PARLAMENTO ITALIANO

Seduta di martedì 28 agosto 2001



Audizione del questore
Francesco Colucci

Audizione del prefetto
Arnaldo La Barbera

Audizione del Prefetto
Ansoino Andreassi

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BOZZA NON CORRETTA

COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

COMITATO PARITETICO

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di martedì 28 agosto 2001


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La seduta comincia alle 9,45.

Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Comunico che nella riunione dell'ufficio di presidenza di giovedì 9 agosto 2001 è stato deliberato di procedere, in via sperimentale, ad una organizzazione dei tempi di discussione che preveda, per lo svolgimento di ogni singola audizione, l'assegnazione a ciascun gruppo di un tempo calcolato nel modo seguente:
Forza Italia: 20 minuti (5 più 15);
Democratici di Sinistra-L'Ulivo: 16 minuti (5 più 11);
Alleanza Nazionale: 11 minuti (5 più 6);
Margherita, DL-L'Ulivo: 10 minuti (5 più 5);
Misto: 10 minuti (5 più 5)
Lega Nord Padania: 8 minuti (5 più 3);
CCD-CDU Biancofiore: 8 minuti (5 più 3);
Rifondazione comunista: 6 minuti (5 più 1).
Misto-Verdi-L'Ulivo: 6 minuti (5 più 1)
Autonomie: 6 minuti (5 più 1)

Il tempo a disposizione dei gruppi è complessivamente pari ad 1 ora e 41 minuti.


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Comunico altresì che durante la sospensione dei lavori del Comitato è pervenuta ulteriore documentazione; l'elenco aggiornato della stessa sarà consegnato nella giornata odierna unitamente alle copie degli ultimi documenti pervenuti.
Tra la documentazione pervenuta nella giornata di ieri vi sono anche i documenti inviati dal questore di Genova, dottor Oscar Fioriolli, il quale ha comunicato formalmente che il regime della suddetta documentazione è quello della riservatezza; tale documentazione è pertanto disponibile esclusivamente per la visione presso la segreteria della Commissione affari costituzionali della Camera.
Comunico, infine, che il Presidente della Camera, onorevole Pier Ferdinando Casini, ha trasmesso per conoscenza al presidente del Comitato copia di una lettera a lui inviata dal Presidente del Bundestag, Wolfgang Thierse, e la relativa risposta dello stesso Presidente, onorevole Casini, in merito agli avvenimenti connessi al vertice G8 tenutosi a Genova. Copia di tale corrispondenza è a disposizione dei componenti del Comitato.

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi presidente, in relazione alla determinazione dei tempi di discussione, mi chiedo se, al termine dell'audizione, non sia opportuna una sospensione dei nostri lavori per consentire ai gruppi di riunirsi: altrimenti si rischia di non utilizzare saggiamente il tempo a nostra disposizione.

PRESIDENTE. Al termine della relazione, svolta oralmente oppure letta, sospenderemo i lavori per un tempo che decideremo, affinché i gruppi decidano chi o quanti, nel rispettivo ambito, possano rivolgere domande oppure intervenire, in modo tale da consentire il rispetto dei tempi stabiliti.


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Audizione del questore Francesco Colucci.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del questore Francesco Colucci. Il questore Colucci ha chiesto di essere accompagnato dal dottor Salvo, vice questore aggiunto presso la questura di Genova. Se non vi sono obiezioni, così rimane stabilito.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria. La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Ringrazio il nostro ospite per aver accolto l'invito. Il dottor Colucci ha predisposto una relazione, della quale lo prego di dare lettura.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Signor presidente, ritengo doveroso ringraziare preliminarmente tutti gli onorevoli deputati e senatori componenti questo Comitato, perché mi si concede, oggi, la possibilità di riferire sull'organizzazione dei servizi assicurati dalle forze di polizia in occasione dell'evento G8 del luglio scorso e, dunque, di contribuire a delineare, sotto il profilo tecnico-operativo, istituzionalmente riconducibile alla figura del questore, il correlato quadro di conoscenze. Sottolineo anche l'esigenza, che sento profonda, signor presidente, di


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difendere e valorizzare il lavoro della questura di Genova in ossequio a quel senso dello Stato che ci muove tutti verso la leale ricerca della verità e delle conseguenti responsabilità degli accadimenti. A tal fine, dovrò riproporre all'attenzione e all'esame di questo uditorio l'ordinanza n. 2143/R che ho emanato in data 12 luglio 2001, ai sensi dell'articolo 37 del decreto del Presidente della Repubblica 28 ottobre 1985, n. 782, già prodotta dal prefetto di Genova nell'audizione del 9 agosto scorso, essendo quel documento il frutto del lavoro condotto per dodici mesi, incessantemente e senza risparmio, da tutta la struttura da me diretta. Quel documento compendia le prerogative istituzionali del questore e rappresenta, in via ordinaria, lo strumento di verifica delle sue responsabilità a tutti i livelli: amministrativo, disciplinare ed anche giudiziario. Il questore quelle responsabilità se le assume tutte di fronte a voi, di fronte allo Stato e di fronte, ed a tutela, di tutti i collaboratori ai quali è stata affidata la concreta realizzazione di quelle articolate direttive. Tuttavia, in questa sede, credo non siano da ricercare solo i livelli di responsabilità, che già la normativa vigente in materia di ordine e sicurezza pubblica (tra l'altro già puntualmente illustrata da altri interlocutori) individua con precisione. È in gioco, piuttosto, la piena comprensione delle ragioni per le quali sia sul piano della prevenzione sia su quello del contrasto non si è riusciti, al meglio, a contenere da un lato gli eccessi violenti di una parte di coloro che a Genova hanno manifestato e, dall'altro, ad evitare deprecabili comportamenti di alcuni appartenenti alle forze dell'ordine, sui quali sono già in atto doverosi approfondimenti sia in sede amministrativa sia in sede giudiziaria.
In questa direzione e con questo spirito terrò la mia relazione, signor presidente, limitando evidentemente l'analisi al livello che mi è proprio, quello tecnico-operativo afferente le dinamiche di gestione dell'ordine pubblico.


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L'organizzazione e la pianificazione dell'attività di competenza del questore in relazione allo svolgimento nel capoluogo ligure del vertice G8 del luglio 2001 è stata avviata ancor prima che il Parlamento ufficializzasse la scelta della sede genovese con l'approvazione della legge 8 giugno 2000. n. 149, recante disposizioni per l'organizzazione del vertice G8 a Genova, giacchè la candidatura di Genova come sede prescelta per lo svolgimento di tale vertice era già stata formalmente proposta dal Governo nel dicembre 1999. In tal senso, avviavo in seno alla struttura un'attività di prima valutazione delle strategie da adottarsi e, altresì, un'attività di studio del dispositivo da realizzare, condotta evidentemente sulla scorta delle notizie, allora disponibili, in ordine alla sede prescelta del vertice, Palazzo Ducale, ed agli altri scenari che si potevano ipotizzare. In questa prima fase, ho orientato l'attività in una duplice direzione: quella della quantificazione presuntiva del personale delle forze di polizia da impiegarsi nei relativi servizi e quella della verifica attenta degli standard di sicurezza delle strutture e dei siti interessati, sia come residenza dei capi delegazione, sia come località di svolgimento di eventi collaterali. Indicazioni utili vennero tratte dal modello di organizzazione dei servizi di ordine e sicurezza disposti per il vertice G7 di Napoli, seppur adeguatamente rapportate al differente contesto urbanistico ed al quadro assolutamente non paragonabile delle preannunciate iniziative del dissenso.
Già nell'agosto 2000 formulavo un'organica previsione di impiego di personale della Polizia di Stato e delle altre forze di polizia pari a circa 18 mila uomini, comprensivi anche del personale delle forze territoriali e dei reparti specializzati, corredata anche da diverse ipotesi di alloggiamento sostanzialmente imperniate sul riallestimento, a fini residenziali, del comprensorio fieristico genovese e sul noleggio di navi.


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Il documento bozza che ho trasmesso nello stesso mese di agosto al servizio ordine pubblico ed alla direzione centrale dei servizi tecnico-logistici del dipartimento della pubblica sicurezza, oltre che al prefetto di Genova, conteneva già con buona approssimazione l'impianto generale dei servizi, poi concretamente realizzato e articolato sull'idea guida dell'individuazione di un'area di rispetto disegnata intorno alla sede dei lavori.
Quella traccia veniva sostanzialmente condivisa nell'impostazione generale dal dipartimento della pubblica sicurezza che nel mese di novembre 2000 elaborava, attenendosi allo schema di pianificazione ipotizzato, un documento di previsione di impiego di 14.500 unità tra personale delle forze di polizia e militari dell'esercito italiano, da impiegarsi secondo l'indicazione normativa della citata legge n.149 del 2000 e da inviare a disposizione del prefetto di Genova per le esigenze connesse al vertice G8.
Credo sia significativo evidenziare analiticamente questi passaggi organizzativi, poiché sottolineano come sin dall'inizio sia stato avviato e condotto tra la periferia e il centro un lavoro sinergico di analisi, di scambio informativo, di continuo confronto, peraltro assolutamente necessario di fronte ad un evento che definirei senza dubbio ultraterritoriale. Era infatti lo Stato italiano, prima ancora che la città di Genova, ad ospitare nell'anno di presidenza il vertice internazionale di maggior prestigio ed era, quindi, ovvio che il dipartimento della pubblica sicurezza affiancasse e supportasse l'autorità provinciale.
All'incirca nello stesso periodo in cui si formulavano dette previsioni, si avviavano complesse attività di natura info-investigativa mirate al perseguimento di diversi obiettivi: prioritariamente ad acquisire, sia pure entro i limiti di


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giurisdizione di competenza, ogni informazione utile a definire, nell'eterogeneo quadro della protesta e del dissenso, la posizione e le conseguenti iniziative che i diversi sodalizi dell'area antagonista genovese stavano definendo, anche quale supporto logistico a gruppi esterni. In altri termini si provava a referenziare territorialmente ogni indicazione che perveniva, attraverso il canale dipartimentale, dai servizi d'informazione in merito agli scenari della protesta che si andava così delineando; quindi ad abbozzare i confini dell'area di sicurezza nella quale attivare, con gli strumenti giuridici previsti dalla vigente normativa, le misure interdittive di natura straordinaria e temporanea necessarie al mantenimento degli auspicati livelli di sicurezza; conseguentemente, ad avviare il monitoraggio del censimento di tutta la popolazione residente o domiciliata per ragioni di lavoro nell'area medesima sia a fini preventivi, trattandosi per buona parte di un'area urbana ad alta incidenza di fenomenologie microcriminali, sia ai fini del successivo rilascio del titolo di accesso; infine, si provvedeva a verificare il livello di sicurezza e la difendibilità degli esercizi ricettivi dell'intera provincia di Genova che, in seno alla struttura di missione, venivano indicati come possibile residenza dei Capi di Stato e di Governo dei paesi del G8. In questa direzione, con provvedimento del 16 agosto 2000, provvedevo, sentito il prefetto, alla formale costituzione di un gruppo di lavoro interforze - GOI - composto da Polizia di Stato, Arma dei carabinieri e Guardia di finanza, cui ho affidato il compito di pianificare quelle misure di prevenzione e sicurezza suaccennate e necessarie alla migliore riuscita dell'evento.
Non credo sia superfluo sottolineare che molte delle questioni fondamentali, prima fra tutte la definizione della sede di residenza dei Capi di Stato, sono state sciolte con


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evidente ritardo, creando condizioni di lavoro affannose per tutta la struttura da me diretta. Se certezze mancavano sul versante dell'organizzazione dell'evento, ancor meno certa era l'articolazione delle iniziative di protesta e di dissenso, compresa quella riconducibile all'area del movimento disposto a dialogare con le istituzioni.
Ciò non vuole e non deve suonare come giustificazione, anche in relazione all'efficacia che ha indubbiamente avuto quella parte del dispositivo di sicurezza teso alla tutela del vertice e dei suoi protagonisti. Vuole viceversa rendere a questo uditorio il senso preciso dell'impegno e delle condizioni anche difficili e gravose in cui si è svolta la fase organizzativa, tesa alla rincorsa continua di certezze che potessero dare una qualche definizione ai progetti ed alle ipotesi operative.
Il primo e più importante di questi progetti operativi era senza dubbio rappresentato dalla realizzazione in concreto di quella che avrebbe poi assunto la formale definizione di zona rossa. A Seattle, a Nizza e da ultimo a Göteborg, le manifestazioni, anche violente, dei gruppi antagonisti avevano inciso profondamente sullo svolgimento dei vertici internazionali, rendendo necessarie modifiche anche radicali ai relativi programmi. Questo allora faceva assai riflettere, anche se oggi sembra quasi un elemento di dettaglio, tanto più che i governi stranieri, trattandosi della sicurezza dei rispettivi Capi di Stato e di Governo, esigevano dallo Stato italiano garanzie assolute in ordine alle misure di tutela poste in essere a contrasto di qualsivoglia azione, sia essa terroristica o anche solo dimostrativa e di disturbo. Era chiaro sin dall'inizio che questo obiettivo andava perseguito senza mezze misure e tuttavia rendendolo compatibile con altre esigenze primarie: la vivibilità della città sia all'interno sia all'esterno della zona di rispetto, la fruibilità dei diritti costituzionalmente garantiti di


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libera manifestazione del dissenso, la sicurezza in generale della cittadinanza. Quest'ultimo aspetto preoccupava moltissimo, giacché il rischio di attentati terroristici, assai pregnante per come si presentava la situazione politica internazionale, non rappresentava solo una minaccia per la personalità eventualmente destinataria dell'iniziativa, bensì per un'intera comunità di persone.
Mi preme mettere a parte questo Comitato di riflessioni che, per quanto possano apparire ovvie, in realtà mi sembra siano sfuggite nella valutazione generale condotta a posteriori. Ciò è dimostrato dal fatto che nei giudizi espressi anche da esponenti politici delle istituzioni locali nei confronti del dispositivo di protezione realizzato con l'istituzione della zona di rispetto rossa e gialla, si è sempre evidenziata la connotazione negativa della compressione delle libertà dei cittadini genovesi, sacrificate per l'esclusivo interesse dei Capi di Stato e di Governo stranieri. Mai si è fatto cenno, neanche marginalmente, alla valenza estremamente positiva di protezione di un ambito urbano e della sua popolazione, esposta a grave rischio per lo svolgimento in quello stesso ambito di un evento internazionale ritenuto estremamente «appetibile» per possibili iniziative terroristiche. La stessa questione, sollevata già a vertice in corso, della distribuzione delle forze in campo e l'asserito squilibrio tra le risorse destinate alla protezione nella zona rossa rispetto a quelle impiegate a contrasto dei manifestanti violenti, mi sembra condizionata da questa falsa prospettiva, che non tiene nel dovuto conto un dato oggettivo, ovverosia che il dispositivo della zona rossa ha offerto protezione totale ed assolutamente efficace oltre che a 15 mila addetti ai lavori - capi delegazione, delegati, traduttori, giornalisti, tecnici, inservienti e così via - anche ad altri circa 35 mila genovesi cui è toccato in sorte di risiedere o lavorare


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in una zona divenuta ad alto rischio per la loro stessa incolumità fisica. Questo è il significato della zona rossa e questo è stato il servizio assolutamente eccellente che la questura di Genova ha reso prioritariamente alla città ed ai cittadini di Genova, oltre che, naturalmente, allo Stato italiano ed agli illustri ospiti stranieri.
Nell'ordinanza di servizio del 12 luglio scorso troverete analiticamente indicate tutte le caratteristiche dell'area e le correlate modalità di fruizione conseguenti all'adozione del provvedimento prefettizio del 2 giugno che ne ha disciplinato in via eccezionale e temporanea il regime giuridico. Troverete anche traccia del complesso lavoro, svolto dalla questura di Genova, di coordinamento e raccordo delle attività di tutti gli enti erogatori o gestori di servizi pubblici essenziali sul territorio, che dovevano necessariamente interagire con le misure in atto e conformarsi a quel mutato regime garantendo, da un lato, il livello di efficienza dei servizi all'utenza senza, dall'altro, abbassare gli standard di sicurezza della zona protetta. L'allestimento in questura di una sala-situazione, collegata 24 ore con la sala operativa interforze, ha rappresentato sotto questo profilo l'aspetto organizzativo di maggior momento.
In questo, così come nella costituzione di un apposito ufficio pass, teso a garantire, nell'arco delle ventiquattro ore, la soluzione a tutte le problematiche di accesso alla zona rossa, si coglie - mi auguro - l'attenzione estrema che è stata posta all'esigenza di assicurare, pur nel disagio, la massima assistenza alla popolazione residente.
L'ulteriore progetto operativo riguardava l'individuazione di una zona cuscinetto, cosiddetta zona gialla, anch'essa individuata formalmente dal medesimo provvedimento prefettizio, nella quale fosse possibile interdire tutte le manifestazioni


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ritenute incompatibili con le misure di tutela in atto. Questa seconda zona di rispetto era consapevolmente orientata a preservare non tanto da rischi di matrice eversiva e terroristica, quanto piuttosto dalla temuta azione di accerchiamento, ampiamente preannunciata, dei movimenti antiglobalizzazione, che potesse non solo paralizzare alcune attività correlate al vertice (molti giornalisti, tecnici ed altre professionalità di supporto alloggiavano all'esterno della zona rossa), ma anche isolare quella parte di cittadinanza - ripeto, circa 35 mila persone - che doveva, in qualche modo, essere garantita nella possibilità di attendere alle normali e quotidiane occupazioni.
Nondimeno, era tenuto nella dovuta considerazione il rischio che azioni eccessivamente violente e numericamente supportate da masse significative di manifestanti, organizzate nelle immediate adiacenze delle recinzioni che delimitavano la zona rossa, potessero determinare una crisi del sistema di chiusura dell'area, pregiudicando così il corretto svolgimento del vertice.
Anche sulla zona gialla e sulla organizzazione dei servizi in quell'area sono state fatte valutazioni forse frettolose e non aderenti alla realtà operativa. Tornerò con maggiore precisione sull'esame dei fatti che hanno connotato le giornate del 20 e del 21 luglio, ma devo subito anticipare che non condivido il rilievo mosso da più parti, secondo il quale la zona gialla non avrebbe avuto una adeguata protezione da parte delle forze di polizia. È un rilievo che non rende giustizia alla comune esigenza di verità poiché, per converso, il dispositivo della zona gialla ha funzionato benissimo in relazione agli obiettivi che mirava a realizzare.
Intanto, ad onor del vero, tutte le più gravi azioni di devastazione e danneggiamento sono avvenute in ambiti urbani limitati ad una fascia di circa 3 chilometri quadrati ed esterni


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comunque a questa zona cuscinetto che si estendeva - lo ricordo - dalla zona Fiera del mare, a levante della città, ad un arco di territorio circoscritto da un confine più o meno coincidente con la viabilità della cosiddetta circonvallazione a monte sino, a ponente, al confine territoriale della delegazione di Sampierdarena.
In questi ambiti, come era stato prefissato, non sono penetrate le frange più violente né si sono svolte al loro interno iniziative incompatibili con le misure di sicurezza in atto. Le cosiddette piazze tematiche, non interdette in area gialla al Genoa social forum, sono state scenario di manifestazioni di dissenso ampiamente tollerabili, sia pure con eccessi ed intemperanze.
Anche in tale caso è avvenuto ciò che sostanzialmente si era ipotizzato. Questa scelta, da qualche parte criticata perché apparentemente in contraddizione con limitazioni allo svolgimento di pubbliche manifestazioni statuite dal provvedimento prefettizio del 2 giugno, ancora oggi appare, in realtà, una scelta positiva poiché ha, in qualche modo, offerto spazi di visibilità elevata all'ala più moderata del movimento, sottraendola, anche fisicamente, a chi moderato non era.
L'ordinanza del questore del 12 luglio scorso disciplinava i servizi di ordine e sicurezza pubblica per lo svolgimento delle manifestazioni di dissenso di cui allora si aveva notizia. Quelle disposizioni tenevano conto delle notizie disponibili in ordine alle iniziative del Genoa social forum e di altri promotori che avevano formalizzato preavvisi nei giorni precedenti e dei quali il mio ufficio aveva preso atto, avendoli ritenuti compatibili con la situazione generale della sicurezza pubblica.
Ciò che appariva evidente era la difficoltà che probabilmente gli stessi portavoce del movimento Genoa social forum avevano nel convogliare su una base di intesa comune le


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molteplici anime della protesta. Ne è testimonianza la continua modifica delle preavvisate modalità di effettuazione delle manifestazioni: sul punto voglio fornire elementi di maggiore dettaglio.
La manifestazione del giorno 19 luglio, il cosiddetto corteo dei migranti, svoltosi come noto senza incidenti, è stata formalmente preavvisata con nota del 4 luglio a firma dei promotori e successivamente modificata nel percorso con nota del 16 luglio. Non sarà sfuggito che l'ordinanza di servizio già citata, edita in data 12 luglio, riporta il vecchio percorso e dunque un dispositivo, poi modificato, con seguito di ordinanza, che naturalmente ho allegato alla documentazione prodotta.
Le manifestazioni del giorno 20 luglio sono state anch'esse preavvisate formalmente in data 4 luglio in termini assai generici ed assolutamente incompatibili con il dispositivo di sicurezza, preannunciando l'occupazione di piazze e l'effettuazione di cortei all'interno della zona rossa.
Il preavviso definitivo venne formalizzato con sostanziali modifiche in data 16 luglio. Questo è il motivo per cui nell'ordinanza principale si rinvia a successive disposizioni. Devo sottolineare questi passaggi perché - come dirò meglio in seguito - un profilo di censura del lavoro organizzato e curato dalla questura di Genova ha messo l'accento anche sull'asserito ritardo nell'emanazione delle direttive afferenti le manifestazioni di protesta del giorno 20 luglio. È una critica che non tiene nella dovuta considerazione tali elementi di valutazione forse frettolosamente trascurati.
Anche il «corteo internazionale» del 21 luglio ha avuto una maturazione complessa e sofferta ma, a differenza delle


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iniziative dei giorni precedenti, rispetto al preavviso formale prodotto il 4 luglio, non ci sono state successive variazioni sul percorso.
In riferimento a questi preavvisi, definiti con le modalità cronologiche indicate, in qualità di autorità provinciale di pubblica sicurezza avviavo l'istruttoria per la valutazione delle compatibilità del diritto a manifestare costituzionalmente garantito con le esigenza di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, valore suscettibile di analoghe garanzie.
Naturalmente, in questa fase, vi è stata piena concertazione - come è ovvio che fosse - sia con il prefetto di Genova sia con il dipartimento della pubblica sicurezza, nella persona del vice capo vicario della polizia, prefetto Andreassi, presenti in questura, trattandosi di scelte di rilevanza tale che non potevano non maturare in un ambito ultraprovinciale.
In relazione alla preavvisata iniziativa del giorno 19 luglio, il cosiddetto corteo dei migranti, si riteneva di non dover adottare alcuna prescrizione o divieto, anche se il percorso proposto interessava, per buona parte, la zona gialla sulla quale insisteva già il divieto generale indicato nel provvedimento prefettizio del 2 giugno.
Devo fornire sul punto qualche precisazione, ai fini di una corretta interpretazione, anche tecnico- giuridica, delle procedure seguite nel caso concreto. Il citato provvedimento prefettizio, nell'individuare i regimi di fruibilità della zona gialla, prevedeva genericamente un divieto di manifestazione di natura statica o dinamica, finalisticamente orientato ad evitare, come accennato, forme di accerchiamento che rendessero impraticabile l'intera zona circostante l'area di massima sicurezza.
Naturalmente, sotto il profilo strettamente giuridico, il divieto doveva poi trovare una specifica tecnica, a fronte di un


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preavviso di manifestazione che interessasse quella zona, in un provvedimento del questore che necessariamente attualizzasse la motivazione del diniego, valutando in concreto le ragioni di ordine e sicurezza pubblica preponderanti rispetto al diritto di manifestare e che non fossero un generico e tautologico richiamo alla previsione contenuta nel provvedimento prefettizio. Residuava, in altri termini, un momento discrezionale nella competenza del questore.
Fatte le debite valutazioni, sempre di concerto con i referenti istituzionali già citati, e ritenuto che nella giornata del 19 luglio non vi era il problema della concomitanza dei lavori del vertice, iniziato il giorno successivo, si decideva di non adottare alcun divieto o prescrizione. Viceversa, per le manifestazioni preavvisate per la data del 20 luglio, al termine di una non facile riflessione avviata a tutti livelli e supportata da considerazioni tecniche di opportunità che recepivano anche precise indicazioni fornite dal capo della Polizia, anch'egli interlocutore, come già ricordato, degli esponenti del movimento, adottavo due provvedimenti, ai sensi dell'articolo 18, comma 4, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
Il primo, recante la data del 17 luglio, prende atto del preavviso presentato dall'organizzazione sindacale CUB per un corteo da svolgersi alle ore 14 del giorno 20 luglio e ne prescrive il termine del percorso in piazza Di Negro. Il secondo provvedimento, recante la data del 19 luglio, prende atto del preavviso dei referenti del Genoa social forum per l'occupazione dalle ore 6 alle ore 24 del 20 luglio di nove piazze del centro cittadino per manifestazioni stanziali di accerchiamento della zona rossa e per lo svolgimento di un corteo senza precisa indicazione di orario, con partenza da corso Gastaldi ed arrivo in piazza De Ferrari all'interno della zona rossa e vieta l'occupazione delle piazze indicate e delle aree limitrofe,


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tranne piazza Dante, piazza Carignano, piazza Manin, piazza Villa, piazza dello Zerbino e piazza Paolo da Novi: in pratica la prosecuzione del corteo del Genoa social forum oltre piazza Verdi. Non è stato un corteo autorizzato, bensì si è trattato di una massa di manifestanti che si sono concentrati a circa seicento metri da piazza Verdi; per questa ragione, il dispositivo della mia ordinanza vietava l'occupazione di piazza Verdi.
Sulla base di tali provvedimenti veniva redatta l'ordinanza di servizio del 19 luglio contenente la disciplina dei servizi di ordine e sicurezza pubblica del giorno 20 luglio, disposta per tutti i prefigurati scenari della protesta.
Fin qui ho descritto sommariamente le diverse fasi organizzative, poi recepite in atti formali. Mi corre l'obbligo, nel prosieguo, di fornire qualche approfondimento su alcuni aspetti particolari e naturalmente su alcuni episodi poi verificatisi nella fase realizzativa di tale pianificazione, cercando in qualche modo di offrire già una qualche risposta ai molteplici quesiti formulati in questa sede ad altri referenti qualificati dell'amministrazione dell'interno.
Il dispositivo posto in essere era frutto di una complessa e non facile istruttoria, condotta per diversi giorni attraverso diverse riunioni svoltesi alla presenza del vice capo della polizia, prefetto Andreassi, e di altri referenti qualificati delle direzioni centrali del dipartimento, segnatamente la direzione centrale per la polizia di prevenzione e la direzione centrale della polizia criminale, coinvolte, a diverso titolo, nell'organizzazione dei servizi. Obiettivo di dette riunioni era quello di mettere sul tappeto tutte le informazioni disponibili che affluivano attraverso i canali informativi istituzionali al fine di confrontare, dalle diverse angolature, le idee e le proposte sulle modalità di gestione dei servizi di ordine pubblico sul territorio.


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Questa attività non si è mai interrotta ed ha evidentemente orientato le scelte finali, tradotte, come di regola, nell'ordinanza del questore. Anche in relazione alla disciplina dei servizi del giorno 20 luglio, il confronto allargato, cui ho fatto cenno, ha inciso sull'assetto organizzativo dei reparti sul territorio, esattamente per effetto di alcune notizie afferenti possibili strategie che diversi gruppi del dissenso avrebbero posto in essere e che mi ha determinato a correggere la pianificazione elaborata.
Sulla pianificazione dei servizi del giorno 21 luglio, in occasione del corteo internazionale, ha inciso invece, in misura determinante, la correzione, necessitata dall'episodio della morte del manifestante Carlo Giuliani, circa l'impiego dei reparti dell'Arma dei carabinieri. Vorrei ricordare che nella serata del 20 luglio ho dovuto dare esecuzione a questa precisa e condivisibile direttiva, sostituendo ai contingenti dell'Arma dei carabinieri, impegnati nell'azione di vigilanza sul corteo, altrettanti contingenti della Polizia di Stato.
Purtroppo, nei giudizi riportati dagli organi di informazione, anche sulla scorta delle prime indiscrezioni trapelate in merito all'indagine ispettiva, si è parlato di carenze organizzative, anche in relazione a tale modalità di pianificazione.
Devo respingere tale rilievo: in parte, perché chi ha esperienza di manifestazioni di tale complessità sa bene quali continue modifiche e variazioni debbano essere apportate alla pianificazione dei servizi ed anche, naturalmente a servizi in corso, per effetto di un flusso continuo di informazioni e dunque di elementi nuovi di valutazione che portano a correggere, per una maggiore efficienza operativa, le scelte iniziali; in parte, perché è scorretto pensare che non vi sia stata alcuna pianificazione sino al giorno precedente l'evento.


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Al contrario, era da diverso tempo avviata una profonda riflessione in ordine alle strategie da adottare in piazza per contenere la minaccia costituita dai gruppi radicali.
È possibile che tali accorgimenti, adottati nell'imminenza dei servizi e, talvolta, anche per ragioni ineluttabili, abbiano influito negativamente sull'efficienza del dispositivo di contrasto; tuttavia, essi non sono stati sicuramente frutto di approssimazione e di superficialità.
In ordine ad un altro aspetto oggetto di critica, anch'esso già evidenziato in quest'aula, ritengo limitativo, nell'esame critico dei fatti, indicare nelle asserite carenze dell'apparato informativo e nella prevenzione in generale uno dei motivi principali della scarsa capacità di contrasto delle frange estreme violente.
Vorrei sottolineare, in primo luogo, che il fenomeno dei gruppi anarco-insurrezionalisti, o «blocco nero», per le modalità di azione che ha mostrato nella piazza, ha dato l'impressione di costituire non solo una realtà autonoma, bensì anche una frangia violenta e numericamente significativa, interna, sia pure ben mimetizzata, agli altri blocchi del dissenso.
In secondo luogo, l'attività informativa mi risulta, al contrario, essersi svolta in modo assai capillare e complesso, sia a livello locale sia a livello nazionale ed internazionale.
Ho già affermato che un'ottica «provinciale» dei problemi era assolutamente inadeguata; occorreva invece una visione complessiva sia dei soggetti intenzionati ad attentare alla sicurezza dei Capi di Stato e di Governo, sia delle organizzazioni e delle aree del dissenso nazionali ed internazionali, alcune delle quali si prefiggevano di impedire il vertice.
Occorreva inoltre un continuo scambio di informazioni con i servizi di sicurezza dei paesi che avrebbero partecipato al


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vertice ed era poi necessario, per il questore, recepire queste informazioni, valutarle e trasfonderle in disposizioni di servizio: la famosa ordinanza del 12 luglio.
Come riferito dal comandante generale dell'Arma dei carabinieri, sin dal 16 novembre 2000 la strategia delle forze dell'ordine è stata oggetto di approfondite valutazioni da parte del comitato nazionale dell'ordine e della sicurezza pubblica per individuare le possibili minacce alla sicurezza delle delegazioni, le misure di contrasto da adottare, nonché le forze necessarie allo scopo.
Parallelamente, presso la segreteria generale del CESIS, è stato costituito un gruppo di lavoro interforze per esaminare tutte le informazioni relative alla manifestazione.
Era chiaro che nella preparazione del piano di sicurezza al questore doveva essere fornito un costante, qualificato supporto. A questo fine, il capo della polizia ha inviato a Genova il suo vice, il quale, valutando con tempestività il progredire del lavoro e fornendo i suoi preziosi suggerimenti, è divenuto per il questore stesso un obbligato ed insostituibile punto di riferimento. Sempre al medesimo scopo, il capo della polizia ha poi inviato a Genova, in varie riprese, i massimi esponenti degli organismi specializzati di prevenzione e antiterrorismo e di polizia giudiziaria.
Nel periodo precedente al vertice sono state eseguite, su tutto il territorio nazionale, numerose perquisizioni domiciliari ed ispezioni locali. Ad esempio, tra il 16 e il 17 luglio, sono stati contestualmente perquisiti alcuni centri sociali di Torino, Genova, Padova, Firenze e Napoli.
Per fronteggiare le minacce terroristiche è stata attivata ogni forma di collaborazione con gli organi di polizia degli altri paesi e di tale compito è stato incaricato il direttore


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centrale della polizia di prevenzione, che si è più volte recato all'estero per il necessario scambio di dati e informazioni.
L'attività si è estesa al ripristino dei controlli di frontiera, ai sensi della Convenzione applicativa dell'accordo di Schengen; sono stati riattivati i valichi di frontiera e rinforzati gli uffici di frontiera. Ciò ha consentito di effettuare 140 mila controlli circa e respingere dalla frontiera più di 2 mila persone: non sappiamo cosa sarebbe accaduto se queste 2 mila persone avessero raggiunto Genova ed avessero potuto partecipare ai disordini.
Sono stati attivati servizi per la prevenzione di azioni di disturbo ai sistemi di comunicazione e di interferenze ai 132 ripetitori televisivi liguri, con la collaborazione del Ministero delle comunicazioni, che ha messo a disposizione attrezzature e personale specializzato.
Sul piano locale, la questura di Genova ha proceduto, nel periodo immediatamente precedente allo svolgimento del vertice G8, ad una approfondita attività di prevenzione, concretizzatasi nei sottoelencati servizi.
A partire dal 20 giugno e fino ai giorni immediatamente precedenti la manifestazione, sono state controllate 291 strutture alberghiere di prima, seconda e terza categoria, nel capoluogo e nella provincia di Genova. Si è proceduto al controllo di 14 armerie site in Genova e nei comuni di Lavagna, Chiavari, Rapallo e Recco. Dal 22 giugno sono stati controllati e costantemente monitorati 10 autonoleggi operativi in Genova e nei comuni della provincia. Dal 3 al 10 luglio si è proceduto al controllo di 119 negozi di ferramenta presenti in Genova e nei comuni della provincia. Nel mese di luglio sono stati controllati 35 campeggi ubicati nel territorio provinciale. Nello stesso periodo, sono stati controllati, da Genova fino alla provincia di La Spezia, 9 centri di agriturismo.


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Ancora in luglio e fino ai giorni immediatamente precedenti al vertice, si è infine proceduto al controllo di 28 negozi di materiale antinfortunistico, operanti in Genova e nei comuni di Chiavari, Rapallo, Casella ed Arenzano.
Sotto il profilo più strettamente investigativo, sono state effettuate, sempre in ambito locale, 24 intercettazioni telefoniche e ambientali, 2 intercettazioni di posta elettronica, 123 perquisizioni domiciliari ai sensi dell'articolo 41 e dell'articolo 4 della legge 22 maggio 1975, n. 152, tra cui quelle dei centri sociali Immensa, Pinelli (due volte) dello stadio Carlini e dello stadio di via dei Ciclamini.
Nei giorni del vertice, infine, in questura è stata costituita una sala operativa internazionale, in modo da assicurare la costante collaborazione di funzionari degli organi di polizia estera con le autorità italiane.
In sintesi, nel contesto di un evento internazionale così importante e complesso, in cui lo stesso dipartimento della pubblica sicurezza ha espresso - e non poteva essere altrimenti - il massimo sforzo possibile, proponendo iniziative, preventivamente valutando ed approvando tutte le decisioni del questore, mi pare difficile sostenere, anche in quest'ambito, che vi siano state carenze organizzative. Probabilmente, sul piano squisitamente preventivo, si è avuto un risultato inferiore a quello stimato, ma non è detto che ciò sia necessariamente attribuibile ad un deficit di organizzazione o di preparazione dell'evento.
Al contrario, io credo che le strategie vi fossero, ed anche assai ben articolate, puntualmente trasfuse nell'ordinanza del questore del 12 luglio ed in tutte quelle successive che vi sono state consegnate in copia.
Voglio dedicare qualche riflessione al fronte della protesta, non certo per fornire analisi teoriche, che forse altri più di me


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sono in grado di fornire, ma semplicemente per mettere a vostra disposizione il frutto della concreta esperienza di lavoro e forse anche per dimostrare, se possibile, che esistevano oggettive difficoltà di contrasto all'azione violenta di alcuni manifestanti.
In base all'attività di intelligence svolta, l'area antagonista è stata suddivisa in diversi gruppi, in relazione alle diverse caratteristiche ideologiche e di comportamento.
È emersa una grande varietà delle strategie di protesta, dalla manifestazione pacifica alla resistenza passiva, dalla pianificazione di azioni violente fino alla violazione della zona rossa allo scopo di impedire le manifestazioni ufficiali.
Obiettivi dichiarati delle azioni violente erano le installazioni di sistemi di telecomunicazione televisiva, le sedi di partito, gli organi di stampa, le amministrazioni pubbliche, le banche ed associazioni varie.
Le analisi dei servizi di informazione si incentrano sul blocco nero, valutato in circa 500 italiani e 2 mila stranieri. Tuttavia, a Genova i disordini non possono essere attribuiti solo all'azione dei black bloc, ma vedono coinvolto un elevato numero di manifestanti appartenenti a gruppi differenti. In estrema sintesi, la storia delle tute nere è contenuta nella sentenza con la quale il tribunale del riesame di Genova ha respinto le istanze di scarcerazione, presentate da dieci manifestanti tedesche. Nel documento sono sintetizzate anche le modalità d'azione del movimento, organizzazione armata e senza ordine gerarchico. Il black bloc, blocco nero - recita il provvedimento giudiziario - è un'associazione armata, costituita da individui o gruppi affini, che si raggruppano in modo spontaneo, organizzato in un certo momento, in occasione di manifestazioni o di azioni politiche; vestono generalmente di


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nero e portano una maschera, un fazzoletto, un passamontagna. Riunite, queste differenti persone formano un blocco nero.
Hanno manifestato per la prima volta negli Stati Uniti in occasione della guerra del Golfo del 1991, ma solo nel 1999 si sono imposti alla scena mondiale. A Seattle attaccarono e distrussero i simboli della globalizzazione; nella circostanza, tale azione durò per oltre cinque ore, consistendo nello sfondamento delle porte, delle vetrine e di tutte le vetrate, nonché nella devastazione delle lussuose facciate dei megastore delle multinazionali e delle sedi delle aziende o delle banche.
Pur in assenza di un capo e di una struttura gerarchica, coloro che si riconoscono nell'organizzazione dei black bloc, riuniti per gruppi omogenei di persone legate da vincoli di conoscenza o di amicizia, in occasione degli eventi politici che l'organizzazione riconosce preventivamente, si riuniscono dando vita a quelle unità operative che sono state viste in azione a Genova.
Venendo all'analisi dei fatti di Genova, sono emerse varie «anime» all'interno dell'area antagonista in cui si è tentato di far coesistere componenti pacifiche con altre di tipo estremista o, peggio, eversive. In particolare, si sono avute sia dichiarazioni di volontà di alcuni gruppi di impedire il vertice, sia azioni particolarmente violente di professionisti della guerriglia. Ad esempio, la mattina del 20 luglio, in più punti della zona del Levante sono partite contemporaneamente azioni di distruzione generalizzata ed indistinta e vere e proprie operazioni di guerriglia urbana, con attacchi alle forze dell'ordine di gravità inusitata da parte del gruppo anarchico-insurrezionale, che ha utilizzato la massa d'urto di un corteo disposto ad affrontare i reparti di polizia pur di violare l'area interdetta. Basti pensare all'episodio in cui ha trovato la morte


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Carlo Giuliani: si è trattato di una pesante e violenta aggressione, un tentativo di linciaggio verso i carabinieri messo in atto non dalle tute nere, ma da gruppi di manifestanti di altro tipo.
Evidentemente è molto difficile individuare preventivamente gli appartenenti al blocco nero che si spostano in forma anonima e compaiono con i segni distintivi del movimento solo in occasione degli scontri di piazza, favoriti anche dall'appoggio di altre frange di manifestanti asseritamente meno violente.
È stato osservato che a Genova la polizia non avrebbe attuato quelle azioni di prevenzione finalizzate ad isolare i violenti dai manifestanti pacifici. Al riguardo, è stato giustamente portato ad esempio il caso di accordi tra forze di polizia e promotori di manifestazioni che in passato hanno sempre consentito di isolare i violenti al fondo dei cortei, in modo da rendere loro impossibile ogni azione di disturbo o di danneggiamento.
Sottolineo che ciò avveniva ed avviene a seguito di accordi tra le forze di polizia e i promotori della manifestazione. Per raggiungere un accordo occorre la concorde volontà delle parti e, in quella circostanza, il Genoa social forum aveva ripetutamente dichiarato di non essere in grado di isolare i violenti ed aveva anche dimostrato di non essere neppure in grado di riconoscerli. Da parte del Genoa social forum non è pervenuta alle forze di polizia una sola denuncia, una sola dichiarazione, una sola indicazione che consentisse di identificare fisicamente gli autori di atti di violenza o i promotori di azioni violente.
Eravamo tutti ben consapevoli di questa difficoltà, come emerge anche dall'incontro di servizio del 12 aprile in prefettura, durante il quale si analizzò una prima richiesta del movimento Genoa social forum per l'effettuazione della manifestazione di dissenso del giorno 20 luglio. Cito testualmente


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il verbale: «Sotto questo profilo non è quindi tanto importante la contemporaneità degli eventi quanto piuttosto l'appesantimento delle attività delle forze dell'ordine che devono tendere ad impedire che si inseriscano nelle manifestazioni pacifiche elementi portatori di violenza che debbono essere discriminati; discriminazione che appare profilarsi più complicata se si dà ascolto ai segnali da più parti provenienti che fanno supporre che i movimenti che hanno dato luogo negli ultimi tempi ad atti vandalici o violenti stiano pensando di modificare le loro strategie. Intenderebbero, infatti, abbandonare gli usuali mascheramenti per confondersi in tal modo con gli altri manifestanti e rendere quindi nei fatti molto più difficile per le forze dell'ordine operare lo screening senza possedere elementi identificativi». Sempre nel medesimo incontro di servizio del 12 aprile tutti convenivamo sul fatto che sembrava quasi un complessivo e articolato programma di iniziative collocate a scacchiera sul territorio cittadino in punti strategici che corrispondeva ad un disegno minuziosamente studiato per paralizzare sia la capacità operativa delle forze dell'ordine sia la mobilità delle delegazioni governative.
Quanto allora ipotizzato si è puntualmente verificato con una particolarità: ogni volta che la questura di Genova ha cercato di avviare qualche forma di dialogo per tentare di isolare i violenti ha sempre dovuto trovare interlocutori diversi dal Genoa social forum.
Sia venerdì 20 sia sabato 21 luglio abbiamo tentato in ogni maniera di isolare i violenti dai manifestanti pacifici in modi differenti, essendo chiaro che tentare di isolare qualcuno all'interno di un corteo è cosa ben diversa dal tenere separati gruppi che non si muovono in corteo.
Il preavviso di manifestazione per il giorno 20 presentato dal Genoa social forum e consistente, come detto, nell'occupazione


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di una serie di piazze, alcune delle quali poste all'interno della zona gialla, era complessivo, nel senso che il Genoa social forum non indicava in quale modo le diverse componenti (si rammenti che il Genoa social forum comprendeva circa 800 sigle, anche molto diverse tra loro) si sarebbero suddivise le piazze.
Lo ripeto perché è importante capire le difficoltà che abbiamo incontrato: il Genoa social forum non ha saputo o voluto indicarci come sarebbe avvenuta la suddivisione delle piazze. Cito a questo riguardo un articolo apparso sul quotidiano la Repubblica: «Un muro di container circonda piazza Verdi, il grande quadrilatero fra la stazione Brignole e piazza Dante e l'imboccatura inferiore di via XX Settembre. Proprio qui, dove hanno intenzione di arrivare le tute bianche con il loro corteo non autorizzato dal questore per provare ad invadere la zona rossa, la polizia ha giocato di anticipo. E nella notte ha piazzato decine e decine di container per sbarrare la strada ai dimostranti. Così è stato eretto un impressionante muraglione di cassoni colorati su due file e a doppia altezza, praticamente invalicabile. Adesso tutti gli accessi alla piazza sono stati chiusi, restano solo stretti varchi a Levante: gli sbocchi di via Canevari, via Tolemaide e corso Buenos Aires (...). Per quanto riguarda gli anarchici, le forze dell'ordine avevano circondato il centro sociale Pinelli dove erano riuniti. Sembrava che non volessero consentire l'uscita dei contestatori, ma alla fine dopo una trattativa è stato dato il via libera».
Il giornalista ha ben descritto ciò che è accaduto durante la notte: abbiamo piazzato decine di container e abbiamo tentato di ritardare - non di impedire, il che non sarebbe stato consentito - l'arrivo in piazza di coloro che si ritenevano più vicini alle frange violente. Il motivo di tutto ciò è molto semplice: nonostante l'atteggiamento quasi omertoso del Genoa


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social forum, avevamo potuto sapere che in piazza Paolo Da Novi si sarebbero probabilmente riuniti gli aderenti al network - attenzione: non il black bloc - ed avevamo appreso dell'intenzione delle tute bianche di tentare, alle ore 8, un attacco nella zona rossa transitando da via Tolemaide a piazza Verdi. Ci era stata riferita, infine, l'intenzione del network di infiltrarsi nel corteo delle tute bianche per effettuare azioni violente.
Grazie a queste informazioni abbiamo, anzitutto, disposto decine di container non certo per bloccare le tute bianche, ma per tenerle separate dal network. Contemporaneamente, abbiamo effettuato alcuni interventi nei punti di ritrovo per ritardare l'uscita di alcuni gruppi e fare in modo che le tute bianche potessero raggiungere da sole piazza Verdi. Perché tutto ciò? Fino ad oggi le tute bianche, quando hanno agito da sole, hanno perseguito i loro obiettivi senza distruzione né danni alle persone e, quindi, sarebbe stato possibile contrastarle senza necessità di cariche né di uso di lacrimogeni.
Purtroppo, le cose sono andate ben diversamente: in piazza Paolo Da Novi oltre al network si sono concentrati anche altri gruppi più violenti, mentre le tute bianche si sono presentate molto più tardi in piazza Verdi con un corteo in cui erano infiltrate frange più violente che hanno iniziato subito l'attacco alle forze dell'ordine.
Questa vicenda trova riscontro anche in un comunicato, apparso su Internet, dal titolo «Genova, black bloc e il resto». Un altro punto di critica del black bloc riguarda il fatto che venerdì, appena iniziato il corteo, si è subito partiti attaccando poliziotti e proprietà e questo fatto ha comportato che il black bloc si spaccasse in due parti: una è andata a nord e l'altra a sud con i Cobas.


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Quando, in circostanze diverse, si è trattato di intervenire su gruppi violenti frammisti ad altri gruppi, ci siamo sempre trovati di fronte ad una totale non collaborazione. Cito ancora l'articolo «Anarchici scatenanti, scontri e feriti» de la Repubblica: «Altro momento di tensione in piazza Manin dove i pacifisti del Genoa social forum provano a creare un cuscinetto umano tra il black bloc e la polizia. La tattica, però, non riesce e le forze dell'ordine caricano nel mucchio colpendo anche la parlamentare di Rifondazione comunista, Elettra Deiana, che resta ferita».
Un articolo de la Repubblica non è certo un testo sacro, ma, senza entrare nel merito circa l'opportunità o meno della carica, mi chiedo: «creare un cuscinetto umano tra il black bloc e la polizia» non significa forse frapporsi per tentare di impedire alla polizia di intervenire?
Situazioni come queste si sono ripetute anche il giorno 21 durante il corteo e se ne trova traccia nelle relazioni di servizio dei funzionari che sono a disposizione del Comitato. Solo da lì, infatti, si può conoscere il grande lavoro svolto dai funzionari e da tutto il personale impegnato in quelle giornate massacranti di servizio per l'ordine pubblico a Genova, e che in questa circostanza mi corre l'obbligo, ancora una volta, di ringraziare.
Ho cercato di dimostrare che la questura di Genova ha attivato ogni possibile azione di isolamento dei gruppi violenti. Non mi risulta che il Genoa social forum abbia mai collaborato con le forze dell'ordine per isolare i gruppi che entravano e uscivano dai cortei per le loro azioni di guerriglia, né mi risulta che i partecipanti non violenti abbiano mai denunciato qualcuno dei componenti dei gruppi organizzati di guerriglia.
Vi è di più: si è anche detto che i violenti occultati all'interno dei cortei potevano essere facilmente individuati. Le


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cose stanno in modo diverso. Nel periodo precedente il vertice su Internet venivano forniti, anche dalle tute bianche, consigli per la creazione di caschi, scudi in plastica, bardature, eccetera. Vi erano istruzioni per raggiungere Genova dall'estero evitando i controlli: si suggeriva di viaggiare in treno ed in piccoli gruppi, senza utilizzare gli autobus per evitare di essere respinti alla frontiera, e di inventare storie di copertura (addetti stampa, turisti, eccetera).
La giornata di venerdì è stata caratterizzata da una forte aggressività, da molti attacchi dei manifestanti contro le forze dell'ordine e l'equipaggiamento dei soggetti più violenti era quello descritto. Esso infatti comprendeva: passamontagna per coprire il volto, caschi, scudi, protezioni per il corpo e maschere antigas. Le storie di copertura, poi, sono state ampiamente utilizzate anche davanti alla magistratura. Dunque, la differenza tra i gruppi non era così evidente e l'identificazione meno immediata di quanto si pensi.
A questo riguardo mi soccorrono e vanno condivise le motivazioni del tribunale del riesame di Genova. Dal fatto che gli appartenenti ad un gruppo siano vestiti di nero non è possibile - ha sostenuto quell'organo giudiziario - far discendere la loro appartenenza ad un'associazione per delinquere, finalizzata alla devastazione (il black bloc); neppure il fatto che alcuni abbiano subìto lesioni dimostra la partecipazione a scontri con le forze dell'ordine. Infine, il trasporto su un furgone di una mazzetta da muratore, di assi di legno, fionde ed altri oggetti utilizzabili contro le forze dell'ordine può trovare giustificazione in attività perfettamente lecite.
Un'ultima precisazione. È stato chiesto per quale motivo le forze dell'ordine non siano riuscite a sorprendere in flagranza i soggetti che hanno compiuto le azioni di distruzione e di violenza. La risposta è che le forze dell'ordine sono attrezzate


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per garantire l'ordine pubblico, cioè per affrontare situazioni di dissenso, anche pesante, in cui chi contesta ha comunque un obiettivo da raggiungere: occupare una sede stradale, una fabbrica, magari colpendo le forze di polizia medesime. Qui la distruzione ed il danneggiamento erano fini a se stessi: noi proteggevamo una agenzia di banca mentre un gruppo colpiva un esercizio commerciale o un distributore di benzina ed altri incendiavano l'utilitaria di una pensionata.
Questo comportamento ha una sua base ideologica di cui vi è cenno, ad esempio, nel comunicato n. 30 di una sezione del blocco nero, la fonte è sempre Internet, che intendo citare: «Quando rompiamo una vetrina noi aspiriamo a distruggere la sottile maschera di legittimità che circonda i diritti di proprietà».
Non si è trattato di ordine pubblico, ma di cieca guerriglia urbana e contro tale offesa è stato predisposto un dispositivo che ha presentato, forse, alcune lacune. Forse non avevamo la preparazione necessaria per contrastare azioni di guerriglia, anche se ancora oggi mi chiedo quale possa essere la strategia giusta per contrastare queste forme di indiscriminata violenza e distruzione e se questo possa avvenire con l'impiego di reparti che avrebbero, come naturale compito, la tutela di una pacifica - ripeto, pacifica - manifestazione del pensiero. La polizia non ama la guerriglia urbana, che male si accorda con le sue tattiche militari, che invece postulano soluzioni lente, immobili e prevedibili per poter dispiegare la sua forza di controllo pachidermica e il suo ordine gerarchico pianificato, citato nella sentenza del tribunale del riesame di Genova n. 698 del 2001.
Del resto, per avere una migliore comprensione della vicenda si può leggere il resoconto delle giornate di Seattle su un sito Internet del black bloc: la maggior parte di noi del


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blocco ha evitato feriti pesanti rimanendo costantemente in movimento, cercando di evitare lo scontro frontale con la polizia. Stavamo stretti ed ognuno guardava le spalle dell'altro. Quelli attaccati dai federali sono sfuggiti all'arresto grazie alla velocità di reazione ed all'organizzazione dei membri del black bloc. Il senso di solidarietà è stato imponente.
Si è da più parti detto che le condizioni di guerriglia, create da criminali violenti e facinorosi, hanno, in alcuni casi, determinato un eccesso nell'uso della forza. Si è anche sostenuto che vi sarebbero centinaia di foto, di immagini televisive, eccetera, che rappresentano poliziotti, carabinieri e finanzieri che pestano sistematicamente partecipanti al corteo. Su tale punto ritengo si debba fare estrema chiarezza e porre fine ad un processo di criminalizzazione delle forze di polizia che sembra essere in corso. A Genova, la stragrande maggioranza degli appartenenti alle forze di polizia si è comportata correttamente: nonostante l'eccezionalità della situazione, il personale in servizio ha mostrato coraggio ed abnegazione.
In relazione alla violenza inaudita degli attacchi subìti, tutti i reparti hanno fornito prova di preparazione professionale, spirito di sacrificio ed attaccamento alle istituzioni democratiche. Le frange violente dei contestatori, diverse migliaia, hanno condotto attacchi indiscriminati. Si è trattato di guerriglia accuratamente pianificata, con devastazione di cose pubbliche e private ed un particolare accanimento nei confronti delle forze dell'ordine.
I rinforzi consistevano in oltre 11 mila unità, escluse le Forze armate; in quel contesto, nel corso delle manifestazioni, sono emersi e sono stati portati all'attenzione degli ispettori ministeriali tredici episodi di violenza, di cui tre hanno riguardato l'Arma dei carabinieri, due la Guardia di finanza ed i rimanenti otto la Polizia di Stato. Quest'ultima, come si


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ricorderà, è stata la forza di polizia che ha quasi completamente sostenuto le situazioni di ordine pubblico del 21 luglio 2001.
I singoli episodi di violenza, che non sono mai giustificabili, possono trovare una chiave di lettura nel prolungato impiego in servizi particolarmente stressanti. A tale riguardo, vanno tenuti in conto due importanti aspetti: da un lato, l'impiego ininterrotto per diverse ore, seppur assolutamente necessitato in quelle circostanze, incide sulle condizioni psicofisiche degli operatori; dall'altro, i video non sempre riescono ad evidenziare le circostanze che possono risultare importanti. Ad esempio, un grave insulto o l'essere colpiti da un corpo contundente, non ripresi dalla telecamera, possono influire sui comportamenti successivi e sui giudizi che, a posteriori, vengono espressi.
Nessun atto trova giustificazione quando si concretizza in una violenza gratuita e sproporzionata alla gravità dell'offesa; il questore, qui nuovamente, si assume la responsabilità dei comportamenti degli appartenenti alle forze di polizia: Polizia di Stato, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza, posti sotto la sua direzione per i servizi di ordine pubblico in occasione del vertice G8.
Vorrei fare ora qualche cenno alla struttura di Bolzaneto ed all'intervento presso la scuola Diaz. L'ordinanza del questore del 12 luglio 2001 prevedeva che la gestione e la trattazione delle persone fermate od arrestate dalla Polizia di Stato, dalla Guardia di finanza e dalla polizia municipale, in occasione di eventi connessi con il vertice G8, dovesse avvenire in una apposita struttura ubicata all'interno del reparto mobile di Genova Bolzaneto. Analogamente, per gli eventuali arrestati dell'Arma dei carabinieri, era stata attrezzata idonea struttura all'interno della caserma di Forte San Giuliano.


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La scelta di Bolzaneto era stata attentamente valutata, oltre che in sede ministeriale, anche nel corso di un apposito comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica del 12 giugno 2001 esteso alla partecipazione dell'autorità giudiziaria. Nella circostanza, si decise, tra l'altro, che sarebbero stati istituiti un ufficio matricola ed un ufficio sanitario sia a Bolzaneto sia, per le persone arrestate dall'Arma dei carabinieri, a Forte San Giuliano; si decise altresì che gli arrestati sarebbero stati trasferiti, poi, nelle strutture carcerarie ubicate nelle province di Pavia e di Alessandria.
La localizzazione doveva rispondere ad esigenze sia di funzionalità sia di sicurezza; per questo, si è optato per la sede del VI reparto mobile, che si trova in posizione decentrata e lontana dai luoghi previsti per le manifestazioni. Per rendere la struttura conforme alla nuova destinazione, vennero effettuati ingenti lavori; furono realizzate celle prive di arredi, pulite, ampie e ben areate, ognuna con una capacità di circa venti persone, seguendo anche le indicazioni tecniche fornite dall'amministrazione penitenziaria.
La trattazione degli atti di polizia giudiziaria avveniva in sette postazioni, ognuna affidata ad un ufficiale e ad un sergente di polizia giudiziaria della questura. Un funzionario della Polizia di Stato era presente permanentemente a Bolzaneto per sovrintendere a quella attività; accanto, vi era un'altra struttura dotata di tutta la strumentazione di pertinenza della polizia scientifica necessaria per il fotosegnalamento.
Un'ala intera è stata, invece, riservata alla polizia giudiziaria, anche qui presidiata durante tutto il periodo che da un ufficiale del Corpo per l'immatricolazione e l'immediata traduzione in carcere delle persone arrestate. Quest'ala costituiva, anche dal punto di vista giuridico, una vera e propria sezione


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distaccata della casa circondariale; comprendeva anche infermeria e relativo personale medico e paramedico ed è stata temporaneamente assunta in carico dalla polizia giudiziaria con decreto del ministro della giustizia.
La persona fermata veniva trattata a ciclo completo presso il reparto mobile, dal verbale di arresto o fermo alla fotosegnalazione, alla immatricolazione e presa in carico da parte della polizia penitenziaria fino al trasferimento alla casa circondariale. In altri termini, la consegna alla polizia penitenziaria, all'interno della struttura di Bolzaneto, equivaleva, dal punto di vista giuridico, alla traduzione in carcere. In tale ottica, infatti, la polizia penitenziaria aveva costituito, ivi, un regolare ufficio matricola. Le persone fermate, prima di accedere alle camere di sicurezza, venivano visitate dal medico della polizia penitenziaria, il quale effettuava una nuova visita al momento della consegna dell'arrestato per l'immatricolazione.
Oltre alle valutazioni sin qui offerte in ordine all'organizzazione dell'attività presso la struttura di Bolzaneto, non ritengo di dover scendere nel merito di episodi sui quali verte l'accertamento giudiziario in atto, atteso che dalle relazioni prodotte dal personale e dai funzionari colà in servizio - come già detto, un funzionario fisso, per il coordinamento, cui si aggiungevano altri due o tre funzionari alternantisi nei vari turni, era sempre presente nella struttura di Bolzaneto - non risultano, in alcun modo, episodi di abuso quali quelli riportati dagli organi di stampa. Devo soltanto sottolineare che, anche in tal caso, le censure mosse, in sede ispettiva, in ordine ad una asserita disorganizzazione delle attività di trattazione dei fermati, non trovano precisi riscontri; l'attività è stata analiticamente pianificata in tutti i suoi aspetti, anche, come detto, in sede di comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza


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pubblica. Se ritardi vi sono stati nella materiale trattazione, ciò è attribuibile alla situazione oggettiva che ha determinato, in certi momenti, il contemporaneo afflusso di una pluralità di persone fermate nel corso degli scontri di piazza.
Per quanto attiene alla disamina dell'attività di polizia giudiziaria, svolta nella serata del giorno 21 luglio, presso la scuola Diaz di via Cesare Battisti, pur essendo materia di approfonditi accertamenti in atto da parte della magistratura inquirente, ritengo doveroso riferire al comitato informazioni relative alla fase organizzativa pregressa, alla quale ho preso parte con le modalità che cercherò sinteticamente di illustrare.
Alle ore 22.20 circa del 21 luglio venivo informato che, mentre transitavano in via Cesare Battisti al comando di un funzionario della squadra mobile di Roma, alcune pattuglie miste della «mobile» e DIGOS (Divisione investigazioni generali e operazioni speciali) erano state oggetto di una aggressione con lanci di pietre e bottiglie nonché a mezzo di calci inferti alle auto, un'aggressione messa in atto da più di cento persone, molte delle quali vestite di nero. Nella circostanza nel mio ufficio erano presenti, tra gli altri, il vicecapo vicario della polizia, prefetto Andreassi, il direttore centrale della polizia di prevenzione, prefetto La Barbera, il dirigente superiore Luperi, il dirigente superiore Gratteri, direttore del servizio centrale operativo.
Il dirigente della DIGOS fece subito presente che in via Cesare Battisti vi erano degli studi scolastici concessi al Genoa social forum da comune e provincia per insediarvi il centro stampa: nella circostanza si ritenne utile incaricarlo di compiere un attento sopralluogo. Successivamente, il medesimo dirigente ritornato nel mio ufficio riferiva di aver notato la presenza isolata, all'esterno della scuola, di alcuni ragazzi che osservavano con attenzione, quasi fossero sentinelle, il movimento


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di persone; inoltre, aggiungeva che tra le due scuole in via Cesare Battisti si notava chiaramente la presenza di almeno centocinquanta persone, molte vestite di nero. Veniva, quindi, chiesto al funzionario di interloquire con i referenti del Genoa social forum per verificare chi effettivamente occupasse la scuola Diaz.
Gli esponenti del Genoa social forum contattati riferivano che per la confusione in atto - conseguente alla partenza di ventisei treni speciali, con migliaia e migliaia di persone che sciamavano per la città - si era, probabilmente, allentato il sistema di vigilanza e controllo sulle frequentazioni dei luoghi concessi al movimento e, quindi, non si poteva escludere la presenza di soggetti non graditi all'interno della scuola Diaz. Preso atto di queste informazioni, dopo una attenta riflessione condotta all'interno del mio ufficio con gli interlocutori già citati, si concertava di intervenire con una perquisizione ai sensi dell'articolo 41 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, da effettuarsi a cura della DIGOS e della squadra mobile. Si decideva, altresì, di supportare l'attività con l'impiego in ausilio di reparti inquadrati, ritenendosi altamente probabile una forma di resistenza attiva.
Un ufficiale di polizia giudiziaria forniva comunicazione preventiva al pubblico ministero ed io, personalmente, informavo il signor capo della Polizia e il prefetto di Genova. Nell'occasione fu anche valutata l'opportunità di richiedere l'intervento del Corpo nazionale dei vigili del fuoco dotato di cellule fotoelettriche e di un elicottero della Polizia di Stato. Alle ore 23 circa, all'interno della sala riunioni della questura, si svolse una riunione operativa cui presenziai insieme al prefetto La Barbera e nella quale ebbi modo di ribadire a tutti, come di consueto, la raccomandazione impartita a pagina 179 della mia ordinanza del 12 luglio di improntare l'attività alla


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massima moderazione, cautela e prudenza. Preciso di aver lasciato la riunione prima che fosse terminata la discussione sulle modalità operative dell'attività. Alle ore 23,30 l'operazione aveva inizio secondo modalità sulle quali ritengo non poter al momento fornire valutazione alcuna, trattandosi, come già sostenuto, di materia oggetto di approfondita indagine giudiziaria.
Aggiungo che circa un'ora dopo - a fronte delle notizie che si ricevevano dai funzionari sul posto tramite comunicazioni telefoniche e che riferivano di una situazione assai delicata per l'ordine e la sicurezza pubblica all'esterno dell'edificio scolastico - disponevo l'invio di ulteriori contingenti dell'Arma dei carabinieri, sotto la direzione del vicequestore vicario dottor Calesini, allo scopo di fronteggiare eventuali intemperanze verso il personale impegnato nell'operazione di polizia giudiziaria da parte di una folla di persone che si andava radunando sulla strada.
All'incirca alle ore 2,15 venivo telefonicamente informato che il vicequestore vicario e l'onorevole Mascia si accingevano ad entrare nella scuola Diaz per un sopralluogo congiunto, una volta terminata l'attività di perquisizione. Sin qui ho descritto i fatti dei quali ho avuto percezione diretta e ribadisco la volontà di astenermi da ulteriori considerazioni relative ad episodi che attengano alla fase realizzativa dell'attività e sui quali mi auguro si possa addivenire al più presto ad un completo chiarimento in sede giudiziaria.
Concludo il mio intervento, signor presidente, e resto a disposizione di questo Comitato per rispondere ad ogni ulteriore quesito che mi si vorrà rivolgere. Desidero esprimere i sensi del grande rispetto che nutro verso il provvedimento adottato nei miei confronti dal signor ministro dell'interno e, da uomo delle istituzioni, obbedisco. Vorrei però esprimere


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anche l'amarezza che provo di fronte alle conclusioni cui è pervenuta, nel breve volgere di pochi giorni, l'indagine ispettiva avviata sul mio operato e che ritengo abbia avuto anche la presunzione di giudicare frettolosamente e senza doveroso approfondimento la complessità di un lavoro che, sviluppatosi per un anno intero, avrebbe meritato valutazioni improntate a maggiore professionalità.

PRESIDENTE. La ringrazio, signor questore. Si può temporaneamente accomodare: i componenti il Comitato potranno ora, infatti, effettuare una pausa di riflessione.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 11,20, è ripresa alle 11,50.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori.
Ha chiesto di parlare sull'ordine dei lavori la senatrice Maria Claudia Ioannucci. Ne ha facoltà.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Signor presidente, ho visto tutta la documentazione presentata dal sindaco di Genova e dal presidente della provincia. Nella precedente audizione avevamo richiesto che venissero depositati tutti gli atti relativi alle delibere di consiglio, alle delibere di giunta, documenti che non trovo. Vorrei, pertanto, chiedere al presidente, se è di questa opinione, di rinnovare al presidente della provincia ed al sindaco l'invito a produrli.
Vorrei sapere inoltre se il presidente della provincia abbia presentato denuncia nei confronti dei soggetti a cui aveva affidato le scuole (ed avere quindi il relativo atto, ove vi sia), visto che dai documenti che ha depositato risultano devastazioni ed atti che sicuramente configurano dei reati.
Poiché dai documenti depositati risulta anche che il presidente della provincia, durante l'iter riguardante l'affidamento


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delle scuole, ha deciso autonomamente l'ampliamento delle aree da destinare al Genoa social forum, vorrei sapere se esistano atti con cui il presidente della provincia ha indicato alla questura o alla prefettura le nuove aree messe a disposizione del Genoa social forum. Ho letto, sempre nei documenti depositati, che la provincia aveva dato luogo ad interventi provvisionali per circa 300 milioni, al fine di «blindare» - diciamo così - la parte delle scuole che era stata concessa al Genoa social forum. Sappiamo che poi, invece, soggetti ignoti sono arrivati fino all'asilo dove hanno preso coltelli ed altre armi improprie, insieme ad altre armi proprie lasciate incustodite. Vorrei sapere, pertanto, se sia possibile avere l'elenco delle attività e degli interventi provvisionali attuati. Inoltre, dagli atti depositati dal prefetto risulta che le scuole dovevano essere consegnate ai rappresentanti del Genoa social forum; tali rappresentanti avrebbero dovuto essere indicati da quest'ultimo; tuttavia nei documenti depositati dal presidente della provincia non ho rinvenuto alcuna indicazione in tal senso da parte del Genoa social forum. Pertanto, vorrei sapere se vi siano atti o indicazioni da parte del Genoa social forum in merito ai suddetti soggetti o se, comunque, la provincia e il comune (le scuole erano sia della provincia sia del comune) abbiano svolto le dovute indagini per individuare i soggetti a cui dovevano essere consegnate queste aree.
Infine, veniamo ai danni subiti. Ho rilevato una certa contraddittorietà fra quanto aveva indicato in questa sede il sindaco e quanto, invece, rileva dai documenti depositati dal presidente della provincia. Il sindaco ci aveva detto che non vi erano stati danni ingenti, invece dal documento depositato dal presidente della provincia in data 9 agosto 2001 si parla di atti di vandalismo e di devastazione con ingentissimi danni. Solamente quelli alla scuola supererebbero i 500 milioni e di


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tutto questo veniva data comunicazione in quanto rilevato dal comune di Genova (senza contare l'asporto di materiali ed altri beni).

PRESIDENTE. Senatrice Ioannucci, la sua domanda è chiarissima. Lei chiede alla presidenza di fare un'ulteriore richiesta di chiarimento relativamente a quanto da lei rilevato.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Sì, perché vi è una contraddittorietà talmente palese da rendere necessarie ulteriori indicazioni.

PRESIDENTE. La ringrazio, senatrice Ioannucci. Ha chiesto di parlare sull'ordine dei lavori il presidente Violante. Ne ha facoltà.

LUCIANO VIOLANTE. In primo luogo rilevo che molte risposte sono già contenute nella documentazione che ci è stata inviata dal questore di Genova ieri ed è sufficiente leggerla (sono cinque volumi).
In secondo luogo il sindaco non ha parlato di danni non ingenti, ma di altri aspetti e se la collega rileggesse il testo se ne accorgerebbe.
In terzo luogo, signor presidente, vorrei chiedere, tenuto conto del contingentamento dei tempi, se sia possibile che il questore risponda volta per volta alle domande, così da consentirci di avere un quadro più completo.

PRESIDENTE. Credo che siamo tutti d'accordo nel far formulare le domande e consentire subito dopo all'audito di rispondere.

MARCO BOATO. Credo che dovremmo affrontare questo tipo di argomenti durante la riunione dell'ufficio di presidenza,


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ma siccome se ne è già parlato in questa sede, e risulterà dal resoconto stenografico, vorrei che risultasse anche che nel dossier consegnatoci ieri dal presidente della provincia di Genova con data 20 agosto, insieme al materiale che ci ha inviato la dottoressa Marta Vincenzi, vi è la copia della denuncia presentata alla magistratura della provincia di Genova, relativa ai danni subiti. Nell'ambito del dossier vi è una denuncia presentata in data 9 agosto 2001 alla procura della Repubblica presso il tribunale di Genova: «Vertice G8 - Trasmissione della denuncia relativa ai danneggiamenti degli uffici provinciali».

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Ma allora la questione cambia totalmente...

PRESIDENTE. Senatrice Ioannucci, lei è stata abbastanza chiara. Il problema si pone esattamente in questi termini: i documenti della provincia, del sindaco e del questore sono pervenuti proprio in questi giorni. Pertanto, inviterei chi ha posto la questione a prendere visione dei nuovi documenti (oltre all'elenco si dovrebbero consultare anche gli allegati); probabilmente vi troverà talune risposte. Per quanto riguarda, invece, le richieste che lei intende presentare, dovrebbe cortesemente metterle per iscritto e presentarle al capogruppo, così che l'ufficio di presidenza, nella riunione di questa sera o in quella di giovedì prossimo, possa provvedere a colmare le eventuali lacune.
Circa la richiesta del presidente Violante, prendo atto che il Comitato intende procedere facendo rispondere l'audito ad ogni singola domanda.

FABRIZIO CICCHITTO. La mia prima domanda è la seguente: oggi, sul quotidiano il Giornale, compare un rapporto


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DIGOS (che, tra l'altro, auspicherei venisse acquisito dal Comitato) nel quale la ricostruzione ex post degli avvenimenti - e cioè la sostanziale inattendibilità del Genoa social forum che non rispondeva di quello che concordava - è raccontata in anteprima con il testo di intercettazioni telefoniche anche gravissime, perché mettono in evidenza la doppiezza della situazione (al punto che si diceva che la manifestazione del 19 doveva essere pacifica e quelle successive, invece, dovevano avere ben altro carattere). Questo rapporto della DIGOS noi lo leggiamo oggi. La mia domanda è la seguente: voi che lo avevate già letto, non avevate tratto conseguenze tali da indurre a svolgere un'azione più accentuatamente preventiva rispetto a quello che è avvenuto?
La seconda domanda è la seguente: il capo della Polizia ha sottolineato con vigore che la responsabilità della gestione dell'ordine pubblico a Genova era delle autorità locali, cioè del questore e del prefetto: qual è stata allora la vera linea di comando? Quali sono stati cioè la funzione e il ruolo del capo della Polizia Andreassi, del capo della divisione centrale di prevenzione La Barbera e del capo dello SCO Gratteri? Che rapporti avevano con lei? Erano semplici consulenti o davano ordini? Questo in riferimento alla situazione in generale, ma anche all'andamento della perquisizione della scuola Diaz, rispetto alla quale - se non sbaglio - lei ha citato il dottor La Barbera ma ricordo che dai giornali risultava fosse presente anche il dottor Andreassi. Lei ha usato l'espressione «si è deciso»: questa decisione è stata una decisione congiunta o è lei che se ne è assunte tutte le responsabilità?
Terza domanda: perché non sono stati perquisiti i violenti che, come tutti sapevano, erano accasermati allo stadio Carlini? Potevano essere bloccati fin dalla serata di giovedì 19 luglio o dalla mattina di venerdì 20 luglio?


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Tornando alla perquisizione della Diaz, chi ha dato l'ordine? Chi era il responsabile sul terreno? Perché non si è circondata la scuola e non si è atteso il mattino per procedere? Perché insieme agli specialisti del reparto mobile si sono fatti intervenire appartenenti a corpi investigativi come lo SCO e la DIGOS e perché poi non è avvenuto il coordinamento dell'investigazione con la repressione, per cui tutti i corpi di reato sono stati messi insieme nel famoso «fagotto» dove c'era un morto, con il conseguente annullamento di tutte le responsabilità che, come tutti sanno, sono individuali e non collettive.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Per quanto riguarda il rapporto che la DIGOS sta ora facendo, o ha già presentato all'autorità giudiziaria di Genova, non ne sono a conoscenza, cioè non l'ho letto direttamente perché, come lei sa, non sono più in servizio alla questura di Genova.

FABRIZIO CICCHITTO. Sembra che il rapporto della DIGOS sia precedente, tant'è che fa riferimento ad intercettazioni fatte tempo prima.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. So che è stato fatto questo rapporto DIGOS, l'ho letto anche sulla stampa. Tutto quello che stava succedendo era monitorato attraverso le nostre intercettazioni telefoniche.

FABRIZIO CICCHITTO. Nel rapporto DIGOS è scritto che sono state fatte intercettazioni telefoniche di colloqui di Casarini, con altri esponenti del Genoa social forum in cui addirittura si diceva che dovevano scendere in campo quelli del nord-est; che la manifestazione del 19 luglio doveva essere pacifica mentre ben altro avrebbe dovuto avvenire il 20 e il 21.


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Quindi si è trattato di intercettazioni telefoniche che mettono sul conto del Genoa social forum responsabilità gravissime e che una persona investita delle sue responsabilità avrebbe dovuto conoscere. Viceversa si è creata una situazione, come l'ha definita il presidente Bruno, di non organizzazione che ha determinato quegli accadimenti.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. No, onorevole. Io ero al corrente di quelle intercettazioni e conoscevo anche quello scenario. Sapevamo che il giorno 20 luglio sarebbe stato il più cruento e abbiamo cercato di adottare tutte le misure necessarie a fronteggiare il servizio d'ordine pubblico. Non a caso sono state fatte più riunioni presso la questura di Genova, alla presenza anche dei vertici del dipartimento e di altri funzionari che venivano da fuori, per dirigere il servizio di ordine pubblico in piazza e per delineare lo scenario che ci saremmo potuti trovare di fronte il giorno 20.
Ho inoltre appreso dalla stampa che la questura di Genova ha presentato un altro rapporto riassuntivo di tutta l'attività investigativa fatta a suo tempo da parte della stessa per contrastare, verificare e monitorare le intenzioni dei vari movimenti e come questi avrebbero manifestato sul territorio.
Sapevamo quindi che il giorno 20 luglio sarebbe stato un giorno difficile, forse più difficile degli altri due e chiaramente ci siamo attrezzati per poter garantire l'ordine pubblico di tale giornata ed ho già ben specificato nella mia relazione quale scenario ci siamo trovati di fronte. Ho anche detto che, ad un certo punto, era divenuto impossibile colloquiare con il Genoa social forum e che abbiamo colloquiato attraverso i referenti dipartimentali, con Casarini, il quale, pur facendo parte del Genoa social forum, ci dava indicazioni totalmente diverse da quelle del Genoa social forum stesso.


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Il giorno 20 il corteo (o meglio sarebbe dire l'ammasso di gente, perché a Genova non ci sono mai stati cortei, c'è stata un'occupazione del territorio da parte di decine e decine di migliaia di persone) non avrebbe dovuto superare piazza Verdi. Quando i manifestanti si sono radunati a 500, 600, 800 metri, non ricordo bene, da piazza Verdi noi avevamo posto come condizione che la stessa non doveva essere superata. Il Genoa social forum, o meglio Casarini, voleva poi fare la sceneggiata, come tante altre volte è stata fatta, per mettere in evidenza il suo operato, ma questi erano gli accordi sottintesi (io non conosco Casarini, ma so che ve ne erano tra i referenti dipartimentali e Casarini). A questo punto, quando lo stesso Casarini ha avuto paura che i network con i COBAS, oppure altri avrebbero potuto infiltrarsi nel suo corteo, che doveva essere un corteo pacifico, cosa alla quale abbiamo creduto (devo dire che oggi, purtroppo, non credo più a nessuno, né ad Agnoletto né a Casarini), abbiamo creato una struttura per dividere i due cortei; abbiamo fatto l'impossibile, nottetempo. È vero anche che abbiamo dovuto modificare l'ordinanza in relazione alle notizie che ci arrivavano (intercettazioni telefoniche, considerazioni, valutazioni e riunioni in questura cui erano presenti i responsabili del servizio di ordine pubblico, il prefetto Andreassi e vari referenti che dovevano fronteggiare l'ordine pubblico per quel giorno). Credo di essere stato chiaro.
Il Capo della polizia ha detto, giustamente, che l'autorità locale di pubblica sicurezza sul posto è responsabile del servizio di ordine pubblico. Come ho detto nella mia relazione, si tratta di un evento talmente grande e straordinario che va al di là delle conoscenze territoriali; si tratta di conoscenze extraterritoriali, oserei dire internazionali e quindi, non a caso, il dipartimento ha creato, giustamente, presso la questura di


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Genova una task force tra la polizia straniera ed i responsabili di uffici del dipartimento per affiancare il questore e per condividere tutte le scelte che andava operando.
Il dottor Micalizio ha detto «tu dovevi tirare fuori gli attributi» - mi scusino lor signori - «perché dovevi, tu, essendo questore di Genova, mandare tutti a casa ». Ora io non credo che avrei potuto fare una cosa del genere, anzi me ne sarei ben guardato perché credo nelle istituzioni e sono grato per i consigli e il supporto che mi sono stati dati dai colleghi e dai miei superiori. Tutto ciò che è stato deciso è stato deciso insieme e il questore, essendo autorità di pubblica sicurezza, ha formalizzato l'atto con le sue firme. Tutto qui. Ma non mi tiro indietro di fronte alle mie responsabilità, onorevole, io mi sento responsabile di tutto ciò che è accaduto a Genova, però le mie responsabilità, secondo il mio modesto parere, devono essere un po' condivise con chi era presente a Genova.
Noi facevamo delle riunioni, il giorno e la sera, con i referenti del dipartimento, in cui si decideva, si descrivevano lo scenario, i luoghi e ciò che sarebbe dovuto accadere, disponendo, di conseguenza, le forze. A volte a questo ultime sono state apportate modificate secondo direttive dei miei superiori in ordine ad uno scenario che il mio ufficio di gabinetto aveva preparato, ma non è detto che se fossero state lasciate le forze da me predisposte l'intervento si sarebbe concluso meglio. È tutto da verificare. Tenga presente che i servizi ci avevano informato che il nostro personale poteva essere aggredito e addirittura sequestrato; quindi sulla scelta iniziale di utilizzare pochi uomini per combattere e per muoversi più facilmente sul territorio (gruppi da 40, 50 o 60 persone) è prevalsa, giocoforza, la tesi di creare nuclei più consistenti. D'altra parte Genova, per chi la conosce, è una


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città orograficamente molto difficile da percorrere e dunque la movimentazione del nostro personale ha inciso abbastanza sull'efficienza di quello che io chiamo ordine pubblico ma che, di fatto, era una guerriglia.
Lei ha parlato della scuola Diaz, citando La Barbera, Andreassi e Gratteri: in quei casi non si trattava di ordini ma di condivisione di idee, consigli, suggerimenti che si discutevano assieme per poter arrivare alla soluzione che ritenevamo essere la migliore.
Per quanto riguarda la scuola Diaz occorre distinguere due momenti. Vi è stato un momento prettamente di polizia giudiziaria, riferito all'articolo 41, a tale riguardo critico anche l'accertamento dell'ufficio ispettivo. Sono stati incaricati i due massimi esponenti della polizia giudiziaria della questura di Genova, il dirigente della DIGOS ed il dirigente della squadra mobile e sul posto si sono recati anche i massimi referenti del dipartimento.
Per quanto riguarda l'articolo 41, il questore in genere non si occupa di questa attività, ma ha invece il dovere di curare l'aspetto relativo all'ordine pubblico, tant'è che ho affiancato al personale incaricato di effettuare la perquisizione altro personale che in quel momento era di riserva davanti alla questura: se non ricordo male si trattava di venti o trenta agenti della Polizia di Stato e di quaranta, cinquanta o sessanta carabinieri che - come ho già ricordato nella mia relazione - erano di supporto al fine di bonificare la zona.
Nel momento in cui il questore viene a conoscenza che davanti alla scuola si potevano creare situazioni di maggiore emergenza per quanto riguarda l'ordine e la sicurezza pubblica, viene inviato sul posto il vice questore vicario insieme ad altri contingenti dei carabinieri per fronteggiare eventuali pericoli e rischi riguardanti l'ordine pubblico.


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Se non ricordo male, quella sera stessa ho cercato un funzionario, oltre ai dirigenti della squadra mobile e della DIGOS. Fu inviato anche un altro funzionario che mi doveva affiancare - ciò risulta anche dall'ordinanza - nell'attività dei servizi di ordine pubblico. Il funzionario è andato: ciò risulta sia dall'ordinanza principale del 2 luglio sia - se non erro - in una mia ordinanza successiva. Si parla di un altro funzionario che mi doveva affiancare nell'attività di ordine pubblico; anche questo funzionario è stato mandato sul posto. Di questo nessuno ha parlato, ma questa mia disposizione esiste agli atti.
Nella mia relazione...

LUCIANO VIOLANTE. Solo tre funzionari andarono? (Commenti).

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Si sono recati diversi funzionari alla scuola Diaz, circa venti, venticinque. Io sto parlando dei due funzionari della questura di Genova, il dirigente della squadra mobile ed il dirigente della DIGOS. Per quanto riguarda la squadra mobile sono andati il dottor Gratteri, direttore dello SCO, il dottor Caldarozzi ed altri funzionari che erano a Genova aggregati alla squadra mobile. Io volevo mandare anche il dottor Lapi come funzionario mio referente diretto, ma in quella riunione mi venne ricordato che il dottor Lapi era stato ferito durante la manifestazione; va a suo merito che egli, nonostante fosse ferito, sia tornato nuovamente in servizio. È stato allora inviato il dottor Murgolo - ciò risulta anche nella mia ordinanza - che mi doveva affiancare per tutto quanto riguardava l'ordine pubblico. Lui si è offerto, e si è recato sul posto. A questo punto vi erano sia la linea di comando sia l'organizzazione. Successivamente si sono recati sul posto altri due funzionari che dirigevano i


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due reparti della polizia e dei carabinieri e che dovevano essere di riserva in questura; li ho mandati lì per fronteggiare una minaccia all'ordine pubblico.
Io non sto dicendo la mia verità ma la verità oggettiva, con la coscienza tranquilla e serena. Ripeto che questo servizio è stato condiviso da me per primo, non mi sto tirando fuori. Credo che vi fosse una linea di comando anche se poi, durante l'esecuzione, quella confusione per la quale il magistrato sta svolgendo la sua attività giudiziaria; vi è stata ben venga quest'ultima se ciò servirà a fare maggiore chiarezza. D'altra parte anche alcuni funzionari, come il dirigente della DIGOS ed il dirigente della squadra mobile, trovandosi alla presenza di altri referenti ministeriali, chiaramente hanno avuto un minimo di perplessità su come si doveva svolgere l'intera operazione.
Per quanto riguarda lo stadio Carlini ho detto nella relazione che le verrà consegnata - se non ricordo male - che noi abbiamo fatto diverse perquisizioni tra le quali anche una allo stadio Carlini. Dove ci siamo recati su sollecitazione - se non vado errato - del sindaco. La sera c'è stata una riunione durante la quale - se non erro - il sindaco riferì di aver avuto notizia che allo stadio Carlini stavano smobilitando Siamo stati allo stadio Carlini, ed abbiamo riscontrato che tutto quello che era stato riferito al sindaco si è dimostrato non veritiero. Va tenuto presente che le persone violente potevano anche custodire armi presso i luoghi di loro accoglienza; di fatto se le sono procurate lungo la strada spaccando le pietre con i picconi oppure smontando all'ultimo momento le aste e così via.
Noi abbiamo fatto diverse perquisizioni, diversi accertamenti per verificare se questi luoghi di accoglienza rappresentassero un centro di smistamento di materiali. Mi corre


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l'obbligo di ricordare il problema rappresentato dal camion che poi successivamente abbiamo fermato. Nelle relazioni che allegherò troverete la descrizione di altre situazioni del genere, relative ai controlli che abbiamo svolto.

LUCIANO MAGNALBÒ. Intervengo per sottolineare che questo modo frammentario di procedere nei lavori è impossibile da sostenere. Sarebbe più opportuno che tutti facessimo domande alle quali il questore potrebbe rispondere in maniera organica, in caso contrario non finiremo neanche per domani mattina. Rispondendo volta per volta alle domande si impedisce agli altri di seguire un filo logico. La pregherei, dunque, di rivedere il modo di procedere nei lavori.

PRESIDENTE. Prima ho chiesto, sulla base della proposta formulata dal presidente Violante, se vi fosse un sostanziale accordo. Ricordo che l'ufficio di presidenza ha stabilito soltanto il contingentamento dei tempi, peraltro, in via sperimentale. Oggi bisognava verificare se questo sistema avrebbe potuto ovviare alle difficoltà registratesi nelle precedenti audizioni. Il presidente Violante aveva affermato che, forse, era più opportuno che ad ogni domanda seguisse una risposta da parte del soggetto audito, ma se vi sono indicazioni diverse si può tornare al criterio di prima.

LUCIANO VIOLANTE. È chiaro che siamo qui per lavorare ed occorre un po' di tempo. Il questore Colucci ha fatto un quadro significativo, altrettanto faranno gli altri suoi colleghi che interverranno successivamente. Se tutti pongono domande si verifica quello che si è verificato in precedenza, cioè che i soggetti auditi rispondono, non per loro malevolenza, al 20 o al 30 per cento delle domande e quindi tutto confluisce in un grande calderone in cui non si capisce niente. Capisco che è


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una procedura po' lunga - Magnalbò - ha ragione; ci consente però anzitutto di evitare di porre alcune domande o magari di farne altre che non avremmo fatto senza aver sentito le risposte, e ciò permette un approfondimento maggiore. Forse potremmo procedere così: domande sintetiche, magari pregando il signor questore, se lo ritiene, di essere sintetico nelle risposte. Poi se qualcuno non vuole che il questore risponda a domande specifiche, lo dica chiaramente.

ANTONIO TOMASSINI. Presidente, concordo con quanto ha sostenuto il senatore Magnalbò. Vorrei aggiungere che a me pare che lo scopo di questa Commissione sia quello di svolgere un'indagine conoscitiva e non un'attività inquirente. Pertanto le nostre domande devono avere una funzione di integrazione della relazione del questore e non innescare un meccanismo di contraddittorio, addirittura tra di noi, con continue domande che si riferiscono alle domande dei colleghi, come è capitato finora. Pertanto concordo con quelli che vogliono tutte le domande e le risposte in un unico blocco a integrazione della relazione.

FRANCESCO NITTO PALMA. Concordo pienamente con l'intervento del senatore Magnalbò.

LUIGI BOBBIO. Presidente, credo che effettivamente questo modo di procedere sia estremamente dannoso, forse più di quello precedente del mancato contingentamento dei tempi delle domande, perché in questa maniera si innesca un meccanismo, peraltro perfettamente comprensibile da un punto di vista logico e dialettico, di espansione della risposta sulla singola domanda, quindi i tempi subiscono una superfetazione non accettabile. Propongo di mantenere il contingentamento dei tempi delle domande, che è sicuramente utile


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e tale da evitare i pericoli paventati, e di raggruppare comunque le risposte alla fine.

ANTONIO DEL PENNINO. Presidente, io ritengo invece che sia opportuno che le risposte vengano date alle singole domande; al massimo possiamo raggruppare due o tre domande, poiché mantenere il sistema della risposta complessiva all'insieme delle domande comporta, da un lato, una risposta che - non per volontà dei nostri interlocutori ma nei fatti trascura la metà delle domande fatte - e dall'altro, non consente di acquisire una serie di elementi che rendono magari inutili delle domande che altrimenti verrebbero formulate o suggeriscono altre domande che trovano spunto nelle indicazioni fornite nelle risposte.

GRAZIELLA MASCIA. Presidente, intervengo anch'io per dire che preferisco il metodo che abbiamo adottato perché per la prima volta si comincia ad avere qualche risposta concreta. Siccome questo Comitato ha già pochi poteri, almeno dal punto di vista della conoscenza sarebbe bene acquisire elementi di dettaglio che alla fine si rivelano importanti.

GIANNICOLA SINISI. Presidente, sulla richiesta avanzata dall'onorevole Violante, ricordo soltanto che il contingentamento dei tempi è stato funzionale anche ad una innovazione di metodo. Sul problema relativo alla durata dell'intervento di chi risponde, si tratta di una questione sulla quale non possiamo intervenire. Credo che mantenendo il sistema precedente, di fatto si rinuncia all'oralità, che è il principio sul quale si fonda il meccanismo dell'audizione. Siamo inondati ormai da relazioni scritte; a questo punto o manteniamo questo meccanismo di contestualità o rischiamo davvero di introdurre un nuovo sistema scritto nei lavori del nostro Comitato.


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LUCIANO FALCIER. Non faccio una proposta, bensì una considerazione che può tramutarsi in una proposta. Il fatto che si sia pervenuti, per volontà dell'ufficio di presidenza, ad un contingentamento dei tempi dovrebbe consigliare di fare tutte le domande e dare un'unica risposta, perché il contingentamento dovrebbe presumere l'obiettivo di regolamentare i tempi. Il ragionamento ulteriore potrebbe essere: se al termine della risposta del questore, ci fossero ulteriori richieste di approfondimento, si potrebbe lasciare spazio ad eventuali precisazioni o approfondimenti.

PRESIDENTE. La situazione in questo momento è la seguente: sono le 12,30 e hanno chiesto di intervenire in 16. In tal modo verrebbe sicuramente esaurito il tempo contingentato. Se a questo aggiungessimo il tempo necessario all'audito per rispondere, con ogni probabilità dovremmo cambiare metodo ed ascoltare per un'intera giornata, se basta, il soggetto che abbiamo ritenuto di ascoltare (cosa che si può fare benissimo, per carità: è solo una questione di volontà). Quindi, credo che per la giornata di oggi, visto che stasera è convocato l'ufficio di presidenza e questo sarà uno degli argomenti che tratteremo, si possa procedere per gruppi. Io infatti credevo che dieci minuti o un quarto d'ora potessero essere dati per riunire per ogni gruppo le domande da porre; invece ho constatato che tutti i componenti, ad eccezione di un risibile numero, chiedono di intervenire nei limiti del tempo contingentato. Ma quello che a noi occorre è il contenuto non il soggetto che formula la domanda all'audito. Dinanzi ad una situazione di questo genere, attesa anche l'ora, invito i gruppi ad individuare per la formulazione di domande concise un solo interlocutore, se è possibile, o al massimo due interlocutori per i gruppi maggiori - senza nulla togliere al tempo che gli è dovuto - , per consentire al questore Colucci


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di dare le risposte. Qualora quest'ultimo intendesse dilungarsi, fornire una ulteriore relazione o chiedere con l'allegazione di documenti, lo può fare. Quindi propongo di procedere con il metodo che abbiamo individuato. L'onorevole Cicchitto ha fatto più domande, ed ha ottenuto le sue risposte; fermo restando che ciò sarà oggetto di esame questa sera da parte dell'ufficio di presidenza, invito tutti a voler fare domande il più possibile sintetiche, anche per dare la possibilità di ascoltare il questore.

GRAZIELLA MASCIA. Ho sei minuti e quindi mi astengo dal fare domande di approfondimento su alcuni fatti relativi al 20 e al 21 luglio, che naturalmente non coincidono con la versione che ha dato il questore, anche perché le piazze tematiche, chi era presente, eccetera, risultava tutto dai giornali. Signor questore, le chiedo invece alcune cose molto specifiche: lei ci ha confermato oggi che ha avuto il supporto del capo della Polizia attraverso dei dirigenti presenti sul posto, però aveva dichiarato alla stampa che il suo ufficio era stato letteralmente commissariato. Conferma questo giudizio o nel frattempo lo ha modificato? Vorrei chiederle poi quale tipo di rapporto ha mantenuto nei giorni 19, 20, 21 e 22 luglio con il capo della Polizia e con il ministro, e se è possibile avere le ordinanze, a cui ha fatto riferimento oggi, che hanno modificato quelle precedenti: noi abbiamo quella del 12 luglio (non mi pare fosse nelle disponibili carte in Commissione). Vorrei chiederle se in questi piani operativi per la gestione dell'ordine pubblico è cambiato qualcosa rispetto al mutamento del Governo. Vorrei chiederle se lei era responsabile di fatto, a tutti gli effetti, della sala operativa unificata presso la questura. Vorrei chiederle se lei ha ordinato la prima carica in piazza Tolemaide, quella che è stata fatta dai carabinieri (mi pare fossero una ottantina). Penso, come ho detto al


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comandante dei carabinieri, che quella sia stata un'azione che ha anche determinato delle conseguenze. Non sono un'esperta di ordine pubblico, però vorrei chiederle se lei ha deciso in quel momento la carica dei carabinieri.
Vorrei chiedere anche una conferma sui fatti di piazza Dante: lei ha ricevuto una telefonata dal sindaco, alle 16,30, durante la quale avete concordato che lì i manifestanti si sarebbero ritirati, mentre invece hanno ricevuto una carica alle spalle. Vorrei sapere per quale motivo ciò sia avvenuto e perché l'accordo non sia stato mantenuto.
Dopo la giornata del 20 luglio, lei ha confermato che, anche in corso d'opera, avete cambiato alcune disposizioni: se ho capito bene, i container che abbiamo trovato al mattino sono il risultato di scelte notturne. Sembra siano cambiate anche altre cose e di questo vorrei avere una conferma. Ho letto attentamente la sua ordinanza, in particolare la disposizione relativa alla testa del corteo, il fiancheggiamento e la sua conclusione del 21 luglio: tuttavia, nei fatti, vi sono state significative modifiche (in particolare, non ho visto alcuno alla testa del corteo). Ebbene, oltre alle diverse disposizioni concernenti i carabinieri - come lei ci ha detto -, vorrei sapere, concretamente quali altre modifiche siano state decise tra il 20 ed il 21 luglio, visto che non vi sono stati ulteriori elementi per giustificare scelte diverse.
Lei ha detto, rispetto all'intervento sul black bloc, eravate a conoscenza di tutto (infatti, i vostri piani erano molto dettagliati): come mai allora, ci è stato qualcosa che non ha funzionato? In base a quali modalità è stato determinato il vostro intervento sul territorio, in particolare, rispetto all'utilizzo di squadre di polizia più o meno numerose per contrastare i manifestanti?


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Per quanto riguarda l'istituto Diaz, vorrei chiederle in particolare se il dirigente di polizia Valerio Donnini era presente sul posto e, se abbia partecipato alle riunioni preventive; e, ancora, quale titolo era presente il funzionario di polizia Sgalla e se sia vero che è arrivato per primo.
Rispetto ai fatti verificatisi a Bolzaneto, lei ha detto che tutto ha funzionato o che, comunque, tutto era stato pianificato: in realtà, sappiamo che le persone fermate sono rimaste in caserma ore ed ore. Perché lei od un suo funzionario la sera del 20 luglio, ha detto ad un parlamentare che non sapeva dove fossero stati portati i fermati?
Rispetto al lavoro dell'intelligence, che aveva previsto la partecipazione anche di gruppi di estrema destra, (confermata da una loro significativa presenza sul posto), per quale motivo non sono state prese misure preventive per impedire tali infiltrazioni?
Vorrei infine sapere se le forze di polizia hanno avuto in dotazione - sicuramente sì - i manganelli Tonfa, se per tale motivo sono state addestrate al loro utilizzo e, quanti lacrimogeni sono stati usati, le loro caratteristiche e gli effetti che hanno prodotto.
Concludo, chiedendole: quale delle due versioni dei fatti verificatisi davanti al Marassi lei sostenga: quella dei 20 rappresentanti del blak bloc che attaccavano 40 esponenti delle forze dell'ordine in grado di rispondere o quella dei mille manifestanti che attaccavano (come è stato scritto) 3 blindati fuggiti immediatamente? Ricordo che in quel momento il black bloc era isolato.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Non ho mai dichiarato alla stampa di essere stato commissariato, anzi, mi sento in dovere di precisare che interviste alla stampa, apparse come tali, non ne ho mai fatte. Non ho mai detto di essere stato


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commissariato; può trattarsi di un'interpretazione del giornalista ricavata da colloqui avuti con il personale di polizia. Ho sempre detto che sono stato supportato ed affiancato e nella relazione ho affermato che mi assumo le mie responsabilità (che siano o meno condivisibili con altri è una questione diversa). I rapporti con il capo della polizia, nei giorni 19 e 20 luglio, sono stati continui, tenuti personalmente da me; egli ha avuto anche contatti continui con i propri referenti più vicini nella città di Genova.
Escludo categoricamente che sia stata adottata una strategia diversa per l'ordine pubblico: si è trattato sempre di mettere in atto la stessa strategia. I giornali hanno parlato di piazze tematiche, ma, di fatto, il Genoa social forum non ha mai comunicato chi fosse presente nei vari luoghi; lo abbiamo, verificato sul campo successivamente (ed ho portato anche la documentazione relativa).
Per quanto riguarda piazza Dante, è vero che il sindaco mi ha telefonato, dicendomi di aver parlato con Agnoletto, ma, poi si è verificata l'infiltrazione di gente violenta, al punto da costringere - che esiste già - una relazione che credo il capo della polizia abbia già letto e che io allegherò, così da avere un quadro più completo del comportamento dei funzionari durante il servizio di ordine pubblico - il dottor Montagnese (se non erro impegnato in piazza Dante) ad usare anche i lacrimogeni ed a far intervenire altri reparti, perché la zona rossa stava per essere varcata. Nella mia relazione ho già detto quali fossero le diverse «anime» che componevano i manifestanti. Non è vero che abbiamo caricato persone non pericolose per l'ordine e la sicurezza pubblica: se abbiamo caricato è perché effettivamente la situazione lo richiedeva.


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Come ho già accennato nella relazione, vi sono stati degli infiltrati che hanno cercato di sobillare e compiere atti violenti, coinvolgendo anche pacifisti.
Citando la mia ordinanza l'onorevole Mascia afferma che è stata cambiata la disposizione relativa alla testa del corteo ed al «fiancheggiamento» da parte delle forze dell'ordine. Faccio presente che il 21 luglio non si è svolto semplicemente un corteo, ma un'invasione di massa: più di 150 mila persone, hanno occupato tutto il territorio, non in forma di corteo, ma sparpagliate, per cui non è stato possibile creare la testa del corteo. Comunque, i servizi di fiancheggiamento che dovevano proteggere il corteo, erano presenti: Bisogna conoscere la città di Genova e le difficoltà di spostamento al suo interno per poter capire.
Ho già specificato nella relazione per quale motivo non si sia riusciti a bloccare i black bloc; ho parlato anche della loro filosofia e delle loro azioni di guerriglia sul territorio. Ogni volta che, su indicazione dei cittadini, cercavamo di fronteggiarli, loro si erano già spostati con le classiche azioni di guerriglia; molte volte non siamo potuti intervenire per bloccarli, perché loro, che conoscevano bene la città, si mettevano in posizione tale da non farsi raggiungere: non potevamo scendere da monte, né muoverci dai lati per la presenza del corteo e della massa dei manifestanti. Perciò, non potevamo entrare per fronteggiare i black bloc, che, nel frattempo, avevano già cambiato obiettivo.
Lei mi chiede, onorevole Mascia, se alla Diaz era presente il dottor Donnini: le rispondo di no, non credo. Donnini era un funzionario di polizia, un dirigente superiore, al quale mi rivolgevo per avere la disponibilità del personale; con lui parlavo quando mi servivano 50 o 100 uomini per fronteggiare una certa evenienza. Non credo che Donnini fosse presente sul


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posto, anzi, mi sentirei di escluderlo. Mi sono rivolto a lui, quella sera, per ottenere del personale da inviare sul posto: ricordo che Donnini ha risposto alla mia richiesta offrendomi la disponibilità di un reparto di Roma. Donnini però non era presente alla Diaz. Il dottor Sgalla invece era sul posto perché lo inviai io, su indicazione del capo della Polizia.
Riguardo alla caserma di Bolzaneto, non è vero che non sapevamo dove si trovavano coloro i quali erano stati fermati: sapevamo che erano a Bolzaneto, e che poi sarebbero stati portati nelle carceri.
Per quanto attiene ai gruppi di estrema destra - i 600 infiltrati - non mi risulta che in quelle circostanze, essi abbiano partecipato alle violenze sul territorio. Non sono a conoscenza di questo episodio.
I Tonfa sono manganelli di ultima dotazione dei reparti: non ho inviato alcuno ad addestrarsi al loro utilizzo, anche perché il personale della questura di Genova - e quindi territoriale - non ha fronteggiato in prima linea questioni di ordine pubblico, ma è stato destinato ad altri servizi di vigilanza e di supporto.
Già il capo della Polizia si è soffermato a lungo sul carcere di Marassi, leggendo anche una relazione, che confermo nel modo più assoluto. I black bloc...

GRAZIELLA MASCIA. Un'altra relazione della polizia penitenziaria dice cosa diversa...

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Non l'ho letta. Posso confermare che a Marassi, che rappresentava un obiettivo a rischio (lei, onorevole Mascia, ha letto, anche nell'ordinanza, quanti obiettivi a rischio avevamo quantificato), si trovava un funzionario con alcuni uomini (circa una ventina o qualcosa di più). Chi conosce la conformazione di Genova (lo ripeto) sa


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che questi black bloc sono potuti arrivare dalle montagne, sono scesi da una scalinata, ed il collega se li è trovati di fronte: ha chiesto aiuto, ma in quel momento eravamo dall'altra parte della città, sotto il ponte della ferrovia. Il supporto inviato è stato bloccato dai manifestanti che hanno assalito la colonna che stava andando in aiuto a Marassi.

GRAZIELLA MASCIA. Il questore Colucci non ha risposto alla domanda se abbia impartito o meno l'ordine di caricare in piazza Tolemaide; ci ha detto invece che non sapeva dove fossero i fermati. Non ha risposto nemmeno alla domanda relativa al numero di lacrimogeni utilizzati.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Non so quanti lacrimogeni siano stati utilizzati: dovrei contarli, esaminando tutte le relazioni dei funzionari in cui si specifica questo particolare. Chiaramente ne sono stati lanciati moltissimi. Per quanto riguarda l'attacco di piazza Tolemaide, è molto esaustiva la relazione del dirigente del servizio che precisa, come ho fatto anch'io nella mia relazione, che tra la massa di manifestanti del Genoa social forum, che procedeva verso piazza Verdi, c'erano degli infiltrati, degli anarchici (Commenti del deputato Mascia).
Se un dirigente del servizio è aggredito con corpi contundenti, bottiglie molotov ed altri oggetti che, per offesa, vengono lanciati contro le forze di polizia, è ovvio che devo necessariamente disporre la carica per «alleggerire» quel dirigente, comunicando la direttiva via radio: mi pare di averlo già chiarito nella mia relazione.
Per quanto riguarda gli arrestati, sapevo dove fossero: lo si legge anche nell'ordinanza di servizio (del resto, come questore, non posso non saperlo. So dove si trovavano coloro che erano stati arrestati dalle forze di polizia e so dove si


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trovavano quelli che erano stati arrestati dai carabinieri: a Bolzaneto e a Porto S. Giuliano).

GRAZIELLA MASCIA. Eppure lei ha detto ad un parlamentare di non saperlo!

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Nel momento in cui il parlamentare mi chiede di sapere dove si trova Francesco Colucci, arrestato, io rispondo che non lo so.

GRAZIELLA MASCIA. Dove stanno gli arrestati, i fermati?

FILIPPO ASCIERTO. Ma chi è questo parlamentare?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Non lo so, non lo ricordo: onorevole Mascia, sarebbe stato sciocco da parte mia mentire ad un parlamentare su ciò: non ne vedo la ragione; forse ci siamo capiti male.

PRESIDENTE. Non ricorda, è inutile insistere.

LUIGI BOBBIO. Ringrazio il dottor Colucci per la notevole qualità delle notizie fornite. Vorrei solo che fossero chiariti alcuni aspetti di dettaglio. In primo luogo vorrei far riferimento, molto sinteticamente, ad una nota a sua firma, dottor Colucci, del 28 luglio 2001 relativa ad una richiesta di accertamenti sull'infiltrazione di cosiddetti elementi dell'estrema destra nella manifestazione. La risposta della nota è negativa, però in calce alla stessa si dice che l'esito negativo del controllo è stato comunicato a Vittorio Agnoletto: ciò, dal punto di vista di una certa esperienza, lascia alquanto perplessi. Non si comunica, normalmente, al denunciante l'esito dell'accertamento delle indagini.


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Dottor Colucci, c'è una nota, proveniente sempre dal suo ufficio della questura di Genova, del 20 luglio 2001, firmata dal dottor Montagnese (se non leggo male il timbro che è mal fotocopiato), nella quale il dottor Montagnese riferisce di un tentativo violento e reiterato di sfondamento della zona rossa, addirittura con parziale abbattimento della recinzione; nella nota del dirigente in questione, testualmente, si legge: «Preciso che tra gli striscioni e le bandiere visualizzate tra la folla dei manifestanti che hanno più volte sfondato, in pratica, la zona rossa, lo sbarramento, se ne discernevano alcune di Rifondazione comunista ». Vorrei dunque chiedere alcuni ragguagli ulteriori su questa presenza ufficiale di Rifondazione comunista nel tentativo di sfondamento della zona rossa.
Quali erano, in concreto, questore Colucci, i suoi compiti? Questa è la prima domanda.
La seconda domanda: è la seguente: fino ad oggi da queste audizioni un ruolo veramente strano del capo della Polizia. Le chiedo, questore Colucci, da alto dirigente e funzionario esperto: questo capo della Polizia, in una vicenda del genere (lo dico in maniera brutale) a cosa è servito, cosa ha fatto? Non è ufficiale di polizia giudiziaria, non dirige l'ordine pubblico, non impartisce direttive: ma allora, che senso ha un capo della Polizia? Guardiamo alla prassi, alla forza cogente nei suoi confronti, dottor Colucci, come questore di Genova, dei «suggerimenti»(uso questo termine fra virgolette perché presumo che a questo dobbiamo ridurci) che le forniscono il capo della Polizia ed i suoi vice: immagino che almeno dei suggerimenti, dotati di forza cogente, le siano stati forniti. Le chiedo se lei poteva sottrarsi a tali suggerimenti.
Visto che la perquisizione alla Diaz fu eseguita ai sensi dell'articolo 41 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, e che quindi era atto di polizia giudiziaria; visto che lei,


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dottor Colucci, non è ufficiale di polizia giudiziaria in quanto questore; visto che Gratteri non è ufficiale di polizia giudiziaria; visto che La Barbera non era, in quanto prefetto, ufficiale di polizia giudiziaria: questa decisione (lei, disse che si decise) chi la prese? Il provvedimento di polizia giudiziaria doveva essere deciso da un ufficiale di polizia giudiziaria, a parte i riflessi che poteva avere di altra natura. Quindi, le chiedo: chi prese questa decisione? Chi indusse, chi diresse, chi organizzò, chi gestì, chi autorizzò determinate presenze - Sgalla in testa, come addetto stampa di De Gennaro- sul posto? Perché circolò la notizia della perquisizione - ripeto, di polizia giudiziaria - alcune ore prima che venisse effettuata? Chi determinò modalità che, per chi è esperto della materia, sono effettivamente inusuali (perché non si manda a compiere un atto di polizia giudiziaria, una forza che non ha compiti di polizia giudiziaria come il reparto mobile)?
Lei sa che le norme in materia di restrizione carceraria sono assolutamente inderogabili, e sono previste da disposizioni di attuazione del codice di procedura penale: in particolare, gli arrestati e i fermati devono inderogabilmente essere condotti nel carcere del luogo dove è stato eseguito l'arresto o il fermo. Vorrei allora sapere da chi fu stabilita questa deroga per le carceri di Alessandria e di Pavia e, in particolare, vorrei sapere se la procura di Genova ebbe parte in questa decisione, ripeto, illegale o se comunque ne fu informata e, pertanto, quali determinazioni adottò di conseguenza. Un'ultima domanda che vorrei fare al questore riguarda il riferimento ad una partecipazione dell'onorevole Mascia ad un sopralluogo in compagnia di un funzionario di polizia giudiziaria. Le chiedo a che titolo si autorizzò una partecipazione così delicata? Non mi risponda a titolo di parlamentare,


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perché si veniva, con questa presenza, ad interferire pesantemente e in maniera non consentita su un'attività comunque investigativa.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Cercherò di rispondere al complesso di domande del senatore Bobbio, spero nel migliore dei modi, con la coscienza tranquilla.
Lei ha parlato di una mia nota del 28 luglio sull'infiltrazione di elementi di estrema destra comunicata ad Agnoletto. È vero, quella sera Agnoletto ci chiamò e ci disse che alcuni pullman, forse di esponenti di estrema destra, si erano fermati in una località sopra Marassi, dove erano state piantate delle tende. Questa notizia apparve subito inverosimile al dirigente della DIGOS, perché in quella zona vi sono dei centri sociali e pertanto sarebbe come mettere cane e gatto vicini. Andammo, comunque, a fare una verifica con macchine della DIGOS e non si trovò la presenza di queste persone. Conseguentemente, per correttezza e sempre in virtù di quel rapporto di fiducia che si è cercato di instaurare durante quei giorni per risolvere i problemi di ordine pubblico, si è data risposta ad Agnoletto dicendogli che non si era verificato quello che egli ci aveva segnalato. Tutto qui. Ma non è che in genere noi diamo la risposta al cittadino. Ciò rientrava appunto nel tentativo di dialogo al quale ho fatto cenno nella mia relazione, che purtroppo è fallito e si è dimostrato del tutto inaffidabile.
Se lei ha la relazione del dottor Montagnese, vedrà che in essa è contenuta una frase con cui afferma che c'erano certe bandiere. Rifondazione comunista è un partito che aveva il diritto di manifestare, al pari di tanti altri partiti. Chiaramente poi ci poteva essere anche la bandiera della Roma o della Lazio; si tratta, comunque, di una considerazione fatta dal funzionario.


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LUIGI BOBBIO. Quello che contesto è il tentativo di sfondamento.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Piazza Dante è una piazza tematica, dove accettavamo anche questo tipo di sceneggiata di sfondamento ...(Interruzioni del senatore Bobbio) . Vorrei essere preciso in piazza Dante non vi è stata una sceneggiata. Quindi qualcosa è sfuggito rispetto alle intenzioni del Genoa social forum. Mi rifaccio sempre alla mia relazione: in quel momento in piazza Dante, ma anche in un'altra piazza il cui nome ora non ricordo ma che sta comunque sopra la prefettura, vi è stato un rischio di sfondamento; questo è vero.
Con riferimento alla perquisizione della Diaz in base all'articolo 4 del Testo unico, ricordo che l'attività prevista da tale articolo è di polizia giudiziaria. Con riferimento alla firma degli atti, ricordo altresì che sono stati firmati dal dirigente della mobile e dal dirigente della DIGOS di Genova. Ripeto ancora che si è trattato di una decisione contestuale, condivisa da tutti. (Commenti del senatore Bobbio), anche da ufficiali di polizia giudiziaria dello SCO presenti.
Prendo atto di questa decisione, nel senso che la condivido anch'io, pur non essendo ufficiale di polizia giudiziaria. Ripeto, non mi sottraggo alle mie responsabilità. Sono anch'io convinto dell'opportunità di fare questa perquisizione, così come erano convinti a mio giudizio anche tutti i presenti. C'è un passaggio nella mia relazione dove vengo a conoscenza di un'aggressione ad un equipaggio mobile della DIGOS in via BattistI: in genere, al termine di una manifestazione, gli elementi della DIGOS perlustrano il territorio per verificare il regolare deflusso dei manifestanti. In quel caso specifico, non sapevo che c'era personale della squadra mobile che stava svolgendo una certa attività sul territorio. Comunque, si decise di operare in base all'articolo 41 e si presero le decisioni che


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ho detto prima. Ripeto: c'erano il dirigente della mobile e il dirigente della DIGOS; in più era stato inviato sul posto, mi sembra dal vicecapo vicario, il dottor Murgolo, il quale ha accettato di andare sul posto (Commenti del senatore Bobbio). Il reparto mobile è stato impiegato perché, come ho detto nella mia relazione, poteva servire da supporto in caso di eventuali violenze da parte di coloro che dovevano essere perquisiti, contro la mobile e la DIGOS.
Per quanto riguarda la deroga alle norme in materia di restrizione carceraria, credo che sia stata stabilita senz'altro dal Ministero della giustizia, il quale ha adottato un provvedimento notificato al direttore del carcere a seguito anche di un comitato, come ho ben chiarito prima, riunitosi in prefettura. È stato pertanto emanato un decreto con il quale si è trovata la forma giuridica legittima per accompagnare gli arrestati fuori dalla provincia, per evitare altre situazioni allarmanti di ordine e sicurezza pubblica (Commenti del senatore Bobbio )...
Per quanto riguarda l'onorevole Mascia, la devo ringraziare, perché si stava creando sul posto una situazione di ordine pubblico particolare, ed io ero preoccupato perché non riuscivo più a contattare il vicequestore vicario. Quando quella sera l'onorevole Mascia mi ha chiamato dicendomi che era assieme al dottor Calesini, ho tirato quindi un sospiro di sollievo, perché avevo finalmente traccia del vicequestore vicario, che temevo potesse essere incorso in qualche situazione critica (Commenti).

GRAZIELLA MASCIA. Non ha risposto alla questione relativa alla mia presenza (Commenti).
Mi riservo allora di intervenire per fatto personale.


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PRESIDENTE. Sarei grato se si permettesse al questore Colucci di completare le sue risposte.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Credo di aver risposto a tutte le domande.

PRESIDENTE. Può allora intervenire l'onorevole Sinisi.

GRAZIELLA MASCIA. Signor presidente, c'è una precisazione da fare relativamente alla mia presenza.

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Mascia. Noi dobbiamo chiedere al questore ciò che conosce sui fatti accaduti, non possiamo saperlo da lei, altrimenti sarebbe tra le persone audite. L'ufficio di presidenza, se riterrà, la ascolterà.

GRAZIELLA MASCIA. Ma la volevo spiegare.

LUIGI BOBBIO. Abbiamo capito tutto!

PRESIDENTE. Non deve spiegarla a nessuno. Se il Comitato riterrà opportuno avere tale informazione, gliela chiederà. Era stata formulata una domanda al questore, che ha risposto in base a quanto era a sua conoscenza. Non credo si possa fare altra polemica: le sarei quindi grato se lasciasse intervenire l'onorevole Sinisi.

GIANNICOLA SINISI. Signor presidente, anch'io saluto e ringrazio il questore Colucci, al quale ho da porre otto questioni, quattro di carattere generale e quattro molto specifiche. La prima questione di carattere generale riguarda la gestione delle manifestazioni, autorizzata nella cosiddetta zona gialla. Abbiamo tutti letto l'ordinanza di servizio del prefetto di Genova che contemplava, nella zona gialla, il divieto di pubbliche manifestazioni di qualsiasi genere, compresa


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l'attività di volantinaggio. Dalla stessa ordinanza si desume che il perimetro della zona gialla sarebbe stato da lei successivamente dettagliato. Nella sua ordinanza del 12 luglio leggiamo invece che in detta zona si prevedeva il divieto di pubbliche manifestazioni se non espressamente autorizzate. Dalla lettura dell'ordinanza prefettizia queste però non potevano essere autorizzate in quell'area! Le dico questo perché mi sono persuaso, dal ragionamento che si è sviluppato, che tra il 2 giugno ed il 12 luglio siano accaduti alcuni avvenimenti, che noi imputiamo anche a precisi indirizzi di Governo. Abbiamo saputo infatti della riunione del ministro Scajola del 19 giugno; abbiamo poi saputo delle trattative, che sono state pubblicate sui giornali, dell'11 e 12 luglio. Vorrei sapere quindi come mai sono state autorizzate queste manifestazioni nella zona cuscinetto in deroga all'ordinanza del prefetto quando avevate tutto quel bagaglio di informazioni sull'attività di guerriglia urbana, di sommossa che anche il Genoa social forum poteva porre in essere, come risulterebbe dalle intercettazioni e da tutte le altre attività svolte che lei ci ha così bene illustrato.
Le chiedo poi come valuti l'entità, la natura ed i contenuti dell'attività dei nostri servizi di informazione e di sicurezza. Vorrei sapere cioè se l'attività di prevenzione in questo senso le sia stata effettivamente di supporto e di che cosa si sia trattato.
La terza questione di carattere generale riguarda il coordinamento delle forze di polizia: vorrei sapere se in tal senso vi siano stati inconvenienti. Siamo infatti venuti a conoscenza di notizie, anche dalla stampa, relative ad alcuni ritardi verificatisi. Lei può effettivamente segnalarci inconvenienti nell'attività di coordinamento delle forze di polizia?
Abbiamo poi letto della presenza del ministro della giustizia nella caserma Bolzaneto, nonché della presenza del Vicepresidente


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del Consiglio e di alcuni parlamentari nella sala operativa di Forte San Giuliano. Vorrei sapere se lei era al corrente di queste presenze e che cosa ha avuto da dire in proposito. In particolare, ci sono stati degli inconvenienti nelle linee di comando che lei ha descritto?
Passo ora alle quattro questioni di carattere particolare. La prima riguarda i controlli alle frontiere e a tal proposito non mi tornano i conti: sono state infatti compiute 1.439 segnalazioni di persone da non ammettere alla frontiera in quanto non gradite, mentre lei ci ha parlato di 2.000 respinti al confine. Si tratta di un numero superiore a quello rispetto alle segnalazioni compiute. Vorrei sapere allora in cosa è consistito questo controllo alle frontiere e quale efficacia abbia avuto il sistema SIS di Schengen. La seconda questione di carattere particolare è la seguente: nella relazione degli ispettori, e in particolare credo in quella dell'ispettore Montanaro che si è occupato della caserma Bolzaneto, si trova scritto della soppressione di cinque postazioni relative al trattamento dei fermati e degli arrestati senza nessuna plausibile ragione: ciò, a detta delle relazioni, avrebbe generato ritardi. Vorrei sapere se lei era al corrente della soppressione di queste postazioni e se effettivamente ciò abbia generato dei ritardi (a questo punto non più collegati al numero dei presenti come lei ha detto).
Terza questione: il comandante generale dell'Arma dei carabinieri ha detto che era presente a Genova, tenuto di riserva, il battaglione Tuscania, un battaglione di alta professionalità e specializzato. Vorrei sapere se lei era al corrente della presenza di tale battaglione come contingente di riserva, e vorrei sapere perché si è preferito l'impiego di altre tipologie di personale dell'Arma dei carabinieri.


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Ultima questione di carattere particolare: quale seguito è stato dato alle segnalazioni pervenute dal presidente della provincia di Genova? Abbiamo visto che vi è anche una procedimento a carico di ignoti da parte della procura.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Volevo innanzitutto chiarire che la zona gialla non è stata affatto coinvolta nei movimenti di piazza. È stata coinvolta solamente per quanto riguarda le piazze tematiche. Il Parlamento ha approvato una norma di sovvenzione per accogliere la massa di manifestanti che doveva arrivare a Genova: si parla di circa 30 treni straordinari, di una moltitudine eccezionale di gente. Quando viene prevista e sovvenzionata con apposita norma l'accoglienza, è ovvio che bisogna anche dare la possibilità a queste persone di manifestare in modo pacifico, in quanto si tratta di un diritto costituzionalmente garantito. Come già ho detto prima nella mia relazione, il questore ha potuto concedere, sempre d'intesa con le altre persone presenti a Genova e che ho già più volte ricordato (i vari referenti ministeriali e così via), queste piazze tematiche.
A mio giudizio non è cambiato nulla tra i due Governi. Credo però che il silenzio pre-elettorale - si tratta di una mia impressione, può darsi che sbagli - abbia comportato una grossa sfaldatura nell'organizzazione del vertice G8. Ciò è quello che risulta a me come tecnico, perché non si può, oggi, non colloquiare con le frange assolutamente pacifiche in modo tale che ognuno abbia il diritto, garantito dalla Costituzione, di manifestare. Forse non sarebbe cambiato nulla, perché come ho già ricordato il Genoa social forum è un'anima composta da settecento e più associazioni, al cui interno vi è tutto e di più.
Il lavoro è stato veramente pressante e pregnante in relazione all'acquisizione di notizie e informazioni. Le persone


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con le quali siamo entrati in contatto erano completamente inaffidabili e non hanno fatto nulla per contribuire ad un buon esito della piazza.
I servizi di sicurezza hanno fornito molte notizie attraverso il dipartimento e qui faccio riferimento alla mia relazione, nella quale ho parlato di ciò; si è parlato di sangue infetto, di aeroplanini che sarebbero dovuti arrivare a Palazzo ducale. È stato descritto uno scenario alle volte allucinante, in relazione al quale abbiamo compiuto anche alcuni accertamenti approfonditi. Personalmente ho dato disposizioni, e poi lo ha fatto anche il dipartimento, di verificare tutte quelle situazioni nelle quali si poteva partire con un piccolo aereo leggero, compiendo accertamenti sugli aeroclub e via seguitando. È stato fatto tutto ciò che si poteva fare ed in merito esalto ancora una volta il lavoro della questura di Genova. D'altra parte il prefetto, quando è venuto qui, ha presentato l'ordinanza che ha emesso la questura di Genova.
Il coordinamento tra le forze di polizia, a mio giudizio, è stato perfetto e credo di poterlo anche sottoscrivere nel modo più incisivo. È stato perfetto. Non c'è stato alcun coordinamento... Non c'è stato alcun scoordinamento, scusatemi...

MARCO BOATO. È chiaro il lapsus!

FRANCESCO COLUCCI, Questore. È chiaro - ma lo ribadisco ancora una volta - che le forze di polizia sono a disposizione del prefetto. Il prefetto poi attribuisce al questore il potere di coordinamento ed il compito di utilizzare, di impegnare - voglio utilizzare un termine nobile - le forze di polizia sul territorio. Ogni forza di polizia, sia essa Guardia di finanza, sia essa Polizia di Stato, sia essa Carabinieri, ha, come


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dirigente di quel servizio di ordine pubblico, un funzionario di polizia, collegato direttamente con la nostra centrale operativa (che merita poi un discorso a parte).
Lei ha parlato precedentemente, a proposito di carabinieri, del battaglione Tuscania. Il battaglione Tuscania non è stato utilizzato il giorno 21 luglio. A seguito della morte di quel ragazzo, è stato stabilito di non utilizzare, per quel giorno, i carabinieri; essi hanno prestato altri servizi all'interno della zona rossa (sostituito alcuni servizi di piantonamento o di vigilanza); pertanto è stata impegnata solamente la Polizia di Stato. Mi pare che il battaglione Tuscania, il giorno 20 luglio, non vorrei sbagliare, in corso Italia sia entrato da piazza Kennedy dove il Black bloc o i violenti comunque avevano trovato la copertura del Genoa social forum. In tale circostanza, alcune donne del Genoa social forum, cito a memoria - non vorrei dire una cosa inesatta - hanno chiesto il nostro ausilio per dividere i buoni dai cattivi. Comunque, credo che il battaglione Tuscania quel giorno sia entrato in piazzale Kennedy.
Per quanto riguarda l'ispettore Montanari, ho già espresso qualche giudizio sulla visita ispettiva; non si può condurre un'ispezione di due o tre giorni, a voce, su una attività così complessa che è durata un anno; dopo giornate di duro lavoro e di stanchezza chiaramente qualche parola può essere stata fraintesa. Cio non c'entra niente con la sua domanda, ma questo è il motivo per il quale ribadisco le riflessioni che ho citato nella mia relazione. Anzi, oserei dire che il dottor Micalizio non ha inserito nella sua relazione alcune frasi che ho detto. Oserei anche dire che ha scritto qualcosa che non ho affermato. Comunque, lei capisce il mio stato d'animo. Io


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ero un questore della Repubblica, obbedisco al signor ministro ed in questo momento sto dicendo la vera verità, non la verità di Colucci Francesco. La vera verità.
Sì, effettivamente, quel giorno avevamo avuto alcuni problemi e non ero a conoscenza del fatto che erano state soppresse alcune delle sette postazioni. Ho una scheda a mia disposizione nella quale è contenuta una nota al riguardo: «Nei giorni 20 e 21 sono transitate nella struttura 240 persone. I tempi di permanenza sono stati di circa di due ore, tranne la serata tra il sabato e la domenica in cui sono state trattate 116 persone, comprese quelle arrestate alla Diaz. All'1.30 si è reso necessario chiudere 5 postazioni in cui il personale addetto era in servizio dalle ore 7 del giorno precedente». Abbiamo trascorso a Genova un'esperienza che mi auguro nessuno possa vivere, sia per quanto riguarda la gestione della piazza, sia per quanto concerne tutto il lavoro svolto. Questo è il motivo per cui si è verificato questo disservizio. È vero, non sapevo di ciò ma anche se lo avessi saputo avrei detto di smontare dal servizio. Faccio anche riferimento alle eventuali reazioni dell'ordine pubblico. Premesso che condanno l'azione violenta gratuita - e mi assumo le mie responsabilità - è necessario immedesimarsi psicologicamente nel nostro personale che ha subito un'offesa alla quale poi forse ha reagito, dopo tante ore, in modo veramente non accettabile. Comunque c'è una attività investigativa in atto.
«L'afflusso maggiore», continuo la lettura della nota, «si è avuto nel pomeriggio e nella notte del giorno 21. Mediamente la permanenza è stata di 2 ore e mezzo, salvo il sabato 21 in cui, a causa del numero di persone da trattare, la permanenza ha raggiunto il suo massimo alle ore 17». È vero, lo ammetto. Non per colpa mia, l'ho saputo perché c'è stata una affluenza enorme di persone e si è realizzato questo disservizio che


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tuttavia, va inquadrato nell'organizzazione generale, non in quello specifico settore; per poter giudicare, come affermo nella mia relazione, bisogna avere un quadro complessivo e bisognerebbe aver vissuto insieme a noi ciò che abbiamo vissuto.
Per quanto riguarda i controlli alla frontiera, io ho parlato di 2000 persone; saranno state 1.439, vi saranno state altre persone respinte alla frontiera al di là del sistema di cui lei ha fatto riferimento precedentemente. A me risultavano circa 2 mila persone respinte. Forse a queste 1.439 se ne saranno aggiunte altre, non lo so.
Ho appreso della presenza del ministro della giustizia a Bolzaneto dalla stampa il giorno dopo. È venuto da me la mattina il Vicepresidente del Consiglio, accompagnato anche da altri parlamentari, per dare un saluto alle forze di polizia, nella persona del questore, tant'è che l'ho condotto anche a visitare la centrale operativa. Si è trattenuto con il questore, credo anche con il prefetto Andreassi per qualche minuto a prendere un caffè. Tutto qui.
È stata questa una vicinanza che a me ha fatto molto piacere perché un Vicepresidente del Consiglio ed altri parlamentari capivano il problema da affrontare e ciò è stato anche un motivo di orgoglio. Il Vicepresidente del Consiglio, con gli altri parlamentari, successivamente hanno raggiunto Forte San Giuliano per rendere visita anche al comando dei carabinieri. Mi sembrava giustissimo.
Parliamo ora del 20 luglio. Nel giorno 20 le manifestazioni dovevano iniziare ad una certa ora, secondo le indicazioni del Genoa social forum. Invece sin dalle 8-9 di mattina erano già cominciate le aggressioni in varie parti della città: zona alta, quarta e quinta e via dicendo. I nostri reparti erano, pertanto, in movimento per le aggressioni che continuavano. Il Genoa


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social forum doveva arrivare all'obiettivo verso le 14 o le 15; invece è arrivato molto tempo prima. Quindi c'era già un movimento sulla piazza a grosso rischio.
Quando il Vicepresidente del Consiglio ed altri parlamentari si sono recati a Forte San Giuliano sono stati costretti a rimanere lì perché non potevano più uscire. Sia sulla strada verso il mare, sia sulla strada verso i monti vi erano manifestanti e forse anche, incidenti in corso. Questo è ciò che mi risulta.

GIANNICOLA SINISI. Per quanto riguarda il presidente della provincia?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Le segnalazioni del presidente della provincia, Marta Vincenzi, sono arrivate. Penso che il capo della Polizia abbia letto le mie risposte ed il rapporto all'autorità giudiziaria, in ordine a quelle segnalazioni. Siamo intervenuti, sia noi che l'Arma dei carabinieri e non abbiamo notato nessuno.
In quelle circostanze abbiamo identificato anche i custodi; abbiamo riscontrato che trenta o quaranta persone - cito a memoria - avevano invaso un altro edificio a causa delle piogge. Non c'è stato comunque chiesto di mandarli via. Stavano lì tranquilli e sereni. Successivamente, nel corso della nottata, abbiamo ricevuto la telefonata di un'interprete russa, dipendente della provincia, la quale affermava che erano stati invasi un primo o un secondo piano. Siamo tornati, insieme ai carabinieri, se non erro, ed abbiamo constatato che tutto era tranquillo e sereno.
Il giorno successivo, su ulteriore chiamata, siamo intervenuti e siamo stati attaccati. Dinanzi a tre o quattro mila persone che uscivano da un centro di accoglienza limitrofo, circondando le forze dell'ordine, la colonna della polizia è


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stata costretta a retrocedere. Non so se ha notato dai filmati che in molte occasioni siamo stati attaccati da più parti. Genova è infatti una città costruita a catino: siamo stati attaccati anche dall'alto. Nessuno ricorda, e mi dispiace doverlo sottolineare, che sono state attaccate quattro caserme ed un carcere. Hanno attaccato due caserme della Polizia di Stato, una dei Carabinieri, una della Guardia di finanza e infine il carcere.

ERMINIA MAZZONI. Ringrazio personalmente il questore ed esprimo inoltre il mio profondo apprezzamento per i toni pacati con i quali ci ha esposto i fatti dei quali è stato protagonista, nonostante oggi sia comunque destinatario di un provvedimento che, ad evidenza, lo ha colpito in maniera non del tutto logica e comprensibile dal mio punto di vista.
La sua relazione è stata, nonostante questo coinvolgimento personale, assai completa ed oggettiva, connotata da un alto livello di professionalità che ho personalmente apprezzato. Pertanto, riduco ulteriormente le mie domande, dal momento che i colleghi che mi hanno preceduto hanno già formulato approfondimenti da me ritenuti necessari, come quelli concernenti la parte riguardante il provvedimento prefettizio che perimetrava la città, con l'individuazione della zona gialla.
Mi sembra, se sbaglio il questore mi correggerà, che il provvedimento che perimetrava la zona gialla non è stato derogato concretamente nella fase attuativa, ma è rimasto unico, dal momento che non ve ne sono stati successivi, e che è stato attuato concretamente, perché le manifestazioni svolte nelle piazze tematiche sono state di un certo tipo, come spiegato dal questore. Esse non hanno contraddetto l'indicazione prefettizia. In tal modo siamo restati nell'ambito della


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sicurezza; tra l'altro, ciò è dimostrato dal fatto che non vi sono state manifestazioni violente né danneggiamenti in particolare in quelle zone.
Un ulteriore dato relativo alla sera del 21 luglio. Il 21 luglio lei parla di una notizia che la raggiunge presso la questura; lei è in presenza di altre persone, ma non specifica dettagliatamente chi fossero; afferma genericamente: « si decise », ma non dice esattamente chi decise.
Vorrei sapere - la domanda è stata già posta - nel dettaglio quali siano state le fasi decisionali: è arrivata la notizia, da parte di chi? Dalle pattuglie che erano state attaccate nelle zone limitrofe all'istituto? Lei ha appreso la notizia: vi è stata una riunione? Esiste un verbale? Con chi si è giunti alla determinazione di procedere ad un intervento? Successivamente, lei parla di un primo intervento, di un'ulteriore sollecitazione e di un invio di un ulteriore contingente, sebbene ristretto numericamente.
Esiste un documento, e chiedo se sia possibile acquisirne copia, che tracci in maniera più chiara le varie fasi e i momenti decisionali che hanno preceduto la perquisizione dell'edificio scolastico e che individui i soggetti concretamente coinvolti sia nella fase decisionale sia in quelle successive? Dalla documentazione in nostro possesso emergono sicuramente delle lacune che sarebbe utile colmare.
Inoltre, lei fa riferimento a soggetti responsabili del Genoa social forum, contattati dal momento in cui ha ricevuto la notizia fino al momento in cui è stata avviata l'operazione, per avere conferma della presenza, presso l'istituto, di soggetti non pacifici e non riconoscibili nel Genoa social forum. Vorrei allora capire chi siano questi soggetti che lei individua come responsabili. Credo infatti che la difficoltà che noi abbiamo oggi, procedendo in questa indagine conoscitiva, è quella di


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capire chi siano i soggetti che hanno in concreto mascherato tali soggetti violenti. Vi è stata poi una confusione tra manifestanti pacifici e manifestanti violenti. Dobbiamo allora cercare di capire se questa confusione - elemento che, anche se non ha impedito, ha quanto meno reso difficile alle forze dell'ordine la possibilità di operare concretamente, interrompendo quindi tutte le manifestazioni - abbia inciso sulle modalità attraverso le quali si è arrivati all'individuazione dei responsabili del Genoa social forum. Chi sono questi soggetti che avete interpellato e che grado di affidabilità avevano? In particolare, e a questo ricollego l'ultima domanda, quale è stato, se vi è stato, il ruolo ricoperto dalla questura nell'assegnazione degli istituti e delle strutture ai manifestanti in genere? Da quando è emerso dalle dichiarazioni del presidente della provincia e del sindaco di Genova, infatti, non è chiaro il criterio secondo cui si è affidato a Tizio e non a Caio una determinata struttura e con quale garanzia per la pubblica incolumità.
In tal senso, le chiedo se la questura era stata informata, se sapeva chi occupava determinate strutture e che garanzie aveva acquisito ai fini della sicurezza e dell'attività che doveva svolgere.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Ho affermato nella mia relazione che nel mio ufficio la sera famosa perquisizione erano presenti oltre al questore - il dirigente della DIGOS mi fa un appunto -il vicecapo vicario della Polizia, prefetto Andreassi, e il suo segretario dottor Costantino, il direttore della direzione centrale polizia di prevenzione, il prefetto La Barbera, il primo dirigente Giovanni Fiorentino, il dirigente superiore Giovanni Luperi, il dottor Gratteri, direttore dello SCO, il dottor Gilberto Caldarozzi, dirigente dello SCO, il dottor di Bernardini e il dottor Murgolo, vicequestore vicario


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di Bologna. Il dottor di Bernardini è il funzionario che ha subito un'aggressione. Quando il dottor di Bernardino e il dottor Caldarozzi ci raccontano dell'aggressione subita, dopo esserci tutti consultati, si decide di procedere all'intervento ai sensi dell'articolo 41. Dico «si decide» perché sarebbe stato minimale affermare che l'intervento era stato deciso dal questore, vista la presenza nella stanza di altri esponenti qualificati del dipartimento. È stata una idea condivisa.
Ripeto pertanto che si è trattato di un'idea condivisa da tutti, me compreso. Devo inoltre dire - la mia coscienza mi impone di farlo - che il prefetto La Barbera mi ha sollecitato - io non vi avevo nemmeno pensato, data la situazione di grande stanchezza - per fare intervenire sia l'elicottero sia i Vigili del fuoco con le fotocellule ed il gruppo elettrogeno.
Con questo voglio dire che mi assumo le mie responsabilità decisionali e non mi nascondo dietro un dito: la linea è stata condivisa. Non ricordo che ci sia stata qualche indicazione diversa, ma se il prefetto La Barbera, il direttore dello SCO o il vicecapo della Polizia mi avessero chiesto cosa fare avremmo riflettuto ancora di più. Naturalmente (leggevo sulla stampa ieri o l'altro ieri che c'è stata qualche incomprensione), dal momento che la mia stanza non era tanto piccola, magari, mentre andavo a telefonare, può darsi che si siano scambiati qualche battuta. Le sto esattamente dicendo quello che a me risulta.
Devo anche ammettere, per onor di verità, una cosa che è stata detta in quest'aula. Dal momento che allo SCO era stato demandato di verificare all'interno della zona rossa eventuali disservizi, come mai lo SCO stava al di fuori di essa? Una delle domande che mi ha fatto l'ispettore Micalizio è stata la


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seguente: tu sapevi che lo SCO stava al di fuori? Io ho risposto di no; egli ha detto che il questore avrebbe dovuto saperlo ed io ho accettato il rilievo
Con i responsabili del Genoa social forum, io ho avuto contatti in seconda o terza battuta, perché i contatti erano a livello dipartimentale, cioè a livello del prefetto di Genova, e anche lo stesso Capo della polizia, è notorio, è venuto a Genova per parlare con questi rappresentanti, che erano 10 o 15 persone. I contatti più stretti erano quelli con Kovac, Morettini e Agnoletto: queste erano le persone con le quali avevamo più contatti, almeno a quanto mi risulta. Si tratta di persone che rappresentano a Genova il Genoa social forum e, onestamente, non sono in grado di dare altre informazioni. Comunque erano dei referenti sicuri, certi, e quella sera, se non erro, proprio Kovac ci ha detto: a noi non interessa più quella scuola, siamo andati tutti via, abbiamo 25 treni straordinari, la città pullula di gente; quindi ritengo probabilissimo che all'interno della scuola siano andate persone non gradite: questo è il contenuto di quella telefonata.
Credo di aver risposto a tutte le domande, onorevole Mazzoni.

ERMINIA MAZZONI. Confermate le mie valutazioni sulla zona gialla?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Sulla zona gialla non ci sono stati altri provvedimenti: rimangono fermi quelli dell'ordinanza prefettizia, per cui il questore, qualora fossero state avanzate richieste di manifestazioni che comunque non incidessero sull'ordine e la sicurezza pubblica, aveva la facoltà di autorizzarle. Quindi, non ci sono stati altri provvedimenti

GRAZIA LABATE. Signor presidente, ringrazio anch'io il questore Colucci per la relazione esauriente che ci ha esposto.


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Rivolgo essenzialmente due domande.:quasi due terzi della relazione contengono, a mio modo di vedere, un'analisi attenta delle preoccupazioni che da molto tempo avevano investito le diverse responsabilità di ordine pubblico sulle peculiarità del movimento che complessivamente sarebbe arrivato a Genova, anche grazie alle azioni di intelligence e di prevenzione che erano state compiute. Rispetto a questo, signor questore - credo di averglielo detto anche a caldo, dopo gli episodi genovesi, ma oggi ne trovo conferma da una lettura attenta di tutti i documenti, avendo seguito attentamente la sua relazione -, quindi, anche rispetto a quanto da lei affermato nella relazione - che diventava sempre più difficile, negli incontri nei quali venivano richiesti i luoghi della città per poter svolgere manifestazioni stanziali, simboliche, e non veri e propri cortei - le confesso che mi riesce davvero difficile comprendere come abbia potuto emettere l'ordinanza ancorché - come lei afferma nella relazione - la richiesta da parte del Genoa social forum era complessiva e quindi non si capiva, rispetto alle piazze tematiche, quali sarebbero state le sigle che in quei luoghi avrebbero pacificamente manifestato la propria presenza. Infatti, ho colto nella sua relazione una preoccupazione costante rispetto a questo punto, tant'è che in alcuni passaggi lei addirittura ha usato il termine «ingenuità»: tuttavia è stata data una autorizzazione complessiva. La domanda è: non ritiene, forse, che occorreva avere maggiori precisazioni, soggetti e nomi a cui facessero capo le responsabilità, anche se so bene che in molte occasioni ciò non si poteva dire o non si riusciva a dire, perché, è noto a tutti che i movimenti hanno anche delle modalità di rappresentazione che non sono così semplici e lineari.
Tuttavia, tornando alle sue preoccupazioni, che ho trovato anche nelle documentazioni fin qui pervenute, ritengo che


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forse, se le preoccupazioni erano di quella natura, occorreva insistere per avere responsabilità, nomi e sigle che avrebbero in qualche modo preso parte alle manifestazioni nelle piazze tematiche della nostra città.
La seconda domanda che voglio formularle è relativa alla vicenda della scuola Diaz; lei ha descritto ciò che si è verificato quella sera, a partire dalla segnalazione che le era stata fatta da alcuni uomini della DIGOS e della squadra mobile, a seguito degli avvenimenti di via Cesare Battisti. Lei descrive bene tutto l'andamento della vicenda e poi dice di aver preso parte a quella riunione, ma che a un certo punto, si è allontanato, nel momento in cui si dovevano decidere le modalità operative. Ci possono essere mille legittime motivazioni del suo allontanamento: le chiedo se è stato poi informato delle modalità operative, essendo lei il tutore responsabile delle vicende che si sono susseguite, e, se ciò non è stato fatto, perché, oppure se è stato fatto parzialmente o in maniera non esaustiva. Questa era la l'ultima domanda.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Onorevole Labate, effettivamente il nostro problema era la mancanza di affidabilità del Genoa social forum. Lei ha visto i comunicati del Genoa social forum: recano in calce circa 700 o 800 sigle. Abbiamo avuto contatti con Morettini, Kovac e un'altra persona di cui non ricordo il cognome; i nostri referenti erano loro oltre ad Agnoletto e abbiamo insistito più volte per sapere da loro come sarebbe avvenuta l'occupazione nelle piazze, tant'è che io come questore ho appreso solo successivamente (e ciò è stato forse un mio difetto) che la rete Lilliput aveva preso possesso della piazza tematica Manin. Come mai, nonostante la rete Lilliput sia una nota organizzazione pacifista, siamo stati costretti ad intervenire in piazza Manin? Perché, come poi ho appreso, alcuni black bloc erano entrati in quella piazza


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ed in piazza Dante per creare quell'attimo di tensione per cui siamo dovuti intervenire. Solo allora ho appreso che lì era presente la rete Lilliput: forse sarà stato un mio difetto, ma solo all'ultimo, forse vedendoli sul territorio, abbiamo appreso quale era la loro effettiva collocazione.
Non so se ho risposto a tutte le domande. Le preoccupazioni c'erano ed erano notevoli tant'è che le stesse sono stato oggetto di riflessione in varie riunioni svolte nelle sale riunioni della questura insieme ai comandanti dei reparti e a funzionari altamente qualificati che il giorno dopo dovevano stare anche sulla piazza. Tutta questa problematica è stata veramente sofferta e vissuta d'intesa anche con gli alti vertici ministeriali; pertanto il questore non si sente commissariato, anzi oggi devo ancora ringraziarli perché hanno dato veramente un supporto notevole, a prescindere dall'esito; vi è stato veramente un impegno straordinario di tutti.
Per quanto riguarda la scuola Diaz, lei ha affermato giustamente che al momento di decidere le modalità operative mi sono allontanato. Questa mattina mi sono corretto affermando che ho preso parte alla riunione e poi mi sono allontanato (ricordo ancora il momento) quando i dirigenti della squadra mobile e della DIGOS, consigliati anche da altri dirigenti superiori, proponevano di effettuare in più parti alcuni accerchiamenti: a quel punto sono uscito dalla stanza, anche perché tali decisioni non mi competevano. Non sono, infatti, un ufficiale di polizia giudiziaria e mi sono solamente preoccupato che essi avessero un supporto di personale che li proteggesse da eventuali azioni violente da parte di altri. Ecco il motivo per cui ho impegnato i reparti che stavano sotto la questura come vigilanza e come reparti di riserva per andare sul posto e per bonificare la zona esterna a quella in cui si doveva svolgere la perquisizione. Mi sono preoccupato in un


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secondo momento (torno sull'argomento sollevato dall'onorevole Mascia; quando si venne a creare una situazione di allarme per la sicurezza pubblica mandai sul posto il dottor Calesini, ma ad un certo punto persi il contatto con il funzionario perché la batteria del suo cellulare si era scaricata. A questo punto si è creata una situazione - per onor di onestà e di correttezza lo voglio ribadire all'onorevole Mascia, che ha fatto insieme ad altri parlamentari da cuscinetto tra le forze dell'ordine (Commenti del deputato Mascia), nel senso che si è cercato di calmare gli animi di taluni che si trovavano all'esterno - per la quale quando, attraverso una telefonata, ho avuto la notizia che il collega stava bene mi sono tranquillizzato. Tutto ciò riguarda sempre l'aspetto dell'ordine pubblico.

GRAZIELLA MASCIA. Vorrei intervenire a titolo personale; quando il presidente lo riterrà opportuno o al termine dell'audizione spiegherò come sono andate le cose anche per rispondere al quesito che ha posto il collega in precedenza. Mi dica lei quando sarà il momento: poiché ciò si può fare in aula, mi sembra giusto poterlo fare in questa sede. Qui è stato usato il mio nome dicendo che ho svolto un determinato ruolo, ma non è così.

PRESIDENTE. Non mi pare che si sia detto ciò.

GRAZIELLA MASCIA. Io sono entrata col dottor Calesini alla fine dell'operazione, quando non c'era più nulla...

PRESIDENTE. Alle 14,30: ciò è stato detto.

GRAZIELLA MASCIA....semplicemente per vedere ciò che hanno potuto vedere tutti in contemporanea.


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PRESIDENTE. La sua posizione è chiara.

GRAZIELLA MASCIA. Cuscinetto un bel niente! Infatti, ci è stato impedito fisicamente di entrare durante le operazioni.

PRESIDENTE. Ciò non ci interessa. Il fatto di specificare che lei alle 14,30....

GRAZIELLA MASCIA. Vorrei almeno che si chiarisca ai colleghi che non abbiamo svolto nessun altro ruolo.

ANTONIO TOMASSINI. Dottor Colucci, la ringraziamo per la sua relazione che mi sembra abbia fatto anche chiarezza sulla propedeuticità ed il valore di azioni e reazioni. Tuttavia, per quanto riguarda l'episodio di Bolzaneto che lei ha riferito, ha parlato di una visita medica all'arrivo di queste persone e di una visita medica di presa in carico presso la situazione giudiziaria dallo stesso medico dell'amministrazione penitenziaria. Vorrei capire da chi discendeva tale decisione e allo stesso modo - così come aveva chiesto il collega Sinisi - vorrei ritornare sulle sette postazioni che dovevano garantire quel ciclo completo, poi ridotte a due. Lei ci ha detto che nella prevenzione si era stabilita la dimensione di queste celle nude, capaci di contenere addirittura 20 persone alla volta; era chiaro, quindi, che si ipotizzasse un determinato carico di lavoro. Ora, proprio nel momento in cui tale carico di lavoro raggiunge il massimo, tali postazioni vengono ridotte e - se me lo permette - le giustificazioni che lei ha addotto non sono sufficientemente accettabili con riferimento proprio a quel giorno ed a quel momento.
Per quanto riguarda il secondo episodio relativo alle scuole Pertini e Diaz, lei ci ha detto di non aver contribuito alle ultime scelte operative, però ci ha parlato in un certo modo


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di informazioni che provenivano da quella zona intanto che si preparava questo tipo di azione, tant'è vero che ci ha riferito che le era stato detto che comparivano una sorta di sentinelle degli occupanti della scuola che sorvegliavano quella zona. Vorrei sapere perché nell'ambito di un'operazione che si aveva tutto il modo di preparare vi sia stata sostanzialmente una certa improvvisazione e ciò è dimostrato dal fatto che quando i mezzi giunsero sul posto, si dovette addirittura ricorrere a un mezzo privato per aprire i cancelli, perché non si avevano mezzi idonei per farlo, il che avrà comportato ovviamente tempo. Tutto ciò evidenzia una certa improvvisazione in quel tipo di scelte organizzative.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Senatore Tomassini, a Bolzaneto era stato stabilito che lo stesso medico dovesse visitare i fermati o gli arrestati al momento dell'arrivo e successivamente. Penso che il medico abbia una sua deontologia professionale e non possa cambiare le carte in tavola. A noi interessava che vi fosse la visita di un medico. Tenga presente che avevamo decine e decine di medici sul territorio, i quali dovevano sopportare il carico di lavoro di tutte le 15 mila unità delle forze di polizia presenti. Erano previsti turni di tutti gli ufficiali, dei medici e dei nostri sanitari; d'intesa era stato predisposto un piano - di cui qui nessuno ha parlato - di sicurezza sanitaria veramente eccezionale. Oggi, alla luce dei fatti, avremmo previsto la presenza di cinque medici e non di uno. È chiaro che a posteriori tutto può essere sindacato. Credo che un medico sia un medico. Lei ha ragione: abbiamo ridotto le postazioni da sette a due o tre perché abbiamo avuto problemi. Anche questo è stato un incidente di lavoro che può accadere. Non doveva capitare ma è capitato (talvolta si buca anche la ruota di una macchina) ed io lo sto ammettendo. Ciò ha comportato un maggior carico di lavoro per le postazioni


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rimaste ed una maggiore attesa del fermato o dell'arrestato: è vero.
Per quanto riguarda le scuole Pertini-Diaz lei parla di scelte operative. È vero: ho assistito, nella sala delle riunioni, al briefing tenutosi sul modo in cui intervenire, dato che il luogo non era facilmente raggiungibile. Dopo essermi preoccupato di fornire il supporto di un reparto inquadrato e di ribadire, così come ho detto nella mia relazione, la necessità di procedere con massima cautela e prudenza (e mentre dicevo questo era vicino a me - e l'ha sentito benissimo - anche il prefetto La Barbera), ho lasciato la riunione (anzi, se vogliamo essere più precisi, sono sceso giù per vedere il momento della partenza). Del resto, essendo questore di Genova, ho anche altri compiti ed altri incarichi. In particolare, dovevo ricevere le delegazioni, volevo conoscere la situazione relativa ai Capi di Stato, cioè avevo una miriade di obblighi di lavoro a cui attendere. Dal momento che si trattava esclusivamente di un'azione di polizia giudiziaria, una volta curato un certo aspetto con i miei referenti sul posto qualunque altra mia parola sarebbe stata di confusione in quel contesto.
Infine, non è esatto - mi consenta - quello che lei ha detto in riferimento al cancello, che è stato aperto con un mezzo nostro e non con quello di un privato (Commenti del senatore Tomassini)... Non è vero, è stato un mezzo del reparto mobile a sfondare il cancello.

LUCIANO MAGNALBÒ. Signor questore, la prego di rispondere con precisione alle nostre domande: qualche risposta, infatti, mi è sembrata un po' imprecisa o, perlomeno, mi è parso che lei non abbia colto l'oggetto della domanda. Mi riferisco, ad esempio, a quella rivoltale dal senatore Bobbio sui poteri che secondo lei ha il capo della Polizia in una vicenda come questa. Intervengo anche per avere un chiarimento


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sull'ormai inquietante ruolo che l'onorevole Mascia ha avuto nella vicenda, perché non lo abbiamo ben capito.

MARCO BOATO. Questa domanda non è corretta!

LUCIANO MAGNALBÒ. Devo sapere quello che è successo quel giorno! Presidente, sono le 14, ma noi dobbiamo poter fare le nostre domande.
Vorrei ritornare indietro e riagganciarmi alla domanda fatta prima dall'onorevole Cicchitto relativa all'attività informativa che lei ha classificato come di ottimo livello: tale attività fa parte di quel rapporto della DIGOS che, alla fine lei ha dichiarato di non conoscere. Vorrei chiederle a chi è stato mandato questo famoso rapporto della DIGOS e se esso coincide o meno con quanto riportato nel suo documento a pagina 31. In tale documento si parla di attività informativa riguardo ad un «blocco rosa» (che sarebbe quello dei pacifisti) e ad un «blocco giallo» che si riferisce alle tute bianche. L'attività informativa dice che tra le tute bianche si proponeva di dare alle fiamme dei copertoni, e di farli rotolare lungo le strade in discesa; di improvvisare blocchi stradali e ferroviari; di lanciare letame, pesce marcio, anticrittogamici, pupazzi imbottiti di pietre o frutta piena di lamette di rasoio; di utilizzare furgoni e camper turistici nei quali custodire strumenti da offesa e difesa. Questa sarebbe - mi domando - la parte pacifica dei manifestanti.?
Le rivolgo quattro domande. Si è discusso di questa informativa in quel famoso comitato nel quale c'erano tutti e nessuno? Parlò di questo rapporto con l'architetto Paolini, che era incaricata di gestire i contatti per conto del Governo italiano con i rappresentanti del Genoa social forum? Chi erano gli esponenti - nomi e cognomi - del movimento con cui l'architetto Paolini si relazionava a nome del Governo


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italiano? Chi, secondo lei, in base al rapporto stilato, sarebbe stato competente a gestire l'ordine nella piazza di fronte ad una annunciata guerriglia urbana?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Occorrerebbe fare una disquisizione giuridica in merito ai poteri del capo della Polizia sul questore di Genova: la legge parla chiaro e si riferisce all'autorità nazionale di pubblica sicurezza, che è il ministro, il quale dà gli input politici al prefetto ed altri input tecnici al direttore generale del dipartimento, il quale li trasferisce in capo al questore. Forse, ci si dimentica che il direttore generale del dipartimento è anche capo della Polizia. Quindi c'è una sorta di rapporto gerarchico tra capo della Polizia e questore. È un discorso un po' complesso che andrebbe, a mio giudizio, approfondito in altra sede; qui io mi permetto solamente di socchiudere una finestra. Non sta a me dare altri giudizi ed altre giustificazioni. Il capo della Polizia mi è sempre stato molto vicino per quanto riguarda questa attività. Non poteva fare altrimenti, è giusto così e lo ringrazio anche per questo. Sarebbe da sciocchi pensare che un evento straordinario possa essere delegato al questore senza alcuna preoccupazione: oltre al supporto logistico, materiale, affettuoso ed umano, vi è qualcosa di più. Ecco perché ribadisco il mio ringraziamento al capo della Polizia ed al dipartimento, perché mi sono stati veramente molto vicini.
Per quanto riguarda l'attività informativa a cui faceva cenno il senatore, forse mi sono confuso. Prima si parlava di un rapporto DIGOS: un rapporto conclusivo di una attività investigativa. Da quello che so io si sta rileggendo tutta l'attività investigativa e informativa pregressa; quindi, c'è una chiave di lettura diversa da quella che poteva essere utilizzata anteriormente all'evento. Questo capita nel campo di cui si occupa la polizia giudiziaria (sono molto esperto in proposito),


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ma può capitare anche per altro tipo di attività. Si sta, quindi, rivedendo un po' tutto. Le notizie che avevamo sulle intercettazioni telefoniche, di cui ho fatto cenno nella mia relazione, sono molto vaghe, evanescenti: come si potevano verificare? Lo si è fatto con servizi di appostamenti e di controlli tutti rapportati, poi, al magistrato. Ciò che c'era da fare, a livello preventivo, a mio giudizio è stato fatto.
Invece, lei ha fatto cenno - mi scusi, senatore, se sbaglio - ad un'opera di intelligence sui vari blocchi; ma, al riguardo, il riferimento non può essere solo all'attività di intelligence della questura di Genova; sarebbe riduttivo e non ci consentirebbe di conoscere uno scenario mondiale. Si è trattato di un lavoro che, svoltosi a livello dipartimentale ed a livello dei servizi, è stato eccezionale. Certo, si può obiettare che abbia avuto un esito diverso dalle aspettative ma, come ho detto anche nella mia relazione, ciò nulla toglie all'eccezionalità del servizio; l'intelligence ha funzionato e di più, secondo me, non si poteva fare.
Lei mi chiede della Paolini: l'ho vista una sola volta. Ha avuto contatti a livello politico quindi, con il prefetto di Genova, con il Ministero. Se vuole avere un giudizio mio personale, devo dire che non vedevo nella Paolini una valida interlocutrice in un contesto che era molto più ampio e molto più grande di lei; tant'è che, ad un certo punto, è «sparita». Forse sono troppo sincero e spontaneo, ma questa è la mia verità.

CESARINO MONTI. Ringrazio il dottor Colucci per la sua schiettezza nell'esposizione dei fatti; credo sia una delle poche persone a non aver recitato da quel palco e, forse, ad aver parlato con il cuore, il cuore di un uomo che ha lavorato nelle piazze e che forse ha anche sbagliato; però, lo ringrazio ugualmente.


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Tuttavia, con l'ultima risposta data al senatore Magnalbò, lei ha difeso strenuamente il capo della Polizia. Con il suo intervento e la sua relazione ha demolito le fondamenta della relazione del capo della Polizia, perché ha affermato che egli aveva lasciato autonomia piena al territorio, a lei ed al prefetto. Ha anche detto che dei fatti della scuola Diaz non è stato informato, ma ne è venuto a conoscenza solo quando ha chiesto di poter fare intervenire la polizia. Tuttavia, nella sua relazione, lei ha detto che, un'ora e mezza dopo aver informato personalmente il capo della Polizia, ha chiesto di poter ricorrere ai carabinieri. Credo che su ciò il Comitato debba riflettere e che il capo della Polizia, dottor De Gennaro, debba ritornare in quest'aula o per smentire parte di quanto detto da lei o per scusarsi con il Comitato. Credo che lei sia stato rimosso forse ingiustamente, visto che pagano sempre i sottoposti e mai i capi. Le rivolgo due domande: anzitutto, le chiedo se la sua rimozione sia dovuta solo ai fatti del G8 o se vi sia qualcos'altro; quindi, le domando quale rapporto abbia avuto lei con il prefetto Sorge, cioè il capo di gabinetto del Ministero dell'interno.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Sono stato rimosso dall'incarico, con provvedimento del ministro, e destinato al Ministero come consigliere ministeriale dopo i fatti del G8. Si tratta di un provvedimento che trovo anche giusto, data la situazione che si è venuta a creare a livello mondiale ed io, con massimo rispetto, obbedisco alle disposizioni del ministro. Quanto al rapporto con il prefetto Sorge, ho partecipato anch'io (credo per volere del capo della Polizia) a due comitati nazionali sull'ordine e sulla sicurezza pubblica. In quella occasione, se non erro, credo di aver visto e salutato il prefetto Sorge.


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CESARINO MONTI. Lei conferma di aver avvisato il capo della Polizia un'ora e mezza dopo? Il capo della Polizia, in questa sede, ha detto di essere venuto a conoscenza per caso, solo in quell'occasione; non sapeva dei fatti della scuola Diaz. Lo ha affermato il capo della Polizia in quest'aula...

PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Monti, non vorrei ricordare male, ma credo che il capo della Polizia abbia detto di aver ricevuto una telefonata alle 11.30. Poi, l'oggetto della telefonata lo verificheremo. Non capisco l'ora e mezza dopo...

CESARINO MONTI. Un'ora dopo...

PRESIDENTE. Un'ora dopo, ma da quale evento?

CESARINO MONTI. Un'ora dopo la prima comunicazione. Vi sono state due telefonate... Lei ha detto di aver informato personalmente il capo della Polizia ed il prefetto di Genova. Il capo della Polizia non ha detto così in quest'aula; ha detto di essere stato informato solo nell'occasione in cui gli è stato chiesto di poter fare intervenire i carabinieri; ad ogni modo, controlleremo gli atti e poi vedremo.

MARCO BOATO. Presidente, anche a nome del senatore Sauro Turroni, vorrei precisare che abbiamo ascoltato con la dovuta attenzione la relazione del dottor Francesco Colucci, questore all'epoca dei fatti connessi al G8 di Genova.
Contrariamente a quanto affermato, non esiste alcuna volontà di criminalizzazione indiscriminata delle forze di polizia, alle quali va la nostra solidarietà per l'adempimento dei propri doveri istituzionali; è esplicita, da parte nostra e di tutti, la condanna più ferma dei gravi episodi di violenza ed anche di vera e propria guerriglia urbana messi in atto a Genova nei giorni 20 e 21 luglio 2001. Ma è altrettanto


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evidente la necessità di accertare perché la doverosa azione di contrasto abbia coinvolto con gravi conseguenze molti cittadini inermi ed estranei alle azioni di violenza, cittadini convenuti a Genova per manifestare pacificamente e ritornati nelle proprie città dopo avere vissuto un'esperienza umana, oltre che politica, drammatica. Compito del Comitato è di appurare la verità dei fatti, rimanendo il compito di accertamento delle responsabilità penali alla magistratura; quello di accertamento delle responsabilità disciplinari, all'esecutivo; la verifica delle responsabilità politiche al Parlamento (anche sulla scorta dei lavori del Comitato stesso).
Prendendo atto dei contenuti della relazione, ed anche sulla base delle altre audizioni ed acquisizioni documentarie, appare evidente che la fase di preparazione era stata ragionevolmente adeguata alla complessità dei problemi previsti, e prevedibili, in occasione del G8. Risulta altrettanto evidente una grave discrasia tra le previsioni fatte e le strategie operative adottate, da una parte e la concreta attuazione di tali strategie nei giorni 20, 21 e 22 luglio, dall'altra. Mi riferisco sia alla tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini, sia alla tutela dei diritti costituzionalmente garantiti e alla libertà di pacifica manifestazione, sia alla perquisizione operata alle scuole Diaz e Pertini, sia a quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto. Poiché nulla è stato detto su tale discrasia, salvo l'ovvio rinvio agli accertamenti dell'autorità giudiziaria e poiché, in conclusione, è stato esplicitamente dichiarato anche il dissenso - ripetuto più volte - rispetto agli accertamenti effettuati dagli ispettori ministeriali dell'interno, riteniamo opportuno, il collega Turroni ed io, non porre, oggi, ulteriori domande al dottor Colucci, riservandoci le valutazioni al riguardo in sede di dibattito generale ai fini della relazione conclusiva.


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LUCIANO VIOLANTE. Signor questore, ieri, dalla questura di Genova, sono pervenuti i cinque dossier, inviati, credo, dal suo successore, dossier che comprendono tutta l'attività da lei svolta sin da molto tempo prima; emerge, devo dire, un quadro di meticolosa preparazione, tanto che anche i non esperti possono cogliere la complessità di siffatto lavoro: ogni Capo di Stato ha specifici nemici, organizzazioni terroristiche che possono attentare alla sua vita; ricordo inoltre il numero delle delegazioni e le apparecchiature particolari. Ho notato persino che qualcuno aveva segnalato al sindaco che vi era un pavimento disselciato! Veramente si è trattato di un'opera perfetta dal punto di vista preventivo.
Tuttavia, mi pare evidente lo scarto tra quest'enorme, meticolosa preparazione e quanto poi è successo, giorno per giorno, nelle strade. Ora, lei si è fatto un'idea di come si sia potuta verificare siffatta discrasia tra l'accuratezza della preparazione ed alcuni elementi di confusione occorsi di giorno in giorno? Si è trattato di accadimenti dovuti alla complessità dell'evento in sé o qualcosa nelle istituzioni non ha funzionato? Lo dico non tanto in relazione a quanto è successo ma anche per il futuro in vista del quale la questione è certamente una delle principali che dobbiamo porci. Lei giustamente ha fatto riferimento alla dimensione internazionale di questo avvenimento. Volevo chiederle se la dimensione internazionale di un avvenimento incide sulla responsabilità dell'autorità locale di pubblica sicurezza oppure no, nel senso che la responsabilità è determinata dalle dimensioni dell'avvenimento o dal luogo dello stesso?
Lei ha poi ha sostenuto che l'Arma dei carabinieri e la Guardia di finanza mettono a disposizione del prefetto i propri contingenti, ma non dovrebbero metterli a disposizione del questore ?


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Vi è poi una terza questione: c'è differenza fra ordine pubblico e antiguerriglia ? Vale a dire, l'operazione di ordine pubblico è di puro contenimento della manifestazione senza intervento nei confronti di singoli episodi di guerriglia e l'antiguerriglia è una cosa diversa che si aggiunge all'ordine pubblico oppure no ? Affermo tutto ciò per capire, perché lei comprende che gran parte dell'opinione pubblica meno attrezzata - ed io tra questi - possa rimanere stupita del fatto che non si intervenga nei confronti di singoli che compiono atti vandalici.
Può darsi che questo non sia il compito dell'ordine pubblico e, quindi, lo comprendiamo, anche perché mi pare che si sia demolito un po' dappertutto ( Göteborg, Nizza, Seattle); dovunque ci sono stati gravissimi danni alle proprietà private e pubbliche e, quindi, ritengo che questo sia un elemento che, purtroppo, accompagna queste manifestazioni: tuttavia, volevo capire bene la differenza.
Per quanto riguarda la caserma Diaz mi riaggancio alla domanda che aveva formulato il collega della Lega, senatore Monti. Lei avvertì due volte il capo della Polizia su due diverse questioni o lo avvertì una sola volta per chiedere la disponibilità del contingente dei carabinieri ?
Per ciò che concerne la riduzione delle postazioni a Bolzaneto, quale fu il fatto specifico che determinò tale contrazione ?
Come ultima questione, lei ha notizie sull'estintore che aveva Carlo Giuliani in mano nell'atto di lanciarlo ? Da dove proveniva tale oggetto, si è potuto stabilire oppure no ?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Presidente, lei dice giustamente che qualcosa non ha funzionato nell'esecuzione di quelle direttive di cui all'ordinanza e alla vasta documentazione che è stata consegnata ieri e oggi dalla questura.


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LUCIANO VIOLANTE. È stato distribuito a ciascun appartenente alle forze di polizia che era in quei luoghi un opuscolo particolare su come comportarsi che, come dire, è perfetto. Ai tiratori scelti è stato distribuito un altro opuscolo particolare e, quindi, dal punto di vista preparatorio c'è stato un enorme lavoro quantitativo e qualitativo di cui volevo darle atto.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. La ringrazio, presidente. Per tale motivo io mi sono permesso di elogiare pubblicamente tutto il personale della questura di Genova e spero che lo stesso in tempi rapidi possa superare questo momento di imbarazzo. È vero, l'attività preventiva ha reso necessaria una mole di lavoro eccezionale e, successivamente, ciò che non ha funzionato è stato determinato dalla mancanza di comunicazioni, che in genere avvengono, tra le forze di polizia e i manifestanti che vogliono giustamente portare in piazza il loro dissenso, come previsto dalla Costituzione italiana.
Non ha funzionato il fatto che - come descritto nella mia relazione - noi non siamo attrezzati a fare tipo di guerriglia. Infatti, avevo già previsto un determinato impiego di personale per controllare la situazione del corteo. Successivamente, nelle riunioni cui erano presenti le persone già citate prima, qualcuno mi ha fatto riflettere sul rischio che magari 20 o 30 di queste persone potessero essere sequestrate e, quindi, abbiamo dovuto aumentare il numero del personale.
Ma nel fare tutto ciò siamo andati contro ad un'altra regola, perché Genova è una città dove è difficile la movimentazione. A ciascun reparto comandato da funzionari che venivano da fuori io ho assegnato degli scout e soltanto dopo mi sono reso conto che neanche quest'ultimi - cioè personale della questura di Genova - conoscevano bene la città, con conseguenti difficoltà negli spostamenti cittadini.


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I nostri mezzi sono grandi, ma la guerriglia non si combatte con questi ultimi. Citando anche una riflessione dell'autorità giudiziaria di Genova, noi siamo abituati ad agire in un altro modo e per combattere la guerriglia bisogna essere molto più snelli e agili. Questo è un discorso che ci deve far riflettere molto per il futuro e nella mia relazione ho fatto anche cenno che bisogna studiare altre strategie di fronte a questa globalizzazione, perché non esiste soltanto la globalizzazione del benessere ma anche quella delle manifestazioni, cioè anche l'altro aspetto della medaglia.
Credo che la mia relazione abbia chiarito abbastanza esaurientemente come hanno agito i black bloc. Per esempio, e l'onorevole Labate me ne può dare conferma, nei momenti in cui noi stavamo caricando in piazzale Kennedy perché loro volevano attaccare la nostra cittadella, il dirigente di quel servizio ha ordinato la carica che è durata tre o quattro ore: questo risulta dagli atti che lascerò al presidente.
Io sono sempre stato in centrale operativa - il primo giorno anche insieme al prefetto Andreassi -, dove abbiamo avuto anche qualche blocco degli apparati radio ed avevo un agente vicino a me che doveva raggiungere tutti i funzionari con il cellulare e impartivo delle direttive anche attraverso quest'ultimo. Ho avuto veramente molte difficoltà, ho vissuto quell'esperienza in un modo che non auguro a nessuno perché alle volte mi sentivo impotente, non per mia incapacità ma perché proprio non c'era nulla da fare.
Abbiamo risposto a tutte le segnalazioni che ci venivano rivolte e molte volte sentivo che il reparto non poteva raggiungere quella zona perché addirittura loro stessi venivano attaccati dai manifestanti. Quando abbiamo attaccato piazzale Kennedy, se non ricordo male, e i black bloc intorno a piazza Rossetti sfasciavano la banca e lo vedevamo attraverso le


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telecamere - perché poi il dipartimento ha anche potenziato in modo eccellente il tutto, si può vedere dagli atti -, io mi costernavo perché non si riusciva a passare.
L'onorevole Labate lo sa, noi avevamo di fronte circa 100-150 mila persone, che non rappresentano più un corteo, ma un lungo serpentone su tutto il territorio di Genova, che comprende 8-9 chilometri; disporre circa 100-150 mila persone su 8-9 chilometri equivale ad un'invasione totale.
Quindi, da nord non si poteva attaccarli perché vi era il corteo, ai lati e ai fianchi non potevamo perché lo stesso doveva defluire ancora e io sono stato chiamato più volte da qualche parlamentare e sono andato anche incontro agli stessi per cercare di non fare dividere il corteo.
Alla fine poi, mentre l'onorevole di cui ora non ricordo il cognome si è ritirato alla stazione di Quarto, ho dovuto faticare abbastanza affinché l'altra parte del corteo (diecimila, ventimila persone) continuasse a passare su quella strada. Mentre qualche parlamentare mi ha chiesto l'ausilio delle forze di polizia davanti al corteo per paura dei black bloc - ed io gliel'ho dato -, altri parlamentari mi hanno chiesto di farle allontanare. Quindi, diventa una provocazione, lei capisce, presidente Violante.
Allo stesso modo, assicuro ad un'onorevole - di cui non ricordo il nome, ma è riportato negli atti - di poter raggiungere la piazza dove doveva sciogliersi il corteo del giorno 21 e mando un funzionario, il dottor Jacobone, che prende contatto con taluni parlamentari. In seguito, si sposta verso Marassi e, dopo due ore, arriva un altro parlamentare dicendogli che deve andare via perché dà fastidio al deflusso del corteo. Il dottore Jacobone, chiaramente, mi informa ed io gli dico subito di andarsene via. Ho cercato con le figure istituzionali - e chi è più figura istituzionale di un parlamentare? -


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di dare il massimo ausilio e di avere il massimo colloquio, anche se qualche volta, magari, sono stato scortese perché lo stesso parlamentare si è rivolto nei miei confronti in modo abbastanza brusco.

FABRIZIO CICCHITTO. Questa mappa noi la vogliamo conoscere!

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Non esiste mappa, esistono solamente le mie riflessioni.
Nell'ambito di un evento internazionale così ampio, sarebbe puerile pensare che il questore - che è sempre un'autorità di pubblica sicurezza a livello locale - possa manovrare una locomotiva che deve spaziare per tutto il mondo. Il questore ha bisogno di supporti, di consigli e di persone che gli si affianchino per condividere e vivere insieme quelle gioie e quei dolori. Forse è una mancanza di professionalità da parte mia, ma credo di aver sempre informato chi di dovere di ogni decisione che andavo a prendere, avendo il conforto, e alle volte anche l'autorizzazione, dei miei interlocutori. Non mi sentivo diminuito in questo. Io per primo ho detto nella mia relazione che mi sento responsabile, essendo l'autorità di pubblica sicurezza, ma sarebbe nascondersi dietro un dito se tutti quanti ci defilassimo e rimanesse il questore. Molte decisioni sono state condivise e, perché no, alcune anche imposte dal prefetto o dal questore per quanto riguarda l'ordine pubblico. Il dipartimento, l'ufficio di coordinamento, mette a disposizione del signor prefetto tutti i rinforzi che vengono mandati.

LUCIANO VIOLANTE. Quale dipartimento?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Il dipartimento del Ministero dell'interno. Il questore, per affrontare una certa


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situazione di ordine pubblico, chiede al signor prefetto una quantificazione di uomini. Magari si consulta anche con il colonnello dei carabinieri, perché il coordinamento c'è. «Tu che dici? 500 uomini? Benissimo, allora ce ne mettiamo 100 territoriali dei carabinieri e 100 territoriali miei, oltre ai quali servono 300 uomini». Il questore presenta la richiesta al prefetto che la gira al coordinamento, il quale stabilisce che 300 uomini della Polizia di Stato, dell'Arma dei carabinieri o della Guardia di Finanza siano messi a disposizione del prefetto, che dà al questore l'incarico per poterli utilizzare da un punto di vista tecnico.

LUCIANO VIOLANTE. Questo avviene anche quando gli uomini sono della stessa città?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. No, quando gli uomini sono della stessa città il questore stabilisce il suo personale, ma siccome egli deve emettere l'ordinanza, deve specificare come vengano impiegate le forze. Previa intesa con l'ufficio del colonnello comandante dei carabinieri, si stabilisce il numero del personale.
Per quanto riguarda l'ordine pubblico, nel momento in cui dei manifestanti vogliono protestare contro il preside, contro la scuola, contro un obiettivo ben determinato, persino contro le forze di polizia, queste devono garantire che coloro che vogliono manifestare pacificamente il proprio dissenso lo possano fare. Si devono cioè adottare tutte quelle misure di cautela affinché si possa svolgere il corteo e impedire che il corteo venga inquinato da altra gente facinorosa. Non è il caso di Genova, perché - come ho già scritto nella mia relazione - a Genova vi era una guerra aperta, l'obiettivo era chiunque. Vi era una violenza indiscriminata su tutto il territorio, senza un obiettivo. Mi riferisco anche ad un passo - anche se non


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ricordo bene quale -, in cui essi sostengono di voler combattere la proprietà privata.
A Genova, per me, non c'è stato ordine pubblico. C'è stato un ordine pubblico limitato alle «piazze tematiche». Lì sì avevamo delle persone, anche se erano tanti, che potevamo contenere e vigilare. Per il resto, non credo si sia trattato di ordine pubblico. Ricordo che quella sera ho telefonato al capo della Polizia, su suggerimento del prefetto Andreassi. Abbiamo preso la decisione: «Telefona al capo della Polizia». Ho telefonato e l'ho informato. Non credo di aver chiesto al capo della Polizia il solo impiego dei carabinieri.

LUCIANO VIOLANTE. Sì, ma siccome lei ha detto «qualcosa in più», se potesse informarne il Comitato...

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Avrò senz'altro riferito quanto si era deciso in quella sede. D'altra parte, già avevo la disponibilità dei carabinieri, perché stavano sotto la questura pronti ad un eventuale intervento in servizio, come emergenza. Credo che dopo qualche minuto mi abbia chiamato lui, per dirmi di informare il dottor Sgalla. Per quanto riguarda Bolzaneto...

LUCIANO VIOLANTE. Che cosa determinò la riduzione delle postazioni?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Avevamo del personale, se non erro...

LUCIANO VIOLANTE. Era insufficiente?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Sì, praticamente era in servizio da diverse ore. Sono state chiuse le cinque postazioni il cui personale addetto era in servizio dalle 7 del giorno


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precedente. Purtroppo, lo ammetto, c'è stato un disservizio nel calcolo del personale. Dovevamo amministrare la bellezza di 14.500 persone.

LUCIANO VIOLANTE. Capisco, è chiaro. E per quanto riguarda l'estintore?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Non ho notizie che riguardano l'estintore. Ho appreso dagli organi di stampa e dall'attività investigativa che pare sia stato rubato, ma onestamente non lo so.

PRESIDENTE. Vorrei solo ricordarvi che abbiamo mezz'ora di tempo e che ancora ci sono 7 colleghi che hanno chiesto di intervenire. Visto che molto è stato detto e molto è stato domandato, vorrei chiedervi di svolgere questi ultimi interventi senza preamboli, arrivando direttamente alle domande e chiedo anche al signor questore di usare, nelle risposte, la stessa cortesia di essere succinto, atteso che il quadro ormai è abbastanza chiaro.

GABRIELE BOSCETTO. Signor questore, lei ha parlato della decisione del Governo, nel dicembre 1999, di individuare come sede dell'evento la città di Genova. Proprio in relazione a quelle problematiche orografiche alle quali lei faceva cenno e che io ben conosco, essendo stato eletto nel collegio di Sanremo ed Imperia ed avendo studiato e trascorso parte della mia vita a Genova, vorrei sapere se lei personalmente formulò delle obiezioni rispetto a questa scelta, se qualcun altro lo fece, nell'ambito del servizio di sicurezza, dal prefetto in giù, oppure se la scelta del Governo fu considerata gradita e su di essa non si discusse in termini di situazione orografica e maggiore o minore difendibilità della città.


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Lei loda l'attività dei servizi segreti. Non riusciamo a capire esattamente quali servizi segreti siano intervenuti. Dovrebbe dirci se si tratti del SISDE, del SISMI, o di ambedue; dovrebbe anche dirci se, oltre al tentativo di individuazione dei gruppi politici di manifestanti e delle loro vocazioni più o meno violente, essi abbiano anche individuato soggetti singoli ad essi appartenenti, italiani o stranieri, con nome e cognome. Se questo è stato fatto, in quale misura e se possibile rendere più pregnante il lavoro di intelligence iniziandolo forse prima onde avere, al momento dello svolgimento del G8, una padronanza maggiore delle identità dei possibili partecipanti e manifestanti.
Vorrei anche sapere se, attraverso indagini dei servizi segreti o vostre, sia stato appurato qualche cosa riguardo i finanziamenti al Genoa social forum (Agnoletto) e alle tute bianche (Casarini): l'opinione pubblica si chiede come fossero supportate sul piano economico alcune iniziative ed attività, anche degli ultimi giorni, di un certo rilievo economico, al di là dello stanziamento per l'accoglienza approvato dal Parlamento. Chiedo se sia emerso qualcosa a tale riguardo.
Ancora, su Casarini, se può ricordarci quale fu la sua partecipazione alla manifestazione svoltasi a Genova alcuni mesi prima del G8 e se già in quell'occasione si fosse posto alla testa di qualche forma di violenza.
Ancora, se sia vero che all'uscita dalla scuola Diaz c'era uno schieramento di televisioni che erano state preavvisate e se sia stato accertato da chi furono avvertite, se da una sola o da più persone fisiche, se in un ambito istituzionale o extra istituzionale.
Vorrei ancora sapere che cosa ci si proponeva esattamente con la perquisizione, ex articolo 41 della scuola Diaz; (se il sequestro di armi o la cattura di soggetti manifestanti o


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ambedue) e se l'aver riscontrato ferite sui corpi di determinate persone (nonostante quello che poi sembra aver detto successivamente il tribunale nel corso del riesame) non significasse, di per sé, una partecipazione ad attività illegittime e cioè a lotte di piazza svoltesi nelle ore precedenti. Inoltre, se siete riusciti a distinguere coloro che sono stati picchiati nell'ambito diretto dell'operazione di polizia da coloro che si trovavano già lì in condizione di feriti ricoverati in questo ospedale di fortuna.
Ancora, vorrei sapere quali siano state le logiche della distruzione dei computer e del resto delle macchine (se vi è stata) nella scuola Diaz. Ci chiarisca anche, definitivamente, la differenza tra Diaz e Pertini, che tutte le volte ci sfugge e sfugge anche un po' a noi genovesi perché vi abbiamo studiato tantissimi anni fa (io vivevo proprio in piazza Manin).
Un'ultimissima domanda (mi scuso di avergliene poste così tante): una volta decisa la perquisizione della scuola Diaz, ex articolo 41, posto che a renderla formale fu un ufficiale di polizia giudiziaria, è emerso, ma non è stato ben chiarito, che furono avvisati anche un magistrato ed un rappresentante del Genoa social forum. Può dirci i nomi del rappresentante del Genoa social forum e del magistrato, se fu avvisato prima l'uno o l'altro e quali furono le ragioni dei due interpelli, il primo metagiuridico ed il secondo direi non necessario ai fini giuridici (mi riferisco quella del magistrato)?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Cercherò di essere rapido. Il Governo, nel 1999, ha stabilito che il vertice G8 si svolgesse a Genova. Sono state fatte considerazioni di carattere puramente personale, sul fatto che Genova fosse una città un po' difficile da un punto di vista logistico, ricordiamo però, che, all'epoca, non era stato ancora evidenziato il black bloc di Seattle e quindi, nonostante le difficoltà orografiche, all'epoca,


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la scelta di Genova poteva, forse, andare bene. Inoltre, questo discorso, in quanto questore e qualora fossi stato interpellato, mi riguarda fino ad un certo punto. Si tratta, inoltre, di una decisione presa con l'approvazione di una legge da parte del Parlamento e dunque una decisione su cui sono tutti sono stati d'accordo. Soltanto in un secondo momento alcuni hanno sollevato dei dubbi. Al momento della scelta da parte del Governo non c'erano motivi di obiezione, anche se Genova certamente non è Napoli. Il problema che ci siamo subito posti è stato quello della ricettività alberghiera insieme a molte altre considerazioni che sono state fatte e che ora tralascio perché altrimenti ci vorrebbero cinque ore!
Per quanto riguarda l'attività dei servizi, vorrei chiarire che ho parlato anche del CESIS, che raggruppa il SISDE e il SISMI, ma un notevole lavoro, forse ancora maggiore rispetto a quello svolto da questi due organismi è stato effettuato dalla direzione centrale di polizia di prevenzione, diretta dal prefetto La Barbera, il quale, come ho detto nella mia relazione, si è più volte recato all'estero per avere contatti con le altre polizie. Va quindi rivista l'intelligence.
Non so cosa dire per quanto riguarda l'eventuale finanziamento al Genoa social forum tranne quello riguardante l'accoglienza.
Quanto a Casarini, è già stato denunziato e mi risulta che il rapporto redatto dalla DIGOS pochi giorni fa abbia ribadito ed allegato il rapporto già precedentemente inviato al magistrato.
Per quanto riguarda chi abbia avvisato le televisioni presenti alla scuola Diaz, vorrei ricordarle che anche i rappresentanti del Genoa social forum erano muniti di telefoni cellulari - il movimento ha dimostrato senz'altro una eccellente organizzazione - e le informazioni venivano comunicate


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proprio con i telefoni cellulari; costoro erano pronti a coinvolgere la stampa, così come hanno videoregistrato gli episodi che ci riguardano, allo stesso modo potrebbero, anche loro, aver telefonato alla stampa e alle televisioni per farle affluire.
Perché per fronteggiare gli avvenimenti alla scuola Diaz si è applicato l'articolo 41? L'urgenza da un punto di vista tecnico c'era tutta; a mio parere l'operazione andava fatta, se poi fosse da ritenersi politicamente opportuna questo è un altro discorso, magari a mente fredda possiamo ragionarci. Comunque bisogna considerare che siamo stati aggrediti, sono stati lanciati contro le forze di polizia anche bombe molotov ed altri corpi contundenti; il vertice era ancora in corso, era stata una giornata difficile, avevamo subito molti danneggiamenti ed il giorno dopo i Capi di Governo dovevano addirittura spostarsi, il G8 doveva continuare. Inoltre c'era l'incontro in prefettura tra Putin e Bush, un prosieguo del vertice comunicatoci, peraltro, all'ultimo momento. Non ricordo bene i tempi perché le disfunzioni della struttura di missione ed i ritardi hanno influito molto sull'organizzazione. Siamo ricorsi all'articolo 41 anche per catturare alcune persone che avevano messo a fuoco e fiamme alcune zone della città. Effettivamente abbiamo informato un magistrato, la dottoressa Canepa; più che altro si è trattato di una presa d'atto. Abbiamo poi telefonato - come ho già detto in precedenza - ad un referente del GSF, il signor Kovac.
Per quanto riguarda le ferite riscontrate sui corpi di alcune persone onestamente non ne sono a conoscenza. Vi è una sentenza la quale afferma che, quando si è in presenza di una persona ferita, non se ne deve dedurre necessariamente la sua partecipazione a scontri di piazza. Pare che stiano affluendo


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una serie di testimonianze, comunque sono attività di competenza della magistratura, non posso dire nulla a riguardo, ma spero che la verità venga a galla.
L'edificio di cui si parla comprende due scuole; al piano inferiore c'è la Diaz ed al piano superiore la Pertini, tant'è che si è anche polemizzato sul perché le forze di polizia si siano recate al piano superiore. Ivi non è stata effettuata alcuna perquisizione, avevamo solo paura che da lì potesse essere disturbata l'azione della polizia. Ripeto, in quella circostanza non è stata fatta alcuna perquisizione. Penso di aver risposto a tutto.

GABRIELE BOSCETTO. Relativamente al centro stampa?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Secondo le relazioni che ho letto, all'interno del centro stampa c'è stata una violenta reazione da parte di coloro che lo occupavano. Comunque non mi trovavo all'interno e non vorrei dire cose inesatte.

ANTONIO DEL PENNINO. Vorrei fare domande molto rapide a chiarimento di questioni che sono state già sollevate da alcuni colleghi. Riguardo alla zona gialla, lei ha precisato che, mentre l'ordinanza del prefetto parlava di manifestazioni vietate in questa zona, la sua successiva ordinanza - se non sbaglio - parlava di esclusione di manifestazioni, salvo quelle eventualmente autorizzate. Vi sono state manifestazioni autorizzate nella zona gialla?
Nel rispondere al presidente Violante, lei ha detto che, dopo la prima telefonata con la quale il capo della Polizia la informava dell'imminente intervento alla scuola Diaz, lo stesso la richiamò per dirle di informare il dottor Sgalla. In precedenza, rispondendo ad una domanda della collega Mascia, lei invece ebbe a dire che il dottor Sgalla era presente alla


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scuola Diaz. La mia domanda è questa: il dottor Sgalla fu solo informato o fu presente alla scuola Diaz? Il capo della polizia le disse di informare il dottor Sgalla o di inviarlo alla scuola Diaz?
Nella sua ordinanza di servizio sul vertice dei Capi di Stato e di Governo del 12 luglio 2001, nel capitolo relativo all'esito dell'attività informativa sui gruppi della contestazione - usiamo questo termine - al G8 vi sono una serie di indicazioni relative ai gruppi pacifici, a quelli dediti in assoluto alla violenza e a quelli che si collocano in una zona grigia fra quelli pacifici e quelli violenti. L'esito di questa attività informativa è frutto degli uffici della questura o proviene da informazioni dei servizi? Siccome sono indicate una serie di associazioni che praticherebbero la violenza ma che non si identificano con i black bloc - in particolare la Ya Basta, che figura fra i firmatari del documento relativo al GSF e l'Askatasuna che si legge nel rapporto partecipa assieme alla Ya Basta alle periodiche riunioni del GSF -, da parte delle forze dell'ordine vi era conoscenza preventiva del fatto che alcuni di questi gruppi violenti fossero collegati organicamente con il GSF?
Nella sua ordinanza sono indicate con precisione una serie di presenze che si sarebbero registrate a Genova, con l'indicazione anche del luogo da cui tali presenze partivano; per quanto riguarda il nostro paese, con l'indicazione provincia per provincia. Vi è poi un'indicazione finale di circa quindicimila persone provenienti da Spagna, Inghilterra e Francia che sarebbero entrate dalla frontiera di Ventimiglia. In precedenza venivano indicate, senza segnalare da quale frontiera sarebbero entrate, presenze giudicate dedite al sistema violento provenienti dall'Austria, dal Belgio, dalla Germania, dalla Grecia e dalla Spagna. Vi è stato un ritardo nell'attuazione del blocco di Schengen che non ha consentito di fermare e di


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controllare questo flusso proveniente dall'estero, oppure i controlli sono stati effettuati egualmente perché gli arrivi sono stati successivi alla sospensione del trattato di Schengen?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Per quanto riguarda la zona gialla non è avvenuta nessuna manifestazione. L'ordinanza del prefetto stabiliva che non doveva avvenire alcuna manifestazione all'interno della zona gialla che potesse incidere sulla sicurezza del vertice.
Il questore però aveva la possibilità tecnica, d'intesa con il prefetto, con il dipartimento, eccetera, di fare uno strappo alla regola, valutata la manifestazione che non doveva essere in contrasto con il vertice. Infatti, è stata autorizzata una sola manifestazione, quella dei migranti, il giorno 19 luglio, considerato che sono partiti dalla zona gialla per andare poi verso levante, e poi sono state autorizzate le piazze tematiche. Oggi esistono i telefonini, senatore, quindi io dissi al dottor Sgalla: « il capo della Polizia ha detto che...», altre indicazioni non sono in grado di darle. Il mio ufficio era un continuo telefonare con cellulari che andavano e che venivano...

ANTONIO DEL PENNINO. Su domanda dell'onorevole Mascia, lei aveva detto che il dottor Sgalla...

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Lo so, l'ho visto anche nei filmati grazie ai quali ho visto tutti i funzionari che erano presenti sul posto. Lei fa riferimento all'ordinanza di servizio. Questo non può esser frutto della questura di Genova, è frutto di una attività di intelligence svolta dalla direzione centrale di polizia di prevenzione che è in contatto con le altre polizie straniere, in particolare con quelle polizie i cui governi partecipavano al vertice. I flussi sono stati enormi, insomma. Sapevamo che all'interno del Genoa social forum c'erano delle


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associazioni poco affidabili, però ogni volta che abbiamo cercato di stabilire quel giusto contatto il colloquio era sempre molto, molto sfuggente. Lei mi deve spiegare che cosa significa impedire, quando questi dichiarano l'illegittimità del vertice e dichiarano: «noi pacificamente dobbiamo impedire il vertice bloccando l'ingresso dei varchi». Lei mi deve dire se ciò può definirsi una cosa pacifica; a quel punto già va dichiarato in un modo abbastanza aperto una contestazione non più verbale ma anche fisica. Sì, conoscevamo anche i luoghi dai quali provenivano - Torino, Venezia, Milano - però vi era una libera circolazione sul territorio.

ANTONIO DEL PENNINO. La mia domanda non era questa.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Personalmente ho dovuto anche cercare di far capire in più riunioni alle istituzioni locali che il vertice era a grossissimo rischio. Mi è stato anche detto che io volevo blindare Genova. Ho dovuto anche faticare abbastanza con qualche istituzione locale per far capire il rischio a cui andavano incontro. Non sta a me sospendere e chiedere di applicare nuovamente l'accordo di Schengen, ma al potere politico. Se fosse dipeso da me avrei sospeso molto tempo prima, ma anche sospendendo Schengen, non abbiamo fatto tanto; è certo un grosso ausilio, però, attraverso quelle frontiere - e l'abbiamo dimostrato - sono arrivate tante persone confuse nel gruppo di turisti. Teniamo presente che in quel periodo la Liguria era un luogo turistico e quindi non a caso siamo andati a controllare gli agriturismi, camping, eccetera. La gente veniva lì per le ferie: a che titolo potevo bloccare quelle persone? Tenga presente che i carabinieri di la Spezia hanno bloccato un furgoncino con dentro alcune persone che avevano qualcosa. Il magistrato di La Spezia ha


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detto: lasciate perdere, lasciateli andare. Ed è giusto anche da un punto di vista tecnico e giuridico, perché non posso attribuire loro colpe, come ho detto anche nella mia relazione. Credo di aver risposto a tutto.

IDA DENTAMARO. Mi riallaccio alla prima questione posta dal presidente Violante, perché si tratta di un tema cruciale e temo di non avere ben compreso la risposta del dottor Colucci o comunque credo che rimanga ancora qualcosa da chiarire. Lei ha fatto una differenziazione molto netta e molto precisa tra azione a tutela dell'ordine pubblico e azione antiguerriglia urbana,la quale ultima non riguarderebbe la polizia, sembra di capire;nella sua relazione introduttiva sembrava addirittura di comprendere per una questione di limiti dei compiti istituzionali della polizia, nella risposta che ha dato invece al presidente Violante, per una questione di mezzi a disposizione, di modalità operative. Ora, rispetto a questo,da un lato viene da osservare che situazioni di guerriglia urbana a Genova erano non solo prevedibili, ma assolutamente previste. Questo emerge con chiarezza dalla lettura delle stesse ordinanze, quella del prefetto, la sua, nonché da quello che ha detto ancora poc'anzi a proposito del tasso di rischio che l'evento di Genova presentava. Quindi le chiedo se non le sembra una posizione singolare quella di invocare a posteriori il travalicamento degli eventi da manifestazioni in guerriglia urbana, quasi come giustificazione di quello che poi è accaduto. D'altro lato, non posso non chiederle chi e come, a suo avviso, dovrebbe intervenire in situazioni definibili come guerriglia urbana, e le chiedo anche se lei pensa che la polizia, quando è impegnata nel mantenimento dell'ordine pubblico, debba quasi dismettere altri compiti istituzionali, cioè debba disinteressarsi della prevenzione e della repressione di reati di qualsiasi natura. Nelle


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strade di Genova sono stati perpetrati anche reati comuni, da singoli, da persone isolate, sono stati divelti pali e sanpietrini, sono stati smantellati cantieri per procurarsi oggetti contundenti, armi improprie, e nessuno è intervenuto. Ora, queste omissioni devono essere poste in correlazione con
l'idea che la tutela dell'ordine pubblico esclude tutto il resto, o per caso con una scelta precisa di concentrare l'azione di tutte le forze dell'ordine esclusivamente nella zona rossa? Dalla sua relazione questo sembrerebbe anche trasparire. Ricordo che ha sottolineato proprio la differenza tra Seattle, Nizza, Göteborg, dove i vertici non si sono potuti svolgere tranquillamente, e la diversa situazione verificatasi a Genova, però vorrei che ce lo confermasse o ce lo smentisse a chiare lettere. A questo punto è importante capire a chi e a quando risale questa scelta di dedicarsi, di concentrarsi esclusivamente sulla zona rossa. Credo che chi era all'epoca questore di Genova possa essere nelle condizioni di dare questa risposta. Poi due domande molto specifiche, molto brevi: vorrei sapere se è vero quello che si è letto, si è sentito, cioè che all'interno della scuola Diaz, come sede del Genoa social forum, era presente un informatore della polizia - parlo naturalmente prima della perquisizione contestata - poiché credo che lei sia stato il primo in questa sala, se ben ricordo, a fare riferimento ad una sala operativa internazionale. Ecco, vorrei capire meglio di che cosa si è trattato, chi vi operava, quando, in quali situazioni e con quali modalità.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Forse mi sono espresso male. Noi avevamo previsto lo scenario, ma per quanto riguarda un servizio di ordine pubblico. Il servizio di ordine pubblico - ne ho accennato anche nella mia relazione - si fa anche cercando, sempre per la buona riuscita del servizio e della manifestazione, di contemperare le esigenze dei manifestanti


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con le loro prerogative dettate dalla Costituzione.
Ci siamo trovati, invece, a Genova, davanti ad una forma di guerriglia, perché, purtroppo, è venuto a mancare flusso di notizie, di collaborazione. Quando gli stessi partecipanti al corteo escono da questo, fanno dei danneggiamenti e poi vi rientrano, quando cioè sfuggono da una parte all'altra, questa può essere definita guerriglia. Non si è trattato di una nostra impreparazione; eravamo preparati ad un servizio di ordine pubblico, pianificato molto bene; quando lo scenario, per la connivenza di alcuni gruppi di manifestanti (vi era anche una grandissima parte pacifista, che cercava di contrastare i violenti), è cambiato, noi ci siamo trovati in difficoltà a contrastare, senza coinvolgere i manifestanti pacifici, le azioni di guerriglia, che, purtroppo, si andavano perpetrando a Genova. Ci vuole la collaborazione degli organizzatori, come ho già chiarito nella mia relazione. Ho anche detto che erano state prese in considerazione possibili azioni di guerriglia, per fronteggiare le quali, erano stati previsti nuclei mobili disseminati sul territorio. Ma questa strategia non ha funzionato, per la copertura, tra virgolette, di alcuni.
Non è vero che non ci siamo interessati di altri reati comuni; anzi, la questura di Genova è stata potenziata proprio per il controllo del territorio. Quei reati comuni - rubare presso imprese materiale da portare con sé durante i cortei - non sono più reati fini a sé stessi. Abbiamo fatto diversi interventi, su sollecitazione, presso ditte di lavori stradali ed altro, per contrastare le persone che si stavano armando in questi cantieri. La questura di Genova (l'ha fatto il sindaco, credo) ha sollecitato, anche, la chiusura dei cantieri e l'eliminazione di tutte le impalcature che si trovavano nel territorio. Non è vero che ci siamo concentrati sulla zona rossa: nella relazione, ho chiarito bene che sono stati impiegati


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circa 5 mila uomini in turni in quinta (cioè h 24), con i quali abbiamo difeso una cittadella, composta da circa 35 mila genovesi, più altre 17 o 20 mila appartenenti alle delegazioni. Il nostro sguardo, oltre la «linea rossa», invalicabile, si è rivolto alla zona gialla, con funzioni di cuscinetto. La difesa è effettivamente riuscita per gli scopi prefissi. Nella zona gialla, per fronteggiare l'ordine pubblico avevamo circa 3 mila uomini, cui vanno aggiunti altri 3 mila circa per vigilanze fisse ed altri tipi di servizi, da svolgere sia nella zona gialla sia in altre parti della città.
Per quanto riguarda la scuola Diaz, non mi risulta nel modo più assoluto - lo dico con la massima sincerità - che vi fosse un infiltrato.
Relativamente alla sala operativa internazionale, dagli atti risulta che alla questura di Genova vi erano diverse centrali operative: centrali operative interforze dell'ordine pubblico; centrali dei servizi degli enti che lavorano sul territorio (Croce rossa, ENEL, AMNU ed altri); una centrale relativa alle scorte ed a tutti gli altri servizi interessati al G8 ed una centrale internazionale, cui facevano riferimento le polizie straniere interessate al vertice (infatti, le notizie confluivano dai loro paesi ed erano riportate a noi attraverso la direzione centrale di polizia e prevenzione, dov'era presente anche il dottor Luperi).

FILIPPO MANCUSO. Signor questore, le pongo una domanda su un argomento che non mi è stato chiaro sin dall'inizio. Lei ha indicato una serie di consultazioni presso il suo gabinetto, per valutare se, come e perché intervenire. Afferma di essersi avvalso, oltre che delle sue responsabilità e competenze, anche del consiglio, del sostegno e della consultazione degli organi superiori rappresentati presso il suo ufficio da Roma. A tali consultazioni, è mai intervenuto in


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forma diretta o indiretta e, comunque, è stato tenuto informato e consultato a distanza sulla possibilità e, in seguito, sull'effettuazione dell'intervento, il generale Siracusa e se, in qualche modo, è stato coinvolto, quando è avvenuto ciò, in quali termini e con quale esito?
La conclusione della sua relazione ha due punti di emergenza: il primo è la nobile accettazione del provvedimento gerarchico che la colpisce. Ciò le fa onore e giustifica l'essersi, ella, signor questore, definito uomo delle istituzioni. Però, ha fatto seguire, in due passaggi del suo intervento, una riserva circa la conduzione dell'inchiesta che l'ha riguardata e che ha portato a tale esito e, addirittura, un addebito di falsità o, perlomeno, di falsità omissiva da parte di uno degli ispettori. Le chiedo di confermare, chiarire e lumeggiare, possibilmente in forma sintetica, che cosa è accaduto e come si è svolta l'inchiesta che la riguardava, se in maniera formale o, semplicemente, come mi pare lei abbia detto, orale.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Ho detto nella relazione di essere stato affiancato dal dipartimento; come questore di Genova, ogni decisione da prendere, anche formalmente (essendo l'autorità provinciale di pubblica sicurezza) è stata comunque studiata, meditata e condivisa con i superiori, sia a Genova, sia a Roma. Comunque, se ho responsabilità, le assumo pienamente. Per quanto riguarda ciò che mi ha chiesto, presidente Mancuso, sull'informazione al generale Siracusa, a quale intervento si riferiva?

FILIPPO MANCUSO. Mi riferisco all'intervento nella scuola Diaz.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Ho informato - se non vado errato - il colonnello dei carabinieri, mio diretto


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interlocutore per quanto riguardava tutta l'operazione di ordine pubblico a Genova. Credo di avere informato il colonnello Tesser dei carabinieri, con il quale è sempre avvenuta una trasfusione di notizie ed informazioni.
Ho formulato qualche perplessità sull'inchiesta, anzi, nella mia relazione iniziale aggiungevo qualcos'altro: ho qualche riserva, perché si tratta di un evento talmente grande che per poterlo giudicare, nei difetti e nei pregi, bisogna viverlo, capire il lavoro complesso che è stato compiuto, ed anche - perché no? - giustificare qualche manchevolezza o accentuare il giudizio positivo su qualche azione di pregio che è stata portata a termine: non si conduce un'inchiesta in pochi giorni, che risulta così, oserei dire, precostituita.
Ho apprezzato molto il presidente Violante che ha elogiato l'attività preventiva che è stata messa in atto da quella ordinanza, ma che però non è stata presa affatto in considerazione. Sono stati invece presi in considerazione tre fatti ed, in base ad essi, si è frettolosamente, a mio giudizio, giunti a delle conclusioni. È vero, non è emerso in quest'aula il problema dei cassonetti, ma bisogna prima di tutto saper dirigere una questura per capirne le problematiche, bisogna aver condotto attività di ordine pubblico per capire quali ostacoli si possono incontrare durante il cammino. Pongo una domanda: come mai nell'ordinanza del 12 luglio non era compresa la gestione dell'ordine pubblico del 20 luglio? La risposta è semplice e l'ho pronunciata in quest'aula: non sapevamo nulla fino a due o tre giorni prima. Non è una contestazione.
Come mai Forza Nuova vuole venire a Genova? È semplice: il giorno 30 giugno si è tenuta a Genova una manifestazione di Forza Nuova, da me vietata; allora hanno detto ai quattro venti che volevano venire a Genova, lo hanno detto anche ai


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servizi; è ovvio che il questore ha il dovere, nell'ordinanza, di rappresentare ai colleghi lo scenario che si presenta. Vorrei dire di più: questi scenari li avevo dipinti anche prima del servizio di ordine pubblico, in occasione di una riunione con tutti i colleghi che venivano da fuori Genova, nella quale raccomandavo calma, tranquillità e spiegavo loro il servizio che avrebbero dovuto svolgere. Il dottor Micalizio mi ha chiesto esplicitamente se ero a conoscenza del fatto che personale dello SCO si trovava fuori dalla zona rossa: ho risposto di no. Egli ha sottolineato la gravità di tale risposta, precisando che il questore deve essere a conoscenza di questi fatti. Ho fatto presente che a Genova sono state prese iniziative da parte di altri: lo SCO agiva di sua iniziativa, ed altri di propria. Si è trattato di una mia mancanza, è giusto: il dottor Micalizio mi ha detto che avrei dovuto mandare tutti a quel paese perché, essendo io il responsabile, dovevo mandare via tutti, capo e vicecapo; questa è stata una sua argomentazione.
È seguito poi un colloquio. Appena il dottor Micalizio è arrivato a Genova, ha chiesto di parlare con me: sono andato da lui ed ho notato una faccia funerea a causa mia (dunque, avevo già compreso la situazione); ho parlato con lui per dieci minuti circa. In seguito ho rivisto il dottor Micalizio al termine dell'ispezione: mi ha parlato per altri dieci minuti, durante i quali mi ha fatto capire che la situazione era grave; poi mi ha congedato. Tutto si è svolto oralmente. Ho avuto modo di leggere copia degli atti dell'ispezione del ministero: mi risulta che un ispettore ministeriale giunge alle proprie conclusioni, senza però arrivare a chiedere anche i provvedimenti da adottare. Se svolgessi io un'ispezione, rimetterei tutto al superiore gerarchico che mi ha conferito il mandato: sarà poi tale superiore gerarchico a dover stabilire le decisioni da prendere. Il dottor Micalizio ha chiesto la mia immediata


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sostituzione e procedimenti disciplinari a mio carico, in base ad un'ispezione durata tre giorni, un colloquio durato dieci minuti prima ed un quarto d'ora dopo: penso che ciò non sia corretto e che riveli una mancanza di professionalità nello svolgere le ispezioni. L'ho detto chiaramente nella mia deposizione.

FILIPPO ASCIERTO. Svolgerò il mio intervento rapidamente: se non avessi già preparato le domande sarei senza parole di fronte alle espressioni del questore Colucci su quanto è avvenuto.
Vorrei sottoporre all'attenzione del questore alcune questioni: egli ha detto che ci sono state 124 intercettazioni ambientali preventive ed in questi giorni abbiamo saputo che Casarini era sottoposto ad intercettazione ambientale. Sapevate in anticipo, dunque, ciò che Casarini tesseva attraverso le altre organizzazioni ed i suoi rapporti con altre frange, non solo con le tute bianche. Avete però continuato a concedergli un certo credito, sperando che poi tutto si risolvesse in una manifestazione non violenta e pacifica. Avevate concordato con Casarini che in una certa zona della città si potesse svolgere una manifestazione simbolica di attacco alla zona rossa? Sapevate di una sorta di catapulta o di un arnese con ruote (tipo un ariete) che doveva essere portato in una ipotetica manifestazione medievale, proprio in quella zona? Se non ci sono situazioni su cui sta indagando l'autorità giudiziaria, lei, dottor Colucci, è a conoscenza, tramite le intercettazione ambientali, di dialoghi tra parlamentari ed esponenti di movimenti antagonisti o, se vuole, con lo stesso Casarini? Il dottor Colucci ha reso affermazioni importanti riguardo al Genoa social forum, che non è stato in grado di gestire le scuole che gli sono state affidate perché all'interno di esse - ci sono prove evidenti - c'erano dei violenti. Le affermazioni


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del questore Colucci rese oggi in quest'aula, sono state oggetto di relazione all'autorità giudiziaria? Chi gestiva i siti Internet che sono stati intercettati e che riportavano, con immediatezza, le azioni delle frange più eversive? Avrei altre due o tre domande, soprattutto su Sgalla, ma sono state già rivolte in precedenza.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Onorevole Ascierto, è vero che abbiamo effettuato 124 intercettazioni ambientali (due riguardo la posta elettronica, se non erro), anche nei confronti del signor Casarini. Seguivamo queste intercettazioni in relazione al fatto che le tute bianche dovevano portare l'ariete e cercavamo di prendere contromisure per tentare di ostacolarle: ci informavamo per capire quali erano le indicazioni. Dirò di più: un funzionario del dipartimento aveva contatti diretti con Casarini. Ciò ha consentito, la sera tra il 20 e il 21 luglio, la collocazione di quei container, perché da lui abbiamo saputo che, pur facendo parte del Genoa social forum, le tute bianche non andavano d'accordo con il network e con i COBAS: egli aveva dunque paura che altri, con frange estremiste, potessero disturbare il suo corteo, che doveva passare per via Tolemaide.
A questo punto abbiamo creato quel muro di container che la Repubblica ha descritto bene nel suo articolo. Lo scontro doveva avvenire in piazza Verdi con la famosa «sceneggiata» che dava spazio di visibilità al movimento delle tute bianche. Questo però non si è verificato. Perché abbiamo caricato i manifestanti? Lo abbiamo fatto perché quando il corteo è arrivato - e tra l'altro non era propriamente tale in quanto non autorizzato - ha immediatamente attaccato le forze di polizia. Questa è la situazione.
Non mi risultano nel modo più assoluto intercettazioni tra parlamentari ed esponenti dei vari movimenti. Se sussiste una


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situazione di questo genere sarà l'autorità giudiziaria a doversene occupare.
Con riferimento al Genoa social forum, è vero che, erano presenti dei violenti. Il Genoa social forum non ha mai fatto distinzioni; anche nei siti loro assegnati, c'erano persone appartenenti alle frange più violente. Per quanto riguarda il sito Internet non so nulla e sarà la DIGOS a riferire al magistrato.

MICHELE SAPONARA. Anch'io ringrazio il dottor Colucci per la relazione onesta, sofferta ed esauriente.
Il provvedimento del tribunale del riesame di Genova, richiamato dal questore, ha descritto la natura, la pericolosità e l'imprevedibilità delle azioni dei black bloc. Voi cosa ne sapevate prima e dopo Nizza, Seattle e Göteborg? Cosa vi avevano riferito i servizi segreti? La scelta di Genova si è rivelata infelice. Orbene, lei che ne conosce la conformazione geografica e che ha partecipato ai vari comitati dell'ordine pubblico, pur ovviamente non potendo esprimere censure o dissensi su questa scelta, ha manifestato la difficoltà di difendere Genova da eventuali prevedibili azioni di guerriglia, oppure no? E quali azioni di contrasto avete ipotizzato o suggerito per combattere questi attacchi?
Nella scuola Diaz, al momento della perquisizione, sono state rinvenute bende, barelle, cerotti, flebo ed altro materiale medico utilizzato. Si trattava di materiale che già si trovava nella scuola o è stato portato, almeno in parte, da coloro che hanno effettuato la perquisizione?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Mi scusi onorevole Saponara, ma vorrei rivolgere a lei una domanda: chi sono i black bloc? Come ho già detto nella mia relazione, i black bloc sono persone prive di un'organizzazione, le quali si incontrano


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per determinati motivi politici e praticamente fanno violenza per la violenza. A Genova sono arrivati circa 500 black bloc italiani più 2 mila stranieri. Di fatto, gli incidenti sulla piazza non sono stati provocati solamente dai black bloc, ma da altre migliaia di persone che fanno parte di frange violente nazionali. Quindi, non dovevamo difenderci solamente dai black bloc, come dimostra il contesto in cui è morto quel giovane. In questo caso, oltre ai black bloc, c'erano anche gli anarchici insurrezionalisti, i quali rappresentano una frangia molto violenta.
Per quanto riguarda la conformazione geografica di Genova, è vero che questa si conosce bene. Ecco perché già un anno prima che venisse formalizzata come città del vertice, noi abbiamo iniziato a fare un lavoro straordinario finalizzato a fronteggiare situazioni particolari nella città di Genova. Abbiamo sempre sperato di dover gestire, anche in modo parzialissimo, le manifestazioni pacifiche del dissenso che dovevano verificarsi sul territorio. Il nostro obiettivo era quello di cercare di isolare i violenti ed ho già spiegato nella mia lunga relazione perché non ci siamo riusciti.
Con riferimento al materiale medico rinvenuto alla Diaz, personalmente non ne so niente, ma se è vero che sono stati trovati cerotti e flebo, questi non sono stati certo portati dalla Polizia di Stato e dalle altre forze di polizia; evidentemente si trattava di materiale giacente in quella scuola e apprendo ora dalla stampa che la magistratura sta indagando in tale direzione.

LUCIANO FALCIER. Mi associo al ringraziamento al dottor Colucci per la sua schiettezza, come diceva qualche mio collega, ma anche per la completezza, la puntualità e, aggiungerei, per la passione che manifesta, neppur tanto velata, per il suo lavoro e per quanto ha voluto inserire nella relazione.


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Le domande che vorrei fare sono le seguenti. Al di là delle sue competenze - le norme su questo punto sono chiare: lo stesso capo della Polizia, il dottor De Gennaro, audito in quest'aula venendo qua ha letto quanto previsto dalla legge circa le competenze del capo della Polizia, anche se credo che di questo non si tratti perché lei si è assunto tutte le responsabilità, e forse non solo le sue -, vorrei che lei potesse chiarirci quale fosse il suo interlocutore, non solo come responsabile dell'ordine pubblico in quel momento a Genova. Esiste un suo interlocutore gerarchico, essendo lei comunque un funzionario dello Stato? È il prefetto? È il capo della Polizia? È qualcun altro? A mio avviso, gerarchicamente, pur avendo delle competenze specifiche che la legge le attribuisce, probabilmente un interlocutore, dovrebbe esserci. In pratica: se lei avesse individuato carenze, mancanze o ritardi nelle esigenze, a chi si sarebbe dovuto rivolgere?
In secondo luogo, vorrei sapere chi firmava - forse in parte lei ha già risposto - le comunicazioni e le richieste da parte del Genoa social forum alla questura. Abbiamo visto, infatti, una serie di documenti spesso non firmati da nessuno, ai quali è stata apposta solo una sigla a stampa. Nei casi, da lei citati, delle richieste di autorizzazioni a manifestazioni o cortei, c'era qualcuno che firmava? In caso affermativo, e può fornirci il nome?
Concludo, chiedendo cosa comporti il mancato rispetto delle sue ordinanze: vi sono delle sanzioni? Si determineranno dei reati? Vi sono responsabilità da far valere da parte di chi non ha dato ascolto alle sue ordinanze?

FRANCESCO COLUCCI, Questore. Con riferimento al mio interlocutore gerarchico, secondo una mia interpretazione, l'autorità di pubblica sicurezza ha per interlocutore il capo della Polizia; anzi, dovrebbe avere come suo interlocutore


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direttamente il ministro, perché il ministro è autorità nazionale, laddove invece il questore è autorità locale. Il ministro dà le direttive al questore attraverso il direttore generale della pubblica sicurezza e il questore attraverso tale direttore riversa le notizie al ministro. Il direttore generale della pubblica sicurezza è anche capo della Polizia e, quindi, credo che un rapporto gerarchico comunque esista, anche se non nell'attività di piazza. È questa una materia che sarebbe interessante approfondire.
Doverosamente, per ogni azione che devo intraprendere per quanto riguarda la mia attività tecnica, devo fare riferimento al prefetto di Genova, che è colui che mi fornisce le direttive politiche del ministro. Se faccio presente al prefetto che domani potrebbe svolgersi una certa manifestazione a Genova, tecnicamente potrei autorizzarla, però il prefetto può ritenere che non sia il caso per una situazione di emergenza verificatisi altrove. Mi dà quindi l'input politico dicendomi di autorizzarla o vietarla a seconda delle circostanze.
Chiaramente il tutto viene, almeno per quanto mi riguarda, rapportato anche al Ministero ed al capo della Polizia, perché il confronto deve essere diretto per tutto ciò che riguarda sia la polizia giudiziaria sia le problematiche di ordine pubblico. Per quanto riguarda gli avvenimenti della stazione Principe, dove la polizia caricò quei manifestanti dei centri sociali che volevano prendere il treno senza pagare il biglietto - è stato un caso eclatante -, ricevetti disposizioni dal dipartimento tendenti a far rispettare la legge. D'altra parte il questore deve fare rispettare la legge! Gli input, le direttive, il questore li può quindi ricevere sia dal dipartimento, sia dal prefetto.
Per quanto attiene le richieste del Genoa social forum, alcune sono effettivamente senza firma: quelle con cui sono stati richiesti i percorsi per le manifestazioni sono però sempre


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firmate, ora da Morettini, ora da Kovac o da altri. Mi sembra ci sia anche un certo Demontis che, se non erro, ha firmato quella dei migranti. Anche questo, ed i migranti, fanno comunque parte del Genoa social forum.
Per quanto riguarda le ordinanze, se una persona non si attiene alle ordinanze del signor questore, questa - funzionario o altro - è soggetta a procedimento disciplinare. Se l'omissione riveste carattere penale, è soggetta anche ad un'eventuale denuncia penale.

PRESIDENTE. Signor questore, la ringrazio. Lei si era riservato di consegnare al Comitato una serie di documenti. Vorrei sapere se può consegnarli ora e se sono riservati.

FRANCESCO COLUCCI, Questore. I documenti hanno carattere di riservatezza. Li consegno comunque ora.

PRESIDENTE. Vorrei sottoporre alla vostra attenzione il possibile prosieguo dei lavori odierni. Ricordo che abbiamo convocato per le 17 il dottor Andreassi e che il dottor La Barbera è già qui in attesa da circa mezz'ora. Se procediamo come fatto fino ad ora, credo che per le 20 si sia in condizione di ascoltare il dottor La Barbera. Si tratta di decidere se oggi si intenda, come credo, ascoltare entrambi i funzionari - e quindi cercare dì contenere i tempi di intervento - ovvero ascoltare solo il dottor La Barbera. In tal caso, per correttezza dovremmo chiedere al dottor Andreassi di essere ascoltato in un'altra giornata. Vorrei conoscere il vostro pensiero su tale questione.

LUCIANO VIOLANTE. Signor presidente, la mia opinione è che sarebbe bene sentire in ogni caso oggi i due funzionari, sapendo naturalmente che i lavori potrebbero finire molto tardi. Questo forse gioverà all'autocontenimento, per così dire, di tutti noi.


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PRESIDENTE. Per non abusare della sua disponibilità, dobbiamo in ogni caso chiedere al dottor Andreassi di presentarsi alle ore 18 e non alle 17. Non vorrei comunque posticipare ulteriormente il suo intervento. Sospendo brevemente la seduta per dieci minuti.

La seduta sospesa alle 15,30, è ripresa alle 15,55.

Audizione del prefetto Arnaldo la Barbera.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del prefetto Arnaldo la Barbera.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non requisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete, previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Comunico altresì che il prefetto Arnaldo La Barbera ha chiesto di essere accompagnato dal dottor Valerio Blengini, vicequestore aggiunto della Polizia di Stato, in servizio presso la direzione centrale della polizia di prevenzione. Non essendovi obiezioni, così rimane stabilito.
Ringrazio il prefetto Arnaldo La Barbera anche per il lavoro che ha svolto per questo Comitato poiché ha già


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fotocopiato 40 documenti, sia la relazione sia la documentazione richiamata nella relazione stessa in distribuzione, e la prego di riferire sui fatti per i quali è stato invitato in questa sede.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Desidero innanzitutto ringraziare questo onorevole Comitato per l'opportunità che mi offre di illustrare il lavoro svolto dalla direzione centrale della polizia di prevenzione in occasione del G8. Il mio intento, nel redigere la presente relazione, è stato quello di far comprendere fino in fondo la complessa attività di preparazione, per quanto attiene alla sfera di competenza dell'ufficio da me all'epoca diretto, che ha contraddistinto il vertice di Genova. In tale quadro, ho evidenziato difficoltà e risultati, nella serena consapevolezza che, per la circostanza, l'impegno di tutto il personale, sia a livello centrale che periferico, è stato massimo e che quanto fatto costituirà un'utile base di riflessione per impegni futuri a livello internazionale. Per altro verso, i numerosi dati acquisiti costituiscono la struttura informativa portante per articolare una attività investigativa in grado di individuare buona parte dei responsabili dei gravi reati commessi nel capoluogo ligure.
Tengo ancora a sottolineare come sia necessario distinguere tra l'attività della direzione centrale della polizia di prevenzione e gestione dell'ordine pubblico: la prima, infatti, si pone in funzione strumentale rispetto alla seconda, costituendone il presupposto fondamentale in tema di analisi preventiva; la seconda, invece, di stretta pertinenza dell'autorità provinciale di pubblica sicurezza, sulla scorta di presupposti organizzativi autonomi e di una serie di valutazioni contingenti, modula l'impiego della forza pubblica, seguendo la concreta evoluzione dei fatti.


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In linea di premessa, al solo fine di illustrare in modo chiaro la ripartizione dei campi di azione dei vari uffici, occorre infatti puntualizzare che la struttura che ho diretto assolve a compiti precisi che investono specifiche competenze. In estrema sintesi ed in riferimento alle grandi manifestazioni di ordine pubblico, la direzione centrale della polizia di prevenzione, suddivisa in due servizi, investigazioni generali ed antiterrorismo, avvalendosi delle articolazioni periferiche denominate DIGOS, cura tutti gli aspetti di carattere informativo che possano comunque interagire con l'evento, sviluppa le attività investigative sugli aspetti di anche solo eventuale natura eversiva e riscontra le notizie fornite dai servizi di sicurezza, giungendo, in questo caso, da collettore informativo.
Alla direzione, quindi, non compete in alcun modo la gestione dell'ordine pubblico, la distribuzione dei reparti, le modalità di utilizzo degli stessi: sono questi ultimi compiti che la legge attribuisce espressamente all'autorità provinciale di pubblica sicurezza.
Il punto di contatto tra prevenzione ed ordine pubblico è, quindi, costituito dal dato informativo, essendo ovvio che quest'ultimo, per consentire una adeguata predisposizione dei servizi di piazza, deve essere, ovviamente nei limiti del possibile, completo, esauriente ed esatto.
Ben altro aspetto è la concreta attuazione dei servizi stessi, rispetto alla quale la polizia di prevenzione non ha titolo.
Queste mie precisazioni non devono affatto essere intese quale presa di distanza dagli eventi di Genova, bensì, come già detto, quale necessario ed indispensabile chiarimento al fine di consentire a questo Comitato di comprendere appieno la reale dinamica dei fatti ed i ruoli rivestiti dai vari uffici interessati.
Al fine di assicurare la corretta gestione del vertice dei G8 di Genova, la direzione ha sviluppato una articolata attività di


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carattere preventivo, informativo ed investigativo. Si è provveduto quindi ad acquisire, analizzare e veicolare tutte le informazioni possibili in ordine alle partecipazioni alle manifestazioni collaterali al vertice; ad individuare le frange violente e sensibilizzare le articolazioni periferiche e la questura di Genova in ordine alle loro modalità comportamentali, alla loro composizione ed al loro numero; a curare tutti i rapporti con le polizie straniere al fine di assicurare contatti tempestivi e funzionali anche durante lo svolgimento del summit.
L'attività della direzione si è, quindi, sviluppata sia sul piano interno che sul piano internazionale, in particolare, attraverso: la costituzione di una struttura operativa internazionale per ogni possibile contributo informativo, estesa anche alla fase operativa, mediante la partecipazione di rappresentanti delle varie polizie estere, in stretta collaborazione con i servizi di prevenzione predisposti per il vertice (la cosiddetta sala internazionale della polizia).
L'invio in missione, in occasione di recenti summit (Nizza, Göteborg), di funzionari della direzione centrale di polizia di prevenzione, in qualità di osservatori, al fine di acquisire la percezione diretta dell'intensità degli scontri e delle modalità di «attacco» utilizzate dai dimostranti. Gli esiti di dette attività di osservazione e di analisi sono poi stati divulgati, attraverso una serie di apposite riunioni tematiche, ai funzionari e agli ufficiali responsabili dei vari contingenti di forza pubblica presenti nel capoluogo ligure per l'occasione. In tali circostanze, sono state confrontate le varie strategie e calibrate le diverse tipologie di intervento, applicabili ai vari contesti di ordine pubblico che si sarebbero potuti presentare a Genova. Sono stati inoltre fatti visionare dei filmati provenienti da


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Quebec City, Praga e Davos che hanno consentito di percepire l'intensità e l'ampiezza degli scontri verificatisi in quelle città, in occasione dei precedenti consessi internazionali.
L'attività della direzione si è sviluppata attraverso la sensibilizzazione, sin dall'agosto 2000, di tutte le questure della Repubblica sulla necessità di implementare l'attività informativa, specificamente orientata al vertice di Genova; lo specifico orientamento dell'attività info-investigativa di tutte le DIGOS sull'evento. In particolare, sono state tenute dalla direzione centrale di polizia di prevenzione ben venti riunioni con oggetto il vertice di Genova.
Analizziamo poi gli esiti dell'attività preventiva: si è proceduto all'analisi delle varie componenti della protesta utilizzando i criteri distintivi in «blocchi» indicati dal colore, che le numerose compagini dell'estrema sinistra e dell'antagonismo avevano utilizzato nel corso di precedenti summit internazionali; rispetto al blocco «rosa» (da sempre esprime l'intento di manifestare pacificamente, ricercando però la visibilità delle azioni perseguendo lo scopo di «impedire, boicottare, ritardare» i lavori del vertice), «giallo» (pronti alla disobbedienza civile e alle azioni dirette, non escludendo il ricorso alla violenza. Ne sono espressione maggiori i centri sociali storici autogestiti e le «tute bianche», «blu» (votate ad azioni dirette e violente contro la polizia, anche con il carattere della provocazione. Si affianca al blocco giallo con una propensione allo scontro con le forze dell'ordine). Si è quindi individuato nel «blocco nero» l'elemento di maggiore rischio per l'ordine pubblico.
Nel documento sul vertice, predisposto dalla direzione centrale di polizia di prevenzione ed esposto il 16 maggio del 2001 dal capo della Polizia nel corso del comitato nazionale dell'ordine e della sicurezza, trattando del blocco nero, viene


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detto: «Si tratta dei gruppi anarchici, di appartenenti all'area marxista-leninista che hanno manifestato l'intenzione di attuare iniziative antiglobalizzazione, diverse da quelle dei circuiti principali del »controvertice« e più incisive di esse».
È nelle loro intenzioni l'attuazione di iniziative clamorose, diverse da quelle programmate sia dal blocco giallo, sia dal blocco blu, rivolte contro i simboli della globalizzazione.
Da fonti di settore si è appreso che nell'ambito del blocco nero si starebbe realizzando una frattura tra gli anarchici vicini alla federazione anarchica italiana e quelli legati alle posizioni insurrezioniste, che avrebbero optato per una strategia di assalto indistinto, con azioni violente contro vari obiettivi, confondendosi tra la folla di manifestanti. A questo proposito occorre evidenziare come, nei fatti, la tecnica poi utilizzata a Genova dai black blockers sia stata proprio quella di confondersi inizialmente tra i gruppi di manifestanti come gli appartenenti al Genoa social forum (tute bianche comprese ), salvo poi, una volta travisati, assumere una connotazione propria e dare luogo alle devastazioni che tutti abbiamo potuto vedere.
In una circostanza, il 20 luglio, in piazza Paolo Da Novi, i militanti del blocco nero sono addirittura arrivati ad appropriarsi di un vero e proprio spazio originariamente assegnato al Network, palesando in tal modo sia una feroce aggressività, sia la capacità di colpire in modo del tutto improvviso ed imprevedibile. Si è proceduto ad una quantificazione della reale consistenza del gruppo, attraverso una apposita sensibilizzazione di tutte le articolazioni periferiche e degli organismi di polizia esteri, cogliendo il carattere transnazionale di questo particolare e tutto sommato recente fenomeno. Per arrivare al numero, si è effettuato un censimento con il concorso di tutte le 103 DIGOS sul territorio, sono stati


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individuati i centri sociali più estremistici, punto di aggregazione degli appartenenti al blocco nero e alcuni di questi, come si illustrerà anche in seguito, sono stati oggetto di perquisizione.
Non si è proceduto ad una sistematica attività di pressione preventiva per almeno tre considerazioni: in primo luogo, le perquisizioni effettuate hanno fornito riscontri significativi ma parziali, in quanto, come poi si è visto a Genova, gli appartenenti al blocco nero si procacciano per lo più direttamente sul posto gli strumenti utili agli scontri e alle devastazioni; secondariamente, si sarebbe corso il rischio di esercitare una pressione che avrebbe potuto esasperare un clima di tensione, già reso precario da una serie di gravi attentati e tentativi di attentato (Bologna, caserma dei carabinieri di Genova, stabilimenti Benetton, Retequattro) compiute poco prima del vertice; si stava inoltre parallelamente percorrendo la strada del dialogo con le componenti che si erano apparentemente palesate più moderate.
Una pressione esercitata attraverso molteplici atti di polizia giudiziaria, avrebbe potuto incidere su di un rapporto che si stava cercando di ricondurre nei canoni della più assoluta normalità, stimolando anche l'ala moderata ad assumere posizioni di solidarietà nei confronti delle frange più estremiste ed in quanto tali destinatarie delle perquisizioni.
Si è addivenuti infine a cifre, in ordine ai possibili manifestanti presenti a Genova, (2 mila unità dall'estero, 500 dall'Italia), che poi hanno trovato sostanziale conferma nei fatti. Per quanto attiene ai 2 mila soggetti stimati come provenienti dall'estero, il numero è stato ricavato, secondo un processo deduttivo, sulla base delle presenze registrate in occasione di altri analoghi appuntamenti internazionali. Al fine di impedire un loro ingresso in Italia, la direzione centrale


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di polizia di prevenzione ha individuato, come poi oggettivamente riscontrato a Genova, la provenienza di appartenenti al « blocco nero », principalmente da Germania, Spagna, Grecia, Inghilterra e Stati Uniti.
Il punto merita un approfondimento: si è provveduto ad attivare tempestivamente tutto il circuito internazionale, sensibilizzando gli omologhi organismi di polizia affinché venissero forniti dati utili alla individuazione degli appartenenti ai sodalizi in questione; sono state indette più riunioni, nel corso delle quali, alla presenza degli interlocutori stranieri, è stata sollecitata la predisposizione di appositi elenchi nominativi, utili ad impedire l'ingresso in Italia dei manifestanti violenti, in occasione del G8.
L'attività di cooperazione internazionale ha avuto però esiti modesti, probabilmente per due ordini di motivazioni: in primo luogo, l'oggettiva difficoltà, anche per le polizie estere, di penetrazione informativa verso gruppi che denotano, da un canto, la mancanza di un'organizzazione strutturale, dall'altro, la capacità di aggregarsi «per affinità», in occasione di importanti summit internazionali, in quanto per la loro dimensione possono assicurare margini elevati di impunità ad azioni criminali ed indiscriminate; in secondo luogo, esigenze di tutela della privacy che, in più di una occasione, hanno impedito la trasmissione da parte delle polizie straniere delle liste richieste.
La direzione di polizia di prevenzione, alla luce di un sistema di cooperazione internazionale, che proprio in occasione del vertice di Genova ha evidenziato, in modo chiaro, una palese inefficacia, al fine di costruire il nuovo impianto preventivo e repressivo per contrastare e disarticolare il fenomeno dei black bloc, ha già provveduto a formare una


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serie di album fotografici, selezionando i visi di tutti i partecipanti alle devastazioni e agli scontri, suscettibili di identificazione.
Detti album sono già stati consegnati alle polizie dei paesi interessati, al fine di attribuire un nome a ciascun volto e pervenire così a quegli elenchi che erano stati chiesti inutilmente. Le risultanze del lavoro verranno ovviamente condivise con i partner internazionali per consentire l'attivazione di specifiche attività info-investigative in ogni paese. I black bloc, a lavoro concluso - un lavoro, comunque, non facile e non breve - non solo non potranno più muoversi disinvoltamente da una nazione all'altra, ma saranno oggetto di specifiche indagini in ordine alle devastazioni già commesse. Sotto questo profilo, l'intesa con la procura della Repubblica di Genova è stata, sin dal momento dell'acquisizione del numerosissimo materiale video-fotografico, perfettamente funzionale ed efficace.
In ogni caso, sarebbe auspicabile un intervento legislativo di carattere internazionale volto a prevedere autonome fattispecie di reato che puniscano in modo più severo i responsabili di devastazioni, saccheggi e atti di violenza in genere, durante le grandi manifestazioni di ordine pubblico e, soprattutto, agevolino il passaggio delle informazioni tra le varie polizie sui militanti del blocco nero, consentendo così (a differenza di quanto è successo a Genova) un'efficace attività preventiva, attraverso un adeguato filtraggio già alle frontiere.
Tornando alla fase precedente al vertice genovese, la direzione centrale di polizia di prevenzione, comunque, ha assunto l'iniziativa di richiedere direttamente agli organi di polizia stranieri i nominativi delle persone tratte in arresto o comunque coinvolte in disordini in occasione di precedenti summit internazionali. In tal modo, pur in mancanza di


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elenchi, si è pervenuti all'inserimento di 1.439 nominativi in un sistema informatico espressamente dedicato. Come si vedrà in seguito, il sistema consta di una maschera di riferimento che consente di interagire con tutte le altre banche dati operanti (SDI, ArPo e Schengen). Ne consegue che i dati, per poter essere utilmente inseriti, devono possedere dei requisiti minimi di attendibilità: ad esempio, non è possibile inserire solo un nome, o solo un cognome, senza data o luogo di nascita; il sistema non accetta dati palesemente incompleti. Si è però trattato, proprio in relazione alla scarsa disponibilità di notizie da parte di organi di polizia esteri, di un'attività definibile come empirica. Si consideri che il BKA tedesco, la polizia federale tedesca, nella fase di approccio iniziale (sino al 12 giugno 2001), diretta all'acquisizione di informazioni sul blocco nero e sulle componenti violente che avrebbero potuto riconoscersi in tali formazioni, ha riferito circa la completa mancanza di segnali sulla partecipazione di gruppi antagonisti alle manifestazioni di Genova. In proposito occorre specificare che la presa di contatto con le autorità tedesche era dettata dal fatto che, sulla base di varie acquisizioni informative, era emerso come la componente probabilmente più pericolosa di aderenti al black bloc potesse provenire dalla Germania: nei fatti, a Genova, tra i 168 stranieri arrestati a seguito degli scontri, ben 73 sono di nazionalità tedesca. Nella circostanza, quegli organi di polizia avevano evidenziato l'assenza in quello Stato di strutture anti-globalizzazione impegnate a livello internazionale. Solo successivamente, a seguito di espresse ed ulteriori sollecitazioni, che ho curato personalmente, avendo avvertito la delicatezza del problema, e nell'immediatezza dell'evento, la polizia tedesca ha fornito informazioni relative alla partenza dei pullman, senza peraltro specificare l'elenco dei passeggeri ed il livello di pericolosità agli stessi riferibile.


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Ne consegue che, al fine di poter esercitare una qualche forma di controllo, in alcune occasioni la direzione centrale di polizia di prevenzione, in accordo con la polizia di frontiera, una volta bloccati i pullman all'atto dell'ingresso in Italia, fatti identificare gli occupanti, ha concordato l'immediato respingimento di tutti coloro che fossero stati trovati a bordo di mezzi che trasportavano un qualsiasi strumento idoneo all'offesa.
In altre circostanze (è il caso di un pullman proveniente dall'Austria), si è provveduto, di concerto con quella polizia, che aveva all'ultimo momento segnalato la partenza, ad inserire nell'apposito sistema informatico per respingimento, i nominativi dei passeggeri, contestualmente ai controlli di frontiera. Nel caso della Grecia, inoltre, si è riscontrata l'assoluta mancanza di collaborazione, prova ne sia che le autorità elleniche si sono inizialmente limitate a segnalare in modo del tutto generico il numero ed il momento della partenza dei manifestanti diretti al capoluogo ligure, negando espressamente qualsiasi presenza, tra essi, di anarchici o militanti del black bloc. Proprio al fine di agevolare i rapporti bilaterali e addivenire a concreti sviluppi operativi in tema di prevenzione alle frontiere, su disposizione del capo della Polizia, il 12 luglio 2001, mi sono recato ad Atene ove ho incontrato i vertici della polizia ellenica. La direzione centrale di polizia di prevenzione, a seguito di detto incontro, ha provveduto a sensibilizzare l'ufficiale di collegamento e ad inviare in Grecia, ai porti di Patrasso e Igoumenitsa, personale delle DIGOS, per individuare le partenze di elementi potenzialmente pericolosi. Questi ultimi, che viaggiavano a bordo di tre pullman imbarcati su di una nave, non appena giunti al porto di Ancona, nonostante le rimostranze poi avanzate da quello Stato, sono stati rimpatriati nel numero di 147. Nel frangente si sono altresì verificati momenti di tensione, con


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atteggiamenti di resistenza passiva e tentativi di scontro con le forze dell'ordine. In proposito, è interessante notare come dei 302 arrestati a Genova durante le manifestazioni di controvertice, 168 siano stranieri. Di questi ultimi, per buona parte di matrice antagonista, 73 sono tedeschi, 15 austriaci, 16 spagnoli, 7 svedesi, 8 francesi, 9 svizzeri, 7 americani, 7 inglesi, e in unità minori irlandesi, venezuelani, brasiliani, canadesi, lituani, polacchi, australiani e solo due greci. Ora, considerato che in Grecia esistono forti gruppi di anarco-insurrezionalisti - come la formazione terroristica 17 novembre, responsabile in quel paese di una serie impressionante di attentati ed omicidi - che, da tempo, avevano evidenziato l'intenzione di raggiungere il capoluogo ligure per contestare in modo violento il G8, ne consegue che l'attività di controllo alle frontiere, quando è stato possibile esercitarla, ha fornito esiti soddisfacenti: nel caso di specie, come detto, i militanti di quella fazione ideologica, hanno raggiunto l'Italia a bordo di imbarcazioni ed in tal modo hanno potuto essere intercettati.
Dei 2.000 soggetti stimati come appartenenti al blocco nero, il sistema così realizzato ha comunque consentito il respingimento alla frontiera di complessive 298 persone. La polizia di frontiera, per altre motivazioni, ha operato ulteriori 1.795 respingimenti. Sempre in tema di cooperazione internazionale, maggiore efficacia deve essere ascritta alla sala internazionale di polizia, della quale si è fatto cenno, che ha consentito di disporre di tempestivi riscontri sui soggetti stranieri tratti in arresto a Genova durante gli scontri: ad esempio, il BKA aveva installato un collegamento informatico diretto con le proprie banche dati, in modo da evidenziare l'esatta posizione di ogni soggetto formato, tant'è che tutte le polizie interessate hanno espresso piena soddisfazione per come il lavoro è stato svolto e sull'alta qualità dello stesso. In tal senso, il premier inglese


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Tony Blair, nella mattinata di domenica 22 luglio, durante una conferenza stampa, ha rivolto pubblici apprezzamenti al lavoro svolto in seno alla sala internazionale; dello stesso tenore anche attestazioni formali provenienti da alcuni paesi, come la Svizzera.
Attraverso le acquisizioni fotografiche degli scontri si è potuto accertare che, all'interno dei gruppi più attivi, si trovavano anche esponenti del gruppo terroristico di origine turca denominato «TIKB - Unione Rivoluzionaria Comunista Turca» che, dal 1989 fino al novembre 1999, si è reso responsabile in quel paese di numerosi attentati e dell'uccisione di due funzionari di polizia. In proposito, sotto il profilo preventivo, si consideri che la polizia turca, sensibilizzata, con nota del 26 giugno ultimo scorso, a fornire informazioni sull'eventuale presenza a Genova di gruppi pericolosi, si è limitata (con nota del 17 luglio) a segnalare la possibilità di una presenza nel capoluogo ligure di appartenenti al noto movimento PKK. Non è pertanto da escludere che gli appartenenti alla suddetta cellula terroristica siano giunti in Italia provenendo dalla Germania, considerato che in quel paese esiste una forte colonia di cittadini turchi.
Si consideri ancora in proposito che, tra le persone arrestate all'interno della scuola Diaz, si è riscontrata la presenza della cittadina turca Gol Yasar Suna. Quest'ultima, rimessa in libertà su provvedimento di scarcerazione del GIP, è poi risultata essere ricercata nel paese di origine, in quanto appartenente «all'associazione terroristica MLKP».
Per quanto attiene agli italiani, stimati, come si è detto, in circa 500 unità, l'attività preventiva è stata svolta attraverso mirate attività di capillare verifica preventiva effettuate dalle DIGOS e si è individuata la matrice anarchico-insurrezionalista e punk-anarchica del blocco nero, quale componente


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«trainante», alla quale, durante i disordini, avrebbero potuto aggregarsi (come poi è stato) altre frange anti-istituzionali tra loro eterogenee, ma collegate da una sorta di «affinità situazionale». La dinamica dello scontro, della devastazione, del saccheggio coinvolge poi soggetti che inizialmente non li avevano preordinati ma ai quali poi partecipano attivamente. In altri termini, occorre specificare come nei disordini verificatisi a Genova, tutto l'impianto di prevenzione e di ordine pubblico si sia trovato di fronte ad una serie di eventi criminali e ad una precisa strategia di guerriglia urbana che assume, per dimensioni e violenza, il carattere dell'eccezionalità. Ai 2500 stimati come appartenenti al blocco nero, nel momento dei disordini si sono infatti uniti almeno 7-8 mila manifestanti, provenienti dai gruppi riferiti ai blocchi blu e giallo ivi comprese, nelle fasi più delicate degli scontri, anche le stesse tute bianche, i quali hanno determinato l'insorgere di veri e propri focolai di rivolta, rendendo estremamente complessa e difficoltosa l'attività di contrasto delle forze dell'ordine. Detta partecipazione «allargata» è stata inequivocabilmente confermata dai riscontri video-fotografici acquisiti a seguito degli scontri ed oggetto, come ho già precisato, di analisi investigativa.
Tutti i sodalizi, dai quali sarebbero potuti provenire gli elementi del blocco nero sono stati oggetto di attenzione da parte delle DIGOS nella fase pre-vertice attraverso: una puntuale attivazione di tutte le fonti informative; una scrupolosa verifica delle notizie fornite dai servizi di informazione; una mirata attività investigativa d'intesa con l'autorità giudiziaria.
Del resto, le DIGOS, pur ulteriormente sensibilizzate, al momento della partenza dei gruppi di manifestanti diretti a Genova con mezzi pubblici (pullman e treni) non sono state


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in grado di seguire i soggetti attenzionati in quanto gli stessi si sono confusi con la massa dei partenti in modo del tutto indistinto.
È necessario, tra l'altro, puntualizzare come sia prassi consolidata per l'ala più dura del gruppo anarchico raggiungere i luoghi di incontro direttamente con mezzi propri e come, nel caso di Genova, la maggior parte degli strumenti di offesa (spranghe, bottiglie, benzina, corpi contundenti) sia stata reperita sul posto in concomitanza con l'inizio e durante gli scontri (così da rendere comunque inefficace ogni tipo di verifica durante il tragitto dalla città di provenienza al capoluogo ligure).
Alla questura di Genova, sin dall'8 giugno, sono stati inviati in missione funzionari e personale delle DIGOS, per un complessivo di 98 unità, con il compito di coadiuvare quell'ufficio nei servizi di investigazione ed osservazione sul territorio.
Compatibilmente con le difficoltà già rappresentate in ordine al seguire gruppi violenti che nelle fasi antecedenti agli scontri si sono confusi tra la folla di manifestanti pacifici, le DIGOS maggiormente interessate hanno inviato a Genova propri funzionari e proprio personale con il compito di monitorare gli spostamenti dei vari gruppi. Come si evince dalle varie relazioni di servizio redatte dai responsabili, però, anche quest'ultimo personale DIGOS, pur inizialmente destinato ad individuare e seguire gli elementi più facinorosi, è stato costretto a collaborare attivamente nell'emergente situazione di ordine pubblico, mettendosi a disposizione dei funzionari responsabili della piazza e coadiuvando gli altri contingenti nell'attività di contenimento e contrasto dei gruppi violenti.


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Per quanto concerne l'attività investigativa, nel quadro di una mirata attività investigativa di settore, d'intesa con l'autorità giudiziaria ed avvalendosi dell'apporto di 27 DIGOS distribuite su tutto il territorio nazionale sono stati attivati: 60 intercettazioni telefoniche, 5 ambientali e 8 telematiche, relative ad appartenenti ad ambienti dell'antagonismo nazionale; 61 intercettazioni telefoniche e 5 telematiche, relative ai settori anarchici più oltranzisti; 62 intercettazioni telefoniche, 1 ambientale e 2 telematiche, relative ad elementi più strettamente connotati da tendenze eversive.
Parallelamente, non potendosi escludere un'attività di carattere destabilizzante in capo ad esponenti di gruppi di estrema destra, comunque inclini a campagne di opinione contro il G8, in linea con i principi di «antimondializzazione», si è provveduto ad attivare 15 intercettazioni telefoniche ed una telematica, nei confronti di elementi d'area, al fine di osservare anche tale settore di contestazione. Complessivamente, quindi, 198 intercettazioni telefoniche, 6 ambientale e 16 telematiche.
Occorre in proposito osservare che il numero relativamente modesto di intercettazioni ambientali, che pur sotto il profilo pratico costituiscono una indubbia risorsa investigativa, è da ascrivere alla oggettiva difficoltà a prefigurare ipotesi di reato che consentano l'attivazione di detto supporto tecnico. Del pari, sono state riscontrate oggettive difficoltà ad ottenere dai vari GIP competenti le autorizzazioni necessarie alle attività di ascolto e ciò in quanto, come noto, l'attuale normativa esige la presenza di elementi indiziari fondati ed univoci, che mal si conciliano con una attività che invece perseguiva, unitamente a finalità di indagine, anche aspetti di tipo preventivo.
Si tratta di un ulteriore caso nel quale emerge la distonia dell'attuale sistema normativo che, ereditato il concetto di


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«intercettazioni preventive» dalla fase delle indagini contro il terrorismo, ha poi mantenuto detto importante strumento di accertamento solo nei confronti dei reati di mafia.
In prossimità del vertice, si è inoltre provveduto ad eseguire una serie di perquisizioni domiciliari e personali estese anche al mezzo di trasporto (per complessivi 143 atti) a carico sia di soggetti ritenuti pericolosi in relazione alle circostanze di fatto e di luogo nelle quali si sono trovati, sia di strutture di aggregazione, quali alcuni centri sociali che si erano distinti nel propugnare attività di carattere violento contro il G8 (quali, a titolo di esempio, la Stella Nera ed il Cecco Rivolta di Firenze, il centro sociale autogestito Immensa ed il Pinelli di Genova, il circolo Villa Litta di Milano, l'Askatasuna di Torino o il Gramigna di Padova).
Più in generale, ma comunque in riferimento anche al vertice di Genova, la direzione centrale della polizia di prevenzione ha finalizzato, poco prima dell'inizio dei lavori del summit, un'indagine nei confronti dell'anarco-insurrezionalismo i cui militanti sono ritenuti responsabili, tra l'altro, di vari disordini di piazza e di una serie di attentati compiuti in Milano negli ultimi due anni. In particolare, le indagini hanno consentito di configurare un'associazione sovversiva e di richiedere all'autorità giudiziaria l'emissione di una serie di ordini di custodia cautelare in carcere. Complessivamente il contesto investigativo ha coinvolto oltre 50 persone.
Si consideri che uno dei soggetti per i quali era stata richiesta l'emissione di un'ordinanza di custodia cautelare, poi arrestato durante gli scontri di Genova, ha partecipato ad una conversazione tra presenti, registrata il 24 maggio 2001, nel corso della quale gli interlocutori hanno fatto esplicito riferimento alle iniziative da intraprendere in occasione del


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vertice G8, manifestando l'intenzione di ricorrere anche ad azioni improntate alla violenza, mediante l'uso di bottiglie molotov.
Per quanto attiene alla veicolazione delle notizie sul grado di minaccia provenienti dai servizi di informazione, cui prima è stato fatto cenno, la direzione centrale della polizia di prevenzione ha diffuso alle articolazioni periferiche 126 note di interesse.
L'analisi dei dati forniti evidenzia come gli elementi rilevanti sotto il profilo investigativo, degni di sviluppo ed in grado di produrre una concreta attività operativa, siano stati complessivamente assai rari, comunque non dettagliati e, soprattutto, indistinti tra una moltitudine di informazioni risultate nella maggior parte dei casi prive di un qualche riscontro, all'esito dei numerosissimi controlli all'uopo disposti ed in ordine ai quali la questura di Genova è sempre stata tenuta informata in tempo reale. Ad esempio la nota del SISDE del 20 marzo 2001 anticipa l'utilizzo di palloncini contenenti sangue, almeno in parte umano, raccolto con la complicità di medici, veterinari ed infermieri, che sarebbero stati lanciati nel corso della manifestazione. Nota SISDE del 5 aprile: gli antagonisti avrebbero accaparrato un rilevante numero di copertoni da dare alle fiamme e far rotolare lungo le strade in discesa che conducono al mare ove avrebbero dovuto essere posizionate le forze dell'ordine. Nota SISDE del 20 marzo: gli antagonisti avrebbero avuto in animo di affittare un canale satellitare al fine di divulgare la protesta a livello mondiale. Nota SISMI del 9 giugno: elementi dell'area dell'autonomia romana avrebbero acquisito date ed orari di trasferimento dei mezzi antincendio che da varie località del territorio sarebbero state poi concentrate a Genova in occasione del vertice. Nota SISMI del 28 giugno: elementi antagonisti avrebbero predisposto


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delle buste di plastica riempite con sangue di maiale da lanciare sulle forze dell'ordine per disorientarle. Nota SISDE del 19 luglio: le tute bianche, per sfondare la zona rossa, avrebbero predisposto due testuggini umane composte ciascuna da 80 militanti.
In proposito è importante precisare che ad ogni notizia pervenuta dai servizi consegue un allertamento, spesso a tutte le 103 DIGOS, ed una conseguenziale attività di verifica sul territorio e di sensibilizzazione di tutte le fonti informative utili a fornire un qualche riscontro, non escludendosi, peraltro, qualora ne sussistano gli estremi, il riferimento all'autorità giudiziaria.
Per quanto attiene ai nominativi che compaiono nelle note informative fornite dai servizi, occorre specificare che la maggior parte di essi sono risultati inutilizzabili sotto il profilo preventivo in quanto sforniti di elementi idonei a consentirne l'inserimento nel sistema informatico appositamente predisposto (in quanto carenti di esatte generalità, luogo o data di nascita).
Alla luce di quanto sopra, sono solo 14 i nominativi segnalati dal SISDE e 95 quelli forniti dal SISMI utili ai fini preventivi e sui quali è stato quindi possibile attuare una selezione alle frontiere (ad esempio, in un nota del SISMI del 18 luglio si indicavano come partiti per l'Italia due soggetti appartenenti ad un'organizzazione terroristica greca, così «non meglio generalizzati»: Arsi ed Aristos).
Occorre, infine, non dimenticare che, sempre in concorso con i servizi di informazione, la direzione centrale della polizia di prevenzione, proprio in concomitanza con la fase antecedente al G8 è stata impegnata in una complessa attività di indagine su un gruppo terroristico islamico che, vista la presenza nel capoluogo ligure del Presidente americano, aveva


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acquisito caratteristiche di indubbia attualità e rilevanza. È stato, infatti, indispensabile verificare sin nel minimo dettaglio gli elementi informativi posseduti al fine di scongiurare preventivamente ogni ipotesi di attentato a Genova ai danni di personalità internazionali. Quest'ultima attività, svolta d'intesa con la competente procura della Repubblica, ha comportato l'impiego di numeroso personale in servizi di appostamento, pedinamento ed intercettazione, ed è poi sfociata in una articolata serie di atti di polizia giudiziaria.
In conclusione, ritengo che il lavoro sviluppato dalla direzione centrale della polizia di prevenzione sia stato intenso ed adeguato sicuramente in termini di impegno. Per altro verso, devo ulteriormente ribadire come la prevenzione termini laddove inizia l'ordine pubblico. L'ufficio che ho diretto aveva segnalato in tempo utile sia le modalità di attacco utilizzate dal blocco nero, sia le potenzialità infiltrative in seno ai gruppi moderati, sia, infine, la pericolosità.
Parallelamente si è provveduto a cercare riscontro di tutte le notizie fornite dai servizi di sicurezza e la questura di Genova è stata sempre informata, spesso in tempo reale, sull'andamento dell'attività informativa.
Superando comprensibili difficoltà di ordine procedurale, in perfetta sintonia con numerose procure della Repubblica, è stato attivato un vasto sistema investigativo, che ha consentito di monitorare svariati settori dell'antagonismo dell'eversione.
Del pari, è stato fatto tutto il possibile per ovviare ad una carente cooperazione internazionale che, ancora oggi, si basa su un sistema di circuitazione delle informazioni inadeguato rispetto a nuovi fenomeni, di stretta valenza criminale e di grande incisività, come il black bloc.
In piazza, durante gli scontri, il personale DIGOS che pure era stato inviato per monitorare i soggetti più pericolosi, come


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ho precisato e come emerge chiaramente dalle relazioni di servizio che ho allegato, mentre in una prima fase ha sempre prontamente segnalato spostamenti o presenze a rischio, successivamente è stato impiegato per fronteggiare una situazione che aveva assunto le caratteristiche della più piena ed emergenza.
Sono però convinto che l'esperienza genovese, come ho sottolineato nella mia relazione, debba necessariamente costituire lo spunto per agevolare in futuro l'attività di polizia di carattere preventivo, impedendo ai gruppi di criminali di muoversi agevolmente tra vari paesi.
Parallelamente, confida nell'attività di polizia giudiziaria, tuttora in corso, e sono certo che, nei tempi necessari, sarà possibile individuare e perseguire Bonaparte e degli autori delle restrizioni e delle violenze che hanno colpito Genova e nelle forze dell'ordine.
Signor presidente, conclusa la mia relazione al Comitato, le chiederei, se possibile, una breve sospensione.

PRESIDENTE. Ritengo di poter accedere alla sua richiesta, signor prefetto.
Comunico che mi è pervenuta la richiesta, sottoscritta da varie testate giornalistiche, di rinviare a domani mattina l'audizione dell'ex vicecapo della Polizia, Ansoino Andreassi, in modo da consentire opportunamente un'audizione ritenuta fondamentale per comprendere come si sono svolti effettivamente i fatti di Genova. Tale richiesta è stata formulata dalle seguenti testate ed agenzie: Il Corriere della sera, La Repubblica, Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Messagero, Il Tempo, La Stampa, Il secolo XIX, l'Ansa, l'e-Biscom, TG2, l'Unità, l'agenzia Area, l'agenzia ADN Kronos. Credo vi sia il timore che la seduta termini a mezzanotte. Ritengo, invece, opportuno proseguire nei nostri lavori, cercando peraltro di


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contenere le domande dei componenti il Comitato e le risposte degli auditi in tempi ragionevoli.

FILIPPO MANCUSO. Ribadisco l'opportunità di valutare realisticamente, assieme al calendario dei lavori predisposto, la condizione di affaticamento dei presenti e l'esigenza altresì di comprendere e di approfondire adeguatamente le problematiche. La finalità, quindi, della puntualità nella conclusione dei nostri lavori, secondo me, è sopravanzata dalla serietà dell'esperimento che andiamo conducendo. Io non ho alcun titolo, perché non sono neppure pubblicista, però vorrei associarmi alle ragioni dei giornalisti, invitandola, presidente, a considerare che non è possibile sottoporre il Comitato ad una continuativa pressione di interessi e di problematiche per poter dire che si è rispettato il calendario. La ringrazio.

PRESIDENTE. Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 16,50, è ripresa alle 17.

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori.

ANTONIO DEL PENNINO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO DEL PENNINO. L'allegato 6 contiene una serie di rapporti al dirigente della DIGOS di Genova che sono pieni di omissis, per quanto si riferisce ai nomi. Capisco i problemi connessi alla riservatezza ed alla tutela della posizione dell'agente che ha stilato il rapporto, ma quando gli omissis si riferiscono a indicazioni di gruppi che farebbero parte del Genoa social forum o addirittura di esponenti politici - come


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si dichiara in uno di questi documenti - che rappresentavano elementi di contatto con l'inizio della manifestazione, ritengo che gli stessi tolgano alla Commissione la possibilità di valutare una serie di elementi che, invece, hanno una loro rilevanza.
Pertanto chiederei, preliminarmente, di poter disporre di questi documenti - anche in forma riservata, se non si intende renderli pubblici - privi degli omissis, al di fuori di quelli che riguardano l'agente refertante.

PRESIDENTE. Il senatore Del Pennino chiede, in sostanza, di poter visionare i documenti della DIGOS senza gli omissis, laddove questi non risultino assolutamente necessari.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Bisogna tener presente che sono in corso indagini da parte dell'autorità giudiziaria e che vi è un contesto investigativo molto ampio; comunque, appena possibile, forniremo i nominativi richiesti.

FABRIZIO CICCHITTO. La mia prima domanda è rivolta al dottor La Barbera perché ha partecipato a tutte le attività investigative, ma nasce anche da osservazioni che sono state formulate dal questore Colucci. È emerso - e la nota di cui parla adesso il senatore Del Pennino ne è una clamorosa conferma - che all'interno del corteo erano presenti forze politiche e parlamentari che hanno provato a cogestire il corteo stesso, che hanno avuto contatti con le forze dell'ordine, che ne hanno richiesto in alcuni casi l'intervento e in altri, invece, il loro ritiro. Ebbene, questo aspetto importantissimo e delicatissimo richiede che sia fatta luce, che emerga il nome degli uomini politici che gestivano o che hanno provato a gestire il corteo, perché noi dobbiamo conoscere tutte le componenti relative agli avvenimenti: questa è la prima esigenza che avverto.


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Dalla sua relazione, dottor La Barbera, emerge una certa condizione di isolamento della sua struttura per quanto riguarda l'azione preventiva, nel senso che vi siete trovati privi di un supporto internazionale. Mi sembra altresì che emerga un clamoroso flop dei servizi, dai quali vi sono arrivati input assolutamente al limite del ridicolo e che, comunque, non hanno trovato riscontro rispetto a questioni molto più gravi che poi, invece, sono avvenute nella realtà. La mia è un'impressione semantica, oppure è un'interpretazione corretta del suo testo?
Terza domanda: il suo è un ufficio, come lei ci ha spiegato, di attività specialmente preventiva. Come mai si è verificato questo punto di crisi tra l'attività preventiva, l'analisi che voi avete predisposto e quello che è successo sul campo? Tutto ciò si riferisce non solo alle strutture, che non hanno funzionato, ma anche ad altri aspetti. Voi avevate avuto l'esperienza di Napoli che, per molti versi e in piccolo, è simile a quella di Genova. Alcune componenti manifestatesi a Napoli, poi, dilatate, si sono presentate a Genova: a Napoli la polizia è stata aggredita da una componente molto ampia di manifestanti. Se poi andiamo a leggere la stampa, capiamo che alcuni settori politici hanno attaccato la polizia perché si è affermato che nelle carceri la gente è stata picchiata.
Quindi, vi sono delle situazioni analoghe; tuttavia, essendo diverso il quadro politico, nessuno ha chiesto allora l'istituzione di una Commissione di indagine. Napoli era un campanello d'allarme: come mai non avete riflettuto su tutto ciò, che lì si è verificato?
Lei ci ha spiegato e ricordato nella relazione che bisogna distinguere fra l'attività della sua struttura, che è preventiva, e la gestione dell'ordine pubblico: con mai allora lei ha partecipato direttamente alla gestione dell'ordine pubblico


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nella vicenda della scuola Diaz? Per ciò che concerne quei fatti, ci può ricostruire come e da chi è stata presa la decisione e quale è stato l'ufficiale di polizia giudiziaria che si è assunto la responsabilità di adottare quelle scelte?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Sulla vicenda della scuola Diaz, mi sono permesso di scrivere tre pagine che leggerò (in quanto c'è anche un'inchiesta dell'autorità giudiziaria), poiché ritengo che possano chiarire e prevenire eventuali domande. Ringrazio il Comitato per l'opportunità che mi offre di illustrare alcuni punti che, in merito alla vicenda della scuola Diaz, ritengo di fondamentale importanza.
Ometterò ricostruzioni di carattere sistematico dei fatti, in quanto - come a tutti è noto - è in corso un'inchiesta condotta dalla magistratura genovese, nel cui contesto sono già stato sentito in qualità di persona informata sui fatti.
In tale quadro, ho recentemente appreso dalla stampa che potrei assumere anche la posizione di persona destinataria di avviso di garanzia. La cosa, a dire il vero, non mi preoccupa - né nella sostanza né nella forma - in quanto sono assolutamente sereno e consapevole delle mie azioni. Piuttosto il rammarico è per l'ennesima fuga di notizie - sulla cui veridicità sono ancora in attesa di riscontri -, che nel clima attuale contribuisce a generare una diffusa sensazione di incertezza e confusione, che sicuramente non giova ad un completo chiarimento dei fatti e delle susseguenti responsabilità, che, invece, come ogni cittadino, auspico possa giungere quanto prima nella più completa trasparenza, senza condizionamenti esterni o posizioni preconcette.
In questa sede, pertanto, se l'onorevole presidente lo consente, mi limiterò a chiarire gli aspetti che ritengo di interesse, evitando, come ho accennato, qualsiasi sovrapposizione con l'indagine in corso. In primo luogo, intendo chiarire


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una volta per tutte il motivo della mia presenza a Genova. Sono andato nel capoluogo ligure il pomeriggio di sabato 21, giungendo in questura alle 16,15, su disposizione del capo della Polizia, per incrementare l'attività della sala internazionale di polizia (della quale ho già parlato nella mia relazione introduttiva), in quanto il rilevante numero di arresti compiuti a carico di cittadini stranieri rendeva estremamente delicata e complessa la gestione con gli analoghi organismi di polizia. Si tenga presente che avevo una conoscenza personale con buona parte degli ufficiali di collegamento perché il tema della collaborazione internazionale, come vedete, è stato un po' il punto debole della prevenzione, nonostante gli sforzi che sono stati fatti e nonostante abbiamo fatto dei miracoli rispetto ad un'assenza di informazioni. La necessità di procedere alla perquisizione alla scuola Diaz è emersa, quindi, in un momento successivo ed è stata condizionata da elementi del tutto autonomi rispetto alla mia presenza nella questura di Genova. Tengo a precisare che, nel frangente, valutate le condizioni di fatto che si presentavano (aggressione di quattro pattuglie in servizio di perlustrazione, la rilevata presenza davanti ai locali della scuola di oltre 200 persone, nella quasi totalità vestite di nero, le manifestazioni per la chiusura del vertice previste per il giorno dopo e il fatto che numerosi black bloc, individuati la sera precedente a Villa Imperiale - mi riferisco alla sera del 20, come risulta dagli atti - durante la notte erano riusciti a defilarsi, rendendo vano l'intervento delle forze dell'ordine), ho concordato e concordo tutt'oggi con la decisione assunta dal questore di procedere alla perquisizione ai sensi dell'articolo 41.
A mio avviso e secondo l'esperienza che in qualche anno di polizia giudiziaria ritengo di aver maturato, quella perquisizione


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non poteva, ma doveva essere fatta, se vogliamo dare un senso alla polizia; se vogliamo dimenticare la polizia, allora facciamo turismo.
In secondo luogo, voglio precisare perché io mi fossi recato sul luogo dell'operazione (in questo modo anticipiamo eventuali domande). Sotto questo aspetto subentra un'indole ed uno scrupolo del tutto personali: quando si opera anche solo, come nel caso di specie, in funzione di osservatore, io normalmente ci sono sempre. Per l'operazione alla scuola Diaz, inoltre, avevo ricevuto - subito dopo che il questore aveva informato il capo della Polizia della decisione assunta di procedere appunto alla perquisizione e, nella circostanza, aveva richiesto la possibilità di impiego di reparti dell'Arma dei carabinieri - una telefonata da parte del capo stesso che mi invitava a raccomandare la massima cautela e prudenza, cosa che puntualmente e ripetutamente ho fatto, sia nel corso di una riunione preliminare tenuta dal questore - durante la quale ho vivamente sconsigliato il proposto utilizzo di artifici lacrimogeni -, sia nella fase immediatamente precedente all'irruzione, nella quale ho espresso ad un comandante di reparto alcune perplessità nel procedere all'operazione, avendo percepito un generale e complessivo stato di tensione. Il collega, preso atto delle mie osservazioni, decise in ogni caso di procedere all'intervento, adducendo motivazioni di carattere tecnico-operativo.
La terza precisazione è strettamente correlata alla seconda, ovvero quale era il mio ruolo nella circostanza. Orbene, la mia qualifica di prefetto direttore di una direzione centrale del dipartimento della pubblica sicurezza non mi avrebbe in alcun modo consentito né di assumere una posizione per quanto attiene l'attività di polizia giudiziaria, non rivestendo più la relativa qualifica, né di dirigere eventuali servizi di ordine


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pubblico, non avendone alcun titolo. Prova ne sia che a Genova mi sono sempre limitato a rivolgere raccomandazioni o consigli che, come ho ricordato, in un caso sono stati disattesi. Disattesi, devo dire, in modo del tutto legittimo, in quanto la mia opinione, il mio suggerimento, nel frangente, assumeva la veste di mero consiglio e, in quanto tale, non comportava alcun obbligo di obbedienza. Ed è proprio la mia posizione del tutto ininfluente sotto l'aspetto operativo che mi ha indotto, non appena mi sono accorto che stavano arrivando i giornalisti, ad allontanarmi dal luogo.
Per tutto il resto, come ho accennato in premessa, ovvero per quanto attiene alla posizione di chi ha proceduto concretamente all'intervento, ritengo opportuno attendere le valutazioni dell'autorità giudiziaria che merita la più totale e incondizionata fiducia. Con questo ritengo di avere anticipato alcune domande che il Comitato eventualmente avesse voluto rivolgermi sul «capitolo Diaz».
Passiamo alla prima domanda: all'atto del corteo erano presenti forze parlamentari che hanno avuto un rapporto con le forze dell'ordine. Questo è un problema di ordine pubblico, non è un problema di prevenzione. Io vengo qui a rispondere della prevenzione, non dell'ordine pubblico. La prevenzione finisce con l'ordine pubblico; la prevenzione dà le informazioni - di qualsiasi natura possano essere, fiduciarie, a seguito di attività investigativa, a seguito di accertamenti dell'autorità giudiziaria - a chi dirige l'ordine pubblico, dopo di che la prevenzione si ferma.
Per quanto riguarda la seconda questione, relativa alle condizioni di isolamento della struttura, devo dire che io non mi sono mai sentito solo.
Relativamente al «flop dei servizi», si tratta di un giudizio. Io ho rappresentato la verità e, comunque, qualora questo


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Comitato richiedesse i documenti a cui mi riferivo (ben 120 snodi di interesse), una volta fatta venire meno la riservatezza dei documenti, se il presidente lo ritenesse, non avremmo alcuna contrarietà a fornirli.
Mi sono limitato, come non sarà certamente sfuggito al Comitato, a citare casi che, sempre non in ossequio alla massima riservatezza, sono stati oggetto di articoli giornalistici in tempi non sospetti.Quanto agli episodi napoletani, come punto di partenza è proprio da Napoli che è cominciata l'attività preventiva tenendo presente che buona parte delle intercettazioni ambientali e telefoniche sono state autorizzate dalla procura di Napoli poiché, come già rappresentato nella mia relazione, le intercettazioni cosiddette preventive sarebbero una cosa graditissima per la polizia di prevenzione ma questo strumento non è a nostra disposizione. Tali intercettazioni sono state mantenute solo per i reati di mafia e non per il terrorismo o l'eversione.
Per quanto riguarda l'ultima domanda ritengo di aver risposto

GRAZIELLA MASCIA. Lei ha già anticipato diverse risposte a domande che avrei voluto porle. Ci ha già spiegato come ed in quale momento è arrivato a Genova. Vorrei chiederle, nel corso di quei giorni (19, 20 e 21 luglio) che tipo di relazioni ha mantenuto con il capo della Polizia o con il ministro dell'interno. Lei, giustamente, dice che l'attività di prevenzione finisce laddove inizia l'ordine pubblico, ma, appunto, come lei stesso ci ha confermato, perfino il 21 c'era bisogno della sua presenza per un intervento preventivo per via delle conoscenze di cui lei disponeva. Quale contributo lei ha dato nel corso di quei giorni e anche quale tipo di contributo ha dato alle relazioni internazionali che mi pare di capire, anche leggendo i documenti che, gentilmente, ci ha fornito, hanno continuato


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ad operare a Genova in una consultazione permanente, seguendo tutti i passaggi anche dei momenti più delicati, di quei giorni? Qual è stato il suo ruolo, anche se il suo arrivo a Genova fa data al 21, nel corso di quelle giornate?
Vorrei chiederle - non so se si tratti di una valutazione di merito e se quindi la sua risposta potrà essere soltanto limitata - ancora qualcosa sul lavoro dell'intelligence. Lei ci ha fornito oggi, da questo punto di vista, degli argomenti interessanti, facendo anche una analisi delle notizie che arrivavano e le verifiche che sono state poi effettivamente realizzate perché potessero essere utilizzate nelle iniziative di ordine pubblico. Credo che questo corrisponda ad un contributo effettivo. Tuttavia rimane il fatto che nel corso di quei giorni si registra un bilancio negativo relativamente alla possibilità effettiva di manifestare: ci sono stati fatti di cui ormai abbiamo parlato tante volte e, di fatto, non si è potuto garantire il diritto a manifestare. Quali sono, secondo lei, le ragioni per cui, con tutti gli elementi di cui si disponeva, non c'è stata la possibilità di isolare queste frange violente? Stamattina il questore diceva che, dal suo punto di vista, una delle ragioni sta nel fatto che è stato necessario cambiare, in corso d'opera, l'intervento sulla piazza modificando il numero delle unità che agivano sul territorio a seguito di informazioni riguardanti la possibilità che venissero rapiti alcuni esponenti delle forze dell'ordine. Vorrei chiederle che sviluppi e che verifiche vi siano state con riferimento a queste informazioni. Si tratta di un elemento importante. Vorrei sapere se questa è stata la ragione effettiva, o una delle ragioni, che hanno impedito di agire e di essere consequenziali a 14 mesi di lavoro, che poi hanno prodotto questi risultati.
Le chiedo ancora, molto velocemente, sempre relativamente al lavoro dell'intelligence se sia stata rilevata la presenza di


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gruppi di estrema destra aventi l'obiettivo di infiltrarsi nel corteo per creare disordini. Tali infiltrazioni sono state confermati, sui giornali, da importanti esponenti dell'estrema destra, che hanno dichiarato: «È vero siamo stati a Genova, eravamo in 300. Ci siamo stati il 20 e il 21». Le chiedo se rispetto a queste ipotetiche infiltrazioni siano state adottate misure preventive e quali.
Vorrei farle ancora una domanda con riferimento al materiale da lei fornito, cui ho dato uno sguardo veloce. Vi sono una serie di rapporti della DIGOS del 20 del 21 luglio. Le chiedo intanto se siano le uniche relazioni giornaliere o se ve ne siano delle altre, perché se ce ne fossero altre, anche senza nomi, credo che sarebbero utili a ricostruire, effettivamente, ciò che è avvenuto nel corso di quella giornata. Vorrei poi capire che tipo di utilizzo si fa di tale documentazione, poiché qui vengono segnalati dei fatti precisi: a quell'ora, in quel giorno, quell'esponente della DIGOS è stato in quel determinato posto ed ha rilevato ciò che qui viene scritto. Io credo che da questo tipo di documento si possano ricostruire una serie di elementi mancanti e vorrei capire cosa succedeva una volta che il funzionario della DIGOS scriveva una relazione di tal genere o, comunque, segnalava questo genere di elementi ai responsabili. Che uso si faceva di queste informazioni e che tipo di intervento ne seguiva?
Da ultimo, anche se lei ha già risposto su quale fosse il suo ruolo nella vicenda alla scuola Diaz, le chiedo se avesse notizie di infiltrati. Stamattina è sembrato che nella scuola Diaz ci fosse un infiltrato o comunque un informatore, qualcuno. È stato già chiesto al questore. Pongo a lei la stessa domanda.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Nei giorni del vertice, come ho già detto, ero qui a Roma e seguivo attentamente l'evolversi della situazione; ho avuto certamente rapporti con


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il capo della Polizia, ma non più di tanto, in quanto i fatti che accadevano a Genova venivano portati sulla piazza di Roma attraverso il sistema televisivo.
Quanto al contributo avuto per le relazioni nazionali da parte internazionale ho già detto che la cooperazione, nella fase preventiva, non era certamente il massimo. Successivamente, invece, man mano che venivano arrestati o fermati degli stranieri, c'è stata un'ottima collaborazione.
Eravamo collegati con la sala situazione di Genova in tempo reale e, al di là di tutto, la struttura centrale immagazzinava i dati che comunque venivano forniti alle frontiere per l'inserimento nel famoso sistema informatico di cui poc'anzi facevo cenno.
Per quanto riguarda il bilancio negativo con riferimento alla possibilità di manifestare, ripeto ancora una volta che io vengo qui a rispondere della prevenzione e non dell'ordine pubblico, quindi, eventualmente, questa domanda va rivolta al questore che è il responsabile dell'ordine pubblico di Genova.
Quanto alle infiltrazioni di gruppi di estrema destra, a noi non risultano: una cosa è un articolo di giornale, altra cosa un rapporto giudiziario. Se si dovesse correre dietro ai giornali! È molto più facile scrivere un articolo di giornale che non un rapporto all'autorità giudiziaria o avere un dato certo e significativo su cui impiantare qualcosa di serio. Le relazioni di servizio sono le uniche che noi abbiamo e, per quanto mi riguarda, fermo restando che si tratta di un argomento estremamente delicato, la Polizia di Stato non aveva infiltrati né durante le manifestazioni, né, tantomeno, all'interno della scuola Diaz.

GRAZIELLA MASCIA. Chiedo di parlare.


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PRESIDENTE. No, onorevole, mi dispiace, ma ha terminato i sei minuti a sua disposizione. Mi scusi onorevole Mascia; abbiamo contingentato i tempi e lei ha utilizzato tutto il tempo a sua disposizione. Avrebbe potuto ridurre la durata dei suoi interventi.

GRAZIELLA MASCIA. Il prefetto La Barbera non ha risposto ad una delle mie domande.

PRESIDENTE. Qual è la domanda? Non ne formuli una nuova perché non la ammetterò. Mi dica qual è la domanda.

MARCO BOATO. Non si arrabbi così!

GRAZIELLA MASCIA. Ho chiesto se sia stata svolta un'informativa con riferimento alle minacce di rapimento di esponenti delle forze di Polizia.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Questa era un'informazione fornita dai Servizi, ma mi sembra che, grazie a Dio, siamo tornati tutti a casa, chi prima, chi poi.

MICHELE SAPONARA. Prefetto La Barbera, lei ha fissato con precisione la differenza fra l'attività di prevenzione e quella di gestione dell'ordine pubblico: la prima è strumentale mentre la seconda è affidata all'autorità provinciale di pubblica sicurezza. Lei si limita ad acquisire informazioni da fornire poi all'autorità alla quale è demandata la gestione della pubblica sicurezza. Fra l'altro ella parla dell'invio in missione in occasione dei recenti summit di Nizza e Göteborg di funzionari in qualità di osservatori, al fine di acquisire la percezione diretta dell'intensità degli scontri e delle modalità di attacco utilizzate dai dimostranti.


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Il 16 maggio 2001, nell'ambito del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica e a proposito delle informazioni acquisite sul blocco nero si è detto: «Si tratta di gruppi anarchici appartenenti all'area marxista-leninista che hanno manifestato l'intenzione di attuare iniziative antiglobalizzazione diverse da quelle dei circuiti provinciali del controvertice e più incisive di esse. È nelle loro intenzioni l'attuazione di iniziative clamorose, diverse da quelle programmate sia dal blocco giallo sia dal blocco blu e rivolte contro i simboli della globalizzazione. Da fonti di settore si è appreso che nell'ambito del blocco nero si starebbe realizzando una frattura fra gli anarchici vicini alla FAI e quelli legati alle posizioni insurrezionaliste che avrebbero optato per una strategia di assalto indistinto con azioni violente contro vari obiettivi e confondendosi tra la folla dei manifestanti».
Si parla poi di tutte le altre informazioni acquisite ed in conclusione viene detto: «Per altro verso devo ulteriormente ribadire come la prevenzione termini laddove inizia l'ordine pubblico; l'ufficio che ho diretto aveva segnalato in tempo utile sia le modalità di attacco utilizzate dal blocco nero e le potenzialità infiltrative in seno ai gruppi moderati sia infine la pericolosità».
Orbene, a chi erano state segnalate queste circostanze, questa situazione? Chi doveva provvedere - atteso che la situazione era di una certa gravità - ad organizzare, a predisporre i mezzi atti a contrastare questa evenienza, questi attacchi indistinti, questa guerriglia? In fondo in fondo voi avete dato informazioni circa il pericolo di una guerriglia.
Non le sembra contraddittorio quello che lei ha detto prima e cioè che la sua funzione, la funzione del suo ufficio si


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limitava alle informative ed alla sua presenza in un momento in cui, bene o male, lei gestiva assieme ad altri l'ordine pubblico?
Un'altra domanda in riferimento ad un documento della DIGOS del 20 luglio: chi erano i noti esponenti politici che si trovavano alla testa del corteo?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Riguardo all'ultima domanda mi riservo di rispondere. La prevenzione fornisce tutti gli elementi informativi al responsabile dell'ordine pubblico che a Genova era il questore, autorità provinciale di pubblica sicurezza. Tecnicamente l'uso dei reparti e la disposizione dei servizi di piazza rientra nelle sue competenze che sono previste dalla legge. Peraltro chi le parla ha fatto il questore a Palermo, a Napoli e Roma. Quando ricoprivo tale ruolo mi prendevo la croce. Tenga presente che, non tanto Palermo, quanto Napoli - che lei certamente conoscerà - è una città abbastanza effervescente dove vi sono due manifestazioni la mattina e se va bene solamente due il pomeriggio. Per quanto riguarda Roma mi permetto di ricordare la sfilata del gay pride, il giubileo e le giornate della gioventù. Si tratta di altre utenze, altre cifre; parlare di due milioni di individui è una cosa, vederli è terrificante. Fortunatamente l'utenza non era rappresentata certamente da black bloc, altrimenti ci sarebbero voluti i carri armati non la polizia.

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi, dottor La Barbera, devo farle una domanda che riguarda lo scarto tra la buona preparazione del vertice e la criticabile gestione visto che, anche sulla base di quello che lei ha scritto e detto nella relazione, era prevedibile che ci sarebbero state azioni di guerriglia.


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Il non essere stati in grado di contrastare queste azioni di guerriglia è dipeso da un indirizzo politico che riguardava soltanto l'ordine pubblico e basta - perché bisognava solo difendere la zona rossa e non c'erano altri problemi - oppure da altro: da impreparazione, dalla novità del fatto, dalle vicende e così via. Infatti, mettendo insieme Seattle, Nizza, Göteborg e Napoli - come giustamente rilevava prima l'onorevole Cicchitto - risultava chiaro che sarebbe avvenuto più o meno lo stesso.
Quindi la prima questione che desidero porre alla sua attenzione è rappresentata dallo scarto tra preparazione e gestione. Vorrei sapere se lei è in grado di darci una valutazione che ci aiuti a capire anche come in futuro, da domani in poi, andranno gestite tali questioni.
Vorrei anche sapere chi era il collega responsabile del reparto mobile che - se non ho capito male - consigliato da lei decise nella sua autonomia di procedere ugualmente, per ragioni tecnico-operative, all'intervento all'interno della scuola Diaz.
Lei ha partecipato a processi decisionali, a decisioni? Come si svolgeva il processo decisionale a Genova, almeno per la parte che l'ha riguardata direttamente?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Onorevole Violante, come ho già accennato l'unico episodio decisionale al quale ho partecipato è stato quello relativo all'intervento presso la scuola Diaz. Ho chiaramente espresso il mio pensiero sull'opportunità di tale intervento. Al riguardo non vi sono state voci di dissenso, né da parte di miei sottoposti né da parte di miei superiori. È stata una decisione concorde, unanime, tant'è che è stata presa.

FILIPPO MANCUSO. Il suo dissenso a che cosa si riferiva?


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ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Nel momento strettamente operativo non ho mai diretto reparti mobili, ho sempre svolto attività di polizia criminale. Avevo però notato che c'era una tensione che andava un po' oltre il dovuto ed ho fatto presente al collega - e con questo rispondo al presidente - del reparto mobile, dottor Canterini queste mie percezioni. Sono percezioni che un uomo avvezzo a gestire personale è certamente disponibile a recepire; in questi casi giova anche l'esperienza. Ho fatto presente che forse era il caso di soprassedere, anche perché - con questo mi auguro di non dover ritornare sull'argomento relativo alla scuola Diaz - c'era una situazione di fatto leggermente diversa da ciò che era stato rappresentato in sede di riunione.

LUCIANO VIOLANTE. In che senso era diversa la situazione?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Il benedetto cancello della scuola...

LUCIANO VIOLANTE. Era chiuso!

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Era chiuso. Era stato detto invece che il cancello era aperto. Probabilmente era stato chiuso nel lasso di tempo che è intercorso tra l'informazione e l'attuazione dell'operazione. Il cancello che, onestamente, resisteva a 70-80 uomini, quindi un cancello di una certa solidità. Questa sosta necessitata mi aveva anche permesso di rilevare la situazione.

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi, quando lei parla di tensione del reparto mobile, se non capisco male...

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Del personale in genere.


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LUCIANO VIOLANTE. Del personale... in che senso ha sconsigliato?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Sono riuscito a raggiungere il collega...

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi, ho capito cosa ha fatto, io vorrei arrivare ad un'altra questione. Avendo visto questo stato di tensione, ha temuto che ci potesse essere un eccesso di uso della forza?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. No guardi, non ho temuto nulla. Avendo recepito questa sensazione sono riuscito a raggiungere il collega e a dirgli «guarda, passiamo mano - queste sono le testuali parole - perché non è cosa.» Ovviamente, come ho fatto presente nella relazione, il mio era un consiglio, non un ordine, e per chi mi conosce un po', se avessi avuto la titolarità certamente...

LUCIANO VIOLANTE. «Passiamo mano» che cosa voleva dire?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Andiamo via! Andate via!

LUCIANO VIOLANTE. Cioè, non effettuiamo la perquisizione.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Sì.

LUCIANO VIOLANTE. Ho capito.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Il collega mi ha risposto in una certa maniera, il mio consiglio è stato disatteso e me ne sono andato via.


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LUCIANO VIOLANTE. Ho capito. Quindi la tensione non riguardava soltanto il reparto, ma riguardava la situazione complessiva.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. La situazione complessiva, certamente.

LUCIANO VIOLANTE. Ho capito. È chiaro. Vorrei tornare alla prima domanda che le ho fatto, quella sullo scarto tra la buona preparazione e la discutibile esecuzione.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Certamente noi abbiamo dato tutte le informazioni che avevamo, informazioni poi riscontrate rispondenti al vero, sulla piazza, certamente i reparti si sono trovati a fronteggiare una situazione eccezionale: fronteggiare la guerriglia è cosa diversa dal fronteggiare il corteo o una massa più o meno ordinata. L'ordine pubblico in quanto tale è una bruttissima bestia, perché quando non succede niente non succede niente, appena succede qualcosa...

LUIGI BOBBIO. Signor prefetto, innanzitutto grazie per la sua relazione completa, tecnica, esauriente, che, a mio avviso (ma credo non solo a mio avviso) denota l'alta professionalità del lavoro da lei svolto. Avrei alcune domande da rivolgerle molto rapidamente, più che altro per comprendere meglio, la dinamica dei fatti svoltisi a Genova. Le premetto che questo alternarsi, questo intrecciarsi da parte di alcuni - e non mi riferisco a lei perché la conosco bene, se mi permette, quindi conosco la sua trasparenza, la sua sincerità e la sua linearità - di consigli, «sconsigli», raccomandazioni, mi lascia perplesso perché, conoscendo un po' come vanno le cose dell'amministrazione, so che nella prassi esistono consigli e raccomandazioni date da soggetti che, pur non avendo il


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potere di impartire ordini, hanno una loro forza cogente per una serie di altre ragioni interne all'amministrazione della Polizia di Stato.
Allora, per capire bene, vorrei sapere da lei, se è in grado di dirmelo, innanzitutto: il capo della Polizia, il dottor De Gennaro, è stato presente a Genova durante il vertice? In caso affermativo, con che tipo di permanenza? In quali occasioni? Ancora, che attività le risulta, visto che si tratta del massimo vertice del dipartimento della pubblica sicurezza e quindi della Polizia di Stato, abbia svolto in concreto, seppure a livello di raccomandazioni, segnalazioni e consigli, il dottor De Gennaro, in quanto capo della Polizia? Diversamente il suo ruolo, a mio avviso, resterebbe del tutto privo di contenuto e di significato, e ciò non è possibile. Ancora, le vorrei chiedere - sostanzialmente mi ha già risposto, ma glielo chiedo nuovamente per vedere se ha qualcosa da aggiungere - quale sia stato invece il suo ruolo, fermo restando che lei ci ha chiarito di essere giunto a Genova con un incarico ben specifico del tutto attinente alla sua funzione e al suo ruolo. Ha avuto altri ruoli oltre a quello legato alla sala di collegamento internazionale a Genova nei giorni di sabato e domenica? Avendoci parlato della vicenda della scuola Diaz, sulla quale mi permetto di ritornare (proprio perché sono un pignolo, non per altro, non per deficit nella sua esposizione) vorrei chiederle: le è capitato in altre occasioni, in quei due giorni, che il capo della Polizia le abbia chiesto di essere portatore di raccomandazioni o consigli, come è stato nel caso della fase decisionale dell'intervento alla scuola Diaz? Le vorrei chiedere se, in particolare, vista la sua notevolissima esperienza, il capo della Polizia non abbia avuto alcun ruolo pratico e operativo concreto, come da più parti si vorrebbe sostenere. Se il questore era, invece, come più di un intervistato ha dichiarato essere, il responsabile


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unico e apicale della gestione dell'ordine pubblico sul territorio metropolitano di Genova, per quale ragione si determinò, come ci ha detto lui stesso, a chiedere al capo della Polizia un'autorizzazione sostanzialmente inutile, vale a dire utilizzare i carabinieri per effettuare l'intervento alla scuola Diaz? Infatti, in quanto apice della struttura dell'ordine pubblico, titolare unico del potere di intervento, di decisione di intervento, poteva tranquillamente valutare e disporre l'utilizzo dei carabinieri malgrado quella remora legata all'episodio Giuliani accaduto il giorno prima. Ancora, ci può dire (perché sembra di capire che le cose si siano svolte in questi termini) alla riunione presso la questura, nella quale si decise all'intervento presso la scuola Diaz, chi era presente in particolare? Ci può dare i nominativi? Chi partecipò a questa concordanza di visione sulla necessità dell'intervento? Vorrei inoltre sapere se fra i soggetti presenti vi fosse un ufficiale di polizia giudiziaria, visto che l'articolo 41 concerne attività di polizia giudiziaria. Ancora, ci può dire se la comunicazione al capo della Polizia De Gennaro fu fatta solo per avere questa autorizzazione all'utilizzo dei carabinieri o anche per altre ragioni? Se ve ne fossero altre, la pregherei di dirle. Sulla sua presenza sul posto, lei ci ha risposto con grande chiarezza e con grande linearità. Quanto tempo prima dell'intervento lei arrivò alla scuola Diaz? Oltre alla sua decisione personale vi fu un input in questo senso anche da parte del capo della Polizia che la sollecitò eventualmente ad essere presente sul posto? Inoltre, vorrei sapere perché l'addetto stampa del capo della Polizia, dottor Sgalla, andò sul posto! Chi lo mandò e, sostanzialmente, con quali compiti? Le risulta che lo stesso dottor Sgalla abbia avuto un contatto preventivo con la stampa in ordine al blitz presso la scuola Diaz? Ancora, e questa è una domanda particolarmente legata alla sua posizione - glielo dico con la


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sincerità che lei penso riconosca - , vista l'indiscutibile qualità del suo lavoro, informativo, investigativo e preventivo, che non è contestabile sotto nessun profilo, per quali ragioni lei è stato destinato allora ad altro incarico, visto che comunque - e glielo dico con la stima che le porto - lei non ha avuto parte nella gestione di quei fatti sotto contestazione, vale a dire la gestione concreta dell'ordine pubblico?
Ancora, se così stanno le cose - se lei lo sa, perché lei stesso potrebbe non essersene fatta una ragione - a quale pretesa inadempienza o inefficienza sarebbe stato dovuto il suo avvicendamento?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Senatore, lei mi ha rivolto una lunga lista di domande; cercherò di essere più conciso. Il ministro ha deciso la rimozione dal mio incarico non per incapacità, ma ritengo l'abbia fatto per opportunità e in ossequio, anche, a considerazioni di trasparenza. Da questa situazione mi auguro di uscire quanto prima. Tale decisione non mi ha certamente messo di buon umore, ma un ordine del ministro non si discute; mi piaccia o meno, sono abituato ad obbedire e quindi ho preso atto della decisione. Ritengo di potermi riabilitare in futuro.
Per quanto mi risulta (ritengo di poterlo sostenere con certezza), il capo della Polizia, nei giorni in cui si svolgeva il vertice, non è stato a Genova. Dovreste chiedere più a lui che a me quale attività risulta aver svolto il capo della Polizia.

LUIGI BOBBIO. Lo abbiamo chiesto.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Se non ha risposto Gianni De Gennaro, non posso farlo io, Arnaldo La Barbera.
Sul mio ruolo a Genova, vi sono giunto per le motivazioni prima elencate; non ho avuto altri ruoli. Ho svolto un ruolo


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decisionale, insieme ad altri colleghi, nella risoluzione di procedere alla perquisizione della scuola Diaz, dove erano presenti come ufficiali di polizia giudiziaria, il capo della mobile, il capo della DIGOS, un paio di funzionari dello SCO (dei quali, in questo momento, non ricordo il nome): quindi, ufficiali di polizia giudiziaria presenti ve ne erano, forse, anche troppi.
Per quanto riguarda la comunicazione al capo della Polizia, il questore, nella telefonata fatta a De Gennaro, dà per scontata, in quanto susseguente, la decisione presa di svolgere la perquisizione presso la scuola. Non consulto il capo della Polizia sull'opportunità o meno di svolgere una perquisizione. Ho trent'anni di servizio nella polizia ed il prefetto Andreassi anche qualcuno in più: per fare la perquisizione non è necessario chiamare il Presidente della Repubblica. Fra l'altro si trattava di una decisione pienamente condivisa, unanimemente, nonostante nei giornali vi siano articoli su un eventuale dissenso tra me ed Andreassi. Inoltre, se vi fosse stato dissenso, il vicecapo vicario avrebbe avuto un peso specifico maggiore del mio (data l'organizzazione gerarchica della nostra struttura). Comunque, so che il prefetto Andreassi sarà ascoltato dal Comitato immediatamente dopo di me e potrete ottenere da lui una conferma: vi è stata una piena consapevolezza della legittimità e dell'opportunità di compiere un atto dovuto.
Sono arrivato contestualmente o quasi (parliamo di un minuto o due, non di più) al personale. Per quanto riguarda chi ha inviato il dottor Sgalla, va chiesto a lui, non a me. Certo, non l'ho chiamato io; peraltro, i miei rapporti con la stampa - con tutto rispetto per questa - sono noti. Non ho bisogno di curare la mia immagine, forse perché -«scusate la modestia»- ritengo di averne avuta troppa in trent'anni, avendo prestato servizio a Napoli e Palermo, dove spesso si assurge


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agli onori della cronaca: non avevo certo bisogno di farmi pubblicità a Genova. Appena vedo arrivare i giornalisti, vado via.

PRESIDENTE. Se vi sarà una richiesta da parte del senatore Bobbio, allungheremo la lista di coloro che dovranno essere auditi.

ANTONIO SODA. Riprendo un tema, affrontato dal presidente Violante ed anche dall'onorevole Saponara. Risulta dalla sua relazione, signor prefetto, che il centro di prevenzione informò e presentò della documentazione visiva sulle modalità di attacco, la cosiddetta guerriglia urbana. Risulta dall'ordinanza del questore del 12 luglio che si ha piena consapevolezza di tali modalità di attacco e delle tecniche di guerriglia, tanto da prevedere, per lunghe pagine, i cosiddetti reparti mobili di intervento, proprio per fronteggiare queste situazioni di emergenza. Risulta, inoltre (si tratta di una mia valutazione, ma le chiedo una conferma), che l'azione di contrasto di questo tipo di guerriglia urbana (sulla quale lei ha informato ed il questore ha provveduto) non sia stata efficace. Il dato su cui si fonda questa valutazione è l'analisi dettagliata - da me fatta - dei verbali di arresto e di fermo: non vi sono arresti in flagranza di atti di devastazione e di saccheggio. Vi sono arresti per violenza, per resistenza, per oltraggio, per qualche danneggiamento (ripeto qualche danneggiamento), ma non in flagranza. D'altra parte, le scarcerazioni (che si possono discutere o meno, come è accaduto questa mattina quando si è fatto dell'ironia sulle ordinanze) segnalano l'assenza della prova dei fatti riconducibili a coloro che sono stati scarcerati. Condivide quindi questa prima valutazione, cioè che vi è stata


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un'informativa, una conoscenza notevole delle tecniche di guerriglia, una predisposizione di un'azione di contrasto con risultati pressoché nulli?
Il prefetto a questa domanda non ha risposto. Il capo della Polizia ha detto che le tecniche di guerriglia non possono essere fronteggiate con i reparti ordinariamente impiegati; probabilmente bisognerà, come negli anni settanta, svolgere un lungo lavoro di investigazione. Il questore, questa mattina, ha fatto intendere che i reparti mobili non hanno funzionato, perché, in corso d'opera, sono stati modificati nella loro struttura, in relazione ad una segnalazione di pericolo di sequestro. Quindi, i reparti mobili piccoli, veloci, non sono stati dislocati sul territorio, sostituiti da reparti pesanti che non potevano muoversi, per timore di rapimenti. Questa notizia verrebbe dai servizi, o da quelli di informazione o da quelli di prevenzione...

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Proviene dai servizi di informazione. È veicolata dalla prevenzione, ma scaturita dai servizi di sicurezza.

ANTONIO SODA. Comunque, non ha precisato in che modo sono stati scomposti e ricomposti, numericamente, questi reparti. Le chiedo: poiché l'ordinanza, su questo punto specifico, è il frutto dell'operazione di coordinamento tra la sua attività e quella del questore, le disposizioni del questore relative a tali modifiche, che hanno resi inoperativi quei reparti, sono state valutate congiuntamente al suo servizio? Infatti, dalle sue indicazioni le tecniche di guerriglia risultavano siffatte, richiedendo, quindi, la necessità di essere contrastate in tale modo e, quando scompare la forma di contrasto, i risultati sono negativi come quelli che abbiamo visto.


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Le chiedo anche che valutazione dà, signor prefetto, di questa organizzazione complessiva, di questi piani operativi, atteso che il questore ha sempre detto che tutte le sue decisioni sono state affiancate, sostenute, supportate e condivise da tutto il dipartimento centrale, compresa quindi l'area da lei diretta. Chiedo alla presidenza che il Comitato acquisisca tutte le relazioni di servizio dei dirigenti di questi reparti mobili, per capire quanti sono i reparti mobili stessi (qui ne saranno indicati oltre 60 o 70): quanti di essi, preposti a quel tipo di contrasto della guerriglia, sono tornati indietro con un resoconto riguardante l'operazione svolta? Rivolgo questa domanda alla presidenza.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Premetto che ho poc'anzi ribadito che la prevenzione è attività distinta da quella di ordine pubblico. L'ordinanza è firmata dal questore, che è titolare dell'uso e dell'impiego della dislocazione dei reparti stessi. Certamente, il questore non è tenuto ad informare la polizia di prevenzione della dislocazione dei reparti o di cambi nella destinazione dei reparti.

ANTONIO SODA. Il questore ha detto: tutto quello che ho fatto, l'ho fatto insieme a loro. Questo è pacifico!

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Allora rispondo che la domanda che mi è stata rivolta riguarda l'ordine pubblico, su cui non ho competenza. Il problema è che io debbo dare al questore, il questore non deve dare a me, come in realtà non ha fatto, non ha chiesto a me il permesso di impiegare il personale in un modo o in un altro (Commenti del deputato Soda).
Onorevole Soda, sto cercando di spiegarlo forse in una forma un poco più prolissa; il questore non ha condiviso con


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me l'ordinanza poiché non è tenuto a farlo, né modifiche dell'ordinanza, perché non è parimenti tenuto a farlo: ognuno ha i propri onori ed i propri oneri. L'autorità provinciale di pubblica sicurezza risponde dei servizi sulla piazza di Genova, piaccia o non piaccia: si tratta, purtroppo del rischio connesso a questa professione.

PRESIDENTE. Ci sono ancora dieci colleghi che devono intervenire. Mi sembra che, se si cerca di allargare il discorso, il prefetto abbia con chiarezza affermato che per quanto riguarda la vicenda della Diaz, egli si richiama alla relazione: è inutile tenere dei piccoli comizi. Lo dico veramente nell'interesse di tutti, anche perché è arrivato il dottor Andreassi. Se ci sono domande che il Comitato ritiene possano approfondire alcune problematiche, relativamente al ruolo che ha svolto il dottor La Barbera, vi invito a formularle: cerchiamo di non ripetere una discussione sulla questione della Diaz, che mi pare già chiusa, ferme restando alcune specificazioni. Rivolgiamo domande riguardo al tema della prevenzione, motivo per il quale abbiamo invitato il prefetto. Mi auguro che i colleghi intendano avanzare domande in questo senso e che qualcuno possa rinunziare, se ha già trovato soddisfazione nelle risposte che sono state fin qui fornite, comprendendo che lo spazio delle risposte è molto più limitato di quello tracciato dalle precedenti audizioni.

MARCO BOATO. Cercherò di non ripetere argomentazioni già svolte: il prefetto ha accolto il nostro invito nella consapevolezza che stiamo cercando di capire quanto è avvenuto e quindi dovrà scusare anche la nostra insistenza su alcune questioni. Il prefetto gode di ampia stima, al di là della recente disavventura: gli rivolgo i miei migliori auguri per il futuro.


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Avanzo solo un'osservazione linguistica sul testo che ci è stato letto, che non riguarda la materia di cui stiamo discutendo ma solo il linguaggio: sono però attento alle questioni costituzionali. Non userei l'espressione grandi manifestazioni di ordine pubblico: si tratta di grandi manifestazioni che possano comportare problemi di ordine pubblico, ma non esistono grandi manifestazione di ordine pubblico dal punto di vista costituzionale....

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Ad una grande manifestazione possono essere connessi problemi di ordine pubblico...

MARCO BOATO. Ho capito cosa voleva dire, ma è una questione di stile. Citerò tre questioni molto puntuali ed una osservazione più generale. Quando si parla (mi pare corrisponda al vero) di fonti di settore riguardo la questione della frattura tra FAI ed i cosiddetti anarco-insurrezionalisti, non so a cosa ci si riferisca con l'espressione fonti di settore: si tratta di un fatto pubblico, ci sono state interviste televisive ai responsabili della FAI che hanno preso le distanze dai cosiddetti anarco-insurrezionalisti che, per loro stessa struttura, sono difficilmente identificabili. Confermo, per quanto posso dire politicamente, quello che il signor prefetto scrive, però trovo strano questo riferimento alle fonti di settore, quasi che fosse un'informazione riservata o di carattere investigativo: si tratta di una posizione pubblica, dichiarata nelle interviste riportate dai giornali. La FAI ha preso le distanze dai cosiddetti anarco-insurrezionalisti ed in nota, giustamente, si dice che questa organizzazione ha posizioni radicali sul piano politico ma sempre, in genere, di carattere non violento.
Chiedo un chiarimento sulla questione della Grecia, perché anche da materiale «riservato» (ma che riporta esattamente


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le stesse informazioni) del Ministero degli affari esteri emerge ciò che è contenuto nella relazione. Le chiedo, signor prefetto, di capirne il motivo: mi pare che fra tutti gli Stati con cui lei ha avuto rapporti, in quanto capo della Polizia di prevenzione (ma per il Ministero degli affari esteri è stato lo stesso), ci siano state enormi difficoltà di collaborazione solo con lo Stato greco. Poiché il prefetto è andato ad Atene ed ha parlato con loro, ci potrebbe spiegare quali sono stati i termini di tali difficoltà?
Vorrei citare un'altra questione di cui, mi pare, non si sia parlato se non indirettamente: nella sua relazione c'è una parte sui Servizi di informazione che mi pare molto plausibile, molto critica, dove sostanzialmente si dice che tutte le informazioni, salvo rare eccezioni, nei momenti rilevanti sono state complessivamente assai rare, non dettagliate, indistinte tra una moltitudine di informazioni risultate nella maggior parte dei casi prive di qualunque riscontro e quindi non utilizzabili in campo informatico, tema che il prefetto ha citato. Nel dettaglio, mi pare di capire che il giudizio sia fondato: le chiedo dunque, signor prefetto, non di confermarla (visto che ci ha appena letto la relazione), ma di spiegare meglio tale questione. Infatti, ci siamo trovati di fronte ad un questore che parla di ottima collaborazione con i servizi di informazione e il Comitato che (se sbaglio il presidente mi smentisca) ha chiesto ai servizi di informazione di acquisire materiale, anche in forma riservata: mi pare che non sia arrivato nulla, forse perché dovrebbe arrivare documentazione che contiene informazioni che si sono rivelate delle « bufale », che forse hanno anche fatto perdere una quantità enorme di tempo per riscontrarle o falsificarle, come si dice nel linguaggio epistemologico. Non è così? È arrivata documentazione, perché fino a ieri nell'elenco non l'ho trovata...


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PRESIDENTE. Posso aggiornare il Comitato: in base a una nota dell'ex ministro Mattarella, tutti i documenti vengono mandati al CESIS, il quale ha chiesto l'autorizzazione al ministro Frattini, che ha già firmato questa mattina. È un fatto di ordine amministrativo.

MARCO BOATO. Fino a ieri sera non risultava essere arrivato, dopo 20 giorni dalla nostra richiesta, materiale dai Servizi di informazione: comunque nella relazione troviamo un'analisi abbastanza puntuale di una serie di informative. Vorrei un chiarimento; forse lei non risponderà, signor prefetto, ma lo chiedo per un atto di stima, perché conosco il suo percorso, il lavoro che lei ha svolto, al di là di questo incidente di percorso.
Nella sua relazione si legge: «Abbiamo, a livello internazionale, confrontato le varie strategie e calibrate le diverse tipologie di intervento». Quindi, un riferimento c'è.
Anche se è vero che nella fase operativa l'ordine pubblico non è di sua competenza, come prefetto, come dirigente della polizia, come uomo che ha avuto a che fare per decenni con la polizia, credo che lui ci possa aiutare a capire - visto che il nostro è un Comitato di indagine conoscitiva che non deve emettere sentenze né attribuire responsabilità, ma deve capire, anche per il futuro -, perché, avendo voi fatto questo lavoro preventivo di analisi e di informazione, anche comparativa, tutto ciò ha avuto invece un risultato operativo, così problematico (per utilizzare un eufemismo).

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Per quanto riguarda la posizione della FAI e la distinzione con gli anarchici insurrezionalisti, si tratta di notizie che, al di là delle prese di posizione pubbliche, esternazioni e quant'altro, sono state verificate dalla DIGOS.


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Per quanto riguarda la Grecia, ho trovato una chiusura totale. Quale ne sia il motivo non so; ho preso atto di questa chiusura ed ho cercato di by-passarla, incentivando l'ufficiale di collegamento: questi non fa parte della direzione ma è ufficiale dei carabinieri e funge da ufficiale di collegamento in Grecia. Ho cercato di stimolarlo, inviando anche del personale della DIGOS presso i porti di Patrasso e Igoumenitsa, da cui avevamo notizie che eventuali manifestanti greci sarebbero partiti.
Per quanto riguarda i servizi, la mia non è una critica, ma una fotografia. Non esprimo giudizi, perché non spetta a me giudicare, ma ho riferito quello che è; semmai dovrà giudicare il Comitato in questa sede o in altre sedi opportune.
Con riferimento al discorso sull'ordine pubblico, se torniamo alla distinzione tra prevenzione e ordine pubblico...

MARCO BOATO. Le chiedevo un chiarimento in qualità di dirigente di polizia.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Facciamo un passo indietro: tornerò a fare il questore, ammesso che me lo facciano fare, e a quel punto le risponderò! Al di là della battuta, chiaramente la guerriglia, con la tecnica del «mordi e fuggi», si affronta e si vince sulla mobilità: è questa una condizione essenziale per vincere la guerriglia. Non servono 1.000 uomini, ne bastano 50 o 100. Chiaramente, però, bisogna misurare bene e valutare al meglio la situazione, perché poi possono accadere eventi ancora peggiori rispetto a quelli che si sono verificati a Genova.

FILIPPO MANCUSO. Signor prefetto, fossi in lei, non mi affannerei su tale quesito irrisolvibile, in chiave logica, circa la sua incompetenza in materia di ordine pubblico, perché


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scontata la ovvia ripartizione tra prevenzione e ordine pubblico, le suggerirei di individuare la sua posizione in questo contesto come quella nascente da una nomina ad personam.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Componente del Comitato? Troppo onore!

FILIPPO MANCUSO. ... una preposizione di fatto in via fiduciaria, non in relazione ai suoi compiti istituzionali, ma in relazione al contesto che si viveva a Genova. Ciò spiegherebbe, e la toglierebbe anche di imbarazzo, il motivo per il quale la sua attività, insieme a quella commissione interna i cui lavori si svolgevano a Genova, non fu mai veramente formale, consenziente o non consenziente che fosse. Lei era un preposto in virtù di un incarico ad personam, proveniente dal vertice della sua istituzione; non incarico arbitrario, ma legittimo nell'ambito di un rapporto gerarchico che la vedeva subordinato.
Ciò posto, e con questo quindi consigliando al Comitato di non angariare la sua pazienza su tale dettaglio, le pongo due domande. Vorrei sapere quali siano state le modalità e la forma attraverso cui lei è stato sottoposto all'ispezione amministrativa che si è poi conclusa con la sua chiamata ad altro incarico. In secondo luogo vorrei sapere, e ciò attiene proprio al suo incarico fondamentale, cosa ha potuto accertare, e a tutt'oggi che cosa è accertato, in ordine alla organizzazione di questo convegno eversivo da parte di individui provenienti da tutta Europa, in termini di mezzi, responsabilità, strumenti e tempi. Vorrei anche sapere in particolare se risultino fonti di finanziamento e loro entità, percettori e dispensatori dei medesimi e se questi siano potuti venire alla luce nell'ambito del suo compito di prevenzione. Del resto, non trovo traccia di ciò né nel suo scritto né nelle parole degli altri e mi sembra


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impossibile che un sommovimento così ingente di persone, provenienti da tutti i punti cardinali, sia stato gratuito, grazioso e indolore dal punto di vista economico. Quindi, con quella premessa sistematica, le domande sono due: come si è svolto il suo procedimento, diciamo così disciplinare, e quali elementi di accertamento avete potuto acquisire in merito ai due temi su cui ho parlato da ultimo.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Alla prima domanda, posso rispondere che ad un certo punto sono stato convocato dal capo di gabinetto del ministro, sono stato ricevuto ad una certa ora nel corso della serata e sono stato invitato a farmi da parte per motivi di opportunità, visti i fatti di Genova. Ho preso atto, forse a malincuore ma, ripeto, sono abituato ad obbedire, mi sono fatto da parte ed eccomi qua.

FILIPPO MANCUSO. Con l'ispettore non ha avuto nulla a che fare?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. No, con l'ispettore ministeriale, che ben conosco, non ho avuto (Commenti). No, non sono stato sentito. Tenga presente che l'estensore dell'ispezione sulla Diaz può fare l'ispezione disciplinare, o amministrativa che dir si voglia, nei confronti di persone che hanno un grado nella pubblica amministrazione inferiore al proprio. Immodestamente, io ho un grado superiore: quindi, non sono stato contattato, non gli ho parlato, né ho avuto modo di rispondere ad eventuali contestazioni, ammesso che me le abbia fatte (questo non lo so). Le ho detto la verità all'inizio di agosto sono stato convocato dal capo di gabinetto del ministro degli interni, sono stato invitato a presentarmi ad una certa ora, doverosamente mi sono presentato ed ho preso atto di quella che è stata una decisione del ministro. D'altronde,


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non potevo fare diversamente: sono un uomo delle istituzioni. Ne ho preso atto, magari con un po' di dispiacere, ma bisogna anche saper incassare!
Circa la questione da lei sollevata con la seconda domanda, essa è attualmente oggetto di indagini; si tratta di indagini avviate ormai da alcuni mesi e sul cui esito sono sufficientemente ottimista.

GABRIELE BOSCETTO. Nel documento n. 2, che lei ha così cortesemente allegato alla sua relazione, vi è l'elencazione di una serie di riunioni di servizio presso la direzione centrale della polizia di prevenzione svoltesi in diverse date. Nell'ambito di queste riunioni, tenute con differenti partecipanti, vi sono stati anche numerosi incontri, dimostrativi dell'ottimo lavoro svolto, con ufficiali di collegamento stranieri e con rappresentanti di forze di polizia di altri paesi. Lei stesso nel suo memoriale evidenzia come sia andato personalmente a prendere contatto con le forze di polizia estere.
Non vi è però traccia - non so se la legge non lo consenta o non lo preveda - di incontri tra la direzione centrale della polizia di prevenzione ed il SISDE, il SISMI o l'organismo superiore, né traccia di incontri tra i nostri servizi segreti e quelli europei o addirittura internazionali. Il tutto in rapporto ad un evento che più internazionale di così non poteva essere, rappresentando il momento di incontro dei principali uomini politici del mondo, di coloro cioè che elettivamente reggono i paesi industrialmente più avanzati. Ci può spiegare perché tali incontri non si sono tenuti e perché questo non si rileva nella sua relazione, dove le emergenze che si evidenziano appaiono sotto questo profilo misere e poco utili?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. I servizi segreti italiani dialogano con i servizi segreti esteri; vi era peraltro un tavolo


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di riunione al CESIS, sede deputata anche per questi incontri. Al di là della partecipazione a tale tavolo, i nostri servizi, lo ripeto, dialogo comunque con i servizi degli altri paesi. La direzione della polizia di prevenzione è cosa diversa, che agisce su un piano differente rispetto a quanto fanno i servizi per definizione e per legge; ciò non toglie che vi sia stata da parte nostra la massima apertura: ad esempio, ho citato poc'anzi un'operazione contro il terrorismo islamico, sviluppata con l'apporto informativo dei servizi italiani e americani, e che ha visto svolgersi, dato che dovevano essere compiuti anche dei passaggi con l'autorità giudiziaria, riunioni tenute presso la direzione. Vi è stata quindi sempre la massima apertura.

ANTONIO IOVENE. Signor prefetto, nella sua relazione e nel rispondere alla collega Mascia, lei non si è soffermato, definendole semplicemente notizie di stampa su possibili infiltrazioni di forze dell'estrema destra. Sia nell'ordinanza del questore del 12 luglio, sia nella relazione della riunione del Comitato nazionale per la sicurezza e l'ordine pubblico del 16 maggio, vengono invece riportate notizie dettagliate rispetto alla possibile partecipazione del Fronte nazionale, di Forza Nuova o di altre forze di estrema destra alle manifestazioni di Genova, con la specifica finalità di infiltrarsi nei cortei per determinare momenti di scontro e così via. Di ciò siamo stati informati nelle precedenti audizioni.
Volevo capire se lei non ha parlato di tale argomento nella relazione perché queste informazioni si sono rivelate non significative o se si è trattato invece di una dimenticanza. Può confermarci o meno la presenza di queste forze, nelle manifestazioni di Genova?
Un secondo quesito che le volevo porre riguarda il seguente argomento: nella sua relazione, in riferimento all'azione di censimento svolta sul territorio per l'attività di prevenzione,


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sostiene che non si è provveduto ad una sistematica attività di repressione preventiva per una serie di considerazioni, tra le quali il fatto che si stava parallelamente percorrendo la strada del dialogo con le componenti che si erano apparentemente palesate più moderate. In realtà, nei fatti di cui stiamo parlando si sono trovate coinvolte, a Genova, alcune centinaia di migliaia di persone. Le persone che si sono rese in qualche modo responsabili di violenze sono nell'ordine di alcune centinaia o forse migliaia, comunque un'infima minoranza rispetto alla stragrande maggioranza delle persone presenti nel capoluogo ligure. Credo quindi che sia stato giusto, e che sia giusto, dialogare con la parte moderata del movimento, quella cioè che si è sempre dichiarata pacifista e non violenta, e separare, individuare e colpire quella parte che, appunto, non c'entra niente con le ragioni, le motivazioni di chi ha voluto manifestare pacificamente. Sarebbe come identificare gli ultrà della domenica con l'intera tifoseria che pacificamente vuole assistere ad una partita: non per questo si deve criminalizzare l'una per colpire l'altra.
Circa l'attività di infiltrazione, lei ha negato l'esistenza di infiltrati all'interno dei manifestanti. Volevo però chiederle se erano presenti rappresentanti delle forze di polizia in altra veste: per esempio, è stata denunciata dalla Federazione nazionale della stampa la richiesta da parte di operatori della polizia di essere presenti alle manifestazioni nelle vesti di cineoperatori o di rappresentanti del mondo dell'informazione. Tale possibilità era stata negata da parte della Federazione nazionale della stampa. Vorrei sapere se, invece, questo tipo di attività sia stata in qualche modo svolta ugualmente.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Se questa attività c'è stata, certamente non è stata svolta né dalla direzione della polizia di prevenzione né da personale della DIGOS.


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Per quanto riguarda l'estrema destra, in un monitoraggio generale appositamente svolto, abbiamo avuto modo di analizzare i movimenti di rappresentanti di estrema destra, come ho avuto modo di accennare anche nella relazione.
Non ci sono state risultanze di rilievo, nè abbiamo riscontri di presenze di infiltrati della destra nell'ambito del contro vertice.
Per quanto riguarda la componente del dialogo, si tratta di una attività che è stata certamente portata avanti per acquisire informazioni e modulare anche determinati passaggi da parte di alcune DIGOS, ovviamente con quella parte dei manifestanti disponibile al dialogo, meno violenta. Certamente sono state percorse tutte le strade per cercare di far svolgere una manifestazione di quella importanza in un clima di normalità. È giusto manifestare anche il dissenso; purtroppo però le cose sono andate in maniera diversa, grazie alla presenza di questi 2.500, a cui si sono sommati 7 - 8 mila manifestanti.

ANTONIO IOVENE. Le ho posto tale domanda perché lei nella relazione usa l'espressione «apparentemente palesate più moderate». In realtà, le componenti di gran parte del movimento sono effettivamente moderate; non si sono palesate come tali solo apparentemente.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Ho usato il termine «apparentemente» perché certamente una parte del movimento si è rivelata moderata mentre l'altra parte non si è dimostrata tale, pur rientrando in una categoria unica. Questa è la spiegazione dell'uso di tale termine.

FRANCESCO NITTO PALMA. Signor prefetto, prima di rivolgerle alcune domande vorrei da lei una delucidazione che è propedeutica alle domande stesse. Nella relazione del 21


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luglio 2001, allegata alla sua relazione, si parla di un corteo regolato da un servizio d'ordine con casacche gialle, recanti la scritta «no G8». Vorrei sapere di quale corteo si trattava, ove mai lei lo sappia.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. È una questione di ordine pubblico. In questo momento non ne sono a conoscenza. Ovviamente, no G8, dovrebbe essere no global.

FRANCESCO NITTO PALMA. Personalmente sento il dovere di dirle che condivido pienamente la valutazione positiva formulata dal senatore Bobbio circa la completezza e la bontà delle informazioni che il suo dipartimento ha raccolto in previsione del G8, sia pure nel difetto o quanto meno nell'assenza di un eccezionale concorso da parte dei servizi e delle polizie straniere.
Una prima domanda riguarda - ed è sostanzialmente quanto già chiesto da altri colleghi - i nomi dei parlamentari, ove lei li sappia (non ho capito se la sua riserva era una riserva per conoscere e quindi riferire o una riserva dovuta ad altre ragioni), che si trovavano alla testa di un corteo poco prima degli alti scudi in plexiglass e di cui alla relazione del 20 luglio 2001.
La risposta è per me utile perchè in questa relazione di servizio si fa riferimento a presenze di una struttura tecnica per una trasmissione in diretta con Radio Sherwood all'interno di tale corteo. Il riferimento a Radio Sherwood lo trovo anche in una intercettazione telefonica, se riportata correttamente dalla stampa - questo non lo so - in cui sostanzialmente si afferma la necessità, da parte di Radio Sherwood, di organizzare un concerto per l'acquisizione del denaro necessario per l'acquisto di un furgone di munizioni per il G8. Questa è la prima domanda che le formulo.


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Seconda domanda: lei sostanzialmente nella sua relazione fa riferimento ad un blocco rosa e ad un blocco giallo, confluiti poi all'interno del Genoa social forum, e ad un blocco blu che avrebbe alcune caratteristiche più violente, ma meno violente rispetto al blocco nero, anche se non omette di dire che all'interno del blocco giallo vi era anche una forma di componente violenta, sia pure più ridotta rispetto a quella degli altri blocchi. Vorrei sapere se lei è in grado di confermare una dichiarazione che si trova nell'ordinanza del questore di Genova in cui sostanzialmente si afferma che il centro sociale Askatasuna - se non ho letto male - che è intraneo al blocco blu partecipava alle riunioni del Genoa social forum. Ciò si legge espressamente nell'ordinanza del questore; pertanto conseguentemente le chiedo se, sia pure parzialmente, non si debba rettificare quella sua affermazione secondo cui solo il blocco rosa ed il blocco giallo facevano capo al Genoa social forum nel senso che anche componenti del blocco blu facevano riferimento allo stesso Genoa social forum. Terza domanda: l'ordinanza del questore, l'ordinanza prefettizia del 2 giugno, l'intervento del capo della Polizia del 16 maggio al consiglio nazionale per l'ordine pubblico...

PRESIDENTE. Si appresti a concludere.

FRANCESCO NITTO PALMA. Arrivo subito al problema, signor presidente. Vorrei sapere con precisione quando il grosso di questa sua attività informativa si è conclusa. Se non leggo male l'intervento del capo della Polizia, immagino che il grosso delle notizie da lei riportate nella relazione siano state acquisite circa all'inizio e alla metà di maggio di quell'anno. So che vi sono state oltre 100 intercettazioni telefoniche; essendo intercettazioni di tipo giudiziario, lei non ne poteva essere a conoscenza, non essendo ufficiale di polizia giudiziaria.


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Poichè erano finalizzate ad un problema di ordine pubblico, le chiedo se in linea di massima lei ha avuto qualche tipo di informazione e se ha mai saputo di intercettazioni intercorse con esponenti politici.
Un'ultima domanda, signor presidente, sull'intervento del capo della Polizia.

PRESIDENTE. Ho tolto la parola agli altri colleghi. L'ho avvertita poco fa in modo tale da consentirle di concludere la domanda. Mi dispiace, può chiedere ad un collega di rivolgere a La Barbera la stessa domanda? Non posso assolutamente continuare a darle la parola.

FRANCESCO NITTO PALMA. Perché è esaurito il tempo riservato al mio gruppo?

PRESIDENTE. Sì. Può chiedere ad un collega di Alleanza nazionale o ad un altro collega di porre la stessa domanda, se lo riterranno opportuno. Mi dispiace molto.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Per quanto riguarda i nomi dei parlamentari a cui lei faceva riferimento, se il presidente lo chiederà, toglieremo gli omissis, fornendo la documentazione in merito.
Per quanto riguarda la seconda domanda, il blocco rosa, il blocco giallo e blu, il Genoa social forum comprende anche una parte del blocco blu. Il centro sociale a cui lei faceva riferimento, l'Askatasuna di Torino, ha partecipato a diverse riunioni con il Genoa social forum; fa capo, per essere più precisi, al Network che è un movimento di cui una parte rientra appunto anche nel centro sociale. In merito alla domanda su quanto è avvenuto, il grosso delle informazioni, l'attività di informazione ha rappresentato un lavoro in


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progresso, un work in progress; non è vero che noi già a maggio disponevamo di tutte le informazioni. Vi è stato in merito un lavoro continuo ed aggiuntivo, che ha richiesto del tempo.
Quindi le nostre informazioni sono giunte quasi a ridosso del vertice. Anzi, più ne avevamo, meglio era. Come dicevo poc'anzi, 198 servizi di intercettazione hanno dato dei frutti. I contenuti li ignoro: in ogni caso sono stati riferiti all'autorità giudiziaria.

GIANNICOLA SINISI. Ringrazio il prefetto La Barbera per la sua relazione. Debbo tuttavia dirle che apprezzo, come chiunque di noi, il senso dello Stato che lei ci manifesta, nell'accettazione di una disposizione del ministro, senza obiettare alcunché, anche se con l'amarezza che ci ha rassegnato.
Mi permetta però di dirle che il motivo di opportunità, se non legato ad un'inchiesta giudiziaria in corso, e non c'è, o ad un'inchiesta amministrativa, che non c'è, mi sembra una motivazione davvero debole, alla stregua anche del prezioso lavoro che lei ha condotto.
Su questo lei ha spiegato in maniera molto chiara la distinzione che corre tra il lavoro relativo all'ordine pubblico e le responsabilità, e quello relativo alla polizia di prevenzione. Forse avrebbe fatto meglio a descrivere la differenza tra il lavoro della polizia di prevenzione e quello dei servizi di sicurezza, dal momento che, anche se su questo è stato decisamente dettagliato nel rilevare talune questioni, lei afferma che non si tratta di un giudizio; tuttavia certamente i fatti che ci ha rassegnato hanno per noi un valore di tutto rispetto. In ordine a questo punto, le chiedo: le 126 note di interesse, cui fa riferimento, è l'intero novero delle segnalazioni


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effettuate dai servizi di sicurezza, o si intende che ve ne siano delle altre che non erano di interesse e che pertanto dovevano avere minore rilevanza di quelle indicate?
Una seconda questione - alla luce anche di quel pizzico di esperienza che anche io posso al riguardo spendere -: lei ha rappresentato un rapporto di collaborazione con la Grecia molto difficile in questo settore. Se non ricordo male, vi è una tradizionale difficoltà di collaborazione in questo settore con la Grecia. Le chiedo allora se si tratta di una novità, oppure se questa scarsità di collaborazione con la Grecia è una consuetudine, soprattutto per quanto riguarda l'antiterrorismo?
Una terza questione vorrei porre, dal momento che il presidente Mancuso, con una raffinata elaborazione giuridica, ha avanzato l'ipotesi di una sua presenza a Genova quale fiduciario o preposto di fatto. Torno a chiederle se lei invece non era a Genova per svolgere un incarico di istituto, quale quello di dirigere la sala internazionale, oppure se aveva un rapporto fiduciario di carattere generale che le ha consentito di svolgere anche quella funzione di consulenza che ha svolto.
Sulla questione della scuola Diaz, le pongo soltanto una domanda: vorrei sapere da lei chi ha deciso l'impiego del reparto mobile nella perquisizione e se, alla luce della sua esperienza di polizia giudiziaria, le risulta che in altri casi sia stata operata una perquisizione con analoghe modalità di impiego dei reparti operativi.
L'ultimo quesito deriva dall'accanirmi nel cercare una sua responsabilità, che faccio veramente fatica a ritrovare negli eventi; la mia pertanto è un'operazione di accanimento terapeutico nel cercare una ragione per questo suo allontanamento dall'incarico. Molti arresti non convalidati, molte proteste


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straniere: esiste un legame tra questo e la sala internazionale che lei ha diretto, dal quale si possa ricavare un elemento di responsabilità afferente al lavoro che lei ha svolto?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Per quanto riguarda le comunicazioni dei servizi, sono quelle che hanno ad oggetto il vertice del G8. Sono state tutte «girate» a Genova; su tutte le informazioni sono stati effettuati dei riscontri. Per questa ragione, le dicevo che queste informazioni sono state girate alle DIGOS, dal momento che queste, sul territorio, hanno cercato, molte volte inutilmente, di trovare un riscontro. Tenendo presente la delicatezza del tema, per ogni informazione, prima di constatarne la infondatezza, occorre effettuare dei riscontri. In alcuni casi, esse vengono veicolate alle DIGOS del territorio, ma ciò non fa venire meno l'impegno, in termini sia uomini che mezzi, con un costo significativo.
Per quanto attiene alle difficoltà di collaborazione con i greci, posso dire che sostanzialmente vi è stata una chiusura completa. Tuttavia, tale mancanza di collaborazione non è contestuale alla nomina di La Barbera come direttore della direzione di prevenzione, dal momento che anche il mio predecessore ha incontrato le stesse difficoltà. Mi pare di ricordare che si recò in Grecia per cercare di ottenere quello che a tutt'oggi non si è ottenuto, nonostante viaggi, visite e pranzi. La situazione è sempre la stessa.
Sono andato a Genova, come poc'anzi ho ricordato nella breve relazione, per la sala internazionale, diretta emanazione della direzione della polizia di prevenzione: abbiamo avuto dalla sala internazionale presso la questura di Genova una collaborazione soddisfacente.
Tutte le volte che sono stati fermati degli stranieri essa ci ha fornito la massima collaborazione. Lo stesso BKA, così riluttante nel fornire informazioni - tant'è che sono stati


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richiamati personalmente da me con toni anche aspri, in quanto negavano l'esistenza di movimenti antagonisti diretti a Genova, mentre noi eravamo in possesso di informazioni differenti - ha fornito una collaborazione soddisfacente. Se veniva fermato o arrestato un cittadino tedesco, ci fornivano, attraverso una banca dati, i precedenti relativi. Giova ricordare che il BKA è la polizia federale tedesca, la quale ha grossi limiti legati alla presenza delle polizie dei vari Länder. Si tratta di un limite legato alla propria organizzazione. Ciò non toglie che il BKA abbia fornito una collaborazione soddisfacente.
L'impiego del reparto mobile non è stato deciso da me: non ne avevo titolo e comunque non l'ho disposto io. Lei mi ha chiesto se vi sono state altre perquisizioni con l'impiego del reparto mobile: sì, ci sono state, ma non c'è niente di sacrilego nell'usare un reparto mobile a supporto di un'operazione di perquisizione di polizia giudiziaria. Infatti, qualche volta si parte con la polizia giudiziaria e poi si può sfociare in ordine pubblico: non è la prima volta, né sarà l'ultima. Riguardo alla sala internazionale ho già risposto.

FRANCO BASSANINI. Sulla cosiddetta vicenda della scuola Diaz, lei ha ricostruito i fatti assumendo una veste quasi da osservatore, da consulente, date le sue competenze e le sue responsabilità. L'ex questore di Genova, Colucci, ci ha invece detto che lei ha partecipato ad una riunione nella quale sono state definite le modalità operative, alla quale invece Colucci non avrebbe preso parte, o almeno non nella fase decisiva. Allora, come stanno le cose? Quali modalità operative sono state definite, tenendo conto della delicatezza di un intervento in un edificio nel quale, secondo le vostre informazioni, forse c'erano degli appartenenti ad organizzazioni violente, ma certamente anche appartenenti ad organizzazioni pacifiche?


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Una seconda domanda: lei ci ha parlato di intercettazioni, ed il questore Colucci ci ha detto che una di queste riguardava il capo delle tute bianche Casarini e che dalle stesse risultava che il 19 luglio sarebbe stato giorno pacifico, il 20 ed il 21 no. Risulta anche a lei? In questo caso, perché a un certo punto si è scelto, secondo quanto detto da Colucci, di considerare Casarini come un interlocutore per il dialogo e le trattative, se queste intercettazioni sono vere e se dicono quello che c'è stato detto? Stiamo parlando di intercettazioni, quindi della fase preventiva, non della fase della gestione finale.
Infine, un'ultima domanda: prima lei rispondeva ad un parallelo con Napoli. Come ricorderà, dopo Napoli, io ho difeso, in un'intervista a la Repubblica, il comportamento e le scelte di chi aveva la responsabilità dell'ordine pubblico. A Napoli avevo la responsabilità per il Governo della gestione di quella conferenza internazionale che riuniva i rappresentanti di 122 governi - quindi, non era una cosa da poco -, una cinquantina di ministri. A Napoli, l'intervento repressivo, per così dire, fu reso necessario dal fatto che le manifestazioni erano arrivate esattamente ai confini della piccola zona - Palazzo Reale e teatro San Carlo - dove si tenevano i lavori. Di fronte al tentativo di sfondare, di entrare e di interrompere i lavori, penso che fosse necessario intervenire fermando l'azione. Non so se anche a Napoli ci siano stati eccessi, in ogni caso il movimento era meno imponente, ma anche lo spiegamento delle forze dell'ordine lo era, sicuramente si è avuta l'impressione di una gestione diversa. Condivide questa impressione, oppure no?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Non ho tratto un'impressione diversa nella gestione dell'ordine pubblico a Genova e a Napoli, sulla riunione operativa alla scuola Diaz, nonostante abbia letto queste tre pagine (riservandomi di esprimermi


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sui limiti, essendoci una indagine da parte della autorità giudiziaria, e non volendomi sovrapporre alla stessa) vedo che non sono stato molto chiaro. Per quanto riguarda la riunione operativa, io c'ero; non mi pare di ricordare l'assenza di qualcun altro, caro senatore.

FRANCO BASSANINI. Riguardo alle intercettazioni di Casarini?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Le intercettazioni c'erano. Verosimilmente, anche Casarini era sotto controllo. Non lo so: si vede che il questore è molto ben informato sulla vicenda. Io non sono ufficiale di polizia giudiziaria, quindi mi astengo dal dare questa notizia. Comunque la direzione centrale di polizia di prevenzione non aveva contatti con Casarini.

KATIA ZANOTTI. Signor presidente sarò breve, in considerazione dell'intervento e dei quesiti posti dal collega Bassanini, che mi ha preceduto. Signor prefetto, manifestando un'esigenza che è forse di tanta parte dell'opinione pubblica, le chiedo quanto segue. Lei ha ribadito oggi che conferma l'opportunità dell'intervento alla scuola Diaz ed usa un'unica motivazione, ossia la presenza all'esterno di 150 persone vestite di nero. Le chiederei oggi di svolgere qualche ragionamento per dissipare la mia sensazione che l'intervento alla scuola Diaz non fosse di ritorsione rispetto a un'evidente inefficacia delle iniziative di contrasto alle azioni dei gruppi violenti nelle strade e nelle piazze di Genova. Glielo chiedo riferendomi non agli argomenti sui quali lei dice che è in corso un'indagine dell'autorità giudiziaria (quindi sui quali non vuole spendersi) ma usando qualche ragione in più circa l'intervento: chiarezza sulle ragioni, sul responsabile di quelle operazioni,


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sulla presenza di tanti dirigenti e funzionari di primissimo livello. Mi fermo perché la vicenda della scuola Diaz a Genova è molto importante.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Onorevole Zanotti, non vorrei trincerarmi nuovamente dietro quelle tre paginette...

MARCO BOATO. Ce le lascia?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Per carità, non ci sono misteri. Comunque le garantisco, mi creda sul mio onore: non mi è mai piaciuta la parte del vendicatore. Premesso che sul piano operativo non c'entro nulla, non c'era alcuna azione né di rivalsa, né di vendetta, né di altro genere. Si è trattato di una operazione di polizia giudiziaria da me pienamente condivisa, unitamente ad altri colleghi, perché ricorrevano i presupposti di legge e di fatto; probabilmente, si è partiti da un'azione di polizia giudiziaria ed il tutto è sfociato in ordine pubblico.

FILIPPO ASCIERTO. Signor prefetto, anch'io voglio complimentarmi per l'azione preventiva e di polizia giudiziaria svolta dai suoi uomini, perché vedo che è stata profonda e notevole. Le devo fare però qualche domanda rimasta in sospeso. A chi è stata mandata la richiesta di 50 ordinanze di custodia cautelare? Sono stati poi emessi questi provvedimenti, così come si evince dalla relazione? C dovrebbe spiegare bene, inoltre( e questo a me interessa in modo particolare per il nord-est, anche alla luce dei recenti atti di terrorismo che si sono verificati in quella zona) perché a pagina 5 della relazione al capo della Polizia del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica si dice che il blocco giallo si dichiara pronto alla disobbedienza civile ed alle


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possibili azioni dirette, benché non violente, pur non escludendo lo scontro con le forze dell'ordine. In una recente riunione - ecco il punto che ci interessa - fra esponenti dei centri sociali del nord-est è emersa comunque la primarietà dell'obiettivo di impedire lo svolgimento del vertice; ove le prossime elezioni politiche facessero registrare una vittoria del centrodestra, la protesta potrebbe caratterizzarsi anche nel senso dell'attuazione di azioni violente. Su questo punto vogliamo ulteriori spiegazioni.
Inoltre, personalmente le voglio chiedere (perché già il senatore Bobbio ha ampiamente esposto le sue richieste): lei parla dell'operazione alla Scuola Diaz, ma chi operativamente è stato preposto a questa operazione? Chiedo scusa, ma mi è sembrato di capire ci fosse una sorta di commissione dove ognuno dà i consigli, nessuno c'entra niente. Il questore «Io ti ho dato un consiglio: lascia perdere». Non mi sembra che questa riflessione possa essere condotta in modo superficiale da esponenti che hanno una storia come la sua e quella di tante altre personalità, che hanno comunque dato lustro alla Polizia di Stato.
O si prendono decisioni insieme o si evitano i consigli oppure non si va a Genova, se non è necessario: qualcuno si deve assumere questa responsabilità. Conosco la legge n. 121 (e sicuramente lei la conosce meglio di me) e so quali sono le responsabilità in base a tale normativa. Tuttavia, mi creda, sinceramente in questo consiglio verticistico un po' di confusione vi è stata. Allora, alla luce di ciò, le chiedo prima di tutto chi è stato che ha operato e poi se corrisponde al vero che lei ha più volte apprezzato ed anche rivolto elogi per iscritto a Canterini quando, come questore di Roma, svolgeva attività di ordine pubblico. Questa volta mi è sembrato che lei abbia detto: io non c'entro niente, gli altri uomini non c'entrano


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niente, oppure, i tuoi uomini sono un po' nervosi: lascia la mano. Sinceramente mi è sembrato di cogliere la volontà di scaricare ulteriori responsabilità su Canterini e sinceramente non mi sembra che egli se lo meriti.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Per quanto riguarda le 50 ordinanze di custodia cautelare, lei, onorevole Ascierto, comprenderà che in questa sede non posso essere più preciso. Le posso solo dire che per una di queste attendiamo fiduciosi (o meglio, attendono fiduciosi, non facendo io più parte della direzione centrale anche se ho fatto la mia parte). Uno dei colpiti da custodia cautelare è stato arrestato nei giorni di Genova; era stata registrata una intercettazione ambientale in cui si ipotizzava, tra l'altro, l'uso di bombe molotov. Quindi, si sta svolgendo un'indagine seria che certamente avrà i suoi frutti per quanto riguarda queste 49 o forse anche 50 persone, perché nel frattempo colui che è stato arrestato a Genova magari sarà uscito.
Per quanto riguarda il blocco giallo e le informazioni che lei chiedeva (con particolare riferimento al seguente passaggio «la primarietà dell'obiettivo di impedire lo svolgimento del vertice; ove poi le prossime elezioni politiche facessero registrare una vittoria del centrodestra la protesta potrebbe caratterizzarsi anche nel senso dell'attuazione di azioni violente»), utili elementi emergono da alcune nostre informazioni fiduciarie scaturite dalle attività delle DIGOS; se non vado errato, su questo argomento vi è anche un'informativa dei Servizi. Non posso essere più preciso, ma ritengo di non sbagliare.
Passiamo al capitolo Diaz. Rifacendomi sempre alle famose tre pagine (vi chiedo se poi cortesemente mi fornite anche una fotocopia con dedica), non è mia abitudine scaricare responsabilità su alcuno. Canterini era dirigente del reparto mobile


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di Roma quando ero questore di Roma ed ho avuto con lui un ottimo rapporto; egli ha svolto servizi di ordine pubblico ottimali, seguendo le indicazioni del questore di Roma di allora. Non ricordo se gli ho rivolto apprezzamenti per iscritto o in forma orale; certamente egli ha sempre tenuto un comportamento pregevole. Le rammento che io non sono il questore di Genova; sono il capo della prevenzione e la mia funzione a Genova era di carattere diverso. Il consiglio non l'ho accettato ed è un fatto suo, non mio: su questo punto risponderò all'autorità giudiziaria. Non voglio «scaricare» nessuno perché non è mia abitudine ed il mio passato parla e attesta la veridicità di ciò che sto dicendo.

FILIPPO ASCIERTO. Lo conosciamo il suo passato.
Volevo solo dire che anche Canterini aveva a sua volta dato un consiglio dicendo di lanciare solo alcuni candelotti fumogeni o lacrimogeni in modo da fare uscire le persone, senza dover entrare all'interno. Ciò corrisponde al vero?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Certamente. Questa modalità di intervento, che definisco pazzesca, fu appalesata dal dottor Canterini in sede di riunione, alla quale eravamo tutti presenti. Da parte mia e del questore, cui avevo rappresentato, qualora ve ne fosse stato bisogno (ma non ce ne era), le raccomandazioni del capo della polizia che impartivano la direttiva di agire con la massima prudenza e cautela, egli è stato subito ripreso e fortunatamente ha ascoltato le indicazioni.
Peraltro, al di là delle raccomandazioni del capo della polizia, nella situazione che vi era, se fossero stati esplosi candelotti fumogeni o quant'altro oggi probabilmente io non sarei qui; o meglio, io forse sì, ma Canterini no.


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IDA DENTAMARO. Signor presidente, non intendo rivolgere una domanda al prefetto La Barbera, perché ritengo che abbia ampiamente chiarito la propria posizione ed il proprio operato sia in riferimento allo svolgimento dei suoi compiti di istituto, che sono quelli rispetto ai quali si misura la responsabilità, sia in relazione al contributo fornito su altri fronti per i quali la legge stabilisce diversi centri di imputazione delle responsabilità, naturalmente sul piano giuridico. Qualche volta dovremmo ricordare che quando si parla di funzionari, le responsabilità sono imputate per legge; altro discorso è quello delle responsabilità politiche, ma anche rispetto a ciò non è all'operato dei funzionari che dobbiamo guardare se non ai fini della ricostruzione dei fatti.
Rivolgo, invece, una richiesta a futura e immediata memoria dell'ufficio di presidenza affinché siano acquisiti i provvedimenti e le motivazioni formali che hanno portato all'allontanamento dall'incarico dei tre funzionari e degli eventuali atti presupposti ed istruttori (se ve ne fossero di diversi dalle tre relazioni degli ispettori ministeriali che abbiamo già acquisito) e chiedo che naturalmente tale acquisizione documentale avvenga prima della eventuale audizione dei ministri e, in particolare, del ministro dell'interno.

SAURO TURRONI. Signor presidente, intendo riferirmi, come ho fatto in circostanze precedenti, solamente alle cose dette in questa sede. Ebbene, il prefetto, che ringrazio, ha fatto cenno ad un'attività svolta in altri luoghi in cui si erano manifestati in precedenza scontri molto violenti. Ha fatto riferimento a manifestazioni svoltesi in altri paesi, ricordando che poi furono mostrati i filmati di quanto accaduto ai funzionari di polizia. Immagino che siano anche state descritte le azioni violente che colà venivano messe in atto e che ciò avvenisse perché si doveva capire in quale modo intervenire al


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fine di evitare che azioni del genere si potessero ripetere.
Signor prefetto, le vorrei chiedere quali siano state le sue indicazioni per contrastare concretamente quei tipi di azione e se le azioni svolte in quei paesi avevano una somiglianza con quelle che si sono svolte da noi.
Seconda domanda, signor prefetto: nella relazione lei fa giustamente riferimento ad alcune iniziative messe in atto dalla DIGOS. Come si legge a pagina 5, non si è proceduto ad una sistematica attività di pressione preventiva per non aumentare il clima di tensione: devo, dunque, dare atto che si è tentato tutte le volte di mantenere le manifestazioni in un ambito di svolgimento più tranquillo possibile. Leggo nell'ultima pagina della sua relazione, signor prefetto, che la DIGOS aveva il compito di monitorare i soggetti più pericolosi per segnalare anche gli spostamenti e le presenze a rischio. Ho letto le relazioni da lei allegate alla documentazione dalle quali emerge che, in realtà, i funzionari diventano operativi intorno alle 10 del mattino. Abbiamo acquisito altre relazioni secondo le quali i primi scontri si erano già manifestati in ore precedenti. Comunque, non è questa la questione. Le chiedo: i funzionari avevano il compito anche di individuare, di seguire, di segnalare e di allertare i reparti? Mi riferisco alla presenza di piccoli gruppi che si spostavano, secondo quei filmati, a destra e a manca nella città, proprio per colpire quegli obiettivi che erano stati anche precisamente individuati.
Un'ultima cosa signor questore... signor prefetto, mi scusi (anche se, come giustamente ha detto lei, non è certamente offensivo). C'è una questione: noi ambientalisti siamo stati un tempo accusati dai cacciatori di essere quelli che gettavano dagli elicotteri le vipere e quant'altro. Trovo una analoga indicazione del SISDE riguardo all'utilizzo di palloncini, buttati dagli elicotteri, contenenti sangue almeno in parte umano.


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Lei non spende una parola a questo proposito: mi sembra una cosa talmente inverosimile... Intendevo sottolinearlo perché ho visto durante manifestazioni dei Cobas gettare escrementi, pomodori, sassi, ma queste cose mi sembrano...

FILIPPO ASCIERTO. Però qualcuno le ha dette!

SAURO TURRONI. Un'ultima cosa a proposto della Grecia. Sarò velocissimo dato che diversi colleghi sono intervenuti sul punto. Lei dice: sono andato personalmente, poi abbiamo mandato i nostri funzionari, abbiamo visto che c'erano tre pullman che sono partiti, abbiamo cacciato indietro 147 persone. Non dice nulla a proposito dei motivi per cui sono stati respinti dal porto di Ancona. In un altro punto della relazione dice: abbiamo fatto bene perché abbiamo trovato solamente due arrestati, sui 168-169 arrestati di paesi stranieri. È un calcolo solamente statistico, questo, o vi erano elementi concreti a proposito dei 147?

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Per quanto riguarda i termini di collaborazione con la Grecia, ritengo che siano stati già esplicitati in precedenza. In Grecia vi è una componente molto forte di anarco-insurrezionalisti: nonostante la mia visita, la chiusura da parte della polizia greca è rimasta tale e quale. Abbiamo implementato e stimolato maggiormente l'ufficiale di collegamento, come lei ricordava; abbiamo inviato personale della DIGOS e comunque, nonostante la grossa presenza di anarchico-insurrezionalisti, abbiamo fermato quei tre pullman, portando ad un respingimento di 147 persone, proprio muovendoci per quel minimo di attività informativa ed investigativa fatta dal nostro ufficiale di collegamento unitamente al personale italiano andato sul posto.
Abbiamo mandato alcuni colleghi a Göteborg e a Nizza, in questi summit, per avere una percezione diretta di ciò che


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poteva avvenire sulla piazza. Abbiamo avuto dei filmati per quanto riguarda Quebec City e Davos, come poc'anzi ho detto. Inoltre, sono state tenute conferenze ai colleghi, sia funzionari di polizia sia comandanti dei reparti, che hanno curato l'ordine pubblico su Genova: in quella sede sono state studiate varie tipologie di intervento. Tenga presente, però, che ogni fatto è un fatto a sé. La topografia della città certamente incide. La tecnica della guerriglia, che già in questi filmati si appalesava, chiaramente è ben collegata col problema della mobilità e della topografia della città stessa. Come dicevo poc'anzi, abbiamo aggregato ben 98 tra funzionari e personale della DIGOS proprio per seguire anche questi gruppi particolarmente violenti. In realtà, ci si è trovati a fronteggiare numeri di gran lunga superiori a quelli previsti: da 2.500 si è passati ad atti di devastazione e saccheggio compiuti da 11-12 mila persone. Ciò ha fatto in modo che i colleghi che dovevano seguire le frange di manifestanti particolarmente violenti fossero assorbiti in compiti di ordine pubblico. Da segnalatori, attività che hanno svolto finché è stato possibile, quando c'è stata l'emergenza sono stati richiamati dai dirigenti della piazza a svolgere un'opera di contenimento. Questo concetto è tranquillamente evidenziato nella relazione che ho allegato.

MICHELE SAPONARA. Il prefetto si era riservato di fornire i nominativi dei politici. Volevo sapere quando intende sciogliere la riserva.

PRESIDENTE. Lo ha già detto: provvederà ad accertare innanzitutto quali sono e poi, eventualmente, ce ne darà comunicazione.


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Nel ringraziarla, signor prefetto, le chiedo se lei ritenga di integrare la relazione sulla base di quello che è emerso oggi allegando ulteriori documenti ed eventualmente producendo i documenti senza gli omissis.

ARNALDO LA BARBERA, Prefetto. Presidente, se me lo chiede...

PRESIDENTE. La ringrazio. Inoltre vi era una richiesta da parte della senatrice Dentamaro relativamente ad un provvedimento che la riguarda: se dovesse ritenere che tale provvedimento può essere acquisito agli atti, procederemo; altrimenti, se l'ufficio di presidenza lo dovesse decidere, credo che lo chiederemo per via gerarchica al ministro competente. Glielo volevo comunicare per correttezza. La ringraziamo nuovamente.

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Colleghi, sono le 19,25: ci dobbiamo porre il problema se abusare della cortesia del dottor Andreassi e di qualcuno di voi e, quindi, andare avanti, oppure chiedere allo stesso dottor Andreassi, individuando una data ed un orario, se possiamo differire l'audizione.
È giusto che tutti possano fare liberamente le domande, ma entriamo anche nell'ordine di idee di finire tra quattro ore (Commenti del deputato Mancuso)... È una delle proposte, ma c'è chi la pensa diversamente. Sto ponendo una questione...

FILIPPO MANCUSO. Le avevo già posto la questione in precedenza...!

PRESIDENTE. Sì, ma non ho preso alcuna decisione; piuttosto, volevo sottoporre al Comitato la questione di quando


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far terminare l'odierna seduta, presidente Mancuso. Prendo atto che l'orientamento è nel senso di concludere i lavori verso le 19,30; dunque, assumiamo ora una decisione insieme, considerato che non me la sono sentita di assumerla alle 16.30.

LUCIANO VIOLANTE. Deciderà lei, signor presidente, sul da farsi, consultato il Comitato. Vorrei dirle che a me pare che comunque il dottor Andreassi vada sentito prima degli altri, non so se è chiaro. Si può vedere quando, se adesso o domani mattina, ma, comunque, prima degli altri.

PRESIDENTE. Si potrebbe pensare di fare una cosa diversa; se il dottor Andreassi, come credo, ha una relazione, noi potremmo sospendere i lavori questa sera; abbiamo tutto il tempo di preparare, sulla base della relazione, le eventuali domande e farlo tornare, se siete d'accordo, domani mattina alle 9, chiedendo alla persona che domani mattina avremmo dovuto audire, il dottor Vincenzo Canterini, di intervenire alle 11. In definitiva, approfitterei della presenza del dottor Andreassi, per svolgere questa sera la relazione, o succintamente o in maniera completa; quindi, ci aggiorneremmo domani mattina alle 9, differendo però di due ore l'audizione del dottor Canterini e chiedendo a voi la cortesia di contenere gli interventi in due ore.
Scusate, giustamente mi viene fatto rilevare che abbiamo già, alle 11,30, l'audizione del dottor Alfonso Sabella e - ripeto - alle 9,30 quella del dottor Canterini. Perciò, potevamo ascoltare quest'ultimo di pomeriggio e confermare l'audizione del dottor Sabella alle 11,30. Questa potrebbe essere una soluzione; ricordiamoci però, che domani pomeriggio ci troveremmo dinanzi a tre audizioni ed io non credo che siamo nella condizione di svolgerle, con i tempi a disposizione. Infatti, considerando anche con il tempo contingentato, un'ora


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e 41 minuti solo di interventi, e dando la possibilità all'audito di dare le risposte, la durata media ipotizzabile sarebbe di 4 ore.
Quindi, proporrei di confermare l'audizione del dottor Sabella alle 11,30; l'ufficio di presidenza valuterà, subito dopo l'audizione parziale del dottor Andreassi il da farsi per le giornate di domani e dopodomani. Se non vi sono obiezioni, può rimanere così stabilito.

FABRIZIO CICCHITTO. Credo anch'io che sia difficile domani pomeriggio riuscire a terminare tre audizioni; possiamo, invero, spostarne una o due al giorno dopo, anche perché, vedendo i nomi degli auditi, credo che avremo sedute molto più brevi, una volta conclusa questa.

FRANCESCO NITTO PALMA. Presidente, siccome adesso si procederà ad una sia pure succinta relazione del dottore Andreassi e subito dopo seguirà l'ufficio di presidenza, chiederei l'audizione del procuratore della Repubblica...

PRESIDENTE. Abbia pazienza, onorevole Palma: lo segnali al capogruppo che potrà farne richiesta nella riunione dell'ufficio di presidenza. I capigruppo ci sono proprio per questo motivo.

Audizione del prefetto Ansoino Andreassi.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del prefetto Ansoino Andreassi.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.


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La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta. La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Comunico che il prefetto dottor Ansoino Andreassi chiede di essere accompagnato dal dottor Giovanni Costantino, vicequestore aggiunto della Polizia di Stato, in servizio presso la segreteria del prefetto. Se non vi sono obiezioni, rimane così stabilito.
Dottor Andreassi, nel ringraziarla, devo anche farle presente che noi, purtroppo, essendo ormai le 19.30, abbiamo ritenuto di chiederle se cortesemente di limitarsi a leggere per questa sera o se preferisce a darci conto della sua relazione. Rinvieremo poi a domani mattina alle 9, se le è possibile, il prosieguo dell'audizione, che consisterà nelle domande da parte dei componenti il Comitato e nelle sue risposte, cercando di concludere il tutto verso le 11,30. La ringrazio ancora, anche a nome di tutti i componenti il Comitato.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Ringrazio lei, signor presidente, e tutti i membri del Comitato per l'opportunità offertami di relazionare sui fatti di Genova, avuto riguardo all'incarico di vicecapo della polizia vicario che ricoprivo in quel periodo ed ai particolari compiti che mi vennero affidati per la circostanza. Tenevo molto a questo appuntamento per esprimere le mie valutazioni e le mie idee su temi così gravi e allo stesso tempo così coinvolgenti e per offrire ogni possibile


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contributo alla comprensione di quella che si delinea sempre più come una fase fortemente significativa del nostro tempo, non solo sotto il profilo della sicurezza, ma sotto quello delle dinamiche sociali di maggiore rilevanza. Mi sembra allora necessario per prima cosa spiegare bene quali incarichi mi furono conferiti in relazione al G8 ed in quali tempi. Tutto ciò non nell'ottica di assumere subito un atteggiamento difensivo ma per una questione di metodo e per mettere il Comitato al corrente di particolari, credo, finora non acquisiti, utili a formare giudizi, i più completi e documentati possibili, sui meccanismi della gestione dell'ordine pubblico. Non mi limiterò certamente a ciò, ma, dopo aver spiegato sinteticamente cosa ho fatto in concreto a Genova, sottoporrò al Comitato alcune mie considerazioni sull'impostazione dei servizi e soprattutto sui comportamenti dei manifestanti ed anche delle forze di polizia. Spero mi consentirete, infine, di fare delle valutazioni, anche in prospettiva, come del resto hanno fatto i miei colleghi, sulle componenti radicali del movimento antiglobalizzazione. In ciò, forse, sarò un po' ripetitivo rispetto a quanto detto dai miei colleghi ma il taglio sarà leggermente diverso...

MARCO BOATO. Poi ci lascia la relazione...

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Certamente, anche con alcuni allegati.
Come cercherò di spiegare, riferirò sulla infiltrazione - oserei definirla in molti casi parassitaria - di gruppi violenti e di formazioni eversive in quel movimento e ciò sulla base anche della mia lunga esperienza nella lotta all'eversione e al terrorismo iniziata a Padova nel 1977 e culminata poi nella direzione dell'UCIGOS dal 1997 allo scorso gennaio.


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Riprendo allora il discorso dall'inizio per ricordare che, nominato vicecapo della polizia vicario e quindi vicedirettore generale della PS questo gennaio, venni poi - dirò fra poco quando - incaricato, in aggiunta ovviamente ai compiti che di regola il vicecapo della polizia svolge, di sovrintendere (e questo lo troverete virgolettato nella mia relazione) all'intero dispositivo dell'ordine pubblico per il G8, interloquendo con le autorità locali, anche in merito ai limiti ed alle prescrizioni da imporre ai promotori delle molte iniziative che erano state programmate, con l'obiettivo primario che si svolgessero senza incidere sui lavori del vertice.
Questo era l'ambito del mio mandato, come delineato in un appunto al ministro in data 12 giugno - e lo allegherò alla relazione - con il quale il capo della Polizia lo informava della costituzione di uno staff che egli aveva ideato per farsi affiancare, nella gestione del più grave e delicato dei suoi impegni, da alcuni dei suoi più stretti collaboratori.
Lo staff, oltre che da me, era composto da altri quattro colleghi del Dipartimento che erano stati incaricati, rispettivamente, di sovrintendere alle attività info-investigative e di sicurezza nella zona rossa, alla intensificazione del controllo del territorio ad ampio raggio (avete visto che era stata delineata anche una zona verde), all'addestramento, all'equipaggiamento e all'acquartieramento dei reparti mobili, alle investigazioni preventive a fronte delle minacce di tipo eversivo-terroristico e di quelle all'ordine pubblico ed, infine, al dispositivo di controllo delle frontiere e alla gestione dell'evento in ambito aeroportuale e alla neutralizzazione di interferenze nelle comunicazioni.
I tempi di tale iniziativa si coniugano del resto perfettamente con quelli del provvedimento adottato su conforme deliberazione del Consiglio dei ministri che mi comandava dal


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1o luglio presso la struttura di missione, istituita per l'organizzazione della presidenza italiana del G8, in sostituzione di un collega, il prefetto Aldo Gianni, che in quei giorni era stato collocato in quiescenza per raggiunti limiti di età.
Il compito che quest'ultimo aveva svolto dal febbraio precedente e che, quindi, io avrei dovuto rilevare, avrebbe dovuto essere - come si evince da un appunto al ministro che non poteva forse illustrare sufficientemente quale fosse il ruolo che già mi era stato assegnato - quello di coordinare gli aspetti relativi all'ordine e alla sicurezza pubblica connessi all'organizzazione dell'evento. In pratica, concorrere alla soluzione dei problemi che riguardavano la sicurezza dei trasferimenti dei delegati, dei Capi di Stato, del loro alloggiamento, del soggiorno delle delegazioni, la sicurezza dei lavori e quella degli incontri ufficiali: vale a dire, avrei potuto ed anzi dovuto interessarmi, in stretta intesa con gli altri componenti della struttura di missione e in collegamento con le autorità locali di pubblica sicurezza e con il Dipartimento, di situazioni strettamente insistenti sulla zona rossa.
Mi permetto di richiamare ancora l'attenzione dei parlamentari sull'evidenza che, in fin dei conti, era questo provvedimento del Consiglio dei ministri la vera fonte di legittimazione del mandato, che io avrei dovuto svolgere nei termini relativamente impegnativi indicati nell'appunto al ministro. Dunque, se avessi voluto speculare sulla lettera dei provvedimenti mi sarebbe stato facile stemperare l'incarico più gravoso che il capo della Polizia mi aveva affidato qualche settimana prima, rifugiandomi nelle funzioni di collegamento e di sostanziale consulenza, per me previste in seno alla struttura di missione.
Per amore di completezza, desidero aggiungere che vi era stata una precedente circolare interna datata 9 aprile, nella


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quale si faceva carico ai vari uffici del Dipartimento della pubblica sicurezza di portare anche a mia conoscenza qualsiasi iniziativa adottata in merito al G8, ma essa non contemplava ancora una mia responsabilità nella gestione dell'ordine pubblico ed era, invece, dettata dall'esigenza - come si rileva dal testo della circolare (e tutti questi atti li allegherò) - di assicurare il necessario coordinamento a livello centrale della vasta gamma di attività tecniche alle quali ho fatto riferimento poco fa: cioè, da quelle più strettamente concernenti la sicurezza a quelle di natura logistico-amministrativa connesse al massiccio impiego di uomini e di risorse delle forze di polizia.
Tutto questo per precisare, ripeto senza voler accampare alcuna scusa, che la mia concreta applicazione ai problemi dell'ordine pubblico per il G8 non risale, comunque, molto indietro nel tempo ed è solo dai primi di luglio, dopo alcune brevi missioni fatte a Genova nel periodo fine maggio inizio giugno per verificare in generale lo stato dell'arte, che la mia presenza nella città acquista carattere di continuità.
Sempre per dovere di cronaca, mi sembra opportuno evidenziare che, comunque, non ho partecipato, perché non convocato, ad alcuna delle riunioni del Comitato nazionale dell'ordine e della sicurezza pubblica che si sono tenute sul problema del G8. I provvedimenti di natura amministrativa che ho elencato potrebbero essere utilizzati in maniera causidica - ed altri credo che lo farebbero - per circoscrivere le responsabilità: non ho affatto intenzione di farlo e li ho ricordati perché mi sembra indispensabile sotto il profilo logico e storico, non certo per avvalermene come esimente ora, così come non pensai di usarle per defilarmi allora.
Nei fatti e sia pure con un anticipo piuttosto limitato rispetto all'evento, io - ero del resto vicecapo della polizia -


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mi sono, invece, fatto carico di una situazione complessa, ben determinato a immedesimarmi nei problemi in essa insiti, semplicemente perché ritenevo, e ritengo, che questo fosse il dovere di quanti avevano a cuore le istituzioni del paese e rivestivano pertinenti incarichi di alta responsabilità.
Era anche scontato per me - e l'ho più volte ribadito negli incontri di servizio - che la mia funzione e quella dei colleghi dello staff era di supportare le autorità locali e non certo di commissariarle, come si evince anche da alcuni articoli di stampa che riportano una mia specifica dichiarazione al riguardo in occasione della seconda missione breve che feci a Genova i primi di giugno.
Credo che su questo punto non mi debba dilungare oltre perché ho sentito che il questore di Genova, in effetti, ha riferito di non essersi mai ritenuto commissariato. Sono sicuro di essermi comportato conseguentemente intervenendo, con i miei colleghi e con le direttive che spiegherò meglio in seguito, lì ove ritenevo fosse necessario e tenendo sempre comunque costantemente informato il capo della Polizia.
In ogni caso, nella mia iniziale veste di coordinatore generale delle attività di sicurezza non avevo trascurato fin dalla fine di aprile scorso di seguire i programmi di preparazione ed addestramento dei reparti mobili della Polizia di Stato e dei battaglioni dei carabinieri, di assistere alle loro esercitazioni e, soprattutto, di intervenire ad alcuni seminari riservati ai comandanti di detti reparti ed a selezionati dirigenti della Polizia di Stato che avrebbero avuto la responsabilità dei servizi di ordine pubblico a Genova.
In questo contesto, mi sono premurato di suggerire personalmente i temi da trattare, assicurandomi che venissero posti a disposizione dei partecipanti ai seminari anche la documentazione e il materiale audiovisivo che erano stati


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acquisiti su analoghe e precedenti manifestazioni in altri paesi, così da trarre il massimo vantaggio dall'esperienza altrui.
Mi premeva ancora di più che nulla venisse trascurato per creare un sapere comune, per uniformare le dotazioni e i moduli di intervento, per stabilire, infine, una forte intesa tra i responsabili dei servizi di ordine pubblico e i comandanti dei contingenti.
Nella convinzione poi, che si andava in me sempre più rafforzando, che la contestazione al summit di Genova - per le ragioni che indicherò in seguito e che anche i miei colleghi hanno espresso - avrebbe assunto toni ben più aspri che in altri paesi, ho approfittato di quelle prime occasioni anche per iniziare a trasmettere alcuni messaggi che ho insistentemente ripetuto fino all'ultimo per tentare di scongiurare quelli che mi sembravano tra i rischi più rilevanti sotto il profilo della condotta dei reparti e della tutela del personale e cioè le reazioni velleitarie e punitive verso i manifestanti e l'insorgere di situazioni di isolamento - e quindi di pericolo - per i singoli operatori oppure di stress o di panico tali da indurli a gesti disperati per salvare la propria incolumità.
Da allora ho quindi iniziato a sollecitare comandanti e dirigenti perché si facessero costantemente carico di informare responsabilmente gli uomini sulle situazioni molto impegnative che avrebbero dovuto fronteggiare, ma, nello stesso tempo, di stemperare le tensioni che vedevo montare in seguito alla diffusione di notizie allarmistiche che avrebbero potuto portarli a ritenere ogni dimostrante un potenziale nemico, nonché di non frazionare eccessivamente i contingenti o di non dissolverne la compattezza in azioni avventate, così da creare le premesse per quelle situazioni rischiose alle quali ho fatto riferimento.


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Su questi punti tornerò in seguito con maggiore dovizia di particolari, ma approfitto di questo passaggio per fornire in un certo senso un cenno di risposta alle molte domande sul coordinamento che sono state poste nelle precedenti audizioni, evidenziando che iniziative del genere dimostrano con chiarezza gli sforzi che il dipartimento della Polizia di Stato ha fatto per garantire un'adeguata preparazione di quegli uomini delle forze dell'ordine più direttamente impegnati nell'ordine pubblico, in un clima di fattivo e concreto spirito interforze. Spirito interforze che ho testualmente indicato come una nuova meta da raggiungere, un valore aggiunto e complementare rispetto allo spirito di corpo.
Vorrei anche sottolineare come l'attenzione prestata alla qualità dell'acquartieramento ed al benessere del personale, persino nel tempo libero, fosse non solo un atto dovuto nei confronti di chi andava a prestare un servizio gravoso e rischioso, ma mirasse a garantire durante la permanenza a Genova una serenità necessaria alla buona riuscita dei servizi.
Quando poi sono state meglio definite le mie responsabilità in fatto di servizi di ordine pubblico, ho presieduto a Roma e a Genova a riunioni dello staff creato dal capo della polizia; ho incontrato ripetutamente il prefetto e il questore del capoluogo ligure, esaminando con loro i problemi che via via si ponevano, da quelli riguardanti la protezione della zona rossa a quelli prioritari sotto il profilo operativo - e, tuttavia, risolti soltanto nell'imminenza del G8 - circa l'alloggiamento dei capi di Stato e di Governo con le rispettive delegazioni. Ho incontrato insieme al prefetto e al questore gli amministratori locali per individuare le migliori soluzioni per lo svolgimento delle manifestazioni e per la scelta degli spazi di accoglienza. Ho illustrato in una conferenza generale dei prefetti della Liguria, che mi sembra sia stata qui ricordata, i rischi della


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gestione dell'ordine pubblico, soffermandomi in particolare sulla complessità dell'impegno di fronteggiare manifestazioni in cui sarebbero confluite realtà affatto diverse di dissenso, che andavano dal pacifismo più schietto al radicalismo più violento. La stessa cosa ho fatto in occasione di conferenze di servizio con i comandanti regionali e provinciali delle forze di polizia e con i comandanti dei contingenti delle forze armate chiamate a concorrere al dispositivo di sicurezza. Ho verificato sul territorio, insieme al questore e ai suoi più qualificati collaboratori, tutti quei dettagli sui quali mi sembrava necessario richiamare la loro attenzione per indirizzare nel migliore dei modi l'impostazione dei servizi di prevenzione e di ordine pubblico.
Fin dalle prime fasi del mio coinvolgimento in questi problemi, a me, come ad altri colleghi che avevano seguito l'evoluzione del movimento antiglobalizzazione da Seattle in poi, era chiaro che, pur dovendosi riporre la massima attenzione alle minacce di tipo terroristico, esse erano da riguardarsi come eventuali, mentre certi sarebbero stati i disordini di cui, immancabilmente, si sarebbero resi protagonisti i movimenti cosiddetti antagonisti e, in particolare, i gruppi a prevalente connotazione anarchico-insurrezionalista, ormai ampiamente noti come black bloc. Espressi questo convincimento - ovvio, del resto, per quello che era successo da ultimo a Quebec City e poi ancora quando sopravvennero gli incidenti di Göteborg - anche nel corso di incontri ufficiali con i responsabili delle forze armate delle strutture di missione, nelle fasi finali della messa a punto dei dispositivi di sicurezza, sostenendo che la difesa dell'ordine pubblico doveva considerarsi l'argomento preminente. Come ho avuto occasione di accennare poc'anzi, l'appuntamento di Genova si andava sempre più delineando come l'attacco più duro che i movimenti


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antiglobalizzazione avrebbero portato a questo tipo di summit, non solo con una partecipazione massiccia di tutte le componenti nazionali e internazionali del dissenso non violento, ma anche con la mobilitazione straordinaria delle formazioni radicali ed antagoniste.
Ad accrescere le preoccupazioni valeva la consapevolezza che nel nostro paese quest'area, sopravvissuta a forti crisi di vocazione e di identità, seguitava ad essere tuttavia consistente ed anzi aveva trovato nuovi stimoli nelle campagne anti-NATO e anti-Usa durante la guerra nella ex Iugoslavia, nella lotta alle nuove forme di lavoro precario ed interinale e nella condivisione o sostegno delle lotte di alcune minoranze etniche, per esempio la questione curda. Ma si constatava anche negli incontri di servizio che sulla scena dell'antagonismo nazionale l'elemento forse di maggiore novità, tale da collegare la realtà italiana a quella di paesi europei e non, era l'espandersi di gruppi di stampo anarcoide che, dopo avere esordito anni or sono con i vandalismi degli squatter, nel corso di pubbliche manifestazioni si erano dati una maggiore consistenza organizzativa ed avevano stabilito collegamenti internazionali tutt'altro che superficiali ed episodici.
Mi sia consentito approfittare della valenza di questo consesso per far presente di essere stato tra i primi, tre o quattro anni or sono, a porre l'accento, quale direttore dell'Ucigos, anche innanzi alla Commissione stragi, sulla crescente minaccia delle formazioni anarchico-insurrezionaliste, a sottolinearne l'insidia e la portata, sia sotto il profilo dell'ordine pubblico che sotto quello terroristico, evidenziandone i collegamenti internazionali e la capacità offensiva anche attraverso la pratica di attentati dinamitardi ed incendiari con ordigni spesso sofisticati. Esiste agli atti dell'Ucigos, più correttamente della Direzione centrale della polizia di prevenzione,


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una documentata analisi che io feci svolgere su questi argomenti - soprattutto dopo l'invio di plichi esplosivi nell'estate del 1999 e alcuni attentati dinamitardi a Milano - per sollecitare gli organi territoriali ed intraprendere tutte quelle iniziative necessarie a fronteggiare il fenomeno e ad aggredirlo sotto il profilo giudiziario, configurando l'ipotesi di associazione sovversiva. Mi ha fatto piacere sentir dire dal prefetto La Barbera che i frutti di questi lavori stanno ormai venendo a maturazione. Tuttavia, l'approfondimento di tale argomento, pur nella sua rilevanza anche ai fini dei lavori di questo Comitato, finirebbe per distogliere l'attenzione sulle responsabilità della gestione dell'ordine pubblico, argomento sul quale dunque mi conviene ritornare.
Una volta fatti confluire a Genova gli oltre 10 mila uomini destinati all'impiego di ordine pubblico ed aver provveduto, con uno sforzo che non ha precedenti, al loro acquartieramento e agli altri complessi problemi di tipo logistico in una città fortemente carente sotto questo profilo, si trattava di proseguire quelle attività di informazione e di indirizzo, che avevano coinvolto nei mesi precedenti i responsabili dei servizi ritenuti fondamentali, e di estendere questo sapere ai circa duecentocinquanta funzionari di Polizia di Stato provenienti da altri sedi che avrebbero collaborato alla gestione dell'ordine pubblico.
Ho quindi seguito con attenzione le diverse iniziative che il questore assumeva al riguardo (riunioni di lavoro, sopralluoghi nella città, eccetera), rilevando la necessità di intervenire a suo sostegno nella giornata del 13, che egli aveva fissato per illustrare a tutti funzionari di pubblica sicurezza e agli ufficiali delle altre Forze di polizia e delle forze armate il contenuto dell'ordinanza di base, acquisita agli atti del Comitato, e cioè per illustrare i criteri di impostazione dei servizi


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a fronte delle situazioni che si erano andate delineando e la distribuzione degli incarichi. Pensai, infatti, in quella circostanza, che fosse importante anche fare intervenire lo staff costituito dal capo della Polizia ed intervenire quindi, io stesso, per illustrare a tutti i convenuti che cosa avevamo fatto per assicurare il sostegno del dipartimento della pubblica sicurezza alle autorità locali e per richiamare l'attenzione sugli aspetti più delicati dell'evento ormai imminente. La riunione avvenne, in effetti, nell'auditorium della fiera di Genova nei termini da me fissati che comprendevano anche riunioni settoriali di contenuto più specificamente operativo e di verifica del lavoro svolto e da svolgere e la riunione fu conclusa dagli interventi del ministro dell'interno e del capo della Polizia sopraggiunti al termine di questo incontro insieme al comandante generale dell'Arma dei carabinieri, all'ambasciatore Vattani ed al prefetto.

MARCO BOATO. In che data?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il 13 luglio. Per quanto mi concerne, avevo colto l'occasione per illustrare i criteri generali ai quali improntare i servizi di ordine pubblico delineando un quadro di situazione più schematico, forse eccessivamente schematico, ma più funzionale ai fini operativi di quello diffuso anche dagli organi di informazione e basato sulla divisione dei manifestanti in blocchi di vario colore, ed ho presentato, così, i possibili scenari e le indicazioni pratiche.
La parte preponderante dei manifestanti apparteneva a movimenti non violenti, alcuni dei quali avrebbero compiuto azioni dimostrative anche a ridosso della zona rossa per simboleggiare l'invasione o l'accerchiamento. Nei confronti di costoro occorreva limitarsi ad un cauto controllo per impedire che certe iniziative potessero debordare. In linea generale, se


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non se ne fosse riscontrata la stretta necessità, sarebbe stato meglio evitare anche il contatto tra reparti e manifestanti di questo tipo per il possibile insorgere di situazioni di tensione.
La seconda componente dei manifestanti era costituita da una consistente presenza di tute bianche i cui leader avevano più volte detto, pubblicamente, che avrebbero tentato di violare la zona rossa usando la forza necessaria a vincere la resistenza dei reparti delle forze dell'ordine e delle barriere fisiche, asseritamente senza ricorrere a forme di violenza più aggressiva come l'utilizzo di bastoni, il lancio di pietre eccetera. Verso costoro gli uomini dovevano porre decisa resistenza e ove questa fosse risultata insufficiente a respingerli passare alle manovre di attacco con gli strumenti previsti: idranti, lacrimogeni, sfollagente, eccetera.
Contro la componente più violenta, che senz'altro sarebbe stata presente ed avrebbe tentato di aggredire le forze dell'ordine e di compiere in più punti della città con i modi tipici della guerriglia urbana azioni di devastazione, non vi era altra soluzione che lo scontro, privilegiando, per quanto possibile, l'accerchiamento con rapide manovre rispetto alla dispersione perché essa non sarebbe servita a bloccare le scorribande. Queste indicazioni di massima erano ovviamente orientative ed applicabili nel caso in cui la situazione si fosse presentata nei termini ipotizzati, mentre ulteriori problemi sarebbero certamente insorti, come poi è accaduto, in caso di sovrapposizioni o infiltrazioni di una componente nell'altra.
Completai queste direttive rinnovando, in una sorta di decalogo, le indicazioni che avevo più volte ripetuto e dalle quali erano state tratte alcune delle regole contenute in un vademecum, ormai ampiamente noto, distribuito a tutto il personale, circa i comportamenti che gli uomini dei reparti inquadrati avrebbero dovuto tenere nei confronti dei manifestanti,


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anche in caso di ricorso all'uso legittimo della forza, sottolineando, con insistenza, che mai l'intervento del reparto o dei singoli operatori doveva essere condotto con modalità punitive o con brutalità, tanto meno se rivolto a dimostranti singoli anche se violenti. In allegato alla relazione, che depositerò presso la segreteria del Comitato le signorie loro, onorevoli, troveranno anche il decalogo in questione che, in aggiunta, contiene suggerimenti su come migliorare l'intesa tra i dirigenti dei servizi di ordine pubblico e i comandanti di reparto o di battaglione così da garantire chiarezza ed univocità di indirizzo agli uomini.
Non credo di dovermi dilungare ancora sull'argomento, tenuto conto che il decalogo al quale ho fatto riferimento è stato commentato favorevolmente anche da alcuni organi di stampa e costituisce, di per sé, una prova di quale sia stata l'attenzione del dipartimento sul delicato problema del rispetto della persona umana pure quando è necessario usare, contro di essa, la forza.
Approssimandosi ormai i giorni del summit ritenni di dover vigilare, accanto al prefetto ed al questore ed in costante collegamento col capo della Polizia, sullo sviluppo dei contatti con i responsabili locali del Genoa social forum per mettere a punto le questioni relative alla individuazione dei luoghi di accoglienza e alle modalità di svolgimento delle diverse manifestazioni, poi risolte nei modi ampiamente noti al Comitato.
Particolare attenzione rivolsi poi alla collocazione delle famigerate, ma quanto utili, devo dire, barriere, da porre a protezione della zona rossa, trattandosi di una operazione alquanto complessa e delicata sia con riferimento all'impatto sulla città, sia sul piano dell'ordine pubblico, e devo rimarcare


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che, se non si fosse agito con la prudenza e la tempestività usate, gli incidenti avrebbero potuto iniziare ben prima ed avvelenare, in anticipo, il clima del summit.
Come loro ricorderanno, le barriere che sono state, a Genova, oggetto di polemica, erano state già adottate a Quebec City e, secondo quanto riferiscono gli organi di stampa, potrebbero essere utilizzate anche per l'imminente riunione di Washington del 29 e 30 settembre.
Esaminai infine la pianificazione dei servizi disposti dal questore suggerendo, nel corso di incontri con i responsabili dei diversi uffici della questura e con i funzionari più esperti provenienti da altre sedi, di prevedere, oltre alla scontata difesa della zona rossa, la dislocazione in punti strategici della città, da individuare a seconda dei giorni e delle manifestazioni programmate o paventate, robusti contingenti di reparti mobili della Polizia di Stato e dei battaglioni dei carabinieri in grado di accorrere ovunque i black bloc avessero tentato le temute scorribande.
In proposito, sempre per rispondere ad alcune delle domande poste nelle precedenti audizioni, vorrei evidenziare che una ragionevole consistenza dei contingenti non mi parve problema da sottovalutare se si aveva a cuore, da un lato, l'incolumità del personale e, dall'altro, la predisposizione di un efficace contrasto alla violenza. I fatti hanno dimostrato che in taluni casi anche contingenti di 40 uomini non hanno retto alle aggressioni, come è accaduto, ad esempio, davanti al carcere di Marassi. In particolare per la giornata del 20 suggerii una revisione dei servizi nella vasta zona tra la stazione di Brignole e la questura per impedire che si creassero, colà, pericolose sovrapposizioni fra le tute bianche, intenzionate a forzare la zona rossa, il black bloc e formazioni dell'ultrasinistra confluenti nel concentramento che i Cobas


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network avevano programmato in piazza Da Novi. In questa prospettiva, nella notte tra il 19 il 20, furono costituiti sbarramenti a mezzo di container - ne ha parlato diffusamente anche il questore stamattina - per impedire che si verificassero le temute aggregazioni delle componenti più violente e che venisse attaccato lo Star Hotel ove alloggiava una folta delegazione di giornalisti statunitensi, e l'attiguo centro commerciale. Non solo. Con quegli sbarramenti e con la conseguente revisione dei servizi si è impedito, da una parte, che i reparti rimanessero compressi fra la massa dei dimostranti provenienti da diverse direzioni, dall'altra, si è assicurata la via di fuga a quanti venivano dispersi degli interventi della polizia senza che si creassero situazioni di rischio per l'incolumità dei manifestanti.
Pur consapevole di essere ripetitivo nelle riunioni tornai - non solo adesso, anche allora - a sottolineare che la tattica da praticare non tanto quella di caricare e disperdere i violenti, quanto quella di accerchiarli per impedire che potessero dilagare in altre zone della città.
Adesso viene la domanda che è stata giustamente posta più volte durante le precedenti audizioni. Come mai, nonostante la diffusa consapevolezza che a Genova l'attacco del black bloc sarebbe stato non solo scontato, ma anche più violento che nelle precedenti occasioni e nonostante un'accurata conseguente pianificazione dei servizi DOP, non si è riusciti nell'intento di neutralizzare o circoscrivere la minaccia?
Da parte mia non c'è alcuna intenzione di minimizzare o banalizzare i fatti perché c'è poco da minimizzare quando la violenza infierisce sulla città come è accaduto a Genova. Soprattutto quando, in conseguenza di essa, si sono create situazioni quali quella in cui ha perso la vita il giovane Carlo Giuliani. Dire che è stato fatto tutto il possibile non solo non


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può soddisfare il Parlamento, il Governo e l'opinione pubblica ma non soddisfa neppure quanti, dal questore fino all'ultimo agente della Polizia di Stato, carabiniere o finanziere, si sono impegnati molto, con grandi sacrifici e rischi, affinché le cose andassero bene e l'Italia ben figurasse agli occhi del mondo.
Non sarebbe di certo lecito, per chi come me era in posizione di responsabilità, tentare di alleggerirsene rimandandole ad altri o sostenere che a rispondere al paese di certi fatti non devono essere soltanto le forze di polizia perché il loro operato rimane comunque uno dei nodi della questione ed occorre renderne conto; ad altri tocca il resto.
Va però anche detto che prima di andare alla ricerca di singole responsabilità per carenze od inadeguatezze nella gestione dell'ordine pubblico, occorrerebbe tentare una lettura la più oggettiva possibile di quanto è accaduto per non correre il rischio di guardare ad un evento emergente dei nostri giorni da un angolo visuale inappropriato o riduttivo.
A Genova è successo qualcosa che, pur ricomprendendole, trascende le responsabilità tecniche della gestione dell'ordine pubblico e che non può essere giudicato solo alla luce di quei parametri. Un evento estremamente complesso che, nell'interesse della comunità nazionale e forse internazionale, va analizzato con serenità ed obiettività inquadrandolo nel contesto del fenomeno dell'antiglobalizzazione, nelle sue implicazioni, con le tensioni interne al nostro paese.
Come ho già accennato, in quei giorni sulle piazze non ci sono state solo violenze funzionali a forme di dissenso al summit, ma vi è stata invece la mobilitazione straordinaria delle più diverse componenti dell'antagonismo nazionale che hanno trovato spunto nell'annunciata comparsa - per la prima volta così massiccia in Italia - di tutti i segmenti del


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movimento antiglobalizzazione, non solo per sferrare un attacco alle politiche del G8, ma per rilanciare anche una campagna di aggressione alle istituzioni.
Permettetemi a questo punto di aggiungere qualche altra notazione su questo fenomeno emergente del black bloc, sintetizzando ed interpretando notizie diffuse dagli stessi interessati, specie attraverso Internet. Con tale sigla si fa riferimento ad un'aggregazione tattica e mobile su base spontanea, ma non per questo incapace di trovare al momento giusto l'organizzazione necessaria per il conseguimento di obiettivi di più gruppi anarchici o di organizzazioni autonome che si mobilitano in occasione di manifestazioni pubbliche che vertono su temi contro i quali il ribellismo di questa marca è sempre stato attivo: capitale, lavoro, guerra, ogni forma di asserito autoritarismo, NATO, Fondo monetario internazionale, sfruttamento dei popoli, eccetera.
La linea guida - del resto tradizionale per le organizzazioni anarcoidi - è quella dell'azione diretta, cioè l'attacco e la distruzione di tutto ciò che rappresenta la proprietà privata o i valori del mondo borghese ai quali si è fatto riferimento prima.
Pur in assenza di una struttura gerarchica, i gruppi che confluiscono nel black bloc elaborano progetti comuni che portano a compimento utilizzando metodi di guerriglia urbana. Gruppi, più o meno consistenti a seconda delle circostanze, hanno raggiunto nel tempo la capacità di mimetizzarsi nella massa dei manifestanti, sortirne travisati e muniti di armi improprie e bottiglie incendiarie, rientrarvi a conclusione delle loro azioni.
Ci si è chiesti se il black bloc, costituisca o meno un'associazione a delinquere. Dai fatti di Genova e dagli eventi analoghi che li hanno preceduti emerge un dato oggettivo:


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nessuno può negare l'intelaiatura organizzativa in cui essi si muovono e che è funzionale agli scopi, squisitamente politici, che perseguono. Quindi, così come ho sostenuto che si dovesse fare per le aggregazioni anarco-insurrezionaliste italiane, non esiterei a sposare la tesi che il black bloc nel suo complesso possa essere aggredito come associazione sovversiva.
Spaccare tutto ciò si trovi sul proprio cammino e attaccare la polizia sono stati dunque, fin dall'inizio, i modi di esprimersi del black block, che nei propri documenti - mi preme farlo risaltare - non manca di prevedere la prassi dell'infiltrazione tra i manifestanti pacifici e di raccomandare di stabilire con essi rapporti di forte solidarietà.
Il rapporto tra black bloc, e altre componenti del movimento antiglobalizzazione non consiste in una semplice contiguità, ma nell'innesto di una minoranza nella massa, secondo un disegno tutt'altro che episodico od improvvisato e basato invece sulla strumentale ostentazione da parte del black bloc di affinità col movimento per poi attrarre nella violenza le componenti più estreme e fluttuanti.
A Quebec City ad esempio è accaduto che il black bloc è riuscito a coinvolgere nei disordini circa quattromila dimostranti che sono stati poi travolti anch'essi dagli interventi della polizia impossibilitata a distinguere.
È interessante scorrere in proposito il provvedimento del Tribunale del riesame di Genova risalente al 9 agosto, attraverso il quale sono stati respinti i ricorsi presentati da alcuni degli arrestati; in esso vengono indicate anche le tattiche seguite dal black bloc in alcune delle precedenti occasioni. A Seattle nel novembre del 1999 l'obiettivo principale che gli appena duecento militanti in tale formazione vollero perseguire fu la conquista di porzioni del territorio cittadino, creando zone autonome e temporanee sottratte al controllo


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della polizia. Ciò non impedì le consuete devastazioni contro banche, esercizi commerciali ed arredi urbani, con danni stimati intorno ai 7 milioni di dollari; si possono fare anche delle proporzioni. Come è noto, il vertice fu interrotto.
A Washington nell'aprile del 2000, in occasione di una riunione del Fondo monetario internazionale, circa mille aderenti al black bloc, anziché devastare la città preferirono attaccare la polizia nel tentativo di forzare i blocchi a difesa della sicurezza del vertice.
A Genova questa orda transnazionale che seguiterà a vagare per il mondo ad ogni ghiotta occasione ha potuto contare non solo su una componente italiana piuttosto agguerrita ed autorevole, ma anche sul concorso di diversi segmenti della sinistra rivoluzionaria da cui erano provenuti i segnali di rilancio di mobilitazioni di massa e di prassi eversive alle quali ho fatto riferimento.
Gli attentati con ordigni esplosivi ed incendiari che hanno preceduto e seguito fino ad oggi l'omicidio D'Antona, la ricomparsa di sigle e di documentazione eversiva sono la riprova che purtroppo nel nostro paese è tornato a risuonare sinistramente il discorso della politica delle armi.
In un contesto siffatto i temi dell'antiglobalizzazione ben possono sopperire alla mancanza di vocazione conseguente al crollo degli ideali e dei regimi del socialismo reale ed essere strumentalizzati per ridare vigore a varie forme di antagonismo radicale.
A Genova io credo che tutto ciò abbia portato ad uno scatenamento dell'orda ribellista e violenta più tumultuosa rispetto ad analoghe situazioni precedenti, in un clima di esaltazione indirettamente creato da manifestazioni imponenti entro le quali, comunque, ed a dispetto delle componenti moderate e maggioritarie del Genoa social forum, essa ha


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potuto agevolmente muoversi utilizzando i cortei ed i presidi come porto franco per le sue sortite. A Genova l'aspirazione dei black bloc era quella di risucchiare i reparti di polizia per indebolire la difesa della zona rossa e consentire ad altre componenti del movimento di penetrarvi. Nella impossibilità di conseguire questo risultato è stata ritenuta appagante la devastazione della città. Si è trattato di una violenza cieca e senza obiettivi prevedibili, così da rendere oggettivamente impraticabili quelle misure di prevenzione che in altre circostanze sono servite ad anticipare e scongiurare attacchi finalizzati ad una strategia intellegibile. Che cosa proteggere nella città se il black bloc ha avuto la forza e l'ardire di attaccare le carceri e le caserme delle forze dell'ordine? Ci si è anche chiesti come mai la polizia non sia riuscita ad isolare i gruppi violenti così come ha fatto con successo in altri casi. Mi sembra che i motivi che hanno reso impossibile adottare sistemi in altre occasioni attuabili siano da me già stati sufficientemente indicati e consistano prevalentemente nella sostanziale incapacità o nella insufficiente determinazione da parte dei promotori della manifestazione di massa di precludere spazi a minoranze criminali. Quando le componenti anarcoidi e delle autonomie di classe sono state emarginate dai cortei ufficiali, come nella manifestazione dei migranti del 19 ed in quella del CUB del 20, il controllo delle forze dell'ordine ha sortito il suo effetto. I dati che ho in precedenza fornito e le considerazioni che ho fatto mi inducono a far riemergere in tutta la sua evidenza un elemento che, pur nella sua oggettività, è stato forse dimenticato o smarrito nel dibattito sui fatti di Genova. Gli incidenti non sono mai derivati da comportamenti malaccorti, provocatori o aggressivi delle forze di polizia, ma sempre e comunque dagli attacchi del black bloc, che così si è finora comportato ovunque sia comparso.


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FILIPPO ASCIERTO. Non solo black bloc...

MARCO BOATO. Abbiamo una integrazione da parte del maresciallo...

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego....!

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Riportando le cose alla loro dimensione reale, le forze di polizia hanno garantito egregiamente la sicurezza del vertice e dei delegati, riuscendo dove le polizie di altri paesi avevano fallito.
Anche su questo punto il Comitato è stato ampiamente ragguagliato nel corso delle altre audizioni. Anch'io desidero sottolineare che la difesa della zona rossa non è stata impresa facile perché i tentativi di violarla sono stati tutt'altro che virtuali o simbolici. E su questo intento vi è stata la convergenza di tutte le anime del Genoa social forum o di gran parte delle anime del Genoa social forum. Non solo l'imponente massa delle tute bianche ha sferrato un massiccio attacco con strumenti di ogni tipo agli sbarramenti di via XX settembre con l'inserimento di gruppi dei black bloc ed altre componenti dell'ultra sinistra, ma vi sono stati ripetuti tentativi di abbattimento e superamento delle barriere da parte di altre migliaia di manifestanti in piazza Dante e in piazza Corvetto, che erano state occupate da aggregazioni prevalentemente pacifiche. Solo il comportamento di grande professionalità delle forze dell'ordine, la fermezza ed il senso di responsabilità dei dirigenti dei servizi hanno evitato che i dimostranti dilagassero nella zona rossa, respingendoli con decisione, ma senza eccessi nell'uso della forza. E, ancora, le forze dell'ordine, nonostante le pressioni descritte, hanno assicurato il diritto di manifestare il dissenso con iniziative contestuali, quelle delle manifestazioni di dissenso ovviamente, interferenti e spesso provocatorie,


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e tutto ciò ad una moltitudine imponente ed eterogenea. Che cosa avrebbero dovuto fare per impedire o ridurre i danni delle devastazioni dei black bloc?
In diversi dei quesiti posti dagli onorevoli parlamentari, in occasione delle precedenti audizioni, si lamentano proprio la asserita inerzia o i ritardi dei reparti contro i black bloc e, di converso, la durezza del tutto ingiustificata contro manifestanti pacifici. Così come si vanno ripetendo in questi summit internazionali gli incidenti, altrettanto si vanno ripetendo le critiche sul comportamento della polizia. A Seattle essa venne accusata esattamente delle stesse cose, cioè di aver assistito passivamente alla violenza dei black bloc contro le proprietà private e contro gli stessi mezzi della polizia (diverse auto della polizia infatti furono date anche lì alle fiamme), e al contrario di non aver mostrato alcuna pietà contro quanti manifestavano pacificamente il dissenso, tanto da provocare ad alcuni di loro gravi lesioni. Da fonti aperte, prevalentemente di area militante, si apprende che per i fatti di Nizza il prefetto delle Alpi marittime è stato accusato di aver scatenato contro i manifestanti una azione repressiva estrema. Anche in quel caso la polizia avrebbe commesso brutalità. In precedenza a Praga il movimento antiglobalizzazione, evidentemente secondo un clichè di manipolazione ed enfatizzazione delle notizie, aveva accusato la polizia di essere intervenuta con arresti a caso al termine delle manifestazioni e di aver sottoposto i fermati a violenze ed abusi di ogni tipo nelle caserme e nelle carceri.
Di certo non si può non convenire in via di principio con gran parte dell'opinione pubblica che invocava maggiore determinazione delle forze dell'ordine contro i devastatori e si deve anche ammettere che vi sono stati talora ritardi o lentezze nella movimentazione dei reparti, dovuti però anche a situazioni oggettive come la più volte evidenziata tortuosità


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della rete viaria della città. Ma c'è anche da chiedersi quali sarebbero state le conseguenze di una azione più aggressiva. Valeva veramente la pena di creare situazioni di grave rischio per l'incolumità dei manifestanti in genere ed anche degli appartenenti alle forze dell'ordine per salvare dei beni materiali?
Del resto, gli incidenti di Göteborg avevano dimostrato che questi timori non erano infondati: la polizia di un paese tollerante e democratico è stata a tal punto frastornata dalla violenza da far ricorso all'uso delle armi da fuoco in situazioni di pericolo non certamente assimilabili, per quanto è possibile vedere, a quelle di piazza Alimonda. Mentre in quei giorni le immagini scorrevano sul monitor, grande è stato il mio rammarico di vicecapo della polizia e di cittadino nel vedere imperversare sui beni della nostra collettività la furia dei black bloc, e forte il mio dispetto per il mancato successo di certe manovre; mi ha anche consolato constatare che, forse, per la prima volta in Italia i reparti delle forze dell'ordine non erano vittime di certi meccanismi di reattività rabbiosa ed incosciente. Non venivano risucchiati nel vortice, ma intervenivano compatti con ordine e lucidità e dosando l'uso della forza anche nei movimenti difficili degli assalti di massa alla zona rossa. Se non fosse stato così, Genova avrebbe potuto essere teatro di ben più gravi incidenti.
Nonostante tutto, Genova ha dimostrato che la polizia italiana, grazie all'impegno del dipartimento in tema di addestramento del personale ed aggiornamento delle risorse, ha fatto passi in avanti, nel contenimento di un fenomeno che ha messo (e seguirà a mettere) a dura prova le polizie di altri paesi di avanzata democrazia come il nostro e, se i progetti avviati potranno essere portati a compimento, le prossime occasioni vedranno senz'altro superare le lacune evidenziate.


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La polizia di Stato, infatti, come ha ampiamente dimostrato la storia recente del nostro paese, possiede, in virtù del proprio status e della formazione dei propri quadri dirigenti, la capacità e la duttilità necessarie per interpretare le nuove dinamiche sociali e per adeguare le risposte sotto il profilo del mantenimento dell'ordine pubblico.
Per quanto riguarda i lamentati eccessi da parte di singoli operatori ai margini negli interventi dei reparti, non solo me ne dolgo, personalmente, per gli sforzi fatti per evitarli, ma auspico che, se saranno accertate responsabilità, esse vengano perseguite. Trovo, però, quanto meno irragionevole che vengano prese a pretesto per mortificare le forze dell'ordine nel loro complesso. Fatti episodici non legittimano, poi, a trarre l'altra facile conclusione che sia solo la polizia italiana, tra quelle dei paesi civili e democratici, a macchiarsi di tali colpe. Anche appartenenti ad altre polizie, che vantano tradizioni di professionalità e tolleranza, hanno avuto ed hanno problemi di questo tipo, senza che nessuno abbia osato generalizzare, nella pur giusta condanna dei colpevoli, con il rischio grave di incrinare quel rapporto di fiducia che, nei paesi come il nostro, deve intercorrere tra società civile e forze dell'ordine.
Sulla perquisizione alla scuola Diaz, desidero precisare, anche in questa sede, di non avere né sollecitato né promosso alcuna iniziativa al riguardo, né, tanto meno, di aver dato direttive sulle modalità dell'intervento. Ho condiviso, però, sia pure con qualche timore e perplessità, la considerazione che essa non potesse essere dilazionata. Qualcuno, forse, ricorderà che il giorno dopo rilasciai un'intervista al TG1 e al TG2, dando l'impressione di assumermi in toto la paternità delle operazioni. Le interviste non furono, ovviamente, una mia iniziativa, ma rispondevano all'avvertita esigenza di difendere


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l'operato delle forze dell'ordine, rispetto all'accusa di aver fatto una perquisizione illegale, come in quelle ore si sosteneva.
È ovvio, però, che seguii la vicenda preoccupato, non solo per l'operazione in sé, ma anche per i riflessi che essa avrebbe potuto avere sull'ordine pubblico, considerato che alcune migliaia di manifestanti, i quali sostavano ancora nei pressi della stazione di Brignole per lasciare la città, avrebbero ben potuto accorrere alla scuola e dar luogo ad incidenti, come era accaduto a Goteborg. Per questo motivo, mi sentii, in primo luogo, di consigliare al questore di ricorrere - sono stato io - all'unità speciale del reparto mobile di Roma, che dava maggiori garanzie di tenuta e professionalità sul piano dell'ordine pubblico, tenuto conto che i suoi componenti, oltre ad aver avuto un accurato addestramento, erano stati selezionati anche sulla base di doti di equilibrio emotivo e capacità di controllo della propria impulsività. In secondo luogo, richiesi al funzionario di pubblica sicurezza, incaricato nell'ordinanza del questore di coordinare i servizi di ordine pubblico nella «zona rossa», di recarsi sul posto, per informarmi tempestivamente nel caso in cui l'operazione avesse suscitato le temute reazioni.
Signor Presidente ed onorevoli membri del Comitato, nonostante l'amarezza per il provvedimento che mi ha colpito (ma certo di uscire da questa situazione per poter ancora servire), sento, come ex vice capo della Polizia, di dovere testimoniare con forza, ancora una volta, i meriti della Polizia di Stato e di dovere esaltare il contributo che essa ha dato alla crescita di questo paese, quale insostituibile presidio dei valori della democrazia e della civile convivenza. Per i fatti di Genova, non ho alcuna esitazione a ribadire la mia piena assunzione di responsabilità per il comportamento complessivo degli uomini delle forze dell'ordine, che è stato - ripeto -


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meritevole di apprezzamento. Molta gratitudine esprimo ai componenti il Comitato per avermi dato questa opportunità e per avermi ascoltato.

PRESIDENTE. La ringraziamo molto. Abbiamo chiesto una copia della relazione al suo collaboratore insieme agli allegati, che immagino non abbiano carattere di riservatezza.
Il seguito dell'audizione è rinviato alla seduta di domani, mercoledì 29 agosto, alle 9.

La seduta termina alle 20,30.