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MUSICA

Libero Zappa in libera musica

Dieci anni fa, il 4 dicembre 1993, moriva Frank Zappa, uno dei più grandi artisti del tardo Novecento. A dire il vero parlare di lui e della sua musica per il semplice motivo che sono passati dieci anni dalla sua morte, mette un po' in imbarazzo. Sembra insomma una scelta un po' eterodiretta, come andare al mare in agosto, a sciare a capodanno, al camposanto il giorno dei morti. O se preferite, mangiare nutella pigiando sul telecomando della tv. Ma come ogni altra cosa, un anniversario oltre al suo lato stupido ne possiede anche un altro. E tutto sommato, nella generale grettezza dell'universo mediatico nostrano, vale la pena di infilarsi nel buchetto di questa ricorrenza e riparlare di Zappa. Riparlarne non solo perché se ne parla troppo. Se è per questo, nel paese che ha il più basso tasso di alfabetizzazione d'Europa e il più alto numero di telefonini pro capite, si parla tropo poco di tutto ciò che vale e si blatera solo di ciò che bisognerebbe gettare nel bidone. Riparlare di Zappa in realtà significa ribattere il chiodo delle tante cose che ha insegnato – in musica e non solo – e che faticano a essere intese.

Ho detto che dieci anni fa è morto un artista. Non ho detto musicista di proposito, anche se Zappa è stato detto uno dei fenomeni musicali più strabilianti degli scorsi decenni, in un arco di trent'anni giusti: dai primi 45 giri fra il 1962 e il 1963, fino agli ultimi lavori, The Yellow Shark, Civilization Phaze III, portati a termine in una corsa estrema contro il tempo. Artista: perché ogni volta che Zappa apriva bocca tartassava il mondo, i potenti, la cretineria endemica, quell'aroma mondano per il quale aveva un naso finissimo (!) e che lo spingeva a contestare gli scienziati convinti che l'idrogeno fosse l'elemento più diffuso nel mondo. L'universo, obiettava, “is plenty of more stupidity than hydrogen”: “c'è in giro molto più stupidità che idrogeno. Era questa disillusione, questo fondo amaro e congenitamente antagonista a ogni potere costituito, a nutrire la sua musica e a fare di lui un'artista di un rigore e di una coscienza lucidissimi; un dito puntato contro guerra, droga, corruzione, regimi, moralismo, fascismo, consumismo, show business, musica accademica. Ma, soprattutto, contro un sistema dell'informazione e dei mass media che egli considerava l'arma più pericolosa e letale nelle mani del potere, tanto da spingerlo a battagliare tutta la vita per farsi la sua casa discografica. In ogni nota e in ogni parola, Zappa ha sempre, inesorabilmente e provocatoriamente fatto riferimento a questi temi.

Nel 1967 l'uscita del suo secondo album, Absolutely Free, venne bloccata dalla casa discografica, la MGM/Verve, perché sul retro di copertina c'era una scritta che campeggiava sopra una bandiera a stelle e strisce, sormontata a sua volta da un fungo atomico. La scritta diceva “War means work for all”: la guerra è lavoro per tutti. Stava in mezzo ad altre scritte nella quali ritornava ossessivo, in caratteri cubitali, soprattutto un imperativo: “Buy!” Compra! In un angolo c'era anche la scritta: “Devi comprare questo album perché le radio Top 40 non lo trasmetteranno mai”.

Alla fine quella scritta sulla guerra rimase, ma rimpicciolita e con un dolore che la rendeva appena appena visibile (nei cd oggi in commercio è sparita). Molti anni dopo, nel 1991, nel corso di un'intervista alla BBC Radio, a Nicky Campbell che osservava come la guerra del golfo (quella di allora) godesse di un largo appoggio presso l'opinione pubblica americana, Zappa rispose duro: “Hai questa impressione solo perché l'informazione è manipolata. Negli Usa ci sono state tantissime manifestazioni contro la guerra, ma c'era una direttiva che imponeva ai network televisivi di non occuparsene”. Veramente? E chi ha imposto questa direttiva? “Secondo te chi? Qualcuno alla Casa Bianca Fu Ronald Reagan a istituire un'agenzia chiamata Department of Domestic Diplomacy che aveva il compito di controllare l'informazione””. 2Ma questo è 1984 di Orwell!” - ribatte Campbell – Non è forse la più grande democrazia del mondo?” “Prego?” “Un popolo di coraggiosi?2 “Semmai un paese che si sente orgoglioso di se stesso solo perché ha spazzato via una banda di irakeni. E' vergognoso”.

Zappa era così. Incorreggibilmente uncorrect nel girare a modo suo il coltello nel sociale, nella politica, nella morale sessuale, che lui considerava il tabernacolo del potere e per questo ne faceva il suo bersaglio preferito, con inevitabili scandali e denunce a non finire. Autodidatta isolato, cresciuto in campagna (il deserto del Mojave) coltivando un suo culto dell'anticonformismo; ragazzino che combina guai seri col piccolo chimico e poi si innamora della musica di Varèse forse perché fa inorridire sua madre e non solo lei (d'altra parte fior di musicisti europei hanno confessato che il loro amore per Schonberg era derivato innanzitutto dall'averne sentito dire solo peste e corna), Zappa è congenitamente anomalo, irriducibilmente eterodosso. La sua musica e l'immaginario visivo che si porta dietro – certe arcate dentarie da gabinetto di anatomia, certe pelosità animalesche, certe carnosità sfatte – sono un saggio sui meccanismi ideologici del disgusto dieci anni prima di Bourdieu. E' il freak nella sua veste più radicale: ascoltandolo e guardandolo ci si divide. E mentre istintivamente ti schieri a favore, già sai che altri lo troveranno rivoltante. Zappa raduna così i suoi partigiani, folgorati dalla sua unicità. E insieme ad essi, come ha scritto Jonathan Jones, egli crea anche un tipo particolare di ascoltatore, “the paranoid listener” capace solo di vederlo in chiave sovversiva, pornografica, deviante.

L'ideologia ha fatto dunque di Zappa un guastatore, occultando la sua natura di costruttore, ossia di compositore nel senso forte del termine, direi quasi tradizionale. Non poteva essere diversamente, perché la costruzione di Zappa, quel suo mix di plebeo e di aristocrazia, da Rabelais del nostro tempo, implica una critica radicale dei due pilastri su cui si fondano, in musica, “highbrow” e “longbrow”, alto e basso. Fra le sue mani il pop richiede capacità tecniche al limite dell'umano, mentre la musica seria va a farsi un giro al bordello. Opzioni che, al momento, sono inaccettabili per gli uni e per gli altri. Passano gli anni, però, e qualcosa si capisce. Il rock, a parte eccezioni – fra le quali la pagina forse più intrigante del rock italiano degli ultimi 15 anni, Elio e le Storie Tese – di Zappa non ha saputo farsene granché. Piuttosto a venti o trent'anni di distanza ci si accorge che le sue armonie lidie, i suoi ritmi, le sue frustate sonore, la sua narrazione intrisa di non-sense assumono contorni sempre più autorevoli, quasi da soggezione. Per adesso siamo nel momento della decantazione, prima che la lezione cominci a produrre i suoi frutti duraturi. “Boulez è serio come un cancro, scriveva Zappa, però a volte è anche divertente”. Era qualcosa di più di una battuta, era il programma di una rivoluzione: ridare all'arte il gusto del divertimento. Fra qualche tempo ne riparleremo, quest'è certo.

Giordano Montecchi – L'UNITA' – 02/12/2003



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