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IL SECOLO XIX – 06/08/2002

Uno Scrittore

 

Tante cose sono state e si diranno sul conto di Franco Lucentini, scrittore. Per i più distratti, è quello che, sulle copertine dei sui romanzi, appariva dopo Fruttero, in rigoroso ordine alfabetico. Tante cose, dicevo. Fra queste, incontestabile è che fosse un galantuomo, che avesse senso dell'ironia da vendere, che fosse malato gravemente, che abbia deciso di farla finita. Cose vere, dati di fatto. Ma forse, e mi scuso sin d'ora se avrò torto, non si dirà abbastanza che era uno Scrittore.

Forse si preferirà il termine giallista e non lo si intenderà certo come lo intendo io, ma tant'è: era uno Scrittore. In una società in cui scriventi e scrittori si confondono dentro al mare magnum del mercato editoriale, capire l'importanza della figura letteraria di Franco Lucentini, può aiutare a percepire la differenza nettissima tra i due termini. Gli scrittori della mia generazione devono moltissimo a figure come la sua.

Gli devono, per esempio, l'idea che quando si abita la letteratura il genere passa in secondo piano. Che si può giungere al romanzo anche sporcandosi le mani con quella che è ritenuta, non sempre a torto, letteratura di serie B. e quindi la scoperta che scrittura popolare non è necessariamente scrittura deteriore.

Ancora la certezza che, in barba a tutti gli uffici stampa editoriali rampanti, prima c'è lo scrittore, non il contrario. Un percorso straordinario quello di Franco Lucentini, del suo alter ego Carlo Fruttero e di tanti altri insospettabili che si sono avventurati, con grandi rischi, nel terreno minato della letteratura popolare, o di genere se preferite, in Italia. Un percorso fatto di lettori più che critici. Sempre ai margini. Relegato in quella che, in termini colti, si definiva paraletteratura perché aveva l'ardire, nella stagione caldissima dello sperimentalismo, di raccontare storie e di raccontarle bene. Fino allo sdoganamento, all'ineludibile riconoscimento, di cui è stato uno dei primi artefici, uno dei motivi principali, e uno degli ultimi beneficiari.

Siamo una nazione in cui la casa editrice fa la differenza. Un libro è più libro se pubblicato da un editore anziché da un altro, poco importa se costa il triplo. E allora mi correggo, forse, dopo anni di anticamera, insieme a Scerbanenco o a Buzzati e altri che sarebbe troppo lungo elencare, oggi nel giorno della sua morte, così solitaria, così letteraria, così triste, diranno che era Scrittore. Il pubblico lo sapeva da tanto tempo e credo che solo di questo gli importasse. Ora si parla tanto di giovani scrittori, come se la giovinezza sia un pregio e non un caso anagrafico. Si dice spesso che gli italiani dopo gli anni bui, vendono ed entrano persino in classifica, per quanto contino le classifiche. Si dice anche che gli autori in corso, o in corsa, si sono finalmente liberati dal provincialismo di raccontare realtà altrui e hanno cominciato a raccontare l'Italia che conoscono piuttosto che scimmiottare la metropoli americana.

Di più, si dice che questi scrittori giovani stanno riempiendo un vuoto lasciato dagli storici e persino dal giornalismo d'inchiesta. Ecco, tutto questo Franco Lucentini, ed altri come lui, l'avevano già fatto. Oggi siamo orfani. Lo siamo perché gli scrittori della mia generazione, i padri putativi, gli esempi, di vita e di stile, se li sono dovuti cercare altrove, fuori dai percorsi consolidati dell'editoria. E lo siamo perché, senza saperlo, Franco Lucentini e altri come lui, hanno accettato di farci da padri senza porre condizioni se non quella di tener fede alla necessità primaria di amare il proprio mestiere. E di farlo senza appiattirsi sul lettore, ma tenendone costantemente conto. Questo abbiamo imparato da lui: che in letteratura il privilegio di essere scrittori e quello di essere lettori devono coincidere,

Marcello Fois – IL SECOLO XIX – 06/08/2002



Franco Lucentini

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