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CINEMA

Voto dove sono i Ds. Ma la sinistra torni voce di popolo...

Persino nell’International Movie Data Base, il più potente data base di internet sul cinema mondiale, si dice che Sabrina Ferilli “never kept secret her leftism”. Non ha mai fatto mistero del suo essere di sinistra. E non c’è da stupirsi, nata e soprattutto cresciuta a Fiano Romano, piccolissimo paese a nord della capitale, di solida tradizione rossa. Luogo dove il padre di Sabrina Ferilli è stato per anni assessore del Partito Comunista Italiano, e dirigente del partito. E dove lei torna ogni volta che può.


Sabrina, cominciamo dalla dichiarazione di voto, o ci arriviamo dopo?


Lo vogliamo dire alla fine?.


E perché?


Perché il voto è un punto di arrivo. Un modo di riflettere. Non è una dichiarazione di partenza. In principio c’è innanzi tutto la politica.


La politica che per lei ha significato molto, o mi sbaglio?


Sin dalla mia infanzia. Da quando ho capito che la politica è vicina a noi. È qualcosa che ci portiamo dietro continuamente. Perché la politica ha a che fare con le persone. Come posso dirle: è una forma di responsabilità.


In questo l’attività politica di suo padre è stata importante per lei.


Sì, ma vede, non ho mai pensato a mio padre come a un politico, ma come a un cittadino attaccato alle istituzioni dello Stato. A uno che si è preso le proprie responsabilità in prima persona, sempre.


Lei sin da piccola aveva intuito che la politica era qualcosa di vicino. Ma che idea aveva della politica, allora?


Beh, più o meno quella che ho oggi. La politica è qualcosa che aiuta all’equilibrio, che si occupa della giustizia e dell’ingiustizia, delle cose buone e delle cose cattive. La politica per me poi è anche romanticismo e poesia.


Beh guardandoci intorno, non è che sembra proprio così.


Ma sì, lo sa come la chiamo? La politica alla Robin Hood, il sogno di un maggiore egualitarismo. Il sogno di poter pensare che le risorse possano essere redistribuite in un modo più equilibrato. E lo dice una persona privilegiata che è disposta a pagare più tasse se questo serve a un migliore equilibrio sociale.


Torniamo alla politica nella sua infanzia.


Intanto dai nove ai quattordici anni vendevo “l’Unità” porta a porta. Poi mio padre mi portava ai comizi. Ho passato l’infanzia a sentire Giorgio Napolitano, Giancarlo Pajetta ed Enrico Berlinguer.


E Berlinguer come lo ricorda?


Noi stavamo sotto il palco. Ricordo che lui sorrideva molto, e che quando mi vedeva, da lontano mi salutava con la mano. E salutava mio padre. Ho un ricordo bellissimo.


E i comizi non la annoiavano? Non voleva uscire con le amiche?


Ma no. Mica ci andavo tutti i giorni. E poi per me essere a sinistra è un fatto filosofico. È un’idea collegata al concetto di giustizia. Alla base di tutto c’è il senso della giustizia sociale. Poi dell’integrità. E infine della chiarezza.


La chiarezza in che senso?


Il dovere etico di prendere posizione. Di essere chiari di fronte ai propri elettori, che spesso sono i più deboli. Ecco, questa chiarezza oggi non la vedo molto.


Vuole dire che è delusa dalla sinistra, oggi?


Non parlo di delusione, è una forma di rabbia. La rabbia di non sentire parlare i leader della sinistra come vorrei. Perché anche i miei eroi qualche macchia ce l’hanno.


E come vorrebbe sentirli parlare?


Prenda il dibattito alla Camera sulla guerra in Iraq. Dopo il caso delle torture, e dopo che il ministro Martino è andato a riferire in Parlamento. Troppi distinguo, troppe cose dette con un attenzione al gergo della politica che mi sembra un po’ strumentale. Credo che quel modo di discutere vada messo da parte. Che quel tipo di politica possa fare due passi indietro. E liberarsi dai distinguo. L’unico che lo ha fatto quel giorno mi è sembrato Franceschini.


Che non è di sinistra, al massimo è di centrosinistra.


Sì, ma ha inchiodato con chiarezza il governo alle sue responsabilità nella guerra in Iraq, ha detto: “sappiate che sulle vostre spalle voi avete la responsabilità presente e futura di quello che accadrà a migliaia di iracheni e ai soldati italiani”. Questo forse è il vero linguaggio della politica.


Fassino non è altrettanto chiaro?


Fassino è un politico che mi piace molto. Ma vede, io non sono certo la persona che può dare pagelle di questo tipo. Io non faccio politica, e faccio un altro mestiere, ma questo non toglie che tutte le mie scelte professionali siano guidate da quello spirito di romanticismo politico di cui le parlavo.


Ad esempio?


Nella scelta dei ruoli, dei personaggi. I personaggi che scelgo sono sempre integri, personaggi che si chiedono sempre il perché delle cose. Faccio molta attenzione a questo, moltissima. Ed è una storia che arriva da lontano. Quando è nata la mia passione per il cinema.


E come è nata la sua passione per il cinema?


Guardando i film neorealisti italiani. Ancora oggi Rossellini è il mio massimo punto di riferimento.



Il Rossellini di “Roma città aperta”…


Sì, che è il mio film preferito, in assoluto.


Niente cinema americano?


Ma figuriamoci, loro per anni sono venuti a imparare da noi. Poi certo, un certo cinema indipendente mi piace. Mi piace Quentin Tarantino, ma per il resto no, le commedie americane, di solito mi annoiano.


E cosa le piaceva di “Roma città aperta”?


I grandi temi. L’amore, la violenza, il sopruso, e poi il riscatto di tutto.


Lei ha girato molte fiction, come si conciliano questi criteri con prodotti molto semplici come ad esempio “Commesse”?


Commesse era una fiction semplice e molto popolare. Ma se lei ci fa caso, lì avevo un figlio handicappato, e cercavo di averne un secondo, quando tutti mi consigliavano di abortire. Lì avevo un marito idiota e nullafacente e, per quanto sedotta da un avvocato in carriera, dicevo no, e me ne ritornavo a casa.


Sabrina, lei è contro il divorzio come Gianni Baget Bozzo?


Ma figuriamoci, sono a favore di tutte queste cose. Però i miei personaggi ragionano attraverso un’etica, che è soprattutto un’etica del lavoro, e fanno delle scelte, consapevoli. Questo è importante. Il pubblico lo capisce, e forse mi premia per questo.


L’ultima fiction che è appena andata in onda, e della quale lei era protagonista, “Al di là delle frontiere”, è un’altra storia fortemente etica. La storia di una partigiana che si innamora di un ufficiale nazista, e riesce a impedire la morte di centinaia di persone convincendolo e portandolo sulla retta via.


È una storia vera. Mi ha fatto piacere questo successo. In questo periodo di confusione, dove non ci sono punti fermi e punti di riferimento. Dove le verità storiche sembrano sovvertite, persino manomesse. E questo genera confusione e solitudine, specie nelle persone più giovani, che sono quelle più disorientate. Che magari partono con l’elmetto pensando di andare in una missione di pace, e si ritrovano in guerra. Sono i più vulnerabili. Vanno tutelati insegnando loro a capire la storia. A volte anche una fiction può essere un buon inizio.


Lei è gramsciana, con un’idea pedagogica della storia e della cultura. Soprattutto del cinema, che è stato per decenni, uno strumento educativo potentissimo della sinistra.


«Darmi della gramsciana è davvero un complimento. Vuole sapere una cosa? Gramsci è un personaggio che mi piacerebbe interpretare.


Ma era un uomo!


Sogno di interpretare solo personaggi maschili.


Era bassissimo. Bruttino. Leggermente curvo. Sabrina, non mi pare affatto che ci siamo...


A parte il fatto che anche io ero bruttina, fino a vent’anni. Ma Antonio Gramsci lo farei volentieri, e anche Togliatti, e Che Guevara, e anche Lenin.


Lenin? E nessuna donna. Non so Rosa Luxemburg, Anna Kuliscioff, Sibilla Aleramo...


No, una donna sì, Anita Garibaldi.


Non è un grande esempio di femminismo.


Ma io non sono mai stata femminista. Trovavo nel femminismo qualcosa di squilibrato, di eccessivamente radicale.


Mi ha detto che le piace Franceschini, e che stima Fassino. Va bene, ma c’è un politico della sinistra che le piace in modo incondizionato?


Sì, devo dirle una cosa. Io sono amica di Sergio Cofferati, che secondo me è una persona eccezionale. Vorrei essere adottata nella famiglia Cofferati, vorrei lui come padre, sua moglie come madre, i suoi figli come fratelli. Detto questo, il mio impegno politico non significa che io frequenti i politici, anzi.


Eppure lei è un po’ un’icona della sinistra. Lo dice anche l’International Movie Data Base.


Questo non lo so. Quello che so è che mi hanno sempre amato le masse popolari della sinistra. Quando vado alle feste dell’Unità di solito è un bagno di folla. Ma la classe politica di questa nuova sinistra, non ha mai avuto molta affinità con me.


E perché mai?


Perché questa nuova sinistra a volte mi sembra un po’ antipatica. E allora questa mia maniera abbastanza estroversa, solare e apparentemente frivola, li mette a disagio.


Vuol dire che la classe politica di sinistra è bacchettona?


Oggi un po’ sì. E questa ragazzona che appare in désabille, non li convince del tutto.


E secondo lei come si spiega?


Si spiega con il fatto che la sinistra ha perso in parte la sua anima più autentica e popolare. Come posso dirle: non è più soltanto voce del popolo, ma è anche voce di molte élites. Magari allargate, vaste, ma sempre di élites si tratta.


Ma anche lei da ragazza ha sognato la rivoluzione?


La sogno ancora adesso. Una rivoluzione pacifica, senza morti, senza sangue. Una pacifica insurrezione popolare. Anche se credo che non esistano purtroppo pacifiche insurrezioni popolari.


A questo punto, Sabrina, siamo arrivati alla domanda che abbiamo rinviato, quella iniziale. Per chi voterà alle prossime europee?


Ho sempre votato comunista, poi Pds, poi Ds. Sono sempre con i Ds, e mai come in questo momento. Voto dove sono i Ds, dunque la Lista Prodi, e questa volta speriamo davvero di vincere.


Intervista di Roberto Cotroneo – L'UNITA' – 15/05/2004


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