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MUSICA

Finardi ha un’ “Anima Blues”. Un po’ british

Raggiungiamo Eugenio Finardi mentre sta finendo il lavoro sul video di Holyland, uno dei brani di Anima Blues, l'album pubblicato dalla EF Sounds (distribuito dalla Edel) che lo riporta all'attenzione degli appassionati di musica in un modo diverso dal solito. Registrato a Milano negli studi delle Officine Meccaniche di Mauro Pagani dopo qualche giorno di prove al Teatro Petrella di Longiano - due luoghi davvero magici per la musica italiana - Anima Blues è cantato in inglese ed è tutto giocato sulle sfumature della musica nera. Con una band che comprende Pippo Guarnera (organo Hammond), Vince Vallicelli (batteria) e Massimo Martellotta (chitarre), Eugenio Finardi si muove su un terreno che ama da sempre, passando dal gospel al blues e rendendo omaggio con Spoonful - un classico del blues urbano firmato da Willie Dixon - a una tradizione fondamentale per il rock e il jazz.

La nostra conversazione parte proprio da “Holyland”, che del disco è uno dei pezzi chiave...

Quella su cui stiamo lavorando per il video è una versione dal vivo. Voglio che alla base di questo disco ci sia un discorso di verità emotiva assoluta e non mi sembrava bello fare il video in playback. Ho filmato il concerto che abbiamo tenuto a Longiano dopo la sessione di prova in cui avevo scritto e organizzato quasi tutto il materiale e c'era una versione di “Holyland” molto bella. Quindi montiamo il video su quella.

Hai detto che questo era il disco che volevi registrare da quarant'anni e che non eri mai riuscito a fare.

Sì, perché a un certo punto sono stato preso prigioniero, sono stato rapito da un noto cantautore. Diciamo che “Musica ribelle” ha un po' distorto quello che forse sarebbe stato il cammino naturale, se fosse stato solo musicale, della mia carriera. E poi ovviamente, una volta subentrata l' industria...Negli anni '90 avevo addirittura un contratto che prevedeva la lingua italiana. Mi era proibito cantare in inglese.

Ti sei voluto togliere una soddisfazione e alla fine lo hai fatto con la EF Sounds, la tua etichetta .

Più che una soddisfazione era un bisogno. Eravamo arrivati al punto che io lo volevo fare con determinati microfoni, con un preciso banco regia, con un certo tipo di strumenti, suonando tutto dal vivo... Nella maniera più rischiosa. E questo poteva sembrare una fissazione, un'ossessione, una pazzia. Anche cara, se vuoi, per chiunque dovesse finanziarlo. Meno che per me che avevo esattamente la cognizione del risultato che avrei ottenuto. Dopo che l'ho fatto, si sono tutti resi conto che effettivamente avevo ragione io. Prima però sembravo un pazzo.

Nelle Officine Meccaniche di Pagani hai trovato l'approdo ideale per riprodurre un suono particolare.

Alla base di “Anima Blues” c'è una concezione timbrica. Io volevo fare un disco di blues, però purtroppo il blues è diventato un po' come il jazz, si è un po' sclerotizzato in una sonorità che vuole riprodurre il club. I suoni invece sono andati molto avanti, in questi due decenni e io volevo riportare, ritrovare il tipo di tensione timbrica che c'era nel British blues, nel blues bianco degli anni '60 -'70. Per fare questo è necessario un preciso uso della compressione... Ho fatto un po' il contrario di quello che si usa fare adesso. L'ho registrato come ho fatto “Sugo”, in effetti.

Ascoltandolo anch'io ho pensato al British blues...

Anche se poi dal punto di vista compositivo e da quello dei riferimenti noi siamo più americani.

Hai fatto in tempo ad ascoltare dal vivo alcuni dei grandi bluesmen neri?

Ho visto due volte John Lee Hooker, Albert King... e poi tutti bianchi degli anni '70. Amo molto Jimi Hendrix, gli Animals, i Canned Heat, i Cream.

E i musicisti della tua band?

Il chitarrista, Massimo Martellotta, è stato un po' la ciliegina sulla torta, perché Pippone Guarnera e Vince Vallicelli sono da vent'anni una consolidata sezione ritmica blues. Su questa base funky c'era bisogno di una chitarra acida. Non volevo un chitarrista tecnico di blues, volevo un chitarrista emozionale.
L'organo Hammond di Guarnera è a dir poco avvolgente.
Il concetto timbrico iniziale era quello di fare a meno del basso per tirare fuori questa mia vocalità scura... Il basso si mangia le frequenze basse e della mia voce rimane solo la parte aspra. Eliminando il basso e lasciando questo ruolo ritmico/armonico all'organo, si apre un sacco di spazio per le dinamiche della voce.

E Longiano? Quanto tempo ci sei stato?

Solo quattro giorni purtroppo, ma erano i tempi di “Anima Blues”. Nel progetto c'è una grande urgenza. I problema ora è diffonderlo. Il mio problema ultimamente non è stato quello di fare dei dischi relativamente interessanti, anche se non sta a me dirlo. Il problema è diffonderli, perché un disco così non si sa dove piazzarlo all'interno della musica italiana. A me è piaciuto molto un commento che hanno lasciato sul mio sito: due o tre persone hanno detto che se ci fosse l'attenzione giusta “Anima Blues” potrebbe essere il mio “Creuza de ma”. In un certo senso è vero, perché è il mio disco in dialetto. E c'è quello stesso tipo di maniacale ricerca sonora.

Giancarlo Susanna – L'UNITA' – 09/05/2005



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