PARLAMENTO ITALIANO

Seduta di giovedì 30 agosto 2001



Audizione dell'Ambasciatore Umberto Vattani

Audizione del ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi

Audizione del Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri, colonnello Giorgio Tesser

Audizione del comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza, tenente colonnello Pasquale Petrosino




BOZZA NON CORRETTA

COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

COMITATO PARITETICO

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di giovedì 30 agosto 2001


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La seduta comincia alle 9,45.

Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.



(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Audizione dell'ambasciatore Umberto Vattani.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione dell'ambasciatore Umberto Vattani.
Ricordo che l'indagine ha natura puramente conoscitiva e non inquisitoria. La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Ringrazio, a nome personale e del Comitato, l'ambasciatore Vattani per aver accettato il nostro invito. Le sarei grato, ambasciatore, se potesse dare lettura della sua relazione.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Vorrei esprimere il mio ringraziamento a lei, signor presidente, e agli onorevoli deputati e senatori membri del Comitato, per essere stato


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invitato di fronte a questo alto consesso per un'audizione nel quadro dell'indagine conoscitiva relativa ai fatti del vertice G8 di Genova.
Vorrei premettere che il ruolo del Ministero degli affari esteri in relazione a questo vertice si è incentrato sulla definizione dei temi di sostanza del summit e la predisposizione dei relativi documenti mediante un'intensa opera di consultazione con gli altri Stati membri del G8; sull'elaborazione del programma delle riunioni, con particolare riguardo anche ai complessi aspetti protocollari; sull'organizzazione in genere del G8, tenendo presente che occorreva far fronte ai problemi dell'allestimento delle sale degli incontri, dell'alloggio delle delegazioni, della predisposizione del centro stampa e della sistemazione dei giornalisti.
La responsabilità primaria per l'organizzazione del vertice spettava, come noto, alla struttura di missione - appositamente istituita dalla Presidenza del Consiglio dei ministri con legge n. 149 dell'8 giugno 2000 - presieduta dal ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi. Una supervisione ed un appoggio sono venuti anche dal Ministero degli affari esteri ed in particolare, per i vari aspetti, dalla segreteria generale, dal cerimoniale, dal servizio stampa e dall'ufficio interpreti. Una particolare azione è stata inoltre svolta per l'elaborazione di diversi documenti, pubblicazioni, opuscoli, guide per i delegati e per la stampa, distribuiti nel corso del vertice e di cui sono lieto di consegnare copia al Comitato (una serie di questi documenti li ho già inviati ieri).
Le problematiche della sicurezza esulano naturalmente dalle competenze della Farnesina. Il Ministero dell'interno ha seguito in maniera approfondita i problemi della sicurezza ed ha anche inserito nella struttura di missione G8 del ministro


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Vinci Giacchi due funzionari del Viminale: dapprima il prefetto Aldo Gianni e successivamente il prefetto Ansoino Andreassi.
Naturalmente, poiché tutti gli eventi del vertice dovevano svolgersi assicurando la sicurezza degli ospiti stranieri partecipanti, la Farnesina era informata del quadro generale predisposto dal Ministero dell'interno. In particolare il Viminale era poi chiamato a far conoscere anche alle ambasciate dei paesi partecipanti, come in effetti poi è avvenuto, il piano complessivo sugli aspetti di sicurezza del vertice.
Per parte mia, posso ricordare che nell'aprile scorso il ministro degli esteri Dini mi ha chiesto di supervisionare i preparativi per il G8, nell'approssimarsi del vertice. Il primo problema che emerse fu quello di sistemare le delegazioni straniere sulle navi che erano state prese in affitto e che sarebbero state ormeggiate a ponte dei Mille, ai lati della stazione marittima. In quel momento, infatti, le delegazioni straniere insistevano ancora per alloggiare in vari alberghi distribuiti nell'intera zona di Genova ed anche nell'area di Rapallo, Santa Margherita e Portofino. Fu così che, sulla scorta delle ragioni fatte valere dalle nostre autorità di sicurezza, si svolse, di concerto con il Viminale, un'azione di convincimento nei confronti delle ambasciate estere e delle missioni preparatorie straniere che via via si susseguivano. Tale azione portò progressivamente ad una decisione positiva sulla sistemazione di tutte le delegazioni sulle navi, compresa quella statunitense, ad eccezione del Presidente Bush e di alcuni suoi collaboratori che si sistemarono peraltro anch'essi in un albergo a poca distanza dalla stazione marittima.
Questo risultato fu favorito anche da due riunioni che si svolsero alla Farnesina il 22 maggio e l'8 giugno con i


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rappresentanti delle ambasciate dei paesi del G8, nel corso delle quali il prefetto De Gennaro illustrò il quadro di sicurezza generale previsto per il vertice.
Abbiamo altresì per parte nostra facilitato i contatti tra gli esperti di sicurezza stranieri ed il nostro Ministero dell'interno, allorché tali incontri ci vennero richiesti dalle ambasciate estere a Roma.
Vorrei poi ricordare l'intenso dialogo sui temi della globalizzazione e dello sviluppo, rivolto verso l'esterno, che è stato condotto dalla Farnesina nella fase di preparazione del vertice. La presidenza italiana del G8 è stata la prima ad intraprendere un dialogo così articolato ed approfondito con proiezione esterna su tali temi. Tali iniziative si sono estese a grandi personalità internazionali, particolarmente attente ai temi dello sviluppo e dell'economia globale, che vennero invitate a Roma per un incontro il 13 luglio con il ministro Ruggiero e che furono poi ricevute anche dal signor Presidente della Repubblica; a esponenti delle organizzazioni sindacali e del mondo imprenditoriale internazionali, che parteciparono ad un incontro a Genova il 19 luglio con il Presidente del Consiglio e con i ministri del lavoro e delle attività produttive; a interlocutori istituzionali, con l'iniziativa outreach, culminata nell'invito a Genova il 20 luglio di Capi di Stato e di Governo di vari paesi in via di sviluppo (Algeria, Bangladesh, El Salvador, Mali, Nigeria, Senegal e Sudafrica) e dei responsabili di importanti organizzazioni internazionali: per l'ONU venne il Segretario generale Kofi Annan, per la FAO il Direttore generale Jacques Diouf, per la Banca mondiale James Wolfensohn, per l'OMC Mike Moore e per l'OMS la signora Brundtland. Tali incontri erano stati accompagnati anche da contatti con le ONG e la società civile, quali ad esempio la


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riunione che i ministri Ruggiero e Scajola ebbero con i rappresentanti del Genoa social forum, svoltasi alla Farnesina il 28 giugno.
Infine, per quanto riguarda una valutazione complessiva politica e diplomatica del vertice, vorrei ricordare che i Capi di Stato e di Governo partecipanti, e le ambasciate a Roma, hanno tenuto ad esprimere il vivo apprezzamento per l'organizzazione complessiva del summit di Genova e, soprattutto, per i risultati conseguiti.
Prima di concludere, vorrei ricordare, signor presidente, che il ministro Ruggiero, con lettera del 9 agosto a lei indirizzata, ha fornito al Comitato, come richiesto, gli scambi di lettere e altre comunicazioni in qualche modo attinenti alle tematiche di sicurezza del vertice. Resto a disposizione sua e degli onorevoli membri del Comitato per ogni possibile elemento d'informazione aggiuntivo che fossi in grado di fornire.

PRESIDENTE. Ringrazio l'ambasciatore Vattani. Copia della sua relazione è acquisita agli atti del Comitato.
Passiamo agli interventi dei colleghi che hanno chiesto di parlare.

MICHELE SAPONARA. Signor ambasciatore, lei ha fatto riferimento ad una riunione nella quale il prefetto De Gennaro ha illustrato il piano di sicurezza. Le chiedo: in quell'occasione si accennò ai problemi di sicurezza che la particolare conformazione di Genova avrebbe comportato?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. In quella riunione, alla quale parteciparono i rappresentanti di tutte le ambasciate del G8, illustrai il programma degli eventi, soffermandomi soprattutto sugli aspetti logistici delle delegazioni (circa 2.000 delegati


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sarebbero giunti a Roma e oltre 4.700 giornalisti). Successivamente, per spiegare il piano di sicurezza diedi la parola al prefetto De Gennaro, il quale descrisse nelle linee generali le caratteristiche della zona rossa, che avrebbero consentito lo svolgimento del vertice in condizioni di sicurezza e della zona gialla, che avrebbe anch'essa offerto la possibilità di mantenere una situazione di stabilità; in particolare, si soffermò su tutte le misure che sarebbero state adottate nella zona rossa per assicurare la sicurezza degli ospiti. In quell'occasione, le delegazioni straniere apprezzarono molto il piano predisposto dal capo della Polizia e dal Viminale per la zona rossa. Naturalmente si spiegò anche che, trattandosi di un'area di Genova dove esistono molte strade strette, molti vicoli, dove predomina - diciamo così - una caratteristica medievale della città, sarebbe stato necessario adottare alcune misure particolarmente attente per evitare sorprese.

GIANCLAUDIO BRESSA. Ambasciatore Vattani, la ringrazio per la sua relazione; le vorrei rivolgere alcune domande relativamente alla sua funzione di supervisore, come ci ha ricordato.
A partire dal mese di aprile, il ministro Dini l'aveva incaricata di supervisionare tutto ciò che riguardava il vertice G8. È evidente che il Ministero degli affari esteri non ha alcuna competenza relativamente alla sicurezza, ma è altrettanto evidente che tale ministero, intrattenendo le ovvie, dovute, istituzionalmente corrette relazioni con gli altri paesi membri, in qualche modo rappresentava il punto più sensibile di contatto con tutte le altre delegazioni, il punto di sintesi anche delle richieste degli altri paesi.
Vorrei chiederle due cose. La prima è la seguente: il sindaco di Genova - come emerge anche da altre audizioni in maniera evidente - ha affermato come, di fatto, il clima sia mutato


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rispetto alla preparazione del G8 dopo il vertice di Göteborg (è anche evidente che ciò sia avvenuto in relazione agli accadimenti che si sono verificati a Göteborg).
Da quel momento in poi si assiste ad una diversa attenzione da parte degli interlocutori istituzionali rispetto alle proposte del Genoa social forum. Mentre precedentemente vi era una linea di tendenza abbastanza netta, proclamata dal Governo e sostenuta anche dai rappresentanti degli enti locali, a favore di una distinzione del momento delle manifestazioni dal momento del G8, successivamente - così mi pare di capire - si comincia a dialogare per trovare un punto di incontro e scongiurare situazioni di scontro esasperato.
Credo che tale scelta sia stata dovuta, ma non sono chiare le motivazioni che ne sono alla base. Contestualmente, infatti, arrivavano informative da parte dei Servizi segreti (immagino fossero a conoscenza dell'ambasciatore Vattani ma anche sicuramente del ministro Dini), che mettevano in allarme da alcuni pericoli. Si trattava di informative relative ai vertici di Quebec e, in previsione, al vertice di Barcellona della Banca mondiale in cui si affermava chiaramente che era estremamente pericoloso immaginare la possibilità di autorizzare le manifestazioni perché i Black bloc utilizzavano le manifestazioni pacifiche per scopi che nulla avevano a che spartire con le manifestazione di idee.
Qual è stata, allora, la determinazione che ha portato a tale dialogo e alle decisioni che poi sono state adottate?
La seconda domanda è più specifica e si riferisce al fatto che solo alla fine di giugno le delegazioni, credo in particolare la delegazione gli Stati Uniti, hanno sciolto le riserve sul luogo in cui sistemarsi; non più fuori dalla cinta urbana di Genova, ma all'interno dell'area rossa. A quel punto, essendosi ristretta l'area di interesse che doveva essere blindata (una delle scelte


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più decisive e significative del Governo è stata quella di garantire comunque lo svolgimento del vertice, perché nessuno poteva mettere in discussione la legittimità e la serietà di quanto si stava facendo a Genova in quei giorni), quando è stato deciso che la zona rossa era la zona in cui tutti sarebbero stati presenti (e quella era la zona da difendere), quali sono state le decisioni assunte dal punto di vista non solo dell'ordine pubblico ma anche della protezione del vertice? Vorrei inoltre una conferma dell'ambasciatore Vattani e possibilmente alcune delucidazioni sui motivi per i quali tali scelte sono giunte così tardi. Quali erano le preoccupazioni delle delegazioni straniere, in particolare della delegazione statunitense, nell'aver sciolto così tardi le riserve rispetto alla loro allocazione logistica?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Un dialogo con le organizzazioni non governative da parte italiana c'è stato, da anni; un dialogo con le ONG, in particolare, nell'ambito delle Nazioni Unite. È stato promosso anche quando l'Italia aveva assunto la presidenza delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza. Nel 1996, ad esempio, proprio in quella occasione, fu promosso un incontro con la conferenza delle organizzazioni non governative a New York per discutere sui problemi della pace, della sicurezza e sulla prevenzione dei conflitti. Successivamente, anche presso l'ECOSOC, nel 1999, quando l'Italia ne assunse la presidenza, si parlò molto con le organizzazioni non governative; anzi si riuscì a farle dialogare nel momento in cui i ministri erano presenti in quella sede. Infine, abbiamo più volte sottolineato alle ONG italiane l'opportunità di iscriversi e di chiedere lo status consultivo all'ECOSOC; cosa abbastanza facile da ottenere. È sufficiente, infatti, dimostrare di impegnarsi per gli stessi scopi per i quali lavora l'ECOSOC, cioè rispetto universale per i diritti umani


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e le libertà fondamentali senza distinzioni di razza, sesso, lingua e religione e per la soluzione dei problemi economici sociali e sanitari internazionali. Il dialogo quindi c'è sempre stato, ovviamente con le organizzazioni che si occupano di cooperazione e di difesa dei diritti dell'uomo.
Un dialogo con i gruppi violenti è impossibile. Con la violenza si esce dal diritto civile e si entra in quello penale. Non è questione di dialogo, non si può discutere con i violenti.
Le vicende di Göteborg hanno messo in evidenza come, nell'ampia galassia di organizzazioni non governative, impegnate a promuovere le stesse finalità di cui le Nazioni Unite si erano fatte paladine soprattutto nell'assemblea del millennio, si siano infiltrati anche alcuni violenti. Io stesso ero presente nella delegazione italiana a Göteborg. Abbiamo tutti visto in televisione con quanta brutalità e violenza alcuni gruppi hanno attaccato le forze di polizia, operando atti di vandalismo. Indubbiamente, quindi, i fatti di Göteborg hanno accentuato la preoccupazione delle ambasciate a Roma e delle missioni preparatorie del G8 ed hanno in un certo senso facilitato quella conclusione riguardo all'alloggio e alla sistemazione delle delegazioni proprio perché si è capito che sarebbe stato molto difficile sorvegliare un numero abbastanza elevato di alberghi sparsi per la città e addirittura nel golfo del Tigullio, consentendo ai capi delegazione, Capi di Stato e di Governo di raggiungere il luogo delle riunioni.
Sarebbe bastato un gruppo anche relativamente piccolo di dimostranti per rendere impossibile l'uscita dagli alberghi. La soluzione delle navi rappresentava, da questo punto di vista, un fatto di grande vantaggio. Avremmo potuto praticamente far partire dallo stesso luogo, cioè la stazione marittima, verso il palazzo Ducale le delegazioni secondo l'ordine protocollare; si sarebbe assicurato il rientro al termine delle sessioni di


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lavoro; si sarebbero potuti svolgere anche gli eventi, quali pranzi e cene di lavoro, in maniera molto più semplice.
Riuscimmo pertanto a convincere le delegazioni, che fino a quel momento si erano ostinate a prenotare delle stanze in tutta la città, e direi in tutta la Liguria, a venire finalmente insieme.
Perché così tardi, chiede l'onorevole Bressa? E come mai tanta difficoltà per convincere le delegazioni a quella che sembrava essere una soluzione facile e comoda per tutti? Ebbene, qui vi sono diverse spiegazioni. La prima è che ognuna di tali delegazioni è composta di un numero di persone che si occupano delle telecomunicazioni, dei problemi della cifra, della sicurezza. Questi soggetti appartenenti a tali delegazioni preferiscono operare in un ambiente in cui sono soli. Non hanno vicino un'altra delegazione o altri esperti di telecomunicazioni. Tradizionalmente, è sempre avvenuto così.
La prima volta in cui siamo riusciti a sistemare nella stessa nave, che aveva 768 cabine, quasi tutte le delegazioni (nove su dieci) è stato a Genova. Non è stato facile fare convivere in comparti di questa grande nave una accanto all'altra tutte le delegazioni.
Questi problemi delle telecomunicazioni possono sembrare eccessivi ad alcuni. Tuttavia, quando si pensa alle responsabilità che alcuni di questi paesi hanno, non vi è dubbio che questo è uno dei temi principali che hanno ostacolato, sino alla fine, una soluzione.
Quali altre motivazioni vi possono essere? Ogni delegazione cerca di assicurarsi in questi casi un albergo più vicino al luogo della riunione. In tal senso, molte richieste erano rivolte all'albergo Bristol, che è più vicino a palazzo Ducale. Tuttavia, non era possibile accontentare tutti in quel posto. Altre avevano insistito - in particolare la delegazione degli Stati


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Uniti - per la sistemazione a Rapallo, semplicemente perché si tratta di un albergo - l'Excelsior- estremamente comodo ma distante dalla zona. Sarebbe pertanto stato difficile risolvere i problemi di trasporto.
Il secondo problema riguarda i numeri. Abbiamo dovuto far fronte a delegazioni composte anche da 900 persone (quelle degli Stati Uniti), da 350 (quelle del Giappone) e da 300 (la Russia).

LUCIANO VIOLANTE. Quando avete avuto questi dati?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Abbiamo avuto questi dati successivamente. Si era parlato all'inizio di gruppi più ristretti, ma col crescere dell'aspettativa per il vertice, i numeri sono lievitati notevolmente.
Sistemare una delegazione di 900 persone in una città dove la ricettività è di 2150 stanze dà un'idea di quelle che erano le complessità che abbiamo dovuto affrontare. Ho ricordato poco fa: 2.000 delegati e 4.750 giornalisti.

LUCIANO VIOLANTE. È importante conoscere i tempi. Non per responsabilità nostra, ma tutte queste delegazioni vi dicevano un certo giorno. Quando avete avuto il quadro definitivo delle delegazioni? Questo per capire i problemi che avete dovuto affrontare.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Posso dirle che nella seconda metà di aprile si erano configurate abbastanza chiaramente le richieste delle diverse delegazioni. Molte di loro avevano già prenotato per proprio conto degli alberghi: per esempio, presso lo Sheraton all'aeroporto, lo Star Hotel fuori della zona rossa. Fu un lavoro negoziale non facile quello di convincerle a venire, una dopo l'altra, sulla nave. Il fatto di


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esserci finalmente riusciti ci ha consentito di dedicarci alla soluzione dei problemi logistici, come quello dei trasporti. Dovevamo avere presso la stazione marittima un numero sufficiente di parcheggi, di uffici, dal momento che le delegazioni ci avevano chiesto degli uffici non soltanto all'interno del palazzo Ducale, ma anche alla Stazione marittima e nei Magazzini del cotone, dove si trovava il centro stampa. Pertanto, abbiamo dovuto far fronte a delle richieste complesse e molteplici che riguardavano proprio la possibilità per queste delegazioni di svolgere il loro lavoro in tre diverse località.

GIANCLAUDIO BRESSA. È stato ricordato che la delegazione degli Stati Uniti aveva sciolto le sue riserve solo alla fine di giugno. Corrisponde a verità o è una data fittizia?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. È così. La prima delegazione a farci conoscere la decisione di salire a bordo fu quella francese. Essendo riusciti a convincere il presidente Chirac a salire a bordo ed essendo egli poi il decano del gruppo del G8 oltre che capo di Governo e di Stato, è stato più semplice ottenere anche l'ingresso sulla European Vision della delegazione tedesca, di quella canadese ed infine delle altre. L'ultima delegazione che aveva insistito sino alla fine per rimanere a terra e, in particolare, a Rapallo, era stata la delegazione statunitense. Anch'essa alla fine si è resa conto della bontà della soluzione della stazione marittima, in parte sulla nave, in parte all'albergo Marina Jolly.

GIANCLAUDIO BRESSA. Come mai è stato deciso di discostarsi in qualche modo dalla linea tenuta sino a quel momento dal Governo, ovvero di tenere separato il momento delle manifestazioni da quello del vertice?


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UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Non era mai stato chiaro esattamente quando questi manifestanti avrebbero voluto organizzare a Genova delle dimostrazioni. Si diceva a luglio. Nel corso del mese di giugno cominciano ad apparire dei calendari con una folle messe di incontri, discussioni, dibattiti ed eventi. Ci accorgemmo già a giugno che avevamo in pratica l'intero calendario di luglio pieno di manifestazioni. Le richieste si fecero sempre più pressanti. Non eravamo noi a prendere delle decisioni in questo campo; tuttavia, non potevamo fare a meno di notare che la pressione per poter manifestare - l'espressione che veniva adoperata al riguardo era dissenso - si faceva sempre più importante.
Le aspettative del vertice crescevano. Si sapeva di tale importante riunione. Si può dire che i giornali e i media non parlavano di altro.
Posso solo dire che ci fu un crescendo di richieste per organizzare a Genova, in numero immenso, eventi di carattere musicale, tavole rotonde, discussioni tematiche, che andavano dai problemi dello sviluppo, ai problemi dell'AIDS, alla lotta contro le epidemie, ai problemi del rispetto dell'ambiente, il ricorso alle energie rinnovabili e così via. Quindi si trattava effettivamente di una continua richiesta di dimostrazioni di questo gruppo così eterogeneo di organizzazioni, alcune che inseguivano argomenti specifici, altre, invece, temi di carattere più generale, come la semplice opposizione alla globalizzazione.

MARCO BOATO. Signor ambasciatore, come lei ha già detto all'inizio - ed è ovvio - i temi che interessano in particolare questo Comitato di indagine soltanto marginalmente richiamano i compiti istituzionali del Ministero degli affari esteri, e il suo compito, in particolare. Tuttavia, visto che c'è qualche momento di intersezione tra i vari aspetti e le


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domande che i colleghi le hanno rivolto mi soffermerei su questi aspetti, cercando anche di capire il quadro più generale dal punto di vista istituzionale.
Innanzitutto, le chiederei di spiegare bene al Comitato (stavo cercando di ricostruire i fatti in base alla cronologia piuttosto complessa che abbiamo a disposizione, ma non vorrei sbagliarmi, quindi lo chiedo a lei) le fasi di passaggio dalla responsabilità in capo alla Presidenza del Consiglio dei ministri - stiamo parlando, evidentemente, di un periodo antecedente all'attuale Governo - al momento in cui con il Governo Amato, non più con il Governo D'Alema, si decide che l'ambito istituzionale di imputazione prevalente non è più la Presidenza del Consiglio dei ministri, ma il Ministero degli affari esteri. Ovviamente, resta la responsabilità della Presidenza del Consiglio: tuttavia, c'è uno spostamento di baricentro tra i due ambiti. Le chiedo, quindi, di spiegare meglio questa fase.
La seconda questione riguarda le ONG: e indirettamente, lei ha già fornito una spiegazione. Il Ministero degli affari esteri ha ormai una lunga tradizione di rapporto con queste organizzazioni; anzi, lei ha spiegato che spesso siete voi a sollecitare le ONG ad acquisire lo status consultivo presso l'ECOSOC. In questo caso, ci siamo trovati di fronte ad un passaggio graduale, in relazione alla preparazione del G8 - mi riferisco anche ai molti mesi precedenti, non all'imminenza dell'evento - da una interlocuzione iniziale con le ONG tradizionali - chiamiamole così, per intenderci - a quella con le associazioni che via via si sono riconosciute, prima sotto la sigla del Patto di lavoro, e poi sotto quella del Genoa social forum. Da questo punto di vista, la pregherei, nei limiti di tempo che riterrà, di spiegare questo cambio, del tutto comprensibile perché è avvenuto in rapporto agli avvenimenti (quindi la mia non è una osservazione critica, ma una richiesta


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puramente conoscitiva), questo tipo di interlocuzione diversa. Inoltre - mi rivolgo a lei, poi, semmai, lo chiederemo al ministro Vinci Giacchi - desidero un chiarimento sul ruolo che in una prima fase, ha avuto (poi è venuto meno proprio per il cambio di interlocutori) la dottoressa architetto Paolini. Inizialmente mi pare sia incaricata del rapporto con le ONG e poi, nel momento in cui il rapporto non è più con le ONG tradizionali, ma con il costituito o costituendo Genoa social forum (perché ci sono varie sigle precedenti), mi sembra che l'interlocuzione non avvenga più con questo tramite. Questo ho capito: sto chiedendo a lei, signor ambasciatore, se ce lo può spiegare.
In questo contesto, lei ha ricordato, giustamente (e risulta sia da tutte le nostre ricostruzioni, quelle del prefetto, sia dalla cronologia comparata), la riunione del 28 giugno scorso alla Farnesina, che fa parte di una serie di riunioni che si sono tenute nel giugno 2001, quindi, quasi nell'imminenza del vertice, ormai dopo il cambio di Governo. Alcune riunioni erano già avvenute in aprile, da quanto si ricostruisce dal documento del prefetto, quindi all'epoca con il ministro Bianco e il ministro Dini, come riferimenti istituzionali, dal 5 al 20 aprile. In mezzo, sappiamo tutti che ci sono state le elezioni politiche, quindi, una sorta di comprensibile interruzione e poi un'altra serie di riunioni dal 24 giugno al 30 giugno: il 24 giugno incontro in questura con il Gsf; il 28 giugno alla Farnesina con il ministro degli affari esteri e con quello dell'interno (e mi pare di capire che anche lei fosse presente a questo incontro). Lei è in grado di spiegarci - non penso ci sia alcun aspetto clamoroso - di cosa in particolare si è discusso in quella occasione alla Farnesina? Più o meno conosciamo le richieste che il Genoa social forum ha avanzato nei vari incontri e le risposte. Tuttavia, per la parte specifica


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della Farnesina, lei è in grado di dettagliarcelo? È in grado di dirci come era composta la delegazione del Genoa social forum, perché noi abbiamo in nota, da parte del prefetto, la composizione delle varie delegazioni per ogni incontro. L'unico su cui il prefetto non è in grado di darci la composizione della delegazione è quello del 28 giugno a Roma dove egli afferma «un'altra delegazione, sempre del Genoa social forum, della cui composizione non ho notizie è ricevuta alla Farnesina». Glielo chiedo perché in nota, in relazione agli altri incontri, abbiamo sempre la composizione della delegazione e sono presenti alcuni elementi fissi, altri sono variabili. Infatti sappiamo che il Genoa social forum era una sigla che copriva una quantità molto ampia di organizzazioni: quindi, può dirci la composizione della delegazione che avete incontrato alla Farnesina il 28 giugno? In ogni caso, l'aspetto più interessante è questo modificarsi progressivo dell'interlocuzione: intanto il passaggio del rapporto prima con la Presidenza del consiglio poi con il Ministero degli affari esteri; in seguito, l'interlocuzione con le ONG tradizionali e poi con i nuovi soggetti che stavano emergendo, e come tutto questo si sia sviluppato per la parte di nostra competenza, il che, da questo punto di vista, non era forse la parte principale. Tuttavia, le chiedo di spiegarcelo.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Vorrei ricordare che la preparazione del G8 riflette il fatto che questa non è un'organizzazione internazionale, non ha un segretariato, non sostituisce fori come le Nazioni Unite, l'OCSE o altro. Quindi, in base al criterio che ogni anno la presidenza del G8 passa da un paese all'altro, è giocoforza istituire una missione che organizzi questo incontro. Si fa sempre così, lo facciamo noi,


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lo fanno anche i nostri partner: si crea una struttura di missione incaricata dello svolgimento dell'organizzazione dell'incontro.
Ora, trattandosi di un impegno che riguarda, in primo luogo, il capo del Governo (naturalmente anche i ministri degli esteri e delle finanze, ma soprattutto il capo del Governo), la struttura di missione tradizionalmente viene istituita nell'ambito della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ciò non toglie che il Ministero degli affari esteri, trattandosi di una riunione a carattere internazionale, la segua con attenzione, soprattutto per l'elaborazione dei temi e dell'agenda. Il 2 febbraio 2001, dopo che la struttura di missione aveva riferito soprattutto sulla propria attività alla Presidenza del consiglio, il Presidente del consiglio Amato pregò il ministro Dini di volerla seguire più da vicino.
Dopo circa un mese e mezzo, di fronte alla difficoltà (cui lei ha fatto riferimento precedentemente) di risolvere alcuni problemi essenziali come quello della sistemazione delle delegazioni (non riuscivamo, infatti, a convincerle a salire sulla nave), fu così che il ministro Dini mi chiese di seguire personalmente tale attività. In primo luogo, discussi con le diverse delegazioni per trovare una soluzione al problema dell'alloggio. Naturalmente, in parallelo, vi era il problema della sistemazione dei giornalisti, degli operatori televisivi e così via. I problemi erano proprio questi e, connesso ad essi, vi era quello di accelerare l'allestimento e la messa a punto delle sale di riunione nel palazzo Ducale e nei Magazzini del cotone, che stavano procedendo; tuttavia, tenuto conto della complessità dei numeri si temeva di non essere pronti in tempo. Pertanto, fui pregato di esercitare una supervisione di carattere generale proprio per portare avanti un programma così complicato in due mesi. Anche la stessa preparazione


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delle guide e dei documenti (ne ho portati alcuni, dietro ai quali vi è la preparazione e l'elaborazione dei punti di vista della delegazione italiana e della presidenza italiana sui diversi argomenti) fornisce un'idea della complessità del lavoro preparatorio.
La fase di passaggio, quindi, è avvenuta nel modo seguente. A febbraio il Presidente del Consiglio scrive al ministro degli affari esteri pregandolo di seguirlo e, a sua volta, il ministro Dini, dopo aver seguito la fase preparatoria personalmente per un certo periodo, chiede a me di farlo: il che ha comportato numerose visite a Genova e contatti con tutti gli esponenti delle autorità locali, oltre che con i responsabili della Stazione marittima e così via.
Per quanto riguarda la seconda domanda, concernente il passaggio di dialogo da quelle che l'onorevole Boato ha definito le ONG tradizionali al Genoa social forum, vorrei svolgere le seguenti considerazioni. Confermo anzitutto che il Ministero degli affari esteri intrattiene da sempre molti contatti con il mondo del volontariato ed il forum del terzo settore, soprattutto in due campi.
Il primo è quello della cooperazione allo sviluppo. Tutti conoscono l'importanza del ruolo svolto da alcune ONG come «Medici senza frontiere» ed alcune cooperative: si tratta di persone che prestano il proprio lavoro perché hanno la vocazione ad aiutare gli emarginati, le persone e gli strati più deboli della popolazione, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Ebbene, noi lavoriamo molto con loro e continuiamo a farlo anche dopo i fatti Genova e indipendentemente da essi.
Un altro campo nel quale intratteniamo con tali organizzazioni un rapporto costante è quello dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Tutti ricorderanno la conferenza che si è svolta a Roma per l'elaborazione di uno statuto della


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Corte penale internazionale. Ebbene, il ministro degli affari esteri in quei mesi fu in prima linea. Si tratta di due mesi che si conclusero positivamente, nonostante i dubbi e le difficoltà considerevoli che venivano frapposte da molte delegazioni. Era un'operazione che si svolgeva nel quadro dell'ONU e che si concluse con la firma, a Roma, del nuovo statuto della Corte penale internazionale. Fummo così attivi che nei due mesi in cui lo statuto della Corte rimase depositato presso la Farnesina, riuscimmo a farlo firmare a circa 60 paesi. Si tratta di una cifra importante, perché non è la firma che fa entrare in vigore lo statuto, bensì la ratifica. Il fatto di avere raccolto un numero di firme così elevate in così breve tempo fu un grande successo del nostro Governo.
Signor presidente, posso anche aggiungere un'altra cosa che forse gli onorevoli senatori e deputati già conoscono: nella riforma del Ministero degli affari esteri abbiamo inserito nella dizione della direzione generale degli affari politici multilaterali l'espressione «e dei diritti umani». Siamo l'unico Ministero degli affari esteri in Europa che non solo ha un ufficio (che naturalmente hanno tutti) per la difesa dei diritti umani, ma che ha addirittura portato a livello del direttore generale la responsabilità per la nostra azione in difesa dei diritti dell'uomo e delle libertà.
Perché si è passati ad una formula che si riassume normalmente sotto la dizione Genoa social forum? Perché la galassia di queste ONG è così numerosa (supera le 750 unità) che loro stesse progressivamente, nel corso dei mesi che hanno portato al vertice di Genova, hanno conosciuto una forma di associazione e rappresentazione che ha portato, in qualche modo, alla loro compattazione. Quando si è tenuta la riunione del 28 giugno alla Farnesina (mi riferisco in questo momento alla riunione richiamata dall'onorevole Boato)...


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MARCO BOATO. Quella del 28 giugno.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. ...sapevamo che sarebbero venuti un numero di rappresentanti compreso tra otto e dieci. Non ci era possibile sapere esattamente chi si sarebbe presentato perché tali organizzazioni si andavano organizzando per presentarsi a Genova al loro interno e nel loro foro. La parola nuova era Genova; occorreva decidere in che modo tali organizzazioni avrebbero partecipato a manifestazioni che avevano come punto di riferimento il mese di luglio 2001, manifestazioni che non si sarebbero svolte né prima e nemmeno dopo: la riunione, quindi, verteva su cosa fare a Genova nei giorni del vertice. Tutto ciò avveniva progressivamente; non voglio dire che questo fosse un obiettivo determinato e scelto di proposito con molto anticipo: le cose si sono svolte in questa maniera, man mano che si andava avanti.
L'onorevole Boato ha fatto riferimento a due tipi di riunioni che si sono tenute in quel periodo da aprile in poi e che vorrei aiutare a distinguere. Alcune riunioni avevano per oggetto la predisposizione di un piano generale di sicurezza perché il vertice si potesse svolgere in maniera tranquilla e sicura. Ciò ci veniva chiesto soprattutto alla luce dei fatti che poi si verificarono a Göteborg. Quelle riunioni, pertanto, avevano un duplice carattere: ve ne erano alcune di carattere interno (quelle che organizzava il Viminale e alle quali eravamo presenti, magari per ascoltare le varie riflessioni) mentre le altre con le ambasciate le abbiamo organizzate alla Farnesina (sono le due riunioni cui ho fatto riferimento nel mio intervento) ed in esse abbiamo voluto spiegare, anche con l'aiuto di una cartina della città di Genova e della Liguria, ciò che avremmo fatto, in modo da dare le opportune assicurazioni sull'attenzione con la quale il Governo italiano avrebbe predisposto il piano generale di sicurezza. Questi sono i due


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tipi di riunioni che si sono tenute: alcune interne, tra amministrazioni dello Stato (in particolare quelle che si sono occupate della sicurezza) e quelle che, invece, si sono svolte alla presenza di rappresentanti di ambasciate o di missioni estere giunte nell'occasione per preparare il loro arrivo a Genova.
La riunione che si è tenuta alla Farnesina del 28 giugno cui lei, onorevole Boato, ha fatto riferimento, è di un terzo tipo. In essa i ministri Ruggiero e Scajola incontrarono quella che si autodefinì una rappresentanza del Genoa social forum. Ricordo che tra le persone presenti vi era certamente il dottor Agnoletto oltre ad altre persone; tuttavia, non posso dire che si fosse passati effettivamente da un tipo di dialogo con alcuni ad un dialogo con altri, perché nel Genoa social forum finivano per confluire un po' tutti i rappresentanti delle ONG e loro stessi avevano molta cura a sottolineare il carattere rappresentativo del loro gruppo.

MARCO BOATO. Esiste un documento conclusivo del G8 o c'è solo un comunicato stampa? Se esiste, è possibile averlo?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Ringrazio molto l'onorevole Boato per questa domanda: certamente esiste un documento conclusivo del G8. Esso, in passato, finiva con l'essere estremamente articolato e complesso, nel quale ogni delegazione voleva che figurassero certi punti di vista che le stavano a cuore. Il successo del vertice di Genova è stato, invece, quello di riunire in questo comunicato finale - che sarò molto lieto di mettere a disposizione del Comitato - i temi principali senza perdersi in tanti altri temi accessori. Il tema principale di questo vertice di Genova era proprio come varare, con un sistema di partnership tra paesi industrializzati, paesi in via di sviluppo, organizzazioni internazionali, agenzie


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interessate a questi temi, settore privato e settore no-profit del volontariato gli elementi di una strategia integrata per cercare di prevenire i conflitti risolvendo, alla base, i problemi della povertà.
Ora, 2 miliardi e 800 milioni di persone vivono con una cifra che va da 0 a 2 dollari al giorno a testa: quasi la metà del globo vive, in realtà, in condizioni di sottosviluppo e di povertà. Come fare per aiutarli? Governando la globalizzazione, aprendo i mercati, facilitando i commerci, incrementando l'educazione, sconfiggendo flagelli che da noi non esistono quasi più, come la tubercolosi e la malaria, ma che sono, invece, ancora molto presenti. Basti pensare che, nel mondo, un milione di persone l'anno muore di malaria e quasi due milioni di tubercolosi, sembra quasi incredibile. Inoltre, 36 milioni di persone al mondo sono infette da AIDS, di cui 25,3 milioni soltanto in Africa, dove sono colpiti soprattutto i bambini nelle zone rurali. Ebbene, il successo del vertice di Genova è stato quello di affrontare in maniera molto decisa questi problemi.
Vorrei ricordare due momenti molto importanti di questo vertice. Il primo nel quale ci fu l'annuncio, fatto congiuntamente dal Presidente del Consiglio Berlusconi e dal Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, relativo alla creazione del fondo globale per combattere l'AIDS, la tubercolosi e la malaria. Tale fondo raccolse, superando di gran lunga le prospettive, 1 miliardo e 300 milioni di dollari, ai quali si sono aggiunti 500 milioni di dollari dal settore privato. Si tratta di un piano che, grazie all'insistenza del capo della delegazione italiana, diventa operativo entro la fine di quest'anno. Il secondo momento particolarmente importante di questo vertice fu quello dell'outreach, che registrò la partecipazione molto estesa di paesi in via di sviluppo tra i più poveri


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dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina ed una ricca rappresentanza delle organizzazioni internazionali. Debbo dire che ciò è riuscito a dare ai problemi dell'Africa una visibilità che non vi era mai stata prima.
Insieme a questi due momenti va ricordata l'attenzione alla cancellazione del debito di cui l'Italia si è fatta promotrice, trascinandosi dietro gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Germania. Tale cancellazione ha portato da 9 a 23 il numero dei paesi per i quali si è addivenuti al 100 per cento di cancellazione dei debiti non solo di aiuto, ma anche commerciali (sto riferendomi ai paesi più altamente indebitati, più poveri del pianeta). Vorrei aggiungere che non si è proceduto in relazione a determinati paesi soltanto perché sono in conflitto con i loro vicini o perché non rispettano in alcun modo i principi della democrazia, dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. In essi, ad esempio, si pratica uno sfruttamento senza limiti del lavoro minorile e dei bambini.
Dunque, il successo del vertice di Genova sta nel fatto di aver riunito, per la prima volta, tanti elementi che si conoscevano già da prima. Mi riferisco, ad esempio, alla necessità di fare in modo che gli aiuti non siano legati a forniture del paese che li concede: ciò è avvenuto su pressione della delegazione italiana a marzo all'OCSE. Inoltre vi è la necessità di un aumento degli aiuti allo sviluppo scesi, nell'ultimo decennio, da una media dello 0,33 allo 0,22 per cento del PIL. Abbiamo visto, purtroppo, che negli ultimi dieci anni gli aiuti pubblici allo sviluppo hanno conosciuto soltanto una tendenza al declino e, quindi, abbiamo riaffermato la necessità - ed il Presidente Berlusconi ha preso l'impegno - di riportarli a livelli più alti. Vi sono, poi, il problema riguardante l'apertura dei mercati occidentali ai paesi che non ne hanno accesso, perché hanno soltanto alcuni prodotti di base, senza incontrare


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barriere doganali o contingenti quantitativi; i problemi della lotta alle epidemie. Insomma, quell'insieme di problemi che, proprio perché tengono questi paesi in uno stato di sottosviluppo, sono forieri di conflitti che, a loro volta, non possono non aggravare le stesse condizioni di malnutrizione, di fame e di povertà assoluta.
Questo sforzo della delegazione italiana è chiaro dal comunicato che avrò l'onore di trasmettere al Comitato e che credo, per il commento positivo e l'apprezzamento vastissimo che ci è venuto dai Capi di Stato e di Governo di tutti gli altri paesi, rappresenti un momento alto della politica estera italiana. Vorrei anche dire che i Capi di Stato e di Governo hanno tenuto a ringraziare gli abitanti di Genova per l'ospitalità che hanno offerto ed hanno condannato la violenza così come gli atti di vandalismo che hanno, purtroppo, causato danni alla città. Molti positivi commenti ci sono arrivati anche dai rappresentanti dei corrispondenti italiani e stranieri che hanno seguito le vicende del vertice.
Astraendo, per un momento, dai problemi dell'ordine pubblico direi che è un paradosso che non si sia riusciti a dimostrare quanto si voleva dimostrare con queste riunioni con le ONG. Mi riferisco al fatto che l'agenda che sarebbe stata discussa a Genova non era che l'agenda che avrebbero desiderato vedere discussa i paesi poveri dell'universo. Si trattava della stessa agenda che le Nazioni Unite, nell'assemblea speciale del millennio del 2000, avevano suggerito perché tali temi venissero affrontati dai paesi più industrializzati.
La strategia dell'ascolto che avremmo voluto vedere avviarsi con queste organizzazioni non governative, purtroppo non ha dato i risultati che ci auguravamo. Nulla è perso: continueremo a farlo. Uno degli elementi che non siamo riusciti a portare avanti è quello di distruggere slogan puramente


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negativi del tipo: «Assediamone otto per liberare tutti» che non è certo uno slogan che apre al dialogo. Non si è riusciti sufficientemente a farlo, nonostante i vari incontri tra i quali l'ultimo, menzionato dall'onorevole Boato, del 28 giugno alla Farnesina alla presenza del Genoa social forum con il ministro Ruggiero ed il ministro Scajola. In quell'incontro si era cercato, per l'appunto, di spiegare come questo vertice, lungi dall'affrontare temi di interesse dei paesi industrializzati, fosse tutto rivolto ad affrontare le tematiche dello sviluppo, della prevenzione dei conflitti, della lotta contro le epidemie, del rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali che con tanto successo poi, nella realtà, obiettivamente parlando, si è riusciti a fare a Genova.

ANTONIO SODA. Queste ultime sue considerazioni rimandano a problemi sui quali certamente il Parlamento doveva portare la sua attenzione e caricano anche il Comitato della necessità di comprendere per quale ragione oggi nel nostro paese il dibattito si sia risolto sulla questione dell'ordine pubblico. Quindi, non entrerò in queste sue ultime riflessioni.
Lei ha indicato l'incontro del 28 giugno fra quelle iniziative, a carattere anche originale rispetto al passato, di apertura verso l'esterno del dialogo e della discussione sui temi della globalizzazione. Ha anche affermato che il dialogo è con tutti: l'unica esclusione è nei confronti dei violenti. Il 28 giugno sono quindici, come risulta da un documento che ci è stato trasmesso, i rappresentanti di associazioni o movimenti aderenti al Genoa social forum. Tra questi i rappresentanti di LILA, Lilliput, ARCI, Sdebitarsi, Ya Basta, tute bianche, la Marcia mondiale delle donne, Rete contro G8, settimanale Carta, COBAS, Network, CGIL, CUB, Associazione emigrati, Rifondazione comunista. Vi sono due delegazioni, una del Ministero dell'interno, guidata dal ministro Scajola, e l'altra


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del Ministero degli affari esteri, di cui lei fa parte: si tratta di delegazioni e nutrite. Orbene, in questa riunione
Anzitutto, le chiedo una sua considerazione, avendo lei partecipato alla riunione (seppure, certamente, non con responsabilità politiche), sulle responsabilità che si volevano perseguire e che senz'altro si saranno delineate; le domando altresì di esporci il contenuto del dialogo ivi svoltosi, nonché l'analisi che si è compiuta rispetto agli eventi imminenti; eventuali accordi di massima raggiunti; manifestazioni comuni di intenti ed eventuali differenziazioni all'interno dei rappresentanti del GSF e delle sue componenti. Le domando, inoltre, se vi è stata, in particolare, una valutazione dell'incidenza che tale dialogo - e quindi l'apertura che si realizzava, diretta a consentire presenze e manifestazioni, secondo me, legittime, giuste - avrebbe avuto sulla ordinanza prefettizia del 2 giugno, ordinanza cardine, sulla quale si è costruito il piano di sicurezza. Le chiedo, infine, se, dopo questa riunione, vi furono autonome o congiunte valutazioni per lo sviluppo di ulteriori incontri e dialoghi tra la delegazione del Ministero degli affari esteri e quella del Ministero degli interni.

UMBERTO VATTANI. Ambasciatore. L'onorevole Soda ha ricordato la composizione della delegazione giunta alla Farnesina il 28 giugno; molto precisamente, ha anche detto che si trattava di una riunione congiunta tra il ministro degli esteri e il ministro dell'interno.
Per quanto riguarda le finalità della riunione, vi era, da parte del Ministero degli affari esteri (e, invero, il ministro Ruggiero, in quella occasione, si è soffermato molto su tali aspetti) l'illustrazione di una agenda del vertice, agenda che, per i motivi poc'anzi ricordati, non poteva essere rigettata dalle organizzazioni non governative. Infatti, i temi all'ordine del giorno erano in larga parte quelli reclamati dalle ONG; se


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ciò poteva sembrare sorprendente, è pur vero che non si chiedeva ad esse altro che di voler prendere atto del tema principale del vertice, la fissazione di una strategia integrata per la lotta contro la povertà. Si voleva, anzi, che la comprensione di questa agenda rendesse più costruttivo il rapporto con gli esponenti della società civile ed il mondo del volontariato che affrontavano gli stessi temi.
Dal punto di vista del Viminale, la questione di maggiore importanza era costituita dalla finalità di incanalare il movimento nella adesione al principio fondamentale secondo cui è consentita ogni forma di dissenso civile ma non la violenza. E, quindi, direi con che i due temi, pur diversi, miravano, comunque, a gettare le basi di un atteggiamento dei rappresentanti del GSF il più possibile costruttivo e, ad ogni modo, civile.
L'obiettivo di costoro era, principalmente, ottenere spazi e occasioni perché potesse svolgersi tutta una serie di eventi da loro ritenuti importanti, in quanto richiesti dagli aderenti alle organizzazioni menzionate: mi riferisco, cioè, alla possibilità che si discutesse del problema della cancellazione del debito, del rispetto dell'ambiente, della sicurezza alimentare, dei limiti alla globalizzazione o comunque di regole ferree per limitarne gli eccessi e così via. Non ricordo che alcuno dei presenti nella delegazione o nel gruppo del GSF abbia mai negato il principio secondo il quale la violenza non poteva avere diritto di cittadinanza in questo campo.
Quindi, alle richieste di poter partecipare, in modo anche «muscolare» - intendendo con tale espressione la possibilità della presenza di un alto numero di aderenti, per vari giorni, in concomitanza proprio con gli eventi del vertice -, si accompagnò, però, la generale ammissione che la violenza fosse altra cosa. Al termine della riunione vi fu un incontro


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con la stampa; i primi a uscire ed a rilasciare dichiarazioni ai corrispondenti furono proprio i rappresentanti del GSF. Seguirono brevissime dichiarazioni del ministro Scajola e del ministro Ruggiero.
Credo che tale incontro non avesse altra finalità che cercare di contenere il dialogo o il dissenso entro limiti che comunque fossero civili. Successivamente non si sono più avuti incontri strutturati allo stesso modo tra il ministro degli esteri e il ministro Scajola; infatti, gli ulteriori incontri si sono svolti in modo molto meno formale, attraverso contatti con le associazioni cattoliche, con quelle del forum del terzo settore o con altri, tesi soltanto a capire meglio quanto i manifestanti pensassero di organizzare a Genova proprio nei giorni del vertice.

FRANCO BASSANINI. Ambasciatore, le rivolgo tre domande alle quali ha parzialmente già risposto e, tuttavia, per noi è importante ottenere ulteriori precisazioni.
Anzitutto, le chiedo quando, in modo definitivo, voi possedeste tutte le indicazioni delle delegazioni relativamente al numero dei partecipanti, all'accettazione di usare i mezzi navali e così via. Le domando, cioè, quale sia il momento nel quale è stato possibile, per l'organizzazione, cominciare - avendo il quadro definitivo delle delegazioni presenti, del numero delle persone da alloggiare, nonché delle loro disponibilità ad un alloggio su di una nave piuttosto che in un albergo ubicato nella zona rossa - ad occuparsi delle questioni operative: i parcheggi, le macchine e così via. Ciò è importante, perché l'impressione da noi tutti registrata è che ritardi, anche nella disponibilità delle delegazioni a dare i numeri definitivi, ad accettare il ricorso ai mezzi navali, ad accettare, diciamo, tali condizioni, abbiano poi costretto l'organizzazione a procedere affannosamente.


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La seconda domanda che le rivolgo, ambasciatore, è la seguente: dagli elementi da noi già raccolti è emerso con chiarezza, che si aveva un quadro di pericolosità di alcune organizzazioni, che non erano le più numerose: rispetto ai 200 o 300 mila manifestanti, queste consistevano, probabilmente, di alcune migliaia di persone. Oltre alla pericolosità di talune organizzazioni, emergevano l'ambiguità di alcune altre ed una gran massa di organizzazioni pacifiste. Emerge anche che la tecnica di guerriglia utilizzata dalle organizzazioni più violente era quella di infiltrarsi nel corteo pacifico nascondendosi in esso per poi effettuare i raid e le violenze. Dunque, le domando se in questi incontri - e sicuramente in quello occorso il 28 giugno - sia stato posto ai leader del Genoa social forum, con chiarezza, non solo l'argomento del rifiuto della violenza, ma anche la questione afferente a come si debbano organizzare le manifestazioni legittime (costituzionalmente tutelate) in modo tale che contribuiscano all'azione di isolamento dei violenti. Infatti, se ciò è certamente compito delle forze dell'ordine, tuttavia sarebbe stato utile coinvolgere il movimento nel perseguimento dell'obiettivo del rinvenimento di forme organizzative le più adeguate ad isolare i violenti.
La terza ed ultima questione riguarda un po' meno l'ordine pubblico ma penso, però, che la Commissione, dovendo elaborare un rapporto, debba pensare anche al futuro. Lei ha detto che il tema centrale del G8 era una strategia integrata per la lotta contro la povertà per cui, lungi dall'affrontare temi di interesse dei paesi industrializzati, abbiamo affrontato, nel G8, in maniera efficace, problemi che riguardano l'intero globo. Ambasciatore Vattani, ritengo che il problema sia proprio questo: il G8, prima G5, poi G7, è nato come il circolo


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dei paesi industrializzati. Finché affronta i temi dei paesi industrializzati, quei Capi di Stato e di Governo sono pienamente legittimati, democraticamente legittimati.
Nel momento in cui si affrontano i problemi del globo questi ultimi non possono dimenticare di rappresentare un quinto, un sesto, un ottavo - dica lei quanti - dei cittadini del mondo e qui nasceva un problema: in che termini si è posto, questo, con il Genoa social forum. Io ho l'impressione che il diverso atteggiamento verso il vertice FAO deriva anche dal fatto che tale vertice raggruppa tutti i Governi del mondo.
Il G8, con le massime buone intenzioni, è il vertice dei paesi più industrializzati che, nel momento in cui si occupano non di se stessi ma del resto del mondo, manifestano un problema di legittimazione democratica che ha offerto ragioni o pretesti - a seconda dei casi - alle organizzazioni antagoniste per contestare la sua stessa legittimazione.
Vi siete posti questo problema? Lo avete affrontato? Avete trovato soluzioni, magari rinviando alle Nazioni Unite decisioni in materia?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Con la prima domanda si chiede quando abbiamo finalmente conosciuto le decisioni delle varie delegazioni, prima sul tema della sistemazione e poi sui numeri. Ho ricordato poco fa che i primi che riuscimmo a convincere furono i francesi, che avevano fatto sapere che sarebbero arrivati con circa 120 delegati; successivamente i tedeschi, venuti in numero analogo, e i canadesi, forse un po' più numerosi. I problemi portati a nostra conoscenza dai giapponesi, dai russi e dagli statunitensi erano legati ai numeri dei delegati, che salivano considerevolmente (intorno a 300-350 unità), e al rifiuto di questi di salire su una nave nella quale fossero presenti anche tutti gli altri.


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Gli inglesi, addirittura, fecero dipendere la loro risposta dalle elezioni in Inghilterra, affermando che il Prime Minister Blair l'avrebbe comunicato soltanto dopo il 7 giugno, cioè dopo le elezioni. Naturalmente, noi facemmo presente che non c'era più tempo per cambiare nulla e che, quindi, per noi non sembrava esserci un'opzione, ma soltanto una mancanza assoluta di alternative.
Non posso dire adesso esattamente - potrei forse cercare di ricordare - le date, però rammento che, praticamente, per tutto il mese di maggio continuò questa trattativa durissima, in particolare con i giapponesi, con i russi e con gli inglesi, che fecero sapere solo alla fine - addirittura questi ultimi dopo il 7 giugno - le loro intenzioni.
Mi si chiede se questo ritardo abbia creato problemi particolari sotto il profilo della sicurezza: ebbene, ciò nonostante, noi avevamo detto che pensavamo di riuscire, in ogni caso, a far salire praticamente tutti a bordo. Forse non sarebbe venuta una parte della delegazione americana, ma, malgrado la mancata risposta, avevamo ragione di credere che saremmo riusciti a farli salire tutti a bordo, sottolineando proprio le caratteristiche - ricordate poco fa - di Genova: non si tratta di una città dotata di tantissimi alberghi e recettività; in più, occorreva alloggiare, oltre alle delegazioni, anche i rappresentanti della stampa. In definitiva, pensavamo di avere sufficienti argomenti da far valere per portarli progressivamente, così come poi è avvenuto, sulla nave.
Una volta definita dal Viminale la zona rossa, ci è stata mostrata su una cartina e noi ne abbiamo preso atto.

FRANCO BASSANINI. Ma è vero che il Presidente Bush ha sciolto la riserva solo a fine giugno?


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UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Fu abbastanza tardi, credo di ricordare verso la seconda metà di giugno.
A favore di una concentrazione delle delegazioni nel porto della stazione marittima ha senz'altro giocato il fatto che la stessa riunione dei ministri degli esteri, prevista due giorni prima del vertice e che avrebbe dovuto aver luogo a Portofino, fosse spostata a Roma. Io stesso, quando venni a conoscenza che i ministri degli esteri si sarebbero fatti accompagnare da circa 650 delegati, occupando nella zona di Portofino numerosi alberghi, premetti per questa soluzione e, quindi, spostammo la riunione a Roma, dove si è svolto tutto perfettamente a Villa Madama.
Non credo che la decisione per la sistemazione delle delegazioni, anche se è intervenuta relativamente tardi, abbia modificato alcunché sulla precedente determinazione della zona rossa nella città di Genova e non credo neppure che abbia, in un certo senso, reso più difficile il lavoro del Viminale, anche perché man mano che si concentravano sulle navi, diminuiva la necessità di attenzione su tutto resto della città. Per quanto riguarda la posizione assunta da diverse organizzazioni - alcune decisamente pacifiche, altre forse un po' più ambigue ed altre ancora pericolose - debbo dire che si sapeva, soprattutto dopo Göteborg, della difficoltà di distinguere i pacifici dai violenti, finché quest'ultimi non avessero cominciato a ricorrere alla violenza: non si può distinguere se una persona è violenta o meno vedendola, ma soltanto nel momento in cui agisce. Tutti riconoscevano che a Göteborg c'era stata la presenza di violenti tra i manifestanti pacifici e ciò fu fatto presente nella riunione del 28 giugno, chiedendo alle organizzazioni presenti nel Genoa social forum in che modo intendessero isolare i violenti.


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La risposta fu che queste organizzazioni si conoscevano, che in qualche modo si sarebbero respinte quelle più ambigue e che lo stesso fatto di poter manifestare pacificamente un dissenso avrebbe attenuato la tensione, avrebbe scoraggiato il passaggio a posizioni più violente proprio perché il fatto di poter manifestare ed esprimere le proprie ragioni avrebbe, in un certo senso, contribuito ad isolare i pacifici dai violenti. Questo ricordo delle discussioni che si ebbero in quel momento.
Per quanto riguarda la terza domanda dell'ex ministro Bassanini, in merito alla legittimità del G8 e a come esso si pone nei riguardi del resto del mondo, il G8 non può certamente pretendere di agire come «governo del mondo», nel senso di diventare il luogo dove, in qualche modo, viene assicurata la governance della globalizzazione: questo spetta alle Nazioni Unite. Proprio il legame con le Nazioni Unite non è mai apparso così chiaro come nella riunione di Genova. I riferimenti all'Assemblea del Millennio, approvati all'unanimità dai 186 paesi delle Nazioni Unite - la stragrande maggioranza dei quali appartiene proprio alla categoria di paesi in via di sviluppo - fanno sì che sia difficile mettere in discussione la legittimità del G8, dal momento che esso discute proprio dei temi che le Nazioni Unite, all'unanimità, considerano i temi principali del mondo.
E poi, non si può non intendere che i temi dell'agenda degli otto paesi rivelano la consapevolezza che le decisioni di quei membri così importanti della comunità internazionale hanno conseguenze in termini economici e politici che non possono essere sottovalutate. Pertanto, il problema della legittimità non viene posto nemmeno da quel grande numero di organizzazioni non governative che collaborano normalmente con le Nazioni Unite (in particolare nell'ECOSOC), perché si rendono


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conto che, se non vi fosse il G8, la globalizzazione e la liberalizzazione dei mercati porterebbe senza dubbio benefici ai paesi più ricchi. Infatti, la possibilità di un maggiore commercio giova a quelli che sono in grado di commerciare, non certo a quelli che non hanno i mezzi. Quindi, se il G8 non si occupasse del resto del mondo, quelli che rimangono in qualche modo ai margini dei benefìci della globalizzazione e dell'estensione dei mezzi tecnologici (che oggi sono rappresentati dall'information technology, dalle capacità digitali che sono così estese nei paesi industrializzati) lascerebbero questi paesi in condizioni sempre più difficili, invece di aiutarli ad inserirsi in questo processo di crescita stabile che i paesi in via di sviluppo sono in grado di conseguire. Sono, quindi, gli stessi paesi delle Nazioni Unite, il Segretario generale Kofi Annan e gli altri, a chiedere al G8 di occuparsi di questi problemi, a prenderne piena consapevolezza e ad assumersi gli impegni che a loro derivano proprio dall'essere così importanti sotto il profilo del commercio, della ricerca, dello sviluppo, dell'uso dell'energia, dell'ambiente, della sicurezza alimentare e così via.

FRANCO BASSANINI. Non ho parlato di legittimità, ma semmai di legittimazione democratica e, quindi, dell'opportunità di rimettere a sedi come le Nazioni Unite le decisioni finali. Non ho parlato di legittimità; ci mancherebbe altro: ho collaborato anch'io alla preparazione del G8 in un'altra veste.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Riparo molto volentieri e molto rapidamente a questo punto e ringrazio molto l'ex ministro Bassanini per quanto ha detto, perché anche io ne sono perfettamente convinto.

LUCIANO VIOLANTE. Signor ambasciatore, ho bisogno di sapere, prima di tutto, qual era il compito preciso della


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struttura di cui lei faceva parte e quali rapporti intercorrevano tra la sua struttura e quella del ministro dell'interno.
In secondo luogo, vorrei sapere se i ritardi nella comunicazione del numero, della composizione e dei desideri delle delegazioni hanno comportato mutamenti nei piani che riguardavano l'ordine pubblico.
Terzo: vorrei sapere se ha colto una differenza tra il rapporto con le organizzazioni non governative e il rapporto con il Genoa social forum e, in particolare, se avevate avuto notizia delle informazioni in possesso del Governo in ordine all'atteggiamento delle varie componenti del Genoa social forum.
Infine, vorrei chiederle, anche grazie alla sua vasta esperienza internazionale, una valutazione su due «scarti». Il primo è quello tra l'accuratezza con la quale il vertice è stato preparato, anche dal punto di vista dell'ordine pubblico, e i problemi concreti che si sono verificati. Inoltre, è un paradosso - sulla base del quadro che lei ci ha fornito e che io non ho nessuna ragione per criticare, contestare o non condividere - il successo politico del vertice del G8 e, contemporaneamente, l'immagine assolutamente deleteria che ha offuscato tutto. A suo avviso, come si spiegano questi due scarti tra preparazione e gestione da un lato e, dall'altro, tra esito politico ed esito comunicativo del G8?
Infine, lei pensa che nel futuro questo tipo di incontri debba essere modificato, anche nel rapporto con le organizzazioni internazionali, al fine di collocarlo in un quadro istituzionale più certo? Lo dico non per contestare il G8 - lei sa che vi è anche stato un incontro tra i Presidenti delle Camere dei paesi appartenenti al G8 qui a Roma -, quanto per inserire questi risultati dentro un quadro internazionale più stabile, duraturo e in grado di condurli ad esiti più certi.


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UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. I compiti della struttura «Missione G8» - quella che fa capo alla Presidenza del Consiglio e nei confronti della quale io ho esercitato soltanto un'azione di supervisione - sono quelli di organizzare il vertice, cioè di allestire le sale, prevedere l'arrivo delle delegazioni, aiutarle a sistemarsi sul posto, facilitare in tutti i modi lo svolgimento da parte loro di un'azione che consenta ai Capi di Stato e di Governo, in un periodo così concentrato, di toccare una serie di temi così vasti, in maniera da consentire di arrivare a conclusioni significative. La difficoltà di questi vertici risiede proprio in questo: fare in modo che un gruppo di persone così numeroso che ruota intorno ai capi di Stato e di Governo, possa, in un tempo relativamente breve, consentire una discussione nella quale tutti possano dire la loro opinione e giungere a delle conclusioni.
Ciò che ha riscosso maggiore apprezzamento è stata proprio la conduzione del vertice (vi tornerò ancora quando risponderò all'altra domanda postami dal presidente Violante). Credo non si possa negare che la struttura di missione abbia effettivamente conseguito il risultato di far svolgere il vertice, nello spazio della zona rossa (compreso tra la stazione marittima, il palazzo Ducale e i Magazzini del cotone), in maniera tale che venissero sviluppati tutti i temi da trattare, compresi quelli che per la prima volta la delegazione italiana aveva voluto inserire e che, alla fine, hanno molto complicato anche l'organizzazione: la riunione outreach, le riunioni con i rappresentanti del mondo sindacale internazionale, del mondo imprenditoriale internazionale sono state qualcosa in più che ha arricchito due giornate che sarebbero state comunque già piene ed estremamente assorbenti. Questi erano i compiti della struttura, che riguardavano, naturalmente, tutti i membri delle delegazioni, perché non potevamo aver cura soltanto dei Capi


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di Stato e di Governo, ma, com'è precisato in queste guide che ho davanti, dovevamo pensare anche a come fare in modo che i membri di tutte le delegazioni, i rappresentanti dei media e tutti gli altri potessero, in quel breve ma molto intenso periodo, sviluppare nel modo migliore la loro azione.
Quali sono, invece, i compiti del Viminale e i rapporti della struttura con il Viminale? I rapporti con il Viminale sono stati sostanzialmente questi: ci veniva chiesto - come accade in occasione di ogni vertice, da Seattle in poi, a qualsiasi incontro internazionale - quali fossero le misure di larga massima da adottare per assicurare che i Capi di Stato e di Governo e i delegati potessero svolgere tranquillamente il proprio lavoro. Quindi, c'è stato un rapporto nel quale chiedevamo e ricevevamo risposta e a nostra volta la trasmettevamo.

LUCIANO VIOLANTE. C'erano interazioni?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. L'interazione è stata minima perché non abbiamo avuto alcuna capacità di influire sulla delimitazione della zona rossa...

LUCIANO VIOLANTE. Mi riferivo al fatto che una delegazione formata da 10 o da 100 persone cambia l'assetto dell'ordine pubblico e della sicurezza: credo che, man mano che ricevevate notizie, le comunicaste al Viminale e questo, di volta in volta, adattasse i piani. Dalle cose che ha detto ho ricavato questa impressione, ma vorrei avere certezze al riguardo.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Abbiamo sempre comunicato al Viminale l'evoluzione riguardante la situazione degli alloggi, delle sistemazioni e i numeri, ma, in realtà, grandi modifiche non si potevano apportare, essendo l'aeroporto


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situato nella parte occidentale della città, gli alberghi essendo quelli, le riunioni dovendosi svolgere comunque a palazzo Ducale (che era stato già prestabilito come luogo di riunione) e i Magazzini del cotone essendo l'unica grande struttura capace di ospitare tutti i giornalisti convenuti. Una volta delimitata la zona, non si poteva più modificare nulla. Si trattava di vedere dove alloggiare tutte quelle persone e si è finito col farlo distribuendo i giornalisti tra gli alberghi e i traghetti e le delegazioni sulle navi, perché non c'era, fisicamente, altra possibilità. Quindi, sin dall'inizio è stato chiaro - per lo meno lo è stato nel periodo durante il quale ho seguito da vicino questi problemi - che, delimitata la zona rossa, il nostro compito era quello di risolvere i problemi indicati alla luce delle disposizioni impartite dal Viminale.
Per quanto riguarda la seconda domanda che il presidente Violante ha posto con specifico riguardo al fatto che i ritardi nella definizione del numero e della composizione delle delegazioni e dei loro alloggi avrebbe potuto portare a modificazioni dei piani originari, non mi risulta che ci siano state modifiche. Per quanto concerne, invece, la differenza di rapporti che ci può essere stata tra le ONG, tradizionalmente considerate nostri interlocutori, e il Genoa social forum, debbo dire che le informazioni pervenuteci erano quelle di una continua modifica, che poteva portare, che avrebbe portato, nel tempo, ad una diversa rappresentazione di queste organizzazioni legate all'evento di Genova. Non posso affermare che tali informazioni potessero ingenerare l'idea di una metamorfosi dei nostri interlocutori abituali - individuati nelle ONG - e di quelli che sarebbero poi confluiti nel Genoa social forum. In quest'ultimo erano presenti, come è stato ricordato poco fa, organizzazioni come Lilliput, ARCI e così via, con le quali abbiamo dialogato regolarmente.


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Come spiegare lo scarto tra il successo politico del G8, che indubbiamente c'è stato - ed è stato riconosciuto da tutti nostri partners, dalle Nazioni Unite, dal Segretario generale Kofi Annan, il quale non ne ha fatto mistero ed anzi ne ha parlato diffusamente a Genova e in altre occasioni successive - e questa immagine che, invece, ha prevalso, nei media - ovviamente -, dell'ordine pubblico e degli scontri. Ebbene, è un po' la stessa cosa che è successa, purtroppo, a Göteborg: l'attenzione dei media finisce fatalmente per essere attratta dal vandalismo, dalla guerriglia urbana, dalle tensioni.

LUCIANO VIOLANTE. Ricevevate informazioni dai Servizi?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Non in maniera specifica. Si aveva, del resto, una notevole informazione dai media. Il Secolo XIX ha rappresentato giorno dopo giorno, per mesi, su ciò che sarebbe accaduto a Genova, di quante organizzazioni sarebbero state presenti...

LUCIANO VIOLANTE. Mi riferivo proprio alle organizzazioni.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Debbo dire, presidente, che, per esempio, questa famosa espressione black bloc francamente l'ho sentita soltanto a Genova e non prima: è un'espressione che certamente mi avrebbe colpito, come credo abbia colpito tutti e che è venuta fuori quando ormai i manifestanti erano in piazza. Non ho mai sentito parlare di questi black bloc prima di quell'epoca. Avevo sentito parlare di alcune organizzazioni ed anche di alcuni slogan, quali: «Assediamone otto per liberare tutti!», oppure: «Dobbiamo entrare nella zona rossa!»; ho sentito cose di questo genere, ma quelli che le dicevano si guardavano bene dal dire che


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avrebbero compiuto queste azioni usando violenza; anzi, molti sottolineavano espressamente che le avrebbero compiute senza l'uso di armi, con le mani nude.
Ora veniamo all'immagine, alla guerra dell'immagine. Se consideriamo che erano presenti oltre 4.700 giornalisti, è lecito chiedersi se tutti costoro erano lì per seguire i lavori del vertice o perché erano incuriositi da quello che sarebbe potuto accadere nelle strade? Se facessimo un esame dei rappresentanti dei giornali, delle televisioni...

FRANCO BASSANINI. È successa la stessa cosa a Napoli.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Non ne dubito affatto, senatore. Ho l'impressione che non ci fosse realmente interesse, da parte di molti rappresentanti della stampa, a seguire i lavori del vertice. C'erano certamente quelli che si occupano di politica estera, dei problemi dello sviluppo, dei problemi dell'ambiente, dei problemi in generale della sicurezza alimentare, dei problemi dell'e-government; certamente c'erano dei corrispondenti molto attenti e molto competenti in tali materie. Credo, però, che anche l'idea di andare a Genova d'estate - perché parliamo di un periodo estivo, per lo più di vacanza - per vedere cosa sarebbe accaduto abbia animato molti rappresentanti della stampa. Di qui il paradosso, lo scarto tra un vertice che ha sorpreso tutti i delegati ed in particolare i Capi di Stato e di Governo - i quali hanno tenuto a manifestare al Presidente Berlusconi, nel corso di tutta la riunione, la loro ammirazione per l'organizzazione - e l'immagine che ne è risultata. Tra l'altro, voglio ricordare che sono stati portati a termine lavori in 19 cantieri, sono state rifatte 21 facciate di palazzi di via Gramsci: Genova è una bellissima


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città; lo era anche prima, ma è ancora più bella oggi e, per fortuna, i danni che ha sofferto non sono poi così gravi come erano apparsi dalle prime immagini televisive.
Sono stati realizzati lavori molto importanti soprattutto alla stazione marittima dove è ora in corso, e lo sarà ancora per qualche settimana, una mostra di opere d'arte della raccolta della Farnesina, raccolta che ci è stata chiesta dal sindaco Pericu, dal presidente Biasotti e da Marta Vincenzi. Si tratta di una vera e propria galleria nazionale d'arte moderna.
Si è dunque trattato di interventi tesi a rappresentare l'Italia di oggi, non abbiamo soltanto restaurato il palazzo Ducale, che è uno dei più bei palazzi d'Italia, ma abbiamo fatto vedere, soprattutto nella stazione marittima, ciò che, oggi, c'è di più tecnologicamente avanzato in Italia. Abbiamo ricevuto i complimenti del primo ministro giapponese, Koizumi, per la realizzazione di una rete informatica che consentiva a tutti i delegati ed a tutti i giornalisti di avere accesso, in tempo reale, a qualsiasi conferenza stampa ed a qualunque documento preparatorio del vertice, a qualsiasi dichiarazione ed a qualunque fatto che si riferisse, in qualche modo, all'agenda del G8. Tutto ciò è stato però, come ha detto il presidente Violante, in buona parte offuscato dai fatti che riguardano l'ordine pubblico. Spiegherei in questo modo il divario che ci è stato.
Le manifestazioni di solidarietà che immediatamente, in apertura del vertice, ci sono state, non appena si sono manifestati gli scontri e prima ancora di quella perdita di vita umana, hanno fatto pronunciare a tutti i Capi di Stato e di Governo parole di grande solidarietà ed appoggio al Capo del Governo italiano, così come ai rappresentanti della città e della regione Liguria ed agli abitanti di Genova. C'è stata un'unanime condanna della violenza ed un'espressione forte di


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appoggio e di solidarietà per ciò che stava accadendo. Tale condanna è stata ripetuta il giorno dopo, in apertura di riunione. Il secondo giorno, infatti, di nuovo, il presidente Chirac, il presidente Bush e gli altri hanno voluto una dichiarazione di condanna, a nome del G8, di ciò che stava accadendo a Genova, e, con questa, il rifiuto dell'inerzia di fronte a fenomeni che nulla hanno a che vedere con l'espressione del dissenso e con una manifestazione civile di opposizione. Allo stesso tempo hanno discusso di come agire in futuro.
La scelta del prossimo presidente di turno del G8, Jean Chrétien, è stata quella di tenere il vertice in un luogo piuttosto isolato, con un'unica via di accesso, nelle Montagne rocciose. È una soluzione: decidere di tenere il vertice laddove non siano possibili manifestazioni di vandalismo che mettano in pericolo vite umane e di diritti fondamentali delle persone a vivere in pace ed in tranquillità e a non vedere se stessi o le rispettive proprietà esposte a rischi.
Altra soluzione che è stata discussa è stata quella di tenere questi vertici in una cornice istituzionale stabile, non seguendo questa forma di diplomazia peripatetica per cui ci si incontra una volta in un luogo, un'altra volta in un altro, ma cercando, piuttosto, di concentrare le riunioni in alcune sedi deputate a tale fine. Questa linea di riflessione va avanti.
Una terza strada che non è alternativa ma accessoria, parallela a queste due, è quella di migliorare i sistemi di informazione tra i servizi di intelligence, istituire una banca dati sugli attori e gli organizzatori di queste manifestazioni violente, cercare di mettere insieme un sistema di controllo alle frontiere più efficace in occasione di queste riunioni, creare una maggiore cooperazione giudiziaria internazionale in occasione di vertici di questo tipo, definire delle regole per


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il mantenimento dell'ordine pubblico, formare delle forze di polizia meglio adeguate a fronteggiare fenomeni di questo tipo e poi la diffusione delle migliori prassi, le best practices, cioè uno scambio di informazioni su ciò che si impara in queste occasioni.
Un'altra corrente di pensiero porta invece a mantenere aperto un dialogo con le organizzazioni non governative, a capire le preoccupazioni e le attese di tanta parte della società civile che ha un interesse reale a vedere discussi questi temi e cercare di svolgere un'azione di informazione presso i media e presso coloro che si fanno, poi, portavoce dell'azione dei Governi, perché vengano meglio compresi gli obiettivi di queste riunioni.
Spero di aver risposto alle sue domande.

PIERLUIGI PETRINI. Buongiorno ambasciatore; le domande che avevo intenzione di rivolgerle sono già state poste. Le risposte, tuttavia, invece di soddisfarmi, hanno generato in me perplessità che ora le esporrò. Non si tratta quindi di domande: veda se riesce, in qualche modo, a confutarle.
La prima è la seguente: mi sembra che lei cerchi di sminuire il ruolo del Ministero degli affari esteri e specificatamente il suo ruolo in questa situazione. Lei dice che il Ministero degli esteri ha incentrato la propria attenzione sulla definizione dei temi e sull'organizzazione, in genere, del G8, e tuttavia c'è un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che delega il Ministero degli affari esteri ad esercitare i compiti del Presidente del Consiglio stesso concernenti l'attuazione della legge n. 149 del 2000 avvalendosi della struttura di missione; quindi il Ministero degli affari esteri diventa, a tutti gli effetti, il soggetto responsabile della organizzazione del G8. D'altra parte è difficile pensare che si possa disgiungere l'organizzazione in senso stretto da quelli che sono i problemi


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dell'ordine pubblico; le due cose vanno necessariamente insieme, tant'è vero che nella struttura di missione afferiscono tutte le competenze di questo tipo. A riprova di questo, noi abbiamo un documento del prefetto di Genova che ci dice che, prima ancora di convincere le delegazioni estere ad accettare la soluzione dell'alloggio navale, è stato lei il proponente di questa soluzione. Il prefetto ci dice che il Segretario generale del Ministero degli affari esteri ha proposto la soluzione delle navi albergo per le delegazioni ed è quindi chiara la sua preoccupazione e competenza in ordine ai problemi non soltanto logistici ma anche di ordine pubblico, perché logistica e ordine pubblico, in questo caso, sono tutt'uno.
A dimostrazione di ciò vale ancora il fatto che sia stato il Ministro degli affari esteri - e precisamente il ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi - ad incaricare l'architetto Paolini del rapporto con le organizzazioni non governative, sempre per questo motivo. Allora risulta altrettanto chiaro che, nel momento in cui da parte del ministro degli affari esteri lei viene nominato supervisore, in qualche modo ella diventa la massima autorità ed ha la massima responsabilità nell'attuazione del G8.
La seconda perplessità riguarda il modo in cui sono state condotte queste trattative. Pensare che fosse possibile convincere i manifestanti della bontà degli intenti del G8 mi sembra utopistico per usare un termine - diciamo - non offensivo. Come diceva il senatore Bassanini, è chiaro che vi è una contestazione radicale in ordine allo stesso G8, cioè viene contestata in generale, in modo primario questa enorme diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze che il vertice del G8 - che un po' impudicamente si chiama riunione degli otto grandi - rappresenta; quindi in questo senso, la contestazione è radicale.


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Un rapporto - peraltro doveroso e positivo - con queste organizzazioni e con questi contestatori, era necessario, ma non in quei termini. Bisognava stabilire il modo in cui essi potessero rappresentare la loro contestazione in modo comunque controllabile per l'ordine pubblico e per la struttura.
Sostanzialmente è questa la mia perplessità: come si poteva pensare che un'assicurazione da parte di un mondo così evanescente, magmatico, privo di una struttura gerarchica definita, potesse in qualche modo risolvere la situazione nel momento in cui c'erano delle informazioni e delle esperienze - vedi Göteborg - le quali ci dicevano che queste manifestazioni sarebbero state parassitate da componenti che avevano come primario obiettivo la violenza? Da qui derivano le mie perplessità.

PRESIDENTE. Grazie senatore, le ricordo che è terminato il tempo assegnato al suo gruppo.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Signor presidente, ringrazio il senatore Petrini per aver voluto porre queste domande.
Non credo di aver fatto nulla per dare l'impressione di voler sminuire il ruolo del Ministero degli affari esteri ed il mio personale, anzi credo di aver rivendicato proprio alla Farnesina e all'azione che ho potuto svolgere in quei due mesi un ruolo particolarmente significativo. Praticamente eravamo arrivati alla prima metà di aprile e non sapevamo neppure dove avremmo potuto sistemare le delegazioni. Alle proposte fatte precedentemente, non da me, ma dalla missione di struttura - prima che io mi occupassi di questi problemi - di prendere alloggio sulle navi, tutte le delegazioni avevano risposto in maniera negativa. Io non ho proposto di portare le delegazioni sulle navi, ma poi sono riuscito a convincerle ad


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alloggiarvi, mentre altri non ci sono riusciti. Vorrei chiarire che sono stato io, dall'inizio, a negoziare prima con i francesi poi con gli altri. Francamente non vedevo soluzioni alternative. Ho ricordato poco fa la scarsa ricettività alberghiera di Genova: non so che cosa sarebbe successo se non fossimo riusciti a portare le delegazioni sulle navi. Ribadisco comunque che non si può affermare che sia stato io a proporre di utilizzare le navi per alloggiare le delegazioni.

PIERLUIGI PETRINI. Questo lo ha detto il prefetto.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Ripeto che io non ho fatto nulla per affittare le navi - ringrazio chi lo ha fatto -; so soltanto che i tentativi di convincere le delegazioni a prendervi alloggio erano tutti falliti finché ho cominciato ad occuparmene personalmente. Non vorrei sminuire il mio ruolo, poiché credo che sia stato abbastanza significativo.

PIERLUIGI PETRINI. Ho usato questa argomentazione proprio per affermare che...

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Benissimo, la ringrazio! L'ordine pubblico certamente non è un compito che spetta alla Farnesina, non ce ne siamo mai occupati, forse potremmo occuparcene in futuro, ma certo non oggi.
La Farnesina non si occupa di ordine pubblico. Noi prendiamo atto di quello che fa chi si occupa di ordine pubblico, possiamo anche dare dei suggerimenti, ma non possiamo assumerci responsabilità...

MARCO BOATO. Sarebbe extra legem.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Signor presidente, se permette vorrei rispondere. Ho dichiarato dall'inizio che era


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presente un prefetto nella struttura di missione, che poi fu successivamente sostituito. Il prefetto che fa parte della struttura di missione dialoga con il proprio dicastero, quindi fa riferimento a quanto gli viene detto dal Viminale per fare le sue considerazioni. Una volta definita la zona rossa, posso dire che con questa non abbiamo avuto niente a che vedere, l'abbiamo vista solamente disegnata; bisognava semplicemente trovare il modo di risolvere i vari problemi che, tra l'altro, abbiamo risolto molto bene. Come molti forse avranno notato, anche seguendo i programmi televisivi, l'arrivo al palazzo Ducale si è svolto con una precisione raramente raggiunta. Tutte le delegazioni sono arrivate, sono state accolte e portate nella sala di riunione; tutto si è svolto in maniera assolutamente perfetta.
Noi ci assumiamo tutte le responsabilità come Ministero degli affari esteri per aver svolto una supervisione affinché il vertice si svolgesse con successo. Credo che da questo punto di vista noi abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Non posso sostenere che la presenza nella struttura di missione - che, come ha ricordato il senatore Petrini, passava effettivamente dalla supervisione della Presidenza del Consiglio a quella del Ministero degli affari esteri - abbia avuto un'influenza ai fini della sicurezza, perché la presenza nella struttura di un funzionario del Viminale non vuol significare che egli prendesse ordini da noi o che noi fossimo in grado di dargli istruzioni. Come è stato appena detto dall'onorevole Boato, avremmo agito extra legem.
Il senatore Petrini ha fatto un accenno alla presenza nella struttura di missione dell'architetto Margherita Paolini, che io ho avuto modo di conoscere e di incontrare più volte durante il periodo in cui mi sono occupato del vertice.

MARCO BOATO. Lo avevo chiesto anch'io prima.


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UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Mi scuso: avevo dimenticato di riprendere questo punto. L'architetto Paolini credo abbia svolto un'azione molto attenta, ben fatta ed intelligente di collegamento con le organizzazioni non governative. Ha anche riferito regolarmente ed aiutato a capire l'eterogenea composizione che avevamo davanti. L'affermazione secondo la quale noi abbiamo agito forse con eccessiva aspettativa, in maniera utopistica, con delle organizzazioni - è stato detto prima - che potevano avere obiettivi molto radicali, ambigui ed altro, non è da me del tutto condivisa.
Io stesso, ad esempio, ho avuto occasione di incontrare ONG cattoliche che il 7 luglio, a Genova, hanno presentato un manifesto: mi hanno chiesto di commentarlo e di esprimermi in merito ad esso. Non potevo non approvare quasi completamente il contenuto di quel manifesto, con il quale si chiedeva, ad esempio, un processo credibile ed autentico di riforma delle Nazioni Unite: l'Italia è in prima linea riguardo questa richiesta; ci si chiedeva di affrontare tutti i conflitti, anche quelli interni: grazie a noi sono stati inseriti, nella discussione del vertice, due temi ai quali non aveva mai pensato nessuno. Il primo tema riguarda il ruolo delle donne nei conflitti (donne, quindi società civile), perché finora la donna era stata considerata solamente come vittima nei conflitti civili, mentre è un soggetto attivo per il ruolo che svolge nella famiglia, come educatrice, perché sostiene gli aspetti più drammatici di un conflitto. Abbiamo inoltre inserito nella discussione del vertice la questione del ruolo delle imprese private nei conflitti, perché riteniamo che sarebbe necessario aiutare la destinazione degli investimenti a scopi di sviluppo sociale, così come l'adozione di un codice di condotta che favorisca lo sviluppo sostenibile. Abbiamo detto che volevamo rafforzare il ruolo della società civile nelle aree


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di conflitto: questo ci veniva chiesto dalle organizzazioni cattoliche, dal loro manifesto, che non ho potuto non condividere. Tali organizzazioni ci chiedevano di combattere il mercato delle armi, di fornire maggiori informazioni su tutte le operazioni di vendita e di acquisto e di non destinare ad esse nessuna copertura finanziaria pubblica: abbiamo detto loro che in tema di vendita di armi l'Italia è all'avanguardia, è il paese che più rigorosamente pone limiti, quello che cerca di esercitare la maggiore trasparenza. Il manifesto cattolico citava i problemi dell'ambiente: non potevo non condividere il contenuto del protocollo di Kyoto, così come la necessità di aumentare l'aiuto pubblico allo sviluppo o di combattere la malnutrizione e le epidemie. Non posso dunque condividere una illustrazione dell'attività delle ONG esclusivamente negativa, perché con molte di esse lavoriamo regolarmente: ne ho parlato più volte con il cardinale Tettamanzi, con il professor Riccardo Moro, con il professor Ferrucci e con molti altri. Non credo che quello delle associazioni sia un universo solo magmatico, dalle strutture non definite...

PIERLUIGI PETRINI. Parlavo del Genoa social forum, ambasciatore, non mi faccia dire quello che non ho detto...

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Senatore, è stato ricordato che anche nel Genoa social forum esistono organizzazioni come Lilliput od altre, con le quali dialoghiamo regolarmente.
Vorrei anche ricordare che, in occasione del vertice organizzato dalla Repubblica federale tedesca a Colonia, si tennero delle grandiose manifestazioni di ONG che chiedevano l'annullamento totale o parziale dei crediti vantati dai paesi del G8 nei confronti di quelli in via di sviluppo: queste non furono per niente «parassitate» - uso l'espressione impiegata dal


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senatore Petrini - da organizzazioni violente. Non credo, quindi, che sia utopistico il tentativo di dialogare con queste ONG, ritengo anzi che esse abbiano portato in prima linea attese della società civile, di cui i Governi debbono farsi carico e che abbiamo il dovere di approfondire insieme, non di scartare e di allontanare. Certo, ha ragione il senatore quando parla...

PIERLUIGI PETRINI. Non ho mai detto che è utopistico un dialogo con le organizzazioni non governative...

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Mi scusi se ho dato questa impressione, senatore.
Parlando delle trattative che abbiamo condotto, mi sembrava di aver colto nelle sue parole che fosse utopistico da parte nostra pensare che si potesse dialogare con organizzazioni radicali. Credo che lo stesso Genoa social forum rappresenti una realtà più variegata di quanto non appaia. Chiedo scusa perché forse ho parlato troppo a lungo.

GRAZIA LABATE. Ambasciatore Vattani, premesso che chi le parla è anche deputato di Genova ed ha quindi seguito con particolare attenzione la sua relazione riguardo le modalità con cui è stato preparato il vertice, desidero soffermarmi sulla riunione del 28 giugno tenutasi alla Farnesina con i rappresentanti del Genoa social forum. Il collega Soda ed altri, tra i quali l'onorevole Boato, le avevano chiesto se si era a conoscenza dei partecipanti a quella riunione. Sono rimasta molto impressionata nel notare nell'elenco anche la sigla Ya basta!: durante questo faticoso lavoro di agosto - convinti tutti di svolgere bene il nostro lavoro istituzionale per giungere ad un obiettivo di verità - abbiamo letto molto attentamente sia i fascicoli che ci sono stati forniti dalle strutture che hanno


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provveduto alle questioni di ordine pubblico, sia un ricco materiale - anche riservato - che ognuno ha studiato con attenzione, rispettandone la riservatezza. Dal materiali pervenuto apprendiamo - poiché troviamo le date e i soggetti a cui viene inviato un rapporto poderoso del gabinetto della questura di Genova e relazioni a livello di intelligence, svolte addirittura dal 2000 fino ai giorni del vertice G8 - che nei mesi di maggio e di giugno alla Presidenza del Consiglio, struttura della missione, alla Farnesina, oltre che al Viminale, vengono fornite ampie analisi circa la natura dei movimenti. Per questo ho avuto un sussulto nel vedere la sigla Ya Basta! compresa nell'elenco dei presenti a quell'incontro: nelle analisi, la troviamo nel blocco giallo, con un fitto elenco di azioni violente che si suoi aderenti sarebbero apprestati a compiere nella nostra città.
L'altra domanda riguarda il fatto che abbiamo notizia che, dopo la riunione del 28 giugno le trattative sono proseguite fino all'ultima riunione del 14 luglio. Mi permetterei di chiederle (se lei è in grado di rispondermi), quali garanzie si sono ottenute dal movimento, e da chi, riguardo l'atteggiamento non violento. Gradirei sapere se da quelle trattative siano emerse maggiori elementi di chiarezza o di sicurezza per i vertici centrali dello Stato.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Circa la riunione del 28 giugno alla Farnesina, credo di aver riferito poco fa che sapevamo solo che sarebbe arrivato un certo gruppo, ma soltanto quando si sono presentati - non sapevamo neppure esattamente chi fossero, perché conoscevamo solamente due persone - abbiamo progressivamente compreso che avevamo di fronte diverse componenti... (Interruzione del deputato Boato). Forse avevano indicato la delegazione, ma per noi quei nomi non significavano molto, non eravamo in grado di


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comprendere esattamente la situazione. Abbiamo ascoltato, naturalmente, le loro posizioni: non posso parlare di garanzie, ma certamente i rappresentanti del Genoa social forum presenti alla Farnesina il 28 giugno fornirono rassicurazioni che non ci sarebbero stati atti di violenza e che anzi, consentendo loro di manifestare pacificamente, si sarebbe determinato un isolamento dei violenti e si sarebbe facilitato lo svolgimento di eventi di carattere pacifico anche se, naturalmente, di dissenso e contestazione riguardo lo svolgimento del vertice del G8. Dopo il 28 giugno, come Farnesina, non abbiamo più avuto occasioni di incontrare il Genoa social forum.
Per parte mia, ho riferito poco fa che ad un incontro che ebbi, su loro richiesta, con le associazioni cattoliche al teatro Carlo Felice di Genova...

MARCO BOATO. È stato anche animato!

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. È stato animato, però devo dire che si è svolto tutto in maniera molto positiva, anche se la stampa certe volte sottolinea alcuni aspetti e non altri. Nel corso di tale incontro mi fu consegnato il manifesto a cui ho fatto riferimento poco fa, che del resto, ho potuto commentare, molto favorevolmente per la maggior parte dei punti che sollevava.

GRAZIA LABATE. Scusi presidente, non intendo fare una nuova domanda, ma vorrei che l'ambasciatore Vattani, avendo detto che non era a conoscenza neanche del blocco nero, rispondesse alla mia domanda cioè se era a conoscenza di questo documento che faceva parte del materiale dell'ordinanza, in cui i blocchi erano tutti ben definiti.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Non ne ero a conoscenza.


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MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. La ringraziamo, ambasciatore, per la sua chiara relazione e per le esaustive risposte che lei ha dato alle nostre domande.
Lei ci ha già riferito che il ritardo nelle indicazioni delle delegazioni non ha minimamente turbato la preparazione che era già avvenuta, in quanto la zona rossa e l'indicazione dei punti strategici in cui si sarebbe dovuto svolgere il vertice, erano già individuati. Però, mi ha colpito un aspetto: fino ad aprile 2001, nulla o poco si sapeva, delle indicazioni delle delegazioni.
Mi domando, allora, visto che è stato incaricato proprio in quella data, se lei abbia informato continuamente - così come penso sarebbe dovuto avvenire - sia il ministro degli esteri Dini, sia il ministro dell'interno, sia il Presidente del Consiglio Amato, dei ritardi che si stavano registrando e se i ministri ed il capo del Governo, nell'ambito dei loro poteri e delle loro competenze, siano intervenuti presso gli Stati stranieri affinché accelerassero le procedure di competenza perché poi il vertice si potesse svolgere nella massima tranquillità. Mi domando, quindi, se vi siano state omissioni sotto tale profilo.
Un'altra domanda che mi pongo - visto che lei ha riferito che nella relazione del G8 era stata inserita la remissione dei debiti, nonché l'erogazione di contributi per combattere la malnutrizione, per la cura delle malattie od altro - e dato che erano sorti dubbi in proposito - è se la remissione dei debiti dovesse avere poi una legittimazione democratica da parte di altri organismi o se fosse sufficiente che essa avvenisse da parte dei creditori. Allo stesso modo, mi domando se la raccolta e l'erogazione dei contributi per la malnutrizione e la cura delle malattie avrebbero compromesso o delegittimato il


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potere e le competenze degli Stati interessati qualora fossero avvenute per iniziativa degli Stati più ricchi, ossia quelli del G8.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Quando ho iniziato a seguire i problemi dell'organizzazione del G8, non ho avuto bisogno di informare il ministro Dini o il Presidente del Consiglio Amato, perché sapevano prima di me che non si era riusciti, fino a quel momento, a far salire a bordo nessuna delegazione. Avevamo avuto, infatti, delle risposte negative da parte di tutti. Quindi, non c'era bisogno da parte mia di informare qualcuno, che in realtà già informava me di questo.
Con riferimento al problema degli interventi, posso dire che certamente furono fatti interventi ed altro ancora. Ricordo il periodo: eravamo in fase quasi pre-elettorale. Da parte dei rappresentanti di questi paesi c'era una netta preferenza - come mi pare di aver già ricordato - per sistemarsi, come è sempre avvenuto, ciascuno nel proprio albergo. Questa, infatti, è stata la prima volta in cui siamo riusciti a riunirli tutti insieme, perché, normalmente, la regola è un'altra: ogni delegazione sceglie il proprio albergo e lì si stabilisce. Quindi non c'è nulla di strano; piuttosto, è curioso essere riusciti a farli convivere tutti nella stessa nave.
Per quanto riguarda i temi del G8, ricordati dalla senatrice Ioannucci, vorrei dire che le decisioni assunte nel quadro del G8 sono decisioni che ciascun paese si impegna a mantenere e ad attuare attraverso procedure che spesso, come ha ricordato la senatrice Ioannucci, sono tipiche di altre organizzazioni internazionali. Per quanto riguarda, per esempio, l'importante fondo che è stato costituito per la lotta contro l'AIDS, la tubercolosi e la malaria, l'Organizzazione mondiale della sanità avrà un ruolo molto importante nel valutarne i principi di attuazione. Per quanto riguarda la cancellazione


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dei debiti, parimenti, le procedure relative si realizzano nell'ambito di altre organizzazioni internazionali in cui vengono registrati gli impegni dei singoli paesi del G8 e vengono poi definite alla Banca mondiale o al Fondo monetario o al Club dei dieci a Parigi.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Scusi presidente, non intendo fare un'altra domanda, ma solo chiedere all'ambasciatore Vattani se di questi interventi, che ci dice ci siano stati da parte del Governo Amato, vi siano atti o documenti che ne diano la dimostrazione.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Gli interventi di questo tipo avvengono per via diplomatica, agendo direttamente sugli ambasciatori accreditati a Roma, oppure attraverso la nostra rete diplomatica nei paesi del G8; possono avvenire per nota verbale, così pure, come sono anche avvenuti all'inizio da parte mia, partecipando a riunioni degli «sherpa». Questi, sono i nostri normali modi di agire nei confronti degli altri Stati per rappresentare le nostre attese. Ci sono, dunque, certamente e sono stati fatti ripetutamente.

PRESIDENTE. La collega Labate prima ha chiesto all'ambasciatore se era a conoscenza delle tute bianche e dei rappresentanti di Ya basta! Questa sera avremo un identico problema, perché nella lettera di convocazione al dottor Agnoletto lo stesso ci ha chiesto di essere accompagnato da quattro persone, tra le quali anche Chiara Cassurino che dovrebbe essere la legale rappresentante o la portavoce di Ya basta! Poiché dobbiamo decidere circa l'ammissione o meno di queste persone, la prego di riferire al suo capogruppo al fine di valutare insieme l'ammissibilità o meno.
Mi scuso con il senatore Petrini, perché ha ancora a disposizione un minuto.


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Posso dunque dare, ma solo per un minuto, la parola al collega Sinisi.

GIANNICOLA SINISI. Dalla stampa del 14 luglio leggo che il ministro degli esteri prosegue l'iniziativa del dialogo, incontra settanta ONG e riscontra un'apertura mai verificata in altri vertici da parte dei manifestanti. Le chiedo, ambasciatore, se c'è stato questo incontro il 13 luglio con settanta ONG ed eventualmente con quali ed, inoltre, quali sono state le conclusioni di tale incontro.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Personalmente di questo incontro ho letto solo sulla stampa, perché in quei giorni ero fuori, a Genova. Non ricordo se avvenne ai margini di una riunione internazionale alla quale partecipò il ministro Ruggiero. Potrei verificare, ma, ripeto, non ero a Roma e credo di ricordare che forse si svolse proprio ai margini di una riunione internazionale, forse a Roma o all'estero, ma non ricordo.

FRANCESCO NITTO PALMA. Le rivolgo una sola domanda, concordata con il nostro capogruppo, onorevole Saponara, che è stata già formulata dal presidente Violante e poi, con un successivo approfondimento, dal senatore Petrini. Sostanzialmente lui ha già risposto dicendo di non avendo ravvisato, al di là della composizione numerica o di altre caratteristiche, rilevanti differenze tra i contatti tenuti in precedenza con le organizzazioni governative e quelli avuti successivamente con il Genoa social forum, all'interno del quale erano ricomprese anche organizzazioni non governative (che, per prassi, si rapportano con voi). Tra l'altro, i contatti con il Genoa social forum, avevano avuto inizio nell'aprile 2001, quando era ancora in carica il Governo Amato. La mia domanda ha lo


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scopo di chiarire se - come ha detto il presidente Violante - dalle forze dell'ordine vi fossero giunte notizie su tale organizzazione. In particolare: quando avete tenuto le riunioni con il Genoa social forum, alle quali lei ha partecipato, presso il Ministero degli affari esteri e in altre occasioni, eravate a conoscenza, dalle intercettazioni telefoniche, dalle acquisizioni informative e dalle investigazioni che erano in corso, che era stato acclarato che talune componenti, facenti capo al cosiddetto blocco giallo inserito nel Genoa social forum, avevano organizzato e deciso azioni violente nel corso del summit e che di conseguenzas - specialmente dopo la vittoria del centrodestra nelle elezioni politiche - i rapporti con il Genoa social forum erano da considerarsi non affidabili?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Mi sembra di aver detto che con il Genoa social forum è stata fatta una sola riunione, in occasione dell'incontro alla Farnesina con i ministri Ruggiero e Scajola, e non confermo che mi fossero giunte informazioni dell'esistenza di frange più violente tra di loro; infatti, se fosse stato così, il nostro comportamento sarebbe stato diverso - come ha ricordato un momento fa il presidente - perché ci saremmo posto almeno il problema.
Ho voluto ricordare l'evoluzione di questo dialogo, essendo sempre stato presente - nel corso di tutta la presidenza italiana - il rapporto con la società civile e ritenendo importante - prima ancora che entrassi in scena con la preparazione del vertice - il confronto con tali associazioni, che comunque continueremo ad avere anche dopo quello che poi è accaduto.
Che si veda la nascita di una rappresentanza di queste organizzazioni è un fatto puramente volontario; dall'enorme galassia di ONG, si arriva da 746 persone a 10 persone. È un processo interno che si svolge lentamente (alcuni emergono,


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altri scompaiono, e non è detto che coloro che emergono, debbano poi essere sempre presenti). Quindi, conoscere che cosa esattamente pensano gli interlocutori - come per esempio è avvenuto durante quella riunione - non si può che prendere at face value, cioè per quello che essi dicono. Non abbiamo infatti elementi per mettere in dubbio ciò che dicono. Abbiamo preso atto delle assicurazioni date sulla loro intenzione di organizzare manifestazioni pacifiche, con un alto numero di partecipanti durante le giornate del vertice e in zone che non fossero del tutto insignificanti. Se, infatti, avessimo proposto loro di farle a Valenza Po, sicuramente non ci avrebbero preso in considerazione.

LUCIANO VIOLANTE. Con tutto il rispetto per Valenza Po.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Sì, con tutto rispetto per Valenza Po, che è una ridente e bellissima cittadina.

PIERLUIGI PETRINI. Chiedo di parlare per una precisazione.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIERLUIGI PETRINI. La risposta dell'ambasciatore alla mia domanda mi ha suscitato, seppure indirettamente, pensieri a me estranei. Non ho mai affermato che la Farnesina avesse o dovesse avere competenze di ordine pubblico: questo è ovvio. Ho invece affermato che la Farnesina presiedeva quel momento di coordinamento fra le varie competenze, rappresentato dalla struttura di missione. Inoltre, non ho mai affermato che sia utopistico, e quindi inutile, un rapporto dialogico con le organizzazioni non governative: il mio pensiero è esattamente l'opposto ed ho grande stima di esse. Ho affermato, invece, che fosse utopistico un dialogo volto a convincere il


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mondo dell'anti-global della bontà del G8 (contestando esso direttamente la stessa essenza del G8) e che fosse altrettanto utopistico pensare di ottenere, da una struttura così evanescente come il Genoa social forum, rassicurazioni sull'ordine pubblico.

PRESIDENTE. Sicuramente il resoconto stenografico dell'odierna seduta terrà opportunamente conto delle sue precisazioni.

MARCO BOATO. Desidereremmo avere i documenti dell'incontro.

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Certamente, vi consegnerò al più presto il manifesto e il comunicato finale del vertice.

LUCIANO VIOLANTE. Esistono i verbali della struttura di missione?

UMBERTO VATTANI, Ambasciatore. Posso chiedere al ministro Vinci Giacchi, che è il presidente della struttura di missione.

PRESIDENTE. Ringrazio l'ambasciatore Umberto Vattani, rinnovando la richiesta di farci pervenire al più presto i documenti che si è riservato di mettere a disposizione del Comitato.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 12,20, è ripresa alle 12,35.


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Audizione del ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura puramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica delle seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Ministro Vinci Giacchi, la ringrazio personalmente e a nome del Comitato per aver accettato l'invito di riferire sui fatti di cui è a conoscenza relativamente al vertice G8 di Genova. Lei mi ha anticipato di non aver preparato una relazione: le chiederei comunque di illustrarci il compito da lei svolto in relazione al vertice.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Signor presidente, onorevoli membri della Commissione di indagine parlamentare, sono il responsabile della struttura di missione della Presidenza del Consiglio per l'organizzazione dell'anno di presidenza italiana del G8 e del vertice di Genova. Sottolineo in modo breve questo punto, in quanto la struttura di missione ha il compito di organizzare l'intero anno di


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presidenza : non si tratta quindi solo della pianificazione del vertice di Genova, ma anche della predisposizione di tutte le riunioni preparatorie a livello funzionari e di quelle successive al vertice di Genova per dare attuazione alle indicazioni che il vertice stesso ha fornito ai ministeri interessati. Ricordo che la presidenza del G8 dura un anno e che il 31 dicembre passerà, in ordine alfabetico, al Canada.
L'istituzione della struttura di missione ha innovato leggermente rispetto alla prassi che tradizionalmente lasciava al Ministero degli esteri l'organizzazione di questo tipo di riunioni. Si decise ciò in base al fatto che la nuova disciplina dell'organizzazione della Presidenza del Consiglio consente l'attivazione immediata di una struttura con poteri, direi, quasi da commissario di Governo, il che permette al titolare della struttura stessa di disporre di una contabilità speciale e di agire, in termini economici, molto rapidamente (sperando di trovare il vaglio della Corte dei conti nel momento in cui rendiconteremo la nostra attività). Ciò ha sicuramente consentito alla struttura di fornire risposte immediate a tutte le esigenze che si sono presentate, nonché ha permesso di adattare in corsa le decisioni assunte, come veniva suggerito dal procedere degli eventi. Sottolineo anche questo particolare perché, ad esempio, la riunione dei ministri degli esteri, che era stata originariamente prevista a Portofino all'antivigilia del vertice, venne poi trasferita a Roma per ragioni di opportunità e per le complicazioni logistiche che questa avrebbe comportato: ebbene, il fatto di disporre di una struttura agile anche sul piano amministrativo ha consentito di rispondere a questo tipo di esigenze.
La struttura di missione è composta, oltre che dal sottoscritto, da una serie di funzionari designati dalle amministrazioni interessate; in particolare, ricordo che è stato sempre


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presente un responsabile del Ministero dell'interno, cioè il prefetto Aldo Gianni, fino al 30 giugno e di seguito, causa il raggiungimento del limite di età da parte di questo, il prefetto Andreassi.
La struttura di missione agiva quasi come un consiglio di amministrazione, nel senso che i componenti si riunivano periodicamente, si informavano sui fatti che venivano maturando per poi ciascuno riferire al proprio ministero per la parte di propria competenza. Inizialmente alla struttura di missione venne raccomandato di integrare tra i propri componenti una persona di cui avete sentito sicuramente parlare, cioè l'architetto Margherita Paolini: si tratta di persona ben conosciuta nel mondo delle ONG, avendo curato parecchi programmi di cooperazione, missioni umanitarie in Bosnia e così via, anche in collaborazione con il Ministero degli esteri. Nell'ambito della struttura di missione era infatti sembrata utile la presenza di una persona che non fosse organicamente inserita in una struttura ministeriale, che potesse svolgere una funzione di informazione e di consulenza e che, inoltre, potesse essere conosciuta, e quindi non osteggiata, dai gruppi che si opponevano all'organizzazione del G8. Tutto ciò per poter avere anche nei confronti di questi ultimi la possibilità di raccogliere, attraverso di lei, informazioni che potevano essere utili per lo svolgimento dei lavori della struttura stessa. Ricordo che il vertice di Genova veniva dopo una serie di riunioni internazionali, collegate in maniera più o meno diretta con il G8, dove già si erano verificate parecchie contestazioni e violente manifestazioni di piazza: ricordo Nizza, Davos ( dove da parte degli svizzeri si avvertì addirittura l'esigenza di chiudere il territorio), Göteborg e Praga (in entrambe le località si sono verificati incidenti notevoli). Sapevamo quindi che ci stavamo muovendo su un terreno


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delicato, per cui la struttura ha sempre tenuto presente questa esigenza e, nei limiti del possibile, ha cercato di raccogliere tutte le indicazioni che potevano essere utili anche ai fini della prevenzione, benché il controllo di tali manifestazioni non fosse di nostra competenza: la competenza del Ministero dell'interno in tale materia è stata infatti rispettata con molto rigore, non foss'altro per mancanza di tempo. Non vi sarebbe stato infatti il tempo necessario per occuparsi anche di tali questioni, considerati tutti gli aspetti che già dovevamo valutare.
La linea di condotta della struttura ha mirato ad impartire indicazioni favorevoli al dialogo: il dialogo venne proposto dal Presidente del Consiglio all'inizio della presidenza italiana; si cercò cioè di fare di Genova il primo G8 del dialogo. Era un vertice che prevedeva la presenza di un nuovo Governo americano e di un nuovo Governo italiano: per queste due nuove figure si aveva ben presente l'esigenza di cercare di facilitare al massimo, presso l'opinione pubblica, un'informativa su cosa fosse il G8 e sul perché questo non fosse il nemico dell'umanità come, semplificando, la stampa tendeva invece ad accreditare. Abbiamo quindi cercato il dialogo non solo con i gruppi che in qualche modo si sono poi riuniti nel Genoa social forum, ma con tutta una serie di componenti della società civile, proprio nel tentativo di dare un segnale a tutti coloro che volevano ascoltare e per evidenziare come, in effetti, non esistessero contrasti di fondo tra i temi di interesse del G8 ed i temi sostenuti dalla società civile.
Ricordo che abbiamo tenuto numerosi contatti con il mondo cattolico, con i giovani industriali, i quali hanno dedicato, per la prima volta, il loro convegno annuale al tema della delocalizzazione industriale; tema che preoccupa ovviamente la società industriale avanzata perché, con l'abbattimento


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delle frontiere e la globalizzazione, si avverte senza dubbio il rischio di trasferire energie produttive fuori dei confini nazionali. Abbiamo cercato il dialogo con le riviste specializzate e fornito un contributo di idee a Limes che ha realizzato un numero dedicato specialmente (probabilmente voi lo avete agli atti) ai movimenti contestatori, da Porto Alegre in poi. Abbiamo, anche, cercato un dialogo con gli studenti universitari. L'università di Genova ha voluto che incontrassi i giovani universitari per indicare loro i temi del G8 (tutte le cose che sto dicendo ho cercare di dirle anche a loro). Mi sono pure preso una torta in faccia (ma questa è una parte folcloristica e non particolarmente significativa)!
Il messaggio era: i nostri temi sono i vostri temi. I governi sono perfettamente consapevoli che occorre affrontare i problemi della povertà, delle malattie, del deterioramento dell'ambiente, del gap tecnologico, del tecnical divide (mi riferisco al fatto che con il progresso scientifico aumenta la capacità dei paesi industrializzati di avere risorse tecnologiche superiori, mentre i paesi in via di sviluppo fanno fatica ad arrivare al livello di alfabetizzazione), delle mutazioni genetiche (abbiamo avuto il fenomeno della mucca pazza), eccetera. La struttura, quindi, nacque come struttura della Presidenza del Consiglio.
Dopo un paio di mesi ci si rese conto che naturalmente l'aspetto Ministero degli affari esteri era di grande importanza soprattutto per la parte materiale, perché la struttura di tale Ministero era in grado di fornire una mano alla struttura di missione per quanto riguardava i contatti con la stampa, i giornalisti stranieri che annunciavano il loro arrivo.
Vi era il problema dell'accredito dei giornalisti, che non poteva essere fatto se non attraverso l'ufficio stampa del Ministero degli affari esteri, e di tante altre questioni tipicamente di competenza di tale Ministero: il cerimoniale, l'accoglienza,


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l'arrivo delle delegazioni, il trasferimento, gli ordini protocollari, gli ordini secondo cui dovevano essere esposte le bandiere.
Il trasferimento è avvenuto senza modifiche per quanto riguardava la struttura di missione. Anziché prendere indicazioni direttamente dal Presidente del Consiglio, le prendeva dal ministro degli affari esteri, appoggiandosi molto sulla struttura del Ministero.
Il compito principale della struttura era quello dell'organizzazione del vertice; essa ha dovuto, quindi, affrontare i problemi della scelta della società che avrebbe fornito il catering.
Il numero degli ospiti del G8 è molto significativo.
I delegati erano all'incirca 1.500-2.000, mentre i giornalisti 4.000-5.000. Abbiamo all'inizio formulato alcune ipotesi di base a cui, per fortuna, hanno corrisposto i numeri reali.
Il problema principale - come mi resi conto dopo i primi sopralluoghi era Genova dispone di 2000 camere di albergo in tutta la città (mi riferisco a quelli con tre o quattro stelle, adatti quindi ad accogliere gli ospiti, inclusi i giornalisti). In tutta la riviera, da Sanremo fino a La Spezia, vi sono sei o sette mila camere complessivamente. Pertanto, l'idea di sparpagliare gli ospiti su un territorio così vasto con il problema dei collegamenti, cioè di consentire loro di arrivare a Genova in tempo per lavorare, è stata immediatamente considerata come uno dei problemi principali. Avevamo, addirittura, ipotizzato di spostare un numero rilevante di giornalisti a Milano, organizzando una navetta ferroviaria; ciò, tuttavia, sembrò alle autorità locali un chiaro segno di inadeguatezza di una città che desiderava presentarsi come città di accoglienza e di interesse turistico.
Tale ipotesi, pertanto, l'abbiamo immediatamente scartata.


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È stata, pertanto, mantenuta l'opzione di prendere in affitto alcune navi (cosa non semplice, perché a luglio tutte le navi sono in crociera). Gli armatori che - come dico io - non sono membri della San Vincenzo sono stati ben lieti di mettere le navi a disposizione purché il Governo pagasse il corrispettivo della rinuncia ai loro benefici. Le prime due navi le definimmo il giorno 14 febbraio (lo ricordo perché era San Valentino); firmammo davanti ai notai di Genova l'accordo secondo il quale si metteva a disposizione della struttura una nave della Costa e la famosa European Vision, all'epoca ancora in costruzione nei cantieri francesi, il cui varo era previsto per il mese di giugno. La sua disponibilità a Genova era pertanto assicurata, in quella data, per i giorni del vertice.
Successivamente, con il crescere dei problemi logistici e con la continua possibilità di incidenti o di manifestazioni di piazza, anche pacifiche, ma certamente numerose, si è pensato che la cosa più opportuna fosse quella di cercare di concentrare al massimo la zona in cui la delegazione e la maggior parte dei giornalisti erano ospitati.
Abbiamo dovuto fare un pressante forcing con le delegazioni; l'ambasciatore Vattani ne avrà certamente parlato poiché il Ministero degli affari esteri ha compiuto un grosso sforzo per convincere le delegazioni straniere del fatto che l'alloggio sulle navi era altrettanto, se non ancora più, confortevole rispetto a quello degli alberghi, e che ciò avrebbe ridotto le esigenze di spostamento, attenuando chiaramente i problemi dovuti all'esigenza di tutelare la sicurezza delle delegazioni. Il numero delle navi è stato in seguito aumentato. Le due navi, infatti, complessivamente ospitavano 1300 persone. Poiché i giornalisti americani hanno chiesto una nave per conto loro, ne abbiamo acquisito un'altra.


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Successivamente, in seguito alla decisione di chiudere il porto di Genova ai traffici ordinari e alla conseguente esigenza di spostare i collegamenti verso le isole (quelli con i traghetti) fuori della città di Genova, si sono resi disponibili due traghetti della Grimaldi che sono serviti per alloggiare i giornalisti. Le navi, pertanto, sono salite da due a sei, occupando l'intero porto di Genova. Questa è stata l'attività preparatoria della struttura di missione.
Le notizie che abbiamo raccolto sotto il profilo delle minacce provenivano soprattutto dalla stampa; non abbiamo avuto notizie dirette nella struttura di missione. La struttura di missione lavorava con il Ministero dell'interno semplicemente in un rapporto teso a facilitare il loro compito.
Evidentemente il restringere la zona dove erano alloggiate le delegazioni, l'abbandono dell'ipotesi di Portofino, lo sforzo fatto per persuadere gli americani, i quali ritenevano, per proprie ragioni, che il loro Presidente non potesse andare sulla nave... Non chiedetemi perché: probabilmente la CIA e il dipartimento insistevano perché il Presidente americano risiedesse in albergo.
Utilizzammo pertanto l'unico albergo situato nel porto di Genova, che, pur non essendo un albergo straordinario ed avendo soltanto centottanta stanze, ha soddisfatto le esigenze del Presidente americano e dei suoi più stretti collaboratori. L'altra parte dei collaboratori ha invece trovato alloggio su una nave a brevissima distanza.
Gli americani sono stati gli ultimi a persuadersi; altri paesi avevano opposto minore resistenza. Una volta accertate la disponibilità del Presidente Chirac, del Presidente Prodi, nonché del Presidente Berlusconi, il quale confermava la scelta delle navi, non vi sono stati particolari problemi a convincere la maggioranza delle delegazioni.


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Sotto questo profilo, ciò è stato fatto pur con la consapevolezza, dal momento che non era un mistero per nessuno, che i contestatori intendevano comunque cogliere l'occasione del G8 di Genova per una grande manifestazione, segnatamente e indicativamente, pacifica. Si prevedevano anche alcune manifestazioni preparatorie, di natura sindacale.
I cattolici decisero, grazie alla Divina Provvidenza probabilmente, di non partecipare a queste manifestazioni. Elaborarono dunque un documento che presentarono quindici giorni prima perché venisse preso in considerazione nell'agenda del vertice. Pertanto, focolarini e mondo cattolico si defilarono dalla grande manifestazione di massa. Quest'ultima era prevista per il giorno di sabato. Non sapevamo quali fossero le reali dimensioni di coloro che ritenevano che bisognasse comunque contestare il G8 in quanto tale, ovvero per il fatto che i rappresentanti degli otto grandi paesi del mondo non potevano decidere per il mondo intero.
Come detto, il nostro tentativo è stato quello di far passare un messaggio, affermando in fondo che gli unici in grado di aiutare i poveri sono i ricchi, dal momento che essi hanno i mezzi per farlo. Questo messaggio passava in tutti coloro che avevano effettivamente desiderio di contribuire e di accelerare processi quali la rimessione del debito e la soluzione dei problemi del sottosviluppo. Evidentemente tale messaggio non poteva passare in coloro che volevano cogliere l'occasione rappresentata dal G8 per manifestare violentemente.

LUCIANO VIOLANTE. Desidero chiederle in primo luogo se vi sono i verbali delle riunioni della struttura e se li può fornire.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Credo di sì. I pochi verbali delle riunioni della struttura esistono e


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sono certamente disponibili, essendo atti pubblici. Non ho alcuna difficoltà a fornirli. Tuttavia, non li troverà molto illuminanti, essendo di carattere specificamente organizzativo. Li fornirò senz'altro.

LUCIANO VIOLANTE. Lei ha parlato indifferentemente di un dialogo con organizzazioni non governative e con il Genoa social forum. In realtà essi sono enti diversi: le prime svolgono servizi a favore di soggetti esterni; le componenti del Genoa social forum non svolgono servizi, bensì sono organizzazioni puramente politiche. Da cosa fu determinato tale passaggio? Ovvero come si passò dal rivolgersi prima ad organizzazioni che, tutto sommato, erano impegnate sul terreno sul quale vi impegnavate voi, al dialogo con tutte le componenti del Genoa social forum?
La terza questione concerne il numero dei delegati. Mi sembra di capire che vi siano degli scarti notevoli tra le cifre che lei ha dato e quelle a nostra disposizione. Lei ha parlato di delegati: si tratta di un termine tecnico che esclude gli apparati tecnici, i servizi di sicurezza dei vari Capi di Stato, oppure li ricomprende? La cosa potrebbe aiutarci a capire. In ogni caso, può fornirci elementi precisi. Ciò potrebbe aiutarci a capire qual è stato il quadro dell'impegno da voi assunto.
Infine, avete avuto notizie dai Servizi sulle caratteristiche delle varie componenti del Genoa social forum?

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Inizialmente, il nostro primo contatto è stato con le organizzazioni non governative. Avevamo cercato, su indicazione della Presidenza del Consiglio, di indurre le quattro principali organizzazioni non governative nazionali a dedicare dei convegni ai temi...

LUCIANO VIOLANTE. Quali sono?


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ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Cito a memoria: l'IPALMO, il CESPI, lo IAI. Mi riservo di farle avere tutte le indicazioni. Ad esse fu suggerito di promuovere dei convegni sui temi del G8. Se ne tenne poi uno solo, quello di Firenze. Lo IAI si ritirò in buon ordine dopo il noto incidente, ovvero l'attentato di Roma. L'IPALMO si limitò a fare un numero speciale di politica internazionale. Il CESPI, per quanto ne sappia, non ha, a parte le collaborazione nell'incontro di Firenze, fatto nulla di significativo che io ricordi. Il Genoa social forum è venuto qualificandosi come un interlocutore genovese con cui noi personalmente non abbiamo avuto contatti.

LUCIANO VIOLANTE. Lei ha parlato di queste quattro organizzazioni che, se non ricordo male, hanno carattere politico- riflessivo, non di servizio. Dal momento però che voi vi occupavate di servizi, non avete pensato all'opportunità di prendere contatti anche con le ONG, da Medici senza frontiere ad altro, le quali si occupano in termini concreti dei problemi dei quali vi occupavate anche voi?

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Noi eravamo semplicemente destinatari di un certo numero di informazioni che potevano essere utili alla struttura per organizzare al meglio l'accoglienza delle delegazioni. Non abbiamo mai pensato di avere contatti diretti. Non era compito della struttura. C'erano tra l'altro le autorità locali che dialogavano regolarmente con il Genoa social forum.
Sulle delegazioni mi riservo domattina...

LUCIANO VIOLANTE. Stava spiegando il passaggio dalle organizzazioni non governative al Genoa social forum. L'ho interrotta quando lei diceva che lentamente poi è emerso il Genoa social forum. In che termini?


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ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. È emerso come interlocutore genovese, con base a Genova, il Genoa social forum. Esso ha cercato di aggregare tutte le organizzazioni non governative, tra le quali cui lei ha fatto riferimento. In ordine a questo aspetto sarà tuttavia più precisa la dottoressa Paolini. Mi sono limitato a prendere atto del fatto che diventava un interlocutore, anche perché le autorità locali lo consideravano il più accreditato strumento di dialogo con la contestazione.
Delle delegazioni le fornirò i dati. Se non ricordo male, eravamo intorno alle 1.700 delegazioni. Quando parlo di delegazioni, intendo quelle che ufficialmente i vari Stati hanno comunicato come tali. Esse comprendono però quasi tutti gli stranieri. Non c'erano da parte loro persone appartenenti alla sicurezza che non fossero inserite nell'elenco completo delle delegazioni. Non avrebbero avuto accesso nè tantomeno i badge per poter entrare nei palazzi. Su questo aspetto posso darle notizie, se non a memoria, con assoluta precisione.
Ultima osservazione: i Servizi non hanno mai informato la struttura di missione su quanto avevano raccolto per loro informazione.

LUCIANO VIOLANTE. Lei ha ricevuto informazioni del Ministero degli affari esteri? Credo che il ministero ricevesse queste informazioni: ve le ha trasmesse?

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Nemmeno il ministero degli affari esteri.

PIETRO FONTANINI. Signor ministro, lei ha parlato dell'architetto Margherita Paolini, persona vicina alla sensibilità dei gruppi che si riconoscono nel Genoa social forum. Potrebbe essere un po' più esplicito su questa persona? In particolare,


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vorrei sapere come è avvenuta la sua scelta e poi anche quale è stato il compenso che le è stato dato per i lavori che ha svolto.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Il compenso è stato di 50 milioni lordi. Riguardo alla scelta dell'architetto Paolini, venne un'indicazione dal segretariato generale di Palazzo Chigi, il quale riteneva - io non la conoscevo personalmente - che una persona appartenente al mondo delle organizzazioni non governative potesse agevolare la conoscenza delle indicazioni provenienti da questi movimenti che potevano interessare la struttura.

LUCIANO MAGNALBÒ. L'architetto Paolini, è un personaggio un po' misterioso, del quale vorremmo un'anamnesi per così dire, se fosse possibile: desidereremmo sapere da dove proviene...

PRESIDENTE. Mi scusi, senatore, le ricordo che talune domande potremo rivolgerle direttamente alla dottoressa Paolini.

LUCIANO MAGNALBÒ. Saluto con stima e simpatia, da parte del gruppo di Alleanza nazionale, il ministro Vinci Giacchi. Dal momento che l'argomento Paolini è ormai accantonato, vorrei chiedere al ministro cosa pensi del futuro della struttura a cui appartiene e che dirige, anche in vista dei vertici FAO e NATO, già programmati, e di altre occasioni di disordine ed eversione.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. La ringrazio del saluto personale. La struttura di missione termina il suo incarico il 31 dicembre. Essa ha ancora sei mesi di tempo per rendicontare alla Corte dei conti l'attività


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amministrativa. È nata per legge esclusivamente per l'anno di presidenza italiana del G8. Quindi, il mio compito e quello della struttura terminano con questo specifico incarico.
Qualche riflessione sarà utile su come rendere più funzionale la struttura di missione, che è uno strumento amministrativamente molto efficace, ma che se diversamente congegnata, anche meglio di quanto non abbiamo fatto noi, potrebbe far fronte adeguatamente alle responsabilità che le sono attribuite.

MARCO BOATO. Signor ministro, desidero innanzitutto associarmi ai complimenti per l'immane lavoro che avete svolto, e che, dal punto di vista dei fini, ossia garantire l'effettiva attuazione del G8, - mi riferisco agli aspetti organizzativi, non tanto a quelli politici che non competevano a lei - ha prodotto un risultato. Quindi, credo che sia giusto dare atto, anche pubblicamente, del lavoro che è stato fatto. È evidente che, per quanto riguarda il nostro Comitato di indagine conoscitiva, è utile conoscere la complessità anche dei problemi organizzativi, ma, dal punto di vista istituzionale, non è questa la materia di nostro principale interesse.
Condivido la domanda che le ha rivolto il presidente Violante perché le cifre che sono circolate, parlavano complessivamente di 8 mila persone per gli apparati degli 8 Stati e di 5 mila giornalisti. Sono cifre che ho letto ripetutamente sui giornali, però, siccome mi pare che lei stia parlando di una cifra complessiva di 8 mila persone, sarebbe utile che lei precisasse l'entità della cifra, come le aveva chiesto il presidente Violante. Ovviamente, a noi non interessano le singole unità, ma un quadro complessivo della dimensione del fenomeno, anche perché, da quanto si è capito, nello stesso vertice del G8 si è discusso di ridurre drasticamente queste delegazioni per le prossime conferenze.


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Per quanto concerne gli aspetti già accennati, vorrei sapere fino a che punto l'architetto Paolini - che non è persona «misteriosa» e che ascolteremo direttamente, essendo già stata convocata - abbia potuto svolgere un ruolo di contatto e mediazione con un mondo così composito e per definizione non istituzionale come quello delle ONG. Le organizzazioni non governative, sono accreditate spesso con lo status consultivo presso l'ECOSOC (tra l'altro, non tutte lo sono), ma anche il mondo non istituzionale è diventato più composito e complesso, via via che ci si è avvicinati alla data del G8. Riservandoci di rivolgere le domande direttamente alla persona interessata, le chiedo di informarci meglio al riguardo. A questo proposito, sono ben consapevole che la sua responsabilità della struttura di missione comporta come obiettivo l'esigenza principale di realizzare le strutture, l'organizzazione, la logistica e tutto il resto, perché il G8 si svolgesse nel migliore dei modi, e che certe soluzioni organizzative erano anche finalizzate a depotenziare i problemi di sicurezza (le navi, gli spostamenti e così via). Per quanto riguarda, però il profilo degli altri problemi che stavamo affrontando, nella documentazione in nostro possesso, c'è una lettera del 10 gennaio 2001, indirizzata alla cortese attenzione del ministro plenipotenziario Achille Vinci Giacchi, al prefetto di Genova, al presidente della provincia e al sindaco di Genova, ad oggetto «Costituzione del tavolo G8». Si tratta di una lettera firmata non con la sigla Genoa social forum ma con quella del Patto di lavoro, che è la sigla precedente, come ci è stato spiegato. Vorrei leggere le sigle delle associazioni in modo che restino agli atti nel resoconto stenografico, perché altrimenti sembrano sempre dei fantasmi e lo farò rapidissimamente: ACLI Genova, ARCI, Arciragazzi, ASSEFA, Associazione Medici per l'ambiente, ISDE Genova, Associazione per il rinnovamento della sinistra,


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Associazione per la pace, Bambini Vittime, Banca Etica - circoscrizione locale di Genova Imperia, Campagna per la riforma della Banca Mondiale, CEDRITT, Centro cooperazione sviluppo, Città aperta, COGEDE, Consorzio sociale Agorà, CS Leoncavallo, CS Talpa e orologio, CS Terra di nessuno, CS Zapata, Federazione regionale solidarietà e lavoro, ICS, il Ce.sto, ISCOS CISL Liguria, Legacoop - Comparto cooperative sociali, Legambiente, LOC, Mani tese, Marea, Movimento federalista europeo, Pax Christi, Planet, Progetto continenti, Rete contro il G8, Rete Lilliput Genova, Sdebitarsi, SondaGenova, Tavola della pace, UISP Genova, Ya Basta!. Queste sono le prime sigle: non leggo, perché il presidente mi toglierebbe la parola, l'elenco delle sigle che compaiono a partire dal 2 aprile. Non so se anche lei conosca la lettera che è indirizzata solo al prefetto di Genova, dove compare già la sigla Genoa social forum. Agli atti vi è allegato n. 8 del dossier che ci ha consegnato il prefetto, che contiene un elenco molto più lungo di sigle, che parte dai firmatari genovesi, che sono gli stessi di prima, poi un lunghissimo elenco di firmatari nazionali ed uno consistente di firmatari internazionali. Questo, per far capire che poi i soggetti, in qualche modo, sono individuati ed individuabili, e sono ovviamente di un mondo molto più complesso delle tradizionali ONG, pur ricomprendendolo.
Tuttavia, siccome la prima lettera è indirizzata anche a lei, le volevo chiedere se ne ha memoria.
Infine - domando scusa, signor presidente, per essermi dilungato - le chiedo notizie su quello che, immagino, sia stato un incidente rapidamente superato. Vi è una lettera della Presidenza del Consiglio dei ministri - struttura di missione, datata 30 gennaio 2001 e da lei firmata, che è abbastanza polemica nei confronti del prefetto. In essa si legge: «Cara eccellenza, mi ha un po' sorpreso apprendere che ieri lei ha


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convocato una riunione di carattere organizzativo senza che io ne sia stato nemmeno informato. Ciò è certamente in contrasto con le indicazioni del Presidente del Consiglio il quale, nel darle potere di iniziativa, ha chiaramente ribadito la responsabilità della struttura di missione (...). Desidero anche dirle che, con l'assenso della Presidenza del Consiglio, questa struttura ha affidato all'architetto Margherita Paolini l'incarico di coordinamento di tutte le iniziative riconducibili a organizzazioni non governative. Sarei, perciò, lieto se i contatti che le autorità locali vorranno prendere con i possibili »contestatori« fossero tenuti in stretto contatto con l'architetto Paolini reperibile tramite la struttura».
Le domando come, dopo tale «incidente» (capisco che i problemi erano complessi e, per molti aspetti, anche inediti ), si siano svolti tali rapporti e se vi siano state altre difficoltà, anche perché l'allora questore Colucci - e concludo davvero, signor presidente - quando gli abbiamo chiesto notizia del ruolo di questa persona ufficialmente incaricata, ci ha detto in modo un po' sprezzante di averla vista una volta, dopodiché è scomparsa. Probabilmente, vi è stata una fase iniziale di dialogo che partiva dalle ONG tradizionali ed una fase successiva, più complessa, in cui è prevalsa più una dimensione politica (che ha coinvolto i Ministeri dell'interno e degli affari esteri, il prefetto, il questore e così via). Le chiedo, informazioni al riguardo.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Innanzitutto, vorrei ringraziarla per il riconoscimento di ciò che abbiamo fatto che purtroppo è passato molto in seconda linea dopo gli incidenti. La stampa ha praticamente ignorato le cose positive, per concentrarsi solo sugli spiacevoli fatti avvenuti al di fuori dell'organizzazione.


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Anche quando lei parla di riduzione del numero dei delegati, si tratta di una battaglia che conduciamo e perdiamo regolarmente ogni volta che si tengono queste riunioni. Fin dall'inizio si era detto che occorreva ridurre il numero delle delegazioni, ma sembra impossibile arrivare a tale risultato. Tra l'altro, mi è stato detto che quando il Presidente degli Stati Uniti si sposta, porta con sé l'intero staff della Casa Bianca: siccome la Presidenza segue il Presidente, quest'ultimo deve avere con sé tutti i suoi collaboratori. È come se ogni volta che il Presidente del Consiglio si muove, l'intero staff di palazzo Chigi, uscieri compresi, debbano seguirlo. In pratica, questo obiettivo non si riesce mai a realizzare. Occorre certamente considerare questi aspetti, perché sarà sempre più difficile organizzare in città questo tipo di manifestazioni, per tutti i problemi che ciò comporta; dovremo, quindi, ripensarle.
La ringrazio di avere ricordato che il Patto di lavoro era l'inizio di ciò che poi è diventato il Genoa social forum. Inizialmente il Patto di lavoro cercava un'interlocuzione ed era difficile anche per loro capire con chi dovessero parlare. Palazzo Chigi, infatti, era lontano, il prefetto si limitava alla competenza istituzionale sull'ordine pubblico, le istituzioni locali appartenevano politicamente a diverse posizioni, eravamo vicini ad una campagna elettorale e anche ciò contribuiva a rendere estremamente variegato il campo. Anche per gli interlocutori era difficile far sapere con chi dialogare; spesso, infatti, il presidente della regione diceva una cosa, il sindaco un'altra, il presidente della provincia un'altra ancora. Essi, quindi, cercavano all'inizio di avere un interlocutore e avevano ritenuto che l'organizzazione potesse esserlo. Devo dire che, come lei ha potuto constatare anche dalla seconda


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lettera, si sono resi conto che la nostra funzione era semplicemente di adattarci alle decisioni che venivano assunte sul piano politico generale e non di influire sulle stesse.
Se, quindi, si voleva consentire il corteo, era opportuno che i giornalisti non fossero alloggiati in una zona interessata alle possibili manifestazioni (mi riferisco sempre a manifestazioni pacifiche) e anche semplicemente consentire loro di muoversi attraverso un corteo di 200.000 persone poteva essere particolarmente difficile. Abbiamo, quindi, sempre seguito tali vicende per le conseguenze che esse potevano avere sulla definizione dei nostri compiti. Avevamo sollecitato la chiusura di una zona, che venne immediatamente identificata come zona rossa, con diverse modulazioni e profili. Il prefetto ed il questore definirono una zona off-limit nella quale non sarebbero state consentite manifestazioni di alcun genere. Il nostro ruolo, quindi, era esclusivamente di questo tipo.
Per quanto riguarda la lettera al prefetto, ne faccio ammenda; ero anche agli inizi della mia attività e, quindi, avevo difficoltà a rapportarmi...

MARCO BOATO. La mia non era una contestazione, bensì una richiesta di conoscenza.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Intendo solo farle comprendere come nacquero queste vicende. Il prefetto aveva maturato una grande esperienza già da mesi, perché aveva presieduto la commissione prefettizia per le opere pubbliche. Palazzo Chigi aveva cercato di far sì che la struttura di missione e la struttura prefettizia lavorassero insieme quanto più possibile. All'inizio vi sono state inevitabili difficoltà di rapporto perché ognuno di noi, rispondendo ad un determinato compito, tendeva a svolgerlo magari non sempre mettendo al corrente l'altra struttura di ciò che veniva


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maturando. La consideri proprio una difficoltà di approccio iniziale. Il prefetto, dopo che c'eravamo incontrati a palazzo Chigi ed era stato stabilito di lavorare insieme, il giorno dopo convocò una riunione organizzativa, senza neanche mettermi al corrente. Siccome esisto e sono stato nominato, avrei voluto che ne tenesse conto. Dopo questo episodio non ve ne sono stati altri.

MARCO BOATO. Riguardo all'interlocuzione, nelle varie fasi di passaggio, con le ONG, il Patto del lavoro e il Genoa social forum, vorrei conoscere il ruolo (anche in questo caso non si tratta di una domanda critica ma puramente conoscitiva) rivestito da questa persona appositamente incaricata. Le ho citato la dichiarazione del questore che, in modo un po' sprezzante, ha affermato di averla vista una volta e di non averla più vista successivamente. Vi è stato questo ruolo? Ha trovato difficoltà? Avete dovuto, poi, delegarlo alle autorità politiche o preposte all'ordine pubblico locale? Volevo domandarle ciò, per quanto è a sua conoscenza; non le chiedo giudizi, bensì informazioni.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. All'inizio la struttura ha cercato di supplire anche alla mancanza di conoscenza, cioè di mettersi a disposizione delle autorità politiche in modo da fornire loro, per quanto possibile, il massimo di informazioni relative ai soggetti con cui, eventualmente, dialogare. In questa fase l'architetto Paolini si è mossa raccogliendo notizie e fornendo informazioni che potevano essere utili sulle varie sigle. Infatti, le sigle che lei ha citato vanno da organizzazioni con centinaia di migliaia di aderenti a piccoli gruppi. Dunque, era molto importante capire, in questo variegato mondo, con chi poter dialogare e chi poteva prendere decisioni in merito al dialogo con le


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istituzioni politiche. Questo è diventato poi meno utile perché, da un lato, l'interlocuzione politica è mancata completamente nel periodo della campagna elettorale - fino all'insediamento del nuovo Governo nessuno riceveva nessuno - e, al tempo stesso, le autorità preposte all'ordine pubblico facevano affidamento sulle informazioni che raccoglievano direttamente attraverso le loro fonti e non hanno mai fatto sapere che le notizie che potevamo fornire loro aumentavano il grado di conoscenza della realtà (che poi, probabilmente, essi erano in grado di conoscere meglio di chiunque altro).

ANTONIO IOVENE. Nel corso dei lavori del Comitato in più occasioni abbiamo utilizzato termini diversi indifferentemente. Credo, allora, sia utile - e perciò chiedo conferma al ministro plenipotenziario - tentare di avere un quadro più preciso della situazione. Parlando, infatti, del movimento, delle associazioni e delle realtà che sono state protagoniste delle manifestazioni del 20 e 21 luglio a Genova si è usato indifferentemente il termine ONG, Genoa social forum o si è fatto ricorso ai «blocchi» di diverso colore e natura.
Il termine blocchi è frutto di una definizione convenzionale ed arbitraria dei Servizi di intelligence che hanno diviso, nei loro rapporti riservati, il blocco rosa, giallo, azzurro e così via. Stante anche l'attendibilità di alcune di quelle informazioni è tutto da dimostrare che effettivamente alcune associazioni si sentano di appartenere ad un blocco piuttosto che ad un alto. Mi pare di capire che si trattasse solo di un'indicazione di massima per dire che vi erano, da una parte, associazioni chiaramente pacifiste, non violente ed in grado di manifestare con questa volontà, e, dall'altra, diverse associazioni con varie sfumature.
Per quanto riguarda le ONG l'utilizzo internazionale di questo termine va definito in senso lato e, cioè, riguarda tutte


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quelle associazioni non governative che hanno attinenza con vari campi di attività e di azione. Molte di queste sono anche riconosciute dalle Nazioni Unite. In Italia il termine ONG ha una sua peculiarità perché viene utilizzato esclusivamente per quelle associazioni che si costituiscono in base alla legge n. 49 del 1987 per ricevere le idoneità previste da tale legge in relazione ad una attività esclusiva o prevalente nell'ambito della cooperazione allo sviluppo. Si tratta, quindi, di alcune decine o poco più di un centinaio di organizzazioni aventi queste caratteristiche: sono un segmento veramente limitato del mondo associativo più generale che, poi, si è riconosciuto e coordinato nel Genoa social forum.
Faccio queste precisazioni perché in più occasioni si è ritornati sul passaggio del dialogo con le ONG ed il Genoa social forum. Mi pare che con le ONG ci sia un dialogo istituzionale permanente del Ministero in base alla legge n. 49: un atto dovuto che riguarda tutte le iniziative internazionali di cui il Ministero è protagonista. Nel caso specifico del vertice G8 si è costituita, vista la rilevanza dell'appuntamento e dei temi in esso contenuti, una rete associativa ad hoc, il Genoa social forum, che è andato ben al di là delle tradizionali ONG.
Fatta questa premessa, lei conferma che sia questa la suddivisione del meccanismo associativo nel nostro paese?

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. La sua è una ricostruzione estremamente corretta. Il nostro punto di partenza era stato quello di cercare il più possibile il dialogo con coloro che volevano dialogare. La massa dei manifestanti pacifici era mossa dagli interessi più divergenti: il Gruppo ambiente si lamentava del riscaldamento della terra, dicendo che i risultati della Conferenza di Kyoto non bastano e che si deve fare di più; altri chiedevano di eliminare il deficit del Terzo mondo. Con tutta una serie di sigle abbiamo cercato di


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dialogare, ma non era nostro compito, era un compito di supplenza in un momento di vuoto politico, in cui la classe politica era interessata più ai problemi immediati di una campagna elettorale lunga e complessa che ad affrontare un problema che sarebbe maturato il 20 luglio. Il nostro tentativo era quello di cercare di capire quali fossero le ragioni del dialogo e con quali organizzazioni fosse possibile stabilire un contatto, in modo da garantire che nella manifestazione pacifica non si infiltrassero persone o gruppi che potessero approfittare di quel momento per fare ciò che, poi, è successo (io li chiamo gli hooligans dei manifestanti, che non hanno niente a che vedere con le idee). Queste, però, sono venute maturando in un modo molto difficile da percepire e, comunque, piano piano, e a quel punto la struttura era talmente coinvolta nell'organizzazione finale del vertice che non avrebbe potuto comunque seguire questo aspetto.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Vorrei fornirle un quadro che sono riuscita ad individuare rispetto ai rapporti prima con il Patto di lavoro e poi con il Genoa social forum, per verificare se lei è d'accordo con questa ricostruzione o se vi sia omissioni ed integrazioni da fare.
Ho rilevato che già nel gennaio 2000 si crea un movimento intitolato «da Seattle a Genova» e che il 26 gennaio 2001 erano già circa 70 le associazioni che appartenevano a tale organizzazione che, poi, si è chiamata Patto di lavoro. Il 29 gennaio 2001 il sindaco, il presidente della provincia e il delegato del presidente della regione incontrano una piccola delegazione di questo movimento.
Il 30 gennaio, il capo della struttura di missione comunica che la Presidenza del Consiglio dei ministri aveva conferito all'architetto Margherita Paolini l'incarico di svolgere tale coordinamento. L'otto febbraio l'architetto Paolini, a Genova,


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incontra una delegazione del Patto del lavoro; immediatamente dopo, in presenza del prefetto, del sindaco, del presidente della provincia, incontra, in prefettura, una rappresentanza nazionale e locale del Patto del lavoro. A marzo 2001, con le adesioni al Patto del lavoro delle associazioni straniere, si costituisce il Genoa Social Forum; siamo al marzo 2001. Il 4 aprile, quando la trasformazione del Patto del lavoro nel Genoa Social Forum era già avvenuta, nel corso di una riunione indetta dal Presidente del Consiglio Amato, alla presenza sua, del sottosegretario Micheli, del ministro dell'interno, del ministro degli affari esteri e dell'ambasciatore Vattani, viene conferito al prefetto l'incarico di interloquire, a nome del Governo, con il Genoa Social Forum. Il 5 aprile, il ministro dell'interno incarica il prefetto di ricevere al Viminale, insieme al capo di gabinetto del ministro stesso, una delegazione del Genoa Social Forum. Il 20 aprile, il prefetto incontra, ancora alla presenza - stranamente - dell'architetto Paolini, una delegazione del Genoa Social Forum. Quindi, il 24 giugno il capo della Polizia incontra in questura una delegazione del Genoa social forum proprio per preparare l'incontro del 28 con il ministro Scajola. Il 28 giugno, a Roma, alla Farnesina, si tiene tale incontro con il ministro degli affari esteri e con il ministro dell'interno, interno in cui poi si dà nuovamente al capo della polizia il compito ed il potere di trattare con il Genoa social forum. Il 30 giugno il capo della Polizia incontra in prefettura i rappresentanti del Genoa social forum. Lei ritiene che questa ricostruzione sia esatta e perfetta e che il passaggio comunque dal Patto di lavoro al Genoa Social Forum sia comunque antecedente alla riunione svoltasi a Roma presso la Presidenza del Consiglio?
Ci ha detto prima l'ambasciatore Vattani che al Ministero degli esteri esiste una direzione che si occupa, anche relazione


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alla legge n. 49 or ora ricordata, dei rapporti con le associazioni non governative. Lei ritiene che non vi fossero persone adatte o comunque aventi la competenza per poter svolgere quell'incarico che invece era stato dato, retribuito con i soldi dei cittadini all'architetto Paolini? Le chiedo, cioè, se ritiene non vi fossero persone che avevano la competenza che invece l'architetto Paolini aveva all'interno del Ministero per poter trattare con associazioni non governative.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Quanto alla prima questione da lei sollevata, considero la sua ricostruzione molto più precisa di quanto adesso io possa valutare; probabilmente, l'architetto Paolini, avendo partecipato a molti degli incontri da lei citati, potrà darle conferma delle date che, comunque, ritengo siano assolutamente corrette. Quanto al secondo aspetto sul quale lei ha voluto porre l'attenzione, le rispondo semplicemente che le organizzazioni non governative (e comunque questi movimenti) non volevano conferire con qualcuno che avesse incarichi istituzionali. Non sarebbe stato difficile, altrimenti, trovare al Ministero degli esteri il direttore generale della cooperazione, anche considerato che certamente questi aveva con loro contatti molto frequenti. Molti dei gruppi avevano una avversione istintiva per l'istituzione; quindi, abbiamo sempre ritenuto che fosse più utile prevedere una figura non istituzionale che potesse dialogare con loro ed essere credibile. Doveva essere credibile nei loro confronti, non tanto nei nostri; noi, infatti, conoscevamo l'architetto Paolini, che aveva svolto alcune operazioni di volontariato e di assistenza tecnica anche per il Ministero degli esteri. Quindi, sapevamo chi fosse l'architetto Paolini ma l'aspetto importante era trovare qualcuno che loro accettassero come interlocutore, altrimenti sarebbe stato tutto inutile; invero, potevamo agire noi ma non con uguale efficacia.


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LUIGI BOBBIO. Intervengo solo per avere un chiarimento su quest'ultima questione, signor ministro. Vorrei sapere se - fermo restando quanto da lei appena dichiarato in relazione alla necessità e opportunità di individuare nell'architetto Paolini l'interlocutore - vi siate anche premurati, in qualche maniera, o se almeno vi siate posti il problema di un necessario rapporto di fedeltà dell'interlocutore rispetto al Governo, allo Stato, alla nazione della persona scelta che, pure ben accetta agli interlocutori, sarebbe stata protagonista di un momento estremamente delicato.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Sì, al riguardo posso rispondere con piena certezza, perché l'architetto Paolini ha svolto il suo compito con assoluta correttezza.

GIANNICOLA SINISI. Rivolgo al ministro la stessa domanda fatta all'ambasciatore Vattani; chiedo, cioè, se sappia qualcosa dell'incontro, che ha avuto eco sulla stampa del 14 luglio, svoltosi il 13 luglio - al Ministero degli esteri, credo, o comunque a Roma o a margine di una iniziativa internazionale - tra il ministro degli esteri e settanta organizzazioni.

ACHILLE VINCI GIACCHI, Ministro plenipotenziario. Non ne so niente, visto che dal 15 giugno non mi sono più mosso da Genova; avevamo, infatti, troppi problemi. Ho saputo, naturalmente, che si pensava a questo incontro. Nell'ambito delle iniziative di dialogo, nonché in considerazione dell'esigenza di rendere nota all'opinione pubblica la volontà del Governo di rispondere ai temi seri sollevati dai contestatori, l'idea, proposta dal ministro Ruggiero, di avere un grande incontro con personalità significative, sembrava eccellente, ma non ho partecipato ed i soli resoconti li ho avuti attraverso la stampa.


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PRESIDENTE. La ringraziamo della sua disponibilità e la invitiamo cortesemente a volerci inviare al più presto la documentazione di cui le è stata fatta richiesta.

La seduta, sospesa alle 13.45, è ripresa alle 15.

Audizione del comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri, colonnello Giorgio Tesser.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del colonnello Giorgio Tesser, comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete, previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Colonnello Tesser, a nome dell'intero Comitato, la ringrazio per aver accettato l'invito. So che lei ha preparato una relazione, le sarei grato se la illustrasse al Comitato.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Il vertice dei Capi di Stato e di Governo dei paesi G8 - tenutosi a Genova dal 20 al 22 luglio


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2001 - è stato preceduto da un'intensa attività di pianificazione, svoltasi nel quadro delle disposizioni della legge n. 149 dell'8 giugno 2000, sia a livello centrale (su cui hanno riferito il capo della Polizia, i comandanti generali della Guardia di finanza e dell'Arma dei carabinieri, il prefetto di Genova, nonché i rappresentanti del dipartimento della Polizia penitenziaria) sia a livello periferico-provinciale, mediante l'istituzione di una commissione speciale per la predisposizione di interventi strutturali sul piano operativo (presieduta dal prefetto di Genova e composta in via ordinaria dai rappresentanti delle amministrazioni locali e dal questore, mentre i responsabili delle altre forze di polizia sono stati chiamati a parteciparvi di volta in volta, secondo le esigenze).
Inoltre, sempre a livello provinciale, è stata creata un'apposita commissione per l'esame e il coordinamento dei provvedimenti e delle iniziative necessarie per la predisposizione delle strutture idonee all'alloggiamento ed al vitto del personale delle forze dell'ordine, di cui sono stato membro permanente, e si sono svolti vari comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica e/o riunioni di servizio, i cui verbali sono già depositati presso questo Comitato perché allegati all'audizione - così mi sembra - del prefetto di Genova.
Si è altresì provveduto alla costituzione, presso la questura di Genova, di un gruppo operativo interforze, alle cui riunioni ho partecipato personalmente o tramite delegato, a decorrere dall'11 settembre 2000, data in cui ho assunto la titolarità del comando provinciale di Genova. Compito e finalità di questo gruppo operativo interforze era quello di fornire un contributo tecnico per la definizione della cosiddetta zona rossa e per il censimento degli abitanti colà residenti o domiciliati e/o esercitanti attività lavorativa, al fine di adottare le necessarie predisposizioni per l'accesso.


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Le finalità prioritarie erano garantire lo svolgimento del vertice, nonché l'esercizio del diritto di manifestare il dissenso, e la sicurezza dei cittadini e dei manifestanti. Era infatti chiaro che si andava delineando una complessa eterogeneità delle strategie di protesta: dalla manifestazione pacifica alla resistenza passiva, alla pianificazione di azioni violente contro gli appartenenti alle forze dell'ordine ovvero contro obiettivi sensibili (sistemi di telecomunicazioni e televisivi, sedi di partiti, di organi di informazione, di amministrazioni pubbliche, banche, associazioni e via dicendo) e anche la violazione della zona rossa, con conseguente impedimento delle programmate manifestazioni ufficiali. Proprio la penetrazione della zona rossa e l'impedimento dello svolgimento del vertice venivano indicati come gli obiettivi principali della contestazione.
A ciò si affiancava la possibilità che l'incontro fosse oggetto di interesse da parte delle organizzazioni terroristiche nazionali od internazionali e, peraltro, il 16 luglio 2001 - successivamente ad attentati rivendicati in altre città italiane - il carabiniere Stefano Storri rimaneva gravemente ferito per l'esplosione di un ordigno occultato in un portafoglio recapitato tramite servizio postale presso la stazione carabinieri di Genova-San Fruttuoso. Analogo plico esplosivo, inviato al prefetto di Genova, sarà invece individuato il 23 luglio successivo.
Senza ripetere le attività addestrative e propedeutiche (seminari, incontri, sopralluoghi e così via) o le attività logistiche curate anche a livello centrale - su cui è stato già riferito -, ritengo di poter affermare che le stesse hanno trovato puntuale riscontro ed esecuzione in ambito locale.
In concreto l'Arma dei carabinieri di Genova, in tale contesto, ha sempre operato, come peraltro i rappresentanti


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delle altre forze dell'ordine, nell'assoluto rispetto dei principi della legge n. 121 del 1o aprile 1981 che, agli articoli 13 e 14, indica le competenze del prefetto e del questore quali autorità di pubblica sicurezza, e che all'articolo 20 prevede che i comandanti provinciali della Guardia di finanza e dell'Arma dei carabinieri sono membri del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, che svolge attività consultiva del prefetto.
Sempre l'Arma dei carabinieri di Genova ha raffittito, di intesa con il ROS e l'autorità giudiziaria inquirente, le attività investigative nei confronti di militanti di centri sociali genovesi, che si segnalavano per il forte attivismo a sostegno delle manifestazioni di protesta. A parziale conclusione di dette attività, in data 20 luglio 2001, a seguito di autorizzata perquisizione locale, veniva tratto in arresto un soggetto, poiché trovato in possesso di ordigno esplosivo di manifattura artigianale del tipo pipe bomb e di sostanze chimiche che, combinate tra loro, avrebbero avuto elevato potere dirompente.
L'Arma dei carabinieri ha altresì provveduto ad installare apparati di riprese video remotizzati per il monitoraggio di siti di particolare interesse operativo ed a comparare le immagini acquisite dagli apparati remotizzati con l'archivio di immagini inserito nello SPIS. Tale attività è ancora in corso perché si tende ora ad identificare gli autori dei fatti di danneggiamento successivamente verificatisi.
Nella giornata del 22 luglio 2000, al termine dei disordini, venivano svolti discreti servizi di osservazione con lo scopo di individuare - come poi in alcuni casi è avvenuto - gli elementi di area antagonista responsabili dei violenti disordini di piazza verificatisi nei due giorni antecedenti.


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MARCO BOATO. In quale giornata? Il 22, cioè la domenica?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sì, il 22 luglio. Ritornando sempre in fase preventiva, nel periodo 15-18 luglio 2001 abbiamo dato corso a 12 perquisizioni ai sensi dell'articolo 41 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, nonché proceduto, in data 17 luglio 2001, alla identificazione di cittadini stranieri trovati in possesso di materiale idoneo a sostenere scontri di piazza.
Tutti i predetti cittadini (otto) sono stati deferiti alla competente autorità giudiziaria; sequestrato, in data 18 luglio 2001, materiale edile (aste, ponteggi e cavalletti) riferito a cantiere edile; recuperato paletti in ferro ed una catasta di 100-150 sanpietrini, occultati in prossimità dell'itinerario di uno dei cortei programmati per il giorno 19 (mi riferisco al corteo dei migranti); arrestato, in data 17 luglio 2001, persona indicata come appartenente al black bloc, trovata in possesso, a seguito di perquisizione, di sostanze stupefacenti, di 14 ganci del tipo da macellaio, di 23 bisturi monouso e di una bocciatura di mercurio; effettuato, nel contesto delle attività di controllo preventivo del territorio, mirate ispezioni nei confronti di furgoni, automezzi, autobus privati e pubblici, con particolare attenzione agli svincoli autostradali ed alla rete viaria statale nelle tratte dal Piemonte e dal ponente ligure; intensificato l'attività di controllo dei luoghi di possibile ricettività (campeggi, alberghi e strutture similari) dell'intera provincia, acquisendo notizie in ordine alla possibile fruizione, specie in alcuni campeggi, da parte di gruppi di cittadini stranieri che, malgrado le prenotazioni, non si sono presentati per il rifiuto dei singoli titolari di ospitarli; sviluppato, d'intesa con i paritetici comandi dell'Arma di altre province, attività


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informativa sulla presenza in Genova di contestatori (tale attività è tuttora in atto e suscettibile di sviluppi giudiziari).
A fronte dell'evidenziata minaccia e delle suesposte attività, svolte sempre in piena intesa con la Polizia di Stato, si evidenzia che nei giorni 20 e 21 luglio le forze dell'ordine sono state chiamate a fronteggiare una vera e propria ininterrotta guerriglia, in cui sono stati adoperati sanpietrini, pezzi d'asfalto, bottiglie (incendiarie o meno), grossi bulloni, estintori ed altri materiali che venivano lanciati o catapultati allo scopo di tenere la polizia a debita distanza e, nel contempo, attirarne l'attenzione e l'intervento, al fine di indebolire la sicurezza in altre aree. Non è stato trascurato l'uso di razzi minolux, fumogeni, spray urticanti, coltelli, barre di ferro, mazze, bastoni, uova riempite di acido o varechina (in un caso, un uovo lanciato ha colpito uno scudo, provocandone la perforazione). Sono state innalzate barricate provvisorie costituite da cassonetti dell'immondizia, segnali stradali, automezzi o qualunque cosa disponibile così da creare una barriera tra attivisti e forze dell'ordine, in modo da ostacolarne comunque il movimento. Si è fatto ricorso agli incendi per bloccare aree specifiche, mantenere a distanza la polizia e le altre forze dell'ordine, creare il caos ed impedire i movimenti delle forze dell'ordine stesse attorno, così da potersi abbandonare alla devastazione. Contestualmente, si è fatto ricorso al vandalismo allo scopo di provocare la polizia ed attivare l'utilizzo di strumenti offensivi più efficaci, sempre al fine di indebolire la sicurezza di altre aree. Si è fatto altresì ricorso al mimetismo, abbandonando l'uso costante dell'abbigliamento tradizionale dei blocchi, usato solo per il compimento delle azioni più violente. Si è evidenziata una sistematicità ed una ripetitività


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degli assalti prima sicuramente non conosciuta in altre circostanze, ancorché simili, che fanno trasparire un'accurata organizzazione.
Le aree colpite sono risultate quelle prossime alla stazione ferroviaria di Genova Brignole e del quartiere Foce, ovvero le aree poste a ridosso della zona rossa e necessariamente da attraversare per raggiungere quest'ultima dai luoghi adibiti ad ospitalità. Non sono mancati attacchi ai varchi della zona rossa, registrandosi nella giornata del 20 luglio alle ore 10,30-11 circa, l'assalto al varco di via Cesarea: un elevato numero di manifestanti (circa mille), presentatisi al varco di via XX Settembre, angolo via Fiume, ha desistito dall'insistere su tale ostacolo, poiché gli sbarramenti lì predisposti erano più di uno e, portandosi ai fianchi del confine posto a protezione della zona rossa, hanno attaccato in via Cesarea. Gli stessi venivano respinti ricorrendo all'utilizzo di idranti. Alle ore 12 circa è cominciato un attacco al varco di piazzale Dante. È stato probabilmente l'attacco più duro da respingere, sia per la violenza che per la moltitudine dei manifestanti, nonché per la durata (dalle 12 alle 14 circa). Contestualmente, altri manifestanti attaccavano il contingente dell'Arma posto nella finitima via Fieschi a presidio della sede della regione amministrativa Liguria. Il terzo attacco (dalle 16 alle 16,30) in piazza Corvetto: gli assalti provenivano contemporaneamente da vie diverse e, tra gli altri, venivano notati manifestanti che sbandieravano bandiere nere.
Riprendendo il resoconto cronologico, devo essenzialmente riferire che l'ordinanza della questura di Genova suddivideva la città in quattro aree caratterizzate da differenti graduali livelli di restrizione e pubblica fruibilità, polarizzando la massima attenzione sull'attività di presidio statico e dinamico della zona rossa e della zona gialla. Venivano, pertanto,


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individuati gli obiettivi all'interno della zona rossa e le modalità di bonifica e di vigilanza degli stessi, facendo riserva di impartire le disposizioni di servizio in occasione delle manifestazioni, i cui preavvisi erano al momento in valutazione dell'ufficio di gabinetto e di eventuali altre circostanze di interesse sotto il profilo dell'ordine e della sicurezza pubblica. La stessa articolata ordinanza indicava, tra l'altro, i luoghi di accoglienza per i manifestanti messi a disposizione dalle varie amministrazioni, i campeggi presso cui erano pervenute prenotazioni con riferimento al periodo di svolgimento del vertice, le manifestazioni previste, le scorte alle personalità, le modalità per il coordinamento dei servizi, prevedendo, al fine di gestire la direzione tecnica dei servizi di ordine pubblico, una sala gestione G8 (con il compito di gestire tutti i servizi di ordine pubblico disposti nelle località interessate ai lavori del vertice) e l'attivazione di una videoconferenza con la centrale operativa dell'Arma dei carabinieri; una sala forze di Polizia con la presenza dei rappresentanti delle forze di polizia, delle specialità della Polizia di Stato e della polizia municipale e una sala Forze armate.
Conseguentemente il sottosscritto, d'intesa con il questore, poneva a disposizione di quest'ultimo il personale per il presidio statico degli obiettivi sensibili all'interno della zona rossa (palazzo Ducale, stazione marittima, Magazzini del cotone, e gli altri obiettivi); il personale per il presidio ai varchi di accesso alla zona rossa; il personale per gli interventi in ordine pubblico, nonché le riserve di pronto impiego e le vigilanze dinamiche nelle varie zone. sempre in accordo con il questore, dava attuazione alle modalità di coordinamento per l'esecuzione dei servizi. In proposito, va premesso che l'attività di controllo del territorio nella città di Genova, esercitata dall'Arma dei carabinieri e dalla Polizia di Stato, è


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gestita dalle rispettive centrali operative che dal 1o luglio sono interconnesse e dotate di radiolocalizzazione reciproca dei veicoli. Si realizza così, di fatto, il collegamento audiovisivo (videoconferenza) degli operatori e la contestuale condivisione su cartografia elettronica di tutte le pattuglie radiocollegate presenti sul territorio. A ciò, per la circostanza, si sono sommati ulteriori provvedimenti volti ad integrare i sistemi di trasmissione e ad accentrare presso la questura le attività di comando e di controllo dei contingenti di ordine pubblico e nel contempo evitare di incorrere in un sovraccarico nella gestione del sistema trasmissivo. In sintesi, dalla sala gestione G8 e mediante la rete radio della Polizia di Stato, il questore diramava direttamente gli ordini ai funzionari preposti all'impiego di ciascun contingente delle forze dell'ordine. L'ufficiale dell'Arma presente in questura svolgeva funzione di collegamento mediante la videoconferenza.
Presso la questura, poi, erano stati installati due apparati radio fissi della rete dell'Arma muniti di scheda cripto per decodificare eventuali comunicazioni protette così da monitorare tutti gli eventi in cui erano coinvolti i contingenti dei carabinieri od i servizi di scorta ed altre attività. Due radio portatili della questura erano, invece, nella disponibilità del comando provinciale per analoghe finalità. Sussistevano e sussistono due linee telefoniche «punto a punto» per garantire un ulteriore collegamento tra le due centrali, nonché la contestuale condivisione delle immagini trasmesse dagli elicotteri impiegati.
La centrale operativa dell'Arma ha quindi assicurato le comunicazioni logistiche dei reparti su specifico canale e la normale gestione (che comunque teneva conto delle risultanze


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complessive) delle comunicazioni radio con le pattuglie impiegate nell'attività di controllo del territorio e con i comandi di compagnia e/o stazione dell'intera provincia.
L'apparato di sicurezza entrava in vigore, nella sua completezza, alle ore 7 del 18 luglio 2001, così come stabilito e dall'ordinanza del prefetto e da quella più specifica del questore. Tuttavia, prodromica ai servizi di ordine pubblico che, con successive ordinanze integrative, venivano quotidianamente disposti per assicurare il regolare svolgimento delle manifestazioni, veniva disposta da parte della questura una perquisizione, da eseguirsi nella notte tra il 18 e il 19 luglio ultimo scorso, allo stadio Carlini, destinato dalle autorità locali a centro di accoglienza per i manifestanti dei centri sociali, già in precedenza più volte evidenziatisi per le tecniche di contrasto alle forze di polizia. Tale perquisizione scaturiva da una precedente riunione, svoltasi in prefettura, nel corso della quale il sindaco aveva lamentato lo smantellamento delle strutture metalliche colà esistenti - voglio dire allo stadio - nonché l'appropriazione, da parte degli ospiti, di una copiosa quantità di utensileria e di attrezzature varie, tra cui anche saldatrici autogene.
L'attività in esame - cioè la perquisizione - prevedeva l'impiego di due contingenti di militari dell'Arma e della Polizia di Stato, che venivano concentrati nelle immediate vicinanze dell'obiettivo. Essa si concludeva senza positivi riscontri. La giornata del 19, complessivamente, si concludeva senza incidenti, sebbene vada rilevato che circa 100 persone, rientrando verso la zona Foce, si attardavano a lanciare sassi contro gli ingressi carrai del comando provinciale, siti in corso Italia, danneggiando due telecamere ed un cancello.


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Procedendo ad una sintetica disamina degli interventi assicurati dall'Arma nei giorni 20, 21 e 22 luglio ultimo scorso, riferisco quanto segue.
Il giorno 20 luglio 2001, com'è ormai ben noto, i disordini hanno avuto inizio alle ore 10,45 circa, nei pressi di piazza Paolo Da Novi, in un crescendo esponenziale contraddistinto da violenze di ogni genere, distruzione di cose mobili ed immobili, incendi, saccheggi di esercizi commerciali, banche, uffici e quant'altro, secondo concezioni proprie ai metodi della guerriglia organizzata; sono poi proseguiti, per l'intero arco della giornata, in zone sempre diverse del centro e, in particolare, in via Tolemaide, piazza Manin, corso Torino, via Barabino, piazza Rossetti e piazza Alimonda, dove, alle 17,20 circa, decedeva Carlo Giuliano.
Durante i violenti disordini, i reparti dell'Arma hanno subito la completa distruzione dell'automezzo Iveco A55 targato CC 433 BC, in dotazione al 3o battaglione Lombardia. Durante una manovra di ripiegamento, il suddetto mezzo rimaneva bloccato in corso Torino, in prossimità del sottopassaggio ferroviario. Veniva prontamente effettuata una prima carica, ma, a causa del continuo lancio di pietre e bottiglie incendiarie e di altri oggetti contundenti, il tentativo di raggiungere l'automezzo per recuperarne l'equipaggio risultava vano. In quel frangente, il blindato veniva a sua volta fatto oggetto di lancio di pietre, estintori e bottiglie incendiarie, mentre alcuni manifestanti tentavano invano di aprire i portelloni, chiusi dall'interno. Subito dopo, un secondo tentativo permetteva al personale dell'Arma di raggiungere il blindato e di trarre in salvo i militari rimasti bloccati; l'automezzo, invece, veniva saccheggiato dei materiali che si trovavano al suo interno, fra cui scudi ed un casco antiproiettile. Nel medesimo giorno, l'Arma ha subìto il danneggiamento


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di altri 63 automezzi ed il ferimento di 43 militari, tra i quali l'appuntato Luca Puliti, effettivo al 6o battaglione Toscana, la cui prognosi, in un primo momento riservata, è stata sciolta nei giorni successivi, senza che siano intervenute le temute, gravi conseguenze dapprima ipotizzate.
Non v'è dubbio che la violenza cui hanno dato sfogo i manifestanti negli scontri di piazza, protrattisi sino alla serata, debba ritenersi inaudita e non trovi riscontro nella memoria di precedenti, analoghe manifestazioni. I reparti hanno fronteggiato i duri e ripetuti attacchi per oltre 9-10 ore continuative, venendo alimentati, malgrado le contingenti difficoltà, dalla linea logistica opportunamente predisposta presso la sede della Fiera di Genova.
A dimostrazione della violenza degli attacchi posti in essere, appare sufficiente ricordare che, nel corso della giornata, hanno subito assalti e danneggiamenti anche la caserma di Forte San Giuliano, sede del comando provinciale (due volte), la caserma sede della compagnia carabinieri di Genova San Martino, il carcere di Marassi, la caserma della polizia stradale di via Saluzzo e del commissariato della Polizia di Stato Foce-Sturla, nonché la sede del comando della regione della Guardia di finanza di via Nizza. Analoghi assalti, ancorché meno violenti, venivano reiterati, nella giornata successiva, nei confronti della sede del comando provinciale e di quella della compagnia di Genova-San Martino.
Si reputa opportuno precisare, inoltre, che nella mattinata, alle 10 - 10,30 circa del 20 luglio, gli onorevoli Bornacin, Ascierto e Bricoli hanno effettuato una visita di saluto presso la caserma del comando provinciale, soffermandosi nella sala stampa ed intrattenendosi più a lungo del previsto (fino alle 17 circa) a causa della contingente inagibilità delle vie adiacenti, interessate direttamente dalle manifestazioni in atto fino


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alla tarda serata. Peraltro, nella serata precedente, i medesimi onorevoli avevano visitato le strutture alloggiative presso la Fiera e si erano recati anche in questura per un saluto al personale. I medesimi parlamentari accompagnavano in visita, nella mattinata del 21 luglio 2001, il Vicepresidente del Consiglio, onorevole Fini, anch'egli rimasto bloccato dagli eventi fino al primo pomeriggio.
Continuando nella descrizione degli eventi arriviamo al 21 luglio 2001. Per l'intera giornata, i contingenti dell'Arma sono stati impiegati esclusivamente a presidio della cosiddetta zona rossa, in sostituzione del personale della Polizia di Stato e della Guardia di finanza che, nella circostanza, ha assicurato il servizio di ordine pubblico. Al riguardo, va precisato che alle 7 circa dello stesso giorno un contingente di 30 militari del 9o Battaglione Sardegna è stato dirottato dal funzionario dirigente del servizio da piazza Fontane Marose alla caserma della Polizia di Stato di Genova Bolzaneto, sede del VI reparto mobile, allo scopo di presidiare la struttura e concorrere nella vigilanza esterna dei locali, adibiti a camera di sicurezza, ove era ritenuto prevedibile un consistente afflusso di fermati o arrestati da parte della Polizia di Stato. Detto personale - il mio questa volta - è rimasto inoperoso sino a circa le 14; successivamente, a seguito di richiesta del funzionario preposto, dapprima due e poi quattro carabinieri sono stati impiegati per la sorveglianza esterna delle camere di sicurezza.
Alle 17 circa il medesimo funzionario impiegava l'intero contingente perché di lì a poco sarebbero giunti altri fermati a seguito di scontri di piazza che si andavano verificando nel corso di manifestazioni. Previo cambio sul posto, l'impiego del contingente si è protratto sino alle ore 8,15 del 22 luglio, con sostituzione poi fornita da unità della Polizia di Stato.


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Dalle relazioni di servizio dei due ufficiali comandanti non risultano essersi verificati, in presenza dei militari dell'Arma e nei locali da essi vigilati, fatti o circostanze comunque censurabili.

MARCO BOATO. Quindi, complessivamente, si tratta di un arco di tempo che va dalle 7 della mattina alle 8 del giorno dopo?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabineri. È esatto.
Verso le ore 23 del 21 luglio il questore di Genova mi partecipava la possibilità che personale della Polizia di Stato effettuasse perquisizione ad una scuola utilizzata per l'alloggiamento dei convenuti alle manifestazioni.

MICHELE SAPONARA. Verso che ora?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabineri. Verso le ore 23 del 21 luglio; sto parlando del giorno 22 luglio, ma è necessario premettere ciò che era accaduto il giorno precedente.
Dunque all'1 circa del 22 luglio, quindi due ore dopo, il tenente colonnello Filippo Mario Ulandi, del Comando provinciale carabinieri di Genova, veniva informato, dal dottor Sebastiano Salvo, vice capo di gabinetto della questura di Genova, dell'invio di due contingenti dell'Arma presso le sedi del plesso scolastico Diaz/Pertini sito in via Cesare Battisti. Nella circostanza il funzionario segnalava anche la necessità di disporre di un ulteriore contingente così da sostenere il personale della Polizia di Stato, precedentemente colà inviato per attività di polizia giudiziaria ed impossibilitato a defluire, essendo rimasto chiuso all'interno dell'edificio da un folto gruppo di dimostranti.


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L'intervento dell'Arma è stato assicurato da 123 uomini, cui è stata aggiunta un'ulteriore aliquota di 120 unità, dislocate in retroguardia, con il solo compito di impedire l'accesso alla via Cadore che adduce al plesso scolastico. I militari, previa apertura di un varco, operato allontanando i dimostranti, senza peraltro aver dovuto ricorrere a mezzi coercitivi, hanno consentito il deflusso del personale della Polizia di Stato e di un consistente numero di fermati. L'esigenza ha avuto termine alle ore 3 circa dello stesso giorno.
Unico aspetto di interesse, rilevabile dalle relazioni prodotte, è quello che emerge dalla relazione di un ufficiale effettivo al 4o battaglione Carabinieri Veneto che, giungendo nei pressi della scuola Diaz/Pertini, successivamente al reparto della Polizia di Stato che lo aveva preceduto, notava, riverso innanzi al cancello del citato istituto, un individuo di sesso maschile rannicchiato a terra e apparentemente privo di sensi. Poiché lo stesso non presentava, a vista, segni di lesioni traumatiche, l'ufficiale richiamava l'attenzione di uno dei funzionari della Polizia di Stato già presenti sul posto, il quale rappresentava di essere a conoscenza dell'accaduto e che si attendevano le autoambulanze. All'arrivo di sanitari il soggetto veniva soccorso e l'ufficiale, da una distanza di circa due metri, non rilevava lesioni visibili; non era inoltre possibile procedere alla sua identificazione, poiché subito trasportato, presumibilmente, presso una struttura ospedaliera. Il soggetto in questione, per questo ho citato l'episodio, potrebbe identificarsi nel giornalista britannico Max Cowell di cui all'articolo comparso sul quotidiano il Corriere della sera del 2 agosto ultimo scorso.
Soggiungo che nessuno dei militari dell'Arma si è portato all'interno del plesso scolastico, né ha svolto attività di sgombero dei fermati o effettuato perquisizioni.


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Presso il comando provinciale dei carabinieri (caserma forte San Giuliano), nei giorni 20, 21 e 22 luglio, sono stati accompagnati complessivamente 58 fermati o arrestati (cioè persone sottoposte a fermo o sottoposte all'arresto), i quali, a conclusione delle formalità di rito (stesura del verbale di fotosegnalamento) sono stati posti a disposizione dell'apposito contingente della Polizia penitenziaria, ivi presente, che, agendo quale sede distaccata della casa circondariale di Marassi, dopo aver assolto a tutte le incombenze proprie dell'ufficio matricola (visita medica compresa) ....

MARCO BOATO. Sede distaccata della casa circondariale di Marassi? A me risultava essere una sede distaccata della casa circondariale di Pavia, Alessandria...

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabineri. ...ha provveduto alla traduzione dei detenuti nelle carceri di Pavia e Voghera. In occasione degli arresti sono state sequestrate numerose armi improprie, coltelli e materiale vario, chiaramente impiegati da facinorosi nel corso degli incidenti dei giorni precedenti. Ulteriori 14 persone arrestate o fermate non sono transitate presso la sede del comando provinciale, di cui 4 ricoverate all'atto dell'arresto presso l'ospedale San Martino e 10 arrestate il 23 luglio mattina da personale del comando di compagnia di Santa Margherita Ligure, che le ha accompagnate direttamente in carcere.
Dei complessivi 72 arresti/fermi operati, 63 sono stati convalidati anche dal GIP e 13 persone risultano tuttora in carcere. Sono poi state denunciate in stato di libertà 53 persone.


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Allo stato, al mio comando, non risulta essere stata prodotta alcuna denuncia nei confronti di militari dell'Arma per maltrattamenti subiti.

PRESIDENTE. Siamo noi che ringraziamo lei, colonnello.
Passiamo agli interventi dei colleghi che hanno chiesto di parlare.

ANTONIO DEL PENNINO. Colonnello, vorrei rivolgerle tre domande precise.
Lei ha dichiarato che verso le ore 23 del 21 luglio fu richiesto, da parte del questore di Genova, di poter disporre di militari dell'Arma per l'intervento alla scuola Diaz, cosa che del resto aveva dichiarato lo stesso questore, che aveva inoltrato a lei la comunicazione dell'intervento. La mia domanda è la seguente: lei informò il generale Siracusa di questa richiesta? E quando lo informò?
La seconda domanda. Ieri il dottor Andreassi ci ha parlato di una richiesta di intervento del battaglione Tuscania, che però non ebbe seguito in quanto il battaglione Tuscania sbagliò strada. La mia domanda è la seguente: la richiesta a quale tipo di intervento si riferiva e come si svolsero i fatti che determinarono la impossibilità di intervento del battaglione Tuscania?
So che alla terza domanda lei mi potrà rispondere: lo chieda a chi ha fatto questa dichiarazione. Ma io leggo sui giornali di stamattina una dichiarazione del noto Luca Casarini che si riferisce specificamente all'Arma dei carabinieri e desidero leggergliela perché se su questo punto lei potrà fornire qualche elemento di chiarimento credo che il Comitato avrà modo di riflettere. Dice il Casarini: la verità è che sono stati i carabinieri a far saltare tutto, ma perché nessuno ora parla di loro? Perché nessuno dice che i carabinieri hanno


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agito senza coordinarsi con la Polizia? Sono loro che hanno stravolto tutto. Forse è stata assegnata a loro la linea dura delle forze dell'ordine.
Ora la mia domanda precisa è se questa imputazione di aver agito senza coordinarsi con la Polizia sia vera e in secondo luogo - se lei ritiene di rispondere, perché evidentemente non risponde di dichiarazioni fatte da altri - se vi siano elementi specifici a sua conoscenza che possano aver determinato questa dichiarazione.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Il questore non mi ha chiesto di poter disporre di elementi dell'Arma dei carabinieri per fare la perquisizione: il questore mi ha detto che avrebbero fatto una perquisizione; poi, così com'è previsto, sono stati utilizzati i contingenti che di diritto il questore poteva impiegare.
Non ho informato il generale Siracusa della perquisizione che doveva avvenire perché si trattava di un'attività di Polizia giudiziaria svolta da un altro organismo di Polizia giudiziaria; quindi non avevo alcun titolo per farlo né per riferirlo al comandante generale.
Per quanto riguarda l'intervento del battaglione carabinieri paracadutisti riferisco che un contingente di 120 unità del reggimento carabinieri paracadutisti Tuscania è stato inviato a Genova in occasione del vertice G8 a disposizione dell'autorità provinciale di pubblica sicurezza, nel quadro dei rinforzi forniti dall'Arma dei carabinieri per l'esigenza. Il reparto ha costituito, secondo le disposizioni impartite dal questore, la riserva di pronto impiego destinata a sostenere, su richiesta dei funzionari preposti ai servizi di ordine pubblico, gli altri contingenti delle forze di polizia che si fossero trovati in situazioni critiche, tenendo conto delle sue particolari capacità operative. Il mantenimento in riserva ha quindi evitato l'impiego


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continuativo, in azioni di contenimento e respingimento, che ne avrebbero logorato l'efficienza.
Il primo intervento del contingente del reggimento paracadutisti - normalmente inteso battaglione paracadutisti - è stato disposto dalla questura alle ore 11,45 del 20 luglio su richiesta del funzionario responsabile del servizio in via Pisacane, allo scopo di liberare la sede stradale da un'autovettura rovesciata ed incendiata, le cui fiamme rischiavano di raggiungere un esercizio commerciale ed alcune abitazioni circostanti. L'intervento è stato effettuato da un plotone attraverso l'uso di due veicoli cingolati, di cui uno dotato di lama antibarricate. Nella circostanza, mentre i militari disperdevano i facinorosi, i mezzi rimuovevano l'ostacolo sventando il pericolo.
Il secondo intervento è stato operato alle successive ore 13, allorché la questura ha disposto l'invio di tutto il contingente nella zona di Brignole nei pressi dell'hotel President con il compito di prevenire, unitamente ai contingenti già presenti in zona, possibili assalti al retrostante teatro della corte, sede del centro per l'accredito dei giornalisti. Giunti sul posto e constatato che la situazione era tenuta sotto controllo dai reparti già schierati, i carabinieri paracadutisti venivano fatti rientrare. Alle 13,30 il contingente, appena rientrato nell'area della Fiera, ha ricevuto una terza attivazione da parte della questura per portarsi nel piazzale Kennedy a rinforzo delle altre unità dell'Arma dei carabinieri impegnate in scontri con i manifestanti. Nella circostanza, il personale eseguiva il movimento verso il piazzale a piedi in quanto, lungo il percorso, erano presenti dei gruppi di manifestanti che, pur senza porre in essere azioni violente, avrebbero potuto impedire il passaggio dei veicoli attuando forme di resistenza passiva.


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Dopo circa 15 minuti i militari raggiungevano il piazzale constatando la presenza di una barricata - realizzata con cassonetti, travi ed altri materiali ammassati - che ostruiva l'ingresso e dalla quale i manifestanti lanciavano oggetti contundenti. Nella circostanza i carabinieri paracadutisti, aggirato l'ostacolo da una via laterale, entravano nel piazzale disperdendo i manifestanti; successivamente provvedevano alla rimozione della barricata mediante l'impiego di un mezzo cingolato, consentendo di riprendere il controllo dell'area. Al termine dell'operazione il reparto rientrava in sede dove rimaneva a disposizione. Alle ore 18,30 la questura ne disponeva nuovamente l'impiego a supporto dei contingenti dell'Arma dei carabinieri e della Polizia di Stato impegnati negli scontri che si sono susseguiti sino alle ore 20 in via Tolemaide e corso Gastaldi.
Per quanto riguarda le dichiarazioni di Luca Casarini...

ANTONIO DEL PENNINO. La versione che ci è stata data ieri di un non intervento del battaglione Tuscania in quanto avrebbe sbagliato strada è da lei smentita?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sì, ma mi sembra fosse già stata smentita anche da un collega della Polizia di Stato.

ANTONIO DEL PENNINO. Mi interessava acquisire questo elemento.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Circa le affermazioni di interventi dell'Arma dei carabinieri senza coordinamento con le forze di Polizia, ritengo che questo sia impossibile. Il coordinamento delle operazioni di ristabilimento dell'ordine pubblico è effettuato da parte dell'autorità di pubblica sicurezza.


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FILIPPO MANCUSO. Signor colonnello, lei, rispondendo ad una domanda precedente, ha escluso che la forza sottoposta al suo comando abbia partecipato all'operazione nella scuola Diaz. Lei ha detto e ha confermato che l'operazione presso la Diaz le fu preannunciata dal questore ma, dato che tale preannuncio non fu accompagnato da un allertamento e non fu seguito da un impegno dei suoi militari, a che fine le sarebbe stata data quella comunicazione?
In secondo luogo, al di là della struttura territoriale dell'Arma dei carabinieri, le risulta che vi fossero altri ufficiali appartenenti al comando generale o da esso incaricati sulla piazza di Genova in quei giorni?
Ha mai sentito dichiarare che il comandante generale abbia, al di fuori della sua partecipazione, avuto notizie o sia stato consultato - ed eventualmente da chi - in riferimento all'imminente operazione presso la scuola Diaz ? Su tale l'operazione ha avuto occasione o necessità di parlare - eventualmente prima, dopo o durante l'evento - con lo stesso comandante generale?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Nella circostanza, la comunicazione che mi ha dato il questore personalmente la inquadro - perché tale è la sua collocazione - nei normali, consueti rapporti che contraddistinguono chi lavora perseguendo fondamentalmente un comune scopo. È prassi comune che in alcuni casi taluni organi collaborino tra loro.
D'altra parte tutte le decisioni sono state prese congiuntamente ogni volta si sia reso necessario che uno dei due ascoltasse l'altro: ciò riguarda l'attività nel suo complesso, anche quella preparatoria iniziale. Non ho mai appreso da nessuno che il comandante generale fosse stato preavvisato dell'operazione alla Diaz: d'altra parte non lo avevo avvisato


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della perquisizione allo stadio Carlini. A riprova di ciò (rispondo anche alla quarta domanda), ho avuto occasione di parlare con il comando generale della perquisizione alla scuola Diaz solo domenica mattina mi hanno chiamato poiché avevano appreso dagli organi di informazione che era stata effettuata una perquisizione e che la notizia era diventata di dominio pubblico. Mi hanno chiesto informazioni: solo in quel momento ho comunicato al comando generale che era avvenuta la perquisizione (Commenti del deputato Mancuso).
Confesso che non sono in grado di riferire il nome; ritengo, atteso il mio livello, che mi abbia chiamato il capo ufficio operazioni o il capo del I reparto. Le confesso, onorevole Mancuso, che non ricordo chi mi abbia chiamato quella domenica.
C'erano altri ufficiali, al di fuori del comando provinciale di Genova: in primo luogo, tutti i comandanti dei contingenti, e poi gli ufficiali che componevano il nucleo addestrativo logistico, realizzato per le circostanze, cioè il nucleo che aveva provveduto all'addestramento e che assicurava la fornitura dei materiali necessari.

FILIPPO MANCUSO. Qualcuno di grado superiore al suo?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Di grado superiore al mio, assolutamente no. Comunque, la funzione è preminente rispetto al grado; il personale di rinforzo dipende dal comandante provinciale, da colui che esercita la funzione di comandante provinciale dell'ordine pubblico, proprio per le disposizioni connesse alla legge n. 121 del 1981.

FILIPPO MANCUSO. Vorrei ancora una risposta relativa a quella perquisizione: il colonnello ha mai avuto l'occasione di parlare con il comandante generale? In quali termini?


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GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Mi sembrava di aver già risposto di no, ribadisco la mia risposta e replico subito anche alla quarta domanda: a riprova, ho parlato per la prima volta con i miei superiori perché sono stato chiamato l'indomani, domenica mattina, intorno alle 9,30.

LUCIANO MAGNALBÒ. Colonnello, le rivolgerò alcune domande precise. Lei ha usato, parlando dei disordini che avete dovuto fronteggiare, la forma impersonale «si è fatto ricorso da parte» vuole specificare se tutti hanno fatto ricorso o solamente una parte dei manifestanti o determinate frange ben individuate? Inoltre, a quanto ammontano, pressappoco, i danni riportati dal comando provinciale?
Colonnello, conferma che tra gli arrestati vi sono anche italiani legati alle aree dell'estrema sinistra? Si era parlato del fermo di un brigatista rosso: è solamente una voce o una realtà che trova fondamento?
Con chi fu preso contatto allo stadio Carlini? C'è stato modo di accertare se tutti gli ospiti dello stadio Carlini furono registrati? Chi fu l'affidatario? Risulta che i fermati siano stati sottoposti ad intercettazioni ambientali? È vero che da tali intercettazioni sono emerse calunnie nei confronti dei militari dell'Arma?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sono costretto a rimandare la risposta all'ultima domanda alle dichiarazioni già rilasciate in materia, che gli organi di stampa ed informazione hanno attribuito a magistrati della procura della Repubblica di Genova.
Rispondo alla quarta domanda - con chi fu preso contatto allo stadio Carlini e se tutti gli ospiti fossero stati registrati -


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dicendo che anche questa attività fu coordinata da un funzionario della pubblica sicurezza. Non sono dunque in grado di fornire una risposta completa. Escludo che tra gli arrestati ci fosse un appartenente alle Brigate Rosse.
Il mio comando provinciale ha subito complessivamente danni ammontanti a 40-60 milioni di lire. Mi sembra sia apparsa anche sugli organi di stampa la stima fatta dal provveditorato alle opere pubbliche.
Personalmente non ho mai detto che tutti hanno fatto ricorso a metodi violenti, alla distruzione o al saccheggio. Mi sembra di aver detto, e rimando comunque alla mia relazione, che il ricorso a tali attività è stato sicuramente superiore anche alle peggiori previsioni formulabili all'inizio. Ma dire che tutti vi hanno partecipato, sarebbe assolutamente ingiusto e non corrispondente alla realtà.

LUCIANO MAGNALBÒ. Le previsioni erano fondate dalle informative che avevate ricevuto dai servizi?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Complessivamente, direi proprio di sì. La violenza, la ripetitività e la continuità, possono essere risultate sicuramente superiori anche alle peggiori aspettative.

GRAZIELLA MASCIA. Ringrazio il colonnello Tasser per la precisione della sua relazione ed anche per le risposte che sta dando ai colleghi. A tale proposito, vorrei sottolineare che, a mia domanda specifica, il comandante dei Carabinieri mi aveva risposto che il battaglione Tuscania non era intervenuto in via Tolemaide. Ad ogni modo, la ringrazio per le notizie che ci sono state fornite.
Vorrei chiederle, altresì, se sia possibile acquisire la relazione relativa al vostro intervento presso la scuola Diaz. A me


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interessa in particolare l'episodio che lei ci ha raccontato di un signore ricoverato in ospedale...
Vorrei poi rivolgerle due domande molto specifiche. Un quotidiano genovese, il giorno 26 di luglio, ha riferito della testimonianza di una signora, (nome e il cognome sul giornale), relativamente a festeggiamenti che si sarebbero svolti presso la Fiera sia nella notte della domenica, sia la mattina e il pomeriggio del lunedì da parte di diverse forze dell'ordine. In particolare, la signora fa riferimento ai Carabinieri. In queste occasioni, sempre in base alla testimonianza, i festeggiamenti sarebbero avvenuti con saluti romani, canti fascisti e ve ne sarebbero stati anche per la morte di Carlo Giuliani. Ecco, vorrei chiederle se lei ne ha notizia, se può confermare o smentire.
Inoltre, oggi in un'intervista, il pubblico ministero milanese Stefano D'Ambrosio, a proposito delle vicende genovesi ha parlato di «dimostrazione delle considerevoli carenze in termini di coordinamento tra le varie forze di polizia». E ancora ha affermato: «Non è possibile che nella piazza dove è morto Carlo Giuliani non siano intervenuti i poliziotti chiamati dai Carabinieri a bloccare le cariche dei manifestanti perché mancava in quel momento un'ordine formale di un funzionario di Polizia». Dato che è stato scritto in diverse occasioni sui giornali di come la camionetta sia rimasta isolata per un po' di tempo e considerato che le dichiarazioni di cui sopra sono di una persona molto autorevole, vorrei chiederle se lei abbia notizia del fatto che sia stato impossibile intervenire in aiuto di questi Carabinieri perché un funzionario non ha dato un ordine formale.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. In ordine all'ultima domanda, le rispondo che non ho assolutamente notizie in tal senso. Le


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confesso che sono rimasto anche un po' perplesso perché non penso possa essere una notizia veritiera; ovviamente, si tratta di una considerazione del tutto personale e gratuita.
Non metto in discussione il contenuto dell'intervista al dottor D'Ambrosio, anche se non la conosco, ma a me sembra molto strano che l'intervento sia stato fermato per mancanza di un ordine formale. Peraltro, non ho assolutamente alcuna notizia in merito.
Con riferimento alla prima domanda da lei posta, se il comandante generale non le ha riferito probabilmente, anzi sicuramente, la colpa è mia. Ciò perché, nel riferire al comando generale sugli eventi di particolare rilevanza verificatisi nei giorni 19, 20 e 21 luglio, non ho mai trattato gli interventi del Tuscania, in quanto da essi non è derivato alcun problema degno di nota. Ritengo, quindi, che il comando generale avesse la cognizione iniziale della pianificata posizione di riserva che il contingente del reggimento paracadutisti avrebbe dovuto mantenere. Per questo motivo ritengo che il comandante generale abbia riferito, in tal senso, a questo Comitato.
Per quanto riguarda la relazione dell'intervento alla scuola Diaz, mi riservo di fornirle una risposta, perché devo verificare prima la posizione della stessa rispetto all'inchiesta. Mi risulta, peraltro, che sono state richieste già tutte le relazioni. La pregherei, pertanto, di avere la cortesia di attendere, dicendole sin da ora che aderirò a tale richiesta se non ci saranno vincoli di carattere giudiziario.
Per quanto riguarda i festeggiamenti svolti presso la Fiera da parte dei Carabinieri con saluti romani e canti fascisti, le confesso che non so cosa dirle, nel senso che non mi risultano festeggiamenti, tanto meno per la morte di Giuliani.


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MARCO BOATO. La ringrazio, signor colonnello, per la sua relazione e vorrei esprimerle anche solidarietà per il gravoso compito svolto dai reparti sotto il suo comando ed anche per le difficoltà che hanno attraversato, non solo in termini di danni materiali, ma anche sotto il profilo personale.
Come lei sa, il Parlamento e le Commissioni affari Costituzionali di Camera e Senato hanno deciso di costituire un Comitato di indagine sui problemi verificatisi durante il vertice G8 a Genova e, in particolare, durante le giornate del 20 e del 21 luglio, anche in riferimento ad aspetti più specifici - che però non mi pare riguardino direttamente l'Arma dei carabinieri - relativi alla cosiddetta perquisizione della scuola Pertini-Diaz e alla questione di eventuali fatti illeciti verificatisi presso la caserma di Bolzaneto.
Nella sua relazione sono elencati tre obiettivi - condivisibili ed ufficialmente dichiarati anche a livello politico e parlamentare - che accomunavano l'Arma dei carabinieri e tutti gli altri apparati dello Stato (militari, di polizia ed istituzionali) in relazione al vertice: il primo era quello di permettere lo svolgimento del vertice, il secondo quello di tutelare il diritto alle manifestazioni pacifiche, il terzo quello di garantire la sicurezza dei cittadini e dei manifestanti pacifici. I problemi emersi, su cui dobbiamo appurare i fatti, al di là dei giudizi, non sono riferiti al primo obiettivo, che è stato pienamente raggiunto, anche grazie al vostro lavoro, bensì al secondo ed al terzo.
Se è in grado di farlo, nei limiti del possibile vorrei una sua valutazione dei problemi scaturiti durante la concreta gestione dell'ordine pubblico, ben sapendo che la responsabilità diretta di tale gestione non era in capo agli ufficiali dell'Arma dei carabinieri, bensì alle autorità di pubblica sicurezza, come giustamente ci ha ricordato, citando la legge n. 121 del 1981.


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Tuttavia, come lei stesso ha detto, in tutte le occasioni principali sono stati impiegati i reparti dell'Arma dei carabinieri, anche se sotto la direzione dei funzionari della Polizia di Stato.
In riferimento ai due obiettivi citati, le chiedo: perché in taluni casi, emersi dalle ricostruzioni dettagliate di altri appartenenti ai corpi di Polizia, non è stato possibile contrastare adeguatamente le azioni di violenza e di vera e propria guerriglia urbana, attuate non solo dai gruppi del black bloc, ma anche da altri settori? È ovvio che non era ipotizzabile un contrasto totale di tali atti (che sarebbe stato difficile immaginare per la dimensione che avevano assunto), ma almeno una adeguata operazione di contrasto. Perché, invece, in alcune circostanze, in particolare durante i pomeriggi del giorno 20 e, soprattutto, del giorno 21 luglio, in occasione dello svolgimento di una grande manifestazione preannunciata e non vietata, che ha visto la partecipazione di molte decine di migliaia di persone, molti manifestanti pacifici sono stati sottoposti - come risulta da molte testimonianze e da molti filmati - a forme di repressione che obiettivamente erano finalizzate a contrastare gli atti di violenza, ma che hanno invece coinvolto un numero consistente di partecipanti non violenti?
Faccio queste domande al comandante provinciale dell'Arma dei carabinieri - l'ufficiale più alto in grado, con una responsabilità istituzionale, seppure alle dipendenze funzionali dell'autorità di pubblica sicurezza - più che per conoscere i singoli dettagli (non essendo ciò possibile in questo momento, anche perché molti episodi sono oggetto di indagine dell'autorità giudiziaria) per aiutare il Comitato a comprendere che cosa è successo a Genova, quali sono state le difficoltà incontrate e quali potrebbero essere gli accorgimenti per


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evitare o ridurre la dimensione di fenomeni analoghi che si potrebbero verificare in futuro in Italia o in altri paesi.
Inoltre, se fosse possibile e nei limiti in cui lei ne abbia conoscenza, avendo precisato che saranno inviate le relazioni di servizio, potrebbe ricostruire la dinamica complessiva non solo della vicenda drammatica della morte di Carlo Giuliani, ma di tutti i fatti avvenuti nel primo pomeriggio di venerdì 20 luglio tra via Tolemaide e piazza Alimonda, apparendo in tutti i filmati che principalmente in quella zona sono stati impiegati reparti dell'Arma dei carabinieri? Vorrei sapere inoltre se conosce il nome del funzionario della Polizia che comandava i reparti dell'Arma dei carabinieri che erano stati lì impiegati.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Non sono in grado di dare una risposta alle sue due ultime domande, perché non ho gli elementi sufficienti. In ogni caso non è semplice esaminare la questione di piazza Alimonda, perché tra l'altro - come lei ben sa - i contingenti impegnati sono stati più di uno ed erano alle dipendenze dei funzionari di Polizia, per cui la ricostruzione degli episodi è del personale della Polizia di Stato.

MARCO BOATO. Vorrei precisare che non mi riferivo all'ultimo tragico episodio, ma alla complessiva dinamica dei fatti risalenti già ad alcune ore prima, quindi al di là della tragica vicenda di Giuliani, che è all'esame dell'autorità giudiziaria.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Vorrei essere in grado di dare una risposta certa e documentata, ma ora - la prego di perdonarmi - non ho un ricordo completo per poter rispondere come vorrei. Comunque, mi riservo di dare una risposta


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all'onorevole Boato, trasmettendo la documentazione al presidente.
Per il resto, mi associo alle dichiarazioni del questore di Genova protempore Colucci, precisando che la continuità e la ripetitività degli avvenimenti sono state tali - considerando anche il numero delle persone coinvolte - da superare la peggiore delle previsioni.
Ritengo che, come lei ha già evidenziato, dagli eventi si possano comunque trarre delle indicazioni. Anche questi accadimenti saranno quindi valutati a livello centrale, d'intesa tra tutte le forze di polizia ed il dipartimento e, se necessario, saranno individuati i correttivi ed i miglioramenti che, come ben sappiamo, possono derivare solamente da esperienze vissute. Questo è quanto sono in grado di dirle. Mi riservo di fornirle una risposta alla sua seconda domanda.
Un'ultima osservazione: a mio parere il coordinamento tra Carabinieri e Polizia ha funzionato molto bene, sia nella fase iniziale che in fase esecutiva.

GIANNICOLA SINISI. Saluto e ringrazio il colonnello Tesser. Una prima questione che volevo sottoporre alla sua attenzione riguarda l'organizzazione delle manifestazioni a Genova. Nel comitato provinciale riunitosi il 10 maggio 2001 lei, credo anche alla luce di una lunga esperienza in materia di lotta al terrorismo e all'eversione, fece presente che l'assembramento di molte persone rappresenta, per diverse ragioni, un pericolo; di conseguenza, suggerì in quella sede di far svolgere le grandi manifestazioni prima del periodo in cui si sarebbe tenuto il vertice. Questa sua indicazione veniva accolta dal comitato e veniva esaminato un elenco di date compatibili con le indicazioni da lei fornite.
Tutto questo avveniva il 10 maggio. Il 2 giugno il prefetto di Genova emanava un'ordinanza in cui si delimitava una zona


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gialla all'interno della quale venivano vietate le manifestazioni ed il volantinaggio; il 12 luglio il questore di Genova, disattendendo di fatto l'ordinanza prefettizia, autorizzava invece alcune manifestazioni anche all'interno della suddetta zona. Se partecipò alla riunione del 13 luglio nella quale venne rappresentata l'ordinanza di servizio del questore, ebbe modo di manifestare il suo dissenso?
Lei ha poi detto che non ha ricevuto alcun supporto, se non quello tecnico-logistico del comando generale, e che non erano presenti ufficiali superiori in grado dello stesso comando durante i giorni in cui si sono svolti gli avvenimenti. Il comandante generale ci ha parlato dell'intervento di supporto del ROS. A tal proposito le chiedo: il ROS a livello centrale fornì un supporto durante quei giorni? In caso affermativo, chi lo fornì?
Un ulteriore quesito che voglio porle è il seguente: in concreto, in tutti gli interventi di ordine pubblico vi fu la presenza di un funzionario di pubblica sicurezza? Le risulta che questa circostanza si sia verificata di fatto, oltre che in astratto, come sancito dalla legge n.121?
Signor colonnello, le manifesto tutta la mia solidarietà per gli assalti portati ai luoghi di rappresentanza delle istituzioni, come la caserma dei Carabinieri. Reputo questi fatti terribili. Le chiederei però di specificare quando si sono verificati questi assalti alla caserma del comando provinciale e per quanto tempo essi si sono prolungati (mi riferisco ai due assalti a cui lei ha accennato).
Un'ultima domanda: lei ha mai partecipato direttamente alle attività della sala operativa comune istituita presso la questura?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Il ROS ha fornito il supporto ed era


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presente anche il generale Ganzer, che non fa parte del comando generale dell'Arma dei carabinieri ma, appunto, del ROS.

GIANNICOLA SINISI. Mi è noto.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Lo so perfettamente che le è noto, ma era per rispondere alla sua seconda domanda (Commenti).

PRESIDENTE. Il colonnello Tesser ha riferito, a seguito della domanda posta dall'onorevole Sinisi circa la presenza di superiori in grado e la loro appartenenza al comando generale o al ROS, che era presente il generale Ganzer del ROS, ma nessuno del comando generale.

FILIPPO MANCUSO. Questa è in qualche modo una correzione rispetto alla risposta...

PRESIDENTE. Parzialmente, onorevole Mancuso. Forse la domanda è stata incompleta. Prego colonnello, prosegua pure con le sue risposte...

MARCO BOATO. L'onorevole Mancuso diceva che questa è stata una sorta di correzione rispetto alla risposta...

PRESIDENTE. Non c'è dubbio, solo che il colonnello ha risposto alla domanda circa la presenza o meno di qualcuno del comando generale. Su tale questione egli ha risposto negativamente; il collega ha invece ampliato l'indagine conoscitiva e ha chiesto se fosse stato presente qualche superiore in grado appartenente al ROS unitamente a quelli del comando generale, e mi pare che il colonnello abbia fornito la risposta anche a tale quesito. Prego colonnello, prosegua pure.


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GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Non mi risulta che alcun contingente sia rimasto senza funzionario di pubblica sicurezza. Circa gli assalti a Forte San Giuliano, questi sono stati diversi; il primo è avvenuto già la sera del 19: come ho accennato nella relazione, al termine dei cortei di quel giorno, mentre i manifestanti rientravano sono stati lanciati sassi contro il portone, sono state rotte due telecamere e danneggiato uno dei cancelli di ingresso alla porta carraia. Si sono verificati poi due attacchi il giorno 20, il primo nella mattinata ed il secondo nel pomeriggio. Altri due attacchi sono stati portati nella giornata del 21. In questa giornata però tutto il lato che dà verso corso Italia è stato interessato da una manifestazione che ha avuto uno svolgimento continuo, rendendolo di fatto impraticabile, come impraticabile era stato negli altri giorni: Forte San Giuliano è infatti collocato in una posizione tale per cui era interessato da tutte le manifestazioni, sia quando queste partivano, sia quando rientravano. Gli attacchi veri e propri sono stati comunque quelli che ho menzionato.
Non ho rappresentato alcuna discordanza al questore nella riunione del 13 luglio. Mi sembra che sull'argomento delle autorizzazioni alle manifestazioni abbia comunque già risposto il questore di Genova.
Infine, per rispondere all'ultima domanda, devo dire che non sono stato nella sala operativa comune istituita presso la questura.

ANTONIO IOVENE. Vorrei rivolgerle pochissime domande. La prima riguarda l'utilizzo del battaglione Tuscania a proposito del quale nel corso dei lavori del Comitato, sono state fornite quattro versioni diverse: il mancato utilizzo, l'utilizzo una sola volta ma con difficoltà ad individuare il posto in cui andare, l'utilizzo per due volte, mentre ora lei afferma che è


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stato utilizzato in quattro occasioni diverse. Secondo lei, quali sono le ragioni per cui si sono succedute queste diverse versioni.
La seconda domanda riguarda il fatto che, prima dello svolgimento delle diverse manifestazioni, ad esempio, nel corso della mattinata del 20 luglio per esempio, lontano dai luoghi di tali manifestazioni e nella zona gialla si sono verificati alcuni atti vandalici. Vorrei sapere se vi sono state iniziative volte a bloccare tali atti, se sono stati effettuati fermi o arresti in quelle occasioni, in poche parole, se era stata organizzata un'attività precedente allo svolgimento delle manifestazioni da parte delle forze dell'ordine.
Nel confronto che si è determinato in via Tolemaide, il 20 pomeriggio, mi pare siano state impegnate forze dell'Arma dei carabinieri. Vorrei sapere quale soggetto in quel momento aveva il comando della piazza.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Mi sembra di aver già risposto alla prima domanda: ho spiegato che, se il comandante generale ha fornito una versione, vi è a monte un mio errore di valutazione. A priori ho ritenuto i vari interventi posti in essere dal battaglione del Reggimento carabinieri paracadutisti non significativi in relazione al concetto e all'utilizzo del contingente dei paracadutisti.
Mi sembra anche che, relativamente alla questione di via Tolemaide, mi avesse già posto una domanda...

MARCO BOATO. Lo avevo chiesto anch'io.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Ho già detto che non lo sapevo.. il comandante...


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MARCO BOATO. Il funzionario della Polizia di Stato responsabile...

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. ...quindi mi riservo di fornire una risposta appena possibile.
Chiedo scusa, per quanto riguarda la seconda domanda, relativa agli atti vandalici verificatisi prima delle manifestazioni, può specificare meglio la domanda?

ANTONIO IOVENE. Il giorno 20 luglio sono state autorizzate alcune manifestazioni nella zona gialla, a ridosso della zona rossa nei cosiddetti presidi, nelle piazze tematiche, in cui si dovevano svolgere iniziative sulle diverse questioni (su cui poi le associazioni si sono divise). Lontano da queste piazze si sono verificati incidenti, anche prima dell'inizio delle manifestazioni, che erano mediamente convocate tra le undici e mezzogiorno. Pertanto, già nella prima mattinata, lontano da questi luoghi di riunione, si sono verificati incidenti, incendi di macchine, sfondamento di negozi ed altro ad opera dei black bloc. Sono stati, in proposito, organizzati interventi specifici ? Sono stati isolati tali casi?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Ho già riferito nella mia relazione iniziale in merito a tutti gli interventi svolti. È chiaro che, essendo presenti contingenti preposti all'ordine pubblico già dall'inizio dello svolgimento dei cortei, eventuali interventi sono considerati nel contesto dell'attività di tali contingenti, i quali dipendevano dai funzionari di turno; essi, quindi, erano responsabili della zona.

LUCIANO VIOLANTE. Volevo chiederle, colonnello, quale è il significato della dizione «sale operative interconnesse»? È


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un'espressione che lei ha usato all'inizio, quando ha spiegato come era preparato il sistema di comunicazione tra i vari corpi.
Seconda questione: la jeep sulla quale si trovava il carabiniere che ha sparato a Giuliani, che funzione aveva quando è stata aggredita? Era munita di radio trasmittente?
Terza questione: lei ha accennato alla presenza di deputati di Alleanza nazionale negli uffici dell'Arma dei carabinieri. Questa presenza è stata annunciata con una conferenza stampa del 19 luglio nella quale si era detto che alcuni parlamentari sarebbero stati presenti, a staffetta, nella sala centrale operativa (conferenza stampa ANSA del 19 luglio). Dopodiché, uno dei partecipanti a queste visite afferma: «Sono stato nella centrale operativa dei carabinieri fino a pochi minuti prima della morte del manifestante e dai monitor ho potuto vedere le diverse zone di Genova in cui erano in corso degli scontri e posso testimoniare che ho visto quando sono state assalite (...)». Si ha l'impressione di una presenza che si è protratta nel tempo, preceduta dalla comunicazione relativa ad una presenza a rotazione, cioè a staffetta, nella sala operativa dell'Arma dei carabinieri.
Volevo chiedere se ciò corrisponda al vero.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Per «interconnesse» intendo collegate tra loro con videoconferenza.

LUCIANO VIOLANTE. Quindi, in luoghi distinti e in connessione fra loro tramite videoconferenza. È esatto?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sì, tramite videoconferenza.

LUCIANO VIOLANTE. La connessione era permanente, naturalmente? Permanentemente c'erano i video sui quali si


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vedevano le diverse cose e c'era lo scambio di informazioni. È la prima volta che si applica tale interconnessione o è una cosa frequente?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Mi risulta che già in diverse città d'Italia esista la interconnessione. Sicuramente a Milano, ma anche a Palermo.

LUCIANO VIOLANTE. La seconda questione.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. L'autovettura Land Rover Defender era ed è dotata di apparato radio.

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi, colonnello. Il comandante generale dell'Arma dei carabinieri è davvero poco informato. Infatti, prima ha affermato che il battaglione Tuscania non è intervenuto, ed invece sappiamo che è intervenuto. Successivamente ha detto, se non ricordo male al collega Bressa, che il ROS non è intervenuto ed invece lei afferma che era presente il generale Ganzer del ROS, che è intervenuto. Poi ancora ci ha raccontato che non c'era apparato radio su questa jeep. Invece ora ascoltiamo che c'era. Dunque era assai poco informato come comandante generale dell'Arma dei carabinieri. Mi scusi: ovviamente questa non è una circostanza che riguarda lei, anche se probabilmente lei avrebbe dovuto essere la fonte informativa del comando generale.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sta mettendo il dito nella piaga! L'ho detto: il battaglione paracadutisti è stata una mia errata valutazione.


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LUCIANO VIOLANTE. Lei è sicuro che su quella vettura ci fosse l'apparato radio? O ritiene che poiché tutte le vetture sono munite di radio, anche quella lo fosse?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Tutti i nostri mezzi operativi sono dotati di apparati radio per i collegamenti. Su questo non c'è ombra di dubbio! Può accadere che alcuni mezzi, impiegati in attività logistiche, non siano forniti di tali strumenti.

LUCIANO VIOLANTE. Questa jeep che funzione aveva?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. La jeep era fornita di radio. Aveva nello specifico momento una funzione, di fatto, logistica. Tuttavia, essa aveva un apparato radio a bordo.

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi, siccome il comando generale afferma il contrario, crederò più a lei che al comandante generale.
Vi era poi la questione relativa alla presenza dei colleghi parlamentari di Alleanza nazionale nella sala operativa, in modalità di staffetta o per un tempo protratto.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Non so molto sulla modalità cui lei ha fatto cenno. Le posso dire che nella mattinata del 20 luglio, - l'avevo già sostenuto - alle ore 10 circa vi è stata una visita, già preannunciata, da parte dei parlamentari sia alla questura che alle strutture fieristiche. Gli onorevoli Ascierto, Bornacin e Bricolo hanno effettuato una visita presso il comando provinciale di Genova, intorno alle 10.

MARCO BOATO. Poi sono tornati anche il 21 luglio.


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GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sono restati fino alle 16,30, all'interno della sala briefing.

MARCO BOATO. Dove ci sono i video.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Vi è uno schermo che consente la visione dei programmi televisivi, tra l'altro. Siccome in quei giorni i programmi televisivi mandavano soltanto...

LUCIANO VIOLANTE. Quindi non sono stati nella centrale operativa. Sono stati nella sala briefing.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sono stati anche nella centrale operativa. Sono entrati brevemente. Hanno salutato il personale operante.

MARCO BOATO. Allora hanno dichiarato il falso.

LUCIANO VIOLANTE. Hanno esagerato un po'.

MARCO BOATO. Hanno dichiarato di essere stati ore nella sala operativa e di aver visto tutto.

LUCIANO VIOLANTE. Non è colpa del colonnello.

PRESIDENTE. Onorevole Boato, lo dica quando essi sono presenti. Faccia le dichiarazioni che vuole, magari una conferenza stampa.

LUCIANO VIOLANTE. Sono arrivati alle 10 e sono andati via alle 16,30 ?


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GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Sì, alle 16,30.

LUCIANO VIOLANTE. Le dico questo perché in un comunicato sostengono di essere stati sino a pochi minuti prima della morte del ragazzo. Questo non è esatto, dunque. Il ragazzo morì intorno alle 17, 45, se non ricordo male. Invece, secondo quello che lei mi dice, sono andati via intorno alle 16,30. Quindi, più di un'ora prima.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Tra le 16, 25 e le 16,35. Mi sembra che la morte risalga alle 17,25.

LUCIANO VIOLANTE. Quelle affermazione quindi non sono esatte.

SAURO TURRONI. Ho ascoltato la relazione del colonnello, che ringrazio e al quale vorrei rivolgere una domanda, poi seguita da un'altra, soltanto al fine di un chiarimento.
Il colonnello ci ha detto che vi sono stati tre attacchi alla zona rossa: il primo, in via Cesarea intorno alle ore 10; il secondo, in piazza Dante, dalle ore 12 alle ore 14 e il terzo, in corrispondenza di piazza Corvetto, dalle ore 16 alle 16,30. Successivamente, in un altro punto della sua relazione, ci ha detto - stiamo parlando del giorno 20 luglio e sto cercando di ricostruire i luoghi nel territorio dove si sono avuti questi scontri e la loro sequenzialità, se vi è stata, o contemporaneità; questo è lo scopo della domanda che le faccio - che vi sono state vere e proprie azioni di guerriglia e scontri molto violenti, a cominciare dalle 10, 45 della mattina, in altra zona, precisamente in piazza Paolo Da Novi, che non è a contatto con la zona rossa, ma alquanto spostata. Vi sono poi stati


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scontri in via Tolemaide ed in altri luoghi. Parlando quindi dell'impiego del battaglione Tuscania, lei ha detto che la prima volta è uscito dal luogo in cui era stanziato alle 11,45 per recarsi in via Pisacane; successivamente, alle ore 13, si è recato in zona Brignole (Hotel President), dove però non vi era più niente e quindi è rientrato. Alle ore 13, 30 è uscito per recarsi in piazzale Kennedy.
Le volevo chiedere se è in possesso di una ricostruzione più completa dei momenti in cui gli scontri si sono verificati nelle varie zone della città. Sarebbe interessante sapere quando in via Tolemaide si sono verificati quegli scontri iniziati prima dell'arrivo della manifestazione non autorizzata in piazza Brignole. Così anche per altre zone del territorio. Infatti, per quello che ho potuto vedere guardando la carta, tali scontri sarebbero partiti in alcune zone della città, prima o addirittura contestualmente alla partenza del corteo dallo stadio Carlini e sarebbero avvenuti in zone molto distanti da quest'ultimo. Infatti, piazza Paolo Da Novi si trova quasi in corrispondenza della zona di via Tolemaide, ovvero tra quest'ultima e piazza XX settembre.
Quindi, dal momento che un corteo parte da una certa zona della città, dove c'è uno stadio, poi si avvicina verso la zona rossa, sarebbe interessante capire per quale motivo - questa è la questione - poi non si è operato catturando i responsabili di quelle azioni di guerriglia.
Sulla seconda questione ho ascoltato attentamente la sua smentita. Tuttavia, ieri c'è stato chi ha dichiarato che il battaglione si era perso. Mi sono permesso, dato che è anche il mio mestiere, di andare a guardare sulla carta, che è una carta in scala, qual è la distanza metrica tra la zona dove era acquartierato il battaglione Tuscania e piazzale Kennedy, dove si è poi recato. Lei ci ha detto che sono stati impiegati 15


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minuti: la distanza tra questi due luoghi non è superiore ai 500 metri. Anche a piedi, anche caricati di scudi, di elmi e di quant'altro, credo che dei giovani di una ventina d'anni possano impiegare di meno, non dico alla velocità di un chilometro ogni 3 minuti, come corre normalmente un maratoneta, ma a quella di un chilometro ogni 10, 12, 15 minuti, come procede chi cammina a passo lentissimo, perché, appunto, il passo lentissimo è di circa un chilometro ogni 4 minuti. Si sono persi? Hanno sbagliato strada? Perché ci hanno messo tanto tempo a percorrere i 500 metri che separano l'acquartieramento dalla piazza dove si dovevano recare?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Non mi sembra un tempo eccessivo, per una considerazione molto semplice. Occorrono sì, 15 minuti per raggiungere piazzale Kennedy che, come lei ha ben rilevato, è talmente vicino: quindi, mi scusi, a maggior ragione, è ancora più difficile perdere la strada, perché ce l'avevano a fianco. Ma, a parte questo, hanno dovuto assumere una formazione, poi sono trafilati, perché c'erano dei manifestanti, alcuni dei quali seduti davanti a un contingente, quindi sono passati in mezzo a delle persone. Se avessero utilizzato dei mezzi, ci sarebbero stati, probabilmente, problemi maggiori, non per noi, ma per chi era dall'altra parte. Quindi, si tratta di un tempo, se mi consente, tecnico, giustificato da quello che succedeva in quel momento. D'altra parte, come lei stesso ha rilevato, forse non sono più di 400 metri, e piazzale Kennedy è proprio a lato della caserma Menti. C'era anche un altro reparto davanti, quindi hanno dovuto trafilare tra il reparto e gli altri. In seguito, hanno dovuto aspettare, anche se, come


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ho detto, erano già entrati prima. È arrivato il mezzo che invece ha dovuto fare un'altra strada per sfondare una barricata. Ma non ha perso la strada.

SAURO TURRONI. La ragione della domanda non era tanto dovuta al fatto che si fossero persi o meno: bensì che nell'ordinanza del questore, e nelle azioni preparatorie che si erano ipotizzate prima, si diceva che questo tipo di reparti mobili dovevano servire ad accerchiare i manifestanti trovati a compiere azioni vandaliche in talune zone, perché era opportuno svolgere questo tipo di azione. Se ci si mette tanto tempo, mentre i manifestanti questi sono veloci e mobili, evidentemente non si arriva in tempo. Questa era la ragione della domanda.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Per quanto riguarda la successione dei disordini, vista, in particolare, la questione di via Tolemaide, mi riservo di fare avere la relazione completa di tutti gli elementi.

GIANCLAUDIO BRESSA. Rivolgo a lei, colonnello, la stessa domanda che avevo rivolto al generale Siracusa, avendo, a questo punto, la possibilità di una risposta. Qual è stata la funzione del ROS nazionale a Genova? Qual è stata, in questo caso, la funzione del generale Ganzer e a chi rispondeva?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Il ROS, svolgendo attività squisitamente di polizia giudiziaria, rispondeva alla magistratura. Comunque, la sezione anticrimine ha lavorato, così come previsto, in pieno affiancamento con il mio reparto ed il nucleo operativo. Quindi hanno svolto le attività istituzionali previste.


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IDA DENTAMARO. Vorrei chiedere al colonnello solo un chiarimento sulla risposta che ha dato prima a proposito della Land Rover, da cui è partito il colpo che ha ucciso Giuliani. Ha parlato di funzione logistica, ma forse sono io che non ho ben capito. Il chiarimento che chiedo è il seguente: cosa faceva, in effetti, in quel momento, in quel luogo, quella jeep? Tra l'altro, ce n'era un altra che è riuscita invece ad andare via. Cosa facevano, quindi, questi due automezzi?
L'altra domanda che volevo fare è se questi mezzi sono forniti a bordo anche di estintore.

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Tutti i nostri mezzi sono forniti di estintori. Quindi, ritengo che anche le due Land Rover ne fossero fornite. Sono però piuttosto piccoli, perché vanno agganciati, in genere, ai sedili, oppure nel bagagliaio, a seconda del tipo di veicolo.
Riguardo alle due Land Rover, una, con a bordo un ufficiale, stava provvedendo al trasporto di materiale necessario per lo svolgimento del servizio. L'altra, invece, quella con a bordo il carabiniere Placanica, svolgeva regolare servizio nell'ambito del reparto e si era attardata, nello sganciamento, per un motivo molto ben preciso: stava raccogliendo due militari che si erano sentiti male, per il continuo uso di lanci lacrimogeni.

GRAZIA LABATE. Volevo fare una domanda al colonnello Tesser a proposito della dotazione di questi mezzi a supporto logistico di radio ricetrasmittenti: premetto al colonnello che l'ho chiesto anche al generale Siracusa; non vorrei che lei vivesse questo con imbarazzo anche per la correttezza istituzionale gerarchica che esiste tra le diverse figure. Glielo chiedo perché mi riesce difficile comprendere, ovviamente, avendo noi


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soltanto visto, attraverso le videocassette che i mezzi di informazione e di stampa ci hanno fatto pervenire in Comitato, l'andamento di quei tragici fatti.
Domando a lei se non sarebbe stato possibile, essendo dotati di uno strumento come le radio ricetrasmittenti, chiedere soccorso, visto l'accerchiamento di quella camionetta. Riservandosi di mandare in seguito rapporti più dettagliati, può motivare (avendo noi letto i rapporti della Polizia di Stato, che aveva poi il comando operativo sul territorio) come mai, trovandosi a 50 metri un contingente della Polizia di Stato, quest'ultimo non sia riuscito a prestare soccorso a quella Land Rover, in quel momento delicato dell'accerchiamento?

GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Onorevole Labate, se per radiosoccorso intende una richiesta da parte degli interessati, noi, come comando, non avevamo la percezione di ciò che stava succedendo e pertanto non potevamo prestare soccorso, né via radio né materialmente.
Penso che la situazione fosse tale che il militare abbia pensato ad allontanarsi prima di chiedere soccorso. Inoltre, se lei mi consente, per esperienza personale di ordine pubblico (almeno in passato me ne sono occupato molto), si tratta di situazioni talmente fluide che si sprigionano in pochi minuti; pertanto può succedere che in quei brevissimi attimi non si abbia la percezione o la materiale possibilità di intervenire. Ricordo a me stesso, tra l'altro, che tale questione è oggetto della doverosa attività della magistratura.

PRESIDENTE. La ringraziamo, colonnello Tesser. Le saremmo ancora più grati se, ci potesse fornire, in un breve lasso di tempo, la relazione cui si è fatto riferimento e che lei si è riservato di produrre.


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GIORGIO TESSER, Comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri. Certamente, signor presidente.

Audizione del Tenente Colonnello Pasquale Petrosino Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del tenente colonnello Pasquale Petrosino, comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete, previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Tenente colonnello Petrosino, la ringraziamo per la sua presenza. Se lei ha una relazione, le sarei grato se la illustrasse al Comitato.

PASQUALE PETROSINO, Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Ringrazio il presidente ed i membri del Comitato per l'opportunità che mi viene offerta di illustrare il contributo di uomini e mezzi fornito dalla Guardia di finanza in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova dal 20 al 22 luglio ultimi scorsi.


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Evidenzio subito che tale apporto deve necessariamente essere considerato e valutato alla luce delle disposizioni legislative e regolamentari che oggi disciplinano l'intervento del Corpo nei servizi volti al mantenimento dell'ordine e della sicurezza pubblica.
L'ordinamento giuridico prevede, infatti, che la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica sia affidato alla Guardia di finanza solo in termini di concorso.
Più in particolare, l'attuale disciplina - contenuta nel decreto del ministro dell'interno del 12 febbraio 1992 - prevede che la Guardia di finanza concorra impiegando: in via ordinaria, cioè normalmente, i militari in forza ai vari reparti di pronto impiego (i cosiddetti AT-PI - antiterrorismo pronto impiego); si tratta di personale in possesso di specifica qualificazione addestrativa, in grado di offrire garanzie di sicurezza ed efficienza nell'espletamento della particolare attività; in via eccezionale, invece, cioè in caso di consultazioni elettorali, gravi turbamenti dell'ordine pubblico, rilevanti flussi di immigrazione clandestina ed altri eventi di particolare gravità, possono essere impiegati militari in servizio presso i reparti territoriali. In virtù di questo quadro normativo i finanzieri impiegati nell'espletamento dei servizi di ordine pubblico sono sempre posti alle dipendenze dell'autorità di pubblica sicurezza, la sola responsabile della direzione ed esecuzione del servizio.
Ciò premesso, vengo al vertice G8 e tratterò dapprima delle iniziative che sono state assunte a livello centrale e successivamente di quelle assunte a livello locale.
A livello centrale, in sede di riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, il Corpo ha assicurato una aliquota di militari pari a 1.209 unità così suddivisa: contingente di militari antiterrorismo pronto impiego (gli AT-PI):


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318; contingente di militari ordinari in forza a reparti del comando regionale Liguria: 383; contingente di militari in forza a reparti di istruzione: 369; contingente di militari a bordo di unità navale ed aerea: 139.
Sono stati, quindi, comunicati al Ministero dell'interno sia i reparti di provenienza dei militari sia le loro specificità professionali, in modo da garantire l'efficacia degli interventi e una adeguata cornice di sicurezza. In sostanza, per ciascuna di queste categorie di personale è stato indicato l'impiego ottimale che se ne poteva fare, perché a parte gli AT-PI, che sono pienamente addestrati per l'ordine pubblico, gli altri hanno un addestramento evidentemente inferiore.
A livello locale, in sede di comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di Genova, è stata decisa la costituzione di: un gruppo operativo interforze, con il compito di pianificare le misure di prevenzione e sicurezza necessarie per una migliore riuscita del vertice; un gruppo logistica e telecomunicazioni; una commissione per l'esame, il coordinamento e l'impulso dei provvedimenti e delle iniziative necessarie per la predisposizione delle strutture idonee all'alloggiamento e al vitto del personale appartenente alle forze di polizia e alle Forze armate.
Il comando provinciale di Genova della Guardia di finanza ha partecipato al gruppo operativo interforze con un ufficiale. In tale contesto è stata svolta un'attività di monitoraggio della parte di competenza della zona rossa con relativo censimento degli abitanti. Per l'attività di censimento sono stati impiegati, sin dai primi mesi dell'anno, dai 10 ai 15 militari al giorno per l'inserimento dei dati al terminale e per la rilevazione porta a porta di coloro che vivono e/o lavorano nella parte di zona rossa di competenza.


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Ai lavori svolti nell'ambito del gruppo logistica e telecomunicazioni, il comando provinciale di Genova ha partecipato designando all'uopo un ufficiale dipendente.
Alla commissione per gli alloggiamenti e il vitto del personale delle forze di polizia e delle Forze armate ha partecipato direttamente il sottoscritto che ha ovviamente anche partecipato alle riunioni, relative all'organizzazione del vertice, del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, tenutesi nelle seguenti date: 11 gennaio, 5 febbraio, 9 aprile, 12 aprile, 23 maggio, 2 giugno, 9 giugno, e 12 giugno 2001.
Veniamo ora all'alloggiamento, all'equipaggiamento ed all'addestramento del personale.
Per quanto riguarda l'alloggiamento, è stato previsto l'utilizzo delle navi traghetto e dei padiglioni della locale area fieristica, adeguatamente adattati. Alla Guardia di finanza sono stati assicurati 840 posti letto, di cui 420 presso la Fiera di Genova e 420 a bordo della nave Odysseus ormeggiata nel porto.
Per quanto riguarda l'equipaggiamento, al fine di assicurare il necessario equipaggiamento protettivo per il personale del Corpo impegnato nei servizi di ordine e sicurezza pubblica, sono state definite e poi approvvigionate le quantità e la tipologia dei materiali (tute in tessuto ignifugo, kit di protezione individuale, eccetera) ritenuti necessari per fronteggiare le relative esigenze.
Per quanto riguarda l'addestramento, in data 24 aprile si è tenuto a Roma, presso la palazzina Trevi, un seminario interforze promosso dal Ministero dell'interno e finalizzato ad informare i funzionari e gli ufficiali delle forze di polizia, deputati al coordinamento dei reparti coinvolti nell'espletamento dei servizi di ordine pubblico in occasione del vertice,


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circa i possibili disordini connessi all'evento, con particolare riferimento ai rischi collegati ai cosiddetti movimenti antiglobalizzazione.
Altro scopo di questo seminario era quello di evidenziare le difficoltà riscontrate dalle forze di polizia in occasione di analoghe manifestazioni tenutesi sia all'estero (Seattle, Praga e Göteborg), sia in Italia, al fine di raccogliere suggerimenti e proposte.
Dal 12 al 19 giugno, istruttori del centro di addestramento e di specializzazione del corpo di Orvieto hanno assistito alle esercitazioni svolte dalla Polizia di Stato presso il centro di addestramento di Ponte Galera. Successivamente, il centro addestramento di specializzazione di Orvieto ha proceduto ad uno specifico «aggiornamento» del personale AT-PI da inviare in rinforzo a Genova, nonché - d'intesa con le strutture della Polizia di Stato analogamente impegnate - ha proceduto alla omogeneizzazione e alla standardizzazione delle procedure operative.
Inoltre, dal 2 al 7 luglio, un team di istruttori del centro ha svolto attività di preparazione per i finanzieri allievi del battaglione del Lido di Ostia. L'addestramento si è incentrato principalmente sull'uso dei materiali in dotazione (casco con celata, scudo, manicotto e sfollagente); sugli effetti e sulla protezione dagli artifizi, fumogeni e lacrimogeni, con addestramento all'utilizzo della maschera antigas nonché del kit antincendio; sulle norme di comportamento durante e fuori dal servizio; sulle tecniche di autocontrollo nelle situazioni di grave tensione e sull'uso ragionato della forza secondo criteri di rigorosa necessità. Un più rapido addestramento è stato svolto in sede locale per il personale ordinario messo a disposizione dal comando regionale Liguria.


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Per quanto riguarda i servizi svolti, il personale è stato impiegato - tranne che per gli eventi occorsi nel pomeriggio del 21 luglio, sui quali mi soffermerò in seguito - esclusivamente in servizi di vigilanza.
La vigilanza fissa è stata svolta: presso i varchi nella cosiddetta zona rossa, esterna al palazzo Ducale, presso la prefettura, presso i Magazzini di cotone (sede del centro stampa ufficiale del G8), all'hotel Jolly Marina (utilizzato per l'alloggiamento di parte della delegazione americana), ai varchi aeroportuali, ai locali interni ed al piazzale dell'aerostazione.
Il personale è stato anche impiegato in servizi di vigilanza dinamica sia al casello autostradale di Genova-Sestri che alle navi utilizzate per l'alloggiamento dei giornalisti e delle forze dell'ordine. Inoltre, a mare sono state pattugliate sia le aree portuali interne sia quelle esterne.
Sono stati, inoltre, assicurati servizi di scorta a giornalisti, autorità e delegazioni, e servizi di difesa della caserma, sede del comando regionale Liguria della Guardia di finanza. Infine, un'aliquota di militari è stata destinata alla costituzione di un posto di polizia all'interno del palazzo Ducale.
Le modalità ed i luoghi di intervento dei contingenti del Corpo sono stati disposti dalla questura di Genova con proprie ordinanze e, in linea di massima, sono risultati corrispondenti a quanto precedentemente concordato, a livello centrale e locale, tenuto conto delle specifiche professionalità in possesso dei nostri militari.
In nessuno dei posti di servizio assegnati alla vigilanza della Guardia di finanza sono state segnalate situazioni di effettivo pericolo o si sono verificati scontri che abbiano visto coinvolti militari del Corpo.
Tra gli episodi salienti si segnalano i seguenti: in data 20 luglio il comando regionale Liguria della Guardia di finanza è


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stato oggetto di violenti atti vandalici da parte dei manifestanti. Infatti, da un corteo che transitava di fronte alla caserma, sede del comando regionale, si staccava improvvisamente un gruppo di manifestanti che cominciava a lanciare pietre provocando la rottura di tutte le telecamere esterne, di numerosi vetri, eccetera. A seguito di ciò, su disposizione della questura contattata per le vie brevi, veniva intrapreso, ad opera di un'aliquota di personale ATPI, un servizio di vigilanza esterna della caserma attivo ventiquattro ore. Tra l'altro, durante il turno di servizio svolto nella mattina del giorno 21, alcuni militari ATPI traevano in salvo una giovane donna di cittadinanza francese che tentava il suicidio.
In data 21 luglio, alle ore 13,30 circa, al fine di fronteggiare una grave situazione di emergenza venutasi a creare nei pressi della Fiera, la sala operativa interforze presso la questura ordinava al personale del Corpo, ivi presente, di uscire immediatamente dalla Fiera, per schierarsi a fianco dei reparti della Polizia di Stato già coinvolti nei violentissimi scontri.
Al momento dell'attivazione, tutti i militari ATPI presenti in Fiera (120 uomini) stavano fruendo del turno di riposo o erano in procinto di intraprendere servizi presso altre zone della città.
Il personale è stato prontamente messo a disposizione del funzionario di pubblica sicurezza, responsabile di zona, il quale ha impartito l'ordine di avanzare divisi su due tronconi, uno verso il lato mare di piazzale Kennedy e l'altro lungo corso Marconi. Mentre i militari impiegati verso la costa sono riusciti ad avanzare senza problemi, quelli schierati lungo corso Marconi hanno incontrato e superato vari ostacoli (auto e cassonetti incendiati, transenne divelte, eccetera), subendo il lancio continuo di oggetti. All'arrivo sul luogo degli scontri


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(corso Marconi) il personale del Corpo ha constatato che tra gli agenti della Polizia di Stato vi erano numerosi feriti.
Su ordine del funzionario di pubblica sicurezza, i militari ATPI hanno iniziato un lancio di lacrimogeni e, mentre il maggior numero di essi ha continuato ad avanzare fino a giungere a contatto con il fronte dei manifestanti, una piccola aliquota, sempre su attivazione del funzionario di pubblica sicurezza, in una strada laterale, ha rincorso, raggiunto ed affrontato un gruppo di manifestanti che indossavano caschi, sciarpe ed altri indumenti che ne celavano i volti e che si trovavano nei pressi di un istituto di credito in fiamme.
Sul luogo sono poi giunti diversi agenti della Polizia di Stato, che hanno provveduto al fermo dei manifestanti ed al loro trasporto in altra zona. Nel frattempo, altri scontri si verificavano nella zona compresa fra corso Marconi e l'inizio di corso Italia, ma sono stati subito sedati senza particolare difficoltà da parte di altri militari ATPI.
Durante gli scontri del 21 luglio è stata tratta in arresto una persona, un cittadino marocchino residente in Italia, a Ragusa, sorpreso mentre tentava di danneggiare un automezzo dell'amministrazione. Il predetto, nel tentativo di sfuggire all'arresto, ha ingaggiato una colluttazione con i militari, al termine della quale ha riportato soltanto lievi escoriazioni. Sulla sua persona sono stati rinvenuti un coltello con lama di ricambio, volantini anti-G8 e una piccola quantità di hascisc. Come da accordi definiti in fase di pianificazione, l'arrestato è stato preso in consegna - presso la fureria della Guardia di finanza e allestita all'interno dei locali della fiera - da militari in abiti borghesi appartenenti al comando nucleo provinciale di Polizia tributaria di Genova. Lo stesso è stato poi condotto, a cura dei suddetti militari, presso la caserma della Polizia di Stato di


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Genova-Bolzaneto, ove era stato trasferito provvisoriamente l'ufficio matricola della casa circondariale di Genova-Marassi.
Preciso che durante gli scontri del giorno 21, come risulta dalle relazioni del tenente colonnello Renato Dianetti e del capitano Massimo Nanni, confermate da foto ed immagini televisive, i finanzieri ATPI hanno dimostrato assoluta professionalità nei confronti dei manifestanti pacifici a molti dei quali, limitrofi al nostro schieramento, è stato consentito di attraversarlo al fine di porsi al riparo alle spalle dello stesso; inoltre, nella zona di corso Marconi, è stato fornito aiuto ad alcuni abitanti di un palazzo sovrastante una banca data alle fiamme ed è stato prestato soccorso, da parte del tenente colonnello Renato Dianetti, ad un'anziana manifestante romana che, trovandosi tra i due schieramenti, rischiava di essere colpita da oggetti di ogni genere lanciati dai teppisti.
Nessun militare da me dipendente ha preso parte all'operazione di polizia svoltasi nella tarda serata di sabato 21 luglio presso la scuola Armando Diaz.
Nessun militare del corpo risulta aver preso parte o aver assistito a presunti episodi di violenza a danno di persone arrestate o fermate.
Alla procura della Repubblica presso il tribunale di Genova, a tutt'oggi, non sono state presentate denunce nei confronti di militari appartenenti alla Guardia di finanza.
Per quanto riguarda il deflusso dei militari del Corpo, la questura di Genova ha disposto la cessazione dell'impiego del contingente della Guardia di finanza dalle ore 19 del 22 luglio. Nella serata dello stesso giorno è iniziato il deflusso dei militari del Corpo, inviati di rinforzo alla sede di Genova, secondo le seguenti modalità: i militari appartenenti ai reparti di Savona, la Spezia e Ventimiglia hanno iniziato il rientro nella serata di domenica 22 luglio; il personale del battaglione


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allievi finanzieri del Lido di Ostia è partito nel corso della mattinata del 23 luglio; le unità navali inviate da reparti navali di altri comandi regionali hanno lasciato Genova a partire dalle ore 8 del 23 luglio. Nell'arco della giornata del 23 luglio, sono rientrati nelle rispettive sedi di servizio tutti i militari ATPI ad eccezione dell'aliquota in forza al centro addestramento di specializzazione di Orvieto, che lasciava il capoluogo ligure alle ore 7 del 24 luglio.
In conclusione, avuto riguardo all'eccezionalità dell'evento, all'estensione ed alla conformazione dell'area da controllare, all'elevata varietà e numero di servizi svolti, alla serietà dei pericoli corsi per contrastare la cieca, feroce, insensata violenza, dichiaratamente diretta ad impedire o ad ostacolare i lavori del vertice, ritengo che il concorso fornito dal contingente della Guardia di finanza sia stato conforme a quanto concordato a livello centrale e locale e sempre adeguato alle circostanze.
Ringrazio per l'attenzione e lascio agli atti del Comitato, oltre al testo del mio intervento, la relazione del tenente colonnello Renato Dianetti ed il rapporto di servizio del capitano Massimo Nanni.
Resto a disposizione per eventuali domande.

SAURO TURRONI. Intervengo solamente per porle due domande, la prima delle quali afferisce alla relazione che, svolta da uno dei tre ispettori ministeriali, fa riferimento ad un dirigente della Guardia di finanza, il quale appare ritratto con paracolpi, da diversi giornali, in particolare da L'Espresso. Ebbene, da un lato, la relazione dell'ispettore segnala tale circostanza quale evenienza censurabile - ora non ricordo bene la formula da lui usata, perché l'ho letta molto tempo fa -, nulla dicendo sui motivi che hanno indotto questo signore a mostrarsi così. Dall'altro, dato che la relazione è pervenuta


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dopo l'audizione del comandante della Guardia di finanza, ho potuto registrare una diversità di valutazioni tra l'ispettore che ha esaminato la questione e le dichiarazioni del comandante generale. Quest'ultimo ha detto che la persona in questione si trovava in palestra ed era uscita così abbigliata non avendo avuto un tempo congruo per sistemarsi secondo le precise direttive impartite dall'ordinanza firmata dal questore, ordinanza di cui lei stesso ha riconosciuto il carattere vincolante per le forze disposte sul campo. Però, abbiamo saputo anche che altre componenti di quei reparti erano vestite allo stesso modo (ovvero «svestite» allo stesso modo). Vorrei sapere da lei, esattamente, visto che si trovava sul posto, come effettivamente si siano svolti i fatti e se siano stati o saranno adottati provvedimenti amministrativi. Mi sembra che esso vengano richiesti dalla relazione ministeriale, anche perché in tutti i codici di comportamento si trovano indicazioni precise nel senso di non suscitare, assumendo atteggiamenti impropri, reazioni da parte di quanti manifestano.
La seconda questione attiene al filmato proiettato molte volte, nel quale si vede un gruppo di appartenenti alla Guardia di finanza accanirsi in modo pesantissimo nei confronti di singoli manifestanti stesi a terra e massacrati da colpi di randello. Vorrei sapere se, dai rapporti stesi, quelle squadre, quei reparti - io non so bene definire le specifiche unità - che svolgevano servizio di ordine pubblico siano stati individuati; vorrei altresì sapere se gli ufficiali, ciascuno dei quali conosce i propri uomini, abbiano individuato tali persone e se siano stati adottati provvedimenti nei riguardi dei suddetti.

PASQUALE PETROSINO, Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Rispondo anzitutto alla prima domanda. L'uniforme di servizio prevede che i militari indossino, al di sotto della tuta ignifuga, una serie di protezioni


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congrue, per le varie parti del corpo, atteso l'impiego cui sono preposti. La situazione nella quale costoro sono stati impiegati, come risulta nella mia relazione, è stata di estrema emergenza; infatti, non stavano andando ad una parata, bensì ad affrontare centinaia di persone violente le quali, appunto con violenza, cercavano di penetrare addirittura all'interno della Fiera, chiaramente ponendo, in essere, condizioni di gravissimo pericolo. Questa è la ragione per la quale, con estrema fretta, sono accorsi; in particolare, il militare cui lei si riferisce si trovava in palestra e, non avendo fatto in tempo ad indossare l'abbigliamento completo, si è precipitato per adempiere al suo dovere. È evidente che ciò possa apparire, già visivamente, alquanto anomalo; tuttavia, con la spiegazione fornita, la circostanza appare perfettamente normale. Se vi è, infatti, una situazione di emergenza, qualunque essa sia, non potranno che riscontrarsi comportamenti di emergenza.
Per quanto riguarda, invece, il filmato, non ho mai avuto notizia - e non solo nei giorni del G8, ma nell'intero arco della mia carriera - di eccesso nell'uso della forza da parte di finanzieri posti alle mie dipendenze; ho buone ragioni di ritenere che tali eccessi non si siano mai verificati. Bisogna, infatti, tener conto della circostanza che l'azione ripresa dal filmato deve essere inquadrata in un contesto più ampio, connotato da estrema violenza, in cui l'azione del singolo operatore di polizia è stata grandemente influenzata da specifiche circostanze operative, circostanze che nessuna immagine isolata, che riprenda soltanto un aspetto parziale della realtà, può rendere al cento per cento. Solo partendo da una visione globale degli avvenimenti si può formulare un giudizio oggettivo sui quei comportamenti, tenuti dai militari e ripresi nelle immagini da lei citate. Se i militali ad un primo esame, potrebbero apparire quali aggressori, ad un più attento esame


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dell'intera vicenda, si paleseranno nella loro reale condizione di aggrediti. Non vorrei ricorrere ad un esempio cinematografico, tuttavia, anche limitandoci a considerare i film di John Wayne, matureremmo un giudizio forse sbagliato...

SAURO TURRONI. Mi meraviglio che lei citi John Wayne, perché vi erano persone a terra alle quali venivano inferti colpi di randello assai forti. E lei cita John Wayne? Erano a terra, a terra!

PRESIDENTE. Senatore Turroni, abbia pazienza; lei non può assolutamente rivolgersi in questi termini alla persona audita; proprio non può! L'ufficiale audito si assume la responsabilità di quanto dice: lasci che egli termini la sua esposizione.

PASQUALE PETROSINO. Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Se mi lascia terminare, esprimerò con un solo concetto quanto, forse, prima non ho chiarito bene. Dianzi volevo significare che, vedendo un film con John Wayne, non ci rendiamo conto di chi siano gli aggrediti e chi gli aggressori, mentre se vediamo «Soldato blu», forse abbiamo una visione più chiara. Era solo un esempio, non mi sembra (Interruzione del deputato Mazzoni)...

MARCO BOATO. Sebbene adesso il clima sia di maggiore tensione, devo riconoscere anch'io, avendolo visto, che l'episodio citato nella proiezione televisiva, non dava lustro al Corpo della Guardia di finanza.

PASQUALE PETROSINO. Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Sicuramente si tratta di immagini che possono turbare; tuttavia...


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PRESIDENTE. Mi scusi, abbia pazienza e cerchi di rispondere alle domande.

MARCO BOATO. Comunque, presidente, io accettavo il dialogo...

PRESIDENTE. Invece, io...
Onorevole Boato, lei faccia le domande.

MARCO BOATO. Sì, ma non se la prenda con me.

PRESIDENTE. No, non me la prendo, ma la invito a fare le domande.

MARCO BOATO. Ma io le stavo facendo!

PRESIDENTE. Non ho capito la domanda che lei ha formulato.

MARCO BOATO. Ma ho appena iniziato a parlare, presidente.
Lei non se la prenda con me, perché non ne ha titolo in questo momento. Appena ho iniziato a parlare.

PRESIDENTE. La sto invitando a formulare la domanda. Prego.

MARCO BOATO. Io faccio la domanda come sono abituato a farla, se lei mi permette. Se non lo vuole permettere, io rinuncio a parlare. Non vedo perché lei debba reagire così nei miei confronti.

PRESIDENTE. La sto invitando da un minuto, onorevole Boato, a formulare la domanda.


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MARCO BOATO. Presidente, non va bene così. Comunque, siccome io tendo ad evitare gli incidenti e non per «aizzarli».
La mia domanda partiva, ovviamente, da una premessa, cioè dalla constatazione di una vicenda vista non solo da me, ma anche da qualche milione di persone, vicenda che non dava un'immagine elevata della Guardia di finanza. Detto questo, nulla intendo togliere - al riguardo, colgo l'occasione per rinnovarlo - all'apprezzamento nei confronti dell'operato della Guardia di finanza. Lei capisce che, quando è in corso il lavoro di una Commissione di indagine, si rischia, ovviamente, di non parlare dell'attività ordinaria ed anche straordinaria svolta. Lo dico anche con riferimento all'attività, che ha implicato il massimo impegno, delle forze che lei comanda. Si rischia infatti di parlare solamente di episodi anomali.
Anche riguardo all'altro episodio citato, da me evidenziato mostrando al comandante generale le foto pubblicate, ho avuto dalla sua risposta la sensazione che mi si volesse dire che la mia preoccupazione era esagerata. Ora io ripropongo a lei la questione perché l'ispettore generale del Ministero dell'interno, dottore Cernetig - dunque, persona esperta - analizzando pochi episodi (sette) nella relazione svolta per il capo della Polizia e per il ministro dell'interno (relazione trasmessa anche alla Commissione) ha identificato in quell'episodio un elemento ovviamente non censurabile penalmente, ma sottoponibile ad eventuale verifica disciplinare. Vorrei da lei una riflessione ulteriore al riguardo.
L'altra osservazione che intendo fare è a proposito di un episodio che, invece, mi pare faccia onore ad un appartenente alla Guardia di finanza, da lei citato e da me più volte visto in televisione. Mi riferisco ad un militare della Guardia di finanza che stava soccorrendo una persona anziana; ed è


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giusto ricordarlo. Lei ha detto che si trattava di una persona anziana che rischiava di essere colpita da oggetti lanciati dai manifestanti.
Quel filmato fa vedere la persona anziana opportunamente e meritoriamente soccorsa dall'appartenente alla Guardia di finanza, ma mostra anche che molti altri manifestanti pacifici, in quel contesto specifico, erano sottoposti a pesanti percosse con manganelli, non da appartenenti alla Guardia di finanza. Quindi, non erano sottoposti al lancio di oggetti da parte di manifestanti ma a percosse molto pesanti, le cui immagini sono state ripetutamente mandate in onda da diverse televisioni; ripeto, in quel contesto si vede un appartenente alla Guardia di finanza che svolge questa azione meritoria di soccorso ad una persona anziana, che lei ha opportunamente ricordato.
Da ultimo, presidente, puramente per ragioni tecniche sia il colonnello Tesser, comandante provinciale di Genova dell'Arma dei carabinieri, sia il tenente colonnello Petrosino, nel riferirsi alla caserma di Bolzaneto, dove era stato istituito un ufficio matricola distaccato della casa circondariale di Marassi, hanno entrambi usato la stessa espressione. Tutto ciò non ha alcuna rilevanza per quanto riguarda il ruolo della Guardia di finanza e si tratta soltanto di una precisazione tecnica.
Ci è stata fornita una documentazione e abbiamo ascoltato il responsabile dell'amministrazione penitenziaria, il quale ci ha spiegato che erano state istituite, sia a Bolzaneto sia presso la caserma di Forte San Giuliano, sezioni distaccate di altre case circondariali, se non ricordo male di Pavia, di Voghera e forse di altre. Siccome avrei voluto farlo presente anche al colonnello Tesser, vorrei che risultasse agli atti questa precisazione perché, ascoltando il responsabile dell'amministrazione penitenziaria, è stata oggetto di una lunga discussione.


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PASQUALE PETROSINO, Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Per quanto riguarda l'intervento del colonnello Danetti posso leggere un estratto della sua relazione. «Nel corso delle operazioni finalizzate a contrastare l'avanzata dei facinorosi che tentavano di superare con la forza lo schieramento delle forze dell'ordine, per conquistare la zona della Foce e riportarsi in prossimità della Fiera internazionale e della questura di Genova, lo scrivente notava poco distante un'anziana signora che, sommersa e confusa dai lacrimogeni e dai fumogeni, si trovava tra i due schieramenti, rischiando di essere colpita dagli oggetti di ogni genere che i manifestanti lanciavano contro le forze di polizia, oltre che essere coinvolta negli scontri stessi con serio pericolo per la sua incolumità.
Pertanto la soccorrevo e, scortato da militari ATPI, la conducevo al riparo nelle adiacenze di via Piave; dopo averla confortata, la affidavo ad un suo parente - il figlio - che, nel frattempo, era sopraggiunto«.

MARCO BOATO. E per quanto riguarda la questione delle carceri di Marassi?

PASQUALE PETROSINO, Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Confermo che era stata istituita per una questione pratica.

MARCO BOATO. No, è soltanto la collocazione giuridica, ma probabilmente non riguarda lei; avete avuto un'informazione inesatta. Invece, sulla relazione del dottor Cernetig, del Ministero dell'interno, il quale afferma che l'episodio venne segnalato al corpo della Guardia di finanza per gli eventuali provvedimenti di carattere disciplinare, mi pare di capire che voi avete valutato di non assumere provvedimenti.


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PASQUALE PETROSINO, Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Per il momento non abbiamo denunzie a carico di nostri militari.

MARCO BOATO. Non si tratta di una denunzia, è una segnalazione. Forse è stata inviata al Comandante generale.

PASQUALE PETROSINO, Comandante provinciale di Genova della Guardia di finanza. Non conosco relazioni in proposito.

PRESIDENTE. Ringraziamo il tenente colonnello Petrosino per l'audizione, che dichiaro conclusa.
Avverto che l'ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi è immediatamente convocato.

La seduta termina alle 17,35.