PARLAMENTO ITALIANO

Seduta di martedì 29 agosto 2001



Seguito dell'audizione del prefetto Ansoino Andreassi

Audizione del colonnello Salvatore Graci, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova

Audizione del dottor Pasquale Zazzaro, responsabile Sala radio Questura di Genova

Audizione del dottor Alfonso Sabella





BOZZA NON CORRETTA

COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

COMITATO PARITETICO

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledì 29 agosto 2001


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La seduta comincia alle 9,15.

Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Seguito dell'audizione del prefetto Ansoino Andreassi.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, il seguito dell'audizione del prefetto Ansoino Andreassi.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Passiamo agli interventi dei colleghi che hanno chiesto di parlare.

CESARE MARINI. Grazie, presidente. Premetto che ho ricavato, fra gli argomenti esposti dal dottor Andreassi, l'impressione di un'opinione non esatta, in base alla quale una parte del Parlamento sarebbe propensa a demonizzare la


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Polizia e le forze dell'ordine. Mi è parso che la ricostruzione dei fatti tracciata dal prefetto sia stata una specie di difesa corporativa della Polizia: vorrei far rilevare che ci troviamo d'accordo con le parole pronunciate più di una volta dal presidente Violante, quando ha affermato che la Polizia è un patrimonio dello Stato; per tale motivo, al di là delle varie posizioni politiche che i gruppi esprimono, gli episodi negativi che possono accadere devono essere perseguiti proprio perché nel suo insieme, nella quasi totalità, la Polizia svolge funzioni pubbliche che sono a carico dello Stato, che riteniamo essenziali e che apprezziamo.
Tutto il ragionamento del prefetto, però, prescinde da alcuni dati: il primo riguarda il fatto che è indiscutibile che vi sia stata una frangia minoritaria del popolo anti-global che è arrivata a Genova per esprimere comportamenti violenti e per devastare la città; si tratta di un dato incontrovertibile e siamo tutti d'accordo nel ritenere che, allorquando avvengono fatti di tal genere, espressioni di violenza pura, vi deve essere una ferma risposta da parte dello Stato, sia in termini di prevenzione che di punizione per quanti si rendano responsabili. Per la verità, nutrivamo perplessità circa il sistema di prevenzione, perché avevamo assistito alla ripetizione di alcuni episodi (che il prefetto ha citato ed è quindi inutile ripetere): ci è parso che quel sistema di prevenzione non abbia funzionato pienamente, salvo l'organizzazione dell'ordine pubblico per quanto riguarda la zona rossa, senza dubbio encomiabile: su ciò non abbiamo nulla da aggiungere. Il movimento anti-global è complesso, comprende ampie frange pacifiste: in merito alle forme in cui si sta realizzando la globalizzazione, forze sane della società esprimono le proprie opinioni (basti pensare alla funzione della Chiesa e dei cattolici). Ho l'impressione che, soprattutto da parte dei vertici (quindi anche da


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parte sua, signor prefetto), non ci sia una consapevolezza piena della differenza tra i violenti, che devono essere isolati e repressi, e la massa che deve essere tutelata: ci è apparso che non lo sia stata.
La terza questione riguarda il dato indiscutibile che nella perquisizione della scuola Pertini ed all'interno della caserma Bolzaneto siano avvenuti fatti fuori dalle garanzie di legalità: lei, signor prefetto, non può sottacerli perché, in questo modo, non rende un buon servizio alla Polizia ed alla democrazia. Ho apprezzato, pur essendo stato critico, le parole del dottor De Gennaro, che ha affermato che ci sono stati degli eccessi che saranno perseguiti. Vorremmo una risposta precisa perché lei, signor prefetto, nella sua veste di vicecapo della Polizia, non può tacere su tale punto: quando i poliziotti nascondono il viso mentre operano una perquisizione, significa che vi è l'intenzione di comportamenti illeciti. La Polizia deve dare una risposta ferma e chiara: questi comportamenti sono fuori dalle regole democratiche, non sono ammessi e saranno perseguiti. Vorrei conoscere il punto di vista del signor prefetto su tali questioni.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Senatore Marini, credo di avere troppo rispetto per il Parlamento, per i partiti politici e per i movimenti, per accusarli di aver demonizzato un'istituzione quale la Polizia. Non ho detto ciò, ma ho denunciato che esiste questo rischio: so bene quale sia la considerazione che il Parlamento nutre per le forze di Polizia, che sono una risorsa per il paese, e credo di aver messo bene in luce questa mia convinzione. Ho parlato di tale rischio in relazione a fatti che sono avvenuti in altri paesi dove non mi sembra che, nonostante comportamenti altrettanto criticabili tenuti dalle forze di polizia, si siano verificati attacchi all'operato delle forze dell'ordine, così da ingenerare l'idea che non si volesse


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attaccare soltanto chi aveva sbagliato, ma la Polizia nel suo complesso.
Ho voluto soltanto precisare questo punto, convinto, assolutamente convinto, che in questo Comitato si trovino i massimi difensori delle istituzioni e tra le istituzioni, o gli organismi che le rappresentano, c'è anche la Polizia.
Altrettanto devo dire per quanto riguarda la nostra idea su come fosse composto il Genoa social forum. Mi sembra di essere stato abbastanza preciso. Siamo ben consapevoli, siamo stati sempre ben consapevoli che il Genoa social forum era costituito, è costituito, da una maggioranza non violenta che ha il diritto di manifestare il proprio dissenso sui temi della globalizzazione, così come siamo stati sempre abbastanza coscienti che all'interno di questo complesso di associazioni si è mosso, si muoveva, all'estero ed in Italia, anche una minoranza violenta. Su tale aspetto non ci sono mai stati dubbi da parte nostra, tant'è vero che nell'esordio della mia relazione si parla addirittura di infiltrazione parassitaria di gruppi violenti e di formazioni eversive in quel movimento. Mi sembra di essere abbastanza incisivo sotto questo profilo. Credo poi di aver dato contezza di che cosa siano composte queste minoranze violente dicendo che, almeno a Genova, esse non sono state costituite soltanto dai black bloc, ma anche da spezzoni dell'autonomia di classe.
Arrivo all'ultimo punto, quello più dolente: la perquisizione alla scuola Diaz. Lei ha ragione, occorre fare assolutamente chiarezza su questa vicenda. Cerco allora di puntualizzare meglio quali sono state le tappe di questo processo che hanno portato poi agli eccessi da lei ricordati e che io stesso sono il primo a condannare. Mi auguro che la magistratura faccia luce quanto prima e mi auguro che le inchieste amministrative facciano altrettanto. Non a caso ho dato atto di essere stato


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quanto mai sensibile sotto questi profili e lei troverà allegata alla mia relazione anche questa famosa carta, questo famoso decalogo, che è stato un po' il mio pallino fisso e cioè le indicazioni che bisognava dare al personale per evitare che ci fossero brutalità ed eccessi. Quel vademecum distribuito al personale contiene alcuni consigli che sono tratti da questo mio decalogo. Il vademecum è stato fatto in quella forma - e posso esibire anche le prove perché ci sono delle carte in proposito - perché l'ho sollecitato io, costituendo al dipartimento un gruppo di lavoro con il compito di elaborarlo. Ritornando alla vicenda, si manifestò l'esigenza di intervenire all'interno della scuola Diaz perché c'era stato quel precedente, cioè quel passaggio di nostre pattuglie e i lanci di oggetti contro di esse. Allora, assumendomi forse responsabilità che vanno ben al di là del mio mandato - perché per me il mandato era concluso, le manifestazioni erano finite, il mio compito, a volerlo dilatare, era quello dell'ordine pubblico, non quello delle perquisizioni, né quello degli arresti -, convenni sulla impossibilità di dilazionare questa operazione, perché, o si faceva subito, oppure era inutile aspettare l'indomani mattina, dopo quello che era successo: se ne sarebbero andati tutti. E, se era vero che all'interno della Diaz c'erano dei violenti, bisognava intervenire. Si trattava, però, non di una semplice perquisizione di polizia giudiziaria, perché non si può sostenere che fosse come andare a recuperare delle autoradio rubate; si trattava, piuttosto, di un'operazione oggettivamente delicata e complessa perché prima di tutto si inseriva nel clima di una giornata di scontri e poi perché era oggettivamente rischiosa, anche per i riflessi che poteva avere sull'ordine pubblico. Per questo suggerii al questore di consultarsi con il capo della polizia. Seguirono delle telefonate tra il questore e il capo della polizia; seguirono probabilmente, ma bisognerà


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poi chiederlo agli interessati, telefonate anche fra La Barbera e il capo della polizia. A quel punto il mio compito era finito e, ancora, ho dato atto già di essere intervenuto soltanto, e mi assumo anche le responsabilità di questo - l'ho detto ieri -, per suggerire di ricorrere all'unità speciale del reparto mobile di Roma, perché dal punto di vista dei metodi di selezione usati nel reclutare e nel formare questa squadra e per il tipo di addestramento ricevuto, era questa la squadra che mi dava maggiori garanzie rispetto ai riflessi che l'operazione poteva avere sull'ordine pubblico. Non ho mandato l'unità speciale per fare l'irruzione; questo non l'ho detto, ma mi sembrava scontato. L'irruzione la potevano fare altre componenti presenti sul posto e in particolare i reparti prevenzione e crimine che hanno un addestramento specifico sotto questo profilo. Non ho partecipato alla riunione operativa perché, come ho detto, per me la situazione era ormai altrimenti gestita e, quindi, non so quali siano state le decisioni assunte sul posto.

GRAZIELLA MASCIA. Anch'io volevo tornare alla vicenda della scuola Diaz. Il prefetto ha già fornito ulteriori spiegazioni con la risposta che ha dato al collega, ma volevo insistere su un aspetto: il bilancio di questa perquisizione è stato di 93 persone arrestate, peraltro tutte con l'accusa infondata di associazione per delinquere, e su questo vi è notoriamente già una discussione, una polemica sull'opportunità e sulla legittimità. Inoltre, vi è stato il 70 per cento di persone refertate tra coloro che sono stati fermati. Alla luce di ciò, delle perplessità che lei ci conferma ora di avere espresso per le ragioni qui ribadite, suggerendo appunto che fosse il nucleo antisommossa ad intervenire per le motivazioni che ha detto, ripeterebbe il suo suggerimento in considerazione? Perché ieri ci è stato anche riferito che il dottor Canterini è stato colui che ha suggerito addirittura l'uso del lacrimogeni. Non riesco


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a comprendere come si sia potuto pensare di impiegare un nucleo operativo dotato di quelle caratteristiche in una perquisizione estremamente delicata (non si trattava di recuperare autoradio) dopo riunioni di cui ci è stato dato un resoconto abbastanza soddisfacente ed articolato.
La seconda questione riguarda il nucleo speciale antisommossa, istituito recentemente, che è stato addestrato a Ponte Galeria per l'uso dei manganelli Tonfa da tre istruttori di Los Angeles. Come certamente saprà, l'articolo 30 della legge n. 121 del 1981, che ha riformato la pubblica sicurezza, prevede che per disciplinare l'uso delle armi in dotazione alla polizia, compresi gli sfollagente, si provvede con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri; in ogni caso, anche nella fase di sperimentazione, è necessario un decreto ministeriale. Vorrei sapere se è stato emanato e se eventualmente sia possibile averne una copia. Nel dossier fornito dal capo della Polizia si fa riferimento solo alle pallottole di gomma, che non sono state impiegate, essendo necessaria una procedura dai tempi tecnici molto lunghi. In questo caso, è stato possibile provvedere, sebbene non si fornisca copia del documento.
Vorrei conoscere il ruolo di Valerio Donnini nella selezione e nell'addestramento del nucleo speciale antisommossa e il suo incarico a Genova durante il vertice.
Ritengo che la preparazione, la modalità e la selezione degli interventi in piazza per garantire l'ordine pubblico, di cui ieri lei ha parlato, siano assolutamente apprezzabili per l'articolazione, il ragionamento e l'efficacia mirata; lei ha altresì parlato del decalogo che è stato predisposto e dell'opportunità di accerchiare senza caricare, anche se poi, alla luce dei fatti, tutto quello che era stato previsto non è stato realizzato.


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Bisogna dare una risposta, non essendoci, a suo avviso, soltanto ragioni tecniche, per comprendere quale possa essere comunque la causa tecnica che non ha funzionato.
Ha espresso, inoltre, considerazioni sulle situazioni precedenti, da Seattle a Praga e da Nizza: a Genova, però, le dinamiche ed i contesti sono stati diversi. È vero che le forze dell'ordine hanno picchiato dovunque - tutti se ne lamentano - ma a Genova, in particolare il giorno 21, hanno avuto luogo dinamiche inedite. In questo caso la causa non può essere stata la zona gialla, la cosiddetta fascia «cuscinetto»? Certo, come è stato ribadito da tutti, avete difeso la zona rossa, ma è avvenuto perché per la prima volta è stata introdotta una zona «cuscinetto». E allora, probabilmente, quanto predisposto non aveva la possibilità tecnica di funzionare. Ma per quale ragione, per la prima volta (sono ventidue anni che faccio manifestazioni), la polizia non ha aperto il corteo del giorno 21 luglio? Il questore è stato molto confuso, confermando che la manifestazione è avvenuta fino ad un certo punto, ma in seguito le disposizioni sono cambiate: vorrei capirne le ragioni tecniche.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Credo di non dover ritornare sull'argomento della scuola Diaz, essendo stati già affrontati tutti punti che lei stessa avrebbe voluto riproporre. È giusto questo? O esisteva ancora qualcosa da chiarire?

GRAZIELLA MASCIA. L'utilizzazione del nucleo antisommossa.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Penso di essere stato abbastanza chiaro. Consideravo scontato, infatti, che il reparto mobile non fosse usato per compiere una perquisizione, essendo una regola di comportamento e di utilizzo delle nostre


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unità. Ma, non essendo andato sul posto, non conosco quali condizioni abbiano indotto ad usarlo per compiere l'irruzione.
Valerio Donnini ricopriva l'incarico di direttore di un comando logistico che avevamo dislocato, fin dai primi di luglio, a Genova, per sgravare il questore della gestione riguardante i problemi di ordine logistico sia attinenti all'acquartieramento del personale sia alla gestione pratica dei servizi; era inoltre esperto di problemi di ordine pubblico e nell'impiego di unità specializzate - i reparti mobili - avendo per anni maturato una lunga esperienza in questo settore. Donnini è inserito nella direzione degli affari generali, deputata ad occuparsi propriamente di tali problemi, con una duplice veste: oltre ad essere investito di questo compito particolare, rimaneva e rimane un utile consigliere per l'impiego dei reparti mobili nell'ordine pubblico.

GRAZIELLA MASCIA. Anche per quanto riguarda l'addestramento?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Donnini ha vigilato anche sull'addestramento.
E ora veniamo alla domanda sui manganelli Tonfa. Effettivamente, come ha già ricordato, sono arrivati gli istruttori della polizia di Los Angeles per insegnare l'uso di questo sfollagente un po' particolare, che non solo serve per offendere ma anche per difendersi e che, se non se ne conosce l'uso, si rivela uno strumento inutile.
Sono stato io a scrivere una lettera al capo della Polizia di Los Angeles, lo sceriffo, dopo aver fatto svolgere un sondaggio negli Stati Uniti d'America al nostro ufficiale di collegamento. È stato deciso di usare tale armamento, almeno in via sperimentale, per una unità particolarmente selezionata, perché i carabinieri già lo adottavano e perché è uno


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strumento abbastanza diffuso tra altre forze di polizia.
Dopo aver compiuto questo sondaggio, abbiamo trovato disponibile, nei tempi ristretti a nostra disposizione, la polizia di Los Angeles; sono così venuti tre istruttori americani che, in circa una settimana, hanno insegnato l'utilizzo di questo strumento.

LUCIANO VIOLANTE. In che cosa consiste la differenza tra il normale manganello ed il Tonfa?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il manganello Tonfa, come ho detto prima, non è solo uno strumento di attacco, ma anche di difesa, perché facendolo ruotare sul manico di cui è dotato - il Tonfa ha la forma di una elle, con una gamba molto corta, quella dell'impugnatura, ed una molto lunga che avanza sia alla testa sia alla coda dell'impugnatura stessa - può essere steso sul braccio ed essere utilizzato per ripararsi dai colpi. Può inoltre essere utilizzato per immobilizzare chi oppone resistenza, perché agendo in una certa maniera esso si può inserire, dalla schiena, tra le braccia della persona da fermare ed immobilizzarla; essendo rigido, lo strumento non consente al soggetto fermato di liberarsi facilmente.

GRAZIELLA MASCIA. Per quanto riguarda il decreto relativo all'acquisto dei manganelli Tonfa?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Mi riservo di produrre il decreto, perché si tratta di un atto emanato dalla direzione centrale degli affari generali alla quale facevo prima riferimento. Mi riservo di produrlo perché ovviamente esiste. Quanto agli altri quesiti de lei posti, ho ammesso che, nonostante tutti i nostri buoni propositi e le ripetute pianificazioni, i servizi non hanno poi prodotto i risultati desiderati


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o meglio sperati. Di ciò mi sono rammaricato molto per una serie di ovvi motivi. L'elemento che ha determinato maggiormente tale mancanza è stata la mobilità dei reparti, o meglio la lentezza - devo ammetterlo - dei movimenti dei reparti rispetto all'estrema mobilità dei gruppi che stavano devastando la città. Devo però ricordare - anche questa volta senza voler criminalizzare in maniera semplicistica ed approssimativa tutto un intero movimento - anche la facilità con cui questi gruppi - chiamiamoli brevemente black bloc - si sono potuti muovere all'interno delle manifestazioni ufficiali, al punto che molto spesso l'intervento non è stato reso possibile perché c'era il rischio di travolgere anche chi manifestava in maniera pacifica.
Questi motivi, in aggiunta alla tortuosità delle strade di Genova e alla difficoltà legata al fatto di impiegare su un teatro particolarmente complesso e sotto lo stimolo di certi eventi, reparti convenuti là da tutta Italia, credo che abbiano costituito la premessa per quelle défaillance che, purtroppo - devo ammettere - si sono verificate e delle quali mi sembra di essermi assunto la responsabilità come vicecapo della Polizia.

GRAZIELLA MASCIA. Perché non c'era la Polizia in capo al corteo?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Abbiamo privilegiato una precisa linea di condotta, quella cioè di camminare per linee interne rispetto al corteo, perché in questo modo la sicurezza dello stesso veniva ugualmente garantita (e forse lo era ancor di più nei confronti degli attacchi che potevano venire da monte).

GRAZIELLA MASCIA. Per la prima volta nella storia...!


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Onorevole, non sono nemmeno sicuro se questa forza di testa fosse a 30 metri, a 50 metri o a 100 metri, perché questo non l'ho visto.

GRAZIELLA MASCIA. Neanche io!

FABRIZIO CICCHITTO. Nella sua relazione non ho trovato una difesa corporativa della Polizia; anzi, da questo punto di vista la ringrazio perché ci ha fornito una visione complessiva e generale sia del GSF sia della vostra linea di condotta il che ci consente di compiere un passo in avanti rispetto alla valutazione degli avvenimenti. Questa è anche la ragione per cui, pur riconoscendo l'esistenza di alcuni punti critici nella gestione dei fatti verificatisi a Genova, ci mostriamo solidali con il comportamento complessivo delle forze dell'ordine.
La discussione che ora stiamo svolgendo sui manganelli Tonfa pone, a mio avviso, i problemi in termini troppo generali e spiccioli: le forze dell'ordine, infatti, si sono dovute confrontare non con normali manifestanti, che magari gridano slogan molto forti ma che comunque non picchiano, ma con gente armata di spranghe di ferro; credo che dalle vostre analisi sia emerso come il manganello tradizionale rispetto alla spranga di ferro, diciamo così, abbia alcuni problemi sia in termini difensivi che offensivi. Ecco la questione da considerare!
Ricordo inoltre una sua relazione presentata alla Commissione stragi tre o quattro anni fa, proprio in relazione ai primi elementi di questa nuova tipologia di contestazione. Il rilievo critico eventualmente da sollevare consiste allora nel constatare come l'analisi da lei svolta, non solo come studioso ma anche come dirigente delle forze dell'ordine, non abbia trovato una piena traduzione sul piano della ristrutturazione rispetto ai nuovi problemi che si presentavano.


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Le domande che intendo rivolgerle sono le seguenti: innanzitutto, è emerso da tutte le audizioni di ieri una gestione complessa del corteo, finanche una gestione politica, in quanto parlamentari ed esponenti politici hanno preso parte al corteo stesso. Qualche eco di ciò la troviamo anche nelle parole dell'onorevole Mascia: alcuni vi hanno chiesto di posizionare le forze dell'ordine in testa al corteo, altri di spostarle e così via. Ricordo che sono state sollevate altissime contestazioni in riferimento alla presenza dell'onorevole Fini, che era andato in visita alle forze dell'ordine impiegate a Genova: emerge invece che vi è stata una presenza molto più preponderante, significativa, incisiva di un numero imprecisato di parlamentari - di cui vorremmo sapere nomi e funzioni - che davano input alle forze dell'ordine su come gestire il corteo. Questo ci sembra un elemento straordinario, e vorremmo quindi sapere chi sono questi parlamentari che chiedevano che le forze dell'ordine stessero in testa al corteo, a metà corteo e così via, in quanto anche da un testo che ci è stato consegnato dal dottor La Barbera abbiamo appreso come gli stessi si trovassero nel cuore di un corteo, diciamo così, abbastanza armato.

MARCO BOATO. Non è una domanda!

FABRIZIO CICCHITTO. Scusa Boato, io non ti interrompo mai: sei quindi pregato di fare altrettanto.
Seconda domanda: emerge - mi sembra - che il processo decisionale fosse stato più complesso di come ce lo ha rappresentato, qualche tempo fa, il dottor De Gennaro.
Il dottor De Gennaro ci ha spiegato che tutto era delegato alle autorità locali, cioè al prefetto e al questore. D'altra parte, la presenza di due dirigenti di alto livello come lei e come La


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Barbera mette in evidenza che il processo decisionale è stato più complesso e ciò, forse, ha provocato anche alcune complicazioni; alcune di queste ho l'impressione si siano verificate anche nel caso della Diaz. In quest'ultimo caso mi sembra non sia stato chiaro il processo decisionale perché due dirigenti di alto livello come lei e come il dottor La Barbera, ad un certo punto, hanno espresso alcuni dubbi sulla realizzazione, ma la cosa è andata avanti lo stesso.
Capisco, pertanto, che lei dica di non aver avuto questo compito fino alla fine. Il dottor La Barbera ce lo ha detto in modo più incisivo, ma questo problema si pone.
Terza domanda, che si ricollega alla prima: Napoli e ciò che è accaduto (l'onorevole Bassanini lo sa bene perché, se non sbaglio, era un convegno organizzato da lui) è stata, in piccolo, Genova, sia per il numero dei manifestanti sia per il numero delle forze dell'ordine. Se non erro, il rapporto era di 20-30 mila a 7 mila. Tuttavia, se leggiamo nuovamente i giornali di Napoli ricorderemo che ci fu un attacco alle forze dell'ordine, ci fu una risposta da parte di queste ultime e polemiche violentissime di un settore politico sul modo in cui era stato gestito l'evento. Non fu istituita una Commissione di indagine perché l'opposizione di allora non la chiese, anche se le componenti erano simili.
Napoli, quindi, non ha rappresentato per voi un campanello d'allarme che vi doveva porre dei problemi ulteriori rispetto a quelli che vi siete posti?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Per quanto riguarda l'intervento dei politici nella grande manifestazione del 21 luglio, ce ne erano molti, come credo sia normale in circostanze del genere. Non ho avuto alcun particolare contatto con i politici intervenuti in quei giorni alle manifestazioni. Ho avuto, invece, un incontro in questura con una delegazione, di cui mi sembra


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facesse parte anche l'onorevole Mascia, la sera in cui morì Giuliani.

GRAZIELLA MASCIA. Io non c'ero.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Erano presenti altri parlamentari di Rifondazione e credo anche esponenti dei Verdi. La delegazione era condotta da Paolo Cento.

MARCO BOATO. Dall'onorevole Cento.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Vennero perché si erano verificati quegli eventi drammatici. Vollero avere un incontro con me e con il questore; commentammo un po', sulla base delle prime notizie, ciò che era accaduto a piazza Alimonda. Ricordo che successivamente mi esibirono alcuni bossoli per chiedermi a quali armi appartenessero; accertammo poi che si trattava di bossoli dei lanciagranate, dei lancialacrimogeni dei carabinieri (Commenti del deputato Ascierto).

PRESIDENTE. Colleghi, abbiate pazienza......!

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Quindi, i miei contatti con i politici, intervenuti in quei giorni nelle manifestazioni di Genova, si limitano a ciò; ricevetti poi anche in questura, insieme al questore, la visita dell'onorevole Fini che durò un quarto d'ora.
Per quanto riguarda Napoli, riconosco che ha costituito un campanello di allarme; lo doveva essere ancora di più anche per le smagliature che vi sono state in sede di intervento dei reparti. Ricorderete tutti che anche a Napoli sono state lamentati eccessi da parte della Polizia e che tra questi eccessi, disguidi o inadeguatezze dei servizi di ordine pubblico si disse anche che la Polizia aveva caricato in piazza Municipio, senza


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lasciare possibilità di fuga ai dimostranti. In quella circostanza, soprattutto, si sarebbero verificati alcuni eccessi assolutamente deprecabili. Certamente abbiamo tenuto tutto ciò presente.
Tuttavia, a Genova, non si sono riprodotte esattamente le stesse situazioni di Napoli; ogni situazione di ordine pubblico è, infatti, diversa dall'altra poiché sulla gestione dell'ordine pubblico incide molto anche la conformazione e l'assetto della città. Un conto è gestire l'ordine pubblico a Quebec City o a Washington, dove le strade sono larghe e diritte; un conto è gestirlo a Genova o a Napoli.
Per quanto riguarda il processo decisionale sulla perquisizione alla scuola Diaz, voi mi scuserete se torno a ribadire quanto affermato precedentemente. Mi sembra di essere stato abbastanza chiaro: dopo avere espresso alcuni timori su quella operazione che, comunque, andava fatta, ho ritenuto di non aver più alcun ruolo nella vicenda e non lo ho avuto, se non nei termini che ho precisato prima e cioè nel suggerire l'uso di quel reparto per i riflessi che la situazione poteva avere sull'ordine pubblico: a Brignole, infatti, vi erano migliaia di persone in procinto di partire, che avrebbero potuto rifluire lì per tornare a creare incidenti.
Ho ricordato anche che il giorno dopo - mi sembra - rilasciai alcune dichiarazioni alla televisione, al TG1 e al TG2, per spiegare soltanto che quella non era stata una perquisizione illegale perché ricorrevano gli estremi di applicazione dell'articolo 41 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza; le rilasciai evidentemente per spirito di disciplina, non certamente per esibirmi in un momento così difficile e drammatico davanti ai telespettatori.

MARCO BOATO. Vorrei fare una precisazione, chiedendo inoltre scusa all'onorevole Cicchitto per averlo interrotto, cosa


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che generalmente non faccio. Dal momento che più volte è stato indicato da qualche collega - in particolare, da ultimo, dall'onorevole Cicchitto, ma anche l'onorevole Ascierto lo fa regolarmente - il problema della presenza dei parlamentari alla manifestazione del 21 luglio, come del resto anche a quella del 19 luglio, credo che questo sia un fatto acclarato, pubblico, legittimo, preannunciato e che non ha nessun riflesso con l'attività che noi stiamo svolgendo.

PRESIDENTE. Onorevole Boato, questa è però una sua idea; non conta assolutamente nulla. Se qualcuno di noi ritiene di sapere quale funzione abbia avuto quel parlamentare e ritiene di porre la domanda a chi è audito.... Non censuriamo nessuno. Lei faccia le domande.

MARCO BOATO. Signor presidente, io non ho censurato alcuno. Sto facendo un'affermazione su questo punto. Del resto, devo dire che il prefetto ha risposto con assoluta correttezza.

PRESIDENTE. Che si conoscano i nomi di coloro che hanno partecipato alla manifestazione sembra noto. La domanda è quale funzione abbiano avuto all'interno di questa manifestazione e se il prefetto Andreassi ne sia a conoscenza. Mi sembra che egli abbia risposto. Pertanto, passi alle sue domande.

MARCO BOATO. Signor presidente, fa bene a precisare. Tuttavia, io non ho censurato alcuno.

PRESIDENTE. Onorevole Boato, le sarei grato se formulasse le sue domande.

MARCO BOATO. Signor presidente, formulo certamente le mie domande; tuttavia, come hanno fatto alcuni colleghi, faccio anche delle affermazioni preventive.


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Per esempio, insieme all'onorevole Cicchitto, nell'autunno 1973, partecipai ad una manifestazione pubblica contro il colpo di stato in Cile.

PRESIDENTE. Onorevole Boato, questo non interessa i lavori del Comitato.

MARCO BOATO. Sicuramente, ma non vedo perché ci si stupisca di questo.

FABRIZIO CICCHITTO. Non ho domandato questo. Ho chiesto se c'era stato un intervento sulla gestione del corteo.

MARCO BOATO. Sicuramente, quando ai cortei sono presenti dei politici, non solo parlamentari, e si tratta di manifestazioni pacifiche, pubbliche e preavvisate, vi sono rapporti: ad esempio, all'epoca, con gli uffici politici della Polizia, dei quali ha fatto parte anche il prefetto Andreassi, credo a Padova.
I rapporti fra i politici e la DIGOS oggi - all'epoca si trattava degli uffici politici - sono assolutamente normali e finalizzati alla migliore gestione delle manifestazioni. Questa è una precisazione che formulo una volta per tutte, tanto più che, non essendo stato presente a Genova, non mi riguarda personalmente.
Per quanto concerne le questioni che riguardano il prefetto Andreassi, lo ringrazio per la relazione che ho ascoltato ieri e riletto stanotte con molta attenzione, dal momento che la complessità dell'analisi, anche sul piano storico-comparativo, mi sembra, nei limiti di una relazione di venti pagine, corretta ed anche utile, non solo per i lavori di questo Comitato, ma anche in una prospettiva futura riguardante l'Italia, l'Europa ed altri paesi. Da questo punto di vista, salvo approfondimenti, non avrei alcun rilievo da formulare, se non ringraziarla per la serietà con la quale ha svolto il lavoro.


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Le domande che le rivolgo riguardano una richiesta di chiarimento in riferimento al suo ruolo iniziale come coordinatore generale dell'attività di sicurezza e, successivamente, al compito di sovrintendere all'intero dispositivo di ordine pubblico. Cito testualmente le frasi riportate nella sua relazione e gli appunti al ministro con i quali vengono definiti i suoi compiti, da lei allegati.
La prego di chiarire al Comitato di indagine, per quello che può fare, come si sia svolta l'attività di coordinamento tra le varie forze di Polizia, non per aprire una polemica, ma, perché il problema del coordinamento, con le difficoltà ad esso connesse, è emerso diverse volte; nel mio primo mandato parlamentare sono stato tra coloro che hanno lavorato all'approvazione della legge n. 121 del 1981: so pertanto bene quanto ciò sia stato faticoso all'epoca e quanto sia stata faticosa l'approvazione della recente legge che ha riproposto la questione del coordinamento. So che vi sono problemi istituzionali delicati nei rapporti fra le varie forze di Polizia: fra il capo della Polizia ed altri soggetti, quali il prefetto, che hanno evidenziato i problemi che si pongono, e il questore, che ha affermato che il coordinamento tra le varie forze di Polizia è stato semplicemente perfetto, vi è, non dico un baratro, ma un certo divario.
Pertanto, la pregherei, senza polemizzare con alcuno, di procedere all'illustrazione del compito affidatole, per spiegarci quali siano stati gli eventuali problemi emersi sotto il profilo del coordinamento: ciò infatti può essere utile anche in futuro.
Le rivolgo la stessa domanda sotto il profilo delle sue responsabilità, ma anche sotto quello conoscitivo - siamo infatti qui per conoscere -, in ordine ai rapporti fra il dipartimento della pubblica sicurezza e le autorità locali di


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pubblica sicurezza. Si tratta di un tema che in qualche modo ha attraversato tutta la giornata di ieri, non soltanto nella relazione.
Un secondo ordine di questioni riguarda un'affermazione da lei fatta, e che condivido (le mie non sono contestazioni, bensì richieste di chiarimento; successivamente formulerò anche un rilievo). A pagina 17 della relazione si legge: «A Genova è successo qualcosa che trascende le responsabilità tecniche della gestione dell'ordine pubblico e che non può essere giudicato solo alla luce di questi parametri.» Personalmente sono d'accordo; le chiedo tuttavia di spiegare meglio questo aspetto: sino a che punto, secondo lei, arrivano le responsabilità tecniche e quali sono, dal suo punto di vista, le responsabilità di altra natura, che immagino essere di carattere politico?
A pagina 7 della relazione lei dice - e al riguardo non ho nulla da obiettare, dal momento che la sua previsione si è dimostrata fondata - di avere espresso sin dall'inizio la convinzione che la contestazione al summit di Genova avrebbe assunto toni ben più aspri che in altri paesi. Obiettivamente è ciò che è successo.
Le chiedo pertanto di darci una risposta maggiormente approfondita, legata non soltanto al fatto obiettivo che Genova è una città complessa dal punto di vista orografico e della topografia, ma che rappresenti qualcosa di più, in un'ottica futura, sulla discrasia fra le analisi, le previsioni e le strategie operative predisposte, compreso il decalogo - in particolare l'ultimo punto, ma non solo quello: ad esempio, il rapporto fra lo spirito di corpo e lo spirito interforze - che ci appaiono adeguate pur non essendo esperti di ordine pubblico, e la concreta attuazione, che invece non è apparsa adeguata, come da lei ripetuto più volte.


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Da ultimo, ciò che lascia perplessi - ed è l'unico punto - come sottolineato dal collega Marini e da altri, pur comprendendo che vi sia un ruolo istituzionale di autotutela, non suo personale, ma del Corpo cui appartiene e degli altri Corpi di polizia, è la vastità di tale discrasia, nel contrasto fra l'attività violenta e i molti episodi di repressione violenta nei confronti di dimostranti pacifici - e ve ne sono stati molti - ; mi sembra che, sotto questo profilo, la parte conclusiva della sua relazione mostri qualche lacuna, fino al punto riguardante la caserma Diaz, quando lei afferma che ha suggerito l'intervento del reparto mobile per le doti di equilibrio emotivo e di capacità di controllo della propria impulsività. Ebbene, 67 persone delle 93 portate via sono finite in ospedale. Figurarsi se interveniva qualcuno che non aveva doti di equilibrio emotivo e capacità di controllo della propria impulsività! Su quest'aspetto mi permetta di esternare una certa amarezza: trovo la conclusione riduttiva rispetto alla serena analisi che lei ha fatto nella complessità della sua relazione. Se lei mi consente, e lo faccio con spirito costruttivo, le fornisco la documentazione delle lettere ai giornali, comparse su tutti i giornali dal Secolo d'Italia a Liberazione, che i nostri uffici hanno predisposto. Pur non trattandosi di verità evangelica rivelata, si è in presenza però di numerose testimonianze comparse su tanti quotidiani e settimanali italiani, su cui mi pare opportuno che vi sia, al di là degli accertamenti dell'autorità giudiziaria, vi sia una riflessione ulteriore.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Forse dovevo ancora una risposta all'onorevole Cicchitto, che mi aveva chiesto cosa si è fatto per adeguare l'azione di difesa dell'ordine pubblico, tenuto conto dei segnali che io stesso avevo indicato due o tre anni fa, in Commissione stragi. Ci siamo posti subito il problema di riadeguare i nostri reparti mobili alle nuove


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esigenze, il che non è opera facile. Abbiamo poi, in prossimità del vertice, accentuato al massimo questo nuovo tipo di formazione. Seguiteranno - o seguiteremo, mi auguro - a farlo, ma certamente è un problema che ci siamo posti e che dobbiamo risolvere nell'interesse del paese.
Onorevole Boato, inizio con una battuta: io a Padova non facevo parte dell'ufficio politico. Io ero a Padova, ma lo dico anche qui con spirito di corpo. Nell'investigazione politica sono entrato attraverso i nuclei SDS di Santillo e devo dire che non c'era poi tutta questa grande simpatia con gli uffici politici, semplicemente perché questi ultimi erano gli eredi di una tradizione evidentemente informativa, mentre invece i nuclei del servizio SDS avevano un'impronta più aggressiva e più investigativa rispetto agli uffici politici, tant'è vero che furono sciolti, ma vennero sostituiti dall'UCIGOS con la riforma dei servizi.

LUCIANO VIOLANTE. Prima ci furono i NAT.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Prima ci furono i nuclei antiterrorismo, che poi vennero ribattezzati SDS da Santillo. Anche quelli di prima erano di Santillo; vennero poi cambiate solo le sigle.
Il coordinamento è un tema effettivamente molto complesso che si va agitando dalla legge n. 121 del 1981 in poi. Credo che anche qui si siano fatti molti passi in avanti: basti dire che al vertice dell'ufficio di coordinamento del dipartimento della pubblica sicurezza c'è l'ex capo di stato maggiore dei carabinieri, il generale Nunzella, ora prefetto: quindi, credo che questo sia effettivamente un segnale di grande progresso. Come ha funzionato, in concreto, il coordinamento per il G8? Direi che è partito per tempo anche attraverso quei seminari e quegli addestramenti in comune, principalmente tra noi e i


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carabinieri, che avevano lo scopo di uniformare gli standard di intervento e anche le dotazioni. Sul campo - credo che ne sia stato dato atto da parte del questore - nella sala operativa della questura di Genova era presente un ufficiale dell'Arma dei carabinieri, che era ufficiale di collegamento con la sala operativa dell'Arma stessa. Non siamo ancora pienamente in un meccanismo di sale operative interconnesse o di sale operative uniche (ma questo forse è di là da venire): certamente anche qui grossi passi avanti sono stati fatti. Quindi, credo che se non tutto è stato perfetto, ce l'abbiamo messa tutta perché i soliti disguidi derivanti dalla diversità di impostazione dei rispettivi Corpi non si traducessero poi in un danno nella gestione dell'ordine pubblico. Devo dire di aver trovato estremamente disponibili e ragionevoli sia i Carabinieri, sia la Guardia di finanza e poi - è bene forse accennarlo - anche gli ufficiali delle Forze armate presenti a Genova in numero consistente: anche questo aspetto è stato oggetto di interpretazioni diverse, spesso errate. Ci sono volute delle riunioni per mettere a punto questo dispositivo, per chiarire bene in quali casi l'intervento delle Forze armate fosse necessario e tutto è stato ricondotto alle autorità locali di pubblica sicurezza perché questo è l'organigramma. Tuttavia, ciò non vuol dire che il dipartimento volesse sottrarsi ai propri oneri, tant'è vero che io ero lì.
Non condivido le perplessità e i distinguo che sono stati fatti nei giorni scorsi, e soprattutto ieri, sulla scala gerarchica, perché il capo della Polizia è il capo della Polizia: tradizionalmente, egli è stato ed è personaggio centrale ed autorevole in fatto di sicurezza e di ordine pubblico. Su questo c'è una storia che va - se la vogliamo retrodatare fino a periodi non perfettamente assimilabili a quelli odierni - da Bocchini in poi, dall'unità d'Italia in poi, come indicato in quel quadro in


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cui i nomi dei capi della Polizia si susseguono dal primo, dopo che venne raggiunta l'unità d'Italia, a Gianni De Gennaro. Scorrendo quei nomi si vede quale è l'importanza e la centralità della figura del capo della polizia, direttore generale della pubblica sicurezza, in tema di ordine e sicurezza pubblica in questo paese.
Laddove dico che a Genova è successo qualcosa che trascende le responsabilità dell'ordine pubblico effettivamente sono un po' vago. Voglio però dire, e forse qualcosa aggiungo per rendere comprensibile il mio pensiero, che bisogna prendere atto della nascita di questo movimento transnazionale, che è - non voglio tirare fuori parole troppo grosse - fenomeno epocale. Non mi sembra che sia un fatto che vada ad esaurirsi, ma è destinato a pesare anche in futuro, e non solo sui problemi dell'ordine pubblico; questo volevo dire. Esso pone tutta una serie di problemi che sono di ordine, prima di tutto, politico, e spesso non di politica nazionale ma anzi, soprattutto, di politica internazionale. Questo aspetto bisogna tenere ben presente per non ridurre tutto ad un problema di repressione o di contenimento di violenze nell'ordine pubblico.
Credo che sia interesse anche del Genoa social forum fare completa chiarezza su tutte le spinte che si agitano al suo interno, perché certe realtà non hanno nulla a che fare - e mi riferisco soprattutto ai black bloc - con i temi dell'antiglobalizzazione. Per questa gente i temi dell'antiglobalizzazione sono strumentali; lo scopo del movimento antiglobalizzazione è ben altro ed esso sostiene altri valori rispetto a quelli di cui sono portatori i black bloc.
Quanto alla discrasia tra adeguatezza delle analisi e concreta attuazione, si tratta di un argomento che giustamente mi perseguita, perché la stessa domanda, sia pure su un terreno diverso, mi è stata rivolta in Commissione stragi a proposito


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dell'omicidio D'Antona, che è un altro caso che non sono riuscito a risolvere e che mi pesa molto. Anche in quella circostanza ci è stata rivolta la seguente domanda: come mai, nonostante le vostre analisi approfondite ed assolutamente esatte, non riuscite ad ottenere risultati concreti?

MARCO BOATO. Sono due cose incomparabili.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Sono due cose incomparabili. Lì il discorso della difesa è più facile perché - come risposi - non basta svolgere un'analisi, occorre cercare le prove. Qui la risposta mi imbarazza perché in effetti - lo ripeto - devo ammettere che le cose non sono andate nel senso sperato e, anzi, mi sono rammaricato, anche nella relazione, nel vedere che la città era in balia di gruppi violenti che non riuscivamo a bloccare. Valgono, però, gli argomenti che ho indicato anche nelle precedenti risposte.
Certamente, mi dolgo altrettanto per il coinvolgimento dei manifestanti pacifici in eccessi che - lo ripeto - ho tentato in tutti i modi di scongiurare. Ribadisco, comunque, le considerazioni che ho svolto, perché questo è un neo non solo nostro, ma, purtroppo, anche di altre polizie: su decine di migliaia di appartenenti alle forze dell'ordine è fisiologico che qualcuno non sappia tenere i nervi a posto; tutto sta nel selezionare sempre di più i contingenti. Il tema centrale dei prossimi mesi e forse dei prossimi anni riguarderà la tenuta dell'ordine pubblico così come si conviene ad un paese civile. Allora, bisogna costruire molto per arrivare a tale risultato e il primo passo è quello di procedere ad una selezione sempre più accurata di chi va a fronteggiare l'ordine pubblico. Questo è, infatti, il segno della democrazia del paese: il modo in cui


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viene fronteggiata una situazione anche grave di ordine pubblico. Riconosco che dobbiamo impegnarci molto e rapidamente in ciò per conseguire risultati di questo tipo.

LUCIANO MAGNALBÒ. Signor prefetto, desidero ringraziarla anch'io per la chiarezza, l'assunzione di responsabilità e le indicazioni che ci ha fornito senza riserve anche in relazione al ruolo del capo della Polizia che dall'unità d'Italia - come lei ha affermato - è la figura centrale per quanto concerne la sicurezza e l'ordine pubblico; ciò significa molto. La domanda che volevo rivolgerle, la più importante, era quella cui lei ha già risposto e cioè quale sarà il futuro per le forze dell'ordine e per l'ordine pubblico, attesa la differenza che esiste e che sta emergendo in questi lavori fra ordine pubblico e guerriglia urbana. Lei ci ha fornito alcune indicazioni e per ciò la ringrazio.
Innanzitutto, vorrei chiederle come mai lei fu inserito nella struttura di missione e poi non venne invitato alle riunioni del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica tenutesi proprio in merito al G8.
In secondo luogo, vorrei sapere se nel suo ruolo ebbe mai contatti con i rappresentanti delle tute bianche e, in caso affermativo, con chi.
In terzo luogo, vorrei conoscere il suo pensiero sui black bloc - un'associazione per delinquere o, quanto meno, un'associazione sovversiva (secondo quanto riportato a pagina 11 del suo elaborato) - e sulle tute bianche che «hanno sferrato un massiccio attacco con strumenti di ogni tipo agli sbarramenti di via XX Settembre con l'inserimento di gruppi dei black bloc e di altri componenti dell'ultrasinistra», nonché sul collegamento tra tute bianche, secondo ciò che è emerso, e il rapporto dei servizi segreti che già ne avevano parlato, delineandone la figura.


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Per quanto riguarda la questione concernente l'ordine pubblico e la guerriglia urbana, vorrei ricordare rapidamente che anche la guerriglia urbana è ordine pubblico. Non farei distinzioni in proposito. I reparti preposti all'ordine pubblico devono essere in grado di affrontare anche la guerriglia urbana perché così è stato in passato. La guerriglia urbana non è nata a Genova; l'avevamo dimenticata, ma aveva imperversato in Italia e in diverse città. Tutti ricorderemo il primo caso che scosse l'opinione pubblica relativo alla morte dell'agente Annarumma a Milano, nonché il famoso rapporto del prefetto di Milano Mazza che verteva proprio su questi temi. Purtroppo, o per fortuna, il paese non pensava che la guerriglia urbana potesse ritornare sulle piazze così come non pensava che il terrorismo delle Brigate rosse potesse tornare ad imperversare in Italia. Tutti, infatti, eravamo convinti di essere usciti dagli anni di piombo e che sul terrorismo avessimo riportato una vittoria, non solo sotto il profilo della repressione e del perseguimento penale, ma anche sotto il profilo politico; eravamo, cioè, convinti che il discorso della politica delle armi fosse stato cancellato per sempre dalla nostra storia. Purtroppo, due anni fa o più, ci siamo risvegliati nuovamente con il simbolo delle Brigate rosse e con alcune ritualità che credevamo fossero state eliminate per sempre.
Per quanto riguarda le modalità con cui sono stato inserito nella struttura di missione, bisogna considerare le date. Sono stato inserito nella struttura di missione con decorrenza dal 1o luglio; le riunioni del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica alle quali non ho partecipato, perché non convocato, risalgono al 16 novembre 2000, al 28 marzo 2001, al 16 maggio 2001, al 24 maggio e al 6 giugno; l'ultima riunione, quindi, si è tenuta il 6 giugno.


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Non era quella l'investitura che poteva legittimarmi a partecipare ai comitati. Avrei potuto essere egualmente convocato: non lo sono stato, di fatto. Questa è la realtà delle cose.
Per quanto riguarda i contatti con le tute bianche, ricevevo una serie di informazioni dall'UCIGOS e, mediate attraverso l'UCIGOS, anche dai Servizi sulle intenzioni delle tute bianche. Personalmente non ho avuto con loro alcun contatto, a nessun livello. Non so come il SISDE e l'UCIGOS riuscissero ad avere notizie dall'interno delle tute bianche: devo presumere attraverso infiltrazioni dentro questa compagine. Ovviamente, però, si tratta di argomenti che meritano il massimo della riservatezza perché attengono a metodi di intelligence che non rappresentano nulla di illegale, ma che, comunque, vanno tutelati.
Per quanto riguarda l'applicazione dell'ipotesi di associazione sovversiva anche per le tute bianche, ci sono stati molti problemi ad applicarla anche ai gruppi anarco-insurrezionalisti perché l'associazione sovversiva non è un'ipotesi facilmente controllabile sul piano giudiziario. Tenga conto, senatore, che vi è stato un processo a Roma, non troppo tempo fa, nei confronti di un gruppo di stampo anarco-insurrezionalista (poi si è rivelato un misto, al suo interno vi era anche della criminalità bella e buona, tant'è che tale gruppo si rese responsabile di un sequestro di persona, il sequestro Silocchi). Ebbene, molti degli imputati sono stati condannati per alcuni reati specifici, ma la Corte non ha ritenuto che sussistessero gli estremi dell'associazione sovversiva. Francamente, quindi, ritengo che proporre l'associazione sovversiva anche per le tute bianche si rivelerebbe un insuccesso totale. Bisogna, infatti, tenere presente la realtà del movimento antagonista nel quale si agitano due anime: le tute bianche, i centri sociali del nord-est rappresenterebbero quella che viene definita l'anima


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dialogante, quella della carta di Milano; dall'altra parte, invece, ci sarebbe l'autonomia di classe con punte di irriducibilità ben maggiori.

FRANCO BASSANINI. Ci ha dato una visione generale di tutta la problematica molto interessante. Vorrei farle innanzitutto qualche domanda generale. La prima è questa: lei conviene con me che gli obiettivi da perseguire in questa vicenda fossero sostanzialmente quattro? Si trattava di proteggere il G8; garantire la libertà di manifestazione, purché pacifica; evitare violenze a persone e cose; evitare violenze, anche isolate, nei confronti di persone inermi e/o arrestate. Se lei conviene che questi quattro fossero gli obiettivi, qual è la sua valutazione sul modo in cui sono stati raggiunti? Condivide che è stato raggiunto il primo in maniera assolutamente adeguata, ma gli altri tre sono stati raggiunti solo parzialmente? Forse, il termine défaillance è perfino eufemistico.
Le pongo una seconda domanda. Lei ha identificato, mi sembra molto esattamente, nel rischio di infiltrazione parassitaria di gruppi violenti il vero nodo della questione. Le chiedo: è stato fatto tutto il possibile per tenere separati i gruppi violenti dai gruppi pacifici? So che vi è, probabilmente, una zona grigia, però mi pare di capire - me lo confermi se è vero - che si fosse di fronte a qualche migliaio di violenti, a qualche migliaio di disposti a tollerare e coprire la violenza, ed a centinaia di migliaia di appartenenti a organizzazioni (penso a Pax Christi, alla Caritas, a Legambiente, ai boy scout, all'ARCI e così via) che con la violenza hanno un rapporto storico di rifiuto. È stato fatto tutto il possibile?
Ulteriore domanda. Fino ad un certo punto il Governo Amato discuteva con le organizzazioni non governative riconosciute. Da un certo punto in poi si è ritenuto - forse con una scelta giusta, non la sto criticando - di trattare con il


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Genoa social forum. In quel momento, si è tenuto conto di questa realtà complessa e si è chiesta agli interlocutori una precisa garanzia in ordine al rapporto tra gruppi e organizzazioni pacifiche - la grande maggioranza - e gruppi violenti? Il questore Colucci ci ha detto che ad un certo punto si è deciso di trattare con Casarini. Ci ha detto anche che, nel frattempo, arrivavano intercettazioni che dicevano - non so se è vero, ce l'ha detto Colucci - che Casarini prometteva pace per il 19 e guerriglia per il 20 ed il 21. Risulta anche a lei di tali intercettazioni? Sono vere? Ma, se lo sono, perché si è deciso di trattare con Casarini legittimando chi nelle intercettazioni avrebbe detto - se è vero - cose di questo genere? È importante per noi sapere se è vero. Se queste intercettazioni ci sono state, è possibile che le conoscesse il questore di Genova e non il vicecapo della Polizia che è stato delegato, ad un certo punto, dell'unità di missione?
Due ultime domande. Lei dice ad un certo punto della sua relazione: valeva la pena di creare una situazione di grave rischio per l'incolumità dei manifestanti in genere e anche degli appartenenti alle forze dell'ordine per salvare dei beni materiali? Vorrei essere chiaro, dottor Andreassi, so bene quale differenza ci sia tra l'incolumità delle persone, e, quindi, la violenza alle persone, e la violenza sulle cose. Però mi chiedo: tollerare devastazioni alle cose, in una situazione di questo genere, non costituisce l'inizio di un processo di degrado che, poi, finisce col mettere a rischio anche l'incolumità delle persone? La tolleranza che vi è stata (e che sembra emergere anche dalla sua relazione come una scelta) nei confronti delle devastazioni urbane dei black blok e forse di altri, è stata proprio una scelta giusta, col senno di poi? O non sarebbe stato meglio avere maggiore determinazione fin dall'inizio anche nei confronti della violenza sulle cose?


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Infine, Napoli. Io ero presente a Napoli. Quando è iniziata l'azione dura i manifestanti si trovavano a meno di cento metri dal teatro San Carlo, dove 1.200 delegati di 122 governi stavano svolgendo il terzo Global forum. In quel momento, vi è stata la necessità di evitare quello che era l'obiettivo evidente e quasi raggiunto da alcuni manifestanti (la zona di protezione lì era piccolissima: avevamo deciso con il prefetto ed il questore di Napoli di farla più piccola possibile per evitare disagi). Quindi, vi era una situazione che in quel momento, come dissi poi il giorno dopo in un'intervista a la Repubblica, legittimava una reazione anche abbastanza dura. Infatti, anche il primo degli obiettivi, quello che a Genova è stato assolutamente garantito (mi riferisco alla regolarità della conferenza internazionale) rischiava di essere compromesso. Questa differenza con Napoli, forse, andrebbe sottolineata.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Gli obiettivi che si dovevano raggiungere e che lei ha sintetizzato sono effettivamente quelli che si volevano e si dovevano perseguire. Indubbiamente, come è stato più volte affermato, il primo è stato egregiamente raggiunto; qualche volta, si è detto, a scapito degli altri.

FRANCO BASSANINI. Io non l'ho detto.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. No, lei non l'ha detto, ma è stato asserito in altre occasioni. Credo si sia raggiunto, nonostante tutto, tenuto conto anche delle proporzioni dell'evento, l'obiettivo di garantire la libertà di manifestazione nelle forme più varie scelte dalle diverse componenti del Genoa social forum, dalle piazze tematiche e dai luoghi di riunione del 20...

FRANCO BASSANINI. Vi sono manifestanti pacifici che sono stati picchiati, magari da altri manifestanti o dalle forze dell'ordine...


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Infatti, poi, sarei addivenuto alla trattazione degli altri due obiettivi da lei elencati, obiettivi per i quali vale l'argomento che si è fatto tutto il possibile nonostante il mancato conseguimento - da me ammesso più volte - di un pieno successo nel loro perseguimento.
Per quanto riguarda la libertà di manifestazione, torno a ribadire che, anche attraverso intese con i rappresentanti locali di alcune delle componenti del Genoa social forum, sono stati fatti grandi sforzi per dare ad ognuno il suo spazio; abbiamo, addirittura, «fatto violenza» alle nostre stesse regole di sicurezza, per consentire alla CUB di manifestare a Ponente; al corteo dei migranti del 19 luglio di poter partire dall'interno della zona gialla e di poter, poi, andare a Levante. Infine, abbiamo consentito ad ognuno, nella giornata del 20 luglio, tra i gravi momenti di tensione verificatisi, culminati nella morte di Giuliani, di esprimersi lì dove aveva chiesto di poter manifestare. Il grande corteo del 21 luglio ha avuto momenti di grande difficoltà, ad un certo punto, si è spezzato; però, la manifestazione ha avuto un suo epilogo. Credo che dobbiamo rimproverarci per diversi motivi, ma credo altresì che i principi generali di un assetto civile e democratico del paese siano stati da noi garantiti. Infatti, abbiamo consentito ai Capi di Stato di riunirsi senza subire aggressioni; abbiamo apprestato analoga garanzia di incolumità, come ha ripetuto opportunamente il questore, ad una parte notevole della città, composta, in quel momento, non solo da 15 mila ospiti più o meno autorevoli ma anche da 35 mila abitanti della città medesima residenti nella zona rossa. Abbiamo, quindi, garantito come meglio potevamo la libertà di manifestare.
Quanto alle violenze gratuite, non posso che ribadire il mio rammarico ed aspettare gli esiti delle inchieste in corso; mi


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auguro che, se si riuscirà a portare avanti quella selezione e quell'addestramento del personale assolutamente essenziali, non accadano più simili fatti, che certamente non dovevano succedere.
Quanto alla possibilità, spesso da noi tradotta in realtà in altre circostanze - la sua è una giusta osservazione -, di tenerli separati, se si è mancato l'obiettivo è perché non si sono verificate le condizioni per esempio inveratesi a Milano (caso da lei ricordato); colà, la componente era locale e facilmente individuabile. Infatti, è stato facile, in quella occasione, con la capacità di collaborazione del resto della manifestazione, individuare ed isolare quella autonomia di classe che voleva infiltrarsi. Parlo di capacità, di possibilità di collaborazione; non di volontà. Molto probabilmente... anzi, sono sicuro che il Genoa social forum, se avesse potuto, avrebbe circoscritto i violenti ma neppure questa organizzazione vi è riuscita. Noi, d'altronde, non siamo riusciti ad intervenire come volevamo per accerchiarli e cercare di interrompere le devastazioni. Qualche volta, per la verità, vi siamo riusciti ma altre volte no, del che mi dolgo.
Non mi risulta che si sia trattato con Casarini; certamente, non l'ho fatto io. Quanto, inoltre, alla scelta degli interlocutori - lei, infatti, ha fatto riferimento alle organizzazioni non governative ed al Genoa social forum, il discorso retrodata, se non vado errato, al 5 aprile, quando si è verificato tra il capo di gabinetto del ministro dell'interno ed il prefetto di Genova un primo contatto con quanti si proponevano quali rappresentanti del Genoa social forum. Ebbene, non sono stato io a scegliere tali interlocutori e non ho, almeno significativamente, partecipato alle trattative; ho accompagnato una volta, ma


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senza prendere la parola, il capo della Polizia nel primo incontro, mi sembra, da questi avuto a Genova con i rappresentanti del Genoa social forum, guidati da Agnoletto.

FRANCO BASSANINI. In quale data?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Mi sembra che fosse a giugno ma, francamente, non ricordo la data che, tuttavia, posso verificare. Inoltre, la data - mi scusi, senatore - è desumibile anche dalle agenzie e dalla stampa che l'hanno ampiamente commentata.
Certamente, non volevo assimilare, in una esemplificazione ridicola o banale, i rischi di danni alle persone ai danni alle cose, né, tuttavia, ciò ha costituito una scelta inesorabile dei nostri criteri di intervento; piuttosto, abbiamo cercato di impedire anche le devastazioni alle cose perché, francamente, ripugnava a tutti vedere i teppisti divertirsi a distruggere la città. Adesso, però, torno a pormi quel quesito, ma non per giustificare una mancanza di determinazione nell'intervento; abbiamo, infatti, cercato in tutti i modi di intervenire, a volte con l'esito sperato, altre volte riuscendo, ma non come avremmo voluto e altre volte ancora, infine, invano. Ricordo benissimo che, in un paio di occasioni, assembramenti, divenuti teatro delle peggiori nefandezze per quanto riguarda le azioni violente contro le cose, sono stati poi risolti con interventi decisi, approntati con mezzi che noi tenevamo ormai nei garage delle nostre caserme e che pensavamo di non utilizzare mai più. Mi riferisco, ad esempio, ai blindati gommati; quindi, abbiamo usato anche tali mezzi, abbiamo nuovamente utilizzato gli idranti che non si vedevano più da decenni sulle piazze; abbiamo previsto, inoltre, l'uso dei cavalli. Infatti, per quanto delicato quest'ultimo strumento possa essere, erano pronti anche squadroni a cavallo. Sono


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mancate - torno a dirlo - le condizioni per le quali tutti questi strumenti avrebbero potuto raggiungere l'effetto sperato.
Quanto a Napoli, certamente le condizioni sono state molto diverse; prendo atto della distinzione da lei fatta per cui lì, certamente, essendo i contestatori - situazione non verificatisi a Genova - arrivati a ridosso del summit, bisognava intervenire.
Non ho voluto muovere alcuna critica sull'intervento, ma rispondere alle accuse - formulate allora da più parti - che sostenevano che lo stesso era stato eseguito senza lasciare ai manifestanti la possibilità di fuga, cosa di cui ci siamo, invece, premurati - memori di questo precedente - il giorno in cui c'è stato il tentativo di sfondamento della zona rossa a piazza Verdi.

FILIPPO ASCIERTO. Presidente, devo segnalare una questione. Lei è persona molto garbata e sta conducendo nel modo ottimale i lavori di questa Commissione.
Nel resoconto stenografico di ieri, a pagina 226, e mi dispiace che questa mattina non ci sia l'onorevole Boato, si fa riferimento al mio status di «maresciallo» con una certa ironia.
Mi dispiace perché per me è motivo di orgoglio essere stato per 21 anni al servizio dei cittadini in strada come scelta di vita e di essere tuttora maresciallo dell'Arma dei carabinieri: sostengo tutto ciò con l'orgoglio di un servitore dello Stato, che ho rivisto nel prefetto Andreassi e nel questore di Genova.
Pertanto, se l'ironia da me ravvisata dovesse essere tale, ciò certamente non farebbe piacere a me e neanche a quei 27 mila marescialli dell'Arma dei carabinieri che, modestamente, potrei rappresentare e a tutti quei marescialli che, con il loro spirito di sacrificio, e soprattutto con il contributo di sangue,


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hanno difeso i cittadini e anche l'onorevole Boato (Commenti del senatore Turroni).
Io non ritengo che la sua difesa nei confronti della Polizia sia corporativa e gliene va dato atto perché è giusto rimettere a posto le cose in modo chiaro, aggressori e aggrediti. Fa male a chi sostiene che vi sia una difesa corporativa o a coloro che vogliono difendere la Polizia ascoltare quel grido di «assassini, assassini», quel grido che si è levato dalle piazze e che ha offeso le forze dell'ordine.
In rapida successione vorrei formularle alcune domande.
Il 12 giugno il capo della Polizia aveva formato uno staff di cinque persone: oltre a lei, chi altro c'era in questo staff? In relazione alla sua assegnazione di missione ha avuto il tempo necessario, sotto il profilo personale, per prendere possesso dell'organizzazione ?
Si sono svolti dei comitati nazionali per l'ordine e la sicurezza pubblica, quanti se ne sono tenuti di questi comitati e a quanti lei ha partecipato ?

ANTONIO SODA. È agli atti.

FILIPPO ASCIERTO. Lo so che sono agli atti, vorrei farlo ripetere. A pagina 8 della sua relazione ha parlato di tardivo alloggiamento dei Capi di Stato: in che misura tutto ciò ha influito sull'ordine pubblico ?
Quali sono i movimenti antagonisti che lei ha indicato (secondo una sua affermazione riportata a pagina 18 della relazione)? Qual era il numero dei violenti? Se a questi uniamo le tute bianche, a quanto ammonta il totale complessivo? Chi ha sollecitato e promosso le iniziative che hanno portato alla perquisizione alla scuola Diaz?
Chi ha impartito le direttive e chi materialmente dirigeva - perché ci sono state due riunioni - la seconda riunione,


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quella organizzativa? Qual è il ruolo dei reparti mobili e a chi è subordinato durante l'ordine pubblico, oppure è autonomo nel servizio e nell'applicazione dello stesso servizio? Se non era autonomo, chi era il responsabile sul posto alla Diaz, da cui dipendeva funzionalmente ?
Qual era il ruolo di Gratteri ? Nell'episodio della Diaz, c'era sul posto il prefetto Gratteri ?
A Brignole il 20, giorno in cui era proibito qualsiasi tipo di corteo, se ne era formato uno con manifestanti che indossavano caschi e scudi in plexiglass. La DIGOS relaziona che c'erano dei parlamentari alla testa di questi manifestanti, lei è stato informato di ciò ? C'è qualche parlamentare che ha chiamato il 113 e ha denunciato la presenza di violenti a Brignole ?
Il questore l'ha informata che parlamentari telefonavano a lui o ad altre persone presenti in sala operativa e chiedevano prima la presenza della Polizia davanti al corteo e, poi, altri che telefonavano dicendo che bisognava eliminarla perché provocava ?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Scusatemi se dirò una battuta analoga a quella che ho fatto all'onorevole Boato: beato lei, onorevole Ascierto, che è ancora maresciallo, perché io invece, in questo momento, non appartengo più neanche al dipartimento di pubblica sicurezza. Dopo trent'anni di servizio, non solo non appartengo più alla Polizia di Stato perché mi è stato concesso l'onore di essere nominato prefetto, ma non appartengo più neanche al dipartimento, essendo stato collocato all'ispettorato di amministrazione.

MARCO BOATO. Sarà per un breve periodo...


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Me lo auguro di cuore, per una questione di dignità e di orgoglio, ma anche per la voglia di fare ancora.

MARCO BOATO. Glielo auguriamo anche noi.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Sono contento che la mia difesa della Polizia sia stata percepita e valorizzata, perché, come lei ha detto, non si è trattato di una difesa corporativa. Non ne ricorrono i presupposti, perché la Polizia di Stato e l'Arma dei carabinieri sono così speculari rispetto alla società che non credo si possa vedere in essi una corporazione che può entrare in contrasto con altre componenti della comunità nazionale.
Veniamo agli argomenti più specifici. Il 12 giugno venne costituito lo staff, composto oltre che da me - come si può rilevare dall'appunto che allegherò alla relazione - dal prefetto Manganelli, che aveva il compito di sovrintendere all'attività di controllo della zona rossa e dei carrugi, dal prefetto Longo, dal prefetto La Barbera e dal prefetto Pansa.
Ho cominciato a interessarmi dei problemi del G8 - sia pure in un'ottica diversa da quella dell'ordine pubblico - dal mese di aprile, da quando cioè il capo della Polizia, con quella circolare interna, fece carico alle altre direzioni centrali di informare me di tutto quello che si stava realizzando non solo sotto il profilo dell'ordine pubblico, ma soprattutto sotto l'aspetto organizzativo: come affrontare il G8?
Ho indicato poc'anzi i comitati nazionali e non ho partecipato ad alcuno di essi. Sono cinque e vanno dal 16 novembre fino al 6 giugno. Non ho partecipato ad alcun comitato; ho partecipato, invece, quando poi sono andato Genova, a conferenze, riunioni di servizio (non so quale sia il termine esatto), convocate dal prefetto, qualche volta su mia indicazione,


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con i rappresentanti delle altre forze dell'ordine e con ufficiali delle Forze armate, per mettere a punto i nostri dispositivi. Allo stesso modo, partecipai ad una conferenza regionale che il prefetto convocò e che è stata ricordata anche nelle precedenti audizioni.
Il problema della collocazione delle delegazioni, e in particolare di quella degli Stati Uniti, è stato dibattuto fino all'ultimo momento. Potrò poi indicare con esattezza la data in cui la delegazione degli Stati Uniti ha sciolto la riserva relativa alla scelta di alloggiare - presidente Bush compreso - a Rapallo o, invece, accogliendo il suggerimento dato dal MAE, sulla European Vision. Abbiamo fatto tutti gli sforzi possibili per supportare l'azione del Ministero degli affari esteri al fine di convincere le delegazioni dei capi di Stato e di Governo ad andare ad alloggiare sulla European Vision perché, tra l'altro, la nave è stata messa a nostra disposizione con uno strettissimo margine rispetto all'arrivo delle delegazioni. Sarebbe stato opportuno che questo margine fosse stato maggiore perché, dovendo collocare alcuni capi di Stato all'interno di una nave, sarebbe stata necessaria una bonifica assolutamente seria e meticolosa, per evitare quantomeno situazioni ridicole, quali la presenza di un petardo in una cabina. Abbiamo dovuto fare quindi sforzi inimmaginabili per rassicurare le delegazioni che avremmo garantito comunque, con i nostri artificieri, la bonifica del natante, che ci è stato messo a disposizione solamente negli ultimi giorni. Antecedente di pochi giorni è stata la scelta definitiva della delegazione americana di andare ad alloggiare al Jolly Hotel Marina. Ovviamente, tutto questo ha comportato gravi problemi perché solo all'ultimo il questore ha potuto calibrare bene i servizi. Infatti, se la delegazione americana fosse andata ad alloggiare a Rapallo, tutto si sarebbe enormemente complicato.


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Quali sono le componenti del movimento antagonista? Credo di essere stato abbastanza puntuale, anche se non preciso, quando ho detto che questa vasta area -che in quella riunione del 13 giugno indicai come area a rischio, contro cui non c'era altro metodo che la contrapposizione e lo scontro - era composta, oltre che dalla componente anarco-insurrezionalista, dai cosiddetti «spezzoni dell'autonomia di classe», cioè da alcuni di quei centri sociali non dialoganti a cui ho fatto riferimento prima. Quanti erano costoro? Il nocciolo duro era composto all'incirca di 2.500 persone, ma se ricomprendiamo anche le tute bianche, che pure hanno esercitato una loro violenza, arriviamo a circa 10 mila persone, se non oltre.
Per quanto riguarda la scuola Diaz, francamente, onorevole Ascierto, non voglio ritornarvi, perché mi sembra di aver dato elementi abbastanza chiari per dire che io ne sono fuori. Non voglio assumermi un onere aggiuntivo, non ne ho bisogno. Non so che cosa sia successo sul posto perché, a dimostrazione del fatto che io con la vicenda non c'entro, se non nel senso che ho indicato prima, vi è il fatto di non aver partecipato alla riunione definitiva, quella di carattere operativo, ammesso che vi sia stata una riunione prima, dal momento che, forse, poc'anzi si è enfatizzato un po' sul senso della riunione.
Non dico che ci dovessero essere i commessi fuori dalla porta e il maggiordomo che annunciasse gli ingressi, ma stavamo tutti nell'ufficio del questore e c'era chi entrava e chi usciva; quindi, forse è un po' enfatico parlare di riunione. Comunque, non ho partecipato alla riunione -tale era - in cui fu deciso chi e come dovesse intervenire.

FILIPPO ASCIERTO. È vero che la dirigeva La Barbera?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Nella sala riunioni c'erano La Barbera ed il questore, oltre al dottor Gratteri: lei ha


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ricordato che c'era anche il dottor Gratteri ed a quanto mi risulta questi era sul posto; ma io non vi ero.
Qual è il ruolo dei reparti mobili? L'ho indicato prima. Il reparto mobile non ha una sua autonomia di intervento: ha un comandante che addestra, organizza, gestisce il reparto, lo impiega secondo le indicazioni che gli vengono date dal dirigente del servizio di ordine pubblico; questo è il reparto mobile. Sul ruolo di Gratteri mi sembra di avere già accennato qualcosa; comunque, Gratteri era lì e quella mattina si era anche occupato dei primi arresti, che erano stati operati in occasione dell'individuazione, in quell'area famosa di Levante, di quel furgone dal quale venivano distribuite mazze e quant'altro ai manifestanti; proprio il dottor Gratteri ha coordinato la perquisizione e gli arresti che ne sono conseguiti. Alla domanda se ci fossero alcuni parlamentari alla testa del corteo delle «tute bianche» francamente non so rispondere; non lo so, non lo so.
Lei ha fatto altre due domande, ma forse ho perso l'appunto.

FILIPPO ASCIERTO. Gliele ripeto. Anzitutto, ho chiesto di sapere se siano state fatte segnalazioni (per mezzo del 113 o di persona), da parte di parlamentari, concernenti la presenza di violenti a Brignole, dove stavano.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Non mi consta, non mi risulta, ma potrebbero essere state fatte. Non so rispondere.

FILIPPO ASCIERTO. Ho chiesto, inoltre, se siano intervenute pressioni per spostare gli uomini della Polizia da dove erano stati disposti e per posizionarli dapprima davanti al corteo e poi per toglierli, come ci ha detto il dottor Colucci ieri.


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Sì, credo che quello che ha riferito Colucci corrisponda a quanto risulta anche a me.

LUCIANO VIOLANTE. Mi pare che le cinque cose che non sono andate bene, i cinque fenomeni patologici verificatisi a Genova, siano stati: la morte di Giuliani, le violenze di gruppi di manifestanti contro la Polizia, le violenze di gruppi di manifestanti contro le cose, le violenze di alcuni appartenenti alle forze dell'ordine contro manifestanti inermi e le violenze di alcuni appartenenti alle forze dell'ordine contro i fermati e gli arrestati. Queste sono le cinque cose patologiche che sono accadute; se non si fossero verificate queste, non staremmo qui.
Poiché, giustamente, si parla di violenze in termini generali, si può distinguere tra quel tipo di violenza esplicatasi nei confronti delle forze di polizia - per sfondare il blocco, e così via - e le altre forme di violenza, quelle contro le cose? In altre parole, voi avete notato una diversificazione degli obiettivi? Pongo questa domanda perché a pagina 21 della relazione da lei depositata è scritto: a Genova l'aspirazione dei black bloc era quella di risucchiare reparti di polizia per indebolire la difesa della «zona rossa» e consentire ad altre componenti del movimento di penetrarvi. Se così fosse, ci sarebbe stata una sorta di sinergia tra le varie operazioni - molto più programmata che accidentale - e in questo modo si comprenderebbero anche le ragioni che hanno indotto ad una certa prudenza nell'intervenire nei confronti delle violenze alle cose: lo scopo sarebbe stato quello di evitare di sguarnire zone che dovevano essere tutelate e in cui si poteva realizzare quel tipo di obiettivo che non doveva realizzarsi, cioè lo sfondamento della «zona rossa». Le chiedo questo perché uno dei punti di fondo che non si è ancora riusciti a definire bene - vi ha accennato anche il senatore Bassanini - è lo scarto


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avutosi tra la qualità della preparazione e, come dire, la criticabilità della gestione; a questo proposito, volevo sapere, in sostanza, se avevate messo in conto alcuni elementi, alcuni dati da guerriglia ritenendoli un costo meno rilevante rispetto al rischio che si sguarnisse la zona che doveva essere difesa, con risultati che sarebbero stati, a quel punto, veramente disastrosi. Volevo capire questo. E che la guerriglia ci sarebbe stata lo si sapeva, perché c'era già stata a Seattle ed a Göteborg. Quindi, tutto questo era già chiaro.
Seconda questione. Il ministro dell'interno è l'autorità nazionale per la sicurezza - è così? - e il questore è l'autorità locale: sono questi i due soggetti della sicurezza? A me interessa capire come si svolge il rapporto tra l'autorità nazionale e l'autorità locale: non tanto e non solo come esso si sia svolto nel caso concreto, ma proprio quale sia il rapporto, diciamo così, teorico, da manuale, tra un soggetto e l'altro sulla base delle leggi, delle prassi e delle relazioni.
Terza questione. Ho l'impressione, signor prefetto, che praticamente siamo andati a Genova con l'idea dell'ordine pubblico contrattato, cioè il vecchio ordine pubblico, quello in cui ci si rivolgeva al servizio d'ordine della manifestazione e si stabiliva come si dovessero sviluppare le cose: lo sappiamo perché tutti lo abbiamo fatto in occasione di manifestazioni; però, una tale idea esige due cose: in primo luogo, che la manifestazione sia organizzata da un soggetto egemone e, in secondo luogo, che tale soggetto sia attendibile. Ebbene, ho l'impressione che, nel caso di specie, non ricorresse alcuna di queste due condizioni, per ragioni anche indipendenti dai soggetti coinvolti. Voi, però, sapevate che era così: le intercettazioni e tutto il resto avevano consentito di stabilire, anzitutto, che le organizzazioni erano 700 o 800 e, inoltre, che otto decimi di esse erano organizzazioni, come dire, assolutamente


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in regola, e due decimi, forse, un po' meno; però, si tratta di quei due decimi che hanno generato i disordini. Mi chiedo per quale motivo si sia seguita ancora l'idea della possibile negoziazione dell'ordine pubblico quando non c'erano quelle caratteristiche. Non c'era altro da fare? Può darsi. O, comunque, era opportuno, per ragioni di «tenuta», mantenere un filo, un dialogo o altro? Serve per capire.
L'ultima questione che desidero affrontare concerne la visita dell'onorevole Fini (di cui ha parlato), il quale era - credo - la più alta autorità politica presente a Genova, poiché il Presidente del Consiglio era impegnato in altre cose e il ministro dell'interno non è mai stato a Genova in quei giorni, mi pare.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. No.

LUCIANO VIOLANTE. Quindi, l'autorità politica più alta era il Vicepresidente del Consiglio dei ministri. Qual è stato il senso della visita del Vicepresidente del Consiglio, autorità politica di livello più alto in quel momento a Genova, presso - se non ho inteso male l'accenno da lei fatto - gli uffici della questura?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il ministro è autorità nazionale di pubblica sicurezza. Quali sono - lei chiede, presidente - i rapporti, come si snodano, come si atteggiano i rapporti tra il ministro, autorità nazionale, e le autorità locali di pubblica sicurezza? Per quanto attiene alle scelte - forse vado al di là del tenore della norma, che adesso non ricordo neppure perfettamente, ma quello che dirò corrisponde un po' al mio modo di intendere il rapporto tra queste componenti di vertice -, il ministro, ovviamente, dialoga, può dialogare con il prefetto per quanto concerne, appunto, le scelte politiche di


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massima relative all'ordine pubblico, ma, se il tema diventa eminentemente tecnico, a quel punto, al di là della previsione normativa, che parla di autorità nazionale di pubblica sicurezza in capo al ministro, c'è una autorità nazionale tecnica di pubblica sicurezza che si identifica con il capo della Polizia, il quale interviene, a seconda del taglio e delle necessità, sia sul prefetto sia sul questore, oppure interviene con altri accorgimenti, quali quello della creazione di uno staff, così come ha fatto incaricando me di andare a Genova.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Sulla logica della contrattazione, effettivamente, l'atteggiamento mentale che può aver condizionato certe scelte di dialogo può essere di stampo un po' antico, più adatto ad altre circostanze: in questo caso avevamo di fronte una componente con la quale, comunque, non era possibile avere alcun tipo di dialogo (mi riferisco alla componente che ha creato problemi in tutto il mondo e che continuerà a crearne). Quanto alla scelta degli interlocutori, direi che l'operazione è stata inversa e cioè sono stati alcuni soggetti che si sono presentati alle autorità come interlocutori validi per tutto il Genoa social forum, sollecitando un colloquio, eminentemente spinti da esigenze di carattere organizzativo legate alla necessità di far convenire a Genova decine e decine di migliaia di manifestanti, di trovare, per loro, luoghi di accoglienza, di convincere i manifestanti a venire a Genova, non solo sulla base degli spazi che sarebbero stati loro assicurati, ma anche sulla base delle manifestazioni che sarebbero state, poi, effettivamente, svolte, poiché questo è il motivo che, alla fine, spinge un manifestante ad intervenire o meno. C'è stata dunque una sorta di inversione dei ruoli. In ogni caso su questo punto io non sono intervenuto molto, o meglio, sono intervenuto soltanto nel momento in cui tutto si era ridotto agli spiccioli, a cioè dover contrattare o, per meglio


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dire, indicare alle componenti del Genoa social forum dove e come poter svolgere le manifestazioni in maniera che una componente non andasse ad interferire con le altre e non si venissero a creare situazioni rischiose.
Per quanto riguarda la visita del Vicepresidente del Consiglio Fini, si è trattato eminentemente di un saluto breve fatto al questore. Io mi trovavo lì ed ho quindi ritenuto di presentarmi anch'io all'onorevole Fini: lo abbiamo accompagnato nella sala operativa per fargli vedere come eravamo organizzati.

LUCIANO VIOLANTE. Che giorno era?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Era il 21 luglio mattina.
Dopo di che l'onorevole Fini - lo ripeto, la visita sarà durata un quarto d'ora - si è recato probabilmente, per quanto ho capito, a fare analoga visita ai carabinieri.

LUCIANO VIOLANTE. Sulla prima questione, quella relativa alla guerriglia - non so se le sia sfuggito - vorrei sapere perché non c'è stato il contrasto alla guerriglia, anche perché, un domani (speriamo mai) potremmo trovarci nuovamente di fronte a problemi del genere.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il rischio che l'azione del black bloc, programmata o meno - non è detto che debba esservi un disegno organico però non dobbiamo dimenticare che tutte le componenti, anche quelle più pacifiche, avevano, quanto meno, l'obiettivo di boicottare o interrompere il vertice, con diverse gradazioni di violenza potesse tendere anche all'invasione della zona rossa era plausibile, ed è proprio per questo motivo che abbiamo concentrato gli sforzi proprio su tale zona. È chiaro che, alla luce di questa esperienza, dovremo aggiustare, di molto, i nostri dispositivi per le future occasioni.


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Certamente sarà anche necessario - questo è forse il nodo centrale, ma è una questione che richiederà tempi non brevi - formare dei funzionari per la gestione dell'ordine pubblico, perché situazioni di notevole impegno non possono più essere affrontate prendendo funzionari a caso o cercando di regolarsi sulle pregresse esperienze dei singoli, anche perché ogni esperienza è una storia a sé: Genova non è come Bologna, Bologna non è come Trieste. Credo bisognerà concentrare molto gli sforzi per creare una equipe di funzionari che si occupino di ordine pubblico, che siano reclutati non perché, di volta in volta, disponibili ma perché formati a tal fine; devono poi essere stabiliti tra i vari funzionari incaricati di tutelare l'ordine pubblico - gli ufficiali dell'Arma dei carabinieri che comandano i battaglioni ed i comandanti della Polizia di Stato dei reparti mobili - quei rapporti che ho cercato di indicare. Ciò ha sempre costituito, presidente Violante, un nodo importante della gestione dell'ordine pubblico anche quando, e forse ancora di più, la Polizia non era disciplinata dalla legge n. 121, ma vi erano un corpo delle guardie di pubblica sicurezza e dei comandanti dei reparti mobili. In quella situazione il distacco di vedute tra il dirigente del servizio e il comandante poteva essere ancora più accentuato di quanto non sia ora.

PRESIDENTE. Sino ad ora sono intervenuti otto colleghi, ne mancano ancora dieci.
Ricordo che ieri, nel corso della riunione dell'ufficio di presidenza avevamo convenuto che sia le domande sia gli interventi avrebbero dovuto essere veramente sintetici per consentire un ordinato andamento dei lavori, altrimenti saremo costretti a modificare continuamente il calendario dei lavori e delle audizioni.


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Non so se, a questo punto, sia il caso di avvisare il dottor Sabella per dirgli di non venire perché, procedendo con questo ritmo, non riusciremo a concludere l'audizione del prefetto Andreassi prima delle 14 o delle 15. Al termine di tale audizione mi riservo di convocare l'ufficio di presidenza per rivedere eventualmente il calendario dei lavori. Ho rispettato la richiesta di procedere alternando domande e risposte, ma credo che non sarà possibile continuare in questo modo, in primo luogo perché questo andamento è più vicino al modello inquisitorio che non al fine che questo Comitato paritetico si propone e, in secondo luogo, perché credo non sia nemmeno utile in quanto le domande vengono comunque ripetute.
A questo punto direi di avvisare il dottor Sabella, se non è già giunto alla Camera dei deputati, di attendere una nostra nuova convocazione.
Possiamo procedere. Rimetto alla vostra sensibilità il problema.

GABRIELE BOSCETTO. Quanto tempo ho a disposizione?

PRESIDENTE. Non posso risponderle perché devono ancora intervenire, dopo di lei, gli onorevoli Mancuso, Saponara e Palma ed eventualmente altri che lo chiedessero. A meno che gli altri non rinunzino.

GABRIELE BOSCETTO. Uno dei problemi che sono emersi dalle precedenti audizioni verte attorno a ciò che è accaduto la sera della incursione nella scuola Diaz con riferimento a voi che rappresentate i vertici.
Il questore ha avuto una partecipazione, ma poi non è andato oltre; il dottor La Barbera è andato via non appena ha visto arrivare i giornalisti e lei stesso, se ben ricordo, ha avuto una partecipazione alla fase di decisione e poi non ha partecipato alle fasi successive.


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Sembra molto strano, direi inverosimile, che, comunque, posizioni di vertice come queste tre, non siano state raggiunte, almeno telefonicamente, da chi era rimasto in loco e aveva operato e non siano state informate dettagliatamente su quanto era accaduto.
Vorrei sapere se ha ricevuto - pur avendo lasciato quei luoghi - un'informazione congrua e precisa su quanto era accaduto. In caso di risposta affermativa, chi le ha dato questa informazione? Le fu detto cosa era avvenuto? Venne informato che una parte di quegli edifici era già stata adibita ad ospedale di fortuna per i manifestanti che erano stati colpiti? Sapeva che vi erano delle persone ferite in precedenza ed altre che erano state ferite la sera della perquisizione effettuata dalla Polizia? Chi ha chiamato le ambulanze? C'erano ambulanze di pertinenza del servizio d'ordine? A che ora queste furono chiamate? Da chi? Chi le mandò?
Poiché stiamo trattando il lato più oscuro dell'intera vicenda, sul quale si verificano tutte le speculazioni, noi riteniamo che fino ad oggi non si sia voluto o potuto fare chiarezza sugli accadimenti di quelle ore. Se, come risulta, non c'è stata una partecipazione diretta, diventa del tutto inverosimile - lo ribadisco - pensare che non ci sia stata informazione e quindi una conoscenza precisa de relato.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FRANCO BASSANINI

GABRIELE BOSCETTO. Uomini della vostra abilità e del vostro spessore non possono essersi estraniati da quei fatti senza conoscere ciò che stava accadendo, soprattutto perché di lì a poco, o contestualmente, le televisioni e le radio «sparavano» notizie a tutto andare.


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Le vorrei anche chiedere come mai sul piano dell'informazione la Polizia, le forze dell'ordine sono state così carenti da non reagire immediatamente, evidenziando tutti i danni subiti dai propri agenti, anche e soprattutto sotto il profilo fisico, lasciando che gran parte dell'informazione andasse a senso unico facendo rendendo noti soltanto i danni, anche fisici, subiti dai manifestanti. Credo che una delle cose più importanti sia la corretta informazione; la fase dell'informazione circa un'operazione di polizia così importante ritengo dovesse essere attuata tempestivamente.
Le sedi che erano state concesse al GSF da parte degli enti locali attraverso verbali di consegna erano per caso soggette ad extraterritorialità? Non credo! Può spiegarmi come mai non si è fatto un controllo quotidiano - mattina, pomeriggio e sera - inviando agenti all'interno di queste sedi per verificare da chi sarebbero potuti occupate e cosa stava succedendo? Se si fossero fatti questi controlli ci si sarebbe potuti rendere conto - logicamente - di quali tipi di attrezzature girassero per le aule della scuola; a mio parere, sarebbe stato corretto anche vedere chi fossero coloro che erano stati colpiti, percossi o feriti. Infatti, nonostante il giudizio - che non condivido - dato dal tribunale del riesame, in un ambito di manifestazioni di per sé illegittime, l'essersi scontrato con la Polizia, l'aver riportato delle lesioni è sintomo, è prova, è indizio gravissimo di partecipazione a quelle manifestazioni illegittime. Quindi, tale comportamento illegittimo poteva portare a qualche tipo di riferimento - quanto meno alla magistratura - in termini soggettivi e nominativi.
Ancora due cose. Qualche mese prima a Genova si era tenuta la conferenza Tebio sulle biologie tecniche, che aveva visto anche la partecipazione attiva di politici locali insieme, in prima linea a Casarini. Per quanto lei ricorda, in prima


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linea c'era anche Agnoletto? L'aggressione di sfondamento era - seppure in piccolo - simile a quella che è poi stata tentata nei confronti delle reti della zona rossa? L'attenzione di Tebio su questi fatti violenti è stata tenuta viva nel tempo oppure è stata dimenticata? Le collaborazioni fra violenza, globalizzazione e politica sono state tenute nel giusto conto, oppure no? Come vicecapo della Polizia lei aveva già avuto modo di interessarsi dei fatti relativi alla Tebio?
Al di fuori dei 3 miliardi stanziati dal Parlamento, le risulta ci siano stati finanziamenti alle organizzazioni di Casarini e di Agnoletto? Si suol dire «C'est l'argent qui fait la guerre». Che black bloc, blocchi blu, blocchi rosa e blocchi bianchi possano prescindere da finanziamenti sembra strano. Se questi finanziamenti ci sono, sembrerebbe logico che la polizia ed i Servizi di tutti i tipi e di tutti i generi indagassero per conoscerli. Non dimentichiamo che recentemente sui giornali è stata avanzata addirittura un'ipotesi di interessi collegati per rendere viva la protesta contro la globalizzazione e gli interessi forti di tipo economico.

PRESIDENTE. Senatore Boscetto, le faccio presente che sta esaurendo tutto il tempo del suo gruppo.

GABRIELE BOSCETTO. Un'ultima domanda e concludo. Come mai quella sera Gratteri dello SCO si trovava alla scuola Diaz, mentre la sua funzione era quella di proteggere la zona rossa?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Per quanto riguarda la scuola Diaz, seguii - ovviamente anche per mio interesse e curiosità professionale - l'evolversi della situazione che mi preoccupava per i motivi che ho segnalato prima. Ancora una volta voglio essere meticoloso; per l'esattezza, non ho concorso


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alla decisione. Ripeto: quando si è manifestata l'esigenza di intervenire alla scuola Diaz convenni sulla possibilità di dilazionare l'operazione. È leggermente diverso.
Venni informato, subito dopo l'irruzione, dal collega che avevo mandato sul posto perché curasse gli aspetti relativi all'ordine pubblico, nel timore che potessero esservi ripercussioni riguardo tali aspetti. Egli mi disse che la perquisizione era stata eseguita; che aveva trovato resistenza, anche forte, che erano stati lanciati oggetti; che un agente (che poi incontrai durante la notte) aveva subito un tentativo di accoltellamento; seppi che c'erano stati numerosi feriti, alcuni dei quali - mi si disse - non all'atto di quella perquisizione ma negli scontri delle ore precedenti. Questa notizia, che io acquisii, emerse subito. In un primo momento non si delineava completamente il quadro esatto dell'intervento, del numero dei feriti e della resistenza che c'era stata. Gli avvenimenti hanno cominciato a complicarsi la mattina successiva a causa di un fattore che il senatore Boscetto ha indicato, e cioè un errato tipo di informazione dell'opinione pubblica: in effetti, diramammo uno scarno comunicato sull'operazione che, credo, destò irritazione nei giornalisti, tanto che in serata fui costretto ad intervenire con due interviste che rilasciai con « il fiato in gola».
Mi viene chiesto come mai non si era proceduto ad un controllo quotidiano: controlli sono stati svolti nei luoghi di accoglienza concessi alle componenti del Genoa social forum. Alcune volte questi interventi sono stati possibili, altre volte non abbiamo potuto compierli fino in fondo, perché avremmo rischiato di creare incidenti difficilmente gestibili; abbiamo messo in atto - il questore Colucci lo ha riconosciuto - perquisizioni ai centri sociali più radicali ed intransigenti di Genova.


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Durante l'appuntamento di Tebio non ero ancora capo della Polizia quindi, per così dire, eludo la domanda, anche se in quell'occasione si ebbe un segnale di quanto in Italia il clima intorno all'argomento connesso con quell'avvenimento, argomento confluito nelle tematiche della globalizzazione, si stesse arroventando.
Non so dire nulla circa finanziamenti ed interessi; questo è un aspetto su cui, credo, si sia appuntata anche l'attenzione dei servizi: non so quali elementi siano riusciti ad acquisire, ma non è un argomento del quale mi sono occupato.
Come mai Gratteri era alla Diaz? Perché ad incappare nel primo contatto con gli occupanti della scuola era stata una pattuglia mista che aveva anche componenti di squadra mobile e di servizio centrale operativo; quel pomeriggio vennero organizzati «pattuglioni» misti di quel tipo.

SAURO TURRONI. Signor prefetto, lei ha svolto una relazione che, per la sua profondità e per gli spunti interessanti che contiene, meriterebbe riflessioni più ampie di quelle che proporrò, essendo costretto a restringere molto il mio intervento. Le domande sono quattro, della cui schematicità mi scuso in anticipo.
La prima riguarda ciò che il prefetto ha scritto in maniera molto precisa a pagina 15 e a pagina 21 della sua relazione. A pagina 15 si legge che si doveva prevedere, oltre alla scontata difesa della zona rossa, la dislocazione nei punti strategici di reparti mobili della Polizia di Stato e di battaglioni dei carabinieri in grado di «accorrere», questo è il verbo che si utilizza, ovunque i black bloc avessero tentato le temute scorribande.
A pagina 21 (già altri colleghi hanno citato questo passaggio) si legge che «A Genova l'aspirazione dei black bloc era quella di risucchiare i reparti di polizia per indebolire la difesa


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della zona rossa e consentire ad altre componenti del movimento di penetrarvi. Nell'impossibilità di conseguire questo risultato, è stata ritenuta appagante la devastazione della città». Leggo - signor prefetto, mi corregga se sbaglio - un cambiamento di rotta tra ciò che è indicato a pagina 15 e ciò che è indicato a pagina 21: lì c'è un riferimento preciso ad accerchiare (signor prefetto, lei ha usato anche questo termine in alcune occasioni) questi manifestanti violenti per impedire loro di compiere misfatti; i comportamenti violenti si sono avuti non nella manifestazione del 19, che si svolge tranquillamente, ma all'inizio della giornata del 20, prima (ed in concomitanza) del tentato assalto alla zona rossa. Quando avviene - ammesso che vi sia stato - questo cambiamento di strategia e a che cosa è dovuto? Non ci sono stati accerchiamenti e non abbiamo visto persone arrestate durante azioni di guerriglia. La documentazione che ci è stata presentata non indica casi di questo tipo; si è operata una diversa scelta di priorità rispetto a ciò che doveva essere difeso: nessuna opinione in conflitto rispetto alle decisioni che sono state prese, però appare, molto significativamente, una discrasia. Vorremmo capire, ammesso che vi sia stato, cosa abbia provocato questo cambiamento di rotta, nell'intervallo di tempo fra le prime segnalazioni che troviamo a pagina 15 della relazione (che abbiamo visto negli atti del prefetto e del questore) e quello che poi è successo nei fatti.
La seconda domanda verte sull'affermazione del prefetto di non aver partecipato alla riunione che ha discusso e deciso le modalità con cui si sarebbe svolto l'intervento alla Diaz. Prendo atto di questa affermazione, ma il prefetto ha anche detto che risulta che il questore si sia consultato con il capo della Polizia e che vi sia stata anche una telefonata tra quest'ultimo e La Barbera. Chi abbiamo ascoltato in precedenza


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ci ha riferito che uno degli argomenti di queste telefonate era l'impiego dei carabinieri (che si era deciso di non utilizzare), che il 21 luglio non sarebbero dovuti intervenire in piazza al fine di evitare l'esplodere di contestazioni ancora più gravi. Se l'oggetto di queste telefonate, di cui il prefetto è a conoscenza, è stato anche l'impiego dei carabinieri, è possibile che durante quelle discussioni prioritarie, in cui si è valutata positivamente l'opportunità di compiere tale operazione, si sia anche stabilito in quale modo dovessero essere dislocati i Corpi impiegati? Se i carabinieri si dovevano occupare dell'ordine pubblico e della difesa della scuola, a cosa serviva la squadra mobile che, come il prefetto ha appena detto, non doveva essere utilizzata per l'irruzione? E si è trattato proprio di irruzione, non certo di perquisizione, atteso che qualcuno ha detto che dovevano essere impiegati addirittura i lacrimogeni: non si compiono perquisizioni con i lacrimogeni, ci è stato spiegato ieri dal prefetto La Barbera, a proposito dell'indicazione data da un alto funzionario. Evidentemente, si tratta di questioni delicate inerenti i Corpi da impiegare.
La terza domanda è relativa al fatto che abbiamo visto che in numerosi casi, non solo alla Diaz, nei casi di violenze, inseguimenti e così via, compiute nei confronti di singoli manifestanti inermi - e ciò ci risulta anche dai documenti che ci sono stati consegnati - vi erano poliziotti, carabinieri ed altri con viso coperto. Visto che al punto 5 del suo decalogo ci risulta che debbono essere fatte delle valutazioni anche su come si è gestito l'ordine pubblico in piazza, ebbene vorrei sapere in primo luogo se ci sono state indicazioni sul travisarsi, anche da parte delle forze dell'ordine, e in secondo


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luogo se vi sono state delle relazioni da parte di coloro che dovevano fare questi debriefing a proposito del comportamento dei loro uomini durante le azioni di polizia.
L'ultima domanda, e concludo, è relativa al fatto che abbiamo visto che questi nuovi strumenti, questi manganelli, non servono soltanto per sfollare la gente, perché non si era mai verificato in precedenza di vedere tante persone ferite. Quindi, probabilmente si tratterà anche di riflettere un po' meglio sull'utilizzo di questo strumento. È un'indicazione che un parlamentare credo debba poter dare agli organi tecnici perché queste sono armi che feriscono; abbiamo infatti visto moltissime persone che sono state colpite e abbiamo visto sangue scorrere.
Non credo che questo sia uno degli obiettivi che deve avere chi si occupa della pubblica sicurezza, perché ne va dell'incolumità fisica delle persone. Abbiamo visto gente che è dovuta ricorrere a suture. Pertanto, si tratta forse di un'arma inopportuna in un paese democratico e se è un'arma un bastone, lo è anche probabilmente uno di questi manganelli di nuova concezione, perché questo è atto a ferire, piuttosto che a difendere.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Credo che non ci sia una contraddizione tra quanto indicato a pagina 15 e quanto scritto a pagina 21 della mia relazione. La ringrazio per aver posto il problema, perché effettivamente è necessario un chiarimento. Ho molto insistito durante le riunioni di servizio che ho fatto insieme al questore con i colleghi che erano responsabili dei settori più delicati dell'ordine pubblico, accogliendo i suggerimenti di tutti ed invitando poi a trarre delle conclusioni di carattere operativo per il giorno dopo. La raccomandazione che ho fatto costantemente era quella di prevedere, oltre ai servizi ordinari e robustissimi a difesa della


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zona rossa, dei nuclei di pronto intervento sufficientemente robusti per intervenire senza sguarnire quelle difese, che comunque rimanevano intangibili, lì dove ce ne fosse la necessità. Ciò alcune volte è riuscito, altre volte no, ma questa era la logica e non vi è stato un capovolgimento di strategie, perché una scelta non andava a danno dell'altra. Questi nuclei, ai quali ho fatto riferimento prima, venivano dislocati quasi tutti ovviamente a levante perché lì si svolgevano le manifestazioni, quindi in una zona sufficientemente ristretta della città. Genova già non è grande di per sé, se poi se ne taglia fuori la metà, ancora meno. Credo che sei nuclei, sei contingenti di reparti per l'ordine pubblico possano raggiungere, o dovrebbero raggiungere, in poco tempo qualsiasi punto della città ove è necessario intervenire: questa è stata la logica.
Quali corpi, quali settori, quale specialità impiegare nell'irruzione alla scuola Diaz? Confermo il fatto di non aver partecipato alla riunione di carattere operativo dove questi aspetti sono stati decisi, o dovevano essere decisi.

SAURO TURRONI. E per quanto riguarda le telefonate ai carabinieri?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Per quanto riguarda le telefonate, ho detto nel mio precedente intervento che la perquisizione non era certamente una cosa da poco, perché non era una normale perquisizione, bensì, ripeto, si inseriva nel clima di una giornata di scontri e poteva suscitare altre azioni. Suggerii al questore di consultarsi, in proposito, con il capo della Polizia. In che termini, poi, lui e La Barbera si siano rapportati al capo della Polizia, questo non lo so.
Per quanto riguarda il discorso del viso coperto, devo ricordare che gran parte degli agenti dei reparti mobili hanno in dotazione, e l'hanno indossata credo per molte ore, anche


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una maschera antigas che copre ovviamente quasi tutto il volto, anzi lo copre tutto. Così come fanno i manifestanti, chi non è dotato di queste maschere antigas può coprirsi il volto anche con un fazzoletto allo scopo di non respirare i gas lacrimogeni. Mi dispiace molto che questi mezzi possano essere stati utilizzati anche in modo pretestuoso per coprire delle intemperanze e vorrei che non fosse successo.
Sul manganello Tonfa, prendiamo atto di tutte le osservazioni che sono state formulate perché certamente abbiamo l'interesse ad usare strumenti che siano compatibili con una gestione democratica dell'ordine pubblico. Il Tonfa, però, è uno strumento usato da molte forze di polizia e non mi risulta che produca ferite, nel senso di lacerazioni della cute. Si è detto, infatti, e l'ho letto sui giornali, che questo manganello avrebbe spigoli taglienti, ma ciò non è vero. Si tratta di uno strumento che deve essere usato in una certa maniera: questo è motivo per il quale siamo ricorsi ad istruttori statunitensi. Bisogna vedere, quindi, se attraverso un'ulteriore sperimentazione dello strumento, che mi auguro non avvenga in condizioni simili a quelle lamentate, esso possa ritenersi adottabile o meno; allo stesso modo si è posto in questa sede il problema dei proiettili di gomma, strumenti su cui certamente occorre molto meditare prima di effettuare delle scelte.

IDA DENTAMARO. Signor prefetto, lei ha avuto incarichi importanti nell'ambito dell'organizzazione per il G8, attribuitigli sia dal ministro sia dal capo della Polizia. Dalla relazione che lei ha qui svolto emerge una sua partecipazione molto incisiva alla preparazione di quell'evento, dal punto di vista dell'ordine pubblico. Eppure, ci ha detto di non essere mai stato convocato alle riunioni del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica e ci ha detto che molte sue indicazioni o consigli - perché lei ha usato quasi sempre questa terminologia:


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indicazioni, consigli, suggerimenti - sarebbero stati molto frequentemente disattesi. Per il primo aspetto, ha dato anche delle spiegazioni che riguardano le date di riunione di questo comitato, ma è evidente che si tratta di spiegazioni formali perché probabilmente sarebbe stata opportuna un'ulteriore convocazione del comitato nazionale, successivamente alla nomina di un funzionario incaricato di sovrintendere a tutto il dispositivo dell'ordine pubblico per il G8.
Aggiungo che ha parlato di conferenze e di riunioni locali, ma mai di riunioni del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica: voglio sapere allora se ce ne sono state con la sua partecipazione. Abbiamo ascoltato doglianze del sindaco di Genova e della presidente della provincia di Genova per non essere stati coinvolti sufficientemente nella preparazione e nella prevenzione, anche se le autorità locali costituiscono quel comitato.
Tale premessa mi serve per chiederle se non ritiene che possano essersi verificate disfunzioni nel rapporto tra organismi straordinari (lei come sovrintendente, lo staff nominato dal capo della Polizia, e così via) ed ordinari, preposti all'ordine e alla sicurezza pubblica. In particolare, nella fase operativa, quale era il suo ruolo all'interno di una ipotetica linea di comando, ed in generale, come erano articolati i suoi rapporti con il capo della Polizia, con il questore ed eventualmente con il ministro? Desidero riallacciarmi anche alla domanda posta dal presidente Violante, alla quale ha risposto in maniera astratta, evidenziando però come concretamente tali rapporti si siano svolti. Infatti, è risultato chiarissimo dalla sua relazione che il suo decalogo non solo è stato sistematicamente violato, ma che le sue indicazioni sulle modalità di intervento sono state anche disattese in misura notevole. Che cosa non ha funzionato? Come ha detto nella relazione


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iniziale, la risposta non sta solo nell'organizzazione e nell'azione del black bloc e delle altre frange del movimento (se non altro perché i loro metodi erano noti con largo anticipo e con ampi dettagli, come pure si sapeva dell'indisponibilità del Genoa social forum a collaborare per l'ordine pubblico), ma è contenuta nel piano di gestione dell'ordine pubblico e delle modalità di reazione alle azioni violente.
Francamente, rilevo una contraddizione stridente tra l'affermare che i suoi consigli non sono stati seguiti (tranne malauguratamente sull'uso del reparto mobile nella perquisizione della scuola Diaz) e che il decalogo non è stato applicato, e invece poi dire che è stato il movimento antagonista a non funzionare secondo le sue modalità. Non a caso, molti colleghi le hanno domandato non tanto l'analisi sociologica e tecnica del movimento, ma le strategie, le tattiche, le decisioni ed i comportamenti seguiti, per il mantenimento dell'ordine pubblico e più in generale per il controllo della città. Le sue risposte hanno dato una serie di elementi, che devono essere sistemati più organicamente. Il questore di Genova ha esposto una sua tesi: la Polizia non era attrezzata per la guerriglia urbana. Ma non c'è stato modo (perlomeno non l'ho avuto) di comprendere o di chiarire se si riferisse alla Polizia in senso stretto o in generale a tutte le forze dell'ordine. Desidererei quindi conoscere la sua opinione sulla preparazione del Corpo dell'Arma dei carabinieri, anche se, comunque, dalla sua relazione iniziale, sembra di condividere l'impostazione del questore Colucci.
Ad una precisa domanda del presidente Violante, ha risposto però un po' diversamente, parlando di una scelta di tipo strategico o tattico (non so quale sia l'aggettivo più esatto) per il mancato contrasto alla guerriglia. Forse, le due posizioni non sono così incompatibili, ma comunque ci dica con


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chiarezza - se ha una opinione precisa - perché non eravate attrezzati a contrastare la guerriglia; se è vero che non lo eravate; se non ritiene comunque essere questa una mancanza molto grave; ed infine se la questione sia più strutturale o tattico-strategica legata ai fatti di Genova. È certo che siamo qui anche per comprendere che cosa sia possibile migliorare per il futuro, sebbene sia più forte la necessità di comprendere l'accaduto di Genova.
La guerriglia, infatti, era prevista, ed anche dalla pagina 21 della sua relazione, più volte citata da vari colleghi, emerge una sorta di resa consapevole verso gli atteggiamenti delle frange più violente del movimento (Commenti).

PRESIDENTE. L'intervento è nei tempi ed è l'unico del gruppo. Ha ancora a disposizione un minuto.

IDA DENTAMARO. Emerge una sorta di resa precisa e consapevole alle azioni di guerriglia e, se conferma quello che ha scritto, gradirei che fornisse riflessioni più complete sull'argomento.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Francamente, non ho parlato insistentemente di consigli, disattesi: anzi, alcuni di essi sono stati non disattesi e sono state illustrati sufficientemente anche attraverso l'intervento del questore. Con il mio intervento, mi sono sforzato di non ripetere le cose già dette da altri. Ho tenuto conto delle audizioni dei colleghi che mi hanno preceduto ed ho cercato nel mio intervento di dare un taglio complementare a quello degli altri.
Non credo che mi debba fare una colpa per non essere stato invitato ai comitati nazionali per l'ordine e la sicurezza pubblica...

IDA DENTAMARO. Infatti, ho detto altro.


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. In effetti, ho indicato tale cosa con un po' di malignità, come fosse un dato oggettivo di quale era, o quale avrebbe dovuto essere, la mia responsabilità per il G8. Mi sembra che, tutto sommato, si vaghi da una sovrintendenza dell'aspetto organizzativo di polizia ad una, a tutto tondo, sull'ordine pubblico.
Ho detto anche che non voglio e che non ho mai pensato di utilizzare questi argomenti per alleggerire le mie responsabilità, perché in quel momento ero sempre il vicecapo della Polizia, ed i vicecapi della Polizia per tradizione si devono interessare di questi fatti. Certamente credo di costituire il primo caso nella storia d'Italia in cui uno di questi si sia trovato in particolari condizioni: ho accompagnato infatti alcuni capi della Polizia in passate edizioni del vertice a Venezia e a Napoli, e certamente le condizioni in cui i miei predecessori si sono trovati erano diverse, per tutta una serie di dati che ovviamente prescindono dalle persone.
Per quanto riguarda i comitati provinciali, non mi è mai capitato di partecipare ad alcuno di essi, ma ho comunque partecipato a riunioni che equivalevano a comitati provinciali, anche se non ne avevano la veste, con il prefetto, il questore, i comandanti provinciali delle altre forze di Polizia, il sindaco, il presidente della regione ed il presidente della provincia. Con tutti abbiamo tentato di risolvere soprattutto i problemi relativi all'accoglienza, tanto che ho accompagnato personalmente il questore ed i colleghi - dopo aver parlato con il sindaco - a verificare certe soluzioni che il sindaco stesso proponeva.
Circa la mia collocazione all'interno della catena di comando, durante una di queste riunioni di servizio svolte assieme alle altre forze di polizia alla presenza del prefetto, ho tenuto a ribadire che il mio ruolo era quello, banalizzando


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molto la funzione di ufficiale di collegamento con il dipartimento della pubblica sicurezza. Sono tenuto, per una questione di catena di comando, a rapportarmi al capo della Polizia, che è il mio capo. Non ho avuto rapporti con il ministro in quanto non li dovevo avere: ciò non è infatti previsto nella catena di comando.

IDA DENTAMARO. Ed i rapporti con il questore?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Con il questore sono stato costantemente in contatto nei giorni precedenti il vertice, fin dai primi di luglio. Ancora di più lo sono stato nei giorni in cui si sono svolte le manifestazioni. Il primo giorno sono stato anche presente in sala operativa, preferendo poi che rimanesse lì il questore mentre io andavo a sistemarmi nel suo ufficio per poter fare da tramite, in situazione di maggiore tranquillità, tra lui ed il capo della Polizia (tra l'altro, nell'ufficio del questore vi è un filo diretto con tale soggetto).

FILIPPO MANCUSO. A che fine?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Onorevole Mancuso, forse lei ha perso la prima parte dell'audizione nella quale, fornendo una risposta forse semplicistica ma che credo corrisponda alla realtà dei fatti, ho detto che (al di là dei distinguo che sono stati fatti ieri sulla figura del capo della Polizia, sui suoi rapporti con il prefetto ed il questore, non nel caso specifico ma in generale) il capo della Polizia è tale ed è il direttore generale della pubblica sicurezza, quindi il massimo vertice tecnico per tutto ciò che riguarda l'ordine e la sicurezza pubblica.
Circa quanto affermato in relazione alla mancanza di attrezzature idonee nella Polizia per affrontare la guerriglia


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urbana, ebbene noi abbiamo fatto di tutto per attrezzarla. Credo di aver fornito tutta una serie di elementi in proposito, ai quali rinvio. Non faccio distinzione tra ordine pubblico puro e semplice e guerriglia urbana: la Polizia deve essere in grado di fronteggiare l'ordine pubblico in tutte le sue possibili manifestazioni, che vanno dalla processione sino alla guerriglia urbana, perché così è sempre stato, anche in passato. Seguito però a dire che a Genova - e tengo a rimarcarlo, non per eludere responsabilità, ma perché si tratta di un dato di fatto - non si è verificata una normale manifestazione, non si è espresso un normale dissenso o una violenza fisiologica legata a certi presupposti: si è verificato qualcosa di molto più grave, che si è ripetuto rispetto ad edizioni precedenti che hanno trovato impreparate, consentitemi di dirlo, anche le polizie di altri paesi che vantano tradizioni quanto meno pari alla nostra in tema di difesa dell'ordine e della sicurezza pubblica (non ritengo di dover ricordare quali fossero questi precedenti).
Non c'è stata una resa consapevole. Nessuno ha mai pensato di arrendersi. Il personale ha rischiato perché la logica non è mai stata quella della resa. Anzi, è stato molto il rammarico per non essere riusciti ad intervenire con la tempestività che era necessaria. Credo di aver fornito, come anche i colleghi che mi hanno preceduto, tutta una serie di elementi affinché questo Comitato possa trarre alcune conclusioni. Non so quanti altri comitati, non è per farvi un complimento, abbiano potuto agire con tanta tempestività potendo contare sulla ricchezza di notizie che sono proprie di quello attualmente riunito. Credo di aver così esaurito le risposte alle domande poste dalla senatrice Dentamaro.

ERMINIA MAZZONI. Innanzitutto rivolgo il mio ringraziamento al dottor Andreassi per la sua collaborazione molto attenta e soprattutto per la compostezza delle risposte e dei


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suoi atteggiamenti nei confronti di questo Comitato che, a volte, considerando anche la lunghezza dei tempi, risulta forse petulante e il più delle volte ripetitivo. Il dottor Andreassi ha comunque compreso lo spirito che anima tutti all'interno di questo Comitato, quello cioè di voler accertare i fatti in modo che si possa arrivare non solo a ridimensionare eventuali carenze, lacune o mancanze dell'apparato Stato, cioè della struttura istituzionale, ma, come giustamente faceva notare anche l'onorevole Violante, ad organizzarci in modo più adeguato per le future aggressioni e rappresaglie che si preannunciano (Commenti del deputato Soda). L'indagine conoscitiva dovrebbe quindi anche consentire di per migliorare le prestazioni dello Stato, dato che tutti abbiamo riconosciuto, e riconosciamo, la valenza dei percorsi istituzionali e quindi il fatto di dover affermare le nostre idee attraverso gli strumenti che il soggetto Stato mette a disposizione.
Al di là di questo, sul mandato e sull'ampiezza dei poteri, lei ha già risposto ampiamente sia nella relazione sia a seguito di domande poste da altri colleghi. C'è solo un dato sul quale desidero una precisazione. Lei parla, a più riprese, di incarico di coordinamento e di sovraintendenza; successivamente ripete che è stato sempre presente e che per ogni iniziativa fungeva da tramite tra il questore e il capo della Polizia; il che vuol dire che ogni decisione è stata assunta dal questore di comune accordo con il capo della Polizia. Il vertice, la struttura centrale, quindi, ha lavorato e cooperato. In altre parole, in che modo sono state concretamente adottate le decisioni operative e da chi sono state assunte? In che modo questa sua funzione di tramite si è esplicitata momento per momento.
Dalle varie audizioni che si sono susseguite, dalle dichiarazioni che abbiamo ottenuto emerge il quadro di una impalcatura complessiva del piano di sicurezza che sicuramente


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non ha avuto una fase di gestazione molto lineare. Infatti, sin dall'inizio, da quando è stata scelta la città di Genova come luogo di svolgimento del vertice - anzi, le chiedo un ulteriore commento sulle ragioni per cui lei, se ha valutazioni da fare, ritiene sia stata scelta questa città, nonostante le negatività strutturali evidenziate a più riprese da tutte le parti - fino al giugno 2001 non si è parlato che di interventi strutturali, estetici e architettonici, mentre gli aspetti connessi alla sicurezza sono stati affrontati dai mesi di aprile, maggio e giugno 2001. Ciò, a mio avviso, è un po' anomalo.
Come mai ci sono stati vari provvedimenti? Come mai si lamenta lo scarso numero delle forze dell'ordine? Si parlava di 18 mila unità, poi siamo scesi a 11 mila, poi di nuovo siamo saliti a 14 mila. Quando, come e perché sono state assunte tali decisioni? Sono state decisioni che hanno riguardato il livello centrale?
In sintesi, quale era lo stato di attuazione del piano di sicurezza quando lei è subentrato, assumendo il ruolo apicale che ha conservato fino alla fine del vertice di Genova? Inoltre, secondo il suo giudizio, in base a quali criteri è stata operata la scelta degli interlocutori ed attribuita tanta centralità ad alcuni personaggi che sono diventati successivamente protagonisti, insieme ai capi di Stato, del vertice di Genova? Quali sono le ragioni per le quali questi soggetti sono diventati i rappresentanti dei movimenti no global?
Lei parla addirittura di infiltrazioni parassitarie eversive individuate all'interno delle strutture di manifestanti con i quali però, nonostante ciò, si è continuato a dialogare. Alle associazioni dei manifestanti si sono offerte strutture, apparecchiature informatiche; si sono dotate di infrastrutture alcune residenze e strutture pubbliche, con servizi, appalti e quant'altro. Parliamo di miliardi che sono stati spesi per tali


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soggetti. Alla fine, gli amministratori, come i sindaci e i presidenti di provincia, si sono ritrovati a non conoscere volti, nomi, provenienza dei soggetti ai quali sono state offerte tali strutture. Nonostante tutto questo impegno dello Stato, si discute di violazione del diritto a manifestare. Nelle altre manifestazioni c'è stato tutto ciò? Sono stati investiti tutti questi sforzi concreti, nei confronti dei manifestanti, per consentire al cittadino di esprimere le proprie idee, il proprio pensiero in dissenso? Quanto ha inciso, secondo lei, sui fatti che si sono verificati questa gestione del rapporto con i manifestanti da parte delle autorità locali e da parte anche delle autorità centrali che, ad un certo punto, hanno deciso di individuare in Agnoletto, Casarini ed altri i soggetti interlocutori di tutti i manifestanti, soggetti che oggi non riconoscono la responsabilità di determinati eventi? Quanto ha inciso la mancata collaborazione dei soggetti che sono stati individuati come destinatari di attenzione da parte dello Stato, che successivamente non hanno ritenuto di dover ricambiare con una doverosa collaborazione per la individuazione di quelle fronde violente presenti tra i manifestanti?
Un'ultima considerazione: non le chiedo ulteriori dati sulla vicenda Diaz né una ricostruzione dei fatti, che possiamo acquisire dalle carte, dalla documentazione copiosa a nostra disposizione, ma valutazioni che forse non ci è dato acquisire altrove. Si è trattato di una vicenda tanto singolare? È stata una perquisizione tanto anomala? Nella sua lunga carriera, con la sua esperienza, in episodi o in vicende anche non di organizzazione di vertice ma di altro, si sono verificati fatti analoghi in cui una situazione emergenziale ha richiesto una decisione estemporanea, immediata e un intervento altrettanto urgente per risolvere una situazione di difficoltà? All'estemporaneità dell'intervento, inoltre, come collega la mancanza di


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strutture come il pullman per trasportare i fermati, l'ambulanza? Tutto ciò può essere giustificato dall'immediatezza della decisione ma, al contempo, non si chiariscono i motivi per cui di una decisione di quel tipo siano stati informati primariamente la stampa, alcuni politici. Come mai erano presenti loro, prima ancora di altri organi e strutture che avrebbero dovuto essere informati per primi? Cosa c'è di particolare in questa vicenda che alla fine - e di ciò mi rammarico - rappresenta quasi la sintesi, l'emblema di quattro giorni di manifestazioni, di incontri, a discapito non solo dei vertici e del Governo, ma soprattutto di quanti avrebbero voluto manifestare un'idea in dissenso da ciò che si discuteva nel vertice nella zona rossa e che non hanno potuto manifestare; oggi nessuno sa cosa volessero manifestare in dissenso i no global ed i vari altri protagonisti di tutta questa vicenda.
Per quanto riguarda la scuola Diaz, ricordo che c'è un processo in corso: non è quindi questa la sede per svolgerne un altro; c'è una parte, una controparte e non credo che sia questo il problema. Vorrei che lei ci aiutasse a stemperare questa attenzione, per restituire l'attenzione sui fatti essenziali che possono servire come strumento a favore di questa istituzione per migliorarsi nelle prossime vicende e nei prossimi appuntamenti.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Per quanto riguarda il mio ruolo, quando il capo della Polizia ha creato lo staff di cui io ero il capo, non credo che intendesse abdicare alle proprie funzioni; credo, conoscendo bene l'uomo, che secondo la tradizione che ha sempre regolato le funzioni del capo della Polizia, egli si volesse dotare di uno strumento ulteriore per gestire meglio una situazione difficile. In questo senso ho


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sempre interpretato in quei giorni il mio ruolo, fungendo da tramite, nei casi di maggiore complessità, tra il questore ed il capo della Polizia; e ciò non per allungare la catena di comando o per ritardare le decisioni, ma perché, nel fungere da tramite, portavo il mio contributo ad una decisione che successivamente il questore avrebbe dovuto tradurre sul campo, facendola propria, qualora non avesse avuto argomenti per dire la sua o per sposare una linea diversa di intervento.
È stato detto che vi erano pochi uomini a Genova. Direi, invece, che ce ne erano anche troppi, anche se può sembrare paradossale.
Il numero superiore che era stato previsto, e cioè 18 mila unità (una città, un paese), non so quanto sarebbe stato governabile. In ogni caso, era stato previsto perché non si sapeva ancora dove si sarebbero collocate le delegazioni.
Se per caso la delegazione americana fosse andata a Rapallo e quella francese ad Imperia, allora certamente sarebbe stato necessario un numero maggiore di uomini di quelli ritenuti sufficienti a gestire la situazione.
In ordine alla scelta degli interlocutori del Genoa social forum, ho già espresso il mio pensiero. Quanto poi alle scelte di supportarli nei modi in cui è stato fatto, questo è problema che non mi riguarda e che non ha inciso più di tanto sull'intenzione di chi voleva scatenare la violenza. Comunque, essi lo avrebbero fatto, certamente non in virtù dello spazio di accoglienza che il comune e la provincia avrebbero loro destinato.
Anche in ordine alla questione della scuola Diaz, mi consenta, onorevole, di distinguere - probabilmente si tratta di una distinzione che abbiamo tralasciato, ragionando su tale questione - fra legittimità, opportunità e necessità di procedere d'urgenza ad una perquisizione ai sensi dell'articolo 41,


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sulla quale credo non si possa non convenire, date le premesse e le modalità dell'intervento. Si tratta di due questioni ben distinte e che probabilmente conviene ricondurre ognuna nel proprio ambito.

ANTONIO SODA. Signor prefetto, oggi il Secolo X IX, in un articolo firmato dal giornalista Marco Menduni, a pagina tre, riferisce di un impiego del battaglione Tuscania in una di quelle operazioni di contrasto della guerriglia urbana. Ne riferisce in termini di disastro, nel senso che, secondo la ricostruzione di tale giornalista, sarebbe stato guidato male dalla centrale e sarebbe giunto in ritardo nel posto ove agivano in azioni di devastazione e di saccheggio gruppi di black blockers.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DONATO BRUNO

ANTONIO SODA. Altra sarebbe stata la storia se fossero intervenuti tempestivamente e se avessero quindi proceduto a quegli arresti in flagranza di cui si è parlato anche nelle precedenti audizioni. In questa sede, nella seduta dell'8 agosto, fu chiesto al generale dell'Arma dei carabinieri, Siracusa, dell'impiego dei reparti mobili antisommossa, in particolare del battaglione Tuscania.
Il generale Siracusa ha risposto nel seguente modo: «Per quanto riguarda il battaglione Tuscania, si tratta di un reparto di carabinieri paracadutisti inviati a Genova in un forte contingente. Poc'anzi però io mi riferivo, quando ho citato il battaglione, a quelli Lombardia, Sicilia e Toscana. L'impiego dei paracadutisti - quindi del battaglione Tuscania - non vi è stato in concreto. Erano presenti a Genova, ma fungevano da riserva». Allora, o il generale dell'Arma dei carabinieri


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ignorava tale episodio, o esso non si è verificato, ed è inattendibile, se non falsa, la notizia riportata da tale organo di stampa.
La domanda in ordine a questo punto è la seguente: lei era a conoscenza dell'esistenza di questi reparti mobili attrezzati per la lotta antiguerriglia? Lei è a conoscenza che, oltre al battaglione Tuscania, vi erano altri reparti appositamente attrezzati?
La lettura del giornale le darebbe contezza della capacità di movimento che avrebbe questo tipo di militari addestrati ad interventi velocissimi, quelli a cui lei faceva riferimento, ovvero di accerchiamento, di isolamento e di impedimento delle azioni di saccheggio dei black bloc che si erano infiltrati nei cortei.
Le domande pertanto riguardano sia il numero sia l'identità dei corpi mobili che dovevano esercitare tale funzione di isolamento, in quali circostanze essi furono impiegati e con quali risultati. I risultati credo siano quelli che abbiamo visto: nessun arresto in occasione delle azioni di devastazione, bensì in azioni di oltraggio e resistenza.
Ho compreso un'altra cosa, e concludo, nelle audizioni di ieri. Vorrei però una conferma o una smentita, unitamente ad alcuni chiarimenti. A seguito delle informazioni fornite dal centro di prevenzione, diretto dal prefetto La Barbera, il questore elaborò l'ordinanza del 12 luglio, prevedendo una serie di presidi fissi, la tutela blindata dell'area rossa e corpi mobili di 40 uomini. Vi sono circa 20 pagine di quell'ordinanza che elencano analiticamente e dettagliatamente i dirigenti di tali reparti mobili.
Il questore di Genova ci ha detto ieri che, a seguito delle informazioni, provenienti non dal centro di prevenzione crimine bensì dai servizi di sicurezza, relative alla possibilità di


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rapimenti e di sequestri, ha dovuto aumentare la consistenza numerica di tali corpi. Oggi lei ci ha detto che tale appesantimento ha in pratica determinato la lentezza e l'incapacità di movimento.
Nella relazione lei attribuisce il fallimento dell'azione di contrasto della guerriglia urbana, per un verso alla natura cieca ed indiscriminata della violenza e per altro verso, alla permeabilità alla violenza dello stesso movimento. Oggi invece, in sede di replica, soprattutto nella risposta all'onorevole Boato, ma anche in quelle al senatore Bassanini, ha fatto riferimento alla lentezza dei reparti mobili.

PRESIDENTE. Onorevole Soda, le consento di concludere il suo intervento perché è arrivato alle domande. Tuttavia, lei ha esaurito già da un minuto il tempo a disposizione del suo gruppo, in tal modo creando difficoltà in merito alla richiesta del senatore Villone.

ANTONIO SODA. Mettendo insieme i fatti, ho capito che ad un certo punto l'ordinanza del 12 luglio subisce una modifica di sostanza: il contrasto nei confronti della guerriglia urbana si fa con i reparti mobili. Questa è la risposta alle informazioni del servizio di prevenzione crimine, la risposta del questore alla sollecitazione del prefetto La Barbera.
Tali reparti mobili scompaiono, diventano pesanti e lenti. Si modifica così sostanzialmente la strategia di contrasto. La domanda pertanto è la seguente: avete deciso questo cambiamento tutti insieme? Ho posto questa domanda al prefetto La Barbera ed egli mi ha risposto che il questore non gli aveva chiesto nulla. Pertanto, se ha fatto delle modifiche, le ha fatte di propria iniziativa.

PRESIDENTE. Onorevole Soda, abbiamo convenuto che il tempo a disposizione è contingentato. Per questo ieri ho tolto


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la parola all'onorevole Mascia ed all'onorevole Palma. La prego di concludere.

ANTONIO SODA. Fu informato il ministro, e in generale, il Governo di questo mutamento di strategia? Fu informato il Comitato di sicurezza di tale mutamento? Infatti, tale mutamento di strategia certamente ha contribuito al fallimento dell'azione di contrasto.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Riguardo al battaglione Tuscania, nella sala operativa della questura c'era un ufficiale dei carabinieri con il compito di fare da tramite, non solo con la sala operativa del comando provinciale dell'Arma, ma, attraverso questa, anche con il contingente a disposizione, nel quale, mi pare - ma qui bisognerebbe chiedere meglio al comandante generale dell'Arma o a chi per lui - fosse presente il battaglione Tuscania e a un certo punto fu rilevata la necessità dell'impiego. Tuttavia l'intervento fu tardivo perché in effetti ci fu un errore: sbagliarono strada.

ANTONIO SODA. Il generale Siracusa ha detto che l'impiego ...

PRESIDENTE. Onorevole Soda, la sua domanda è precisa: diamo la possibilità di rispondere.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il generale Siracusa preciserà, se ritiene. A me risulta che chiedemmo all'ufficiale di collegamento presente nella sala operativa di fare intervenire un contingente, individuato nel battaglione Tuscania, che, però, sbagliò strada.
Quanto all'asserito cambiamento di strategie, onorevole Soda, questo non c'è stato: c'è invece un rafforzamento dei contingenti che erano stati previsti sul territorio.


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ANTONIO SODA. Rendere lenti i reparti mobili.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Un momento, onorevole Soda. Io in quel momento avevo presente la morte di Giuliani: per me un contingente debole significava riproporre...

ANTONIO SODA. Ma già la mattina del 20 luglio era accaduto!

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Onorevole Soda, ho affermato nella relazione di aver tenuto sempre presente questo rischio e credo che il paese me ne debba gratitudine, perché ci potevano essere più casi Giuliani a Genova, se volete sapere quale è la mia idea, e questo noi lo abbiamo evitato.

PIERLUIGI PETRINI. Su come fu deciso non ha detto niente!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare sull'ordine dei lavori l'onorevole Saponara.
Ne ha facoltà.

MICHELE SAPONARA. Signor presidente, come capogruppo di Forza Italia ieri nell'ufficio di presidenza mi sono impegnato a collaborare affinché le domande non fossero tante e quindi si accelerasse il corso dell'indagine. I tempi sono stati contingentati, ma in base al regolamento il contingentamento deve tener presente anche la complessità degli argomenti. Orbene, atteso che la presenza del prefetto Andreassi è importante e quindi può richiedere domande anche oltre il tempo previsto, noi chiediamo che lei conceda al gruppo di Forza Italia e, se formuleranno analoga richiesta anche ad altri gruppi, qualche minuto in più, impegnandoci a rinunciare a fare domande al dottor Sabella.


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PRESIDENTE. Onorevole Saponara, la compensazione non può avvenire: non possiamo assolutamente usare una politica dei vasi comunicanti, poiché abbiamo deliberato all'unanimità il contingentamento dei tempi. Mi rendo conto tuttavia che l'audizione del prefetto Andreassi può meritare un approfondimento maggiore; pertanto, giacché vi è questa richiesta da parte del gruppo di Forza Italia, nel far presente che il gruppo di Alleanza nazionale che ha a disposizione ancora solo 3 minuti, mentre il gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ha esaurito il tempo a sua disposizione, ritengo di poter concedere un tempo ulteriore di 5 minuti a ciascun gruppo.
Prima di dare la parola all'onorevole Palma, avverto che il gruppo di Forza Italia ha a disposizione 9 minuti, Alleanza nazionale 8 minuti, mentre il gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ha a disposizione 5 minuti, così come gli altri gruppi.
Onorevole Palma, le ricordo che, oltre a lei, hanno chiesto di intervenire, tre parlamentari di Forza Italia e che avete a disposizione in totale 9 minuti.

FRANCESCO NITTO PALMA. Signor presidente, sarò telegrafico anche perché mi gioverò di una vecchia collaborazione con il prefetto Andreassi. Prima domanda: conferma che il rapporto tra il Ministero dell'interno e il Genoa social forum ebbe inizio il 14 aprile, quando era ministro l'onorevole Bianco? Seconda domanda: è vero che l'ordinanza del prefetto - faccio riferimento all'ordinanza del prefetto di Genova del 2 giugno 2001 - è il provvedimento cardine per la gestione dell'ordine pubblico? In caso positivo, riferendomi alla domanda fatta dall'onorevole Violante, quali direttive vennero impartite dal ministro Bianco all'epoca, considerando che il 2 giugno, data dell'ordinanza del prefetto, il Governo in carica non era il Governo Berlusconi? Quarta domanda: alla luce di


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quanto da lei dichiarato nella parte finale della relazione - e, specificatamente, che i tentativi di violare la zona rossa sono stati tutt'altro che virtuali e simbolici e su questo intento vi è stata la convergenza di tutte o di gran parte delle anime del Genoa social forum, non solo l'imponente massa delle tute bianche - ritiene di poter modificare la valutazione che emerge dagli atti della Polizia circa una non particolare violenza del cosiddetto blocco giallo? Infine, l'ultima domanda, che a me interessa in maniera particolare: nell'intervento del capo della Polizia nel comitato nazionale per la sicurezza e l'ordine pubblico del 16 maggio si legge che in una recente riunione fra esponenti dei centri sociali del nord-est era emersa comunque la primarietà dell'obiettivo di impedire lo svolgimento del vertice e, ove le prossime elezioni politiche avessero fatto registrare una vittoria del centrodestra, la protesta avrebbe potuto caratterizzarsi anche nel senso dell'attuazione di azioni violente. Mi pare che lei facesse riferimento all'inserimento in uno dei blocchi di queste frange dei centri sociali del nord-est, la Carta di Milano e via dicendo. Vorrei sapere che tipo di indagini sono state svolte su questa notizia, quale è l'esito e se non trova, alla luce della sua esperienza, questa notazione particolarmente drammatica, anche alla luce degli episodi dinamitardi che sono avvenuti negli ultimi tempi nel nord-est.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il primo contatto a livello centrale tra il Genoa social forum e il capo di gabinetto del ministro in effetti c'è stato il 5 aprile, quando era ancora ministro dell'interno l'onorevole Enzo Bianco. Il provvedimento del prefetto è stato effettivamente il presupposto per orientare i servizi di ordine e sicurezza pubblica e per garantire la sicurezza del vertice, con la previsione delle zone e con i divieti in esso contenuti. Sulla non particolare violenza


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del blocco giallo e delle tute bianche, in effetti l'uso del termine violenza è un po' specioso, perché abbiamo visto in questa ed in altre circostanze che l'uso della forza c'è: ora, si può chiamare violenza o no, ma l'uso della forza per vincere la resistenza della Polizia o per abbattere le difese predisposte per proteggere sicurezza dei luoghi. C'è quindi, l'uso della violenza indubbiamente ricorre: si tratta di vedere come questa viene espressa. Si dice che non viene espressa solo attraverso l'uso di mazze date in testa alla polizia o del lancio di bottiglie molotov, ma anche attraverso arieti, come, per esempio, è accaduto a piazza dell'Esedra a Roma, un paio di anni fa, quando con un ariete sfondarono le serrande della sede delle linee aeree turche.
L'uso degli arieti, delle catapulte e di quant'altro serva ad esercitare questo tipo di pressione sulle forze dell'ordine è un fatto ricorrente. Il discorso sul nord est è...

FRANCESCO NITTO PALMA. Volevo soltanto una risposta con riferimento all'ordinanza del prefetto del 2 giugno. Allora era in carica il precedente Governo; chiedevo quali fossero state le direttive e se ne fossero state impartite di tipo generale o con riferimento al G8 dal precedente ministro, che credo fosse l'onorevole Enzo Bianco.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto.Non ho avuto contezza diretta di ciò, perché non ho partecipato ai comitati; sono subentrato ben dopo che tali direttive sono state impartite e dopo che questi orientamenti sono stati decisi.
Ritornando al nord-est, l'argomento è molto delicato perché abbiamo constatato che, accanto a questa realtà - che vede sostanzialmente contrapposti due orientamenti dell'antagonismo, l'uno irriducibile e radicale e l'altro meno - sono fiorite altre iniziative che integrano una vera e propria strategia


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eversiva. Mi riferisco, ad esempio, ai nuclei territoriali antimperialisti che, durante la guerra nella ex Iugoslavia, si sono manifestati o sono tornati a manifestarsi, preannunciando, poco prima dell'attentato a D'Antona, l'innalzamento del livello di scontro e l'attacco al cuore dello Stato. Ciò avveniva ad opera di una organizzazione, i nuclei territoriali antimperialisti, incardinata nel nord-est...

MARCO BOATO. Non si tratta di un centro sociale: è un gruppo terroristico.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Certamente. Si tratta di un gruppo clandestino incardinato nel nord-est che, fino a quel momento, aveva compiuto attentati di bassissimo profilo, bruciando macchine dei militari americani durante la guerra nei Balcani; poi però, nonostante questo basso profilo operativo, poche settimane prima dell'attentato a D'Antona, il gruppo clandestino preannunciò un innalzamento del livello di scontro. Ricompare più volte a Trieste e, da ultimo a Venezia con una rivendicazione, che non so quanto sia attendibile (ma non è più materia che mi compete) dell'attentato al tribunale di Venezia.
Dico ciò per fornire maggiori indicazioni sul pullulare di sigle e di azioni, spesso anche di modesto spessore, cui però fa riscontro una documentazione molto elaborata sui temi classici della lotta armata che si sta ripresentando da qualche anno a questa parte.

FRANCESCO NITTO PALMA. Il capo della Polizia, nel suo intervento del 16 maggio faceva riferimento al blocco giallo: stavamo parlando di G8, dei centri sociali, del nord-est e si diceva che le azioni sarebbero state violente in caso di vittoria del centrodestra. Mi sembra che ciò abbia una proiezione


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politica interna più che una proiezione politica internazionale alla quale lei prima faceva riferimento. Questo dato mi preoccupava alla luce di un episodio avvenuto nel nord-est, in quel di Padova, nei confronti di una delle strutture politicamente portanti del centrodestra. Chiedevo una sua riflessione al riguardo.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Credo che spunti per questa riflessione vi siano anche nella mia relazione, laddove si afferma che l'innesto di componenti radicali dell'antiglobalizzazione su una realtà italiana - che si era politicamente modificata nel senso che lei ha detto - può aver formato anche le condizioni di deflagrazione di una violenza che si è manifestata come abbiamo visto.

MASSIMO VILLONE. Vorrei dire, senza polemica, che se qui qualcuno vuole lasciare intendere che lo svolgimento della dialettica democratica può essere occasione per l'innesco, ad opera di qualcuno, di una spirale di violenza, dev'essere ben chiaro che io considero ciò una provocazione da respingere in tutti i sensi. È ovvio, infatti, che in nessun modo si può accettare o suggerire che dalla dialettica democratica nasca l'occasione della violenza. Se qualcuno provoca la violenza, se ne assume la responsabilità e nei confronti di tale violenza tutti noi dobbiamo avere unicamente l'atteggiamento della più ferma condanna. Non so se, al riguardo, vi siano altri suggerimenti, ma li respingo in maniera nettissima.
Dalla relazione del prefetto Andreassi emergono elementi precisi, nel senso che prima dei fatti di Genova vi era stata un'ampia valutazione delle circostanze e dei possibili scenari. Vi era piena consapevolezza del rischio che si manifestassero forme di violenza e si è ragionato su come fronteggiarle, pensando ad indirizzi chiari. In particolare, lei ha fatto


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riferimento alla necessità di non disperdere ma di accerchiare e circoscrivere: le premesse, quindi, sono state quelle di una valutazione approfondita. Ci ha detto, poi, di aver fatto tutto il possibile, di avere utilizzato tutti i mezzi e addirittura gli idranti, cosa che da anni non si faceva più. Rispondendo al collega Soda, ci ha detto adesso che non vi è stato alcun cambio di strategia: quindi, la strategia c'era, era definita e chiara, è stata portata avanti, però è fallita. Lei stesso ha ammesso che, almeno in parte, non ha avuto successo. I motivi del fallimento, che rimangono sul tappeto sono sostanzialmente due. Il primo riguarda le strade strette; mi permetta, però, di dire che questo era un dato di cui si era a conoscenza. Non credo che quando è stata compiuta l'analisi sulle modalità e sull'efficacia dell'impiego delle forze dell'ordine ciò non sia stato valutato. Inoltre, secondo quello che lei afferma a pagina 21 della sua relazione, vi è stata la sostanziale incapacità o l'insufficiente determinazione da parte dei promotori della manifestazione di massa di precludere spazi a minoranze criminali. Devo manifestarle la mia insoddisfazione da questo punto di vista perché, stando a ciò, soprattutto per il futuro, abbiamo poche prospettive.
Vorrei che lei fosse chiaro su un punto: ritiene che i suoi indirizzi e le direttive da lei impartiti sulle modalità di impiego (riguardanti il non disperdere ma circoscrivere e così via) siano stati pienamente realizzati? Crede che le sue indicazioni siano state pienamente seguite - per quanto possibile - e fatte proprie da tutte le forze dell'ordine? Ritiene che queste le abbiano accettate e comunicate agli uomini sul campo nella maniera più opportuna? Lei, al riguardo, ci assicura che tutto è andato per il meglio? Cosa intende fare per il futuro?
Non possiamo delegare ai promotori di una manifestazione il fatto che questa si svolga in condizioni di sicurezza o meno.


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Chi certifica che ci sia la capacità e la sufficiente determinazione di negare gli spazi? Questa è una strada che, se percorsa con determinazione fino in fondo, porta solo alla compressione del diritto di manifestare: quindi la considero una strada estremamente pericolosa. È un punto assai debole della sua relazione pur pregevole nell'analisi ed esemplificativa di come il problema doveva affrontarsi correttamente, ma non soddisfacente per quanto riguarda il futuro su questo aspetto in particolare.
Un'ultima considerazione a proposito della scuola Diaz: deve perdonarci se torniamo su un punto che, peraltro, è stato cruciale, come anche lei ha detto. Nella relazione lei afferma che non ha né sollecitato né promosso l'iniziativa. Ha detto che non si è trattato di una normale perquisizione, perché potevano verificarsi riflessi sull'ordine pubblico, e che non avrebbe dovuto essere utilizzato quel reparto specifico - se ho ben compreso -, segnalando che a Brignole migliaia di persone stavano per partire. Però lei precisa: l'ho ritenuta doverosa. Mi permetta una domanda: perché era doverosa in quel momento? La doverosità non è tale in astratto; la doverosità è sempre in rapporto alle circostanze. Come ci ha detto ieri La Barbera i cancelli erano chiusi e quindi, se era difficile entrare, si può presumere che non fosse facile nemmeno uscire. Perché non si poteva aspettare che partissero quelle migliaia di persone da Brignole? Sarebbe bastato aspettare qualche ora, non di più.
Dal momento che non era presente alla riunione operativa, come ci ha spiegato, vorrei anzitutto che ci dicesse se ritiene normale e giusto che così fosse. Ha deciso lei di non esserci? Oppure, chi ha deciso di non convocarla? Vorrei, inoltre, che lei ci dicesse - se lo sa - se nella riunione specifica siano state valutate le sue perplessità. Lei, infatti, ha detto di averle segnalate al questore, se non ricordo male. Nella riunione in


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cui si è deciso, si è tenuto conto delle sue perplessità? Chi ha sollecitato e promosso questa iniziativa in modo specifico e perché non si è tenuto presente quanto lei suggeriva? Ci troviamo di fronte, infatti, ad una situazione un po' curiosa. Lei ci sta dicendo palesemente che se fosse dipeso da lei non sarebbe intervenuto o l'avrebbe fatto in modo diverso. La Barbera dice invece che sul momento ha sconsigliato l'operazione per la situazione concreta nella quale essa andava a svolgersi. Quindi, due dei nostri funzionari indiscutibilmente più capaci avevano opinioni diverse. Eppure la perquisizione è stata fatta. Ma per decisione e volontà ultima di chi? Chi teneva tanto a questa perquisizione? Come sono andate di fatto le cose in quel comitato?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Convengo sulla considerazione che isolare i violenti non può essere posta come condizione al diritto di manifestare. L'isolamento dei violenti non può essere delegato a chi intende manifestare il dissenso in forma pacifica, ma deve essere in concreto esercitato dalle forze di Polizia, prima di tutto mediante un'adeguata individuazione, attraverso l'attività investigativa, delle componenti violente, e poi, sul campo, tentando di isolarle. Come ripeto, su questo non posso che convenire, ma devo pure ricordare - anche se è stato rievocato come un precedente ormai superato - la logica di negoziare con gli organizzatori delle manifestazioni pacifiche di massa i termini della manifestazione ed anche l'isolamento dei violenti. Ciò, infatti, è nell'interesse non solo della Polizia, ma anche di chi intende manifestare pacificamente. Tutto questo non è riuscito a Genova perché le realtà ricomprese sotto l'etichetta Genoa social forum erano così diverse e così numerose che nessuno, credo, potesse parlare a nome di tutti. Quello della negoziazione con gli organizzatori della manifestazione di massa è, comunque, un


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principio che io credo nonostante tutto debba essere ancora praticato, ove possibile. Certamente - ripeto - con il black bloc negoziazioni non sono possibili e gli strumenti da utilizzare sono diversi.
L'intervento alla scuola Diaz non poteva essere dilazionato perché farlo l'indomani mattina avrebbe significato, dopo quell'episodio che c'era stato, non trovare più nessuno o non trovare più le prove necessarie per procedere agli arresti. Su questo ho convenuto. Non ricordo se ho espresso le mie perplessità al questore, certamente le ho espresse, a parte, al prefetto La Barbera, dicendogli che l'operazione mi suscitava dei timori e che, quindi, occorreva condurla con molto equilibrio e con molta serenità. Il ripensamento sull'esecuzione sopravviene in La Barbera quando è già sul posto: mi sembra che i tempi delle perplessità siano sfalsati. Ritenni di non interessarmi oltre di questa vicenda perché oltre ai timori che mi ispirava essa non rientrava più strettamente nella mia competenza; inoltre non era ulteriormente necessaria la mia presenza poiché La Barbera decise di presiedere quella riunione operativa.

MASSIMO VILLONE. Lo sa chi ha sollecitato o promosso la perquisizione?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Ripropongo le indicazioni che ho fornito prima: dati quei presupposti, consigliai al questore di consultarsi con il capo della Polizia. La perquisizione avvenne fuori dall'episodio che ho ricordato: una pattuglia viene aggredita, riesce a sottrarsi all'aggressione e ritorna in ufficio, indicando la presenza di un centinaio (duecento mi sembra che dicessero inizialmente) di black bloc. Emergeva oggettivamente la necessità, forse il dovere di intervenire.


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PRESIDENTE. Prima di dare la parola al senatore Luigi Bobbio, avverto che l'audizione del dottor Sabella posticipata alle 18; avverto altresì che il dottor La Barbera ha provveduto ad inviare la stessa documentazione di ieri senza omissis.È riservata, ma se qualcuno del Comitato vuole prenderne visione può farlo. Usiamo lo stesso criterio utilizzato già le altre volte.

ANTONIO SODA. Vorrei intervenire sull'ordine dei lavori, signor presidente.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO SODA. A proposito della dichiarazione di riservatezza, ho visto i cinque faldoni inviati dal nuovo questore di Genova; alcuni contengono processi verbali di cui avevo già avuto notizia attraverso la stampa; altri sono ordini di servizio che richiamano l'ordinanza del 12 luglio, le stesse indicazioni ed altro. Mancano, seppure esistano - ne ho fatto richiesta ieri, formalmente, alla presidenza - le relazioni di servizio di tutti i dirigenti assegnati ai reparti cosiddetti mobili, relazioni con le quali questi ultimi, tornati in questura o ritornati al comando, dichiarano quanto è successo. Ne ho trovate solo alcune, in casi di fermo o di arresto. Allora, le chiedo, e rivolgo la domanda anche al Comitato, se il carattere di riservatezza o di pubblicità lo possiamo, mi consenta, decidere anche noi.

PRESIDENTE. Certo, ha ragione, onorevole Soda, è chiara la sua domanda...

ANTONIO SODA. Sulla stampa sono state pubblicate, già da tempo, tali notizie sui Servizi ed il ministro della funzione pubblica, incaricato del coordinamento dei Servizi di informazione e sicurezza, oggi ci viene a dire che le relazioni inviate


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dai Servizi al centro di prevenzione crimine contenevano i nominativi. Quindi, mentre abbiamo il prefetto La Barbera che definisce inutili le informative dei servizi sicurezza, il ministro fa presente la circostanza per cui, avendo ricevuto i nominativi, si poteva intervenire efficacemente. Se tutto ciò si svolge sulle pagine dei giornali, allora che senso ha conservare la riservatezza di atti dei quali tutti possono conoscere? Il Comitato dica chiaramente...

PRESIDENTE. Onorevole Soda, lei ha perfettamente ragione ed io rispetto...

ANTONIO SODA. Allora eliminiamo il carattere di riservatezza e ci dia gli atti, per cortesia. Con i ritmi con i quali lavoriamo nessuno può assentarsi di qui per studiare quei faldoni ed io li voglio leggere

PRESIDENTE. Ci mancherebbe! Però, vedo che lei ha letto, perché ha rilevato...

ANTONIO SODA. No, li ho sfogliati.

PRESIDENTE. No, io volevo darle atto di...

ANTONIO SODA. Io li voglio leggere (Commenti).

PRESIDENTE. Se l'ente che ci invia la documentazione ritiene, fornendo precise indicazioni al riguardo, che il materiale sia riservato, noi dobbiamo tenerne conto. Credo che la stragrande maggioranza della documentazione che sta pervenendo sia costituita da documenti comunque inviati anche alla magistratura. Io non credo che possiamo compiere valutazioni diverse, ma, visto che domani sera è convocato l'ufficio di


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presidenza, se lei ha la bontà di dire su quali documenti ritiene che il Comitato si debba soffermare per valutare ed eventualmente togliere la riservatezza e la segretezza, ne terremo conto. Allo stato, credo che se una amministrazione o un ente ci inviano una documentazione apponendo l'indicazione della sua riservatezza - come scritto testé dal prefetto La Barbera - ebbene, io credo che dovremmo conservare lo stesso regime.

ANTONIO SODA. Le rispondo subito...

PRESIDENTE. No, lei ha parlato sull'ordine dei lavori e le ho detto che la sua richiesta sarà oggetto delle decisioni dell'ufficio di presidenza. Ne parleremo domani sera; grazie, onorevole Soda.

FILIPPO MANCUSO. Chiedo di parlare, signor presidente.

PRESIDENTE. Sempre su questo argomento?

FILIPPO MANCUSO. Sì.

PRESIDENTE. Prego, onorevole Mancuso.

FILIPPO MANCUSO. Signor presidente, dobbiamo intenderci anche sulle definizioni formali cui soggiacciono i documenti circa i quali sorge questione. Riservatezza è un termine generico: se si vuole intendere qualcosa che non è ostensibile bisogna distinguere la fonte della non ostensibilità, la possibilità di superare la fonte contraria e quale poi sia, in ogni caso, la ragione che possa opporsi anche al Comitato, cioè al Parlamento. Quindi, non basta porre il problema se non si hanno chiare le limitazioni al principio della riservatezza che in apicibus è una limitazione, diciamo, a sua volta limitativa


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di un potere illimitato, quello del Parlamento. Dunque, quando l'ufficio di presidenza si riunirà non ci faccia trovare di fronte ad una definizione tassativa quanto inconcludente. Abbiamo bisogno di essere liberi. È vero che sta all'autore dell'atto imprimere o non imprimere un concetto generale di riservatezza, ma non sta agli atti dei terzi. Perciò, il prefetto non può dire che un atto che non proviene dal suo potere è riservato o non lo è. È l'autore dell'atto che ha questa legittimazione ed allora chiariamo non solo i nostri poteri e doveri, ma anche i condizionamenti possibili, anche per ragione di scrupolo (non dico che sia in malafede), davanti ai quali noi potremmo trovarci di fronte non dico a dinieghi ma a difficoltà che, in tempi così costipati, per così dire, quali sono quelli da lei impressi ai lavori, signor presidente, finiscono con l'essere anche in qualche modo limitativi della nostra autonomia e chiarezza reciproca.

PRESIDENTE. Però, lei faceva riferimento, per esempio, agli ultimi documenti. Noi li abbiamo ricevuti...

FILIPPO MANCUSO. No, no...

PRESIDENTE. ... mi scusi ma noi li abbiamo ricevuti senza riservatezza. Dato che gli stessi sono dati «sensibili», si è ritenuto di riservarli, per cui chiunque può chiedere copia dei documenti con gli omissis, fermo restando che è a sua disposizione presso gli uffici il documento riservato. Questo è il criterio che abbiamo usato, ma domani sera ne discuteremo.

ANTONIO SODA. Per quanto riguarda la documentazione del questore di Genova, cosa chiediamo? È tutto riservato!

PRESIDENTE. Non ho parlato con il questore e non ho visto ancora i documenti, ma ritengo che il fatto che sia


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riservato, al di là del contenuto degli atti, là dove vi sia l'apposizione «riservato»...

ANTONIO SODA. Non vi è, non vi è...

PRESIDENTE. ... è perché gli stessi sono stati inviati alla procura di Genova. Comunque, ripeto, lo valuteremo domani sera, onorevole Soda. Abbiamo preso atto di questa sua...

ANTONIO SODA. Devono motivare la ragione, devono indicare la fonte che legittima...

PRESIDENTE. ... la riservatezza del provvedimento. In taluni casi vi è, in altri non sussiste; valuteremo.

ANTONIO SODA. Li ho visti io i processi verbali di arresto riscoperti, dati pubblicamente alla stampa...

PRESIDENTE. Il fatto che li pubblichi la stampa non costituisce un elemento necessario.

LUIGI BOBBIO. Grazie, signor presidente.
Signor prefetto, mi corre l'obbligo di fare la seguente premessa. Di fronte alla sua - devo riconoscerlo - ottima e completa relazione, che a mio avviso ristabilisce la verità o contribuisce molto fortemente a stabilire la verità dei fatti, solo una forma di cecità ideologica o di tendenza alla strumentalizzazione può indurre a parlare di difesa corporativa, come pure è stato fatto, in particolare della Polizia. La verità che emerge, a mio avviso, da questi lavori fa male, in realtà, ad una opposizione che vede ritorcersi contro se stessa una vicenda che aveva creduto di poter strumentalizzare (Proteste dei deputati Soda e Boato e della senatrice Dentamaro)...


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PIERLUIGI PETRINI. Non ho la malafede che mi è stata attribuita...

LUIGI BOBBIO. Permettetemi di svolgere il mio intervento senza interrompere!
Sono fortemente sconcertato per il fatto che il collega Violante, parlando di una gran parte dei manifestanti violenti, dimostri una tale contiguità (Commenti)...
Signor presidente, la prego: tutti hanno fatto premesse alle loro domande; penso di poterne fare anch'io (Proteste)! Le chiedo di poter andare avanti, signor presidente.
Dimostri - dicevo - una tale contiguità di questa sinistra, incapace o non disposta alla critica ai violenti da parlare, riferendosi anche ai black bloc ed alle tute bianche, di due decimi di contestatori un po' meno in regola degli altri. Chi vuole intendere intenda, ovviamente (Reiterate proteste)...

ANTONIO SODA. Si vergogni!

LUIGI BOBBIO. Onorevole Soda, io faccio sempre finta - non so fino a quando - di non sentirla!

ANTONIO SODA. Non offenda!

LUIGI BOBBIO. Signor prefetto, lei non ritiene che il diritto di manifestare pacificamente possa essere tutelato dalle forze dell'ordine quando i soggetti pacifici siano aggrediti da altri e non già quando i cosiddetti pacifici offrano copertura o permettono che i violenti si coprano con essi ?
Lei ha ricevuto dal capo della Polizia una delega, chiamiamola così, anche sull'ordine pubblico e tutto ciò significa che il potere delegato apparteneva in buona sostanza al delegante, ossia che al capo della Polizia - in questo caso, come in generale, dal punto di vista istituzionale - competano poteri


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di intervento, di direzione, di vigilanza e di impulso anche sull'ordine pubblico in occasione dei singoli episodi e delle singole manifestazioni. Lei a Genova - nell'ambito della delega ricevuta, vasta per la verità - ha agito o no pur sempre in qualità di vicecapo e vicario, ossia in nome e per conto del capo della Polizia? Le domando ciò per tentare di fornire anche un contenuto, che fino ad ora sembra sfuggire, al ruolo di questo capo della Polizia che, a quanto sembra, vuol far credere che non sia capo di niente e non abbia avuto parte in niente.
La sua delega anche all'ordine pubblico in presenza del questore, fino ad oggi indicato come vertice in materia di ordine pubblico sul territorio di Genova, e, quindi, peraltro anche suo subordinato vista la scala gerarchica esistente (lei era il vicecapo della Polizia, lui il questore di Genova), che senso pratico aveva in presenza di questo dualismo?
Sempre ripercorrendo a ritroso la scala gerarchica, per il capo della Polizia che senso pratico aveva la qualità del questore di vertice per l'ordine pubblico quando vi era lei delegato all'ordine pubblico in base ad un potere che il delegante aveva come suo proprio?
Essendo uomo di legge, come definirebbe il comportamento di una massa che ospita al suo interno un'altra massa di persone che ne entra e ne esce per commettere atti di violenza, senza far nulla per espellerla, isolarla o denunciarla? Tutto ciò non lo chiamerebbe forse favoreggiamento o fiancheggiamento o, in alcuni casi, concorso ?
Per ciò che lei ha sostenuto in riferimento alle telefonate di consultazione - quindi più di una perché ha usato il termine plurale - tra La Barbera, Colucci e il capo della Polizia in merito alla vicenda della scuola Diaz, cerchiamo di dare un significato a queste telefonate in ragione della natura


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apicale di uno dei soggetti interlocutori, cioè il capo della Polizia. Quest'ultimo prese o meno parte ad una decisione che, peraltro - ad abundantiam, per non essere lo stesso De Gennaro ufficiale di polizia giudiziaria come gli altri due soggetti interlocutori -, non competeva né a De Gennaro né a La Barbera né a Colucci, visto che si trattava di compiere un atto di polizia giudiziaria, qual è quello ex articolo 41 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza ?
In particolare, se - come credo - il capo della Polizia prese parte alla decisione in ordine a questo intervento, chi delegò o, meglio, indicò qualcuno per essere presente sul posto durante la perquisizione ed, eventualmente, per dirigerla ? Probabilmente il termine delegare in questo limbo che si sta tentando di disegnare - con suggerimenti, raccomandazioni, indicazioni - non è il più adatto. Allora chi suggerì, chi indicò, chi rappresentò come possibile suo sostituto sul posto ?
In ultima analisi, di fronte alla chiarezza ormai pressoché totale che si è disegnata nel corso delle audizioni circa le vere responsabilità e i veri fatti gravi e quelle che, invece, sono state le strumentalizzazioni, è rimasta una forte lacuna sul capo della Polizia, la cui figura sfugge in maniera sempre più ambigua e si disegna agli occhi di questo paese in maniera sempre più criticabile o, comunque, sempre più insoddisfacente.
In definitiva, quest'ultimo in occasione di un vertice importantissimo, pericolosissimo sotto il profilo dell'ordine pubblico, in concreto che cosa ha fatto ? Sì è defilato, ha lavorato, è intervenuto direttamente o tramite i suoi rappresentanti più o meno chiari, più o meno legittimi, più o meno ostensibili o dichiarabili ? In sostanza, che significa il termine - usato continuamente in queste audizioni - «consultarsi» con il capo della Polizia e che forza cogente hanno i suoi pareri, i suoi


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suggerimenti e le sue raccomandazioni nei confronti di tutti i suoi subordinati ( e voi tutti, dal primo all'ultimo, in quella e in altre vicende lo eravate) ?
Se queste sono solo chiacchiere, la sua figura ne esce estremamente impoverita o, al contrario, le sue parole non possono assolutamente essere ignorate da coloro che ne sono destinatari ? Le domando tutto ciò perché ormai questo clima di consigli, di suggerimenti continui da parte di superiori gerarchici a subordinati, francamente comincia ad essere stancante, specialmente sotto il profilo della individuazione delle responsabilità e non è più possibile sostenere la figura del capo della Polizia che impartisce i propri ordini e direttive senza assumersene, né allora né oggi, le responsabilità.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Torno a sottolineare che inviandomi a Genova o creando lo staff di funzionari qualificati - quello relativo all'appunto del 12 o 13 giugno - il capo della Polizia non pensava minimamente e non ha mai pensato di delegare totalmente i propri poteri ad altri né di abdicare alle proprie funzioni: questo sarebbe in contrasto non solo con gli assetti normativi ma con la nostra storia, che ha visto sempre il capo della Polizia come figura centrale nei temi dell'ordine e della sicurezza pubblica, maggiormente in situazioni come quelle che si sono realizzate a Genova.
Non credo che questa sia mai stata l'intenzione del prefetto De Gennaro, conoscendolo come uomo che ama affrontare di persona le situazioni e assumersi le proprie responsabilità.
Sul posto, io ero un anello della catena di comando, perché non avrei preso alcuna decisione grave senza consultare il capo della Polizia. Questa è la regola: non avrei imposto alcuna decisione al questore, anche lui responsabile delle situazioni che in concreto si realizzano (vi sono vari livelli di responsabilità). Certamente nessuno ha mai pensato di esautorare il


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questore nelle decisioni che tipicamente spettano a chi è sul campo. Ecco perché molte volte si è parlato di suggerimenti e di consigli, ma è chiaro che, quanto a livelli di responsabilità, essi sono quelli previsti oltre che dalle norme, come ho detto prima, anche da una tradizione secolare di impegni sul piano dell'ordine e della sicurezza pubblica.
Questa delega ad altri di alcune funzioni essenziali che attenevano alla gestione dell'evento significa solamente che il capo della Polizia ha voluto assicurare alle autorità locali un sostegno adeguato alla sfida. Mi sono sempre comportato in tal modo, in quei giorni ho rispettato questo organigramma, quando si è trattato di prendere una decisione tutt'altro che leggera - come era quella della perquisizione alla scuola Diaz, per i motivi che ho detto - ho invitato il questore a consultarsi con il capo della Polizia. Siamo tutti d'accordo che il questore ed anzi addirittura l'ufficiale di polizia giudiziaria può autonomamente procedere ad una perquisizione ai sensi dell'articolo 41, ma tale era la valenza di questa perquisizione - è ovvio, è inutile che mi dilunghi su questo fatto così evidente - che si è pensato bene, tra l'altro, prima di intervenire, di informarne comunque il procuratore della Repubblica e di fare intervenire sul posto funzionari di livello elevato.
Quanto alla copertura dei violenti, che viene indicata come ricorrente durante le manifestazioni, questo è un dato che si è potuto riscontrare in via di fatto. Francamente, non mi sento di addebitarne la colpa al Genoa social forum, perché isolare i violenti può essere un'operazione rischiosa, non solo da parte delle forze dell'ordine, ma anche da parte del Genoa social forum (da parte sua forse anche di più). Come è scritto anche nella relazione, il Genoa social forum, contrariamente ad altre organizzazioni che a Genova sono convenute e hanno manifestato, non ha potuto - diciamo potuto - isolare i violenti.


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Non ha potuto concorrere con le forze dell'ordine nell'isolare i violenti, al punto che si è visto chiaramente, nella mattina del giorno 21 luglio, che un camion è stato per lungo tempo nel corteo, mentre venivano distribuiti mazze e bastoni a tutti quelli che ne avevano bisogno.

MICHELE SAPONARA. Prefetto Andreassi, contrariamente al dottor Colucci, lei sapeva che con molta probabilità ci sarebbe stata guerriglia e che per fronteggiarla sarebbe stato necessario fare uso anche dei reparti mobili. Riconosce che i ritardi e le lentezze nella movimentazione dei reparti furono dovuti anche a situazioni oggettive, come la più volte evidenziata tortuosità della rete viaria della città. Orbene, lei sa se i vertici della Polizia hanno segnalato a chi voleva tenere il vertice a Genova tale circostanza oggettiva?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Approfitto della sua domanda per fornire un ulteriore elemento di chiarezza sui nostri assetti. I reparti mobili sono quelli destinati all'ordine pubblico, che noi abbiamo impiegato sulla piazza a Genova, stando bene attenti a non esporre su questo fronte personale che non fosse dei reparti mobili, dal momento che non avrebbe avuto né la capacità, né l'addestramento, né le dotazioni necessarie ad affrontare situazioni rischiose quali quelle che si sono verificate. Al contrario, siamo stati tutti molto determinati nel «confinare» - si fa per dire - i reparti territoriali in servizi di mero supporto alla sicurezza generale (presidio di obiettivi fissi all'interno della zona rossa, pattugliamenti e altre funzioni analoghe). Non li abbiamo di proposito esposti sul fronte dell'ordine pubblico poiché vi abbiamo messo i reparti che a ciò sono deputati e che, oltre tutto, in vista del G8 di Genova, avevano ricevuto un addestramento particolare in questo senso: reparti mobili della Polizia di Stato, battaglioni


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mobili dei carabinieri e un contingente limitato della Guardia di Finanza, che ha anch'essa un'unità speciale denominata «baschi verdi», capace di affrontare anche situazioni di ordine pubblico (un numero limitato che credo fosse intorno alle 300 unità). Questa è stata la nostra strategia.
Ritornando poi sull'argomento più volte ricordato della misura dei contingenti, torno a sottolineare che 40 uomini di fronte al carcere di Marassi non sono stati sufficienti a garantire l'obiettivo ed anzi sono stati travolti. Dunque, era tale la capacità aggressiva, sia qualitativamente che quantitativamente, del black bloc e degli altri che, secondo me, è stato essenziale e assolutamente necessario irrobustire i contingenti perché, lo ripeto, avremmo potuto soccombere di fronte ad assalti che non erano fatti da poche decine di persone, ma da diverse centinaia e qualche volta da migliaia. Mi sono sentito in dovere di suggerire il potenziamento dei nuclei che erano stati previsti sul territorio proprio per evitare - ho più volte sottolineato che era uno dei miei pensieri fissi - che si potessero creare situazioni di tensione, di paura, di stress o di panico tali da indurre il singolo elemento o i pochi elementi, circondati da una massa imponente di manifestanti, a fare uso delle armi da fuoco. È successo - come ho affermato in una mia relazione - anche in un paese estremamente civile, pertanto bisogna tenere presenti, tali esempi altrimenti rischiamo, solo noi, di apparire incapaci. Mi riferisco, per esempio, a Göteborg, dove la polizia ha fatto uso delle armi da fuoco e certamente in condizioni non assimilabili nemmeno lontanamente a quelle di piazza Alimonda.

MICHELE SAPONARA. In merito alla scelta di Genova, la Polizia ha segnalato a chi voleva il vertice a Genova il pericolo e l'eventualità che la difesa non sarebbe stata facile?


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ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Questo ormai era un dato acquisito quando sono subentrato nella funzione di vicecapo della Polizia. Che Genova non fosse il teatro ideale per operazioni di ordine pubblico era un dato di fatto.

FILIPPO MANCUSO. Signor prefetto, poiché ho valutato la sua relazione - è modestia la mia, non superbia - come quella che, culturalmente e sociologicamente, si impone su tutte le altre - e per questo le faccio i complimenti - confido nella sua sensibilità nel rispondere alle domande che vado a proporle. La prima è la seguente: quale partecipazione ebbe, o costitutiva od informativa, nell'accesso - chiamiamolo così - alla scuola Diaz, la persona del comandante generale dell'Arma dei carabinieri, generale Siracusa? Desidero sapere, in altre parole, se questi partecipò alla decisione, se ne fu avvertito, se fu chiamato ad un atto di approvazione, se ne ebbe comunque conoscenza e quando.
La seconda domanda abbisogna di una breve premessa. Andando a Genova, lei era sostanzialmente gravato di tre funzioni diverse: quella di vicecapo della Polizia, competenza che aveva in qualità di sostituto o di delegato e che era attivata dalla condizione, presupposta, dell'inattività del titolare della funzione, quella di componente lo staff e, infine, quella di organo di collegamento con la struttura di missione. Nessuna di queste funzioni, collegialmente od individualmente determinate, poteva darle titolo a partecipare alla decisione, concreta ed effettiva, di un'operazione di polizia giudiziaria.
Quanto, poi, alla puntualità della sua relazione al riguardo, mi pare che il rinvio al documento n. 1 (ad essa allegato), come quello che definirebbe la sua posizione di componente lo staff e, insieme, di vicario in quella concreta situazione, non abbia riscontro negli atti depositati, tra i quali tale documento, molto utile, non figura, rinvenendosi semplicemente un dattiloscritto


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riportante la suddetta notizia in via indiretta. Il documento non c'è; è attergato all'ultima pagina della sua relazione, però non è richiamato con puntualità come allegato n. 1 visto che il contenuto di quest'ultimo è difforme da quello che lei gli attribuisce. Ne conviene? Ciò premesso, la domanda è la seguente: avrebbe la possibilità di farci avere per extenso questo documento n. 1 denominato «Appunto del capo della Polizia al ministro»? Esso potrebbe permettere di individuare la fonte concorrente della sua legittimazione a Genova, ma potrebbe anche offrire elementi relativi alla discutibilità della sua collaborazione in ambiti diversi da quelli riconducibili ai suoi poteri di vicario, di componente della commissione e di delegato presso la missione di struttura, quella presso Vattani in poche parole. C'era proprio bisogno di un sinedrio così numeroso per stabilire, prima ancora, se intervenire in una operazione chiaramente di polizia giudiziaria? C'era bisogno di tutto questo per stabilire che una decisione in ordine a questa iniziativa non poteva rientrare in alcuna delle sue funzioni? Allora, lei ci pone la necessità di questo interrogativo: non le sembra che l'accuratezza attribuita a tutta l'opera di prevenzione, di preparazione, di studio sia piuttosto enfatizzata che reale?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Non so dirle, onorevole Mancuso, se il generale Siracusa sia stato informato della perquisizione alla Diaz. Io non lo feci; del resto, il rapporto con il comandante generale dell'Arma viene regolarmente ed abitualmente tenuto dal capo della Polizia ed io non so se quella sera, o quella notte, il capo della Polizia abbia informato della perquisizione anche il comandante generale dell'Arma. Io, ripeto, non lo feci. Quanto al documento da lei indicato, che ho inteso essere quello intitolato «Appunto per l'onorevole signor ministro»... Mi scusi, onorevole Mancuso, si


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riferisce al documento relativo alla creazione dello staff o a quello concernente il mio comando presso la struttura di missione?

FILIPPO MANCUSO. Il nostro interesse è di conoscere la fonte scritta dalla quale discende la sua partecipazione allo staff perché la sua posizione come componente dello staff non è assimilabile a quella del prefetto La Barbera. Questi non è stato incaricato nella veste funzionale che aveva, ma è stato indicato ad personam come uno dei sei componenti di quello staff; lei, invece, è stato indicato, o è presumibile che sia stato indicato, dato che non abbiamo il documento, nella funzione di vicario.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. La Barbera è nello staff?

FILIPPO MANCUSO. Eh, sì! Egli così ha detto. Ecco perché abbiamo bisogno della fonte scritta.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Allora commenterò entrambi i documenti. Il primo, intitolato «Appunto per l'onorevole signor ministro», nel quale vengono indicate al ministro dell'interno la composizione dello staff e le mie funzioni, è un documento a sé, che non ha altro provvedimento a monte o a valle: si tratta semplicemente dell'informazione che il capo della Polizia dà al ministro, di aver costituito uno staff di cui fa parte anche Andreassi - anzi, di cui fa parte per primo Andreassi - al quale vengono attribuite le funzioni specificate accanto al nome, le quali non derivano, però, da alcun altro provvedimento. Non c'è alcun provvedimento.

FILIPPO MANCUSO. Allora non è questo il documento al quale mi riferivo.


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MARCO BOATO. No, non è questo: è il successivo.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Il documento successivo riguarda, invece, il mio comando - perché questo credo che sia il termine giusto - presso la struttura di missione...

MARCO BOATO. Al posto del prefetto Gianni.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Al posto del prefetto Gianni. Non so, anzi do per scontata l'esistenza presso la Presidenza del Consiglio dei ministri di un altro documento che mi premurerò di acquisire: finora non l'ho visto ed ho avuto cognizione soltanto del telegramma che mi colloca, ripeto, in posizione di comando e fuori ruolo. Si può dire che, quando sono stato rimosso dalle mie funzioni, non sono stato rimosso solo dalla carica di vicecapo della Polizia: dopo questo provvedimento non ero più nemmeno vicecapo della Polizia ...

FILIPPO MANCUSO. Non poteva collaborare ad alcuna operazione di polizia giudiziaria.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Tanto meno di polizia giudiziaria.

FILIPPO MANCUSO. Essenzialmente di polizia giudiziaria. Questo desta rilevanti perplessità.

GIANNICOLA SINISI. Ringrazio il prefetto Andreassi, che saluto, per il suo intervento e la sua relazione.
Vorrei porle una questione, che peraltro ho già posto ad altri soggetti che sono stati auditi prima di lei.
Le modalità attraverso le quali i black bloc si sono mossi all'interno delle manifestazioni erano ampiamente note, se non vado errato, come risulta da alcune relazioni che ho avuto


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modo di leggere, ed era persino noto che una delle loro maggiori abilità era proprio quella di confondersi in manifestazioni pacifiche di massa e compiere azioni violente, trovando poi rifugio all'interno delle manifestazioni stesse.
Leggo nell'ordinanza del prefetto di Genova del 2 giugno 2001 che nella zona gialla sono vietate le manifestazioni di qualsiasi genere ed anche il volantinaggio. Leggo nell'ordinanza del questore di Genova del 12 luglio che, invece, in deroga all'ordinanza prefettizia, sono possibili delle manifestazioni autorizzate anche nella zona gialla. Leggo dai giornali che vi è stato un indirizzo politico, pubblicamente reso noto a Genova dal ministro Scajola, il 19 giugno, di dialogare con i manifestanti.
Condivido pienamente con lei che la cosa migliore è sempre il dialogo con i manifestanti perché l'ordine pubblico venga realizzato nelle condizioni migliori possibili, ma non mi spiego come mai in una situazione così particolare, in cui le modalità di azione, che ho appena descritto, erano state rese note a Quebec City e a Göteborg e nonostante le intercettazioni che preannunciavano che il 20 luglio ci sarebbero state manifestazioni particolarmente violente, vengano autorizzate manifestazioni che coinvolgono anche la zona gialla. Non mi spiego come mai l'ordinanza del questore del 12 luglio fu diversa, più ampia, rispetto all'ordinanza prefettizia del 2 giugno; perché vennero avviate trattative così ampie con i manifestanti, del tipo che abbiamo conosciuto, fino ad impegnare, molto singolarmente per una trattativa di questo genere, il capo della Polizia, mentre tale funzione solitamente veniva svolta da un organo politico: dal sottosegretario, dal ministro stesso o comunque da un rappresentante politico. Vorrei sapere se siano intervenute direttive politiche che vi hanno indicato di aprire in misura maggiore di quanto previsto in precedenza.


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Vi sono state direttive del tipo di quelle indicate il 19 giugno nella riunione del ministro dell'interno con gli amministratori locali e da quelle lumeggiate anche sui giornali dal ministro degli esteri Ruggiero? Avete informato il Governo dei pericoli che derivavano dalla possibilità di strumentalizzazione delle manifestazioni di dissenso?
Queste sono le due domande che intendevo rivolgere, ringraziandola ancora.

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. La zona gialla, per quanto mi risulta, almeno dall'unica riunione con il Genoa social forum, alla quale ho partecipato, affiancando il capo della Polizia a Genova è stata argomento di forte contesa da parte di vari componenti del Genoa social forum, che la indicavano come una premessa rischiosa per il mantenimento dell'ordine pubblico. È stata più volte sottolineata l'inopportunità della previsione di questa zona gialla. È chiaro che il discorso del Genoa social forum era strumentale in quanto questi cercavano di avvicinarsi il più possibile alla zona rossa per poter, lì, manifestare il dissenso nelle forme che ognuno avrebbe preferito. Allora, in effetti, la inviolabilità della zona gialla è stata ritoccata nei modi che lei stesso ha indicato perché, ad un certo momento, si è ritenuto che la zona gialla fosse una valvola, uno spazio di sicurezza che era stato previsto nell'incertezza dei luoghi in cui si sarebbero collocate le varie delegazioni. Una volta che tutte quante le delegazioni avevano trovato ricetto presso la European vision e che la delegazione americana, l'unica a non farlo, aveva comunque trovato collocazione lì vicino, presso l'hotel Jolly Marina l'intangibilità della zona gialla è caduta.
Quanto alle direttive politiche non ne ho ricevute perché non ho mai parlato con il ministro dell'interno di questi argomenti; si trattava di direttive di carattere tattico. La


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questione dell'inviolabilità della zona gialla è un discorso che ad un certo punto si è fermato, quando si è sbloccata la situazione della collocazione delle delegazioni; allora si è detto che potevamo lasciare qualche spazio a manifestazioni che apparivano meno insidiose anche nella zona gialla, come è avvenuto per il corteo dei migranti del 19 luglio.

PRESIDENTE. La ringraziamo per la sua cortesia e disponibilità, data l'ora e considerato il fatto che lei è l'unico degli auditi che è venuto per due volte presso la Camera dei deputati. Se lei dovesse ritenere, avendo compreso lo spirito che anima il lavoro di questo Comitato, di poter fornire documenti utili per l'indagine conoscitiva, le saremmo grati se potesse farceli pervenire.

FILIPPO MANCUSO. A proposito del documento che le ho chiesto prima?

ANSOINO ANDREASSI, Prefetto. Verificherò se presso la Presidenza del Consiglio c'è il documento al quale lei ha fatto riferimento.

FILIPPO MANCUSO. A me parrebbe molto probabile che vi sia.

PRESIDENTE. Ricordo che per le 15 è prevista l'audizione del colonnello Graci, comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova; a seguire, alle 16,30, avrà luogo l'audizione del dottor Zazzaro, responsabile della sala radio della questura di Genova. Alle 18 avrà infine luogo l'audizione del dottor Sabella.

La seduta, sospesa alle 14.05, è ripresa alle 15.


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Audizione del Colonnello Salvatore Graci, comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del colonnello Salvatore Graci, comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete, previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Colonnello Graci, noi la ringraziamo. Se lei ha preparato una relazione le sarei grato se la illustrasse al Comitato.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova.Sono il tenente colonnello Salvatore Graci, Comandante del reparto operativo del comando provinciale di Genova. Durante il vertice del G8, quale comandante del reparto operativo del comando provinciale di Genova, avevo il compito di coordinare l'attività della centrale operativa, sovrintendere al coordinamento logistico dell'intero dispositivo dei servizi predisposti dall'Arma dei carabinieri avvalendomi degli ufficiali preposti agli specifici compiti. Per trovare la soluzione ad eventuali problemi di carattere logistico,


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i responsabili dei vari settori dovevano rivolgersi a me.
La gestione dell'articolato dispositivo di ordine pubblico e le relative attività di comando e controllo dei contingenti di ordine pubblico sono state ricondotte, come previsto dai principi della legge 1 aprile 1981, n.121, alla sala operativa interforze della questura di Genova.
La centrale operativa del comando provinciale di Genova e la sala operativa della questura sono in continuo collegamento attraverso i sistemi di interconnessione e di radio localizzazione. La combinazione di tali tecnologie consente il costante collegamento audio video (videoconferenza) tra gli operatori delle due forze di polizia e la contestuale rappresentazione su una cartografia elettronica - installata presso la centrale dei carabinieri e la sala operativa della Polizia di Stato - dell'ubicazione di tutte le pattuglie presenti sul territorio con la specifica attività svolta: vigilanza, intervento operativo a seguito di emergenza, e così via, eliminando ogni possibile sovrapposizione od omissione di interventi.
L'eccezionale complessività del dispositivo di sicurezza predisposto in occasione dello svolgimento del vertice G8 ha richiesto, oltre alla già indicata interconnessione della centrale operativa dell'Arma dei carabinieri e della sala operativa della Polizia di Stato, l'adozione di ulteriori provvedimenti straordinari volti ad integrare i sistemi di trasmissione, nonché ad accentrare presso la questura le attività di comando e controllo dei contingenti di ordine pubblico.
Il notevole numero di reparti e mezzi radio collegati presenti su Genova hanno imposto inoltre l'impiego da parte dell'Arma dei carabinieri e della Polizia di Stato delle rispettive reti di trasmissione, nella considerazione che una sola di esse non avrebbe potuto sostenere la gestione contestuale delle


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comunicazioni operative e di quelle logistiche senza incorrere nel rischio di un sovraccarico, con conseguente possibile congestione del sistema trasmissivo.
In particolare, per quanto attiene alla gestione degli specifici servizi di ordine pubblico, il questore ha esercitato la direzione operativa attraverso il centro radio della questura, articolato per l'occasione in tre sale («gestione G8», «forze di Polizia» e «Forze armate») tra loro attigue e separate solo da un vetro divisorio.
Dalla sala «gestione G8» e mediante la rete radio della Polizia di Stato il questore ha diramato direttamente gli ordini ai funzionari preposti all'impiego di ciascun contingente delle forze dell'ordine. Nella stessa sala è stato presente un ufficiale superiore dell'Arma dei carabinieri con il compito di aggiornare la centrale operativa del comando provinciale sulle decisioni assunte di volta in volta dall'autorità di PS mediante il citato sistema di videoconferenza.
Presso la sala «forze di Polizia» sono stati installati due apparati radio fissi della rete radiomobile dell'Arma dei carabinieri con scheda cripto per la protezione delle comunicazioni, sintonizzati su due frequenze specificatamente riservate alle esigenze del G8. Detti apparati sono stati utilizzati dagli ufficiali dell'Arma dei carabinieri per monitorare, attraverso l'ascolto delle comunicazioni, tutti gli eventi in cui erano coinvolti i contingenti dei carabinieri, nonché i servizi di vigilanza ai varchi di ingresso nella zona rossa ed agli obiettivi sensibili e di scorta a personalità affidate all'Arma dei carabinieri.
Nella sala «forze di Polizia» funzionavano due linee telefoniche punto a punto con la centrale operativa dell'Arma dei carabinieri quale sistema suppletivo alla video conferenza presente nell'attigua sala «gestione G8». Tutti gli ufficiali


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presenti nelle citate sale sono stati prescelti in ragione della particolare conoscenza della città di Genova. Infatti nelle citate sale sono stati impegnati: il tenente colonnello Filippo Ricciarelli, già comandante per dieci anni della compagnia carabinieri Genova-Sampierdarena, prima, e del reparto operativo del comando provinciale di Genova, dopo; il maggiore Filippo Calisti, già comandante della compagnia carabinieri Sampierdarena per cinque anni; il capitano Giuliano Alessandri, già comandante del nucleo operativo di Genova Sampierdarena per tre anni.
Per l'occasione - come già accennato - oltre alle due frequenze attestate anche in questura è stata utilizzata una terza frequenza della rete operativa per le comunicazioni di natura logistica con i reparti impegnati nei servizi di ordine pubblico. In particolare, ogni comandante di contingente, affiancato al funzionario della Polizia di Stato dirigente del servizio, poteva collegarsi con la centrale operativa dell'Arma dei carabinieri anche attraverso la frequenza riservata alle comunicazioni logistiche.
Le rimanenti tre frequenze sono state impiegate dagli operatori della centrale operativa del comando provinciale per le comunicazioni radio con le pattuglie impegnate nella normale attività di controllo del territorio e con i comandi di compagnie di stazioni dell'intera provincia.
Infine, per agevolare il coordinamento dei mezzi di trasporto di rinforzo impegnati sul territorio, sessanta veicoli dell'Arma dei carabinieri ed altrettanti della Polizia di Stato sono stati equipaggiati con i terminali per la localizzazione satellitare, in modo da rappresentare costantemente e contestualmente la posizione sulle cartografie elettroniche di entrambe le centrali dell'Arma dei carabinieri e della questura.


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PRESIDENTE. Ringrazio il colonnello Graci, al quale chiedo di lasciare al Comitato una copia della sua relazione.

ANTONIO SODA. Ho saputo che nella centrale operativa erano presenti ufficiali dell'Arma dei carabinieri scelti in ragione della propria conoscenza della città. Oggi abbiamo appreso che il battaglione Tuscania, formato da paracadutisti funzionalmente destinati ad isolare la guerriglia urbana e ad accerchiare i manifestanti, secondo tecniche che sono descritte anche nell'ordinanza del questore del 2 luglio, non raggiunse il punto esatto in cui stavano avvenendo i saccheggi perché sbagliò strada; così scrive oggi Il Secolo XIX e così oggi ci ha confermato il prefetto Andreassi. Colonnello, ci può spiegare cosa è successo, perché, se ho ben capito, questo reparto mobile era il più attrezzato, il più esperto, il più pronto a compiere l'operazione di contrasto ed isolamento delle frange violente, per non farle rientrare in movimento. Si dice anche che se questa operazione del 20 luglio si fosse conclusa positivamente, avrebbe prodotto notevoli risultati in termini di isolamento di parte delle frange violente. Sappiamo quello che poi è accaduto nel pomeriggio ed anche che i reparti dei carabinieri non furono più impiegati in una azione immediata di prima linea. Ci può dire, colonnello, che cosa è successo e cosa ha impedito al battaglione Tuscania di arrivare sul posto, dove si stavano verificando i saccheggi?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. So che il battaglione Tuscania è stato impegnato nel corso di quella giornata, mi sembra, in due occasioni. Apprendo adesso di questa, chiamiamola così, difficoltà di intervento del battaglione paracadutisti per raggiungere la zona dei saccheggi. Penso che riguardo tale argomento potrà essere molto più concreto e puntuale, nell'audizione


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di domani, il comandante provinciale di Genova, che ha curato direttamente ed in modo particolare l'aspetto operativo. A me non risulta che ci sia stato questo, chiamiamolo così, disguido o errore di itinerario per raggiungere l'obiettivo.

ANTONIO SODA. Lo ha confermato il prefetto Andreassi.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Non metto in dubbio le affermazioni del dottor Andreassi: dico semplicemente che non sono a conoscenza di tali questioni.

MICHELE SAPONARA. Vorrei sapere dal colonnello se ci sono state intercettazioni telefoniche tra i manifestanti ed eventuali esponenti politici.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Purtroppo, non sono in grado di rispondere a questa domanda, perché si tratta di un settore che non ho curato.

LUCIANO VIOLANTE. Vorrei sapere dal colonnello quali erano le sue responsabilità specifiche a Genova e se sono mutate durante il periodo del vertice G8, in relazione alle sue responsabilità istituzionali.
In secondo luogo: chi può accedere alle sale operative dei carabinieri durante le operazioni di ordine pubblico?
Infine: come mai la jeep che fu assalita durante lo scontro nel quale venne ucciso Carlo Giuliani era priva di radio, quindi di mezzi di comunicazione con la centrale, e guidata da carabinieri che non conoscevano la città?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Per quanto riguarda i miei compiti, essi


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non sono mutati durante il vertice del G8. Ovviamente, c'è stata una distribuzione degli incarichi nell'ambito del comando provinciale: il comandante provinciale ha distribuito, in relazione alle varie esigenze, incarichi specifici ai singoli ufficiali. Come ho detto nella mia relazione, poiché la centrale operativa istituzionalmente dipende dal comandante del reparto operativo, uno dei miei compiti era quello di coordinare tutta l'attività delle trasmissioni ed assicurare il collegamento tra la centrale operativa ed i reparti schierati sul territorio, naturalmente collegati con le radio. Non so dire se la campagnola dei carabinieri coinvolti in quel tragico episodio fosse priva di radio: lo sto apprendendo da lei.
In centrale operativa accede poi solo il personale militare autorizzato.

LUCIANO VIOLANTE. Durante le operazioni di ordine pubblico?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. No, normalmente: la centrale operativa è un'area riservata ed entra solo il personale autorizzato.

LUCIANO VIOLANTE. In quei giorni, entrò anche personale non autorizzato?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. In quel periodo, cioè durante i tre giorni del vertice G8, all'interno della centrale operativa erano presenti due o tre tecnici civili delle ditte specializzate che hanno installato la nuova centrale operativa del comando provinciale di Genova, i cui lavori sono stati ultimati a fine giugno. La centrale è diventata operativa dal 1o luglio. Pertanto, era necessario assicurare, per eventuali problemi, la


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presenza sul posto di tecnici specializzati che, in ogni caso, non si trovavano all'interno della centrale operativa; attigua alla centrale operativa vera e propria, ci sono due sale apparati ...

LUCIANO VIOLANTE. Lei sa qual è il punto della mia domanda?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Arrivo alla risposta. In centrale operativa, accompagnati dal comandante provinciale, sono entrati alcuni parlamentari, sia il 20 sia il 21 luglio: sono entrati, hanno salutato il personale di servizio presente e sono usciti.

LUCIANO VIOLANTE. Non si sono fermati?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. No, in centrale operativa si sono fermati il tempo strettamente necessario per salutare: dopo sono usciti accompagnati dal comandante provinciale.

LUCIANO VIOLANTE. Si ricorda chi erano?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Il 20 luglio erano gli onorevoli Ascierto, Bornacin e Bricolo.

LUCIANO VIOLANTE. Erano civili, non tecnici...

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Il giorno successivo era presente il Vicepresidente del Consiglio, onorevole Fini.

LUCIANO VIOLANTE. Capita abbastanza spesso che vengano parlamentari a visitare le vostre sale operative?


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SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Sono a Genova da cinque anni e questa è stata la prima volta che alcuni parlamentari sono venuti in centrale operativa.

LUCIANO VIOLANTE. La ringrazio.

MICHELE SAPONARA. Quanti altri vertici sono stati fatti?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Sono venuti altri parlamentari...

PRESIDENTE. Credo che la risposta del colonnello sia in linea con la domanda.

FILIPPO MANCUSO. Signor colonnello, le risulta che, alla decisione adottata presso la questura di Genova relativamente all'intervento presso la scuola Diaz abbia concorso la persona del comandante generale Siracusa? Le risulta che, fuori dall'ipotesi della partecipazione volitiva, il comandante Siracusa sia stato informato, del proposito di attuare l'operazione o che essa era stata attuata? In sostanza, desidererei conoscere se a lei risulta che il comandante generale Siracusa abbia in un certo modo partecipato a quella decisione.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Per quello che mi risulta, assolutamente no. Il comandante generale non sapeva assolutamente nulla della perquisizione alla scuola Diaz.

GIANCLAUDIO BRESSA. Intervengo molto brevemente solo per avere una conferma di alcuni aspetti che a questo punto non mi sono più molto chiari. Avevo chiesto al generale Siracusa, per fugare alcuni dubbi sulla sua relazione, se il battaglione Tuscania fosse stato impiegato. Il generale Siracusa


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nella sua risposta ha sottolineato che era stato impiegato il battaglione Toscana, mentre il reparto dei paracadutisti Tuscania era di riserva. Mi pare, al contrario, di capire (come da lei sostenuto pochi istanti fa) che in quella giornata il Tuscania sia stato utilizzato in più di un'occasione. Vorrei avere dei chiarimenti in proposito.
La seconda domanda che vorrei farle, e concludo, è perché tecnicamente un reparto operativo di grande esperienza ed efficacia, qual è il Tuscania, sia stato tenuto di riserva, mentre sono stati impiegati, anche se in misura molto limitata, militari di leva nelle azioni di ordine pubblico. La situazione, così com'era facile evincere probabilmente anche dalle informative che erano arrivate in precedenza, lasciava presupporre una situazione operativa di scontro molto duro. Allora, mi chiedo: perché un reparto di provata esperienza come il Tuscania viene tenuto di riserva, e vengono invece impiegati militari di leva?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Per quanto riguarda la prima domanda penso che il comandante generale Siracusa abbia detto quello che gli avevamo comunicato inizialmente noi come comando provinciale. La prima relazione che gli era stata inoltrata era abbastanza succinta, quindi non è escluso che...

GIANCLAUDIO BRESSA. Non intendevo dire che il generale Siracusa avesse mentito, ma volevo solo che si chiarissero i termini della questione.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Le confermo, per quello che mi risulta, che il battaglione Toscana ha fatto due interventi; se il comandante generale non è stato preciso su questi aspetti è


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perché noi come comando provinciale sul momento non glielo avevamo comunicato. L'utilizzo del battaglione paracadutisti come riserva, onestamente non l'ho deciso io, bensì la questura e il comando provinciale considerando opportuno tenere un reparto qualificato di pronto impiego da utilizzare cioè quale extrema ratio. Però, ripeto, si tratta di una valutazione che non ho fatto personalmente e dunque non è frutto di una mia decisione. È stato concordemente deciso dal comandante provinciale e dal questore di non utilizzare quel reparto ma di tenerlo pronto ad intervenire alla prima necessità.

ANTONIO SODA. Quei due interventi chi li ha disposti?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Sicuramente sarà arrivata l'attivazione da parte della questura e conseguentemente saranno usciti i reparti. Del resto, lo ripeto, nelle questioni di ordine pubblico l'utilizzo dei contingenti è disposto dal questore. Per cui se sono usciti i militari del battaglione paracadutisti è perché c'è stata una richiesta da parte del questore o da parte del funzionario che dirigeva l'ordine pubblico.

PIERLUIGI PETRINI. Lei ha detto di aver appreso dalla domanda del presidente Violante che sulla camionetta coinvolta nello scontro in cui è stato ucciso Giuliani, non c'era la radio. È emerso quasi un fondo di perplessità, che è anche la mia perplessità nella sua risposta, perché sappiamo che queste camionette, anche nell'utilizzo normale sulle strade, sono tutte dotate di radio. È possibile che ci sia una camionetta che non ha dispositivi di comunicazione? Anche i taxi sono tutti collegati con la centrale, mi auguro che la centrale operativa delle forze dell'ordine sia almeno a livello di una centrale dei taxi!


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SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Generalmente, tutti i nostri mezzi sono dotati di radio, però onestamente non saprei dire se su quella camionetta specifica ci fosse o meno la radio.

MARCO BOATO. Essendo entrato in aula qualche istante dopo l'inizio della sua relazione, le domando scusa in anticipo, signor colonnello, se dovessi chiedere qualcosa già detta.
Come credo lei sappia, la nostra Commissione non ha un compito di giudicare o di attribuire responsabilità. Il presidente le avrà letto la formula di rito all'inizio: a noi interessa conoscere i fatti. Quindi, quello che a noi può essere utile è un suo contributo - che ha già dato con la sintetica relazione iniziale e con le prime risposte che sta dando ai colleghi - per cercare di capire cosa sia effettivamente accaduto in quei giorni a Genova, in particolare in quelli più «caldi», cioè il 20 e il 21 luglio, ma anche il giorno precedente, il 19, quando non si sono verificati episodi drammatici. Inoltre, potrebbe essere utile cercare di capire, cosa eventualmente predisporre in futuro, (non auspicabilmente a Genova - «avete già dato», direbbe qualcuno-), perché determinati problemi non si ripresentino più. Questa è la premessa che le faccio per farle capire, ma lei lo sa benissimo, lo spirito con il quale lavoriamo: quello cioè di cercare di utilizzare il contributo che le persone audite, gli ufficiali in questo caso, ma anche i funzionari e comunque chiunque abbia avuto in qualche modo a che fare con la predisposizione dell'apparato di sicurezza, di ordine pubblico e di operatività in occasione del vertice G8 a Genova possono offrirci.
Sotto questo profilo le chiedo se, in base alla sua esperienza, siano emerse difficoltà, disfunzioni, problemi sotto il profilo del coordinamento tra i vari Corpi di polizia. Stiamo parlando, mi pare, prevalentemente, e giustamente, di Polizia


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di Stato e di Arma dei carabinieri, ma sappiamo che c'era anche un altro corpo, la Guardia di finanza, e non so se lei lo abbia citato (almeno, non nella parte che ho ascoltato). Vorrei quindi sapere in che modo avveniva la connessione e il coordinamento a livello di sale operative anche con il comando della centrale operativa della Guardia di finanza.
Nel corso di queste intense e drammatiche giornate, quali sono stati i problemi emersi (e se sono emersi, immaginando che qualche problema ci sia stato per una tale emergenza) che lei ha notato, dal punto di vista conoscitivo, sia per comprendere quello che è accaduto a Genova sia per meglio predisporre in futuro i corpi di Polizia e gli apparati dello Stato?
Specificatamente, le chiedo di spiegare - considerando che lei è un tecnico, oltre che un ufficiale, mentre noi non lo siamo, tranne il collega Ascierto - come in concreto avveniva l'operatività del rapporto fra le forze dell'Arma dei carabinieri, della Polizia di Stato ed eventualmente - se lo sa - della Guardia di finanza, per i singoli e specifici interventi che erano di volta in volta predisposti sotto la responsabilità dell'autorità di pubblica sicurezza, e come avveniva tale predisposizione. Se non ho capito male, infatti, esistono una centrale operativa presso il comando provinciale dei Carabinieri di Genova, di cui lei era ed è il responsabile, una sala operativa della Polizia, una sala internazionale e un centro radio, composto di tre sale interforze (G8, forze di Polizia e Forze armate) presso la questura ed infine una sala operativa del comando della Guardia di finanza. Come funzionava allora tale apparato? Lo ha delineato schematicamente nella sua relazione, ma le chiedo di spiegare più approfonditamente se, nel corso delle due giornate in cui sono emersi problemi di particolare rilevanza coincidenti con lo svolgimento del vertice G8, ci siano


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state difficoltà nelle comunicazioni, nei rapporti di comando e nella fasi di cooperazione e di collaborazione tra i vari corpi.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Cominciando con l'ultima domanda, devo dire che non mi risulta esserci stata alcuna difficoltà nel coordinamento: mi riferisco ai rapporti tra l'Arma dei carabinieri e la Polizia di Stato, non essendo in grado di dirle di eventuali problemi con la Guardia di finanza, sebbene lo escluderei, ed eventualmente dovrebbe comunque essere il comandante della Guardia di finanza a comunicarglielo.

MARCO BOATO. Ma non eravate in videoconferenza con la Guardia di finanza?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Noi eravamo in videoconferenza soltanto con la sala situazione della questura.

MARCO BOATO. Ed a questa videoconferenza non partecipava anche la Guardia di finanza?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Non glielo so dire se essa fosse in videoconferenza, ma non mi sembra.
Sul nostro servizio di ordine pubblico per il vertice G8, posso dire invece che i contingenti dell'Arma dei carabinieri sono comandati di servizio, attraverso una ordinanza del questore, che decide l'entità dei contingenti e il loro invio. Ogni contingente è sempre comandato da un ufficiale dell'Arma, affiancato da un funzionario di Polizia. Per legge, la direzione del servizio spetta al funzionario di Polizia, che decide quello che bisogna fare: la sua gestione è autonoma. Il funzionario si collega con la sua sala situazione in questura attraverso la sua radio trasmittente.


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MARCO BOATO. Mi scusi, è collegato con la sala della questura o con la sala interforze in questura?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Sicuramente con la sala gestione G8.

MARCO BOATO. Quella interforze.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. No, è la sala gestione G8, dove tecnicamente è stato gestito l'ordine pubblico.

MARCO BOATO. Nella sala G8 c'erano i funzionari di polizia e anche gli ufficiali dell'Arma dei carabinieri?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. C'era un ufficiale di collegamento dell'Arma dei carabinieri.

MARCO BOATO. Ed anche immagino un ufficiale della Guardia di finanza.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Ritengo di sì, ma...

MARCO BOATO. Era comunque in qualche modo una sala interforze.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Sì, sicuramente.Se il funzionario ha problemi o ha bisogno di direttive, si mette in contatto con la questura per ricevere o avere disposizioni e di fatto l'operatività, seppure il reparto appartiene all'Arma, è del funzionario della Polizia di Stato, che ovviamente opera in base agli ordini ricevuti o a quello che più opportunamente in quel momento


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ritiene di fare. L'unica comunicazione che il nostro contingente compie è quella del luogo in cui è stato spostato: è un semplice aggiornamento della situazione della dislocazione in città. Il funzionario di Polizia, insomma, non deve attendere ordini da parte di alcuno.

GIANNICOLA SINISI. Vorrei chiederle se nella nuova sala operativa installata presso il comando provinciale ci sia un sistema di radio localizzazione GPS per i mezzi dell'Arma dei carabinieri e uno che consenta di visualizzare la presenza sul territorio di quelli delle altre forze di polizia.
La presenza dell'Arma dei carabinieri nella sala operativa comune della questura (non so se si tratti della sala G8) era assicurata da un ufficiale di collegamento, vorrei allora conoscere il suo grado e se era in servizio presso il comando provinciale di Genova o altro comando.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. L'interconnessione, attualmente, è solo tra la centrale operativa dell'Arma dei carabinieri - il comando provinciale di Genova - e la sala situazione della questura. Tutti i nostri mezzi radio localizzati compaiono anche presso la sala operativa della questura e viceversa: ognuno quindi conosce dove si trovano i mezzi dell'altra forza di polizia - escludendo la Guardia di finanza - per evitare duplicità di intervento od omissioni durante la normale attività.
Per quanto riguarda l'impiego degli ufficiali dell'Arma presso la sala operativa della questura, ricordo, come accennato anche nella mia relazione, che erano impegnati tre ufficiali: il tenente colonnello Filippo Ricciarelli, attualmente comandante del reparto operativo del comando provinciale di Torino; egli è stato trasferito in quella città un anno fa, dopo


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essere rimasto a Genova per dieci anni comandando per cinque o sei anni la compagnia di Genova Sampierdarena e per quattro o cinque anni il nucleo operativo del comando provinciale di Genova; sono stati poi utilizzati il maggiore Filippo Calisti, che ha comandato per cinque anni la compagnia di Genova - Sampierdarena, ed il capitano Alessandro Giuliani, che ha comandato il nucleo operativo della compagnia di Genova - San Martino.

MARCO BOATO. Facevano i turni nella sala?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Facevano i turni nella sala, ma durante la fascia critica che andava dalle otto di mattina a cessata esigenza erano presenti tutti e tre.

GRAZIELLA MASCIA. Signor colonnello, ho solo una domanda da rivolgerle. Non so se lei mi potrà aiutare, ma vorrei sciogliere un dubbio che ho sottoposto anche al questore, il quale mi ha però risposto in modo formale. Ho compreso, anche dalle parole da lei poc'anzi pronunciate, che in effetti in piazza il responsabile è il funzionario di Polizia. Su questo non ci sono dubbi. Io mi trovavo in capo al corteo delle tute bianche assieme ad altri parlamentari di Rifondazione comunista e non solo, e la prima carica arrivata è stata, possiamo dire, a freddo, senza che vi sia stato cioè un punto di contatto o una possibilità di dialogo. La cosa che quasi mi inquieta, perché secondo me ciò ha inciso anche sulle fasi successive, è stato il fatto che lì la presenza dei carabinieri era pari a 80 o 100 unità, mentre poco lontano c'era almeno un migliaio di poliziotti. Si è decisa questa carica immediata e poi la conseguenza è stata che quella successiva ha richiesto l'uso di ulteriori mezzi. Il clima è stato questo. Siccome ho bisogno


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di capire con quale criterio e per quali ragioni, fermo restando che la responsabilità è di chi ha agito sul posto, si è decisa la carica, volevo capire se lei è in grado di aiutarmi a ricostruire la dinamica degli avvenimenti.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Purtroppo non sono in grado di aiutarla, perché, come ho accennato poco fa, si tratta di valutazioni che compie il funzionario che si trova sul posto. Possono essere giuste o sbagliate, ma sono valutazioni che compie tale soggetto. Onestamente, non sono quindi in grado di spiegarle le ragioni. Non sono in grado di chiarirle la situazione di cui lei ha parlato.

FILIPPO ASCIERTO. Ne approfitto per ringraziare i carabinieri di Genova per l'impegno profuso in quei giorni ed anche per l'organizzazione logistica e per l'aiuto che è stato dato ai dimostranti. Non se ne è parlato, ma ci sono stati in effetti molti episodi di solidarietà e di aiuto a persone che si sono sentite male.
Signor colonnello, volevo rivolgerle la seguente domanda: sui giornali è apparsa una fotografia che riprendeva alcuni uomini in borghese. Alcuni hanno asserito che poteva trattarsi di uomini infiltrati. Le volevo chiedere, essendo lei il comandante del reparto operativo, se aveva dato disposizioni per servizi particolari o, se così non è, vorrei conoscere che tipo di disposizioni aveva dato per quel giorno agli uomini del suo reparto. Vorrei inoltre sapere se la centrale operativa, in quelle circostanze di ordine pubblico, potesse prendere iniziative autonome circa servizi riguardanti sempre l'ordine pubblico o addirittura autorizzare cariche nei confronti dei manifestanti.

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. In relazione alla foto apparsa sui


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giornali, questa si riferisce ad un episodio verificatosi il pomeriggio di venerdì 20 luglio, quando si è compiuto un tentativo di assalto al comando provinciale. Si sono verificati due assalti al comando provinciale: il primo portato da corso Italia, il secondo da via Gobetti. Quando i dimostranti stavano arrivando da via Gobetti, il personale, in divisa ed in borghese, si è portato sul muro di cinta della caserma: tra questo, vi erano anche quei militari della foto, tutti appartenenti al nucleo operativo del comando provinciale di Genova. Si tratta quindi di personale militare autorizzato a vestire permanentemente l'abito civile. Essi ovviamente si sono attivati, com'erano vestiti al momento, per fronteggiare il pericolo che si profilava. Peraltro qualcuno, si vede dalla foto, aveva la placca esposta sul petto con la scritta «carabinieri». Analizzando bene la foto è possibile quindi constatare che si trattava proprio di uomini dell'Arma. Qualcuno aveva il fazzoletto sul viso: ricordo a tal proposito che si tratta di personale che generalmente opera anche nel campo della polizia giudiziaria e che sul momento ha ritenuto di coprirsi il viso per evitare un eventuale riconoscimento. Mi sembra comunque che proprio quel militare con il volto coperto abbia visibile la placca, per cui si capisce benissimo che si trattava di un carabiniere. È da escludere in ogni caso la presenza di agenti provocatori usciti dalla caserma o mandati in piazza a provocare disordini. Si tratta di una notizia assolutamente infondata.
Per quanto riguarda eventuali cariche che possono essere state ordinate da ufficiali dell'Arma, lo escludo in modo assoluto, in quanto, lo ripeto, tutti i contingenti erano diretti dal punto di vista funzionale da un dirigente della Polizia di Stato. Solo quest'ultimo può disporre un'eventuale azione quale una carica. Escludo quindi in modo assoluto che a


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Genova possano essere partite cariche da parte di reparti dell'Arma disposte dall'ufficiale dei carabinieri e non dal funzionario della Polizia di Stato.

FILIPPO ASCIERTO. Volevo porre un'ultima domanda: è vero che è stata emanata una disposizione per la quale gli uomini del reparto operativo non dovevano uscire di servizio nei giorni della manifestazione?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. In quel periodo, ovviamente, tutta l'attività operativa era limitata al minimo proprio per le condizioni ambientali esterne. Inoltre eravamo impegnati in un complesso di attività all'interno della caserma. Quella che possiamo definire come attività di polizia giudiziaria era quindi ridotta veramente al minimo. Non vi erano direttive scritte in tal senso, ma era la situazione contingente che ci ha costretto a ridurre al minimo l'attività esterna e a potenziare le attività all'interno della caserma.

LUCIO MALAN. Signor colonnello, nell'associarmi alle parole di ringraziamento espresse dall'onorevole Ascierto nei confronti dei carabinieri di Genova, vorrei porle la seguente domanda: si è parlato molto dell'impiego dei carabinieri ausiliari, ovvero di leva, nelle manifestazioni di Genova; questi sono normalmente impiegati per attività di ordine pubblico in manifestazioni di piazza anche in condizioni difficili come, per esempio, partite di calcio prevedibilmente «calde»?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Su questo punto ha già risposto in modo molto esauriente il comandante generale dell'Arma. Le posso però dire che gli ausiliari che prestano servizio nei


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battaglioni vengono utilizzati anche per questo tipo di attività. Tra l'altro, come già detto dal comandante generale, i militari ausiliari che sono stati impiegati a Genova avevano dieci mesi di preparazione e di esperienza. Non erano quindi alle prime armi.

ANTONIO IOVENE. Avrei voluto porle una domanda in relazione ai fatti di cui ha parlato l'onorevole Ascierto. Siccome ha già risposto, le chiedo semplicemente questo: da ciò che a lei risulta, esclude che possano essere stati utilizzati nelle manifestazioni di Genova appartenenti all'Arma come infiltrati?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova Lo escludo nel modo più categorico. Nei due giorni delle manifestazioni non c'era alcun militare dell'Arma in borghese a svolgere questo tipo di attività. Tutte le attività in quel periodo sono state ridotte al minimo, per un complesso di motivi, ed in ogni caso, lo ripeto, non vi era alcun carabiniere in borghese a svolgere attività di tal genere.

IDA DENTAMARO. Signor colonnello, volevo chiederle se le risulta che nel corso dei tre giorni si siano verificati inconvenienti di carattere tecnico nella sala operativa, per esempio nei collegamenti radio con le auto o con la sala operativa della questura o con la sala interforze. Ha fatto anche riferimento alla presenza di tecnici civili: è stato necessario il loro intervento? Ci sono stati momenti in cui il collegamento è venuto meno?

SALVATORE GRACI, Comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova. Non abbiamo avuto alcun problema di collegamento né con la questura né con i nostri mezzi dispiegati sul territorio.


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PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di parlare, ringraziamo il colonnello Graci, con l'unica preghiera di farci pervenire la relazione che lei ha letto per tenerla agli atti.

Sull'ordine dei lavori.

ANTONIO TOMASSINI. È stata questa mattina pubblicata su vari organi di stampa la notizia secondo la quale la relazione concernente l'indagine promossa dalla regione Liguria sugli esiti dei trattamenti sanitari negli ospedali è stata depositata. Chiedo che venga acquisita agli atti del Comitato.

PRESIDENTE. Senza dubbio. Provvederemo ad inoltrare la richiesta da lei formulata.

GABRIELE BOSCETTO. Mi ero riservato di chiedere l'acquisizione del film proiettato al festival di Locarno. Le sarei grato se volesse chiedere ai responsabili del festival ed in particolare alla direttrice Irene Bignardi di inviarci il film in questione, del quale si è ampiamente parlato nelle cronache e sul quale è intervenuto, fra gli altri, il sottosegretario Sgarbi.

PRESIDENTE. È senz'altro una richiesta che possiamo trasmettere, come quella del senatore Tomassini.

GIANNICOLA SINISI. Signor presidente, avrei posto la questione domani in sede di ufficio di presidenza, ma la anticipo perché forse potrebbe essere utile per guadagnare tempo. Abbiamo ricevuto le informative da parte dei Servizi; come ho potuto verificare, sarebbero circa un centinaio quelle del SISMI e circa 200 quelle del SISDE. Il prefetto La Barbera, ieri, oltre che nella sua relazione, anche a seguito di una mia precisa domanda, ha affermato che le informative che ha


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ricevuto sono state 126. Vi è allora un'evidente discrasia tra il numero delle informative che sono state trasmesse in questa sede e il numero delle informative che sarebbero state ricevute dal dipartimento della pubblica sicurezza, trasmesse successivamente agli organi periferici. Le chiedo se possiamo chiedere al suddetto dipartimento di avere tutte le informative che ha ricevuto dai Servizi per verificare quelle che evidentemente mancano: infatti, la differenza è di circa 170.

PRESIDENTE. Non avendo noi conoscenza della richiesta avanzata dal prefetto La Barbera, se le richieste in ipotesi fossero relative ad un oggetto o a taluni Stati, con ogni probabilità la stessa è stata completamente evasa. Non ci mettiamo a fare i magistrati. Se abbiamo ottenuto da parte dei Servizi quel numero di informative che rappresentano il tutto, mentre una parte limitata (come lei afferma e che sicuramente nelle cifre corrisponde) è stata fornita al prefetto La Barbera, non conoscendo la documentazione e lo scambio tra i due, debbo presumere che, con ogni probabilità, al prefetto la Barbera interessava solo una parte di queste. L'importante è che abbiamo, come Comitato, 300 informative (se sono 300 non ho avuto modo di contarle). Se poi il prefetto La Barbera lo ritenesse opportuno, potrà lagnarsi con chi di dovere, avendo contezza del fatto che il Comitato ha avuto 300 informative mentre lui 127.

GIANNICOLA SINISI. Sono preoccupato del fatto che 170 informative non siano state ricevute dalla polizia di prevenzione e che, quindi, non siano state utilizzate. Se, per paradosso, queste ultime fossero state quelle rilevanti, lei può immaginare che, a questo punto, anche le dichiarazioni ... Poiché esiste un numero di protocollo di ciascuna di queste informative, le chiedo se sia possibile ottenere l'elenco di


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quelle ricevute dalla polizia di prevenzione al fine di effettuare una verifica.

PRESIDENTE. Esamineremo la richiesta domani in sede di ufficio di presidenza.
La richiesta del senatore Tomassini è agevole, trattandosi di un documento, e me ne assumo la responsabilità; su tale questione vorrei conoscere anche il parere degli altri componenti l'Ufficio di presidenza.

FILIPPO MANCUSO. Signor presidente, il mio presidente di gruppo mi autorizza ad anticiparle la richiesta che sarà inoltrata all'ufficio di presidenza relativa all'esigenza da noi avvertita che siano ascoltati i tre ispettori incaricati dell'indagine a Genova dal capo della Polizia.

MARCO BOATO. Lo avevo chiesto inutilmente anch'io.

PRESIDENTE. Non inutilmente. Non abbiamo provveduto ad allungare o ad eliminare alcun nominativo. Abbiamo deciso congiuntamente che in sede di ufficio di presidenza di giovedì sera avremmo definito il calendario dei lavori. Si tratta di una richiesta che già aveva formulato l'onorevole Boato e che oggi avanza l'onorevole Mancuso a nome del gruppo di Forza Italia. Sentiremo anche gli altri ed eventualmente potremo procedere all'audizione.

PIERLUIGI PETRINI. Il capo della Polizia ci ha inviato un dossier che contiene alcune documentazioni richieste ed ulteriori elementi informativi relativi a quesiti ai quali non aveva fornito risposta. Tuttavia, non c'è la risposta che io mi aspettavo. Non l'ho ottenuta nemmeno quando ho posto la medesima domanda al funzionario della polizia penitenziaria. Mi riferisco all'ispezione del dottor Micalizio, il quale afferma


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che 62 persone delle 93 portate nella caserma hanno avuto prognosi variabili (alcune anche severe) e 3 addirittura una prognosi riservata. Non mi sembra un fatto del tutto secondario sapere su quali basi sono state formulate queste prognosi e come è accaduto l'evento traumatico.

PRESIDENTE. È proprio un'omissione. Mi pare che lei stia sottolineando che da parte del capo della Polizia nella trasmissione dell'integrazione della relazione e nell'allegare i documenti vi sia un'omissione.

PIERLUIGI PETRINI. Esatto.

PRESIDENTE. Questo credo possiamo chiederglielo. D'altra parte c'è il resoconto stenografico, a meno che lei non ritenga di avanzare tale richiesta o di ritirarla dopo l'audizione del dottor Sabella. La richiesta viene inoltrata, poi però lei si riserverà, dopo l'audizione del dottor Sabella, di insistere o eventualmente di ritirarla.

ANTONIO SODA. Signor presidente, sollecito una decisione sulla richiesta da me avanzata. Nell'altra sala c'è mezzo Comitato: chi copia, chi passa, eccetera.

PRESIDENTE. È un'esigenza che sentiamo tutti. Anche il sottoscritto deve avere il tempo per esaminare tutto, come credo la maggioranza dei componenti il Comitato. O si fa una cosa o se ne fa un'altra.

ANTONIO SODA. Si ritrovano pezzi sui giornali...

PRESIDENTE. In proposito, credo che fino a questo momento, onorevole Soda, sui giornali non siano apparsi documenti riservati; probabilmente già precedentemente erano


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in mano a qualche giornalista. Onestamente non condivido assolutamente la sua illazione riguardo al fatto che i commissari possano aver fornito documenti alla stampa.

ANTONIO SODA. Mi auguro che non sia così!

PRESIDENTE. Anch'io.

FRANCESCO NITTO PALMA. Signor presidente, mi pongo sulla stessa linea del presidente Mancuso. Premetto che anch'io sono stato autorizzato dal capogruppo a preannunciare quanto sarà oggetto di una richiesta specifica domani in ufficio di presidenza. Il problema è questo: dalla lettura dei giornali di qualche giorno fa ho appreso che vi sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche o ambientali, non so specificare meglio, dalle quali emergeva che talune persone arrestate per i fatti di Genova ammettevano, nel parlare fra di loro, di avere reso denunce calunniose nei confronti dei Carabinieri. Tempo prima, sempre sui giornali, ho appreso dell'esistenza di intercettazioni telefoniche apprezzabili ai fini dell'oggetto di questa indagine conoscitiva tra soggetti di primo piano del mondo della manifestazione ed esponenti politici parlamentari.
È vero che le intercettazioni possono essere coperte da segreto; credo tuttavia che questo sia un dato da accertare. Mi permetto di far presente che probabilmente tale segreto non vi deve essere, se è vero, come pare essere, che il procuratore aggiunto di Genova, dottor Pellegrino, ha avuto modo di confermare l'esistenza, quanto meno della intercettazione telefonica relativa alle calunnie rivolte ai carabinieri.
Aggiungo di avere letto l'appunto inviato dal procuratore della Repubblica di Genova, nel quale sostanzialmente si compie uno screening delle indagini in corso, con riferimento ai fatti di Genova; a me pare che non emerga un dato di


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assoluto rilievo ai fini delle indagini in corso. Sostanzialmente, al di là degli episodi della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, non emerge il numero di quelle lesioni o altro, eventualmente ascrivibili ad appartenenti alle forze dell'ordine per cui l'autorità giudiziaria di Genova sta indagando. Comunque non vi è dubbio, signor presidente, che se tale numero dovesse essere di dieci rappresenterebbe un dato di apprezzabilità minore rispetto ad un numero di cento o mille.
Alla luce di quanto sopra, se autorizzato dal presidente di gruppo, chiederò che, in sede di ufficio di presidenza, si possa discutere della richiesta di ascoltare il procuratore della Repubblica di Genova, dottor Meloni.

PRESIDENTE. Posso assicurarle che tale richiesta è già stata avanzata dal presidente del gruppo di Forza Italia nella giornata di ieri, in sede di ufficio di presidenza. Unitamente ad altre richieste, i componenti l'ufficio di presidenza all'unanimità hanno deciso di rinviare la questione a domani sera, allorquando delibereremo eventuali altri nominativi di persone che questo Comitato di indagine intende ascoltare, nonché eventuali documenti che dovessimo ritenere di chiedere all'autorità competenti.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 16,05, è ripresa alle 16,30.

Audizione del dottor Pasquale Zazzaro, responsabile sala radio della questura di Genova.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dottor Pasquale Zazzaro, responsabile sala radio della questura di Genova.


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Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Signor presidente, sono Pasquale Zazzaro, primo dirigente della Polizia di Stato; presto servizio alla questura di Genova dove, da alcuni anni, dirigo l'ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico, nel cui ambito è inserita la centrale operativa delle telecomunicazioni. In occasione del vertice G8 sono stato incaricato della gestione della centrale operativa della questura di Genova, come indicato nella ordinanza di servizio del 12 luglio 2001. Come dirigente dell'ufficio prevenzione generale e, quindi, come responsabile della centrale operativa, ho potuto seguire l'intensa attività preparatoria al vertice nel settore delle telecomunicazioni.
Sin dalle prime fasi della preparazione del piano di sicurezza per il vertice, il dipartimento della pubblica sicurezza ha prestato la massima attenzione al settore tecnico-logistico e, in particolare, alle telecomunicazioni, realizzando una serie di interventi mirati al potenziamento delle reti di telecomunicazioni e ad incrementare le dotazioni radio-telefoniche per consentire alla sala operativa una gestione ottimale delle esigenze di sicurezza e ordine pubblico connesse al


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vertice. Presso la questura è stata allestita una nuova centrale operativa, dotata di un sistema informatizzato di controllo del territorio che assicura un più elevato ed efficace profilo di operatività, mediante la radiolocalizzazione delle risorse sul territorio - sia le pattuglie della Polizia di Stato, sia le gazzelle dei carabinieri - e prevede poi la interconnessione con la centrale operativa del comando provinciale dell'Arma dei carabinieri di Genova. Inoltre, sono state realizzate due nuove reti radio principali, per la comunicazione in chiaro ed in cripto, nell'area urbana e in quella provinciale, una rete radio per servizi dati e radiolocalizzazione, una rete di videosorveglianza dell'area urbana, attraverso telecamere installate in punti strategici del centro cittadino. Sono state potenziate le reti radio esistenti, si è provveduto all'installazione di ulteriori ripetitori per ottimizzare la distribuzione del traffico delle telecomunicazioni, sono state assegnate per i servizi di controllo del territorio, circa 60 autovetture radiolocalizzate, dotate di terminale di bordo. Infine, sono stati assegnati 450 apparati radio, veicolari e portatili, dotati di cripto. Inoltre, il dipartimento della pubblica sicurezza ha costituito un'apposita struttura per la prevenzione di azioni di disturbo ai sistemi di comunicazione telefonica, telematica e televisiva, poiché dall'analisi delle iniziative messe in atto dai movimenti antiglobalizzazione in occasione di altri vertici internazionali è stato registrato un particolare interesse nel settore delle telecomunicazioni, come tentativi di interruzione delle linee telefoniche e di interferenze nelle radiofrequenze delle forze dell'ordine. Sono stati attivati i servizi per la prevenzione delle interferenze ai ripetitori televisivi, di presidio alle comunicazioni telefoniche, di prevenzione e contrasto alle interferenze e ai disturbi alle comunicazioni, con la collaborazione del personale specializzato del Ministero delle comunicazioni.


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In occasione del vertice G8 la questura di Genova, cui spettava la direzione tecnica dei servizi di ordine e sicurezza pubblica, per assicurare il coordinamento operativo di tutti i servizi pianificati con il complesso dispositivo di sicurezza interforze - la famosa ordinanza di servizio del 12 luglio -, ha costituito, presso la propria sede, una sala operativa in cui è stata assicurata, ininterrottamente dalle ore 7 del 16 luglio, la presenza dei rappresentanti di tutte le forze di polizia, delle specialità della Polizia di Stato e della polizia municipale.
La sala operativa, indicata nell'ordinanza di servizio del 12 luglio, è stata articolata in più settori: una sala gestione G8, una sala Forze di polizia, una sala situazione, una sala forze armate. Inoltre, sempre a proposito di coordinamento, è stata costituita una sala situazione internazionale, coordinata dalla direzione centrale della polizia di prevenzione, nonché una sala interdisciplinare presso la capitaneria di porto.
Le strutture di coordinamento garantivano le seguenti attività. Nella sala gestione G8 avveniva la gestione di tutti i servizi di ordine e sicurezza pubblica connessi, in collegamento radio, con i funzionari preposti ai diversi servizi, come l'ordine pubblico per le manifestazioni, il presidio della zona rossa, la vigilanza agli alloggi delle delegazioni e ai luoghi di svolgimento del vertice, il controllo del territorio, nonché il servizio di centralino 113, e la videosorveglianza dell'area urbana. Nella sala gestione è stato realizzato un collegamento in videoconferenza con la sala operativa del comando provinciale dei Carabinieri, a disposizione dell'ufficiale di collegamento presente nella sala. Di converso, presso la centrale operativa di quel comando sono stati installati due apparati ricetrasmittenti sintonizzati sui canali utilizzati dalla polizia per i servizi di ordine pubblico. Infine, il collegamento tra le due sale operative era assicurato anche mediante linee telefoniche


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dedicate e telefoni punto a punto. Nella centrale operativa della questura era possibile seguire alcune fasi delle manifestazioni attraverso le immagini riprese da un sistema di videosorveglianza costituito da telecamere posizionate in 25 punti strategici del centro cittadino, guidate direttamente dalla sala gestione G8, nonché attraverso le immagini riprese da telecamere posizionate a bordo degli elicotteri della Polizia di Stato.
Tutte le immagini, inoltre, erano proiettate contemporaneamente su un maxischermo installato nella sala forze di polizia e nella sala situazione internazionale. Le comunicazioni radio della Polizia di Stato sono state assicurate attraverso 13 canali radio, destinando ad ognuno di essi un diverso tipo di servizio o di attività. Le comunicazioni radio relative ai servizi di ordine pubblico sono state effettuate in modalità cripto per garantire la riservatezza delle comunicazioni e per scongiurare il temuto pericolo di intercettazioni ed interferenze da parte dei movimenti di antiglobalizzazione. Nella sala forze di polizia erano riuniti i rappresentanti, funzionari ed ufficiali, di tutte le forze di polizia (quindi: Polizia di Stato, Arma dei carabinieri, Guardia di finanza, Corpo forestale dello Stato e Polizia penitenziaria ) unitamente poi alle specialità della Polizia di Stato, alla Polizia municipale e ai vigili del fuoco: ciò per tutte le esigenze di coordinamento.
Tutti i funzionari ed ufficiali delle forze di polizia erano collegati con le rispettive centrali operative per mezzo di propri apparati radio e telefonicamente per il tramite di linee dedicate.
Nella sala situazione erano presenti i referenti degli enti erogatori dei servizi pubblici essenziali per la necessità di coordinare i servizi disposti dalle diverse amministrazioni coinvolte nell'organizzazione dell'evento ed interfacciarle con


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la gestione dei servizi di ordine e sicurezza pubblica. Tutti i rappresentanti degli enti erogatori dei servizi pubblici essenziali erano collegati per mezzo di apparati radio e telefonicamente per il tramite di linee dedicate con i rispettivi centri di direzione tecnica ed erano coordinati da un funzionario della Polizia di Stato a sua volta collegato con la sala operativa.
La sala forze armate era gestita dal comandante del comando operativo interforze; essa assicurava il coordinamento delle attività eseguite dai loro contingenti posti a disposizione delle autorità di pubblica sicurezza.
La sala interdisciplinare, costituita presso la capitaneria di porto, era preposta al coordinamento dei servizi a mare, per interfacciare tale attività con la gestione complessiva dell'ordine pubblico attraverso un funzionario della Polizia di Stato presente ininterrottamente sul posto.
I funzionari della Polizia di Stato erano presenti in tutte le sale e garantivano tutte le esigenze di coordinamento con la sala gestione G8. Sicuramente, nei giorni del vertice, il sistema di comunicazioni radio è stato messo a dura prova per l'elevato traffico che ha dovuto gestire. La necessità di fronteggiare i movimenti di antiglobalizzazione, che avevano preannunciato ripetutamente la violazione della zona rossa per impedire lo svolgimento del vertice, aveva comportato l'impiego, nei soli servizi di ordine pubblico, di alcune migliaia di uomini. Un numero così elevato di personale e di contingenti durante i servizi di ordine pubblico è stato collegato ed ha dovuto comunicare con la centrale operativa sullo stesso canale radio (e, quindi, sulla stessa frequenza) in una situazione certamente critica per tutta la durata dei servizi.
Il continuo mutare degli scenari in piazza ed il susseguirsi di situazioni operative estremamente animate di crisi e di


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emergenza hanno sviluppato, quindi, una mole eccezionale di comunicazioni, talvolta non facilitate dall'elevata concitazione dei momenti e, in qualche caso, dalla poca dimestichezza di alcuni con gli apparati radio durante le trasmissioni in cripto.
Per tutta la durata delle manifestazioni le comunicazioni - come detto - hanno impegnato in modo pressoché continuo i canali radio, tanto che spesso si è fatto ricorso anche all'uso di telefoni cellulari, sia di servizio sia privati, per raggiungere i funzionari dirigenti dei servizi di ordine pubblico.
In alcuni momenti gli apparati della centrale operativa hanno evidenziato difficoltà nelle comunicazioni. In pratica, tali inconvenienti non hanno oscurato il canale radio né hanno impedito che i reparti sul territorio potessero dialogare tra di loro o con i loro dirigenti, ma hanno interessato soltanto la centrale operativa, impedendole di trasmettere e ricevere sia pure per un tempo brevissimo, quello necessario per ricorrere ad apparati radio di riserva già disponibili sul posto. Credo che sulla strada nessuno abbia avvertito le difficoltà della centrale.
Il personale tecnico ha riferito che le reti radio hanno funzionato regolarmente e non sono state oggetto di alcun guasto. Il sistema di gestione delle comunicazioni radio - il cosiddetto Com center - ha vissuto, invece, qualche momento di crisi per gli inconvenienti generati proprio dall'elevato traffico. Gli inconvenienti sono stati superati con l'immediata assistenza dei tecnici presenti ininterrottamente sul posto, i quali hanno consentito il funzionamento del sistema in modalità normale ed in modalità di riserva.
L'ispettorato territoriale per la Liguria del Ministero delle comunicazioni, che nei giorni del vertice ha assicurato un servizio di sorveglianza dello spettro radioelettrico per il rilievo di interferenze, ha riferito che nel periodo in argomento non sono state rilevate interferenze intenzionali, mirate cioè


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ad interrompere i servizi di telecomunicazione, ma sono state rilevate, invece, interferenze accidentali causate proprio dall'impiego improprio degli apparati radio, comprensibili per la quantità di apparati radio impiegati.
I principali interventi segnalati si riferivano - come verificato dallo stesso personale - agli apparati radio della Polizia di Stato rimasti accidentalmente in trasmissione, uno il giorno 20 intorno alle ore 19,00 e gli altri due, invece, il giorno 21, uno alle ore 8,00 e l'altro alle ore 17,30, ma di fatto non hanno arrecato alcun disservizio.
Durante lo svolgimento dei servizi di ordine e sicurezza pubblica, in occasione delle manifestazioni di piazza, in centrale operativa erano presenti il dirigente dell'ufficio prevenzione generale responsabile della centrale operativa, un funzionario del ruolo dirigenziale indicato nell'ordinanza di servizio del 12 luglio come collaboratore diretto del questore, lo stesso questore e, nei giorni 19 e 20 luglio, il vicecapo vicario della Polizia. Il compito della centrale operativa era di coordinare l'attività dei contingenti dei reparti, disporre i movimenti e l'impiego del personale in relazione alle necessità e garantire un'attività di supporto.
L'impiego dei reparti sul territorio è stato condizionato da più fattori, tutti previsti ma ineliminabili.

MARCO BOATO. Qual è il primo dirigente che ha indicato?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Sono io: il dirigente dell'ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico.
A Genova in quei giorni si è verificata una situazione di ordine pubblico molto complessa, senza precedenti nel nostro paese, in un contesto in cui bisognava garantire la sicurezza di un vertice internazionale in cui erano presenti otto Capi di


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Stato e di Governo, consentire a tutti di manifestare pacificamente e nel rispetto della legge e garantire la sicurezza della cittadinanza.
Un elevato numero di manifestanti è arrivato a Genova per esprimere il proprio dissenso. Molte componenti del movimento dell'antiglobalizzazione avevano già dichiarato apertamente la loro intenzione di impedire lo svolgimento del vertice e di penetrare nella zona rossa. Decine e decine di migliaia di persone hanno invaso le vie della città per convergere sulla zona gialla e, poi, verso la zona rossa: alcuni con intenti pacifici, altri fermamente decisi a mettere in atto una non meglio definita disobbedienza civile ed altri ancora con il solo obiettivo di distruggere e saccheggiare. La componente più violenta del movimento (si trattava di diverse migliaia di persone) si è equipaggiata con passamontagna, caschi, scudi, protezioni per il corpo, maschere antigas, mazze e spranghe; si è rifornita di armi improprie di qualunque genere e di bottiglie incendiarie, a dimostrazione della volontà di condurre una protesta assurdamente violenta con tecniche da guerriglia e con l'intento preordinato di attaccare le forze dell'ordine.
Le frange più violente si sono distribuite sul territorio; non hanno operato in un solo settore: hanno incendiato autovetture, cassonetti, distributori di benzina e danneggiato auto private, arredi urbani, esercizi commerciali e banche. Non si sono fermate nemmeno davanti alle caserme della Polizia stradale, alla caserma Ilardi della Polizia di Stato, al comando provinciale dei Carabinieri, alla compagnia Carabinieri di San Martino, al comando regionale della Guardia di finanza e al carcere di Marassi. È stata prodotta una violenza inaudita, mai vista precedentemente, messa in atto contemporaneamente in zone e in quartieri diversi della città da migliaia di manifestanti con autentiche azioni di guerriglia prolungate nel tempo


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e di elevata violenza, che hanno impegnato notevolmente i nostri reparti in lunghi ed estenuanti contrasti ed in azioni di contenimento.
Altre componenti violente spesso si sono mescolate con i gruppi meno oltranzisti nella massa dei pacifisti. Entravano ed uscivano da queste masse o dai cortei per rendere più difficile e più rischioso l'intervento delle forze dell'ordine, colpivano di sorpresa, si davano alla fuga repentinamente e rientravano; non sempre le frange violente sono state isolate dagli altri manifestanti.
Esisteva una oggettiva difficoltà ad individuare preventivamente questi soggetti, certamente non identificabili solo attraverso il colore della maglia, che si spostavano in forma anonima, semmai con le mani alzate alla vista delle forze dell'ordine e poi, improvvisamente, comparivano in occasione degli scontri e delle violenze. Decine di migliaia di manifestanti diretti verso il centro della città hanno costituito un lungo fronte unico nel quartiere della Foce, dalla Fiera del mare fino a corso Sardegna. Un muro quasi invalicabile oltre il quale non era facile andare: era difficilmente aggredibile lateralmente, non poteva essere attraversato perché, come insegnano le prime regole di gestione dell'ordine pubblico, addentrarsi in questo muro di violenza avrebbe comportato gravissimi rischi per l'incolumità fisica del personale e degli stessi manifestanti.
Contemporaneamente, anche intorno alle piazze tematiche è stata esercitata una forma di violenza, forse meno virulenta, ma ugualmente pericolosa perché i manifestanti tentavano di forzare in più punti il blocco precostituito in difesa della zona rossa. I reparti sono stati impegnati lungamente per ore in azioni di contrasto e di contenimento di questa violenza. Grossi contingenti di personale sono stati impiegati negli scontri più accesi mentre altri, più agili per composizione


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numerica di mezzi e di personale, si spostavano frequentemente e velocemente per affrontare situazioni meno complesse.
In alcune occasioni, sotto la pressione di quest'enorme massa di manifestanti, i nostri reparti sono stati costretti ad indietreggiare, ma si sono riorganizzati, hanno avanzato, contrastato e contenuto i violenti. Eppure, spesso, hanno operato in condizioni sfavorevoli di impiego: in salita, controvento, in spazi ristretti, sotto il lancio di bottiglie incendiarie ed oggetti di ogni genere.
I movimenti dei contingenti certamente non sono stati facilitati dalla particolare topografia della città di Genova che si estende lungo il mare, a ridosso dei monti, con salite, discese, strade strette che non offrono spazi di manovra e con la viabilità principale, costituita da due o tre arterie che collegano il Ponente con il Levante passando per il centro storico, di fatto, poi, occupata dai manifestanti. In alcuni casi abbiamo dovuto usare anche l'autostrada per effettuare degli spostamenti di contingenti. Le difficoltà dei reparti negli spostamenti erano dovute essenzialmente alla consistenza numerica dei mezzi per il trasporto di personale che, ovviamente, doveva essere adeguato a fronteggiare queste continue violenze ed aggressioni.
Spesso, durante gli spostamenti verso l'obiettivo, i reparti si imbattevano in altri gruppi di manifestanti che, pronti ad ingaggiare con loro degli scontri, li ostacolavano con degli sbarramenti sulla strada fatti di cassonetti o di autovetture incendiate o che, al loro passaggio, li bersagliavano con un fitto lancio di oggetti di ogni genere per cui ritardavano l'arrivo nel luogo di destinazione o, addirittura, non lo raggiungevano e si doveva provvedere all'impiego di altro personale.


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Certamente, in alcune occasioni, gli interventi dei reparti non sono stati così immediati e tempestivi come qualcuno poteva aspettarsi, semmai valutando la situazione dal luogo stesso degli incidenti. Ma, come detto, esistevano delle difficoltà oggettive dovute al fatto che in quel contesto di violenza ed in mezzo a quel muro di manifestanti si doveva spostare sul territorio non la classica unità operativa agile e veloce (la volante o la gazzella), ma una colonna di mezzi, indispensabili per il trasporto di personale e materiali, che ha dovuto fare i conti con i problemi già accennati.
In questo contesto hanno dovuto operare i reparti. Nella centrale operativa ho avuto una visione generale di questi eventi, ho seguito l'attività dei reparti, le difficoltà da loro incontrate e posso affermare che queste sono state superate grazie al coraggio, allo spirito di sacrificio ed al senso di responsabilità che ha animato tutto il personale.

MARCO BOATO. Dottor Zazzaro, la ringrazio per questa relazione anche perché, a differenza del collega che l'ha preceduta, lei ha opportunamente collegato le questioni di carattere tecnico, sotto il profilo del settore delle telecomunicazioni di cui lei è competente responsabile, con altre questioni che riguardano la finalizzazione di tali strutture di telecomunicazione alla gestione concreta dell'ordine pubblico nella città di Genova nella situazione di emergenza verificatasi nei giorni 19, 20 e 21 luglio. Le farò brevemente qualche domanda sia di chiarificazione sul piano tecnico, sia per quanto riguarda la seconda parte della sua relazione.
In riferimento all'aspetto tecnico, devo darle atto della completezza della sua relazione. Tuttavia, abbiamo appena ascoltato una relazione, soltanto per alcuni aspetti omologa, da parte del comandante del reparto operativo dei Carabinieri di Genova, il quale ci ha parlato di un centro radio presso la


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questura (che aveva chiamato sala operativa) consistente in tre sale: una per la gestione del G8, una per le forze di Polizia e una per le Forze armate. Se ho preso bene appunti mentre lei stava parlando, ho contato - non è una contestazione, ma solo una ricognizione di quello che lei ha detto - che nella sala operativa presso la questura c'erano cinque sale, più una distaccata presso la capitaneria di porto: la sala gestione G8; la sala forze di Polizia; la sala situazione (di cui sentiamo parlare adesso per la prima volta); la sala Forze armate; la sala situazione internazionale (di cui abbiamo già sentito parlare dai dirigenti della Polizia, ma non dal responsabile dei Carabinieri); la sala interdisciplinare presso la capitaneria di porto. Quello che le chiedo, dal punto di vista tecnico, è se tutto questo sia stato in aggiunta, anche per la particolare situazione di emergenza, alla sala operativa specifica della questura (quella che riguarda la Polizia di Stato) o se abbia sostituito la sala operativa - uso un termine tecnico e le chiedo scusa - ordinaria. Sappiamo, infatti, che vi è una sala operativa presso il comando provinciale dei Carabinieri, una sala operativa presso il comando provinciale della Guardia di finanza ed una sala operativa della stessa questura. Questa serie di sale, che si connettono dentro l'unica centrale operativa presso la questura, sostituiva in tal caso, la sala operativa della questura o essa continuava ad avere una sua autonomia, nel senso che si sarebbe connessa con la gestione G8 e le altre sale che riguardano tutte le varie forze? Mi riferisco a Carabinieri, questura e - le chiedo conferma - Guardia di finanza. L'ho chiesto ripetutamente al suo omologo dell'Arma dei carabinieri, ma non ha saputo dirmi assolutamente nulla, neanche dell'esistenza di un eventuale collegamento con la Guardia di finanza, e mi è sembrato un po' strano. Mi pare, invece, che lei - me lo confermi o me lo


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specifichi - abbia parlato di una rappresentanza all'interno di questa sala operativa della Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di finanza, del Corpo forestale dello Stato, dei Vigili del fuoco, della Polizia municipale e dei vari settori della stessa Polizia di Stato.
Quindi, è una situazione un po' più complessa di quanto non sia stato rappresentato dall'Arma dei carabinieri, il cui esponente pure aveva riferito della centrale operativa presso la questura. Le chiederei, pertanto, di chiarire se è vero che la possibilità tecnica di videoconferenza, realizzata all'interno della sala di gestione del G8 (la prima delle sale elencate) sia stata una specie di interfaccia solamente dell'Arma dei carabinieri o se, invece, lo sia stata anche della Guardia di finanza. Invero, non riesco a capire se la Guardia di finanza, in tutta questa vicenda, abbia giocato un ruolo simbolico e marginale all'interno della rappresentanza delle forze di polizia, costituita dai vari ufficiali di collegamento. Ho rivolto tale domanda al comandante del reparto operativo dell'Arma dei carabinieri, ma non ha saputo rispondermi; posso dire che mi pare che lei abbia un quadro più completo, se non altro perché è primo dirigente - se non ho compreso male - all'interno della questura.
Per quanto attiene alle considerazioni tecniche, le rivolgo ancora un'altra domanda, eventualmente solo per smentire una «leggenda metropolitana». Personalmente, non sono stato in quei giorni a Genova e quindi ho soltanto ascoltato radio e televisione e letto i giornali le chiedo allora se la struttura appositamente predisposta per la prevenzione di azioni di disturbo delle telecomunicazioni abbia avuto essa stessa, a sua volta, un qualche ruolo di disturbo attivo delle comunicazioni tra i manifestanti nelle situazioni di emergenza. Ovviamente, mi riferisco a comunicazioni non tra i Corpi di polizia; infatti,


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lei ci ha detto che, per quanto riguarda l'ordine pubblico, dette comunicazioni seguivano tutte, per ragioni facilmente comprensibili, la modalità cripto. Le chiedo quindi se tale tesi, che ogni tanto ho visto riportata dai giornali, abbia un fondamento o se, invece, sia semplicemente una «leggenda metropolitana». Ho una curiosità tecnica al riguardo.
Lei ha parlato, ad un certo punto, di difficoltà di comunicazione dovute anche al sovraccarico delle comunicazioni radio, all'intervento di apparati radio riserva e così via; si è riferito alla mole, eccezionale ad un certo momento, di comunicazioni, il cui smaltimento non è stato facilitato dalla concitazione degli eventi. Ciò è comprensibile, visto che il 20 ed il 21 luglio sono state due giornate di grande emergenza. Anche se suppongo non fosse sua la responsabilità, lei ha dato questo quadro nella seconda parte della sua relazione. Le chiedo, dal punto di vista conoscitivo - quindi, non dal punto di vista del giudizio politico o sotto un altro profilo: infatti, dobbiamo semplicemente conoscere i fatti - se siano emersi, tra i vari soggetti da lei indicati, problemi afferenti alla fase decisionale, di coordinamento tra i Corpi di polizia o concernenti le decisioni di volta in volta da assumersi rispetto alle situazioni che si sviluppavano. Anzitutto, intendo riferirmi a lei stesso; quindi, al responsabile della centrale operativa, al collaboratore diretto del questore, al questore stesso, al vicecapo vicario (quest'ultimo, nei giorni in cui era a Genova).
Visto che lei è stato, momento per momento, protagonista delle varie fasi decisionali e considerato altresì che le decisioni, in forza della legge del 1981, vengono assunte dall'autorità di pubblica sicurezza, dalla Polizia di Stato e quindi o dal questore o dai funzionari, le chiedo se vi siano stati problemi nelle varie fasi decisionali riguardanti gli interventi da porre in essere nei vari momenti.


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Concludendo, lei, dottor Zazzaro, ci ha rappresentato il quadro in parte già noto - sa, infatti, che abbiamo ascoltato molti rappresentanti della Polizia e degli altri Corpi - delle difficoltà incontrate in quei giorni, a proposito del quale, anche avendo la possibilità di conoscenza dei movimenti in tempo reale, attraverso i mezzi tecnici, non mi pare lei abbia fatto mai riferimento a situazioni di esorbitanza che si sono verificate (ormai è pacifico) sulle quali solo il giudizio può essere diverso. Del resto, lo stesso prefetto Andreassi vi ha fatto riferimento innumerevoli volte, nel corso della lunga mattinata trascorsa con noi. Si è trattato di situazioni di esorbitanza, rispetto ai compiti di contrasto nei confronti dei protagonisti di azioni violente o di guerriglia e nei confronti dei partecipanti pacifici alle manifestazioni. Le chiedo allora, se, nonostante gli apparati di visione in tempo reale di quanto stava succedendo, non vi siete accorti, all'interno della sala operativa, di qualche disguido o di qualche disfunzione che si stava verificando. Glielo chiedo anche perché lei, ad un certo punto, ha parlato di decine di migliaia di manifestanti, riferendosi, perciò, non ai violenti; ha anche parlato di un lungo fronte unico, usando poi l'espressione «un muro di violenza». Ecco, questo è stato l'unico punto della relazione nel quale a me è sembrato improprio il suo modo di esprimersi perché parlare di un muro di violenza rispetto a decine di migliaia di manifestanti a me pare improprio.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Quanto alla sala operativa, la sua articolazione è definita nella stessa ordinanza del 12 luglio. I locali erano i soliti del centro operativo della questura (sia pure, ovviamente, rinnovati). Il cuore decisionale della centrale operativa era costituito dalla sala gestione G8, dalla sala Forze di Polizia e dalla sala situazione - che si trovavano sullo stesso


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piano (ma non negli stessi ambienti) - e dalla sala Forze armate che, invece, aveva in una posizione più isolata.
La sala interdisciplinare, invece, costituita presso la capitaneria di porto, rispondeva alla necessità di coordinare tutti i servizi di vigilanza a mare con i servizi di ordine pubblico, considerato che, tra l'altro, tra le varie ipotesi vi era quella di dover predisporre le scorte alle delegazioni per mare; quindi, si era previsto anche ciò.
Poi, vi era la sala situazione internazionale, posizionata al piano terra della questura e coordinata dalla direzione centrale della Polizia di prevenzione; questa serviva a coordinare le diverse polizie straniere appunto con la direzione centrale di Polizia di prevenzione. Dunque, ad esse pervenivano, ovviamente, le comunicazioni radio nonché, le immagini sullo schermo.
Quanto alla Guardia di finanza, questa era presente nella centrale operativa; con essa non è mai stato realizzato alcun collegamento di interconnessione e di videoconferenza; ciò è stato fatto, come dicevo prima, soltanto con il comando provinciale dell'Arma dei carabinieri, e soltanto in occasione del vertice. Ovviamente, però, la Guardia di finanza era presente nella sala operativa, insieme, come dicevo dianzi, con tutte le altre forze di polizia e l'ufficiale era collegato con la sua centrale operativa anche attraverso la propria radio che poteva portare nella nostra centrale operativa. Quindi, aveva comunque modo di seguire le attività della Guardia di finanza attraverso la radio.
Nella fase decisionale non vi è stato nessun problema, gli avvenimenti si sono susseguiti velocemente per cui vi è stata un'attività molto frenetica, ma sempre con una piena condivisione, tramite consultazioni e confronti, delle scelte dei comandi.


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MARCO BOATO. Si è mai avuta la sensazione che qualcosa non stesse funzionando ?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. In riferimento all'azione di contrasto sì, perché nel momento in cui abbiamo visto reparti che erano costretti ad arretrare, forse qualcosa non stava funzionando; è probabile che la violenza dei manifestanti non fosse sufficientemente contrastata, ma non in altri sensi.
Per ciò che concerne il muro di violenza, si tratta di un termine molto ampio ed ho usato questa espressione per intendere che non era uno solo il punto in cui avvenivano scontri o venivano messe in atto delle violenze: mi riferisco a via Tolemaide, a corso Torino, angolo Buenos Aires, a piazza Savonarola, a piazza Rossetti, a piazzale Kennedy, a via Rimasta.
Effettivamente, per chi si spostava ed andava dall'altro lato della città era come trovarsi di fronte ad un muro: in questo senso ho inteso usare questa espressione.

MARCO BOATO. Avevo chiesto al dottore se nella fase di visione di ciò che stava avvenendo nelle varie parti della città - in particolare nella giornata della grande manifestazione, quella in cui poi si sono verificati una serie di episodi - non abbiate percepito nulla all'interno della sala operativa, non soltanto per quanto riguarda casi di mancato contrasto della violenza - come lei poco fa ha ricordato - ma anche di eccesso di repressione rispetto a manifestanti pacifici.
Vorrei chiederle se tutto ciò non è mai comparso sui vostri video.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Probabilmente lei si riferisce al corteo


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internazionale del 21; è vero, lei ha ragione, nel pomeriggio abbiamo avuto un'impressione di questo genere, ma, attraverso i video.
Nel momento in cui i reparti stavano contrastando i manifestanti nella zona di Puntavagno, alla fine di corso Italia, c'è stata una situazione poco chiara, tanto che lo stesso questore ad un certo punto ha lasciato la sala operativa per andare sul posto a verificare quello che stava accadendo.

GRAZIELLA MASCIA. Vorrei chiederle due questioni specifiche, dottor Zazzaro. Lei ci ha riferito - ed io ne sono convinta, perché abbiamo avuto la possibilità di verificarlo nel corso di quelle due giornate - che avevate la situazione sotto controllo, con le telecamere, il maxischermo e diversi strumenti e modalità di registrazione o comunque di ripresa.
È possibile che nel corso di due giorni - in particolare del giorno 20, quando le situazioni erano molto articolate, le piazze erano diverse - voi non siate riusciti mai ad individuare una volta, un gruppo di violenti che sfasciavano cose, isolati rispetto, invece, ai manifestanti pacifici ? Vorrei capire se i vostri punti di controllo stazionavano solo dove erano previste le manifestazioni organizzate dal Genoa social forum oppure comprendevano altre parti della città. Infatti, dato che sicuramente vi sono state azioni lontane da questi luoghi e non è successo mai nulla, non c'è stato un intervento o un arresto di una persona colta in flagrante mentre commetteva un'azione violenta di quel genere, vorrei capire se il vostro maxicontrollo era limitato a determinate zone; diversamente, come è possibile che non siate riusciti ad individuare una sola situazione che non avesse una vicinanza con i manifestanti?
Per quanto riguarda la scuola Diaz, vorrei chiederle se voi avevate in funzione una telecamera quando è avvenuta l'operazione di polizia giudiziaria ed eventualmente anche quando


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avete avuto la prima segnalazione rispetto alla necessità di intervenire sul luogo. Inoltre, le chiedo se avete anche riprese precedenti all'operazione stessa, perché ci è stato riferito che quest'ultima si è svolta in seguito al passaggio di una camionetta: in definitiva, su tutto ciò avete vostre registrazioni?
Infine, vorrei chiederle che cosa sono i radiotelefoni portatili Puma perché ho visto nella documentazione fornita dal capo della Polizia che costano, oltre alla cripto, 2 miliardi 178 milioni: allora per curiosità, sono tantissimi o sono delle macchine infernali ?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Vorrei iniziare con una precisazione: le telecamere che avevamo sul territorio erano soltanto in 25 posti, quindi non avevamo il controllo di tutta la città, sarebbe stato assurdo. Credo che gli elicotteri in volo fossero al massimo soltanto due e, ovviamente, non potevano sorvolare la stessa zona; quindi, su ogni punto non poteva operare più di uno.
Conseguentemente, dalla centrale operativa non abbiamo avuto sempre ogni angolo di Genova sotto controllo, ma soltanto 25 siti: sarebbe stato assurdo pensare di fare una cosa del genere.
Inoltre, non è vero che non siamo intervenuti in tutte le situazioni: quando abbiamo avuto la possibilità di misurarci con una massa non esagerata, abbiamo fermato gruppi isolati che operavano, abbiamo anche compiuto degli arresti e portato via delle persone.

GRAZIELLA MASCIA. Mi riferisco ai gruppi che andavano a sfasciare cose.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Come dicevo prima, noi avevamo dei grandi


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contingenti che servivano per contrastare le grandi masse, laddove sapevamo che sarebbe passato quel gruppo, come si diceva ieri con il questore: le tute bianche da una parte, i network dall'altra e il gruppo che partiva dalla Cittadella. Inoltre, avevamo anche dei gruppi più agili, contingenti formati da meno squadre, che si spostavano, lavorando molto ed anche inseguendo questi personaggi quando si spostavano, ad esempio, dalle zone di via Orsini, di San Martino, del Carlini e via dicendo.
Quindi, in quelle circostanze abbiamo anche operato degli arresti, abbiamo portato via delle persone e non so dire se poi le stesse siano state arrestate.
Per quanto riguarda la scuola Diaz, noi non avevamo telecamere sulla stessa che ci potessero far vedere cosa stava accadendo, se non l'elicottero, che, per quanto è a mia conoscenza, quando è successo l'episodio sorvolava il luogo. Tra l'altro, quella sera io non ero presente in centrale operativa e non sapevo del servizio, però mi risulta che non sono state trasmesse immagini dall'elicottero, ma quest'ultimo ha compiuto soltanto un'osservazione per controllare che cosa accadesse ed, infatti, ha segnalato gli spostamenti, da piazzale Kennedy e dal Carlini, di persone che stavano convergendo verso la scuola Diaz.
Per quanto riguarda i Puma, si tratta di radio portatili, che comunemente sono in dotazione anche alle volanti e che servono, appunto, per le comunicazioni radio. Il costo probabilmente è lievitato per l'inserimento della scheda cripto.

MICHELE SAPONARA. Vorrei sapere se nella sala operativa avete avuto segnalazioni riguardo al fatto che vi era un camion da cui venivano distribuite armi e, se l'avete notato, quali siano le ragioni per le quali non siete intervenuti.


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PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Lei si riferisce sicuramente al giorno 21 luglio, quando si è svolto il corteo internazionale. Abbiamo avuto modo di vedere, proprio grazie ai nostri elicotteri, un furgone che distribuiva armi, bastoni e oggetti del genere. Abbiamo dovuto faticare un po' per bloccare questo camion, per il motivo di cui parlavo prima: tanta e tale era la massa di manifestanti già in campo che occupava la strada che, di fatto, non abbiamo potuto eseguire un intervento mirato su quel furgone. Non potevamo arrivare sul furgone con i nostri contingenti, ma dovevamo aspettare, piuttosto, che il furgone passasse davanti ai nostri uomini. Non si è creata questa condizione, allora abbiamo dovuto aspettare che il furgone tornasse indietro e, quindi, l'abbiamo «beccato» successivamente.

LUCIANO VIOLANTE. Quale era la priorità principale che avevate nei confronti delle manifestazioni?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. In che senso? Erano tutte situazioni emergenti...

LUCIANO VIOLANTE. In primo luogo, avevate la zona rossa in cui si svolgeva il vertice. Inoltre, vi erano le manifestazioni, con una parte del corteo che cercava di forzare - con il contatto fisico, ma senza usare bastoni né armi - le forze dell'ordine nella zona rossa. Vi erano poi altri gruppi che cercavano di sfasciare, altri pezzi del corteo che aggredivano, invece, con bastoni e con mazze e la grande maggioranza che sfilava pacificamente. Di fronte al verificarsi di queste varie contingenze, poiché penso che non dovevate rincorrere tutto quello che succedeva e credo che vi fosse una gerarchia di priorità, la priorità di fondo qual era?


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PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Le priorità in sostanza erano state già definite precedentemente con l'ordinanza di servizio, nel momento in cui erano state definite le strategie, articolati i servizi e, quindi, è stato deciso come fronteggiare le varie situazioni. Così è stato fatto, ad esempio, per il famoso corteo che era stato vietato, ma che sarebbe poi dovuto scendere da corso Gastaldi (era stato destinato un contingente abbastanza sostanzioso) o per la zona in corrispondenza di piazza Savonarola (luogo di concentramento dei network). Con questo voglio dire che per ogni settore era stata calibrata una certa azione di contrasto. Le priorità poi sono state determinate dall'emergenza del momento, se è questo che voleva intendere.

LUCIANO VIOLANTE. Ma prima che avesse luogo quello che poi è successo, avrete avuto uno schema di priorità. Qual era?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Non riesco a capire.

LUCIANO VIOLANTE. Si sapeva che c'era il vertice; si sapeva dell'esistenza di gruppi che avrebbero tentato di sfasciare determinate cose (era accaduto a Seattle, a Göteborg, a Nizza, era chiaro che sarebbe avvenuto anche a Genova); si sapeva che avrebbero tentato di sfondare la zona rossa. Queste cose si sapevano: c'era un vertice da tutelare, bisognava evitare che sfondassero la zona rossa e si sapeva che avrebbero avuto luogo operazioni contro i beni, contro le proprietà. Rispetto a queste tre cose, le indicazioni che avete ricevuto vi indicavano una priorità sulle altre o alcune priorità rispetto alle altre?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Credo che ad ogni settore sia stata dedicata la giusta attenzione...


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LUCIANO VIOLANTE. La città era dunque divisa in scacchiere ed ogni scacchiera aveva la sua priorità?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Certamente alla zona rossa era stato destinato un certo numero di unità per contrastare eventuali azioni dall'esterno; per quanto riguarda le piazze tematiche, erano stati stabiliti determinati contingenti; per i cortei ne erano stati stabiliti altri ed altri ancora erano stati tenuti di riserva per fronteggiare eventuali situazioni di emergenza.

LUCIANO VIOLANTE. Giustamente dipendeva da quello che stava succedendo.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Sì, dipendeva dal momento.

LUCIANO VIOLANTE. Abbiamo saputo, ma non so se risponda al vero, che il reparto Tuscania dei carabinieri non è riuscito ad arrivare perché ha perso la strada o che altri non conoscevano la città. Questo, naturalmente, credo che generasse un'emergenza.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Tutti i funzionari che sono stati destinati alla questura di Genova e che non conoscevano la città sono stati affiancati da colleghi funzionari genovesi o che prestavano servizio presso la questura di Genova, da scout, da ispettori o comunque da personale che lavora a Genova. Il problema, quindi, era stato risolto in questo modo.

LUCIANO VIOLANTE. Quindi non si è presentato un problema di non conoscenza della città?


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PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Probabilmente sì, ma si è trattato eventualmente di qualche episodio. Per quanto riguarda il Tuscania, mi risulta invece che abbia operato nella zona di piazzale Kennedy.

LUCIANO GUERZONI. Se non ho capito male, lei ha detto che controllavate 25 punti del territorio. Rispetto ai punti di crisi e di difficoltà che si sono manifestati durante quei giorni, lei è in grado di dire se i 25 punti sotto controllo prescelti sono, alla fine, risultati effettivamente prioritari?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Sì, certamente. Come dicevo prima, non potevamo controllare tutta la città, è ovvio. Tuttavia, i 25 punti erano stati scelti tenendo in considerazione sia la zona rossa che la zona gialla. Sono stati, quindi, molto utili per seguire, ad esempio, piazza Dante, piazza Corvetto, piazza Marsala; abbiamo seguito piazza Manin attraverso le telecamere, Portello, la Fiera. I posti sono stati scelti certamente in modo giusto, ma non potevamo certamente controllare tutta la città.

LUCIANO GUERZONI. Tra questi 25 punti, vi erano anche luoghi di accoglienza, tipo caserma o scuola Diaz?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Per quanto riguarda la scuola Diaz, ne ho già parlato prima.

LUCIANO GUERZONI. No, io detto «tipo» scuola Diaz.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. L'unica telecamera che avevamo era posta a


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tutela della Fiera, l'area riservata alla cittadella delle forze dell'ordine che, ovviamente, poteva guardare anche sul piazzale.

LUCIANO GUERZONI. Si può ritenere, allora, che questi punti non erano stati considerati prioritari da controllare?

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Con la telecamera posta in piazzale Kennedy abbiamo potuto seguire la parte finale di Corso Italia, Puntavagno, piazza Rossetti e, al tempo stesso, tutta Brigata Partigiani; quindi è stata utile per seguire la manifestazione.

GIANNICOLA SINISI. Abbiamo saputo che il 12 luglio fu emanata l'ordinanza di servizio del questore e, inoltre, ci hanno detto che il 13 luglio ci fu un briefing operativo nel corso del quale ne venne illustrato il contenuto. Volevo sapere, a tale riguardo, se lei partecipò al briefing operativo, chi altri partecipò, oltre a lei, e quali indicazioni vennero fornite

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Quella del 13 luglio fu una riunione che si tenne alla Fiera del Mare, alla quale parteciparono tutti i colleghi aggregati a Genova per servizi di ordine pubblico ed anche i rappresentanti delle altre forze di polizia. Il questore - e c'era, se ricordo bene, anche il vicecapo vicario; anzi, se non sbaglio, proprio quel giorno intervenne anche il capo della Polizia - illustrò l'ordinanza nel dettaglio a tutti i colleghi che poi avrebbero dovuto prestare servizio in occasione del vertice.

GIANNICOLA SINISI. Le chiederei di essere più preciso: ha detto che hanno partecipato tutti i suoi colleghi impegnati nei servizi d'ordine pubblico, ma poi ha aggiunto i rappresentanti delle altre forze di polizia; allora, le chiederei di specificare se


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parteciparono, delle altre forze di polizia, soltanto i vertici o alcuni esponenti o tutti coloro che sarebbero stati impegnati nei servizi e, inoltre, quali indicazioni vennero fornite.

PRESIDENTE. Dottor Zazzaro, l'onorevole Sinisi ha integrato una domanda già posta in precedenza dal presidente Mancuso intesa a stabilire se, insieme a coloro che lei ricorda essere stati presenti a quella riunione, fosse presente anche qualche rappresentante del DAP.

PASQUALE ZAZZARO, Responsabile sala radio della questura di Genova. Non ricordo se fossero presenti rappresentanti della polizia penitenziaria, ma ritengo di sì, pur non potendo essere più preciso al riguardo. Per quanto riguarda, invece, i rappresentanti delle altre forze di polizia, sicuramente erano presenti tutti i funzionari della Polizia di Stato che poi hanno prestato servizio in quei giorni; erano presenti, inoltre, i colleghi dei reparti mobili impiegati nonché, ufficiali dei carabinieri, ufficiali della Guardia di finanza che pure ritengo abbiano prestato servizio anche se, non posso essere più preciso su questo punto. Per quanto concerne le indicazioni fornite, fu illustrata l'ordinanza, fu spiegata, appunto, l'articolazione complessiva dei servizi e furono date indicazioni sui servizi e sulle modalità di espletamento dei medesimi.

PRESIDENTE. Presidente Mancuso, con quella domanda aveva esaurito il suo intervento?

FILIPPO MANCUSO. Sì, presidente.

PRESIDENTE. Allora, ringrazio il dottor Zazzaro, al quale chiedo se voglia cortesemente depositare una copia della relazione da lui predisposta. La ringraziamo molto, dottor Zazzaro, e le auguriamo buon lavoro.


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Sull'ordine dei lavori.

ANTONIO SODA. Presidente, desidero rinnovare la richiesta, sulla quale attendo risposta, relativa alle relazioni di servizio dei vari reparti. In particolare, ho ascoltato adesso il dottor Zazzaro, il quale ha fatto nuovamente riferimento a nuclei o reparti mobili: io non ho ancora capito quanti fossero e se ci fossero. Ebbene, di prassi e per regolamento, ogni reparto - in particolare quelli mobili, perché quelli fissi, stanziali, fanno relazioni giornaliere - quando rientra dal servizio a cui è stato comandato, fa una relazione di quello che è accaduto. Prendiamo, ad esempio, l'intervento del battaglione Tuscania, al quale è stato accennato: ci deve essere certamente una relazione di servizio dalla quale possiamo cercare di capire che cosa non abbia funzionato.

PRESIDENTE. Onorevole Soda, credo che alla sua richiesta si possa accedere ove formalizzi esattamente a chi dobbiamo chiedere...

ANTONIO SODA. Parlo delle relazioni di servizio dei reparti mobili e, in particolare...

MARCO BOATO. Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza.

ANTONIO SODA. Se queste relazioni di servizio venivano inoltrate soltanto al questore, in quanto autorità locale di pubblica sicurezza, si possono chiedere al questore; altrimenti, se i predetti reparti facevano relazione anche ai rispettivi comandi, possiamo chiederle a questi ultimi, con particolare riferimento alla relazione di servizio sull'intervento del battaglione Tuscania, anzi alle relazioni...

PRESIDENTE. Perché ci sono stati due interventi...


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ANTONIO SODA. Perché abbiamo appreso che ci sono stati, appunto, due impieghi.

LUCIANO VIOLANTE. Presidente, poiché lei ha chiesto alla RAI i filmati ed altro materiale, le chiedo se sia possibile acquisire anche i testi delle notizie...

PRESIDENTE. Proprio oggi ho ricevuto una telefonata da parte di una signora che si è qualificata quale dipendente dell'ufficio legale della RAI e mi anticipava che avrebbero provveduto ad inviare le cassette audio, mentre chiedeva ancora del tempo per le videocassette. A questa signora ho rappresentato - attesa la richiesta formale da parte nostra del 9 agosto e una telefonata intercorsa tra me e il presidente della RAI che mi ha assicurato che, al di là dell'enorme mole del materiale avrebbero, comunque, provveduto ad inviarlo in un lasso di tempo ragionevole - il disagio in cui viene a trovarsi il Comitato per non aver ricevuto, a tutt'oggi il materiale richiesto, che probabilmente non riceverà, di qui a qualche giorno, attesa anche la consistenza dello stesso. Proprio su questo argomento mi ero proposto di formulare, questa sera, non appena terminati i lavori, una ulteriore sollecitazione relativamente alle videocassette, perché attendiamo ormai da 20 giorni mentre le altre televisioni hanno già provveduto.
La RAI invierà quindi sia materiale audio sia materiale audiovisivo.
Se vi sono, su questo punto, altre richieste sarebbe opportuno rappresentarle ora, perché provvederò fra poco ad inoltrarle.

LUCIANO VIOLANTE. Grazie presidente. Vorrei chiedere la trascrizione dei testi perché la RAI, molto spesso, ha la trascrizione sia dei giornali radio sia delle interviste: con la trascrizione si fa molto prima.


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PRESIDENTE. Poiché c'è questa coincidenza di richieste, forse possiamo provare a chiedere anche le trascrizioni visto che fino ad ora non hanno provveduto.

FILIPPO MANCUSO. In materia di acquisizioni istruttorie. Sappiamo che taluna parte del materiale è riservato, consultabile ma non acquisibile. Mi riferisco particolarmente alle copie integrali e, cioè purgate degli omissis, che riguardano le relazioni degli ispettori. In particolare l'ultima di queste addirittura esiste soltanto con gli omissis laddove il capo della Polizia aveva assicurato che avrebbe inoltrato quella integrale. Quindi la prima esigenza è di ottenere questo adempimento.
La seconda esigenza è di carattere generale. Perché il Comitato non può disporre, direttamente e senza quelle cautele che attualmente vigono, del testo integrale delle relazioni ispettive? Tali relazioni, aggiungo, indipendentemente dalla questione di principio circa la legittimità di questo limite, nella forma in cui sono leggibili e quindi gestibili in questa sede, senza queste integrazioni sono in parte inintelligibili non solo nel merito ma anche nella soggettività dei comportamenti. Le chiedo, pertanto, signor presidente, di dar luogo a queste richieste: la prima di avere la copia integrale e non purgata e la seconda di poter valutare la richiesta di togliere il limite della riservatezza.

PRESIDENTE. Faremo una richiesta in tal senso.

FILIPPO MANCUSO. Tenendo presente che questo Comitato non è un covo di persone indiscrete....

PRESIDENTE. Qualche rappresentante di Amnesty International ci chiede assicurazioni sull'integrità fisica e morale dei componenti di questo Comitato.


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FILIPPO MANCUSO. ... della cui serietà si possa dubitare. Per cortesia, il rispetto parte dalla persona che lo chiede.

PRESIDENTE. Sospendo la seduta, che riprenderà alle 18 con l'audizione del dottor Alfonso Sabella.

La seduta, sospesa alle 17,45, è ripresa alle 18.

Audizione del dottor Alfonso Sabella.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dottor Alfonso Sabella.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete, previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Dottor Sabella, la ringrazio a titolo personale ed a nome del Comitato, scusandomi per il disguido di questa mattina: cercheremo di recuperare il tempo perduto.
Se lei ha predisposto una relazione scritta, la prego di darne lettura.

ALFONSO SABELLA. Non ho predisposto alcuna relazione o meglio, ho predisposto una relazione - tra l'altro è ancora


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una bozza - ad uso dell'amministrazione. Non ho preparato una relazione anche perché non ho ricevuto un'espressa richiesta.

PRESIDENTE. Se non c'è la relazione, credo che lei possa riferire oralmente.

ALFONSO SABELLA. Sono stato incaricato dal capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - credo con un provvedimento risalente al 28 giugno - di coordinare l'attività dell'amministrazione penitenziaria a Genova per il vertice G8.
Per quello che mi è stato rappresentato, in quella sede erano stati presi accordi con le altre forze di polizia in relazione alla gestione degli arrestati che indubbiamente ci sarebbero stati a seguito delle manifestazioni connesse allo svolgimento del vertice. Di conseguenza, poiché era stato chiesto aiuto alla Polizia penitenziaria, vi era un problema di carattere formale e cioè quello relativo alla gestione di soggetti non ancora formalmente immatricolati da parte di personale appartenente alla Polizia penitenziaria. Occorreva quindi che formalmente costoro, per essere tradotti presso gli istituti di assegnazione, venissero presi in carico dall'amministrazione.
Il problema era, da un lato, di carattere formale, e, dall'altro, di carattere sostanziale in quanto la scelta dell'amministrazione penitenziaria, per evitare problemi di ordine pubblico che potevano verificarsi a Genova, era quella di chiudere le accettazioni degli istituti genovesi (a Genova sono presenti due case circondariali, quella di Marassi e quella di Genova Pontedecimo), in quanto potevano diventare facili bersagli dei violenti che indubbiamente avrebbero partecipato alle manifestazioni.


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In questa fase ho trovato un piano di massima già predisposto; tale piano prevedeva di istituire a Genova quattro o sei matricole «volanti», in maniera da immatricolare formalmente gli arrestati e quindi consegnarli alla Polizia penitenziaria affinché li traducesse negli istituti che erano stati all'uopo individuati principalmente in quelli di Alessandria e Pavia; inoltre, per le donne, altri posti sarebbero stati liberati presso gli istituti di Voghera e di Vercelli.
Erano previste anche delle soluzioni alternative nel caso in cui il numero degli arrestati fosse superiore alle cinquecento unità che prevedevano l'impiego del nuovo carcere di Milano Bollate.
Per ciò che concerne i dati che ci erano stati forniti dalle altre forze di polizia era stata fatta una statistica, una previsione di massima sulla base delle manifestazioni avvenute a Göteborg; si era arrivati alla conclusione che ci dovessero essere circa trecento, trecentocinquanta arrestati.
Non abbiamo avuto grandi problemi se non un po' di fretta, nel senso che l'intervento dell'amministrazione penitenziaria è arrivato all'ultimo minuto.
Mi sono recato a Genova, ho cercato di verificare come potesse essere meglio organizzata questa attività; dalla Polizia di Stato e dai carabinieri erano già stati individuati due siti ove portare i detenuti per la redazione e la notifica dei verbali di arresto. I siti individuati erano rappresentati dal comando provinciale dei Carabinieri di Forte San Giuliano e dalla caserma della Polizia di Stato di Bolzaneto. Lì ho preso contatti con i responsabili delle due strutture, ho chiesto quello che serviva all'amministrazione penitenziaria: in particolare un locale per istituire un ufficio matricole dove poter installare tutti i cablaggi necessari per le apparecchiature informatiche ed un locale da adibire ad infermeria. Abbiamo


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anche dovuto far creare appositamente delle condutture idriche perché si era pensato anche alla necessità di predisporre eventuali docce di decontaminazione, potendosi presentare l'eventualità di personale intossicato da agenti irritanti, da gas lacrimogeni. Abbiamo richiesto almeno una camera di sicurezza al fine di tenere gli arrestati il tempo necessario per l'immatricolazione e la successiva traduzione.
Per quel che mi riguarda tutto si è svolto tranquillamente, così come previsto. Un'altra cosa che abbiamo fatto è stata quella di contattare, anche tramite il prefetto, le direzioni sanitarie degli ospedali San Martino e Sampierdarena che erano stati individuati come luoghi migliori ove poter portare eventuali arrestati le cui condizioni fossero incompatibili con la detenzione.
All'ospedale San Martino, dove era già presente un reparto detentivo, abbiamo ottenuto la possibilità di un allargamento di questo reparto fino ad una ventina di posti. Lo stesso abbiamo fatto per l'ospedale di Sampierdarena, dove avevamo ottenuto un'intera corsia da destinare alla custodia degli arrestati.
Nell'operazione condotta dall'amministrazione penitenziaria era prevista anche un'assistenza da fornire ai magistrati per permettere loro il raggiungimento del luogo dove effettuare le convalide, in particolare i carceri di Alessandria e di Pavia. Per questa assistenza, fornita con l'apporto di uomini e mezzi, l'amministrazione penitenziaria ha ricevuto anche un ringraziamento da parte dei vertici della magistratura genovese. Sul posto sono state portate anche delle unità navali della Polizia penitenziaria laddove durante le traduzioni si fossero verificati degli intoppi che avessero impedito l'utilizzazione delle vie terrestri. Questo dispositivo in realtà non è servito ma in


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seguito, in un'ottica di collaborazione con le forze di polizia, è stato utilizzato, in particolare dalla Polizia di Stato, come supporto al controllo dell'area portuale.
Soltanto a titolo di rappresentanza l'amministrazione penitenziaria ha fornito - credo - quattro motociclisti che avevano il compito di muoversi all'interno nella zona rossa.
Il dispositivo che prevedeva le traduzioni doveva essere supportato da personale del GOM, il gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria, che aveva esclusivamente compiti di supporto ai mezzi blindati. A disposizione del GOM vi era anche una squadra di motociclisti che agivano in abiti borghesi con moto civili di copertura al fine di individuare le strade che permettessero una migliore viabilità per i mezzi che avevano a bordo degli arrestati.
All'interno del sito penitenziario di Bolzaneto - credo sia quello che più interessa alla Commissione - era stato designato l'ispettore Gugliotta, comandante di reparto di un istituto penitenziario, come responsabile dell'ordine e della sicurezza. Per le traduzioni era stato designato l'ispettore Paolo Tolomeo, capo di un ufficio matricola. Dal servizio centrale delle traduzioni erano stati indicati i capitani Bruno Pelliccia ed Ernesto Cimino, due ufficiali del disciolto corpo degli agenti di custodia che avevano il compito di coordinare le traduzioni.
Per quanto riguarda l'attività del gruppo operativo mobile, su Bolzaneto erano presenti due squadre formate da nove uomini, ciascuna con un ispettore a capo, mentre l'intera responsabilità per il GOM di stanza a Bolzaneto era affidata all'ispettore superiore Roberto Reale.
Il GOM non aveva alcun compito nella gestione dei detenuti, anzi aveva ricevuto espresse disposizioni per non


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entrare in contatto con i detenuti cosa che, da quello che risulta all'amministrazione penitenziaria, non è avvenuta.
Ovviamente, a seguito dell'articolo pubblicato dal quotidiano la Repubblica, se non erro il 26 luglio scorso, l'amministrazione penitenziaria ha aperto un'inchiesta ed il nuovo capo del dipartimento ha istituito una commissione che sta indagando: è in fase di predisposizione una prima relazione sui fatti di Bolzaneto particolare, che sarà consegnata quanto prima al capo del dipartimento.
Per quanto riguarda Bolzaneto, sono stati arrestati 222 soggetti, mentre per quanto riguarda Forte San Giuliano, il sito istituito presso il comando dei Carabinieri, gli arrestati sono stati 57.
La traduzione è stata affidata al servizio centrale delle traduzioni e la procedura in uso a Bolzaneto era la seguente: gli arrestati venivano condotti dagli uomini della Polizia di Stato, o anche dalle altre forze di polizia diverse dai Carabinieri che ne avevano operato l'arresto, venivano fatti scendere e, sulla base dell'accordo intercorso per le vie brevi con i funzionari della Polizia di Stato (che non era dotata di medici sul posto), i medici dell'amministrazione penitenziaria effettuavano la cosiddetta visita di triage agli arrestati al fine di capire se gli stessi fossero in condizioni di poter sostare ulteriormente nel sito per le procedura di arresto (stiamo quindi parlando di arrestati che erano ancora sotto il controllo della Polizia di Stato), oppure se ci fosse bisogno di cure a seguito delle quali dovessero essere ricoverati in ospedale. Si trattava di una visita molto rapida, finalizzata a verificare la presenza di cosiddetti traumi addominali chiusi o lesioni craniche di un certo rilievo che potevano mettere in pericolo la vita della arrestato, eventualità che non si è mai verificata durante la visita di triage. Di conseguenza gli arrestati, sempre


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controllati dalla Polizia di Stato, venivano sistemati in camere di sicurezza site in fondo alla struttura, dove erano custoditi da personale della Polizia di Stato o, a partire da un certo momento, da personale dell'Arma dei carabinieri.
Una volta espletate le procedure di competenza delle forze di Polizia che avevano proceduto all'arresto, gli arrestati venivano consegnati all'amministrazione penitenziaria con un regolare biglietto di consegna, sul quale il capo dell'ufficio matricola annotava ora e data. Gli arrestati passavano poi in una camera di sicurezza di pertinenza dell'amministrazione penitenziaria (a seconda dei momenti, l'amministrazione penitenziaria ha potuto disporre sul posto di una o due camere di sicurezza); in seguito, venivano quasi immediatamente portati in matricola ed immatricolati e, come da regolamento, le perquisizioni erano eseguite con denudamento e flessione.
A causa di un problema di spazio, a Bolzaneto le perquisizioni venivano effettuate all'interno delle stesse infermerie; ciò, in qualche modo, assicurava una garanzia maggiore agli arrestati perché tutto si svolgeva alla presenza di medici, ma soprattutto evitava agli stessi di doversi spogliare una seconda volta per sottoporsi a visita medica. Ultimata la perquisizione e raccolti al casellario gli oggetti non consentiti (che quindi non potevano essere portati all'interno dell'istituto), gli arrestati - a quel punto i detenuti - venivano regolarmente visitati dai medici e, dopo la redazione di un regolare referto, annotato nel diario clinico, venivano avviati per la traduzione.
Salvo due casi particolari che riguardano gli arrestati nella scuola Diaz ed un gruppo di uomini riguardo i quali è in corso un'indagine interna al fine di capire il motivo di un certo ritardo nella traduzione (si tratta di 18 unità che sono state tradotte con un ritardo di 10 ore dalla consegna all'amministrazione penitenziaria), in questa fase, normalmente, le procedure


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di immatricolazione, visita medica e traduzione, avevano una durata variabile tra 15 minuti e 4 ore. Le quattro ore erano determinate dal fatto che, per economizzare risorse si doveva aspettare di avere un numero di detenuti sufficienti a riempire i pullman che venivano utilizzati per la traduzione.
Riguardo Bolzaneto, attesa la particolare facilità logistica del sito, potevamo utilizzare pullman per le traduzioni, mentre tale utilizzo ci era impedito a Forte San Giuliano, dove anche per problemi materiali (il pullman non passava dal cancello), l'accesso poteva essere consentito solo a mezzi più piccoli, da quattro posti. Si era scelto dunque di dirottare la maggior parte dei pullman a Bolzaneto; d'altro lato, ciò ha allungato le procedure, perché per poter partire con un mezzo, occorreva che ci fossero almeno una decina di detenuti. I tempi di attesa si sono dunque allungati in questo periodo.
Durante la mia permanenza a Genova, la mia attività ha gravitato molto di più a Forte San Giuliano - era mia la responsabilità sia di Forte San Giuliano che di Bolzaneto - in quanto quello era, secondo me, il punto più sensibile in quella fase (probabilmente si è trattato di un errore di valutazione), anche in considerazione dell'episodio che aveva visto la morte del manifestante Giuliani, dato che si trattava di un sito posto nelle immediate vicinanze dei luoghi in cui si svolgevano le manifestazioni.
Il personale di Polizia penitenziaria, impiegato a Forte San Giuliano sia nella giornata di venerdì che, in parte, nella giornata di sabato, ha dovuto agire quasi in una situazione di ordine pubblico: infatti, visti gli attacchi e i lanci di pietre e di altro, di cui veniva fatta oggetto la struttura dei carabinieri e poiché gran parte di questi ultimi erano impegnati all'esterno, in operazioni di ordine pubblico, la Polizia penitenziaria ha per qualche tempo assicurato la sicurezza della


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struttura. In questo frangente ho personalmente autorizzato i poliziotti penitenziari che si trovavano lì a dotarsi di manganelli; ciò era invece vietato a Bolzaneto, dove non vi era assolutamente la necessità di far uso di sfollagente, mentre a Forte San Giuliano questa necessità si rese palese a seguito dell'operazione in cui venne impiegata la polizia penitenziaria e per la quale ha poi ricevuto ringraziamenti da parte del comandante provinciale.
L'operazione di tutela della struttura di Forte San Giuliano....

LUCIANO VIOLANTE. Uscirono fuori?

ALFONSO SABELLA. Sì, per mia espressa disposizione non varcarono il cancello, rimasero appena all'interno della struttura, ma hanno dovuto prendere caschi e manganelli. Anche io ho dovuto indossare il casco, perché ogni tanto arrivava qualche pietra e se il vento cambiava si respirava il fumo di qualche lacrimogeno all'interno della struttura. Dunque, secondo me, il punto sensibile era proprio Forte San Giuliano, dove il personale era più direttamente coinvolto, assisteva più direttamente agli avvenimenti di quei giorni a Genova e dove era quindi più probabile che qualcuno potesse fare qualche «colpo di testa».
Per quanto mi riguarda, posso dire di essere stato a Forte San Giuliano quasi giorno e notte, ma non ho visto ed assistito a niente di tutto ciò che ho letto sui giornali: certo era una situazione non comoda, di emergenza, ma nessun atto di violenza o di abuso, almeno in mia presenza, è stato perpetrato a Forte San Giuliano. Mi recavo a Bolzaneto in media tre o quattro volte al giorno, compatibilmente con la possibilità di lasciare Forte San Giuliano, che spesso era assediato (in un caso ho dovuto far ricorso ai motociclisti con targa civile per


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potermi muovere), ma anche in quelle circostanze non ho notato nulla di particolare anzi, per me a Bolzaneto non era successo assolutamente nulla. Sono dunque rimasto molto stupito nel leggere l'articolo de la Repubblica e le dichiarazioni che ne sono seguite.
Ciononostante, abbiamo avviato un'inchiesta e credo che individueremo sicuramente qualche eccesso, qualche abuso che probabilmente è stato compiuto a Bolzaneto; ripeto però che, nel momento della nostra permanenza, non avemmo coscienza di nulla, salvo della particolare posizione che avevano assunto gli arrestati, anche quelli custoditi dalla polizia penitenziaria. Infatti, notai che molti arrestati, in certe occasioni, venivano fatti sostare addossati al muro, nei pressi del cancello, con le mani appoggiate alla parete. Chiesi lumi al comandante di reparto, il responsabile della sicurezza, il quale mi spiegò che non aveva alternative poichè si erano create una serie di disfunzioni, in parte addebitabili forse all'amministrazione penitenziaria, in parte, forse, ad altre forze di Polizia, per cui all'interno dell'unica camera di sicurezza che, in certi momenti, era a disposizione della Polizia di Stato, si venivano a trovare uomini e donne, detenuti già immatricolati e detenuti da immatricolare, ma soprattutto detenuti da perquisire e detenuti già perquisiti. Ciò ovviamente poteva arrecare gravi pregiudizi alla sicurezza dell'istituto dove gli stessi sarebbero arrivati.
Inoltre, il comandante Gugliotta mi fece presente che la Polizia di Stato aveva deciso di separare, in tutte le camere di sicurezza di cui disponeva, i vari arrestati perché molti di loro appartenevano a gruppi che sarebbero stati contrapposti. Di conseguenza, vi era anche la necessità di evitare possibili scontri fisici all'interno delle celle tra i vari gruppi di manifestanti. Ciò ha determinato la scelta, purtroppo gravosa


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per quanto riguarda gli arrestati, di far assumere una posizione che in qualche modo potesse renderli più facilmente controllabili dall'esterno. Inoltre, le camere di sicurezza non erano dotate di illuminazione artificiale in quanto per ragioni di sicurezza, all'interno delle stesse, non vi erano prese di corrente elettrica. L'unica illuminazione era data dalla luce che filtrava dal corridoio e da faretti posti all'esterno. Avevano inoltre una limitata possibilità di introspezione, soprattutto per quanto riguarda l'angolo sinistro (per chi guardava il cancello). Rilevo, poi che i tecnici incaricati di blindare in qualche modo la struttura, avevano fatto un lavoro sicuramente ottimo, ma frettoloso dato che le barre di ferro che erano state apposte alle finestre erano ancorate in una maniera piuttosto approssimativa. Tale situazione, come risultò da un sopralluogo effettuato dai nostri di ispettori di polizia penitenziaria e dal responsabile della caserma, non garantiva affatto la sicurezza, per cui fu scelto di far sostare gli arrestati il più possibile vicino ai cancelli, per poterli meglio controllare. Ovviamente, ci siamo resi conto che si trattava di una condizione abbastanza vessatoria per gli arrestati, ma purtroppo non avevamo alternative in quel momento. Peraltro, come ho già ripetuto, gli arrestati sono rimasti a disposizione dell'amministrazione penitenziaria soltanto per pochissimo tempo. Quando finalmente potemmo disporre di tutte le celle della struttura, ovvero quando la Polizia di Stato terminò la consegna degli arrestati alla scuola Diaz, questi furono tutti fatti regolarmente sedere e non vi furono altri problemi di sorta, anche perché si poteva contare su più camere di sicurezza. Gli arrestati furono così distribuiti a seconda che fossero uomini o donne, già perquisiti o ancora da perquisire. Proprio per questa ragione ogni tanto c'era anche del personale di Polizia penitenziaria che stava all'interno delle celle.


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PRESIDENTE. Lei ha parlato di una relazione interna, che forse il Comitato potrebbe decidere di acquisire. Quali sono i tempi per poterne disporre?

ALFONSO SABELLA. La prima relazione interna, la relazione della commissione, sta viaggiando attualmente via e-mail, nel senso che ce la stiamo scambiando tra tutti i componenti della commissione d'inchiesta al fine di apportare le modifiche. Posso, però, avvisare subito che si tratta di una relazione che rende l'idea del clima, ma che certamente non fa chiarezza sugli episodi specifici, perché l'amministrazione penitenziaria, al di là di alcune dichiarazioni che ha già acquisito e su cui sono in corso accertamenti da parte nostra, non è in possesso delle dichiarazioni realmente rese dalle presunte vittime degli abusi all'autorità giudiziaria. Di conseguenza ci siamo basati semplicemente sulle notizie pubblicate dai giornali, che spesso sono frammentarie, contraddittorie e quindi prive di possibilità di verifica. Detto ciò, ritengo che i tempi per disporre della relazione dovrebbero essere abbastanza rapidi (forse un paio di giorni).

GRAZIA LABATE. Il dottor Sabella ha riferito di un momento in cui a Forte San Giuliano ha sopperito con un'operazione di polizia giudiziaria in difesa della struttura, però non ha specificato se ciò è avvenuto venerdì 20 o sabato 21 luglio.

ALFONSO SABELLA. La necessità è sorta all'improvviso venerdì 20, in particolare dopo che si era diffusa la notizia della morte di Carlo Giuliani. In quella fase non ero presente sul luogo ma fui rintracciato telefonicamente a Bolzaneto; diedi disposizione affinché i nostri uomini (dato che erano rimasti pochissimi carabinieri perché la maggior parte erano


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impegnati in operazioni di ordine pubblico) potessero garantire la sicurezza del sito. Sabato, invece, ci venne espressamente chiesto un supporto da parte dei vertici dei carabinieri presenti sul posto, perché si sarebbe potuta verificare una situazione analoga in relazione alle manifestazioni che si svolgevano contemporaneamente su corso Italia e sulla strada posta a monte di Forte San Giuliano (di cui non ricordo il nome). In quel momento, Forte San Giuliano risultava molto esposta, perché vi erano tre ingressi: oltre all'ingresso principale ve ne era uno che dava direttamente su corso Italia e l'altro sul lato diametralmente opposto, entrambi utilizzati dai mezzi di polizia. Il cancello fu rinforzato appoggiando un furgone blindato della Polizia penitenziaria che si trovava lì dentro - questo lo ricordo perché ero personalmente sul posto - mentre il personale di Polizia penitenziaria con scudi, caschi e manganelli è rimasto nei pressi delle mura, da un lato, e del recinto, dall'altro, per evitare che qualche manifestante si infilasse all'interno della struttura. Devo dire che però, al di là di un po' di rumore, non c'è stato nessun concreto intervento.

ANTONIO TOMASSINI. Le premetto, signor presidente, che il mio capogruppo, onorevole Saponara, mi ha autorizzato, e di questo lo ringrazio, ad utilizzare tutto il tempo a disposizione del mio gruppo.
Ringrazio il dottore Sabella, per la sua relazione, anche se ho il dovere di dire che mi è sembrata un po' superficiale e frettolosa, soprattutto laddove afferma che, almeno a suo giudizio non sembra sia successo nulla a Bolzaneto; ciò è in aperto contrasto con la documentazione fornita e con le dichiarazioni rese dalle persone che l'hanno preceduta. Lei, per esempio, fa riferimento a quattro o due matricole volanti, mentre i documenti e le dichiarazioni parlano di sette. Lei fa


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cenno ad una o due camere di sicurezza, mentre dal racconto del questore dovevano essere di più; lei ha parlato di cinquecento arrestati e allora non si riesce a capire come possa avere ipotizzato solo due camere di sicurezza. Prima di essere tradotti, mentre per lei si è trattato al massimo di quattro ore. A suo dire i detenuti sono stati fatti scendere, mentre invece pare che gran parte di questi fossero feriti, anche in modo grave.
Tutto ciò mi spinge a chiederle, prima di tutto, quale fosse il termine preciso e i limiti del mandato che lei aveva avuto nelle due strutture e quindi i ruoli gerarchici che si svolgevano all'interno di queste strutture, in particolare a Bolzaneto. In proposito, un giornale preso a caso - per quello che possono valere i giornali - riferisce della dura presa di posizione da parte del sindacato degli ispettori penitenziari, i quali denunciano che a Bolzaneto è accaduto quello che sappiamo, perché non c'era chi comandava. Secondo i poliziotti sindacalisti non c'era nè vigilanza, né coordinamento. Tutto questo è pienamente confermato dalla relazione ufficiale dell'ispettore preposto a questo, di cui evito di fare il nome, anche se è oltremodo noto, che parla di carenze di direttive, di mancanza di relazione, addirittura di comportamenti omissivi in qualche caso, o reticenti, di confusione dei ruoli della Polizia penitenziaria con altro personale di polizia e, come ripeto, di assenza assoluta di ruolo della gerarchia. Questo è il primo punto su cui lei ci deve rispondere in maniera molto più approfondita, perché è chiaro che le critiche si rivolgono anche, e soprattutto, nei confronti della sua persona.
Le postazioni, che nei piani di previsione dovevano essere 7, proprio nel momento cruciale si sono rivelate essere 2 e il questore ha fornito una spiegazione, dicendo che non dipendeva da lui ma dalla organizzazione in turni. Essendo sorti


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molti problemi per le condizioni anche fisiche dei detenuti le chiedo come mai non si è ritenuto, durante le 20 ore in cui questi sono stati trattenuti, di riadeguare nuclei che dovevano garantire il ciclo continuo di accettazione?
Veniamo ora al problema più grave: pare che siano arrivati a Bolzaneto un quarto dei feriti totali, pari a circa il 66 per cento dei tradotti, di cui ben il 43 per cento portava prognosi riservate e prognosi tra gli 11, i 21ed i 40 giorni. Sicuramente, feriti seri e gravi, per i quali ho già criticato il fatto che fosse stata prevista la visita dello stesso medico, sia in arrivo sia in accettazione nella funzione carceraria (lo trovo molto grave). Chiedo allora che lei ci fornisca le documentazioni delle refertazioni e del «percorso» dei feriti. Del resto, non possono essere sufficienti le risposte che ci vengono date, anche se sappiamo - per quanto mi è possibile conoscere direttamente dalla relazione sanitaria che ho chiesto di mettere a disposizione di tutti i commissari - che coloro che sono stati trasportati nelle strutture del Galliera, del San Martino e di Villa Scassa, sono stati curati adeguatamente senza pressioni o sollecitazioni.

ALFONSO SABELLA. Innanzitutto, desidero scusarmi se la relazione è apparsa frettolosa, ma ritenevo che fosse una precisa esigenza di questo Comitato poter focalizzare al meglio i punti di interesse. Probabilmente, la relazione è stata realmente frettolosa, atteso che non sono riuscito a spiegare quali erano i compiti dell'amministrazione penitenziaria e quelli delle altre forze di polizia.
Quando parlo di tempi di attesa tra i 15 minuti e le 4 ore, mi riferisco esclusivamente al momento in cui l'arrestato è stato consegnato alla Polizia penitenziaria. Ad esempio, gli arrestati della scuola Diaz sono giunti a Bolzaneto tra le 2 e le 3 di notte e sono stati consegnati all'amministrazione


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penitenziaria alle 22,05 di domenica. Non pensavamo, infatti, di dover gestire gli arrestati di lunedì, anche perché si era convinti che la maggior parte degli arresti sarebbero avvenuti tra venerdì e sabato, concludendo quindi il nostro lavoro la domenica.
Per quanto riguarda i 7 centri, non so da dove il dato sia stato tratto e, purtroppo, non conosco gli atti: non vorrei che ci fosse un equivoco tra punti di identificazione, fotosegnalamento ed il resto. Ricordo che si tratta di un ufficio matricola.

LUCIANO VIOLANTE. In realtà credo che si faccia confusione tra polizia giudiziaria e penitenziaria.

ANTONIO TOMASSINI. Dalle dichiarazioni del questore si capisce che i centri matricola dovevano essere 7 per garantire sia una parte sia l'altra...

PRESIDENTE. Credo che stiamo parlando di due cose diverse.

ALFONSO SABELLA. Per l'amministrazione penitenziaria gli uffici matricola dovevano essere 2, uno a Bolzaneto e l'altro a Forte San Giuliano. Formalmente, però, ed anche sostanzialmente, erano di più. In realtà, infatti, sia a Bolzaneto sia a Forte San Giuliano avevamo 3 terminali per ogni sito e una cosiddetta valigetta informatica che ci consentiva di collegarci telematicamente con le matricole degli istituti interessati. Per ragioni di carattere tecnico potevamo però operare con uno solo ufficio matricola per volta; ciò non ha comportato ritardi perché le immatricolazioni non hanno mai avuto una durata superiore ai 5, 10 minuti, considerando la lingua parlata dal soggetto da immatricolare. L'ufficio matricola ha un carattere esclusivamente burocratico: in esso si procede al fotosegnalamento,


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alla compilazione materiale del cosiddetto modello «IP3», alle indicazioni delle generalità, ad affrontare problemi di incolumità del detenuto e per i detenuti stranieri è prevista la richiesta volontaria di avvisare le autorità diplomatiche. Sostanzialmente, è un'attività molto rapida.
Sulle linee di comando devo dire che per la prima volta in verità, e solo dall'ANSA di ieri, ho sentito parlare del sindacato degli ispettori penitenziari. Non so quanti iscritti abbia, e se ce ne sia qualcuno in più di chi ha parlato ai giornali. Purtroppo, in tali operazioni devo denunciare azioni di sciacallaggio commesse da alcuni soggetti, che hanno approfittato della difficoltà dell'amministrazione penitenziaria per consumare singole vendette personali. Questo è il caso dell'ispettore Manis, che parla a nome del sindacato di Polizia penitenziaria, e probabilmente del professore Ceraudo, che parla a nome della AMAPI.

MARCO BOATO. Scusi, parla « a nome» o è il presidente di quella associazione?

ALFONSO SABELLA. È presidente della AMAPI.

MARCO BOATO. È anche direttore del centro clinico di Pisa, o mi sbaglio?

ALFONSO SABELLA. Sì, esattamente.

MARCO BOATO. Insomma, non è uno qualunque!

ALFONSO SABELLA. No, infatti, non è un qualunque; per questo, la cosa mi stupisce. Mi assumo comunque la responsabilità di quello che sto dicendo, avendo una documentazione chiara ed inequivocabile, anche se non voglio fare polemica!


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ANTONIO TOMASSINI. Desidero ricordarle che queste cose sono citate anche nella relazione ufficiale dall'ispettore che ha riferito su Bolzaneto. Come lei ha detto (anche se per Ceraudo si tratta di un discorso diverso) si tratta di casi particolari, ma la relazione dell'ispettore è stata acquisita come atto ufficiale del Comitato.

ALFONSO SABELLA. Io non ho letto la relazione dell'ispettore della Polizia, ma credo che questa possa riguardare le linee di comando della Polizia di Stato. Per quanto riguarda la Polizia penitenziaria, i ruoli erano ben definiti e ben determinati. Io ero il responsabile per Genova di tutte le operazioni della Polizia penitenziaria che venivano compiute. Per Bolzaneto erano presenti un comandante di reparto, due ufficiali responsabili delle traduzioni e uno coordinatore sanitario; inoltre, le responsabilità ed i termini di intervento di ciascuna unità erano stati tutti dettagliatamente indicati in precisi ordini di servizio, dettati per il servizio delle traduzioni dal dirigente del servizio centrale traduzioni e piantonamenti, presente a Genova, generale Claudio Ricci; per l'intervento del GOM, dal generale Alfonso Mattello, anch'egli presente a Genova; per l'ufficio matricola invece erano presenti un capo matricola e, addirittura, un ispettore superiore allo scopo di coordinare il lavoro delle due matricole di Bolzaneto e di Forte San Giuliano. Esistevano perciò linee di comando e direttive assolutamente precise, e - lo ripeto - sino a quando non sono andato via da Genova non ho percepito alcuna disfunzione.
In realtà è probabile che lì si sia creato un problema circa eventuali sovrapposizioni di competenze, nel senso che, purtroppo, si è rivelata abbastanza infelice - ma ciò è possibile dirlo solo con il senno di poi - la scelta di avvalerci della medesima struttura dove operava la Polizia di Stato. Non avevamo però alternative, in quanto eravamo ospiti in casa


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d'altri. Non ho comunque letto sui giornali una sola parola di ragazzi presenti nella scuola Diaz che hanno detto di essere stati trattati male a partire dalle ore 22 di domenica 22. Abbiamo avuto delle difficoltà per le traduzioni, in quanto abbiamo visto arrivare tutti assieme 93 arrestati: in tal caso anche cinque minuti a testa per la visita medica, la matricola, le perquisizioni, il casellario e tutte le altre procedure, hanno obiettivamente comportato tempi piuttosto lunghi. La mattina del lunedì, in mia presenza, è venuta un'addetta consolare americana che, a me personalmente e ai due ufficiali delle traduzioni, ha rivolto i complimenti per come avevamo trattato i detenuti della scuola Diaz.
Nel momento in cui quella struttura è servita solo ad una forza di polizia, non si è verificato assolutamente nulla, almeno per quello che ho appreso dalla stampa (e non ho notizie di fatti diversi). Probabilmente in una prima fase, soprattutto il venerdì, si è creato un momento di confusione, perché quando gli arrestati venivano portati lì, qualcuno non si era posto - ma ciò non riguarda l'amministrazione penitenziaria - il problema della loro custodia. Per esempio, il personale della Polizia di Stato - non posso parlare però di problemi di altri - si è trovato impreparato nella gestione della cosa più stupida: l'accesso al bagno delle ragazze arrestate. Era il personale della Polizia penitenziaria a sopperire in quella fase alla carenza di personale femminile della Polizia di Stato per accompagnare al bagno le arrestate che ne avevano bisogno. In questa fase è chiaro che si è creato qualche problema, ma che in ogni caso non riguardava l'amministrazione penitenziaria. Questa, sul punto, aveva un responsabile per ogni attività che è stata svolta. Lo ripeto, vi erano due ufficiali che si alternavano, ma che molto spesso erano entrambi presenti in loco, e che si occupavano delle


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traduzioni; vi era un comandante di reparto, come avviene in qualsiasi carcere, che si occupava della sicurezza e dell'ordine del sito; infine erano presenti un capo dell'ufficio matricola e un coordinatore sanitario. Da questo punto di vista, non avevamo problemi di sorta. Forse, con il senno di poi, si potrebbe dire che si sarebbe potuta prevedere nel sito la presenza di un direttore di istituto penitenziario. Probabilmente ciò sarebbe stato giusto. Però l'operazione che eravamo chiamati a compiere doveva essere un'operazione, mi scuso con gli arrestati per il termine che sto usando, quasi a catena di montaggio, nel senso che noi avremmo dovuto ricevere i detenuti, immatricolarli e tradurli. Tale compito siamo riusciti normalmente a svolgerlo, salvo quando sono arrivati gruppi di arrestati come quelli della scuola Diaz (93 persone tutte assieme). Non possono però essere addebitati all'amministrazione penitenziaria i tempi di attesa per la consegna, tempi di attesa che, peraltro - sto ora parlando della mia esperienza di magistrato - non è che siano stati eccessivamente lunghi rispetto ai normali arresti. Infatti, normalmente, come previsto dallo stesso codice, l'arrestato deve essere messo a disposizione del pubblico ministero entro ventiquattro ore dall'arresto stesso mediante la conduzione in carcere. Mi sembra quindi che tale termine non sia stato sforato in modo sostanziale nemmeno dalla Polizia di Stato.
Quando si parla di tante ore di detenzione, queste non sono quindi addebitabili in alcun modo alla Polizia penitenziaria, ad eccezione di un gruppo di diciotto detenuti che è restato più di nove ore a disposizione della Polizia (e stiamo cercando di capire che cosa sia accaduto in quel tempo) e per gli arrestati della scuola Diaz, per i quali obiettivamente vi è stato un momento di impasse.Nonostante le lunghe ore che questi ragazzi hanno trascorso nella caserma di Bolzaneto nelle mani


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dell'amministrazione penitenziaria, non mi risulta comunque che sia stato mosso alcun atto di accusa nei confronti della Polizia penitenziaria per come essi sono stati trattati in quella sede. Anzi, sono state fornite coperte, cibo, acqua e generi di conforto e, scusandomi per l'argomento magari poco felice, assorbenti igienici alle ragazze che ne avevano bisogno. Tutti sono stati assistiti con l'umanità che si può avere in quei casi.
Per quanto riguarda i danni fisici, gli arrestati - li ho visti personalmente, ma vi sono anche i referti medici a testimoniare tale situazione - sono arrivati per la maggior parte con lesioni, ecchimosi e segni di percosse. In questa fase il medico dell'amministrazione penitenziaria non era chiamato a compiere alcuna visita medica. Si è però detto: «Dottore, ci sono questi ragazzi che arrivano in tali condizioni; diamo loro un'occhiata e non facciamo che qualcuno ci muoia qui».
Mi scuso per la brutalità, ma erano questi i ragionamenti che si facevano. Allora, i medici dell'amministrazione penitenziaria e gli infermieri si sono attivati ed hanno visitato i ragazzi, facendo alzare loro le braccia, controllando se avevano segni di lesioni, problemi al torace e così via. Ad esempio, un ragazzo ferito alla milza, visitato da un medico dall'amministrazione penitenziaria, è stato ricoverato in ospedale, prima ancora che l'amministrazione stessa lo prendesse in carico. Questa visita ha rappresentato quindi una forma di collaborazione ed un atto di umanità. Non era nostro compito farla, ma l'abbiamo fatta, e volentieri, e credo che la rifaremmo.
Quando poi la visita medica veniva conclusa, il compito del sanitario in quella fase era come prima cosa quello di dire se il soggetto visitato fosse compatibile con la detenzione penitenziaria e, inoltre, se per lo stesso si fossero potuti presentare problemi in caso di traduzione e di trasporto. Il medico,


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effettuata la visita vera e propria, segnalava quindi il nulla osta, o meno, alla traduzione. Non risulta, per la professionalità del personale che lì è stato impiegato, che alcuno degli arrestati tradotti, anche con lesioni od ecchimosi, abbia avuto problemi di salute. Ritengo quindi che dal punto di vista professionale, pur con i limiti dell'amministrazione penitenziaria, in quella fase sia stato svolto un ottimo lavoro.
Forse sono stato frainteso quando ho detto di essermene andato dalla caserma di Bolzaneto senza aver capito che lì avvenivano episodi gravi e riprovevoli. Li ho letti sui giornali: si tratta di episodi di una gravità enorme, su cui l'amministrazione penitenziaria farà piena luce. Il mandato e l'ordine che era stato impartito a tutti gli agenti e a tutte le unità impiegate in quella sede era infatti il seguente: dobbiamo essere lo Stato che agisce in condizioni di normalità; lo scontro di piazza è ormai terminato, per cui quando l'arrestato arriva da noi deve avere la sensazione di trovarsi in una situazione di assoluta normalità per quanto compatibile con la detenzione.
È stata ricordata una mia frase: avevo infatti detto che l'arrestato, da noi, doveva sentirsi in salvo. Questo era il mandato che avevano tutti i nostri uomini. Ero convinto che, salvo qualche piccolo eccesso che può essersi verificato (in quanto questo deve sempre essere messo in bilancio), la macchina avesse tenuto bene. Purtroppo, mi sono poi scontrato con una realtà apparentemente diversa da quella che mi ero rappresentato.

PIERLUIGI PETRINI. Interverrò ripetendo in parte le domande poste dal mio collega che, a parer mio, non esauriscono l'argomento in quanto ci troviamo di fronte ad alcune contraddizioni. L'ispettore Montanaro ha analizzato il caso di tredici persone che avrebbero denunciato violenze


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subite nella caserma di Bolzaneto. Nella sua relazione egli afferma che di queste tredici persone solamente una aveva un referto medico, peraltro non esteso nella caserma dal medico della polizia penitenziaria, bensì all'ospedale San Martino di Genova. Negli altri dodici casi valutati dal dottor Montanaro, nessuno avrebbe un referto medico. Questo contrasterebbe con le procedure che lei ci ha riferito e che peraltro sono le stesse che già ci aveva illustrato il dottor Di Somma. Come mai l'ispettore Montanaro non trova i referti medici di dodici persone che sono state trattate nella caserma di Bolzaneto, nonostante quattro di queste abbiano traumi in regione cranio-facciale documentati dal rilevamento fotosegnaletico?...
La seconda questione riguarda invece l'ispezione del dottor Micalizio, che, invece, valuta la situazione delle 93 persone arrestate nella scuola Pertini, trasferite successivamente nella caserma di Bolzaneto. Il dottor Micalizio ci dice invece che 62 persone delle 93 hanno subìto lesioni con prognosi variabile da cinque giorni fino alla prognosi riservata. Ora, lei ha affermato nella relazione che la visita di cosiddetto triage non aveva dato luogo a trasferimenti in ospedale. Successivamente, rispondendo al collega, ha detto che nella visita di triage è stata rilevata una lesione alla milza e mi auguro che il ragazzo sia stato trasferito in ospedale. Tuttavia, risulta nella relazione del dottor Micalizio che le prognosi riservate (le prognosi riservate sono tali quod vitam) sono il 5 per cento delle 62 persone refertate. Quindi, sono tre le persone che hanno avuto una prognosi riservata. Le chiedo pertanto: chi ha steso tali prognosi? Il personale medico dipendente della polizia penitenziaria? Quando sono state rilevate queste tre prognosi riservate? Nella visita di triage o successivamente? Qual è poi


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la storia clinica di queste persone, non soltanto di quei soggetti con la prognosi riservata? Dovrebbero essere 11 i soggetti con prognosi da 21 a 40 giorni.

ALFONSO SABELLA. Non si trovano i referti medici perché la Polizia di Stato non ne è in possesso, mentre lo è l'amministrazione penitenziaria. Nessun medico della Polizia di Stato ha visitato gli arrestati mentre i nostri medici sì; i referti medici esistono non per tutte le persone condotte a Bolzaneto ma per tutte le persone immatricolate. A Bolzaneto sono state portate tante altre persone che poi, alla fine, non sono state fermate. Molte persone giustamente venivano portate lì; poi, anche sulla base delle norme di legge, l'ufficiale probabilmente - ma questo lo ipotizzo semplicemente - valutava che non vi fossero le condizioni per l'arresto, lo rimetteva in libertà e lo denunciava a piede libero.
A Bolzaneto sono state portate tantissime altre persone per cui è stata effettuata, a titolo di cortesia, la visita di triage della quale non è stato redatto alcun referto medico. Ciò semplicemente perché tali persone non sono state arrestate; se lo fossero state, ci sarebbe un referto medico.
In tale caso, addirittura ce ne sarebbero due: uno redatto a Bolzaneto e l'altro anche all'istituto di assegnazione. Il referto medico è stato redatto per tutti i soggetti visitati, anche per coloro che non presentavano lesioni o ecchimosi, perché il medico penitenziario ha il dovere di compilare il diario clinico nel quale indicare tutto ciò che si rileva in un'anamnesi medica assolutamente normale: la tossicodipendenza, la presenza di malattie in famiglia. I referti medici esistono per tutti. Non so se il dottor Montanaro lo ha chiesto all'amministrazione penitenziaria. Se l'avesse fatto credo che avrebbe ricevuto una risposta negativa da parte nostra perché, per ragioni ovviamente di riservatezza noi, senza l'ordine dell'autorità


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giudiziaria, non possiamo nemmeno trasmetterli alla Polizia qualora ce li chiedesse, a meno che non agisca su delega di indagine dell'autorità giudiziaria. Noi, comunque, abbiamo il dovere di tutelare la privacy degli arrestati. Tuttavia, posso assicurarle che esistono referti medici per tutti gli arrestati, nessuno escluso. Ne esistono due per tutti.

PIERLUIGI PETRINI. Vorrei chiarire una questione. Queste persone hanno avuto il cosiddetto fotosegnalamento; il che significa che sono state prese in consegna dalla Polizia penitenziaria.

ALFONSO SABELLA. Erano due i fotosegnalamenti, mi scusi. Purtroppo, accanto alla caserma di Bolzaneto, all'edificio dove si trova anche il sito penitenziario, c'è la palestra nella quale (credo che tra gli appartenenti all'amministrazione penitenziaria l'unico che ci abbia messo piede sono stato soltanto io; una mia amica che ho incontrato lì, una poliziotta, infatti, me l'ha fatto visitare) era stato istituito un centro di fotosegnalamento e un centro informatico della Polizia di Stato, con impronte digitali, la banca dati interforze. Ciò al fine di sapere se ovviamente, nel momento della identificazione di un soggetto, costui avesse dei precedenti di polizia o meno o se fosse uno straniero da espellere e così seguitando. Ovviamente, hanno fatto il loro dovere come avrebbero dovuto. Il fotosegnalamento era quindi duplice. Prima avveniva quello effettuato dalla Polizia di Stato e il rilievo delle impronte, poi avveniva quello fatto in maniera più artigianale dalla Polizia di Stato con una Polaroid e il rilievo delle impronte con il classico tampone di inchiostro. Non c'è stato il tempo per attrezzarci con macchine più moderne perché siamo arrivati


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all'ultimo minuto. Pertanto, i fotosegnalamenti erano due. Per quanto riguarda, invece, il problema delle prognosi, i nostri medici non emettevano prognosi.
Il nostro medico doveva semplicemente dire: è compatibile con la detenzione, nulla osta alla traduzione e segnalare le lesioni. Le dirò che i nostri medici hanno violato una mia precisa disposizione di servizio. Con una nota del 9 luglio avevo invitato i medici (anzi addirittura avevo scritto ai due coordinatori sanitari di San Giuliano e di Bolzaneto) non solo a riportare le dichiarazioni del detenuto circa le modalità con cui si era procurato quelle lesioni ma anche ad esprimere un giudizio di compatibilità tra le dichiarazioni del detenuto e le lesioni, cosa che in effetti non è accaduto. È stato quindi violato un ordine di servizio che era stato emesso in data 9 luglio ai coordinatori sanitari (è tuttavia un problema che riguarderà poi l'amministrazione penitenziaria). Al di fuori di ciò, il loro dovere era esclusivamente quello di emettere un nulla osta alla traduzione e dire: questo soggetto è compatibile, può andare in carcere o meno, può viaggiare per andare in carcere o non può viaggiare per andare in carcere. Per quanto mi riguarda, le prognosi non le hanno mai emesse, salvo per qualche poliziotto e carabiniere ferito che hanno chiesto la cortesia di farsi refertare sia a San Giuliano che a ...

PIERLUIGI PETRINI. Allora i dati che ci fornisce il dottor Micalizio?

ALFONSO SABELLA. Credo che siano i dati tratti dall'ospedale perché nell'elenco, per esempio, dei detenuti che abbiamo immatricolato a Bolzaneto troviamo 16 soggetti nei confronti dei quali sussiste la dizione «non immatricolabile». Il che significa che si tratta di soggetti che sono stati formalmente presi in carico dall'amministrazione penitenziaria


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ma non ancora immatricolati, perché sono stati ricoverati in ospedale, prima di poter effettuare le procedure di immatricolazione. Quindi, da tale dato emerge chiaramente che per tali soggetti vi sono referti medici redatti in ospedale, secondo le norme dell'ospedale stesso. È probabile, quindi, che di questi referti medici si parli.

PIERLUIGI PETRINI. La ringrazio. Vorrei anche....

PRESIDENTE. Senatore Petrini, tenga conto che del suo gruppo tutti hanno chiesto di intervenire. Lo dico perché non vorrei che si creasse....

ALFONSO SABELLA. ...Mi scusi, sono di più i soggetti «non immatricolabili».

PIERLUIGI PETRINI. A tale proposito, c'è una questione che non ho capito. Lei ci dice che queste 93 persone sono state prese in carico alle 22 della domenica. Pertanto, la visita medica che stabilisce la non immatricolibilità ed il trasferimento in ospedale - immagino - è avvenuta dopo le 22 di domenica?

ALFONSO SABELLA. Molte persone probabilmente la Polizia le ha portate direttamente in ospedale e successivamente noi abbiamo rilevato il piantonamento. La Polizia, quindi, ci ha comunicato il verbale di arresto e l'avvenuto accompagnamento in ospedale. A quel punto, la Polizia penitenziaria, secondo gli accordi interforze, nelle ventiquattr'ore ha rilevato il piantonamento in ospedale. Si trattava quindi di soggetti per cui veniva fatta semplicemente l'annotazione. Per i soggetti non immatricolabili non disponiamo di un orario di consegna, ma semplicemente di una comunicazione;


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sugli altri soggetti consegnati sì. Per esempio, i soggetti arrestati alla Diaz cominciano ad essere consegnati alla Polizia di Stato a partire dalle 22.05 del 22 luglio.

MARCO BOATO. Un giorno dopo.

ALFONSO SABELLA. Sì, un giorno dopo. Nel verbale di arresto si parla delle tre di notte. Ripeto, per quanto riguarda l'esperienza, siamo nelle ventiquattr'ore.

KATIA ZANOTTI. Condivido anch'io l'impressione dei colleghi intervenuti fino a questo momento ed anch'io inevitabilmente devo dire che la presentazione del lavoro svolto dall'amministrazione penitenziaria relativamente alla struttura di Bolzaneto è, in modo preoccupante, estremamente lacunosa.
Le dico questo non sulla base della lettura dei giornali, che ci ha autorizzato anche a trarre considerazioni molto preoccupate, bensì naturalmente, dopo la lettura dei documenti dell'indagine amministrativa del Ministero dell'interno, che usa parole pesanti per quanto riguarda la situazione di Bolzaneto, parlando di gravi carenze di direttive, sia nel momento organizzativo che in quello gestionale, di indeterminatezza ed imprecisione nel momento della custodia e vigilanza dei fermati, di viavai di Carabinieri, di Polizia penitenziaria e di Stato, di corpi separati che agiscono dentro Bolzaneto, nonché di lungo e pesante disagio sopportato dai fermati sino a rudezze, forse determinate dallo stato di tensione degli agenti.
Ho citato i suddetti episodi perché abbiamo sotto mano questo materiale ed abbiamo bisogno di capire come si sia svolta la vicenda di Bolzaneto, insieme a molte altre vicende gravi avvenute a Genova. Dobbiamo farlo anche perché si è evidenziata una struttura che era gestita in maniera tutt'altro che funzionale. Da questo punto di vista, lei era a Genova in


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qualità di coordinatore, per quanto riguarda, se ho ben capito, il trattamento dei fermati ed aveva deciso di mantenere una presenza consistente a San Giuliano e meno consistente a Bolzaneto.
Le chiedo, dal momento che lei ci riferisce di un'indagine giudiziaria in corso di cui abbiamo letto sui giornali, nonché di un'indagine amministrativa, - credo anch'io che sarebbe molto utile, prima della conclusione dei lavori, disporre delle conclusioni di tale indagine amministrativa - se sia possibile rispondere ad alcune rapide domande. Le chiedo cioè se i diritti dei fermati fossero garantiti: in particolare, il diritto ad informare un terzo, al momento della traduzione a Bolzaneto, dell'avvenuto fermo, la possibilità di ricorrere ad un avvocato difensore, nonchè, naturalmente, come è già stata chiesto dai colleghi, tutto ciò che inerisce le cure mediche e la refertazione relativa ai controlli medici.
Le chiedo inoltre se la sua presenza a Bolzaneto fosse di qualche ora o se, invece, fosse un rapido passaggio di controllo della situazione. In questo caso, se ho ben compreso, vi erano due ispettori, che lei ha indicato quale punto di riferimento delle responsabilità della struttura di Bolzaneto, per quanto riguarda tutto ciò che ineriva alla parte relativa alla gestione della amministrazione penitenziaria.
Li chiedo se sia possibile che, dopo la sua visita a Bolzaneto, potessero determinarsi situazioni di incontrollabilità in quella struttura. In ogni caso, le chiedo se questi due ispettori le abbiano riferito di situazioni anomale che si stavano verificando, non solo per quanto concerne la Polizia penitenziaria, ma anche per quanto investe il comportamento nei confronti dei fermati da parte della Polizia di Stato o della Guardia di finanza.


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Le chiedo, inoltre, se da tale indagine interna emerga che i GOM non abbiano davvero avuto contatti con i fermati. In ogni caso, le chiedo se anche i GOM, che andavano e venivano in ragione della loro funzione, non le abbiano raccontato di teste sbattute, di calci ai testicoli, di fermati che venivano bloccati per 17 o 18 ore con la testa contro il muro e prendevano pugni se si giravano.
Un'altra domanda riguarda il medico dell'infermeria, dipendente dell'amministrazione penitenziaria. Abbiamo letto i giornali ed abbiamo appreso dell'avviso di garanzia. Abbiamo letto persino l'intervista del medico e, mi lasci dire - si tratta di una opinione personale - che, dal punto di vista deontologico, un medico che si presenta in tuta mimetica e giustifica l'abbigliamento nel modo in cui lo ha giustificato sui giornali sarebbe comunque da considerare come minimo suscettibile di censura da parte dell'amministrazione penitenziaria.
In ogni caso, di quel medico si dice che abbia strappato piercing alle ragazze con violenza e si dice anche abbia tenuto un comportamento sicuramente non professionalmente rigoroso.
Concludo pertanto questa serie di domande, dal momento che tutto questo nasce dall'esigenza, legata alla funzione di questo Comitato, di arrivare a qualche conclusione di verità e, soprattutto, essendo in corso un'indagine interna, le chiedo, alla luce di questa, cosa stia emergendo.

ALFONSO SABELLA. Le dico in linea di massima che, per motivi di correttezza, non mi sembra opportuno entrare nei minimi dettagli, dal momento che non ho ancora trasmesso la relazione al capo del dipartimento.
Tuttavia, posso affermare che qualche elemento di un certo rilievo è emerso nel corso dell'indagine amministrativa, che merita un certo approfondimento e un'attenta valutazione.


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Per quanto concerne il comportamento del medico, non posso ovviamente entrare nel merito, dal momento che anche per me sarebbe l'anticipazione di un giudizio sulle considerazioni che lei ha espresso. Mi sembra tuttavia che siano obiettivamente condivisibili da chiunque, sia per quanto riguarda il modo di vestire, nonché su determinati atti compiuti così come riferito.
La scelta dei due medici coordinatori è stata quasi obbligata da parte dell'amministrazione penitenziaria, in quanto, nei dieci giorni di tempo che ho avuto per organizzare, non un giorno di più, occorreva reperire due medici che fossero di Genova, dal momento che non era possibile contare su medici di altre parti. Per reperire i sanitari è stato fatto un interpello tra le regioni limitrofe a Genova, interpello poi esteso ad altre regioni. Abbiamo avuto grandi difficoltà nel reperire medici disponibili a venire a Genova; a tale proposito sono state interpellate due associazioni di medici. Di tale aspetto si è occupato l'ufficio detenuti e trattamento. Abbiamo avuto garanzie sul fatto che avrebbero esercitato pressioni affinché arrivassero dei medici, ma non ne sono arrivati. Per tale ragione, i medici che abbiamo reperito a Genova sono per la maggior parte giunti sulla base di pressioni di carattere personale esercitate dal sottoscritto, dalla collega Procaccini dell'ufficio detenuti e dal direttore dello stesso ufficio. Analogo discorso vale per quanto concerne gli infermieri. Con ciò il medico ...

FILIPPO MANCUSO. Bastava precettarlo!

ALFONSO SABELLA. Onorevole, mandano il certificato di malattia!
Purtroppo, avevamo anche degli equilibri da rispettare all'interno dell'amministrazione. Comunque, credo che sui


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medici che hanno lavorato a Genova ci sia poco da eccepire sul piano della professionalità: non abbiamo avuto il minimo problema al riguardo. Certo, qualche elemento di sospetto è già emerso nel corso dell'inchiesta che stiamo avviando sul comportamento di un medico in particolare, e solo di uno, almeno fino allo stato attuale.
Per esempio, lei ha trattato l'episodio del piercing, che sarebbe stato strappato: si tratta di un atto di una gravità enorme. D'altro lato, abbiamo acquisito una marea di dichiarazioni secondo cui tutti i piercing venivano tolti direttamente dalla maggior parte degli arrestati, cui venivano fornite a seconda dei casi, pinzette chirurgiche per vincere la resistenza fisica del metallo o la naturale ossidazione dei metalli, oppure venivano tolti con l'aiuto del personale medico. Tuttavia ciò non rientrava tra i compiti di quest'ultimo ma del personale che effettuava le perquisizioni. Nei casi in cui non era possibile estrarre i piercing senza creare danno all'arrestato, si è preferito lasciarli, nonostante fosse vietato dal regolamento per tutta una serie di ragioni che non sto a indicare.
Nonostante le indicazioni al riguardo dell'episodio del piercing, non sappiamo ancora se si sia trattato di un uomo o di una donna. Comunque, ad onor del vero nonostante l'attendibilità della fonte, non abbiamo riscontrato nei referti medici esaminati riferimenti a un piercing strappato dal naso con una certa violenza. È intuibile che un piercing strappato provoca una lacerazione piuttosto grave, pertanto si tratta di un episodio che, indubbiamente merita di essere approfondito, ma è opportuno aspettare più attente verifiche e, soprattutto, gli atti e i dati di cui è in possesso l'autorità giudiziaria, che ovviamente sono di gran lunga più completi dei nostri.
Per quanto riguarda la confusione del comando, i compiti dell'amministrazione penitenziaria sono ben precisi e determinanti.


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Noi non avevamo il dovere di avvisare i familiari dell'avvenuto arresto: questo spetta alla forza di polizia che ha proceduto all'arresto. Noi non avevamo il compito di chiedere all'arrestato se volesse nominare un difensore di fiducia: questo spetta alla forza di polizia che ha proceduto all'arresto. Vi devo dire, per quel che ci riguarda, che per tutti gli arrestati era indicato un difensore d'ufficio o un difensore di fiducia: avevamo soltanto il compito di annotarlo. Certo, se l'arrestato ci dice che vuole cambiare il difensore, noi abbiamo il compito di annotarlo e di comunicarlo, ma non compete a noi chiedere se vuole nominare un difensore di fiducia, perché non siamo noi che procediamo contro di lui.
Per quanto riguarda il medico, la nostra è una visita volta a verificare quanto da me detto. Ovviamente viene eseguita da medici e se c'è una situazione d'emergenza intervengono, come è accaduto con il ragazzo greco cui è stata riscontrata una lesione della milza: è stato lo stesso medico, quello «cattivo», che ha chiamato l'ambulanza, facendola arrivare nel giro di pochi secondi a salvare probabilmente la vita a quel ragazzo: ma questo è un altro discorso.
Riguardo un altro dato, non avevamo il compito di avvisare immediatamente il detenuto delle ragioni del suo arresto, spettava ad altri, dal momento che l'articolo 94 comma 1-bis delle disposizioni di attuazione del Codice di procedura penale prevede che il direttore dell'istituto penitenziario, nel corso del colloquio di primo ingresso, o successivamente (un colloquio di primo ingresso si fa, normalmente, dopo che il detenuto è stato già portato all'interno della struttura penitenziaria ed è stato allocato in cella), deve fare questa ulteriore verifica, chiedendogli: caro detenuto, sei a conoscenza delle ragioni per cui sei arrestato? Se dice sì, perfetto; se dice di no, allora il direttore dell'istituto è tenuto a spiegarlo. Proprio su questo


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obbligo, io avevo emesso, sempre in data 9 luglio un altro ordine di servizio con cui avevo raccomandato ai direttori degli istituti di assegnazione di adempiere immediatamente a questa formalità. Ciò nonostante, gli stessi addetti alla matricola, per come mi è stato riferito - e non ho motivo di dubitarne -, informavano normalmente l'arrestato dandogli lettura degli articoli di legge per cui era detenuto. Ma non era compito loro, perché spettava al direttore dell'istituto penitenziario e, comunque, in un momento successivo. Quindi, anche su questo, si è probabilmente verificata una confusione di ruoli, ma non era un problema che riguardava l'amministrazione penitenziaria.
Per ogni atto compiuto in quella sede, vi posso dire chi era il responsabile, chi erano i soggetti operanti. Per esempio, abbiamo avuto una dichiarazione piuttosto grave nell'ambito dell'attività di inchiesta, per cui si è detto che durante la perquisizione Tizio è stato picchiato: nel giro di un secondo, il tempo esatto di aprire un tabulato, sapevamo chi era l'agente in servizio a quell'ora e in quel punto e chi aveva quei compiti. Questo, obiettivamente, siamo in grado di ricostruirlo perché abbiamo cercato di riprodurre, nel piccolo, il carcere, con tutte le norme che presiedono alla sua organizzazione. Da parte di molti arrestati sono state vissute come violenze prassi che invece sono assolutamente normali in ogni istituto di detenzione. A parte la perquisizione con denudamento e flessione, qualcuno ha detto di essere stato costretto a raccogliere l'immondizia. Purtroppo, mi rendo conto che qualcuno può pensare una cosa del genere, ma il sacco che viene normalmente utilizzato per riporre gli oggetti di pertinenza del detenuto, il cui possesso non viene autorizzato all'interno delle celle, è, per ragioni economiche, un sacco di juta o un sacco


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nero di quelli normalmente in uso per l'immondizia. Ma è diverso dire che si è stati costretti a raccogliere l'immondizia.
Sul discorso delle responsabilità precise e della confusione, su Bolzaneto continuerò a non parlare di confusione per quanto riguarda l'amministrazione penitenziaria perché i compiti erano ben determinanti; ed ogni operatore sapeva quali erano i propri semmai, abbiamo fatto, ogni tanto, qualcosa in più. Il personale femminile ha accompagnato in bagno le arrestate, gestite da polizia e da carabinieri, che non avevano personale femminile. I medici sono intervenuti per curare, assistere e medicare qualche arrestato nella fase precedente all'invio nelle strutture penitenziarie. Non so se abbiate letto sul giornale di quella mano che sarebbe stata suturata in malo modo (non so quanto corrisponda a verità): quello è un soggetto che non è stato mai arrestato, cui è stata suturata la mano perché si presentò in infermeria dove è stata fatta una operazione da pronto soccorso, ma non certo da amministrazione penitenziaria.
Quindi, per quanto riguarda il lavoro dell'amministrazione penitenziaria - non mi stancherò mai di ripeterlo e credo che nessuno riuscirà a dimostrare il contrario -, a Bolzaneto essa aveva una sua organizzazione ben precisa. Momenti di confusione si sono verificati, oggettivamente, in quel luogo, ma con il senno di poi, posso dire che avrei chiesto una struttura totalmente separata: tuttavia, al momento non è stato possibile per una serie di ragioni logistiche.
A Forte San Giuliano eravamo in condizioni di gran lunga peggiori: avevamo un ufficio matricola, una piccola stanza addetta all'infermeria e una camera dove si faceva tutto e gli arrestati stavano nel corridoio perché non avevamo alternative, sia che fossero immatricolati sia che non lo fossero; erano seduti nel corridoio perché la situazione purtroppo era quella


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logistica. Non è stata una scelta dall'amministrazione penitenziaria, che è invece arrivata all'ultimo minuto a cercare di fare il possibile. Quindi, ripeto, se la confusione si è creata a Bolzaneto, è stata determinata dal fatto che nello stesso sito insistevano più strutture. In quel luogo vi erano: l'ufficio della squadra mobile, l'ufficio della DIGOS, le camere di sicurezza della squadra mobile e poi tutti gli uffici dell'amministrazione penitenziaria, matricola, casellario, armeria, infermeria. Quindi, è chiaro che, con il senno di poi, avrei detto di no a quel sito, perché avrei preferito una struttura completamente separata; tuttavia, dal momento che si pensava dovesse essere un'operazione piuttosto rapida, senza attese così lunghe dei detenuti, non ci siamo posti il problema. Se un errore è stato fatto, è stato quello, non certo l'organizzazione dei compiti e dei turni: si poteva forse fare di meglio, ma sostanzialmente quello che è stato fatto non credo abbia causato gravi problemi.
Lei mi ha chiesto se andavo e venivo; a volte mi fermavo un paio d'ore oppure per tre, o mi fermavo un quarto d'ora e andavo via, perché mi recavo anche alla centrale operativa di Pontedecimo. In un paio di circostanze si sono verificate emergenze al carcere di Marassi: abbiamo avuto un assalto, poi un allarme bomba. Insomma, diversi problemi per cui cercavo di essere presente sul posto, dove c'era il personale, anche per essere vicino ai ragazzi che lavoravano: ho visto lavorare gente per 24 ore ininterrottamente senza stancarsi.
Per quanto riguarda le teste sbattute contro il muro, quello è obiettivamente uno degli aspetti su cui l'inchiesta della amministrazione penitenziaria si sta concentrando di più, perché è difficile che possa trovare giustificazione un agente di polizia che fa picchiare contro il muro la testa di un arrestato che si trova lì inerme. Si tratta di un atto di


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vigliaccheria che, come tale, quando sarà definitivamente accertato, da parte dell'amministrazione penitenziaria, sarà perseguito con il dovuto rigore. Fino a questo punto, per quanto posso anticipare dell'inchiesta amministrativa in corso, abbiamo avuto un'indicazione - ma si tratta di una sola indicazione - secondo cui qualche agente avrebbe fatto questa operazione con una certa durezza. Non teste sbattute al muro, ma - afferma il dichiarante - teste appoggiate con forza al muro. Mi rendo conto che si tratta di un dettaglio sottile, ma, ha tenuto a precisare (era un testimone!) «non posso parlare di teste sbattute: ecco, premute con forza». Indubbiamente quello che abbiamo acquisito finora è troppo poco per ritenere assolutamente sicuro questo dato, però posso assicurarvi che è un punto su cui l'amministrazione penitenziaria si muoverà senza guardare in faccia a nessuno e con il massimo rigore, perché sono episodi di gravità tale che vanno perseguiti.
In merito ai contatti del GOM, per quanto mi riguarda ancora oggi, nonostante la nostra inchiesta, l'unico contatto del GOM con i detenuti che abbiamo accertato è quello del personale femminile che è stato impiegato per le perquisizioni e per accompagnare in bagno le arrestate; a meno che non si intenda per personale del GOM quello che era in forza a tale organo, ma si tratta di quattro unità che sono state impiegate all'interno dell'ufficio matricole in quanto bravi matricolisti; tuttavia su tali soggetti non mi pare che nessuno abbia mai riferito alcunché. Tra l'altro essi non portavano neanche il distintivo del GOM. Si tratta, quindi, di quattro unità in forza al GOM e, comunque, utilizzate in compiti burocratici e amministrativi e non di controllo dei detenuti, come nessun'altra unità del GOM.

FILIPPO MANCUSO. Illustre consigliere, non avevo intenzione...


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ALFONSO SABELLA. Non sono consigliere: mi chiamano così anche se cerco di evitarlo, ma è per distinguere i magistrati...

FILIPPO MANCUSO. È che mi aspettavo un consiglio da lei. Come debba interpellarla è irrilevante; non desideravo disturbarla con qualche domanda, però la sua non felice esibizione mi costringe a farlo. Rifletto preliminarmente sul fatto che evenienze simili a quelle che avete affrontato non possono essere valutate sotto alcun aspetto concreto a posteriori in modo realistico. Sono vicende che trascendono la prevedibilità ed anche l'esperienza. Tuttavia, trattandosi di valutare una funzione pubblica alla stregua del contenuto delle attribuzioni che essa comporta, lei - mi deve consentire - si è dato una sorta di «zappa sui piedi». Lei ha cercato di diluire in una genericità di attribuzione quella che, invece, era la sua vera figura istituzionale, nascente dal provvedimento sul quale si è intrattenuto anche il dottor Di Somma che abbiamo ascoltato il 9 agosto; lei è una specie di «dittatore» (il termine è allusivo e non definitorio) di quella situazione in quanto riferibile all'amministrazione penitenziaria e comincia questa dittatura, legittima in questo senso, dall'osservanza delle norme di libertà dei detenuti, di trasparenza del loro trattamento e di regolarità delle loro singole posizioni. Questo lo stabilisce il provvedimento, che non le rileggo.
Lei, quindi, mi forza a disturbarla con tali domande, dicendo, ad esempio, una grave inesattezza in merito ai due siti penitenziari, sulla costituzione dei quali lei non ha avuto parte e sulla cui legittimità ho forti dubbi; un carcere non si può costituire occasionalmente: quelli si chiamano normalmente campi di concentramento. Superando questo aspetto che, quindi, non la riguarda, nell'ambito di questa situazione lei aveva poteri assoluti. Del resto, che lei sia un uomo di


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fiducia della struttura non devo rammentarlo a me stesso; vorrei semplicemente ricordare che lei fu nominato ufficiale di collegamento con la Commissione antimafia proprio da quella struttura. Io, poi, non la vidi, ma può darsi che sia stato un mio difetto di vista. Lei, quindi, è organico a quel mondo; la sua cultura ed i suoi doveri nascono in quel mondo. Non può dirci che, ad esempio, la tutela prevista dalle norme di attuazione del codice di procedura penale da lei citate responsabilizzi soltanto i direttori o, perlomeno, il personale degli istituti penitenziari propriamente detti, perché se il titolo di sito penitenziario equivale a quello di struttura carceraria, quei doveri le competevano e - se è vero ciò che poc'anzi ha rilevato la collega - non solo non li ha osservati o fatti osservare, ma li ha persino ignorati, ritenendo che ne fosse dispensato: ciò è grave.
Aggiungo un'altra considerazione. Posto che la materia è, quindi, sotto questo riguardo, incontrovertibile, può essere, invece, discutibile la possibilità di attuazione, ma non quando si nega di avere un dovere. Posso giustificare l'inadempienza in concreto di un dovere a causa della forza maggiore, ma non l'inadempimento di esso perché se ne ignora il fondamento e la forma. Quindi, lei ha, per così dire, determinato in forma di divieto qualcosa che invece rientrava nei suoi doveri.
Inoltre, anche se ciò non fosse previsto dalla disposizione che ha invocato e di cui le contesto l'inadempienza, è quello il modo di seppellire vivi anche dei colpevoli? È dignitoso? Capisco che nella nostra istituzione è invalsa l'abitudine all'abuso istituzionale e a far passare quest'ultimo come merito - il che conforma una cultura della sopraffazione ed ancora questo paese non si è avveduto di quale male abbia prodotto nella sua civiltà -, ma il trattamento del detenuto colpevole, in espiazione, del patricida e del matricida non può essere


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quello di venire seppellito vivo, anche dopo una sentenza definitiva: questo è il concetto che lei ha valorizzato, sia pure attraverso molti «contorcimenti». Se il fondamento della sua competenza nasce da un atto di investitura così ampio e nell'ambito di questa situazione così determinata lei ha operato in un modo che mi permetto di definire non adeguato, con quale coraggio si lascia nominare componente della commissione che deve indagare anche su di lei? Con che coraggio - e non uso la parola dignità - lei fa parte di una commissione, sul cui lavoro ci ha riferito, che, istituzionalmente investita (anche di questo atto non do lettura), è chiamata ad accertare e, come si dice nella parte finale, anche a sanzionare disciplinarmente comportamenti di cui lei è potenzialmente responsabile? Lei è giudice e parte nello stesso momento. Questo mi ha indotto a pensare, in un momento, per così dire, di sconcerto e forse di indignazione, che un potenziale responsabile di fatti così gravi in partenza - e le auguro che alla fine ne sia assolutamente lasciato indenne - non si periti di dire: io non posso essere il giudice dei miei atti. In qualunque modo lei voglia essere interpellato - la chiamo anche collega nel nome della mia antica professione e della sua attuale -, ciò non è degno, non dico di taluno che, anche in questa fase, ha invocato la sua esperienza di magistrato, ma che abbia rispetto dell'umanità degli altri e delle proprie sensibilità.

ALFONSO SABELLA. Vorrei semplicemente sottolineare che con la mia nota del 9 luglio 2001 avevo appunto segnalato la necessità di adempimento delle prescrizioni di cui all'articolo 94, 1-bis...
Per quanto riguarda il sito penitenziario di Bolzaneto è stato regolarmente istituito con decreto del ministro della giustizia in data 12 luglio 2001, che non ha creato due istituti


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penitenziari, ma istituti utilizzati a fini detentivi quale succursale dell'area sanitaria e dell'area matricola delle case circondariali di Pavia, Voghera, Vercelli e Alessandria, nonché della casa di reclusione di Alessandria. La legge prevede che gli istituti penitenziari vengano istituiti con decreto del Ministero della giustizia, ma in quel caso non si trattava di un istituto penitenziario, bensì di un'area distaccata della matricola e dell'area sanitaria.

MARCO BOATO. Era una fictio iuris!

ALFONSO SABELLA. Si trattava di una fictio iuris proprio per consentire all'amministrazione penitenziaria di immatricolare i detenuti e, quindi, tradurli. Il problema, infatti, era aiutare le forze di polizia nella gestione degli arrestati e non solo in quella. Tale fictio iuris non è addebitabile a me; non so se fosse la migliore soluzione possibile, non so se ve ne fossero altre, non so se fosse il caso di coinvolgere direttamente la Polizia penitenziaria in funzioni di ordine pubblico con il compito di tradurre i detenuti, non so quale potesse essere la soluzione migliore. Io l'ho trovata già predisposta. Obiettivamente ero il «dittatore» ed avevo delle responsabilità.
Mi sono posto il problema se far parte o meno della commissione. Si tratta di una commissione d'inchiesta nominata dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Tale dipartimento ed il Ministero della giustizia hanno già preventivamente accertato che non vi sono stati problemi sul piano dell'organizzazione e della direzione, ma che si tratta di individuare singoli episodi di abuso. Nei miei riguardi vi è un'incompatibilità con questa commissione, in realtà, ma non è quella da lei indicata, se mi consente, onorevole Mancuso. Si tratta del fatto che sono profondamente amareggiato dall'individuare qualcuno che abbia commesso certi reati, certi


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abusi, certi illeciti. Vi è anche un problema di risentimento personale in quanto li avevo avvisati e convocati diverse volte dicendo: ragazzi non avete scusanti, mi raccomando, trattiamoli bene, siamo i caschi blu dell'ONU (sono stato attaccato per questa frase ma era per rendere chiara l'idea). La mia incompatibilità deriva dal fatto che probabilmente potrei essere molto più severo di quello che sarei in una situazione normale. Ci sono, tuttavia, altri quattro componenti della commissione che, probabilmente, saranno in grado di frenare i miei eventuali eccessi. Quella è l'unica incompatibilità.
Il punto di partenza del Ministero della giustizia e dell'amministrazione penitenziaria, sulla base dei primi dati emersi, è che l'organizzazione così com'era andava bene, non vi sono stati problemi sul piano dell'organizzazione e della direzione, non sono state date disposizioni volte a massacrare la gente o a violare i diritti individuali. Tali diritti, per quanto riguarda i vertici, sono stati ampiamente rispettati. Mi dispiace ammetterlo, ma probabilmente ci sono stati, per quello che stiamo verificando nel corso dell'inchiesta, singoli comportamenti isolati: finora sono emersi solo ed esclusivamente quelli. Laddove dovessero emergere fatti attribuibili alla direzione ed all'organizzazione, sarà mia cura occuparmene.
Obiettivamente, comunque, mi ero posto questo problema e se lo erano posto anche il capo ed il vicecapo del dipartimento. Il presupposto è stato quello: non vi è un'inchiesta sull'organizzazione, non vi sono stati problemi di confusione o di disorganizzazione; gli unici problemi sono dovuti al fatto che qualche singolo probabilmente - non lo sappiamo ancora - può aver perso la testa ed aver compiuto qualche atto contrario non solo alle norme deontologiche e professionali, ma in taluni casi anche al codice penale.


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MARCO BOATO. Molte cose sono già state dette e chieste e, quindi, non le ripeterò. Non c'è dubbio che su questo punto abbia rilevanza quello che lei sta affermando, cioè che, in riferimento alla caserma Bolzaneto, vi siano due questioni distinte che, però, si intersecano in continuazione (come abbiamo visto fin dal primo intervento del senatore Tomassini). Vi sono problemi di responsabilità della Polizia di Stato in quanto si trattava di una caserma della Polizia di Stato: i carabinieri - come lei ha ricordato -, operavano a Forte San Giuliano, anche se ad un certo punto sono andati di supporto anche loro, se non ricordo male. Vi sono, poi, problemi di responsabilità dell'amministrazione penitenziaria. Da questo punto di vista non voglio fare confusione: diciamo che si è trattato di un'emergenza nell'emergenza.
Il presidente Mancuso ha usato un'espressione molto forte ma, prima di ascoltare lui, a bassa voce, avevo usato un'espressione analoga, anche se tecnicamente impropria: quella, più che una caserma di polizia o un sito penitenziario, aveva aspetti da campo di concentramento, sia pure di durata di ventiquattro ore. Sono, però, convinto che ci siano responsabilità distinte.
Anche se mai siamo abituati a farci questa domanda, ci chiediamo se qualche rappresentante del Genoa social forum non abbia denunciato episodi di violenza che ha visto. Ma io mi chiedo: gli operatori della Polizia penitenziaria sono oppure no ufficiali di Polizia penitenziaria? Addirittura, come ho letto, veniva ostruito il loro accesso, in certi momenti, alle altre stanze di competenza della Polizia. Dato che sono vissuti lì alcuni giorni e penso che qualcosa avranno visto e sentito (per la parte che non riguarda loro: sto distinguendo), sono oppure no ufficiali di Polizia giudiziaria? Se qui possiamo sentir dire che un privato cittadino ha denunciato un episodio di violenza


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di una persona mascherata, che se avesse tentato di identificare magari avrebbe preso anche qualche randellata in testa (non dalla Polizia, in questo caso, ma dall'anarchico o dal black blocer), un ufficiale di Polizia penitenziaria che sta in quella caserma e vede, sente, ascolta, comportamenti di un certo tipo, non ha il diritto, anzi, il dovere di denuncia e di intervento? Si tratta di una questione che le pongo sine ira ac studio, quasi istituzionalmente.
Non voglio ripetere quello che hanno detto la collega Zanotti e altri colleghi, ma una persona non può stare anche 10-12 ore nelle mani della Polizia in certe condizioni. Sta in piedi, con le mani alzate, con la faccia al muro, con le gambe allargate e, poi, quando passa nelle mani della Polizia penitenziaria, sta in una cella senza arredi, senza luce, in piedi, con le mani al muro, con le gambe divaricate, come ce li ha descritti il ministro Castelli in un'intervista, dicendo di aver trovato tutto regolare: ho visto la gente con le mani al muro, con le gambe allargate, con la faccia rivolta al muro, separati e così via, tutto regolare. Se questa è la regolarità di uno Stato di diritto ...; non ho dubbi su quello che lei ha detto circa i caschi blu dell'ONU però... Noi abbiamo fatto i garantisti a proposito di una persona che oggi è nostro collega parlamentare perché gli hanno messo le manette - ed io ho protestato quella volta - ma qui c'è un problema di garanzie, in termini di Stato di diritto, mille volte più grande.
Più che rivolgerle domande, sto facendo considerazioni che chiedo a lei, a sua volta, di svolgere. Dato che cerco di leggere sempre le carte, prima che arrivasse il dottor Di Somma ho letto la sua relazione del 26 luglio. La capisco oggi quando dice: sono più arrabbiato. Ma in base alla relazione del 26 luglio, andava tutto bene. Perfino l'episodio del piercing. Si


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parla di un arrestato visibilmente alterato da alcool o droghe: quando si vuole legittimare qualcosa si dice che qualcuno è alterato da alcool o droghe.

LUCIO MALAN. E se per caso fosse vero?

MARCO BOATO. Appunto, sono d'accordo con te, volevo dire la stessa cosa. Comunque, da questa relazione risulta sostanzialmente che è tutto regolare.
Quindi, vi è la sua prima nota, riferita da la Repubblica, con la quale sostanzialmente lei asserisce che è tutto falso; nell'ulteriore accertamento richiestole, mi pare, dall'allora facente funzioni Mancuso, afferma, sostanzialmente, che è tutto a posto. Devo darle atto, avendolo letto dai documenti (da una sua nota del 31 luglio), di aver sollecitato l'istituzione della Commissione; altrimenti, lei avrebbe avuto l'incarico di indagare anche su se stesso! Oggi lei ha svolto una relazione introduttiva in cui nulla di tutto ciò è emerso; soltanto in forza dei nostri interventi, lei ha cominciato a dire nella prima parte che probabilmente si individuerà qualche eccesso, qualche abuso verificatosi a Bolzaneto. Poi, in risposta a qualche collega, ha parlato di episodi di una gravità enorme sui quali si farà piena luce. Quindi ha detto, anche con tono umanamente drammatico di essersi, scontrato con una realtà diversa da quella che si era rappresentata. Ma lei, quella situazione, l'aveva anche rappresentata nella relazione del 26 luglio all'allora facente funzione direttore del DAP
Ci sono problemi (e lo dico senza animosità) che riguardano la gestione della Polizia di Stato e problemi relativi all'amministrazione penitenziaria che vanno tenuti distinti, ma che si sono svolti contestualmente nella stessa caserma, in stanze contigue, dove, per un'intera giornata, i fermati, in alcuni casi sono stati trattenuti 17,18,19 ore in piedi, con le


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mani alzate, con il «muso» rivolto contro il muro, con le gambe allargate, in una condizione francamente indegna di uno Stato di diritto. Tralascio poi la circostanza che la maggior parte degli arrestati sono già tutti fuori! Ma non si tratta di un compito che la riguarda. Tuttavia, chi viene arrestato, qualunque reato abbia commesso, deve essere trattato con rispetto degno di una persona umana.

ALFONSO SABELLA. Voglio semplicemente far presente che la mia relazione del 26 è una prima relazione immediatamente richiestami dal capo del dipartimento sulla base dell'articolo apparso su La Repubblica. Ho tenuto a dire che sono andato via da Bolzaneto e da Genova, convinto di aver fatto un buon lavoro; sono andato via da Genova il 24; la relazione è del 26: non avevo, pertanto, elementi diversi da quelli portati con me da Genova e da quelli appresi dal quotidiano. Quindi, si tratta di una relazione elaborata, in qualche modo, nel momento in cui sono venuto a conoscenza della denuncia di violenze, asseritamente della circostanza che vengono denunciate violenze commesse da personale di Polizia, anche da personale di Polizia penitenziaria. A proposito di quanto ho letto sul giornale, mi pare fossero allegate tre testimonianze: ricordo, se non vado errato, un certo Luca Sciacca, persona che l'amministrazione penitenziaria non ha mai immatricolato; ricordo altresì un certo De Munno ed un'altra persona di cui non rammento il nome. Tuttavia, nessuno di loro parlava espressamente di polizia penitenziaria; l'unico riferimento...

MARCO BOATO. Lei capisce che quando uno è sottoposto a simili trattamenti, che si tratti di Polizia di Stato o di Polizia penitenziaria, a quell'individuo poco importa. È compito vostro, semmai, individuare...


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ALFONSO SABELLA. Le dirò di più: se è vero quanto è stato scritto, e cioè che in alcuni casi le persone, trattenute per diverse ore in piedi e con le mani appoggiate al muro, sono state denudate e costrette a far flessioni, è chiaro che viene avvertita come una violenza tremenda ciò che si sta subendo. Ma è una violenza in qualche modo necessaria, purtroppo non ne possiamo fare a meno, perché se qualcuno introduce droga in un istituto di pena si possono verificare tragedie come quelle avvenute a Torino Le Vallette. Quindi, da questo punto di vista, non possiamo correre rischi.
Indubbiamente, mi rendo conto della situazione, tant'è vero che, come le ho detto, io stesso mi stupii del fatto che si dovesse adottare tale prassi per quanto riguarda la contenzione degli arrestati. Tuttavia, mi è stato assicurato che sarebbero stati trattenuti solo per pochissimo tempo e solamente fino a che si fosse riempita la cella, perché siffatti avvenimenti si verificavano soprattutto quando, nella stessa camera di sicurezza, si concentravano soggetti con problematiche diverse. Indubbiamente, non era una situazione facile, indubbiamente poteva essere fatto qualcosa di diverso. Se avessimo potuto contare su un sito penitenziario tutto nostro, cioè della polizia penitenziaria, probabilmente tutto ciò non si sarebbe verificato. Purtroppo, si è creata una situazione di emergenza, perché noi, come amministrazione penitenziaria, nulla sapevamo delle problematiche alla base dei vari contrasti interni ai gruppi (i cosiddetti movimenti antagonisti). Non lo sapevamo; ci siamo trovavamo lì, con notizie ricevute all'ultimo minuto. È un po' come avere a che fare con la stidda e la mafia, quindi due clan contrapposti e doverli separare. Per noi era anche così; dico noi ma sto parlando di chi poi realmente aveva la responsabilità dell'ordine del luogo. Sono d'accordo con lei: probabilmente si doveva condurre diversamente


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la gestione degli arrestati, anche da parte dell'amministrazione penitenziaria; però, ripeto, la logistica era tale e talmente difficile che, in quel momento (e devo dire anche adesso) non riuscivo, e non riesco, ad individuare una soluzione diversa o alternativa. Tale inconveniente, forse, lo si è scontato, in maniera un po' eccessiva, sulla pelle degli arrestati. Quindi, le ripeto, me ne vado da Bolzaneto, me ne vado da Genova con la convinzione che l'amministrazione penitenziaria abbia comunque svolto un buon lavoro; l'unico intoppo incontrato è stato quello avvenuto in relazione ad alcuni piantonamenti per problemi interni di personale (relativamente all'ospedale di San Martino) e anche perché la Polizia o i Carabinieri - adesso non ricordo - avevano portato degli arrestati anche al Galliera, ospedale che non avevamo previsto di dover presidiare. Ma quello è stato l'unico intoppo verificatosi.
Alla lettura di queste cose, mi sono stupito molto e, tuttavia, devo dire la verità, ho letto anche tante falsità; le violenze a Forte San Giuliano...

MARCO BOATO. Nessuno di noi ne ha parlato.

ALFONSO SABELLA. Sì, ma l'episodio del piercing, che io cito nella relazione, è avvenuto a Forte San Giuliano; io vi ho assistito personalmente ed ho visto il comandante, il responsabile della sicurezza che ha aiutato il personale intervenuto. Si è trattato, con le pinzette chirurgiche, di rimuovere il piercing a quel ragazzo. Era obiettivamente un anello di dimensioni tali per cui era pericolosissimo portarlo all'interno di un istituto di pena, ma assolutamente - io ho assistito con i miei occhi - non è stata provocata la minima abrasione né fatto alcun male al ragazzo. È stata una operazione svolta in maniera... ma questo è successo a Forte San Giuliano.


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Ho sentito veramente una serie di falsità sulle violenze. Per esempio, le prime testimonianze parlavano di persone che erano state costrette a farsi i bisogni addosso; ho girato nelle camere di sicurezza, almeno in quelle della polizia penitenziaria, a Bolzaneto: odori sgradevoli non ne ho mai sentiti. Avevo interpellato tutto il personale sanitario ma mai avevano trovato traccia di tutto ciò. Di falsità, purtroppo, in tutta questa storia, ne sono state dette tante per cui è anche comprensibile che, in una prima fase, io guardi più alle falsità ,che rilevo immediatamente. Nelle prime testimonianze del giornale la Repubblica si parlava di ciò, ma poi queste notizie sono scomparse dai giornali. Infatti, nessuno più risulta che sia stato costretto a farsi la pipì addosso, almeno in base a quanto si legge adesso. Io, però, sto procedendo in modo molto cauto e, infatti, adesso vi dico che qualche sospetto, qualche dubbio che, in concreto, episodi di violenza possano essersi verificati mi sta sorgedo: è del tutto normale, perché, lavorando, si capisce quale fatto sia verosimile. Tuttavia, finora, parlo di casi che restano a livello di verosimiglianza, perché anche per l'episodio del piercing strappato, in relazione al quale ho il nome ed il cognome di un soggetto attendibile che sarebbe stato testimone, ho una serie di elementi che mi inducono a prendere questo fatto con le «pinze». Ma è un problema che probabilmente l'autorità giudiziaria risolverà prima e meglio di me.

ANTONIO SODA. La prima domanda è quella specifica già posta al dottor Di Somma il 9 agosto scorso e riguarda una lettera a firma del dottor Sabella riguardante i rapporti tra autorità giudiziaria e istituti penitenziari, lettera al cui termine si fa riferimento ad un episodio inquietante, di cui vorremmo conoscere natura e contenuto. L'altra domanda riguarda un chiarimento su ciò che è stato da lei definito «vendetta


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personale»; anche in questo caso vorremmo conoscere natura, contenuto e riferimenti specifici, nonché il tempo che lei ha avuto per organizzare questi due siti succursali sui quali voglio fare una riflessione.
Credo che gran parte della requisitoria dell'onorevole Filippo Mancuso sia stata male indirizzata, perché quello che secondo la stampa è accaduto, quello che emerge dai primi accertamenti in corso e quello che emergerà dall'indagine dell'autorità giudiziaria ritengo sia riconducibile allo sciagurato decreto che porta la firma del ministro guardasigilli.
È vero che il decreto invoca gli articoli 59, 60, 61 e 66 dell'ordinamento penitenziario, ma quest'ultimo prevede l'istituzione di siti penitenziari, non di strutture «mostro». Tutto ciò che emerge dalla relazione ministeriale (la disorganizzazione, la confusione, i tempi - che sono arrivati alle 20 ore - le carenze, le attese, la mancanza delle celle, le soste nei corridoi, i ritardi nella formazione dei processi verbali di arresto per i pochi tradotti, perché sui 291 che sono transitati, 15 furono tradotti da una parte e 33 in un'altra) nasce dall'illusione che si possa istituire un sito penitenziario in una struttura che resta contemporaneamente «sala fermati» e «sala di polizia».
Ieri il questore di Genova ha sostenuto che quei ritardi, quella confusione e quel rallentamento sono derivati anche dal fatto che ad un certo momento le squadre della questura che operavano in quel luogo avevano accumulato tante ore di lavoro (dalle 7 di mattina al giorno dopo), per cui egli ha acconsentito alla richiesta di far smontare quattro squadre.
Tuttavia, la contropartita di tutto ciò è stato l'annullamento totale del diritto dei fermati e dei detenuti, non ad essere


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consegnati, in questo le faccio un rilievo, ad essere tradotti e messi a disposizione dell'autorità giudiziaria allo scadere della ventiquattresima ora.
Infatti, il codice di procedura penale dice «al più presto e non oltre»: per il legislatore al più presto è il termine che indica l'immediatezza e, se ci sono ragioni oggettive e apprezzabili, non possono quest'ultime superare il limite delle 24 ore. Ora l'aver pensato che si potesse garantire i diritti del fermato e del detenuto in una struttura mostruosa, nella quale è accaduto quello che viene descritto nella relazione ministeriale, denota una responsabilità politica di chi ha firmato questo sciagurato decreto.
Collega Mancuso, se è stato istituito un campo di concentramento, ciò è stato opera del ministro Castelli. Condivido l'affermazione del collega Mancuso, cioè che questi tipi di siti penitenziari sono - come affermava anche il collega Boato - fictiones iuris, in realtà campi di concentramento istituiti dal ministro guardasigilli del Governo in carica, che poi assicura che tutto è andato bene: allora credo che il collega Mancuso abbia sbagliato indirizzo.
Per ciò che concerne quelle domande specifiche che prima ho formulato, voglio chiederle se in questi giorni vi siete posti il problema vero delle incombenze delle forze di Polizia, degli agenti e gli ufficiali di Polizia giudiziaria che procedevano all'arresto, e cioè, che in un sito penitenziario vengono svolte le attività di polizia giudiziaria.
Ritengo che fosse immaginabile che se gli arresti arrivavano a ondate avrebbero determinato quelle disfunzioni che si sono poi verificate. Allora chiedo, giacché la responsabilità dell'istituzione politica è del ministro, se a quest'ultimo sia stato fatto presente che lo sviluppo di questa articolazione di una succursale di siti carcerari, con quella frammistione di funzioni,


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avrebbe finito con l'annullare determinate fondamentali garanzie, che non sono del nostro codice, ma appartengono ai diritti fondamentali della Carta dell'ONU.
Infatti, di questo siamo stati rimproverati come paese, di questi fatti più che di altri la stampa internazionale ci ha accusati. Allora una riflessione non è stata fatta dal ministro che allegramente firma un decreto che pensa di istituire un sito penitenziario e, in realtà, istituisce un «mostro» che è fuorilegge, perché la legge non dice che nella stessa struttura devono coesistere i carabinieri, la polizia giudiziaria, il questore, il funzionario di P.S., gli ufficiali di polizia giudiziaria, il direttore penitenziario e via dicendo.
È stata rappresentata al ministro questa realtà così come si determinava ?
Tutto il resto viene da questa sciagurata decisione e su questo punto vorrei che mi si chiarisse come essa sia nata, non dal punto di vista delle esigenze dell'ordine pubblico perché questo l'hanno spiegato il questore, il capo della Polizia, il generale dei Carabinieri, con l'assalto a Marassi, con la sua insicurezza e con la traduzione in altre parti; inoltre le stesse traduzioni sono state modestissime: io ne sono a conoscenza di un numero limitato, anche perché i soggetti venivano scarcerati quasi tutti immediatamente.

ALFONSO SABELLA. Per quanto concerne la lettera in cui faccio riferimento all'episodio inquietante, che all'epoca ho preferito non spiegare - non mi ricordo se sia la lettera diretta anche all'autorità giudiziaria - ricordo che il 19 luglio era stata tratta in arresto, credo dalla Polizia, una ragazza trovata in possesso di armi e di mazze ferrate e la stessa stava per essere condotta a Bolzaneto. Io ero nella sala operativa perché stavamo testando un po' di apparecchiature al carcere di Ponte Decimo e il direttore dell'istituto stesso - ovviamente, su tutta


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questa vicenda c'è una relazione di servizio - mi disse di aver ricevuto una telefonata di un magistrato, di cui non ricordo il nome, che forniva il suo assenso al trasferimento della ragazza ad Alessandria. Fino a quel punto noi avevamo cercato di mantenere riservati gli istituti dove avremmo tradotto gli arrestati. Il direttore del carcere di Ponte Decimo, dottor Comparone, capì che quella non era la voce del magistrato, che egli conosce personalmente, e richiamandolo ne ebbe la conferma dallo stesso. Questo fu un episodio che ci sconsigliò di iniziare le procedure su Bolzaneto e, soprattutto, ritenni opportuno fare una doppia verifica delle comunicazioni che arrivavano dall'autorità giudiziaria.
Ovviamente, si è trattato di un episodio che io tenni nascosto anche al personale, per evitare di alzare la tensione del momento, tuttavia fui costretto ad inoltrare questa nota invitando ad una maggiore cautela, mi pare istituendo un doppio controllo in relazione alle comunicazioni da e per l'autorità giudiziaria. Per quanto riguarda le vendette personali, mi dispiace di aver utilizzato quel termine poiché sono abbastanza impulsivo e poi me ne pento: comunque, ritengo che si tratti di un termine esatto.
Purtroppo, in questa fase, ci sono tutti quelli che hanno ragione dopo, ovviamente, ma questo è assolutamente normale e comprensibile. Il problema è che molti stanno approfittando - anche, purtroppo, all'interno dell'Amministrazione penitenziaria - di questo momento di debolezza, di esposizione dell'amministrazione per consumare tutta una serie di piccole «vendette» personali. Mi riferisco ad esempio (ma non solo) all'articolo pubblicato da Panorama, in edicola in questi giorni, in cui si parla di un falso clamoroso, che è una relazione di servizio datata 20 luglio - quando l'episodio può essere avvenuto solo il 23, perché il 20 non c'erano detenuti al


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carcere di San Martino - in cui un ispettore di polizia penitenziaria approfitta dell'occasione per vendicarsi di un altro ispettore che un anno prima aveva effettuato una perquisizione. Sono piccolezze, ma alla fine, chi non conosce i fatti, le prende per oro colato e l'opinione pubblica si convince di qualcosa che, invece, ha tutt'altra spiegazione.
L'attacco è, secondo me, eccessivo in questa fase, prima di conoscere i dati del professor Ceraudo in danno dei medici. Mi risulta, infatti, che sarebbe indagata una dottoressa (ma lui è l'unico che lo dice e forse è proprio quella dottoressa che qualche tempo fa revocò la tessera dell'AMAPI) che è stata quella che ho chiamato all'ultimo minuto a sostituire il segretario nazionale dell'AMAPI che giunto a Genova, incaricato di andare a Bolzaneto, preferì andarsene per ragioni che poco hanno a che vedere con il giuramento di Ippocrate: mere questioni economiche (erano pochi i soldi). A questo punto, si approfitta del momento di debolezza per gettare fango, perché tanto il costume della mia amministrazione - così rispondo anche alla domanda dell'onorevole Boato, a cui mi ero dimenticato di rispondere - è purtroppo di tacere e far sì che i panni sporchi si lavino in famiglia (salvo poi approfittare dell'occasione).
All'interno dell'Amministrazione penitenziaria - legittimamente o illegittimamente - vi è un gruppo di persone contrario al gruppo operativo mobile, per tutta una serie di motivi come le missioni, il trattamento migliore riservato al personale, un certo atteggiamento che infastidisce (sono problemi di cui attualmente si discute). Tuttavia si approfitta di questo momento per sparare dall'interno dell'amministrazione contro il GOM, per attribuirgli compiti che in questa fase non aveva, e, quindi, per scaricare grosse responsabilità (non è escluso che le abbia, ma non gli si possono addebitare a


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priori). È un momento in cui tutti approfittano per consumare vendette personali. Non voglio entrare in polemica con il sindacato degli ispettori penitenziari, ma tutto ciò mi sembra veramente fuori luogo, su questo escono le notizie Ansa e su questo si creano le convinzioni.
Si è detto che vi sono state poche traduzioni. In realtà, per quel che mi riguarda, a parte i soggetti non immatricolabili in quanto ricoverati in ospedale (e poi eventualmente scarcerati direttamente in ospedale), tutti gli arrestati - 222 a Bolzaneto e 57 a Forte San Giuliano - sono stati tradotti. Quindi, le traduzioni hanno proceduto a pieno ritmo; forse il problema riguardava gruppi di traduzioni, quando, per esempio, si aspettava di riempire un pullman da 16 posti con 16 detenuti prima di partire. Forse da questo potrebbe essere nato l'equivoco.
Per quanto riguarda l'istituzione di siti penitenziari, si tratta ovviamente di una scelta che è stata fatta prima che io ricevessi questo incarico. Fino al 27 giugno non sapevo neanche che ci dovesse essere il G8 in Italia (l'avevo letto sulla stampa, ma non sapevo altro; nei miei ricordi ero rimasto al G7). Il 28 giugno ricevo l'incarico di coordinamento, anche per creare un punto di riferimento. Il ministro della giustizia non ha scelto di istituire una succursale penitenziaria che prevedesse Polizia e Carabinieri tutti insieme. L'amministrazione penitenziaria - poi il ministro della giustizia ha avallato questa scelta - aveva chiesto alla Polizia e ai Carabinieri dei locali dove potere andare a prendere direttamente gli arrestati. Per esempio, il carcere di Forte San Giuliano logisticamente era in una situazione peggiore rispetto a quello di Bolzaneto, ma Bolzaneto aveva le physique du rôle del lager, sarete d'accordo su questo: una struttura lunga, grigia, con le camere di sicurezza, ma sul piano dell'organizzazione era di gran


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lunga superiore a Forte San Giuliano, dove gli arrestati - li ho visti io - erano seduti per terra lungo i corridoi. Il personale era ammassatissimo, tanto che ho disposto per il personale di polizia penitenziaria, che teoricamente doveva prestare servizio all'interno del carcere, di non uscire su quel corridoio; Bolzaneto era oggettivamente migliore. Probabilmente l'amministrazione non si è posta il problema di una commistione che potesse creare situazioni di questo tipo, tanto che a Forte San Giuliano questa commistione è stata molto più forte, ma non si è verificato nulla di tutto ciò. Io non so perché a Bolzaneto sì e a Forte San Giuliano no. Potrei dire perché a Forte San Giuliano c'ero io, mentre a Bolzaneto no, ma non credo che questa possa essere una chiave di lettura.
Bisogna accertare ancora che a Bolzaneto sia realmente accaduto quello che si dice. Per quel che mi riguarda, quando avremo accertato i fatti, chi deve pagare pagherà.
Per quanto riguarda la scelta di istituire un monstrum di questo tipo, il ministro non aveva questo potere, coinvolgendo Polizia e Carabinieri, perché erano cose che non lo riguardavano. Il ministro ha semplicemente creato una fictio giuridica al fine di consentire... - ha ovviamente avallato e condiviso questo piano di intervento.

ANTONIO SODA. Quando avete accertato che era un sito penitenziario e restava caserma e sala fermati e polizia giudiziaria, non vi siete posti il problema della legittimità di questo oggetto? In un carcere non circolano polizia, carabinieri, funzionari, eccetera...

ALFONSO SABELLA. L'amministrazione penitenziaria aveva lì una sua piccola struttura, dove c'era il minimo indispensabile per immatricolare e tradurre, ma che non era coinvolta in tutte le altre operazioni. Il resto della struttura era


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della Polizia: c'era la palestra per il foto-segnalamento, le camere di sicurezza. Probabilmente, le ripeto, con il senno di poi - ma non con il senno del 23 luglio, a vertice concluso, ma col senno del 26, quando venimmo per la prima volta a conoscenza di questi fatti - direi che avremmo dovuto separare le cose, perché quando la struttura è stata solo nostra...

ANTONIO SODA. La legge impone che vi siano siti separati!

PRESIDENTE. Onorevole Soda, lei non può sfogare il suo dissenso nei confronti della persona che stiamo ascoltando. La sua domanda è chiarissima, ma credo che uno sfogo ulteriore non serva, neanche alla serenità della persona che stiamo ascoltando.

ALFONSO SABELLA. Giusto per completezza: nelle previsioni, quello non doveva essere un locale di detenzione. Può darsi che il piano fosse sbagliato, che vi fossero mille soluzioni migliori rispetto alla scelta adottata (che comunque è stata una scelta dell'amministrazione), ma quello non doveva essere un luogo di detenzione. Doveva essere piuttosto un luogo di transito per il tempo necessario all'immatricolazione e alle formalità per la traduzione. L'infermeria è sorta dopo, quando si è deciso di non restare scoperti di fronte ad eventuali problemi.

ANTONIO SODA. Dottor Sabella, vorrei che rimanesse agli atti che il decreto stabilisce che quei luoghi sono istituiti e utilizzati a fini detentivi, perché solo in tal modo si legittima il potere del ministro di istituire un sito penitenziario...

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Soda, ma noi qui non dobbiamo fare una causa.


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ANTONIO SODA. Io non voglio fare una causa!

PRESIDENTE. Lei ha indicato un documento e le è stato detto cosa ha riscontrato, al riguardo, la persona audita...

ANTONIO SODA. Presidente, ho soltanto replicato quando il dottor Sabella ha affermato: «ma non era a fini detentivi», che il decreto è legittimo in quanto istituisce un sito a fini detentivi!

PRESIDENTE. Il dottor Sabella ha anche spiegato, utilizzando un termine già adoperato dal collega Boato, che si tratta di una fictio iuris.

ALFONSO SABELLA. Non era un area di detenzione; infatti, era stata istituita a fini detentivi quale succursale dell'area sanitaria e dell'aria matricola: gli istituti sono divisi per diverse aree.

ANTONIO SODA. Va bene, ma sempre di istituto penitenziario si tratta!

ALFONSO SABELLA. Ma formalmente doveva esserlo.

PRESIDENTE. Abbiate pazienza, continuerete questa discussione dopo; adesso dobbiamo andare avanti.

ANTONIO DEL PENNINO. La mia domanda si ricollega ad alcune considerazioni fatte in precedenza dal collega Petrini e fa riferimento anche alle risposte che ha dato ed alle precisazioni che ha fatto in relazione a quanto è affermato nella relazione del dottor Montanaro, nella quale si parla di tredici persone che non risultano refertate. Lei ha fatto presente che queste persone potevano risultare non refertate in quanto non erano state arrestate e quindi non erano state


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nemmeno immatricolate. Nella relazione del dottor Montanaro, invece, si parla esplicitamente, per ognuna di queste persone, di «arrestati». Inoltre, lei ha dichiarato che la consegna alla polizia penitenziaria dei singoli arrestati è avvenuta, di norma, alle 22 della domenica. Siccome credo che, al di là delle dichiarazioni di principio o delle affermazioni da comizio, in questa sede dobbiamo cercare di accertare i fatti...

ANTONIO SODA. Non ti autorizzo a dire che sono comizi!

ANTONIO DEL PENNINO. Lo faccio, invece, perché quando fai un'affermazione...

ANTONIO SODA. Sono questioni costituzionali di libertà! Hai capito?

ANTONIO DEL PENNINO. Quando fai un'affermazione di responsabilità rispetto a quello che ha detto Mancuso, allora...

FABRIZIO CICCHITTO. Smettila, Soda!

ANTONIO SODA.È una questione di libertà! E questo vale anche per te (Commenti del deputato Cicchitto)!

ANTONIO DEL PENNINO. Lasciami finire!

PRESIDENTE. Onorevole Soda, per cortesia!

ANTONIO SODA. Non è un comizio il mio: c'è un problema di costituzionalità e di libertà!

PRESIDENTE. Sì, onorevole Soda, però lei deve far parlare gli altri; parlerà dopo per fatto personale.

ANTONIO SODA. Questa è la prima grande responsabilità politica!


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PRESIDENTE. Ho capito, onorevole Soda, questo è il suo pensiero e noi lo rispettiamo, però deve far finire degli altri.

ANTONIO SODA. E non lo deve definire un comizio! C'è un problema di responsabilità politica!

PRESIDENTE. Onorevole Soda, lei non può permettersi di interrompere gli altri!

ANTONIO SODA. Sarei stato zitto.

PRESIDENTE. Ci mancherebbe: lei deve stare zitto!

ANTONIO SODA. Certo che sto zitto, ma invito anche il senatore Del Pennino a non fare provocazioni.

ANTONIO DEL PENNINO. Per cercare di accertare i dati concreti e di verificare le affermazioni contenute in documenti che ci sono stati consegnati rispetto ad altre ipotesi che sono state affacciate in questa seduta, le faccio una domanda precisa alla quale, forse, non è in grado di dare immediatamente risposta; credo, comunque, che, in tal caso, la cortesia del presidente consentirà che ce la possa trasmettere eventualmente in una successiva fase. Nell'indicazione dell'ispettore Montanaro...

PRESIDENTE. Senatore Del Pennino, poiché è quasi scaduto il tempo a sua disposizione, la inviterei a formulare subito la domanda.

ANTONIO DEL PENNINO. ... si indicano i nomi di Jonathan Blair, Kutzkau Anna Julia, Francisco Javier, Mac Callan Daniel, De Munno Alfonso, Sciaccaluga Enrico, Fornasier Evandro, Sesma Adolfo, Llorente Garcia, Kirsten Wagenshein, Lupi Bruno, Ferrazzi Fabrizio e Amodio Massimiliano, i quali,


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ad eccezione di Francisco Javier Samperiz, non figurano refertati (in atti). La mia domanda è la seguente: con riferimento a questi 13 casi, che vengono indicati come non refertati nella relazione dell'ispettore e che sono stati indicati come persone nei cui confronti sarebbero stati consumati atti di violenza, le risulta, invece, con certezza, che vi sono i referti dal momento che nel rapporto se ne parla come persone arrestate? Seconda domanda: a che ora queste persone sono state consegnate alla polizia penitenziaria dai carabinieri o dalla polizia o da chi aveva proceduto all'arresto? Anche questo è un elemento che ci consentirebbe di aggiungere un altro tassello di verità.

ALFONSO SABELLA. Posso fornirvi immediatamente - perché ho con me gli atti, non perché abbia tutti i referti medici - i fascicoli personali, formati per ragioni di ordine sistematico, riferiti ai soggetti che hanno denunciato di avere subito violenze. Sciaccaluga, comunque - vado a memoria - lo ripeto, non mi risulta essere stato arrestato: era uno dei tre che avevano fatto le prime dichiarazioni su la Repubblica, ma non mi risulta che sia stato arrestato; quindi se lì è indicato così, a me non risulta... Ho qui i referti di De Munno, di un arrestato tedesco, Wagenshein, di un'altra ragazza tedesca, Anna Julia Kutzkau, Amodio, Fornasier - di Salemme non aveva chiesto -, Ferrazzi, Lupi, Sesma e Llorente. Vorrei portare ad esempio anche il caso di quella ragazza tedesca a cui è stata sfondata l'arcata dentale superiore: è stato scritto sui giornali che non vi era referto medico; a tale proposito, però, debbo precisare che si è verificata una cosa un po' strana, perché c'era stato uno strano collage: chi aveva messo insieme le carte aveva confuso la Kirsten con un'altra ragazza, per cui non risultava redatto il referto medico, mentre esistono referti per entrambe, redatti sia a Bolzaneto che al momento


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dell'ingresso in istituto. I referti ci sono per tutti i soggetti che ho appena elencato. Ovviamente, si tratta di atti che deteniamo come amministrazione penitenziaria e che presentano aspetti di delicatezza per quanto riguarda la tutela della privacy dei soggetti interessati. Credo, pertanto, che senza il consenso degli interessati in questa fase... Comunque, non ho problemi a consegnarli al Comitato.

MARCO BOATO. Potremmo considerarli riservati.

ALFONSO SABELLA. Ecco, purché vengano mantenuti riservati, appunto. L'unico per cui dispongo di un unico referto - non ho quello redatto dal carcere, ma si tratta di un disguido - è Lupi perché ho formato personalmente il fascicolo ieri sera e non ho avuto il tempo di inserirlo; non sapevo dove andare a cercarlo ed ho soltanto quello redatto al momento dell'arresto.
Per quanto riguarda gli orari di arresto, posso consegnare un tabulato, che credo però sia già stato consegnato dal dottor Di Somma, nel quale sono registrati gli orari di arresto. Credo vi siano delle imprecisioni ma si tratta veramente soltanto di piccoli errori; sto facendo effettuare delle verifiche e sarà mia cura trasmettervene uno senza errori.
Nei fascicoli che vi sono stati consegnati vi sono anche le foto dalle quali si evincono le lesioni riportate. In ogni caso, se occorrono soltanto i referti medici posso lasciarveli e provvedere poi a procurarmi delle nuove fotocopie.

PRESIDENTE. Si tratta di 10 cartelle riferite a 10 soggetti diversi. Prego gli uffici di predisporre la riproduzione. Si tratta di materiale riservato.

GIANCLAUDIO BRESSA. Dottor Sabella, nella sua sintetica relazione lei è arrivato ad una conclusione secondo cui, in


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qualche modo, tutto era andato tranquillamente. Rispondendo alle domande che le sono state poste, però, molti di questi aspetti di tranquillità sono venuti meno. Approfitterei della sua cortesia per avere qualche chiarimento rispetto ad alcune dichiarazioni da lei rilasciate alla stampa, sempre con il beneficio di inventario che la stampa abbia riportato fedelmente ciò che lei ha detto, al fine di avere un quadro più completo.
Il 30 luglio lei rilasciava la seguente dichiarazione: «le violenze ci sono state, i referti medici parlano chiaro ma di certo a commetterli non sono stati gli agenti del DAP». È una nota dell'Ansa riportata da La Stampa del 30 luglio 2001. Sempre il 30 luglio un altro giornale, nella fattispecie l'Unità, riporta: il magistrato Sabella si domanda perché non si parla di Forte San Giuliano e dice: «A Forte San Giuliano i carabinieri prendevano ordini dal capitano del nucleo operativo e dal colonnello Tesser, c'era anche il vicepresidente del Consiglio, Fini e tutta la giornata di sabato è stato lì».
Credo che sarebbe utile, al fine di ottenere un quadro più completo, che lei chiarisse esattamente il senso di queste sue dichiarazioni che, in qualche modo, sembrerebbero non essere perfettamente in linea con le conclusioni di assoluta tranquillità che la sua relazione - anche se sintetica e poi maggiormente approfondita - ci ha dato modo di capire e conoscere.

ALFONSO SABELLA. Premetto che, per quanto riguarda l'intervista a l'Unità, l'indomani ho inviato una lettera in cui ho dichiarato che quell'intervista, obiettivamente, non riproduceva il mio pensiero. Tale lettera, ho poi saputo, anche se non ho avuto il tempo di leggerla, è stata pubblicata dal giornale e mi sono augurato che la giornalista che mi aveva sentito avesse registrato la nostra conversazione perché ha riportato un pensiero completamente diverso dal mio. Al di là


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di ciò, credo che il dato sia, tutto sommato, irrilevante.
Quanto all'altra notizia mi sembra semplicemente un titolo probabilmente volto ....

GIANCLAUDIO BRESSA. Riportava un testo virgolettato...!

ALFONSO SABELLA. Non so se qualcuno ha virgolettato la frase «le violenze ci sono state» ma probabilmente la domanda che mi era stata posta - vado a memoria - era se i manifestanti riportassero lesioni e obiettivamente i manifestanti riportavano delle lesioni; la stragrande maggioranza dei manifestanti giunti a Bolzaneto, ed anche qualcuno che ho visto a Forte San Giuliano, presentava ecchimosi e lesioni piuttosto vistose che non possono sfuggire neanche ad un occhio non esperto e non professionale quale il mio.
Per quanto riguarda l'articolo pubblicato da l'Unità, forse mi è stato chiesto chi c'era e chi non c'era nei vari posti ed io avrò detto chi c'era a Forte San Giuliano. Della visita del vicepresidente del Consiglio aveva parlato l'Ansa: non sono stato io a dirlo, era un fatto su cui erano state pubblicate delle agenzie di stampa.

ERMINIA MAZZONI. Dottor Sabella vorrei farle tre domande rapidissime, vista anche l'ora, e le chiederei la cortesia di rispondere in maniera sintetica e chiara perché, secondo la mia opinione, sono emersi dubbi a seguito di un dibattito un po' troppo ampio che si è svolto in quest'aula.
Vorrei sapere se le strutture di cui si parla - lei lo ha ripetuto nel corso del dibattito e forse in un eccesso di zelo ha aggiunto elementi che poi, almeno per quanto mi riguarda, hanno confuso il risultato finale - erano strutture detentive o meno.


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Mi sembra che lei abbia detto che non si trattava di strutture detentive ma soltanto di strutture vocate all'adempimento delle prime fasi che seguono ad un arresto.
La seconda questione che vorrei chiarire è se lei ritenga che, in base alla sua esperienza, in un caso simile, a fronte di eventi di questo genere, una struttura di primo accoglimento, come mi sembra siano le strutture di cui si parla, sia necessaria per tradurre i soggetti arrestati verso le strutture penitenziarie oppure si poteva evitare l'individuazione di tali siti per lo svolgimento di questi adempimenti?
L'ultima domanda: vista che si è fatta una questione di tempistica, visto che il ministro Castelli ha emanato questo provvedimento solo il 12 luglio, vorrei sapere se, secondo lei, si tratti di una fantasia del ministro Castelli, che poteva essere evitata, o se sarebbe stato necessario provvedere già prima, in tempi precedenti, nella fase organizzativa di una simile manifestazione, ad individuare dei siti ed a strutturarli organicamente con i tempi e le modalità giuste per poter svolgere questi adempimenti.

ALFONSO SABELLA. Devo rispondere che si trattava di una struttura detentiva senza aree destinate alla detenzione, perché, sostanzialmente, di questo si tratta: formalmente era una struttura detentiva ma ivi erano stati istituiti, semplicemente, un ufficio matricola ed un infermeria. Dunque questa è la risposta: struttura detentiva senza aree destinate alla detenzione. Poi, in realtà, qualche momento di detenzione - anche se non si trattava di vera e propria detenzione - c'è stato ma non avrebbe dovuto esserci, per lo meno così lungo.
Col senno di poi, ci chiediamo se sia stata o meno la scelta migliore. Questo sinceramente non saprei dirlo. Non sono state scelte adottate da me e quindi difenderle o meno sembrerebbe poco corretto da parte mia. Mi chiedo però - se è vero quanto


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riportato dai giornali circa le violenze che sarebbero state commesse all'interno di queste strutture - se sarebbe cambiato qualcosa se non ci fosse stata la polizia penitenziaria. Questa è una domanda che forse dovremmo porci.
Per quanto riguarda la decisione di adottare questa soluzione, cioè di ricorrere all'utilizzo di un sito penitenziario, debbo ribadire ciò che ho detto all'inizio: noi, come amministrazione - per quanto ho saputo, poiché io non ho partecipato a questa prima fase - siamo stati interessati abbastanza tardi (credo si tratti dei primi di giugno). In quel momento vi è stato un susseguirsi di opinioni ed interpretazioni sul da farsi; lo scopo era di partecipare alle operazioni del G8 per agevolare le forze di polizia nella traduzione degli arrestati. In realtà l'amministrazione penitenziaria è entrata nella vicenda soltanto perché all'inizio si parlava di consentire la realizzazione della cittadella del movimento antagonista delle tute bianche e dei no global in generale accanto al carcere di Marassi, cosa che sarebbe stata altamente deleteria. Questo discorso, per quanto ho saputo (non mi risulta direttamente) è stato fatto presente da Paolo Mancuso, all'epoca capo del dipartimento facente funzioni, al Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica e da qui è nato, in qualche modo, il coinvolgimento dell'amministrazione penitenziaria. Si è cercato di trovare una soluzione che consentisse di assumere formalmente i detenuti e di agevolare le forze di polizia traducendoli. Il problema era il seguente: la polizia penitenziaria non può tradurre detenuti che non siano ancora tali, che, cioè, non siano stati immatricolati. Pertanto è stata fatta questa scelta. Si è parlato anche di mettere una nave al largo e di portare i detenuti lì per poi tradurli in carcere. Le idee sono state molte, ma alla fine si è pensato che questa fosse la soluzione più equilibrata possibile anche


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perché, per quanto riguardava l'amministrazione penitenziaria, queste operazioni avrebbero dovuto durare pochissime ore e concludersi nel tempo necessario a registrare i dati anagrafici, effettuare la visita medica di primo ingresso e la traduzione.
Comunque ripeto la domanda: se a Bolzaneto non ci fosse stata la polizia penitenziaria, sarebbe cambiato qualcosa? Questo è ciò che dobbiamo chiederci con la premessa che è necessario accertare ciò che realmente è accaduto, perché di falsi palesi ne abbiamo letti molti.

IDA DENTAMARO. Dottor Sabella, le chiedo di dirci tutto quello che sa relativamente alla visita del ministro Castelli a Bolzaneto, ogni dettaglio a sua conoscenza. Questa visita è stata preannunciata e da chi? Come è stata organizzata? Come si è svolta? Il ministro con chi ha parlato? E se ha parlato, che cosa ha detto? Su questa visita e sulla visita del vicepresidente del Consiglio dei ministri Fini a Forte San Giuliano vorrei sapere tutto.
Lei ritiene che queste visite siano da considerarsi normali in circostanze così delicate? Ci sono dei precedenti? Mi pare di ricordare - anche questa è una domanda - che la visita del ministro Castelli è avvenuta qualche momento o un'ora prima - ce lo dica lei con più precisione - che arrivassero gli arrestati della scuola Diaz, sostanzialmente nottetempo.

ALFONSO SABELLA. Per quanto riguarda la visita del ministro Castelli, posso dire che il sabato in tarda serata abbiamo ricevuto una telefonata con la quale il ministro rappresentava la volontà di portare la sua solidarietà al personale del Marassi che il giorno precedente aveva subito un assalto da parte di alcuni manifestanti.


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L'appuntamento era stato fissato a mezzanotte davanti al carcere di Marassi; il ministro lo ha visitato - non sono in grado di sapere da dove arrivasse -, ha anche avuto modo di incontrare del personale, che gli ha esposto alcune lamentele ed ha fatto un giro per Genova. Noi l'abbiamo informato che in quel momento era impegnato del personale di polizia penitenziaria che non lavorava da tanto tempo: era un problema di equilibrio. C'era il personale di Marassi che era intervenuto per contrastare l'assalto al carcere e comunque aveva lavorato rispettando i turni di servizio di sei od otto ore, a seconda dei casi. A Bolzaneto c'era invece personale di polizia penitenziaria che ormai stava lavorando da dodici, quattordici, sedici, diciotto ore. È stata quindi segnalata al ministro l'opportunità di dare un segno di solidarietà al personale.

IDA DENTAMARO. Da chi?

ALFONSO SABELLA. Da me! Confesso, l'ho fatto io. Il ministro ha aderito alla proposta ed ha fatto un giro per Genova; voleva approfittare di questa occasione per vedere un po' che cosa era successo alla città: credo che questa fosse una legittima curiosità. Intorno all'1,30 è arrivato a Marassi, siamo arrivati praticamente insieme...

MARCO BOATO. A Bolzaneto!

ALFONSO SABELLA. Sì, scusate, a Bolzaneto. Di una visita preannunciata del ministro non sono a conoscenza; posso semplicemente dirvi che ricordo che i medici non avevano avuto nemmeno il tempo di togliersi i guanti; qualcuno di loro c'è rimasto male perché non è riuscito nemmeno a stringere


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la mano al ministro. Questo è quanto ricordo della visita del ministro Castelli. Posso anche dire che in quel momento a Bolzaneto le camere di sicurezza venivano controllate dai carabinieri. Il ministro non era stato addirittura riconosciuto, tant'è vero che quando è stato chiesto il permesso al funzionario della...

GIANCLAUDIO BRESSA. Non è stato immatricolato (Si ride)?

ALFONSO SABELLA. No, non è stato immatricolato... Il ministro voleva visitare un po' il sito e vedendo dei ragazzi con le mani appoggiate al muro ci ha chiesto perché si trovassero in quella posizione. Dall'ispettore responsabile gli è stato spiegato il perché fosse stata effettuata quella scelta.
Quando il ministro ha espresso la volontà di visitare la seconda parte della struttura, i carabinieri gli si sono fatti incontro e soltanto dopo essersi assicurati della sua identità lo hanno fatto passare. Comunque nella seconda parte della struttura abbiamo percorso solo tre o quattro metri. Questo è ciò che io ricordo della visita...

MARCO BOATO. Si è rivolto anche ai detenuti?

ALFONSO SABELLA. No, ha visto un arrestato in matricola.

MARCO BOATO. Ho detto se ha parlato, si è rivolto in qualche modo ai detenuti?

ALFONSO SABELLA. Credo che abbia scambiato una battuta con l'arrestato che in quel momento stavano immatricolando ma non ne ricordo il tenore, forse qualcosa del tipo: «Come mai sei venuto a Genova, che cosa sei venuto a fare?» Niente di particolarmente rilevante.


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IDA DENTAMARO. Le chiedevo se ha parlato con gli agenti e, a proposito della Diaz...

ALFONSO SABELLA. Con gli agenti ha parlato.

IDA DENTAMARO. A che ora sono arrivati gli arrestati della scuola Diaz?

ALFONSO SABELLA. Non lo so perché ero andato via, per cui noi non abbiamo un dato ufficiale relativo all'arrivo degli arrestati a Bolzaneto. I ragazzi che erano presenti mi hanno detto che sarebbero arrivati dalle tre in poi, dalle due e mezza in poi. Questo è quanto è avvenuto. Su Bolzaneto non abbiamo in nessun caso un dato ufficiale relativo all'arrivo degli arrestati. Siamo in possesso del dato ufficiale relativo all'ora di relazione e notifica del verbale di arresto e all'ora di consegna all'amministrazione penitenziaria.

IDA DENTAMARO. Ho chiesto anche del vicepresidente del Consiglio Fini e se vi sono dei precedenti...

ALFONSO SABELLA. Credo che tutti i ministri abbiano diversi precedenti di visita all'interno degli istituti penitenziari. Ecco, non c'erano precedenti relativi ad un sito penitenziario, quindi non ci sono precedenti di visite di ministri...

IDA DENTAMARO. Le circostanze non erano quelle di una visita ordinaria.

ALFONSO SABELLA. Il ministro era venuto in visita a Marassi; devo dire la verità: sono stato proprio io ad invitarlo anche sollecitato dai generali Ricci e Mattiello. Ho pensato di dare un po' di soddisfazione al personale che stava lavorando lì, così ho chiamato il ministro.


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Per quanto riguarda il vicepresidente del Consiglio, onorevole Fini, ricordo d'averlo visto all'interno della sala operativa dei carabinieri di Forte San Giuliano.

IDA DENTAMARO. Ma non in quella struttura.

ALFONSO SABELLA. È entrato per recarsi in mensa, dove ricordo di averlo visto mangiare assieme ad i carabinieri. Si passava da un androne da cui verso sinistra si andava alla struttura - per così dire, ma si trattava di tre o quattro stanzette -, mentre verso destra ci si recava in mensa. Nella sala operativa l'ho notato durante il pomeriggio; tra l'altro, devo dire la verità, era un momento in cui da Forte San Giuliano non si poteva né entrare né uscire perché c'erano manifestazioni sia sotto che sopra.

IDA DENTAMARO. Non nella zona riservata alle aree di competenza dell'amministrazione penitenziaria?

ALFONSO SABELLA. Niente assolutamente, io non l'ho nemmeno salutato.

GRAZIELLA MASCIA. Molte cose sono già state dette, le risposte hanno chiarito anche alcuni aspetti. C'è un punto che secondo me rimane aperto; lei insiste nel dire: «La relazione è nostra, l'indagine è nostra»; comunque gli accertamenti definiranno le responsabilità individuali. Credo che ognuno di noi sia interessato anche a questo, ma sia interessato più ad altro e cioè a capire perché siano successi questi fatti. Anche se non ci fossero stati abusi individuali, rimane il fatto che quella struttura, di per sé, avrebbe prodotto degli abusi perché le condizioni erano tali per cui le ore erano quelle di cui abbiamo discusso.


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Io sono andata a guardare l'elenco degli arrestati che ci è stato fornito dal dottor Di Somma - uno dei tanti: questo naturalmente riguarda gli avvenimenti alla scuola Diaz - nel quale si dice che uno di essi è arrivato alle 3 di notte, è stato preso in consegna alle 22,05 del giorno dopo - cioè dalla domenica -, il 23, alle 10,30, è andato all'ospedale Sampierdarena e poi al carcere di Pavia. È andato all'ospedale il lunedì, quindi penso che i dati siano da analizzare, oltre naturalmente agli abusi e le denunce che sono state fatte. Il problema è capire cos'è che non va.
Il ministro Castelli ha firmato un decreto per la costituzione di questi siti, che siti non erano; siccome il dottor Di Somma, quando è stato audito, ci ha detto che avevate discusso di questo piano pensando a cinquecento, mille arresti, mi chiedo come si faccia a ritenere che cinquecento, mille arresti - che la cosa riguardasse voi o gli altri funzionari che erano lì dentro - potessero essere velocemente agiti in una struttura come questa. Penso che questa sia la responsabilità di fondo e ognuno dovrà rispondere della propria, fermo restando quello che diceva il collega Boato, e cioè che se lì si fossero verificati abusi da parte di altri livelli istituzionali voi, nel caso ne foste stati testimoni, avreste avuto il dovere di segnalarli. Qualche accenno è stato fatto. Comunque ancora non ho capito chi ha la responsabilità di questo piano, le chiedo quindi di aiutarmi.
Se vogliamo completare il quadro delle persone che sono state arrestate - ho letto che la Guardia di Finanza li ha trattenuti anche alla Fiera del mare prima di portarli a Bolzaneto, facendo subire loro un iter infinito, durato ore ed ore - le chiedo anche se può aiutarci a ricostruire l'iter di tutti gli arrestati. Ho letto l'elenco che ci è stato fornito che, come lei già anticipava, è assolutamente impreciso sugli orari (non


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so se l'elenco è giusto ma è l'unico che ho trovato nelle carte secretate che ci sono state lasciate), perché se sono persone che ho visto a San Martino, sono state segnalate, come Galliera. Le chiederei una verifica e la possibilità della ricostruzione di un iter completo di tutte le persone arrestate.

ALFONSO SABELLA. Si riferisce a questo elenco?

GRAZIELLA MASCIA. Sì.

ALFONSO SABELLA. Se è un tabulato predisposto fuori dell'amministrazione penitenziaria dovrebbe essere uguale. C'è qualche piccola imprecisione ma non ci sono grandi errori, potrebbero esserci 1 o 2 dati sbagliati, ma andrebbe rivisto. Questo tabulato è tratto ovviamente da tutta la documentazione.

GRAZIELLA MASCIA. È l'unico che avete?

ALFONSO SABELLA. Ne ho un altro, che sostanzialmente riprende gli stessi dati. Per quanto riguarda questa scelta, non so dire chi l'abbia adottata. So semplicemente che era stata fatta la scelta del sito penitenziario e di agire in un determinato modo; ripeto, non so se sia la scelta migliore o peggiore. Il discorso però è che, nella normalità l'arrestato, quando viene trattenuto dalle forze di polizia, prima di essere portato in istituto, può - anche se la legge dice ...

GRAZIELLA MASCIA. È la condizione in sé...

ALFONSO SABELLA. La condizione è quella normale della camera di sicurezza di una questura o di un commissariato, non cambia molto: è resa diversa dalla presenza di un maggior numero di persone, ma è la normale situazione delle camere


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di sicurezza che si trovano in tutte le questure, i commissariati, le caserme dei Carabinieri di tutto il mondo (Commenti del deputato Mascia)

PRESIDENTE. Onorevole Mascia, ho la sensazione che, in qualche occasione, si voglia fare salotto: lei ha rivolto delle domande a cui si stanno fornendo risposte con le quali si può non essere d'accordo; ascolti però quello che si dice e non intervenga!

ALFONSO SABELLA. Era un problema nostro, dell'amministrazione penitenziaria, perché purtroppo, c'era solamente una camera di sicurezza (per un certo periodo erano due, poi una sola). Non conosco le ragioni per le quali la Polizia aveva sistemato gli arrestati in quel modo, non so nemmeno se ve ne fossero (ci saranno sicuramente). Posso però rispondere per quanto riguarda l'amministrazione penitenziaria: ho ricevuto la prova del nove dal blitz alla scuola Diaz, quando gli arrestati sono stati consegnati all'amministrazione penitenziaria; quando nella struttura di Bolzaneto ha operato solo ed esclusivamente la polizia penitenziaria, non mi risulta che siano state denunciate violenze, percosse, alcun abuso; non risulta nemmeno ai giornali. I tempi di traduzione, purtroppo, si sono allungati: in quelle condizioni si è verificato ciò ma non a scapito degli arrestati, in quella fase. Il ritardo nei tempi di traduzione si è verificato soltanto in un caso: un gruppo di arrestati è stato consegnato intorno alle 3 di notte della domenica.

PIERLUIGI PETRINI. Della notte o del mattino?

ALFONSO SABELLA. Alle 3 di domenica mattina, la notte tra sabato e domenica: sono stati portati alle 14,10 ad


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Alessandra San Michele. Sinceramente, si tratta di un ritardo piuttosto consistente, quasi dieci ore. Vorremmo cercare di capire la ragione per cui si è verificato questo grave ritardo nelle traduzioni. Oggi non lo so, ce ne siamo accorti leggendo i tabulati, ho chiesto alcune relazioni e riceveremo delle risposte. Per quanto ci riguarda, questo è l'unico intoppo che abbiamo trovato. Per il resto, le traduzioni si sono svolte nell'arco delle 4 ore, tempi assolutamente fisiologici: anche all'interno di uno stesso istituto di pena, quando gli arrestati arrivano per essere immatricolati non sono tenuti in condizioni diverse da quelle di Bolzaneto, perché presso l'ufficio matricola ci sono le stanze «nuovi giunti» dove, proprio per evitare che possano essere occultati oggetti, non c'è assolutamente nulla, sono spoglie, non hanno passeggio, non hanno aria, sono celle piccolissime. Quando gli arrestati in un carcere sono numerosi e ci sono tre o quattro celle (a volte una sola), lo spazio non basta. Gli arrestati purtroppo, per ragioni di sicurezza, vengono tenuti in maniera tale da assicurare una possibilità di controllo maggiore: queste sono violenze che bisognerebbe evitare a tutti i costi ma che molto spesso non si riesce, purtroppo, ad evitare per la difficoltà del lavoro nel penitenziario. L'ambiente del penitenziario è difficile: ho svolto la professione di magistrato per anni e la prima volta che sono entrato in un carcere appartenente all'amministrazione penitenziaria mi sono trovato in un mondo di cui non conoscevo l'esistenza.
Non credo che sia stata sbagliata l'idea, perché tutto sommato l'ufficio matricola ha funzionato come un normale ufficio matricola di un istituto penitenziario, dove per immatricolare 93 detenuti ci sarebbe voluto molto più tempo di quanto ne è stato impiegato a Bolzaneto; infatti a Bolzaneto c'erano tre terminali, che lavoravano a pieno ritmo, ed una


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valigetta informatica. Per le procedure di immatricolazione, quindi, si lavorava con tempi, tutto sommato, più rapidi di quelli dei normali istituti, perché avevamo potuto pagare lo straordinario al personale, mentre di notte in una matricola normale avremmo trovato una unità di personale al lavoro. In quel caso invece 11 unità lavoravano a pieno ritmo, 24 ore su 24. Sostanzialmente, in realtà, il grande ritardo che viene denunciato non si è verificato: il problema è che si somma il ritardo della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza ai tempi dell'amministrazione penitenziaria; per questo a Bolzaneto ci si ferma 24 ore invece di stare 12 ore nella camera di sicurezza del commissariato e 12 ore nella cella «nuovi giunti» del carcere. Sostanzialmente dunque, se si valuta con concretezza per capire cosa sarebbe successo in una situazione diversa, ci accorgiamo che, tutto sommato, non si sono arrecati grandi disagi, rispetto a quelli degli arrestati in condizioni normali.
Probabilmente, si è creata una situazione di confusione, che ha favorito eccessi di qualche funzionario, di qualche agente poco corretto, poco ligio ai suoi doveri, che ha approfittato di una situazione in cui era difficile capire se il detenuto era stato arrestato dalla Polizia di Stato, dalla Polizia penitenziaria, se era già stato fermato o arrestato, per appagare qualche strana soddisfazione.
Obiettivamente, ho ascoltato anche tante falsità: prima di credere che un fatto che viene riferito risponde al vero, vorrei procedere con i piedi di piombo, perché ho letto e visto tanto. Per una ragione di correttezza istituzionale, non abbiamo chiesto gli atti all'autorità giudiziaria, perché aspettiamo che completi il suo lavoro: appena avrà terminato, chiederemo la trasmissione di tutti gli atti che possono essere utili per capire


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quello che è successo, per quanto riguarda la nostra amministrazione, e procederemo ad accertare le singole responsabilità.
È indubbio, per quel poco che abbiamo potuto accertare, che si tratti di singole responsabilità: niente di più e niente di altro. Ad esempio, un infermiere ha raccontato, legittimamente (purtroppo non mi ha riferito niente e dovrà spiegarmene meglio il motivo), episodi di una certa gravità: egli ha però escluso, ad esempio, di aver mai ascoltato inni, cori, canti di carattere fascista; tutti i giornali danno per scontato che ciò sia avvenuto a Bolzaneto. Fino a quando non si proveranno alcuni elementi con assoluta certezza, sapendo almeno da chi proviene una certa dichiarazione, con il timbro dell'autorità giudiziaria o comunque di un pubblico ufficio, mi guarderò bene dal ritenere provati e fondati certi episodi che leggo sui giornali.
Per quanto ho potuto vedere con i miei occhi, avvenimenti riportati dai giornali sono radicalmente falsi: lo potrò testimoniare in qualunque sede mi verrà richiesto. Ci sono elementi verosimili e nel valutarli sarà necessaria una certa cautela, almeno da parte l'amministrazione penitenziaria: indubbiamente ci sarà bisogno del massimo rigore, ma anche di cautela, fino a quando non abbiano il crisma dell'ufficialità.

SAURO TURRONI. Vorrei due chiarimenti dal dottor Sabella.
A me pare, ma potrei essermi sbagliato, di aver inteso il dottore dire che l'amministrazione non era a conoscenza di quali locali sarebbero stati poi consegnati. Diceva: a noi servono dei locali per poter svolgere queste attività. Quindi solo successivamente si sarebbe saputo che, in realtà, si trattava di locali nei quali vi erano anche Carabinieri e Polizia.


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Vedo che lei scuote la testa; forse ho inteso male, ma leggendo il decreto del ministro, vedo che c'erano delle note in cui il comando provinciale di Genova, la legione carabinieri Liguria e la questura di Genova mettevano a disposizione alcuni locali della caserma del reparto mobile della Polizia di Stato di Genova Bolzaneto e la caserma dei Carabinieri. Se ho inteso male me ne rammarico, ma se lei si è espresso male, la pregherei di chiarire questo aspetto. Anche perché nel decreto è scritto chiaramente che i locali della Polizia e dei Carabinieri sono utilizzati a fini detentivi. Questa definizione connota già come del tutto illegittimo il decreto decreto firmato dal ministro ed è sorprendente che l'amministrazione - perché lei ha rivendicato all'amministrazione la proposta del testo - abbia fatto commettere al ministro un errore del genere, ammesso che egli non ne fosse già convinto.
Vorrei quindi tale chiarimento perché, vede, l'italiano non è una lingua che non soggiace a regole. Si dice che le strutture sono utilizzate a fini detentivi, ma quali? L'utilizzo, la destinazione, la ragione per cui si impiegano quegli immobili è il fine detentivo, che regge e sostanzia questo decreto che, ripeto, è illegittimo e il ministro ha sbagliato ad emetterlo.
La seconda questione che vorrei sottoporle è la seguente. Lei ha detto, rispondendo alla domanda della collega Dentamaro a proposito della presenza del ministro, di averlo invitato lei e di avere, quindi, partecipato insieme con lui alla visita a Bolzaneto. Ebbene, il ministro dice che c'erano una decina di uomini all'interno della struttura, tutti a gambe larghe e la faccia contro il muro, mentre dall'altra parte c'era una donna ed in mezzo un poliziotto. Il ministro dice anche che, avendo chiesto per quale motivo l'agente di polizia stesse al centro, gli avevano risposto che garantiva che i maschi non aggredissero la ragazza. Allora, vorrei sapere se è normale che in una


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struttura detentiva, perché tale è quell'edificio, la gente stia in piedi con le mani appoggiate al muro e a gambe larghe. Inoltre, il ministro dice ancora - e visto che lei lo accompagnava, vorrei chiederle un chiarimento al riguardo - di essere rimasto lì per un quarto d'ora, venti minuti: il tempo sufficiente a vedere le sbarre di ferro sequestrate, mazze terrificanti, caschi, elmetti, maschere antigas. Le chiedo: c'erano effettivamente questi oggetti all'interno di Bolzaneto? Vorrei saperlo, perché se quella era una struttura detentiva... il dottore Sabella ha appena detto che il ministro ha fatto due o tre metri dall'altra parte (Commenti del dottor Sabella).
Egli ha anche detto che i Carabinieri non lo volevano fare entrare, si è inoltrato per due o tre metri, ha salutato e se ne è andato. Ebbene, qui c'è scritto che il ministro ha visto tutti questi oggetti, mazze terrificanti, sbarre di ferro e così via. Questi attrezzi erano conservati all'interno della struttura di Bolzaneto? C'erano o erano dalla parte dei Carabinieri? Dove erano?
È forse la solita panzana raccontata dai giornalisti, come tante altre che abbiamo ascoltato?

ALFONSO SABELLA. No, questa non è una panzana, perché io c'ero: so quindi per certo che il ministro ha visto effettivamente questi oggetti. Del resto, se lo ha dichiarato, dovrebbe essere però per forza di cose.
Questi attrezzi erano conservati nel locale docce. La struttura di Bolzaneto era così costituita: entrando c'erano sulla destra due stanze, credo della DIGOS, sulla sinistra due ulteriori stanze della squadra mobile, o viceversa; adesso non ricordo bene. Subito dopo l'androne c'erano un bagno sulla destra e il locale docce sulla sinistra, che era stato utilizzato dalla Polizia di Stato come locale in cui stivare il materiale sequestrato ai manifestanti arrestati. Proseguendo, sulla destra


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c'era l'infermeria e sulla sinistra la matricola sulla sinistra. C'era poi la cella di pertinenza della Polizia penitenziaria ed un altro locale che serviva come sua armeria, cioè come locale di deposito delle attrezzature degli automezzi. Ancora oltre, quindi nella seconda parte della struttura, c'erano le sei camere di sicurezza, di pertinenza della Polizia di Stato e per certi periodi controllate anche dai Carabinieri. Quando parlo di questa parte, parlo di questa seconda parte della struttura, che si trova oltrepassando le stanze della Polizia penitenziaria.
Mentre il materiale sequestrato era tenuto in questo locale docce, che si trova prima (quindi in una parte che sia il ministro sia chiunque del personale di Polizia penitenziaria attraversava), anche se tale materiale era chiuso in una stanza con tanto di sigillo apposto alla porta e fu la cortesia di un funzionario che lo fece vedere al ministro per (Interruzione del senatore Turroni). Non mi ricordo: forse è stato prima che il ministro tornasse indietro; non ricordo se sia stato prima o dopo. Sinceramente non lo so.
Per quanto riguarda, poi, le altre dichiarazioni del ministro, effettivamente egli si è trattenuto 15-20 minuti, non di più; non mi pare di aver letto nulla di difforme. Sarà probabilmente una coloritura giornalistica il fatto che gli uomini non aggredissero le donne, ma in realtà l'obiettivo era quello di realizzare la separazione netta tra uomini e donne, tanto è vero che c'era un agente all'interno della cella.
Quindi, obiettivamente si era venuta a creare una situazione un po' difficile, determinatasi a seguito di una valutazione, di base forse errata. Il problema risiedeva nel fatto che la Polizia di Stato ha operato una serie di arresti di soggetti di vari gruppi; aveva quindi bisogno di un numero di camere di sicurezza probabilmente maggiore di quelle che aveva originariamente preventivato per separare questi soggetti.


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Questa almeno è stata la spiegazione fornita al nostro comandante da parte di un funzionario della DIGOS, il quale disse che avevano bisogno di più camere di sicurezza per separarli. Quindi, all'amministrazione penitenziaria che li doveva trattenere pochissimo tempo venne lasciata questa cella - perché transitavano in matricola, andavano in infermeria, venivano soggetti a perquisizione e quindi erano praticamente già sui furgoni - che in situazione normale sarebbe stata sufficiente, mentre in questo caso abbiamo dovuto tenere insieme uomini e donne. Si è trattato di una situazione assolutamente anomala per il poliziotto penitenziario, che si è trovato all'interno della stessa cella a controllare uomini e donne. Quindi, non solo gli uomini erano stati fatti mettere addossati alla parete e la donna dall'altro lato, ma era stato messo anche un agente in mezzo, proprio per evitare commistioni, che sono vietate.

SAURO TURRONI. Vorrei chiedere un chiarimento. Lei parla di una seconda parte; un poliziotto che entrava nella struttura per portare la persona arrestata, lo portava giù in fondo, attraversava il luogo dove vi trovavate voi, poi tornava indietro?

ALFONSO SABELLA. Esattamente.

LUCIO MALAN. Lei ci ha detto che il sito di Bolzaneto è stato istituito con decreto ministeriale del 12 luglio, anche se in precedenza, però, ha parlato del 27 giugno. A quanto le risulta, per quanto riguarda il DAP, quando è stato deciso di istituire il centro di accoglienza di Bolzaneto?

ALFONSO SABELLA. Con certezza, non so dirle quando sia stati deciso. Si parla comunque di Bolzaneto e di Forte San Giuliano sempre insieme.


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Provo a cercare in un carteggio che interessa l'ufficio detenuti e trattamento, che ha reputato idonea anche questa soluzione: credo che risalga ad una settimana prima. Ho trovato una nota interna del nostro dipartimento risalente al 12 giugno 2001; presumibilmente, quindi, già in quella data era stata presa la decisione. Il 21 giugno esisteva un piano operativo chiaramente delineato ed io sono stato nominato il 28 giugno.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Alfonso Sabella per l'audizione, che dichiaro conclusa.
Ricordo che il Comitato è convocato domani, giovedì 30 agosto 2001, alle 9,30.

La seduta termina alle 21,05.