse in un tour a Los Angeles nel '69, quando fu folgorato dalla scoperta di Malcom x. Da allora sposò le dottrine di Marcus Garvey, ma soprattutto fu un indefesso sostenitore dei due fratelli che per primi si batterono per l'unità politica e culturale dell'Africa: Kwame Nhrumah, il padre del panafricanismo, coltissimo presidente del Ghana dal '57 al '65; Sekou Ture, presidente della Guinea Conakry dal '58 all'84, che offrì esilio a Miriam Makeba, ospitò la pantera Stokely Carmichael e nominò Harry Belafonte ministro della cultura africana. Nel '79 lo stesso Fela, di ritorno dal suo esilio ghanese, formò un movimento politico, MOP (Moviment of the People) che non sortì però gli effetti sperati. Poi arrivò la svolta mistica, '81 circa: “Caddi in una trance dai contorni reali e spirituali. Fu in quell'occasione che vidi con chiarezza gli aspetti della civiltà egizia. L'intera razza umana poteva essere circoscritta all'interno della civiltà egizia e della guida spirituale dei suoi dei”. Senza indugi cambia nome alla sua band; da Africa '70 a Egypt '80, ma la sbornia nubiana non comprometterà il suo antagonismo politico. Dopo aver denunciato negli anni immediatamente precedenti le losche trame del governo nigeriano con le multinazionali del petrolio e della comunicazione, allarga il raggio d'azione della sua protesta direttamente ai padroni del vapore neo-liberista; in Beasts Of No Nation i suoi obiettivi diventano reagan, la Thatcher e l'ex presidente sudafricano Botha, ritratti sarcasticamente in copertina come vampiri col sangue grondante dalla bocca. Le parole dal canto loro, per nulla ellittiche, accompagnavano quell'immagine con espliciti riferimenti alla violazione dei diritti umani.

Fela Kuti come modello di antagonismo politico? Da un punto di vista “occidentale”, l'affermazione è quanto meno azzardata, se si considera il suo discutibile rapporto con le donne. Arrivò a sposarne in un'unica cerimonia ben 27, salvo divorziare in seguito perché dissuaso dall'istituzione matrimoniale: sintomo di gelosia, possesso ed egoismo sentenziò. Forse solo una provocazione, in risposta alle accuse che gli piovvero (tra le altre) circa la promiscuità sessuale nella comunità di Kalakuta tra lui e le sue giovani donne. Come a dire: “Se volete le spose”. Al suo funerale, quell'agosto di 5 anni fa, centinaia di migliaia di persone si riversarono in massa per le strade di Lagos, come per il capo di una nazione.

Oggi di Fela resta principalmente un'enorme eredità musicale. Innanzitutto i suoi dischi, 75 circa, moltissimi dei quali purtroppo fuori catalogo. La sua musica (un pizzico di Highlife, due gocce di James Brown e una spruzzata di jazz) sembra essere la cosa più campionata dai giovani produttori di nuova dance music, tanto in Inghilterra che in Francia. Non solo, a New York un vero e proprio ensemble Afro-beat di 14 elementi furoreggia nello stesso spirito militante di Kuti. Miles Davis, nei suoi ultimi anni di vita indicò nella musica di Fela alcune delle cose più innovative da riscoprire. Brian Eno ha dichiarato che da quel fatidico 1972 in cui scoprì la sua musica, non ha fatto altro che ascoltarla e studiarla. Anche il reggae gli ha dimostrato venerazione: Dennis Bovell, alter-ego di Linton Kwesi Johnson, ne è stato produttore negli anni '80. Michael Rose dei Black Uhuru lo considera il portavoce dell'altra Africa nel mondo, e Burning Spear, il più panafricanista dei cantanti raggae, fece un tour in Africa con lui alla fine degli anni '80. Ma soprattutto resta il talentuoso figlio Femi, premiato da Nelson Mandela in persona al Kora Festival nel '99 come miglior artista africano. Sarà lui o la nuova house a tenere alta la bandiera dell'Afro-beat? Chiunque raccoglierà quel peso, dovrà farlo a testa alta e pugno chiuso, portando la morte in un sacchetto.

Mauro Zanda – L'UNITA' – 02/08/2002

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|