BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

BIBLIOTECA

Il giorno del giudizio

“Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta uscì, ripubblicato da Adelphi, nel 1979. Avevo diciannove anni e un anno prima, finito il liceo classico, come previsto da una consuetudine familiare che risaliva alle scuole elementari, mi ero iscritto alla facoltà di medicina, ma nonostante un anno di frequenza e quattro esami fatti, io non volevo fare il medico. Disattendere alle aspettative dei propri genitori è quanto di più normale esista, un dato che potrei definire biologico, una specie di prova del fuoco. Ma io non sono stato un figlio problematico, uno di quelli da cui ci si potesse aspettare un'alzata di testa.

Per tutto l'anno avevo provato a convincermi che forse non c'era niente di male a fare il medico. Tuttavia, per quanto provassi, mi era sempre più chiaro che mi stavo infilando in una strada senza uscita. La mattina in cui avrei dovuto sostenere il colloquio di anatomia bighellonai a lungo. Mi ero alzato prestissimo ed ero piuttosto angosciato: studiare chimica, fisica, istologia, biologia, e sostenerne gli esami, mi era sembrato un modo per arricchire le mie conoscenze in senso lato, non proprio l'anticamera dell'attività medica, ma affrontare il colloquio di anatomia cambiava le cose, significava smettere di ingannarsi. Significava entrare nel vivo della questione. E magari fare una scelta definitiva. Il colloquio andò bene. Allora, per fortuna mia, i cellulari non erano alla portata di tutti, che potei prendere un pomeriggio di tempo prima di telefonare a casa. Quel pomeriggio lo passai in giro per Sassari, a ragionare passeggiando. Walserianamente parlando quella passeggiata fu una specie di percorso interiore, uno spazio all'interno del quale si poteva tentare di parlarsi senza reticenze. Quello che volevo fare veramente non lo sapevo, o meglio lo immaginavo, non solo dirmelo, ma nemmeno pensarlo. Il fatto è che io non avevo la minima idea di cosa significasse fare lo scrittore. Sapevo che dentro di me c'era la scrittura, solo questo. Forse era poco, forse era già troppo, questo non sono mai riuscito a capirlo.

Comunque quel colloquio di anatomia mi spinse sino al bordo di un baratro, che a vederlo oggi mi pare poco più consistente di un gradino, ma che allora mi parve senza fondo. Fare lo scrittore non è nemmeno un mestiere e dal punto di visto di mio padre, che era un saggio calvinista barbaricino che capiva solo quanto poteva quantificare esattamente e solo quanto fosse frutto di uno sforzo quotidiano e indefesso, sarebbe stato un delitto di lesa maestà abbandonare una carriera sicura, consolidata dalla casta medica della famiglia per un'attività che non è nemmeno un mestiere. Non avevo paura di mio padre, non era nemmeno lontanamente parente del padre di Gavino Ledda, non vorrei fraintendimenti da questo punto di vista. Avevo paura di me stesso. Fino ad allora ero stato un lettore, onnivoro e incontinente.: non sapevo quanto mi sarebbe costato, e non parlo in termini economici, passare dall'altro lato della barricata, dal consumatore al produttore, per intenderci. Avevo tentato brevi racconti e mi ero anche detto, mentendo, che lì scrivevo per me solo. Giusto per buttare su carta sensazioni e stati d'animo.

Così, nel novembre del 1979, mi trovai a vagare per Sassari, inasprito dai dubbi, ma eccitato dalle possibilità che mi si aprivano. Prendere in carico la propria esistenza è un atto tutt'altro che eroico, significa abbandonare l'infanzia ed essere disposti a mettersi in gioco sapendo quanto si rischia. O rischiando, comunque, accada quel che accada. Da Il giorno del giudizio, esposto nella vetrina di una libreria sassarese, mi attirò la copertina gialla. Ne avevo sentito parlare qualche anno prima a Nuoro, quando uscì pubblicato da Cedam e fu fonte di un piccolo scandalo locale a proposito di presunte rivelazioni che Satta, bel suo romanzo aveva fatto sulle famiglie di maggiorenni nuoresi. Da noi quel romanzo era stato liquidato come lo sfogo acido e indebito di un traditore della patria. Io non l'avevo letto. Era convinto che si trattasse di qualcosa di talmente risibile e provinciale che non valesse la pena di perderci tempo. Evidentemente, nonostante le mie letture, sulla letteratura avevo, e ancora ho, molto da imparare. Poi Adelphi lo ripubblicò ed io allora ero abbastanza provinciale da pensare che se una casa editrice di prestigio decideva di pubblicare un libro come quello evidentemente qualcosa di buono doveva esserci. Nel tempo mi sono dovuto ricredere due volte, la prima sul fatto che quello che io ritenevo scioccamente un libricino era in realtà un romanzo magnifico; le seconda, apparentemente contraddittoria, sul fatto che l'equazione casa editrice qualità del libro non è quasi mai valida, dal momento che il testo pubblicato da Cedam non era diverso da quello pubblicato da Adelphi. In entrambi i casi il provinciale, nel senso deleterio del termine, ero io. Nel corso degli anni ho sempre tenuto conto di quella specie di rivelazione, da scrittore ho vissuto l'esperienza dell'editoria di nicchia con grande tranquillità; da scrittore ho capito che il valore di un editore dipende dal grado di autonomia che riesce ad esprimere. Il dato economico arriva dopo, la visibilità anche. Ho anche imparato a pretendere lettori curiosi, che volessero partecipare alle mie storie piuttosto che stare relegati al ruolo di spettatori. Davanti alla vetrina di una libreria si possono capire un sacco di cose, nel suo interno ancora di più. Si può capire, per esempio, che accontentarsi dei banconi delle novità è come fare le vacanze nei villaggi turistici, che sono tutti uguali da qualunque parte del mondo si trovino; si può capire che il cuore delle librerie è nell'insieme degli universi che le abitano; si può scoprire che il potere di un lettore è quello di scoprire che il potere di un lettore è quello di scoprire un libro magnifico relegato in uno scaffale arretratissimo è farlo leggere agli amici, ai colleghi, alle persone care. Poi arriva il mercato editoriale. Sempre dopo il lettore. Se quest'ultimo abdica da questa funzione, la letteratura muore, il libro diventa solo merce.

Io ci entrai in quella libreria e comprai il libro giallo col Carro fantasma di Dalì in copertina. Da credente della scrittura lo sfogliai a caso appena fuori dalla libreria. E lessi qualcosa che mi distrusse: “Un vasto silenzio occupò la povera stanza, e il morto non era il più silenzioso di tutti”. Richiusi il libro e presi un blocco di appunti e una penna e, seduto su una panchina dei giardini pubblici, riscrissi quella frase tre o quattro volte per vedere che effetto faceva tecnicamente raccontare in pochissime parole un concetto per me così magnificamente familiare, anche se inconsciamente. L'idea, cioè, che la letteratura, quando è tale, non prevede la morte. L'idea che la scrittura ha insita in sé la possibilità di permanere. Una possibilità che non si dovrebbe sprecare. Quel morto che parlava, che era meno silenzioso dei vivi, mi appare come la risposta a quello che stavo cercando. All'entusiasmo per la scoperta seguì la depressione dell'impotenza. La certezza che non sarei mai stato all'altezza. Guardarsi in uno specchio così nitido può fare molto male. A me fece malissimo, da una parte avevo Il giorno del giudizio e dall'altra il libretto universitario. Un futuro garantito o un futuro incerto? Non stetti a pensarci più di tanto, avevo pochissimo tempo prima della chiusura delle segreteria di medicina. Così feci una corsa e arrivai in tempo. Davanti all'impiegato feci una delle domande più importanti della mia vita: esiste un modulo per rinunciare agli studi di medicina? L'impiegato mi disse di sì senza molta sorpresa, mi chiese di consegnare il libretto e mi diede un dattiloscritto da compilare. Mentre svolgevo quest'operazione lui che sfogliava il mio libretto universitario, mi chiese per quale motivo avessi deciso di rinunciare, avevo sostenuto tutti gli esami del primo anno con buoni risultati. Risposi che l'unica cosa che sapevo in quel momento era che non avrei mai potuto fare il medico. Ed era la verità. Ma la verità vera era che volevo fare lo scrittore. Il romanzo di Satta lo lessi d'un fiato in pullman tornando a casa. E' la storia di un posto abitato da viventi silenziosi e morti urlanti. E' un omaggio alla memoria attiva contro la passività della rassegnazione. E' un romanzo che diventa più giovane ogni anno che passa, che nasce e rinasce. Che si annoda in un localismo talmente impudico da risultare assolutamente universale. Il cortile, la strada sotto casa, il cimitero di paese, la scuola elementare. La mia casa, il mio cortile, i miei estinti, ma, proprio per questo, quelli di tutti. Una lezione difficile da dimenticare, che pesa come un macigno. La faccia freudiana della Deledda.

Su quel pullman ho sperimentato la paura di quello che ero, ho percepito che, se volevo concludere qualcosa, dovevo abbandonare la servile certezza di non poter partire dalla mia identità, che allora mi pareva limitata e inconsistente, e, soprattutto, dire definitivamente addio all'appagante imitazione di modelli consolidati, ma altrui. Insomma, dovevo superare la vergogna di me stesso e quel pudore, che spesso nasconde la brutta presunzione che la scrittura sia altro da sé e che il lettore sia un beota che si accontenta. Forse esisteva un'altra presunzione positiva questa volta: quella di considerarsi portatore di un sentimento talmente intimo, talmente sincero, talmente...onesto che rischiava di diventare un sentimento condiviso da tutte le latitudini. Quando arrivai a casa imbruniva, mio padre venne a prendermi alla stazione dei pullman, prima che fossi salito in macchina mi chiese come era andato il colloquio di anatomia. Disse che a casa aveva atteso invano una mia telefonata. Risposi che era andato tutto bene, poi gli dissi che avevo rinunciato agli studi di medicina e che l'avevo fatto in modo definitivo. Mi rispose che se lo aspettava, poi mise in moto. Sono passati una ventina d'anni, scrittore, alla fine, lo sono diventato, con la giusta fatica. Tre anni fa mio padre è morto, ha fatto in tempo a vedere qualche risultato nella mia carriera, che tuttavia continuava a sembrargli insufficiente per garantirmi un futuro, non riusciva a capacitarsi che qualcuno potesse decidere di sopravvivere, e nutrire i suoi figli facendo lo scrittore. Infatti, nel vasto silenzio della povera stanza dove era stato ricomposto, mio padre, che non era affatto silenzioso, continuava a chiedermi: va bene fare lo scrittore, ma per campare che lavoro fai?

Marcello Fois – L'UNITA' – 29/09/2002

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO |
LA POESIA DEL FARO|