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CINEMA

L'Italia che svelo, l'Italia che amo

Poco prima di recarsi alla Sorbona, Francesco Rosi è ovviamente contento, un po' commosso. Ride: “Sa, non è la prima laurea che mi danno. Nel '96 ne ebbi una dall'Università di Padova, un'altra l'ho avuta negli usa dal Mittlesbury College e un anno fa è toccato al Politecnico di Torino: e sa qual era la motivazione? Honoris causa in urbanistica. Era per Le mani sulla città, perché già nel '63 avevo anticipato Tangentopoli e il conflitto di interessi: com'è noto, è la storia di come un imprenditore attraverso la corruzione arriva a diventare assessore all'urbanistica, per cercare di attribuirsi gli appalti”.

Non è certo da oggi che la Francia le è vicina...

Bè, sì: Salvatore Giuliano (del '62) per esempio, fu molto apprezzato dal grande George Sadoul, pure Michel Ciment e Jean Cili hanno dedicato molte pagine al mio cinema. Più di recente, la rivista Les ètudes cinématographiques ha dedicato un numero al mio lavoro.

...al centro del quale si può dire che ci sia il racconto di cinquant'anni di storia d'Italia, un impegno di valenza, mi scusi la brutta parola, “didattica”.

Non è affatto una parola brutta. Per molti miei colleghi la parola “didattica” applicata alla loro opera diventa sospetta, come se l'arte ne fosse in qualche modo sminuita. Io credo invece che i cineasti, e gli intellettuali in generale, siano i testimoni del proprio paese, del proprio tempo della realtà sociale, necessariamente in un'ottica politica. I temi non mancano: i meccanismi della corruzione ci sono oggi come c'erano ieri: per esempio. Niente si toglie ai valori artistici se tutto questo si carica di un valore, per così dire, pedagogico. Si tratta, anzi, di avere un rapporto con un pubblico attivo, non passivo, che s'invita a riflettere. Sì, i miei film hanno raccontato cinquant'anni di vita italiana: la mafia, la camorra, la corruzione...

...e il terrorismo.

Sì, due volte. Tre fratelli, dell'81, che ebbe anche una nomination all'Oscar, affrontava il terrorismo con grande chiarezza rispetto alle ambiguità del tipo “né con lo Br, né con lo Stato”. No, io dicevo: è necessario combattere le Br, subito. Lo stato lo cambiamo dopo. Vorrei ricordare che la lotta al terrorismo fu una lotta che unì il paese. E le Brigate Rosse furono sconfitte. Così oggi: il terrorismo va combattuto unitariamente, tenendo però ben presente che una democratica contrapposizione sociale deve rimanere un bene indelebile. Unità, dicevo: raccontai la divisione tra nord e sud in Cristo si è fermato a Eboli, dallo straordinario racconto di Carlo Levi: lì, come si sa, c'era un intellettuale che scopre un mondo dove c'è ancora la malaria, la miseria e l'ignoranza. Le persone che incontra arriverà a sentirle vicine, arriverà a sentirli fratelli. Sentirsi fratelli, questo ci vuole per superare la frattura Nord-Sud.

A proposito di fratture. Viviamo tempi forti e dure tensioni, qualcuno parla di emergenza democratica...

Il nostro è un grande paese democratico e lo sta dimostrando. Parlo della protesta dei sindacati, dei professori e degli intellettuali che vanno in piazza: lo fanno con grande rispetto e serenità. Come Umberto Eco, non sono d'accordo con quelli che parlano di fascismo. Mi ritrovo in quello che ha scritto Bernardo Valli: siamo in una fase perversa della democrazia. E pure inquietante, direi. Però è altrettanto evidente che c'è un'Italia che si unisce, attraverso la solidarietà, un'Italia che reagisce, sempre più numerosa, che si batte per i valori della democrazia: l'indipendenza dei giudici, la convinzione per cui le leggi e i cambiamenti vadano discussi, non imposti. Ed è un modo, anche, per rianimare la sinistra, che ha commesso qualche errore e si è resa responsabile di qualche omissione. La reazione dei sindacati è stata importantissima: ho visto i tre milioni dei Circo Massimo, ero in mezzo alla gente, gente semplice, molti con i bambini, molti anziani, venuti perché sentono il dovere di manifestare il loro punto di vista, che è un valore altissimo della democrazia.

Lei crede che il famoso “urlo d'artista” di Moretti sia stato salutare?

Assolutamente. Torniamo alla questione del ruolo dei cineasti e degli intellettuali. E' un ruolo di testimonianza di ciò che accade. E' un contributo alla politica, è la coscienza critica. Ma poi sono i politici che devono trovare le soluzioni. Io faccio film e so quant'è difficile fare i film mentre le cose accadono: ma ho notato che ultimamente, dopo un periodo in cui si è ripiegati su tematiche più intime, è tornata la voglia di raccontare temi forti: la giustizia e le nuove strategie d'intervento della mafia, per esempio, e sono temi che riguardano il mondo intero e che hanno comunque al centro l'uomo.

Gli intellettuali recentemente hanno avuto molti riconoscimenti in Francia, non ultimi quelli al recente Salone del Libro, dove si è registrata una diffusa, chiamiamola così, perplessità nei confronti del governo Berlusconi...

Non mi è piaciuto per niente il ministro della cultura Giuliano Urbani, che ha definito gli scrittori italiani dei vigliacchi, e non mi è piaciuto per niente Berlusconi che li ha definiti dei clown. Gli intellettuali stanno esprimendo le loro opinioni in maniera molto civile e democratica. La gazzarra che c'è stata al Salone non l'hanno provocata certo loro. E casomai sono state le reazioni ad essere scomposte.

Nel '97 lei ha portato sullo schermo “La tregua”, da Primo Levi. Oggi, sull'onda della tragedia mediorientale, si registra il ritorno di atti di antisemitismo in varie parti d'Europa.

La cosa che mi preoccupa di più è che dinanzi a questo scontro tra due tipi di violenza, quella dei kamikaze e quella militare israeliana, il mondo sta a guardare. E ora questi episodi. Un dramma che rende ancor più angosciosa l'invocazione di Primo levi: quella di non dimenticare, mai. I giovani tante volte non conoscono quello che è successo...parlavamo dell'utilità di fare cinema? Eccola.

Intervista di Roberto Brunelli – L'UNITA' – 06/04/2002

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