PARLAMENTO ITALIANO

Seduta di martedì 4 settembre 2001



Audizione dell'architetto Margherita Paolini

Audizione del dottor Paolo Serventi Longhi, presidente della Federazione nazionale della stampa

Audizione del dottor Vincenzo Canterini, dirigente del I reparto mobile di Roma

Audizione del dottor Oscar Fioriolli, questore di Genova




BOZZA NON CORRETTA

COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

COMITATO PARITETICO

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di martedì 4 settembre 2001


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La seduta comincia alle 9,40.

Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, dovendo rendere alcune comunicazioni al Comitato.
Non essendovi obiezioni, così rimane stabilito.
Comunico che è pervenuta al Comitato, da parte del presidente del tribunale di Genova, dottor Dimundo, copia dei provvedimenti adottati dal giudice delle indagini preliminari e dal tribunale del riesame in merito ai procedimenti giudiziari sui fatti accaduti a Genova in occasione del vertice G8. La suddetta documentazione, considerata la mole di documenti trasmessi, è a disposizione, anche per l'eventuale estrazione di copie, presso la segreteria della Commissione affari costituzionali.
Sono altresì pervenute al Comitato due lettere da parte del comandante dell'Arma dei carabinieri, generale Siracusa, e da parte del responsabile della sala radio della questura di Genova, dottore Zazzaro, contenenti precisazioni in ordine ad alcuni aspetti oggetto della loro audizione e di quella del colonnello Tesser, comandante provinciale dei carabinieri. Do lettura delle suddette lettere, la cui copia sarà distribuita, unitamente ad altra documentazione da ultimo pervenuta, ai componenti il Comitato.


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La lettera a firma del generale Siracusa è del 30 agosto 2001: «In relazione all'audizione del colonnello Giorgio Tesser, comandante provinciale di Genova, del 30 agosto ultimo scorso, mi preme fornire a Lei e ai membri del Comitato alcune opportune precisazioni in merito ai quesiti posti al suddetto ufficiale.
In primo luogo, riguardo alla presenza del personale del ROS in Genova, già nel corso della mia audizione, come risulta alla pagina 147 del resoconto stenografico, ho riferito che «...sul piano investigativo, il ROS (Raggruppamento Operativo Speciale), che aveva già avviato indagini volte all'identificazione di personaggi gravitanti nell'area dei gruppi eversivi ed antagonisti in grado di porre in essere azioni violente, ha potenziato la sezione anticrimine di Genova con 45 unità...». Ho altresì avuto modo di chiarire che «...nel quadro delle attività rivolte alla chiarificazione della minaccia, il ROS ha svolto mirate investigazioni a carico di ben individuati gruppi antagonisti, al fine di cogliere ogni possibile indicazione sulla volontà di compiere azioni violente ed eversive contro il G8.» (pagina 157 del resoconto stenografico). Successivamente, rispondendo alla domanda dell'onorevole Bressa, ho confermato che «... per l'attività preventiva, noi abbiamo rinforzato la sezione anticrimine di Genova con 45 unità prese dalle altre sezioni, con riferimento alla procura di Genova e non (mi è stata rivolta questa domanda) alla procura di Roma.» (pagina 190 del resoconto stenografico).
Riguardo alla presenza della radio a bordo della Land Rover coinvolta nei tragici fatti culminati nella morte di Carlo Giuliani, a specifica domanda, ho testualmente risposto «...ritengo che a bordo della macchina non vi fosse la radio... » (pagina 201 del resoconto). Peraltro, essendomi riservato di fornire successivi chiarimenti, in data 20 agosto ultimo scorso


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ho inviato a codesto Comitato la scheda relativa al sistema delle comunicazioni - che ad ogni buon conto allego alla presente - ove, a pagina 3 riferisco testualmente che «...su quest'ultima frequenza erano altresì collegati tutti i mezzi impiegati per le esigenze logistiche dotati di apparato radio veicolare, tra cui anche il Land Rover Defender a bordo del quale sedeva il carabiniere Placanica».
Infine, per quanto concerne l'impiego del reggimento Tuscania, in sede di audizione ho riferito che «...l'impiego dei paracadutisti, in concreto, non vi è stato; erano presenti a Genova, ma di riserva.» (pagina 199 del resoconto stenografico). Tale risposta è scaturita dalle informazioni riferite dal comando provinciale di Genova che, segnalando i fatti, ha relazionato soltanto sugli interventi dai quali erano derivati problemi degni di nota. Il comando generale, quindi, alla data dell'8 agosto aveva soltanto cognizione della pianificata posizione di riserva che l'unità avrebbe dovuto mantenere nel dispositivo preordinato dalla questura di Genova. L'impiego del «Tuscania» è stato, naturalmente, quello dettagliatamente indicato dal comandante provinciale in sede di audizione.
Nella lettera inviata il 30 agosto scorso Pasquale Zazzaro, primo dirigente della Polizia di Stato, afferma: «Signor Presidente, di seguito alla mia audizione, del 29 agosto ultimo scorso, innanzi alla Commissione da Lei presieduta, ritengo necessario fare una precisazione: il giorno 20 luglio, il battaglione Tuscania dell'Arma dei carabinieri era dislocato in piazzale Kennedy, all'ingresso della Fiera del Mare, nella zona dove successivamente ha operato, come ho già riferito. Effettivamente, nel momento in cui si decise di impiegare questo reparto per contrastare dei manifestanti che stavano effettuando danneggiamenti dal lato opposto del piazzale, all'altezza di via Rimassa, il battaglione, dopo ripetute sollecitazioni,


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si mosse, però appena uscito dal piazzale invece di svoltare a destra e posizionarsi subito per l'intervento, andò diritto ed imboccò viale Brigate Partigiane. Tale scelta fu seguita attraverso le telecamere preposte alla video sorveglianza».
Queste sono le precisazioni (Commenti del deputato Boato).
Desidero rivolgere una preghiera a tutti i componenti il Comitato. Ho notato, soprattutto la scorsa settimana, che nel corso delle audizioni vi sono stati interventi, domande e piccole reazioni giustificati anche dal sacrificio che tutti stiamo portando avanti, dalla mole di lavoro e dagli orari che siamo costretti ad osservare. Vi pregherei, dunque, proprio in quest'ultima settimana, visto il gran numero di audizioni da svolgere e la varietà dei soggetti da audire (tra cui ministri ed associazioni), di limitare le domande all'oggetto dell'indagine conoscitiva. Non leggo il previsto speech iniziale, ricordando però a tutti noi, compreso il soggetto che andiamo ad ascoltare, che la nostra è un'indagine conoscitiva. Dunque, vorrei ricondurre i lavori in questo spirito, iniziando da me e invitando voi tutti, per quanto possibile, a mantenere totale libertà nelle domande ma anche ad avere rispetto per coloro che vengono ascoltati, di qualsiasi parte siano, anche se talune volte le loro risposte possono essere oggetto di contrapposizioni e non rispondere alle nostre idee. Vi sono grato e vi ringrazio fin d'ora, perché sono certo che il problema sarà risolto e che al termine di questa durissima settimana, nella serata di venerdì prossimo concluderemo tutti insieme una grande fatica.

Audizione dell'architetto Margherita Paolini.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice


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G8 tenutosi a Genova, l'audizione dell'architetto Margherita Paolini.
Ricordo che l'indagine ha natura puramente conoscitiva e non inquisitoria. La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Ricordo, in proposito, di avere già disposto l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Ringrazio l'architetto Paolini per avere accettato il nostro invito. Le sarei grato, architetto, se potesse svolgere la sua relazione, al termine della quale coloro che lo riterranno le rivolgeranno delle domande.

MARGHERITA PAOLINI. Onorevole presidente, onorevoli commissarie e commissari, vi ringrazio per avermi invitato, a questa audizione e spero di poter contribuire, per quanto mi è possibile, con tutta la mia disponibilità, ad un'informativa che possa esservi utile.
Ho predisposto una breve relazione che illustra i termini della mia consulenza e come essa si sia svolta nel tempo. Ho fatto pervenire al Comitato anche un breve curriculum vitae, per chiarire alcuni aspetti del mio background professionale che forse erano rimasti un po' oscuri e, quindi, per fugare eventuali dubbi circa gli aspetti professionali. Se fosse possibile, vorrei riprendere brevemente alcuni punti del mio curriculum.
Mi sono laureata in architettura all'Università La Sapienza di Roma nel 1967, con specializzazione in tecnologie delle


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costruzioni. Mi sono abilitata alla professione nel 1968 e poi ho avuto l'incarico di assistente all'università. Dal 1983 sono membro dell'Ordine dei giornalisti (elenco pubblicisti), membro del comitato scientifico della rivista di geopolitica italiana Limes e commendatore della Repubblica per meriti acquisiti in attività umanitarie svolte nei Balcani e nell'Africa subsahariana. Attualmente sono consulente della Banca mondiale per l'elaborazione di un programma di formazione delle amministrazioni locali in una specifica regione della Croazia tra Zara e Sebenico. Il programma si propone di trasferire le nuove direttive di politica comunitaria di sviluppo territoriale, per preparare con un programma pilota questo paese al processo di accessione all'Unione europea. Dal novembre 2000 fino a poco tempo fa sono stata consulente della Presidenza del Consiglio, con il compito di curare le relazioni con le organizzazioni non governative e le associazioni interessate alla formulazione di ipotesi inerenti i temi trattati in sede di G8, nonché di predisporre con le autorità locali progetti di attività collaterali a quelli ufficiali del summit, al fine di dare visibilità e anche possibilità di confronto alle componenti propositive, non violente, del movimento. Dal 18 luglio sono consulente della regione Marche per collaborare all'attivazione di partnership interregionali per la futura euroregione adriatica, coerentemente con le finalità dell'iniziativa adriatico-jonica promossa dal Governo italiano e dal Patto di stabilità per i Balcani.
Ho svolto per 17 anni una serie di attività professionali presso il Ministero degli affari esteri, iniziate nel maggio del 1983. In un primo momento, ero in comando da parte del gruppo ENI presso il Ministero degli affari esteri e poi sono diventata esperto in ruolo con contratto di diritto privato nella cooperazione. Nel periodo intermedio ho trascorso tre anni


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presso l'unità di crisi che, come sapete, è una struttura dove si svolgono attività particolarmente delicate in favore dei connazionali all'estero che si trovano in difficoltà e in condizioni di emergenza o di rischio. All'interno del Ministero degli affari esteri durante questi 17 anni, in particolare nell'ultimo periodo della mia permanenza, sono stata esperta dell'unità tecnica centrale, proprio con il compito, appena tornata dei Balcani, di promuovere e coordinare un forum di organizzazioni e associazioni non governative per interventi di cooperazione italiana nei paesi del sudest europeo. Sono entrata in questo dettaglio perché, in qualche modo, questo rapporto con le organizzazioni e le associazioni non governative è attinente al lavoro che ho svolto successivamente presso la Presidenza del Consiglio. Si è trattato di mettere in piedi un forum di organizzazioni e associazioni non governative che potesse partecipare, con una struttura composita, ma coerente, italiana, ad iniziative promosse dal Patto di stabilità per i Balcani e che prevedevano incontri e seminari di gruppi di ONG e di associazioni di vari paesi del mondo occidentale.
Sempre come esperto della cooperazione italiana, ma in qualità di direttore dell'unità tecnica locale, dal 1997 al novembre 1999 sono stata in servizio presso l'ambasciata di Sarajevo. In quella veste, ho predisposto e gestito un programma di riabilitazione e ricostruzione finanziato dal Governo italiano che, oltre ad essere svolto in collaborazione con le organizzazioni internazionali, aveva come partner importanti ed efficaci tutta una serie di ONG, di associazioni (con cui abbiamo lavorato benissimo) ed anche di enti locali che partecipavano a progetti più ampi, con proprie risorse sia umane che materiali. Precedentemente, sono stata esperto dell'unità tecnica centrale presso l'ufficio emergenza della direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo e ho


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seguito - anche qui con molte indagini e missioni di campo - tutta la vicenda bellica e postbellica nei Balcani. Anche in questo caso, la cooperazione italiana ha funzionato come ombrello di protezione e di coordinamento delle associazioni e delle ONG italiane. Infatti - non so se lo ricordiate - vi fu un episodio in cui morirono tre cooperanti italiani e l'allora ministro degli esteri Beniamino Andreatta stabilì che la nostra cooperazione avesse il compito di tutelare e di aiutare le operazioni umanitarie svolte da ONG e associazioni, dando loro protezione e supporto logistico.
Ci siamo trovati molto spesso ad organizzare, insieme al mondo del volontariato, azioni anche piuttosto impegnative, pericolose e rischiose, che hanno creato delle relazioni, delle amicizie, dei rapporti di fiducia e di credibilità che poi sono stati capitalizzati in seguito.
Infine, questi tre anni sono stata al Ministero degli affari esteri, presso l'unità di crisi la quale dipende, come sapete, dalla segreteria generale e dalla direzione generale emigrazione ed opera in stretto contatto con il comando operativo interforze. Quindi, anche in quel settore è stato possibile stabilire un rapporto molto funzionale con le nostre Forze armate che poi si sono trovate impegnate in varie situazioni all'estero come forze di pace.
Infine, tornando un po' più indietro, ricordo che la prima tappa è stata il periodo trascorso all'ENI - prima come consulente e poi come funzionaria - dove ho seguito le politiche di programmazione per le strategie di approvvigionamento energetico del gruppo ma ho anche svolto, all'interno delle consociate, in particolare della Snamprogetti, un ruolo tecnico per assistere i paesi produttori partner nei settori dell'approvvigionamento idrico, dell'agrindustria e della formazione professionale.


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In grandi linee, questo è il mio background. Vorrei ora passare alla mia breve relazione su quello che, invece, è stato il rapporto con la Presidenza del Consiglio relativamente alla questione in esame.
Sono stata chiamata dall'ambasciatore Olivieri, che era lo sherpa della delegazione italiana, a palazzo Chigi nell'ottobre del 2000. Erano presenti alcuni suoi collaboratori. Mi è stato chiesto se fossi interessata ad occuparmi dei rapporti con le componenti propositive del dissenso al G8, perché il Presidente del Consiglio voleva rendere il G8 di Genova il primo vero summit del dialogo, conformemente ad indicazioni piuttosto precise che erano state sviluppate dal precedente G8 di Okinawa del luglio 2000 e che auspicavano un maggiore coinvolgimento della società civile nelle decisioni sulle grandi tematiche internazionali. Quando mi è stata offerta questa possibilità ho accettato molto volentieri perché il tema era di grande attualità, il rapporto con le associazioni - le ONG - mi era familiare e, quindi, si trattava di iniziare un'avventura appassionante e di grande interesse. Occorreva, comunque, individuare delle controparti affidabili in questa vasta galassia del movimento del dissenso con cui costruire una percorso di confronto delle idee, ed eventualmente - mi si disse anche - organizzare una sorta di forum parallelo a quello ufficiale. Spiegherò successivamente il motivo per il quale è sorta l'idea del forum parallelo da parte delle istituzioni. Non si escludeva, infatti, la possibilità che proposte ed opzioni del dissenso potessero essere recepite dal Governo ed inserite nell'agenda italiana per il G8.
Il mio compito aveva due aspetti. Una parte sarebbe consistita nel seguire il lavoro di un gruppo di istituti di ricerca - 4 istituti in particolare - che la Presidenza del Consiglio aveva già individuato: l'Ipalmo, il Cespi, lo IAI e l'Iceps.


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Quest'ultimo è l'istituto per la cooperazione economica e lo sviluppo. Sono istituti che si sono occupati sempre di tematiche internazionali e che hanno un discreto network di rapporti e staff relativamente preparati. In questo caso si trattava di mettere in contatto gli istituti con le componenti più qualificate del movimento e, in qualche modo, gli istituti dovevano registrare le opzioni più interessanti, più significative del movimento ed individuare possibili complementarità con le tematiche del G8.
In questo tipo di attività, ovviamente, la collaborazione del movimento di contestazione era fondamentale perché esso elabora continuamente posizioni, le porta avanti, le precisa meglio nel tempo. Quindi non esiste, sostanzialmente, una documentazione scritta che permetta di catalogarle, classificarle e distinguerle sulla base dei loro contenuti; è un lavoro continuo quindi serviva proprio una sorta di registrazione in progress per vedere a che punto si era arrivati per valutare anche i rispettivi livelli di qualità. Sono stati cercati gli esponenti più qualificati delle campagne per la cancellazione del debito, per la riforma della Banca mondiale, dell'Organizzazione mondiale del commercio, per la lotta alla povertà e così via. Queste erano le tematiche più importanti perché venivano trattate direttamente dal G8. Il mondo dell'associazionismo, ovviamente, tratta molti più temi ed il mondo delle campagne è molto più vasto. Queste erano, però, le principali. I suddetti temi implicavano rapporti con ampi settori, non solo delle ONG. Ciò è importante perché mi pare che ci sia stato l'interesse a capire se questa rappresentanza del dissenso al G8 fosse passata da un tipo di composizione ad un'altra. Mi spiegherò meglio successivamente, quando vorrete chiedermelo. In realtà bisognava trattare con entrambe e direi che il mondo dell'associazionismo è più importante come varietà di


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temi trattati e, soprattutto, come capacità di mobilitazione della piazza. Questo, per noi, era un punto abbastanza delicato. Tanto per citare qualche esempio, il tavolo Intercampagne, la tavola della pace, quella famosa della marcia di Assisi, ricordo le iniziative dell'Arci, delle Acli, il forum del terzo settore e così via.
Dal lavoro congiunto fra gli istituti che prima ho citato e le varie componenti del movimento e dei loro rispettivi link internazionali (il lavoro teneva conto anche dei referenti internazionali e non solamente della posizione italiana: essendo il G8 formato da otto paesi dovevano in qualche modo figurare anche le idee e l'evoluzione del pensiero dei nostri interlocutori) (Interruzione del deputato Boato)... Ho indicato il tavolo Intercampagne, che ha facilitato il nostro compito.
Da quel lavoro, dicevo doveva uscire un quadro abbastanza complesso: la fisionomia politico-culturale del dissenso nelle sue rivendicazioni fondamentali, il livello di approfondimento delle proposte e l'esistenza o meno di complementarità con le posizioni ufficiali del G8.
L'altra parte del mio incarico, quella più dura consisteva nel verificare se, al di là del confronto culturale e politico di tipo cartaceo o del forum stanziale presso gli istituti, esistesse la possibilità di costruire un'occasione di forum parallelo a Genova dove il confronto potesse avvenire a distanza ravvicinata ma in modo pacifico e tale che non pregiudicasse la sicurezza e lo svolgimento del vertice ufficiale: queste erano le condizioni di partenza.
Questo lavoro implicava, quindi, una quantità di contatti con istanze molto diverse e con un arco ancora più ampio di soggetti del dissenso, in particolare con quelli in grado di mobilitare azioni di massa. Dico più ampio perché, nel frattempo, proprio in previsione del vertice e degli ultimi


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eventi che, nel 2000, lo avevano preceduto, si erano andate formando delle aggregazioni nuove rispetto a quelle che ho citato prima: si era formata, ad esempio, la rete Lilliput, si era formata la rete contro il G8 e si erano formati raggruppamenti di movimenti cattolici di base. Inoltre era mio compito stabilire contatti con gli enti locali e in particolare con il comune e la provincia che avevano la giurisdizione sulla disponibilità di spazi e strutture da mettere a disposizione dell'eventuale forum alternativo (questa parte del mio lavoro è quella che è divenuta, poi, più importante rispetto a quella sugli istituti).
Il mio incarico è cominciato, nei fatti, nel mese di novembre, ma il relativo contratto è stato formalizzato successivamente, un paio di mesi dopo, quando anche i servizi amministrativi della struttura di missione hanno cominciato a funzionare. I termini del mio contratto sono riportati nel curriculum che ho depositato agli atti. Cito, dal mio contratto, alcune delle funzioni assegnatemi: per curare le relazioni con le organizzazioni non governative e le associazioni interessate alla formulazione di ipotesi inerenti i temi trattati in sede del G8, nonché predisporre, con le autorità locali, progetti di attività collaterali a quelli ufficiali del summit, al fine di dare visibilità e possibilità di confronto alle componenti propositive non violente.
Premesso che i motivi della scelta dovrebbero essere richiesti a chi l'ha compiuta, posso, tuttavia, riferire come la stessa mi è stata motivata, e cioè in ragione della mia pluriennale esperienza istituzionale. Uso il termine «istituzionale» perché il ministro Vinci Giacchi ha dichiarato che era necessaria una persona «non istituzionale» (probabilmente intendeva dire «non di apparato»); ho lavorato, a tempo pieno, nelle strutture del Ministero degli affari esteri per 17


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anni e sono andata via solo per ragioni di salute due mesi prima; posso quindi dire che il mio connotato restava la formazione istituzionale.
L'incarico mi venne conferito, dunque, in ragione della mia pluriennale esperienza istituzionale, terminata nel settembre 2000 per problemi di salute: ho avuto problemi al sistema immunitario derivanti dal mio prolungato soggiorno in Bosnia e sono quindi stata costretta a rassegnare le dimissioni per poter effettuare degli accertamenti più approfonditi, che per fortuna hanno rivelato che il problema era meno grave di quanto sembrasse. Nella scelta hanno contato soprattutto il lavoro svolto in Bosnia presso l'unità di crisi, lavoro che richiedeva capacità organizzative in situazioni difficili e di emergenza, nonché grande discrezione e lealtà - dico questo perché credo che qualche componente del Comitato abbia chiesto se potevo essere giudicata una persona leale verso le istituzioni: chi è passato per l'unità di crisi riceve, effettivamente, una sorta di battesimo in questo senso -, e le numerose esperienze fatte nell'ambito della mia attività di cooperazione allo sviluppo con diverse organizzazioni non governative, associazioni di volontariato e della società civile. In queste esperienze, maturate soprattutto sul campo, nell'area dei Balcani, durante e dopo il periodo bellico, la cooperazione svolgeva una funzione di ombrello, supporto e coordinamento che mi ha permesso di consolidare rapporti, valutare la serietà ed affidabilità delle organizzazioni e delle persone con le quali collaboravo, molte delle quali ho ritrovato impegnate nel movimento di dissenso post Seattle.
C'era stato poi il precedente di Ancona nella primavera-estate del 2000, pochi mesi prima, in occasione della conferenza adriatico-ionica, per la quale si annunciava qualche forma di contestazione. Le contestazioni erano già cominciate:


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ce ne erano state a Bologna ed in altre città d'Italia, quindi ci si aspettava ve ne fossero anche ad Ancona, visto che si trattava di una conferenza internazionale. In quella occasione ho svolto, per conto del Ministero degli affari esteri, una funzione di mediazione con il mondo dell'associazionismo e delle ONG. Tale mediazione aveva portato, nei giorni del summit ufficiale, ad un forum parallelo assolutamente pacifico e costruttivo, tanto che le conclusioni furono lette, da una delegazione di contestatori, in una seduta plenaria della conferenza ufficiale.

MARCO BOATO. Può dirci esattamente di quale conferenza si trattava ?

MARGHERITA PAOLINI. La conferenza adriatico-ionica per la sicurezza e lo sviluppo di quella regione: una conferenza promossa dal Governo italiano e fatta propria anche dal patto di stabilità perché rientrava nei suoi obiettivi.
Queste sarebbero dunque le ragioni per le quali ero stata individuata e per cui mi era stata fatta questa proposta. È evidente che Genova non era Ancona, ma per i meccanismi e l'approccio adottati c'era la speranza di poter replicare quella esperienza
Il mio lavoro si è svolto essenzialmente in tre fasi. Nel primo periodo, da novembre 2000 a febbraio 2001, ho concordato con i settori più riconoscibili del movimento una rappresentanza ristretta di interlocutori, al fine di facilitare sia i gruppi di lavoro con gli istituti sia gli incontri istituzionali, il primo dei quali si è svolto a Palazzo Chigi nel dicembre 2000, proprio con lo sherpa ambasciatore Olivieri. In quella circostanza fu ribadita dall'ambasciatore Olivieri l'intenzione della Presidenza del Consiglio di procedere sull'ipotesi del dialogo costruttivo. Da parte del movimento, tra le varie anime


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del dissenso, si era, nel frattempo, formato il cosiddetto «patto di lavoro», prevalentemente per presentare le organizzazioni italiane in maniera coordinata agli appuntamenti no global - per ora utilizzerò questo termine anche se in seguito vorrei specificare più nel dettaglio - che si sarebbero svolti a Nizza, in dicembre, e poi a Porto Alegre, in febbraio. Il patto di lavoro era dunque il modo in cui l'Italia si presentava agli appuntamenti del dissenso internazionale. Il risultato di questo primo periodo - da novembre a febbraio - è l'organizzazione di un tavolo di coordinamento; il termine è importante anche se poi questo tavolo non ha avuto grande fortuna, ma fu chiamato così perché vedeva per la prima volta insieme una rappresentanza abbastanza nutrita del patto di lavoro, che stava già cominciando a diventare il Genoa social forum, tutti gli enti locali, il questore, il prefetto e così via.
In questa sede, da parte delle istituzioni locali e della regione, che in un primo tempo si era dimostrata piuttosto refrattaria a questa ipotesi, venne dichiarata la disponibilità a sostenere una serie concordata di eventi che desse visibilità al dissenso in forme pacifiche, escludendo tuttavia la settimana precedente il vertice. Questo documento - che è stato citato, credo, in precedenti audizioni - fu stilato perché era necessario che le istituzioni locali si presentassero con un approccio unitario di fronte alle richieste del Patto di lavoro e del Genoa social forum: infatti, si era raggiunto l'accordo (anche da parte della regione) da un lato, di dare sostegno ad una sorta di percorso degli eventi paralleli al G8 e, dall'altro, di non oltrepassare il limite temporale della settimana precedente il vertice, che costituiva la preoccupazione del presidente Biasotti.
Comunicammo questa posizione alla rappresentanza del Patto di lavoro, che ci espose sommariamente le sue necessità


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in termini di spazi ed attrezzature, nonché in termini di contemporaneità degli eventi paralleli a quelli ufficiali; ci venne inoltre fornita una mappa della città con le indicazioni relative ad una prima ricognizione di luoghi e percorsi. Il verbale dell'incontro tra le istituzioni ed il Genoa social forum, insieme alla mappa, che per la prima volta riportava indicazioni concrete sul terreno, venne poi consegnato alla struttura di missione ed in seguito percorse il suo iter burocratico. Come nella fase successiva, durante questo periodo ho svolto anche un'azione di monitoraggio sulla documentazione che veniva prodotta dai famosi quattro istituti, verificando la sua rispondenza ai termini di riferimento fissati per questo lavoro: leggevo dunque tutta la documentazione per capire se fosse corrispondente ai loro contratti e soprattutto se cominciasse ad acquistare un certo significato, se potesse essere interessante per indicarci una sorta di piattaforma del movimento, delle sue componenti propositive. Come in tutte le altre fasi, il mio compito era quello di tenere costantemente aggiornato il capo della struttura di missione, ministro Vinci Giacchi, sull'andamento delle trattative e sull'evoluzione organizzativa e politica del GSF, valutando anche la fattibilità del progetto complessivo.
Nel secondo periodo, da metà febbraio a fine maggio, si sarebbe dovuto decidere se procedere o meno con queste ipotesi e dare quindi inizio, almeno in parte, alla realizzazione concordata del progetto; vi è stata una caduta di interesse da parte del Governo, che si è subito avvertita, nel senso che non si aveva più un interlocutore con cui dialogare o degli input, delle direttive su questioni che cominciavano a diventare scottanti. Ovviamente, le aspettative create dai nostri primi contatti con il Genoa social forum si stavano tramutando in inquietudine ed agitazione: evidentemente il Genoa social


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forum, sulla base di queste aspettative, aveva preso contatti con movimenti e organizzazioni internazionali, pensando ad un'organizzazione «in grande» del controvertice che invece non si stava concretizzando, creando loro un grande imbarazzo. Ciò poneva in grande difficoltà le componenti propositive, cioè quelle maggiormente interessate a dialogare con le istituzioni, rispetto a quelle più dure, non dico le più violente, ma quelle che sostenevano che il dialogo con le istituzioni fosse assolutamente inutile. A proposito di tale caduta di interesse, ricordo che la gestione del G8 era stata trasferita, su richiesta del Presidente Amato, dalla Presidenza del Consiglio al Ministero degli affari esteri. Vi è stata dunque una difficoltà nel passaggio ad interlocutori diversi: poiché la questione del forum parallelo costituiva un problema più di politica interna che di politica estera, il Ministero degli affari esteri non era l'istituzione che potesse fornire un impulso decisivo riguardo a tale questione. Durante questo periodo non era stato dato più seguito alle richieste del Patto di lavoro (trasformatosi a marzo nella struttura del Genoa social forum per adeguarsi all'appuntamento internazionale di contestazione al G8), ma ho mantenuto comunque rapporti informali con le ali propositive del movimento, che il silenzio delle istituzioni indeboliva rispetto a quelle più radicali. Anche la conclusione del lavoro dei quattro istituti, nell'ambito di un convegno internazionale svoltosi a Firenze ai primi di aprile, non ebbe seguito operativo e restò lettera morta, nonostante avesse indicato un'ipotesi di confronto piuttosto interessante. Firenze doveva essere il punto di partenza ed invece, purtroppo, è stata la tappa di arrivo.
Di fronte alla crescente insofferenza dei nostri interlocutori nel movimento, ho cercato di sottolineare più volte all'autorità di Governo, tramite la struttura di missione, la necessità di


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fornire rapidamente risposte concrete - magari negative o anche solo parziali - affinché il baricentro del movimento non si spostasse progressivamente verso le componenti dure o affatto interessate al dialogo, esistenti all'interno del GSF.
In questo periodo (il 20 aprile) si svolse anche la seconda ed ultima, per quanto riguarda la passata legislatura, riunione ufficiale di Genova, convocata dal prefetto, che nel frattempo era stato incaricato di gestire le trattative per conto del Viminale, ma senza istruzioni a procedere in termini operativi. La seconda riunione del tavolo di coordinamento ebbe carattere meramente interlocutorio e indispettì moltissimo tutte le componenti del Genoa social forum, che minacciarono addirittura di occupare la sala della prefettura dove ci eravamo riuniti.
La situazione di stallo era dunque talmente negativa che pensai seriamente di dimettermi, preannunciandolo sia al ministro Vinci Giacchi che ad alcuni esponenti del Genoa social forum. Mi fu fatto presente che le mie dimissioni avrebbero interrotto l'ultimo filo di comunicazione diretta e non burocratica tra le istituzioni ed i rappresentanti del movimento. Decisi quindi di rimanere e di approfondire almeno il lavoro di analisi dell'evoluzione del movimento, che era molto veloce, e delle sue capacità organizzative e propositive. A maggio assistetti, in qualità di osservatore, al convegno internazionale preparato dal Genoa social forum per discutere l'organizzazione e la piattaforma in vista del G8, per capirne umori e tendenze. Continuai, naturalmente, a mantenere i rapporti, in maniera formale ed amichevole, con le autorità locali e con il prefetto, ma non ci furono più riunioni ufficiali per questioni di opportunità e per non esasperare ulteriormente...

MARCO BOATO. Ricorda la data di questo convegno?


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MARGHERITA PAOLINI. Si tenne a maggio: in seguito potrò confermarlo con maggiore precisione, perché ho la lista dei miei spostamenti a Genova.
Il terzo periodo inizia a giugno, quando si forma il nuovo Governo, ed arriva fino al vertice di luglio; la situazione cambia radicalmente, specialmente dopo i fatti di Göteborg, a cui erano presenti il Presidente Berlusconi ed il ministro degli affari esteri. Il nuovo Governo si convince della necessità di evitare il peggio, dando sfogo alla contestazione non violenta, dando spazio al dialogo e promettendo visibilità alla parte pacifica del movimento: ricordo perfettamente che queste furono le parole che vennero pronunciate. In questo nuovo contesto è stato utilizzato il fatto di aver mantenuto collegamenti costanti e di aver continuato il lavoro di analisi e di proposta. Il nuovo Governo cercava affannosamente di recuperare il tempo perso e quindi le informazioni supplementari, le indicazioni ed altro erano ben viste e sollecitate.
Ho avuto, quindi, incontri di lavoro con gli uffici della Presidenza del Consiglio, con il segretario generale della Farnesina, con il ministro degli affari esteri ed il suo staff, i quali si erano attivati per recuperare il tempo perduto. Ho partecipato a due riunioni ufficiali, piuttosto importanti, tenutesi presso il Ministero degli affari esteri, la prima delle quali, il 28 giugno, era la riunione famosa in cui il Governo ha incontrato tutta la struttura rappresentativa del GSF: rappresentativa non perché era quella scelta da noi, perché non coincideva in toto con la nostra che era più ristretta e più selettiva, bensì quella scelta dal Genoa social forum, in cui - anche se potremo parlarne più diffusamente dopo - erano presenti tutte le componenti del Social forum, le quali naturalmente si controllavano un po' a vicenda, rispetto all'incontro ufficiale. Il 14 luglio si tenne, invece, una seconda


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riunione, che il ministro degli affari esteri volle convocare con tutto il mondo delle ONG ufficiali e del terzo settore (quest'ultimo comprende molte formule associative ed anche interessanti ipotesi di microeconomia come l'Antiglobal o Per una nuova globalizzazione, o come la Banca etica, il Commercio equo e solidale e così via). Questa seconda riunione si proponeva di lanciare un messaggio per la prosecuzione del dialogo dopo Genova, anche nella prospettiva di allentare la tensione e per dimostrare una disponibilità ad andare avanti sui temi che interessavano la maggior parte del movimento.
Da allora e fino alla conclusione del summit, ho seguito direttamente sul terreno l'evolversi della situazione e del programma operativo di implementazione del Social forum. Ma, soprattutto nei giorni caldi del vertice, ho seguito sul terreno proprio lo svolgersi dei fatti - per quanto mi era possibile - al fine di verificare l'effettivo comportamento delle varie componenti del movimento, così come le avevo individuate nel mio lavoro analitico.

PRESIDENTE. La ringrazio, architetto Paolini, per la sua relazione.
Passiamo agli interventi dei colleghi che hanno chiesto di parlare.

FABRIZIO CICCHITTO. La ringrazio, architetto, in primo luogo per la sua esposizione, che ci ha consentito di chiarire meglio la sua figura professionale ed, altresì, di comprendere maggiormente la congruità del suo profilo professionale con il ruolo e il compito da lei svolto. Credo, quindi, che lei sia ulteriormente in grado di aiutarci a capire alcuni altri aspetti.
Mi sembra che dalla sua esposizione sia confermato quello che lei ha detto in un'intervista al Il Secolo XIX: se il Governo precedente avesse avuto un po' più di coraggio, il GSF avrebbe


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potuto sviluppare una maggiore vigilanza senza l'affanno di dover accogliere 200 mila persone, e probabilmente le forze dell'ordine avrebbero potuto organizzarsi meglio anche per filtrare le frontiere. A me sembra che lei ci possa aiutare ad identificare un percorso che riguarda il precedente Governo, percorso che secondo me presenta dei buchi e delle carenze allucinanti. Il 30 gennaio, il Presidente del Consiglio le conferisce l'incarico, però poi in aprile affida un incarico sostanzialmente simile al prefetto. Il 2 febbraio, il Presidente del Consiglio delega tutto al ministro degli affari esteri; ciò ha una logica, per cui fino alla data che poi dirò, il ministro dell'interno praticamente scompare, o non compare mai, in questa vicenda: situazione assolutamente singolare. L'8 febbraio vi riunite e decidete di limitare al 15 luglio lo svolgimento di manifestazioni capaci di aggregare masse di persone. Ciò provoca, in data 19 marzo, una polemica violentissima da parte del Genoa social forum, il quale attacca il Governo, voi, accusando di non rispettare il diritto costituzionale di manifestazione. Avviene, poi, un fatto strano: in data 11 aprile - lei potrebbe aiutarci a comprendere tale circostanza, perché risulta contraddittoria con quanto detto prima ed anche con quanto affermato dopo tale data - il Genoa social forum invia una lettera in cui sostiene di aver apprezzato gli impegni assunti dal Governo nella sua collegialità, al fine di non procedere alla chiusura delle frontiere e di garantire il rispetto del diritto di espressione e manifestazione anche nei giorni del vertice del G8. Ciò non è, però, confermato da una riunione, svoltasi il 20, nella quale viene invece ribadita la riserva sulla contemporaneità delle manifestazioni. Dopodiché, c'è una sorta di fuga, nel senso che scompare un po' tutto (così come lei ci ha accennato): il Governo è assolutamente latitante rispetto alla situazione, ma si «risveglia» il 14 maggio quando


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arriva una nota del segretario generale Vattani al ministro, nella quale si afferma che, alla luce dei problemi organizzativi evidenziati durante la tornata elettorale del giorno prima - comprendiamo tutti il significato, è un leggero appunto alla operatività del Ministero dell'interno -, risulta ancora più urgente la necessità di affrontare con decisione gli aspetti della sicurezza legati al vertice di Genova e di approfondire il piano generale della sicurezza che includa la prevenzione e la gestione delle previste manifestazioni antivertice. Quindi, le manifestazioni antivertice, che scomparse il 20 aprile, in effetti sono ricomparse silenziosamente e stanno sul tavolo del Governo che le ha date per attuabili, cioè le ha di fatto concesse. Ciò è confermato da una lettera che il ministro degli affari esteri, in data 14 maggio, rispondendo alla sollecitazione di Vattani, invia al professor Giuliano Amato, nella quale si dice: «Non posso non rilevare come l'estrema ristrettezza del tempo che ci separa dal vertice e il confermarsi di notizie allarmanti sulla partecipazione ad eventi collaterali da parte di manifestanti antiglobalizzazione, le ricadute negative di immagine per il nostro paese che si sono avute con i resoconti dei media sullo svolgersi delle consultazioni elettorali, rendano particolarmente impegnativa e urgente la predisposizione di un piano dettagliato e credibile per la sicurezza e l'ordine pubblico a Genova».
Questo viene scritto, ripeto, dal ministro degli affari esteri al Presidente del Consiglio dei ministri in data 14 maggio. «Occorrerà in particolare» - si legge ancora - «che il Ministero dell'interno» - tale riferimento compare per la prima volta - «illustri come intenda assicurare la funzionalità della città e del vertice in presenza di un numero prevedibilmente elevato di manifestanti antiglobalizzazione, parte dei quali verosimilmente animati dall'obiettivo di impedire il


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corretto svolgimento dell'evento». In data 18 maggio, il ministro degli affari esteri scrive al ministro dell'interno: «Per quanto riguarda le manifestazioni» - considerate tutte accettate ed acquisite dal precedente Governo, che però non se ne è occupato, in quanto compare solo in tale momento il riferimento alla figura del ministro dell'interno - «abbiamo preso nota che verranno emanate disposizioni affinché esse siano consentite soltanto in luoghi e con modalità tali da non interferire con lo svolgimento del vertice e con la sicurezza dei partecipanti. In particolare, verrà identificato un percorso unico predeterminato a sufficiente distanza dalla zona rossa». La concomitanza delle manifestazioni, quindi, è stata già assunta ed acquisita dal precedente Governo senza, però, che vi sia traccia di un lavorio più visibile per alcuni mesi. Tale impressione, ricavabile da una ricostruzione temporale degli avvenimenti, mi sembra convalidata dalla sua esposizione. La mia è una domanda in un certo senso retorica, in quanto le do atto della onestà intellettuale con la quale ci ha rappresentato l'andamento della situazione.

GIANNICOLA SINISI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIANNICOLA SINISI. Signor presidente, credo che il mio intervento possa giovare, se lei riterrà di condividerlo, all'ulteriore prosieguo dei nostri lavori. Lei, più volte, ci ha richiamato alla necessità che le domande abbiano effettivamente un contenuto propositivo e siano tese ad ottenere una risposta delle persone che abbiamo l'opportunità di ascoltare attraverso le audizioni. L'onorevole Cicchitto, nell'intervento testé svolto, ha invece introdotto, con le sue domande, un


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insieme di tesi e di ipotesi suffragate, in qualche misura, da interpretazioni assolutamente non condivise in quanto smentite da documenti, fatti e audizioni già svolte. Colgo l'occasione per affermare che se il meccanismo è quello di introdurre surrettiziamente, attraverso le questioni, tesi ...

FABRIZIO CICCHITTO. C'è libertà di parola, onorevole Sinisi!

GIANNICOLA SINISI. Rispetto fino in fondo la sua libertà di parola, onorevole Cicchitto, ma in questo momento sono tenuto a rivolgermi al presidente.
Mi rivolgo a lei, signor presidente, ma anche ai colleghi. Ciascuno di noi si è formato o si sta formando un'idea, e, proprio per tutelare la libertà di formazione delle nostre opinioni attraverso le risposte degli auditi, le chiedo, signor presidente, di volere rendere esplicito - qualora ciascuno di noi, me compreso, dovesse fuoriuscire da questo binario - il richiamo che lei ha formulato, affinché le domande siano effettivamente tali e non costituiscano la proposizione di tesi.

PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Sinisi; credo di aver già espresso il mio convincimento al riguardo.

MARGHERITA PAOLINI. Vorrei svolgere un'osservazione - se mi permettete - forse di carattere induttivo. Ho avuto l'impressione, parlando con le forze di polizia e con il prefetto, che fosse ormai maturata la convinzione che le manifestazioni non si sarebbero svolte, ma che vi sarebbe stata una mobilitazione di piazza inevitabile. La preoccupazione principale - come si sa - è stata, quindi, quella di concentrare tutti gli aspetti della sicurezza sulla zona rossa. Ciò dimostra che occorreva evitare fatti particolari; non si trattava di un'operazione


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di polizia, di ordine pubblico, ma quasi di carattere antiterroristico all'interno della zona rossa. Questa era prevalentemente la preoccupazione di Vattani. La mia impressione è stata che il Governo precedente avesse mantenuto una linea di generica disponibilità, ma che poi (come è successo per le consegne date al prefetto, che però non avevano indicazioni pratiche) di fatto la situazione si facesse pian piano «scivolare», in quanto si presentava molto difficile, ostica e pericolosa, e il Ministero degli affari esteri non fosse in grado di svolgere questa operazione politica di intelligence. Forse le strutture del Viminale sono state un po' deboli in tal senso: non lo so, può darsi. Da quanto ricordo, le forze di sicurezza, così come il prefetto, con il passare del tempo, con l'avvicinarsi della scadenza elettorale, erano assolutamente convinte che le manifestazioni, quelle regolari, non ci sarebbero state, mentre occorreva tutelarsi dai moti di piazza in quanto il processo di aggregazione verso Genova era ormai inarrestabile.

FRANCO BASSANINI. Vorrei porre un insieme di domande: l'architetto Paolini valuterà a quali di queste rispondere. Innanzitutto, non è chiaro quali esperienze pregresse lei avesse in materia di globalizzazione e in materia di ordine pubblico. Sicuramente lei ne avrà, ma non sono citate nel curriculum, nel quale invece sono menzionate esperienze riguardanti cooperazione, sviluppo territoriale, ricostruzione, e così via, che non riguardano l'incarico ricevuto.
Vorrei conoscere i soggetti ai quali lei riferiva in base all'incarico ricevuto, cioè sapere quali fossero i suoi interlocutori, quali le direttive, in particolare riguardo alla scelta degli interlocutori (ONG, Social forum, associazioni varie): era libera di sceglierli o aveva direttive precise in ordine alle finalità del lavoro?


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Pongo un'altra domanda. Lei ha parlato di una caduta di interesse della Presidenza del Consiglio che è sembrata riferita innanzitutto al passaggio della responsabilità dell'organizzazione del G8 dalla Presidenza del Consiglio stessa al Ministero degli affari esteri; caduta di interesse che - come lei sa - è legata all'unificazione di responsabilità in capo al Ministero degli affari esteri, che già ne aveva una parte. A tale proposito non credo - lei ci può chiarire questo aspetto - che ciò comprendesse anche la responsabilità delle questioni relative all'ordine pubblico, che erano prima, durante e dopo, di pertinenza del Ministero dell'interno. A me, almeno, risulta ciò - nonostante le parole dell'onorevole Cicchitto -; lei può confermare se fosse così oppure no? Ho organizzato un'altra conferenza internazionale nella parte che, nel caso in esame, è stata di competenza del Ministero degli affari esteri, cioè il global forum di Napoli, e la responsabilità della sicurezza e dell'ordine pubblico è sempre stata del Ministero degli affari esteri, anche se non veniva citato, in quanto era implicito che fosse così. Vorrei sapere se fosse così anche in questo caso.
Le vorrei porre un'ulteriore domanda. Lei mi è sembrata molto preoccupata di garantire la visibilità alla parte pacifica del movimento. Lo capisco, perché ciò rappresenta un modo per disinnescare i rischi e per evitare che prevalgano le frange violente. Le chiedo tuttavia se nello svolgimento delle varie attività a lei affidate, così come negli incontri dell'11 e del 20 aprile, nonché del 14 e del 18 maggio, si sia cercato di avviare con tali organizzazioni (ONG, GSF) un ragionamento su ciò che le istituzioni ed il movimento potevano fare, collaborando, per isolare le frange violente e per evitare che queste potessero produrre - danni, devastare e persino inquinare l'immagine delle manifestazioni pacifiche del dissenso. Si è posto questo problema? Se ciò è stato fatto, in che termini? Quali risposte


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si sono date? Cosa è stato fatto per cercare di organizzare, in funzione di questo, l'azione delle istituzioni, delle forze dell'ordine ed anche le facilities che venivano giustamente concesse alle organizzazioni che preparavano la manifestazione pacifica del dissenso? Si è cercato, per così dire, di capire come si potesse dare ospitalità ai manifestanti pacifici - che esercitavano un diritto legittimo di dissentire, di manifestare posizioni antagoniste - e, invece, isolare le organizzazioni violente che erano, sulla base della documentazione a nostra disposizione, ben note? Tutto ciò rappresenta una questione rilevante, su cui peraltro rivolgerò domande anche agli altri interlocutori politici. Lei aveva un ruolo operativo, e vorrei perciò capire cosa abbia visto e vissuto al riguardo.

MARGHERITA PAOLINI. Senatore Bassanini, la ringrazio per avermi dato l'opportunità di soffermarmi un po' di più sui dettagli. Ha ragione circa la mancanza, da parte mia, di un'esperienza declarata sui problemi della globalizzazione; devo dire però di possedere certamente una cultura in materia. Nel caso in oggetto non si trattava comunque di avere, o meno, una cultura in termini di globalizzazione (e comunque ho cercato di colmare rapidamente certe lacune, perché faceva parte anche del mio lavoro aggiornarmi sugli aspetti più rilevanti): il mio compito era piuttosto di carattere analitico ed eventualmente organizzativo, con esclusione però dei problemi riguardanti la sicurezza, perché non avevo alcun titolo né competenza per occuparmi di tali aspetti. Ciò che potevo limitarmi a fare, e che in effetti ho fatto, era considerare se con certi movimenti e certi personaggi si potesse dialogare, instaurare un colloquio franco. Tale aspetto era infatti assolutamente indispensabile.
Ciò che vorrei sottolineare è che comunque non ci trovavamo di fronte al migliore dei mondi possibili, bensì ad una


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situazione che rischiava di diventare esplosiva. Sapevamo cioè che l'evento di contestazione al G8 era ineludibile e che sarebbero arrivate decine di migliaia di persone, anche se di preciso non sapevamo quante. Non solo, ma sapevamo che esistevano forze politiche ed organizzazioni all'interno della stessa Genova e nella Liguria che avrebbero comunque tentato di manifestare anche qualora si fosse vietata qualsiasi forma di manifestazione. Perciò era evidente per tutti la necessità di dover canalizzare in qualsiasi modo tali energie ed aspettative (quelle delle forze migliori) in una direzione positiva. Se si fossero chiuse tutte le porte, si sarebbe creata una pentola a pressione. Potevamo anche sigillare tutte le frontiere, ma le contestazioni sarebbero venute anche dall'interno e ciò avrebbe messo comunque a rischio la sicurezza del vertice perché era dentro la zona rossa che si sarebbero poi potuti verificare i problemi. Si può infatti sigillare tutto, persino i tombini, ma è dentro la stessa città che esistono comunque...

FRANCO BASSANINI. Di questo siamo convinti.

MARGHERITA PAOLINI. Mi scusi, mi sono dilungata. Volevo solo chiarire come non si avessero molte scelte, ma solo la possibilità di cercare di mantenere un contatto con le forze più responsabili, per dare loro un leggero margine di manovra, che esse avrebbero poi potuto usare con le frange più ostiche. Sto comunque sempre parlando di organizzazioni non violente che avevano però un concetto del dialogo piuttosto particolare.
Rispetto alle sue domande circa i miei interlocutori e le direttive che ricevevo, ribadisco quanto è scritto nel mio contratto: riferivo cioè al responsabile di missione, ma ho avuto anche alcuni incontri sporadici....

FRANCO BASSANINI. Il suo referente era il ministro Vinci Giacchi?


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MARGHERITA PAOLINI. Si, proprio così. Stavo dicendo che ho avuto però anche alcuni incontri con i rappresentanti del Viminale all'interno della struttura di missione, in particolare con il prefetto Gianni, con cui ho scambiato anche alcune idee. Mi sembra invece di aver visto il prefetto Andreassi solo nel corso di una riunione generale, e non ho avuto quindi modo di parlargli.
Quanto alla caduta di interesse, la intendevo come mancanza di input: essi non giungevano né a noi, coinvolti nelle trattative, né al prefetto, sebbene le funzioni svolte fossero diverse. L'incarico ricevuto dal prefetto da parte del Viminale aveva infatti un contenuto molto preciso, riguardante il compito di trattare con il GSF per quanto concerne gli spazi, i percorsi e così via. Si trattava cioè di aspetti riguardanti il territorio della città di Genova. Il tipo di rapporto che avevo io presentava invece un carattere più di contenuto e politico (di politica interna al GSF, non politico in senso istituzionale).

FRANCO BASSANINI. Mi faccia capire cosa vuol dire che al riguardo non arrivavano input. Lei non doveva trattare le caratteristiche delle manifestazioni o i loro itinerari; non era suo compito farlo. Suo compito era invece avviare un rapporto sui problemi della globalizzazione, le proposte, le alternative. Lei su questo ha riferito all'unità di missione e al ministro Vinci Giacchi? Ha presentato delle proposte o una relazione? Può dire che le è mancato un input nel senso di una risposta? Esistono suoi documenti scritti su ipotesi e proposte derivanti dai rapporti da lei intrattenuti con il GSF?

MARGHERITA PAOLINI. Come ho spiegato, il mio compito riguardava due aspetti: monitorare il lavoro dei quattro istituti - e ciò rappresenta l'incarico più attinente ad una sorta di cultura sulla globalizzazione - e , soprattutto, vedere quali


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potessero essere le posizioni complementari, assimilabili, o anche di dissenso, che fossero comunque confrontabili con quelle del G8. Questo lavoro è stato sviluppato con relativa facilità e tranquillità, solo che si è fermato a Firenze e non è più continuato. Tutti invece ci aspettavamo che Firenze fosse la piattaforma da cui si sarebbe partiti per poi arrivare al summit. Su tali aspetti gli istituti, in particolare l'IPALMO, ha pubblicato un interessante rapporto che rappresenta però un punto di partenza e non certo di arrivo.
Per quanto riguarda i percorsi e quant'altro, era il prefetto ad avere il potere di verificare e analizzare se i percorsi stessi e gli spazi fossero compatibili o meno con gli aspetti della sicurezza.
Tuttavia, di tale questione ho parlato anche con il Genoa social forum nel periodo in cui si trattava di non mollare il filo dei rapporti. Ho anche utilizzato il mio tempo per andare a visitare alcuni luoghi (scuole, palestre eccetera) allo scopo di disporre di un quadro di opzioni e di capire se potesse esserci fattibilità in merito a tale vicenda. Ne ho parlato anche con il ministro Vinci Giacchi il quale, al tempo stesso, seguiva la parte importante degli spostamenti e della logistica delle delegazioni perché ciò influiva sul fatto che uno spazio fosse dichiarato compatibile o meno. L'ambasciatore Vattani ha affermato che il lavoro sulla questione delle delegazioni è stato molto faticoso. Molte di esse fino all'ultimo non hanno deciso; quindi gran parte della città rimaneva off-limit a questo tipo di analisi.
Quando ho parlato del tempo perduto, ho fatto riferimento a ciò perché (senza parlare di manifestazioni o di cose più impegnative) un segnale concreto, uno spazio si poteva, a mio


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avviso, concedere al GSF perché potesse cominciare ad organizzare i suoi inviti e quant'altro; una rappresentatività, una visibilità anche minima si poteva dare.
Abbiamo fin dall'inizio cercato il contatto con la parte pacifica e non violenta; è stata la mia prima preoccupazione perché ciò costituiva il mio compito. Il grosso problema è stato che, in seguito alla mancanza di risposte e al fatto che il movimento più ragionevole si fosse trovato spiazzato, si sono ingrossate le file dei soggetti più movimentisti. È venuto meno l'interesse, la priorità dei contenuti del dialogo rispetto al fatto di essere in piazza e di contarsi, proprio per l'indebolimento delle componenti maggiormente propositive.

FRANCO BASSANINI. Non è questo il senso della mia domanda. Posto che lei ha affermato che si è voluto dare spazio, visibilità alle componenti pacifiche, si è discusso con tali soggetti sulle modalità da utilizzare per isolare (con l'azione delle istituzioni) e separare le frange violente che erano state identificate dal lavoro preparatorio di intelligence?

MARGHERITA PAOLINI. Sì, mi scusi... non riuscivo più a leggere la mia pagina di appunti. Certamente, ne abbiamo parlato perché ciò costituiva anche una loro preoccupazione costante. Mi dicevano: più siamo indeboliti dalla mancanza di trattative, più queste frange crescono in arroganza e in capacità di catturare sempre più adepti, perché quella diventava la parte predominante. Con il GSF in particolare, con i miei interlocutori, anche se la questione non mi riguardava direttamente (era troppo importante per non parlarne), ho dialogato spesso su come pensassero di organizzare una sorta di servizio d'ordine (quello che una volta si usava nelle manifestazioni e nelle situazioni critiche) anche perché vi era un clima che preludeva ad una specie di chiamata alle armi.


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È stato interpretato così. Si voleva probabilmente andare a catturare, influenzare le frange oltranziste; pertanto il pericolo esisteva. La difficoltà è stata che questo movimento, che non chiamerei più no global anche perché non ha più molto senso (esso stesso si sta definendo new global, cioè a favore di un nuovo tipo di globalizzazione), odia profondamente la questione del servizio d'ordine come se ciò richiamasse a modalità e mentalità dei partiti di vecchio stampo. Pertanto, per il fatto di volersi liberare dal passato, la questione del servizio di ordine è stata vista come fumo negli occhi anche se poi all'ultimo momento, quando ci siamo.... Mi scusi, senatore Bassanini (Commenti del senatore Bassanini)...

FRANCO BASSANINI. Le spiego la mia reazione. Chiedere a organizzazioni pacifiche di organizzare il servizio d'ordine è una cosa da Cominform, per intenderci. L'ordine, attraverso l'organizzazione di servizio d'ordine, viene gestito dalle istituzioni, dagli apparati dello Stato. La mia domanda è un'altra: si è discusso con tali soggetti sul problema di trovare una forma di collaborazione e di intesa in merito a ciò che lo Stato e costoro avrebbero dovuto fare, insieme, in collaborazione, ciascuno per la propria parte e competenza, senza chiedere loro di organizzare il servizio d'ordine per isolare e quindi non dare alcuno spazio alle frange violente?

PRESIDENTE. Mi sembra, senatore Bassanini, che la domanda fosse chiara fin dall'inizio. L'architetto ha così inteso rispondere, a meno che non abbia altro da aggiungere.

MARGHERITA PAOLINI. Nessuno ha chiesto loro di dotarsi di un servizio d'ordine ma, come ho detto anch'io, si trattava di un certo modo di vigilare. È anche vero che i tempi ristretti hanno spinto il Genoa social forum ad una corsa


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velocissima per organizzarsi; pertanto i problemi a ciò connessi (trovare i siti, la collocazione negli alberghi per gli invitati, i treni che arrivavano, i punti di accoglienza) hanno fatto venir meno l'aspetto pratico ad una preoccupazione che essi, in effetti, hanno manifestato. Credo che vi fosse in una parte di loro una seria volontà di collaborare con gli ambienti giusti per scaricare tale problema, per delegarlo. Tuttavia, è arrivata una quantità di persone notevolmente superiore alle aspettative. La preparazione del forum è stata particolarmente affannosa; per quanto mi è stato possibile riscontrare in quei tre giorni, solo i giovani di Rifondazione comunista si erano in qualche modo autorganizzati (hanno spesso utilizzato lo strumento della catena umana per impedire che entrassero i black bloc). La preoccupazione sostanziale era che frange eversive e violente entrassero all'interno dei cortei, cosa che poi purtroppo si è verificata. Per le forze di polizia è stato estremamente difficile poter poi...... ho visto all'opera i black bloc e posso confermare il loro modus operandi; effettivamente non è stato facile collaborare o semplicemente, in quel momento, indicare a chi di dovere come inseguirli. La situazione è divenuta molto complicata. Comunque, possiamo ritornare successivamente sul punto.

MARCO BOATO. Ringrazio l'architetto Paolini per la sua relazione, che, a mio avviso, sembra particolarmente utile, salvo che non si pretenda di farle dire ciò che ciascuno di noi pensa. Noi dovremo valutare il suo contributo, molto importante e significativo, anche perché copre un versante informativo in parte soltanto accennato in altre audizioni; tuttavia, non possiamo pretendere che sia lei a tracciare il quadro generale, né tanto meno noi in queste circostanze. Questo lo dico senza polemica con alcuno, ma come una sorta di riflessione metodologica.


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Per quanto riguarda le domande, dando per scontate le risposte che lei ha già fornito ai colleghi che mi hanno preceduto, le formulo in maniera puntuale.
Lei ha avuto ufficialmente come referente, come più volte ripetuto, il ministro plenipotenziario Vinci Giacchi. Mi sembra di aver capito - ciò può essere utile anche per comprendere i meccanismi - che il tramite effettivo, attraverso il quale lei è stata incaricata di questa funzione, molto importante e delicata in questa vicenda, sia stato l'ambasciatore Olivieri. Gradirei che lei ce lo confermasse. Mi sembra che lei poi lo abbia citato ripetutamente, definendolo con una tipica espressione tratta dal gergo diplomatico, ovvero sherpa, essendo persona che è stata «a cavallo» fra i due governi, nelle linee retrostanti, ma sempre presente.
Vorrei inoltre chiederle, con riferimento al lavoro di carattere più politico-culturale, se lo speciale della rivista Limes dal titolo « I popoli di Seattle » abbia a che fare con il lavoro cui lei ha fatto riferimento anche per i quattro istituti citati (IPALMO, CESPI, IAI, ICEPS). È qualcosa di analogo, di parallelo? Ha a che fare con quello cui lei ha fatto riferimento?
È evidente inoltre, non soltanto per quello che lei ci ha detto oggi ma in base alle ricostruzioni che stiamo operando, che vi è stata una fase iniziale di rapporti con le ONG tradizionali e le associazioni più conosciute ( le ho fatto una domanda, mentre lei parlava, chiedendole tutti i nomi: Tavolo della pace, ACLI, ARCI, Forum (del terzo settore); successivamente, pur non tralasciando questi interlocutori, ma in aggiunta ad essi, si è sviluppata quella che è stata la configurazione più complessa del Genoa social forum. Lei ha inoltre parlato della rete Lilliput, della Rete anti G8, delle aggregazioni cattoliche di base. Se lei potesse, nei limiti del


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possibile, caratterizzarci meglio questa trasfigurazione presente nel passaggio dagli interlocutori che lei inizialmente ha avuto agli altri che vi si sono affiancati, diventando la parte prevalente, sarebbe un utile contributo.
Vorrei inoltre chiedere semplicemente quando si sia svolta la conferenza adriatico-jonica: a maggio, se non ho capito male. Se potesse ricostruirci meglio la fase, dal momento che lei aveva posto in atto in quell'occasione un micromodello operativo che aveva cercato poi di proiettare....

MARGHERITA PAOLINI. Quando è stato?

MARCO BOATO. Nel 2001 o nel 2000?

MARGHERITA PAOLINI. Siamo nel 2000.

MARCO BOATO. Siamo in una fase nella quale lei non aveva ancora assunto tale incarico. Tuttavia, quell'esperienza è stata utile. Evito di formulare alcune domande poste già da altri colleghi.
Questa vicenda della caduta di interesse in una certa fase, molto più ristretta di quella che apparirebbe, è in qualche modo rintracciabile anche nelle note che ci ha fornito il prefetto di Genova. Ad un certo punto quest'ultimo viene ufficialmente incaricato dei rapporti con il Genoa social forum. Può spiegarci se ed in che misura lei ed il prefetto di Genova, nelle due vesti istituzionali totalmente diverse (il prefetto era l'autorità politica di pubblica sicurezza a livello provinciale, mentre diversa era la sua veste), avete interloquito in merito al rapporto con il Genoa social forum?
Lei afferma inoltre che, successivamente alla riunione del 20 aprile, la seconda ed ultima riunione a Genova convocata dal prefetto nell'ambito del cosiddetto tavolo di coordinamento,


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in una situazione di mancanza di risposta o di stallo cui lei ha più volte fatto riferimento anche nel rispondere al collega Bassanini, aveva pensato di dimettersi. Può spiegarci cosa è successo in quelle circostanze, dal momento che, in genere, quando qualcuno pensa di dimettersi lo fa o perché ritiene di avere fallito ovvero di non essere in grado di assolvere il proprio compito? Sarebbe utile un chiarimento al riguardo.
Lei ha detto di avere assistito, nel maggio del 2001, ad un convegno del Genoa social forum. Posso pregarla di ricordare la data, il luogo e le caratteristiche di tale convegno?
Desidero rivolgerle altre tre domande. Il 28 giugno - circostanza di cui abbiamo avuto notizia da altre relazioni, ma che nel dettaglio non ci è stata descritta - si è tenuta presso la Farnesina la riunione riguardante sia l'interno sia gli esteri, con il Genoa social forum, cui lei ha partecipato - nelle note del prefetto questo è riferito -, ed in cui erano presenti tutte le componenti del Genoa social forum, anche per controllarsi reciprocamente, come da lei stesso affermato. Questo succede anche nei partiti politici, figurarsi se non accade nel Genoa social forum! A parte la battuta, sarebbe utile che lei ci spiegasse cosa è avvenuto nella riunione del 28 giugno, ovvero la dinamica.
Il 14 luglio si è tenuta un altro tipo di riunione, in ordine alla quale il collega Sinisi ha formulato una domanda. Probabilmente lei è la persona adatta a fornirci delle risposte in proposito. Tale riunione, convocata dal ministro Ruggiero con le ONG ufficiali e il Forum del terzo settore, dove si è svolta? Che caratteristiche ha avuto? Su di essa spesso il collega Sinisi ha posto una domanda ad altri interlocutori, i quali non sapevano fornire risposte adeguate.

PRESIDENTE. Forse l'onorevole Sinisi non ha parlato oggi.


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MARCO BOATO. Non oggi; il collega Sinisi in molte audizioni ha ripetutamente formulato questa domanda.

PRESIDENTE. Ponga la domanda, onorevole Boato. Se l'audito non sa a quale domanda lei fa riferimento...

MARCO BOATO. Era una mia forma di rispetto nei confronti del collega Sinisi.

PRESIDENTE. Diamo all'audito la possibilità di capire.

MARCO BOATO. Credo che l'architetto abbia perfettamente capito. Lei ha detto che il 14 luglio si tiene una riunione convocata dal ministro Ruggiero con le ONG ufficiali e il Forum del terzo settore, anche per garantire la prosecuzione del dialogo dopo Genova. Personalmente ho capito questo. Chiedevo all'architetto cosa sapesse di questa riunione.
Lei inoltre ha detto che nei giorni caldi del G8 seguì i fatti sul terreno per verificare l'effettivo comportamento delle varie componenti. Non le chiedo valutazioni di ordine pubblico, che non rientrano nella sua competenza istituzionale; le chiedo una valutazione per quanto concerne il suo ruolo rispetto all'esperienza che in concreto vi è stata in quei giorni.

MARGHERITA PAOLINI. Cercherò rapidamente di rispondere. Per quanto concerne la prima domanda, le confermo che il referente è stato il ministro plenipotenziario Vinci Giacchi. Tuttavia, in qualche occasione, ho provato a contattare l'ambasciatore Olivieri per verificare se su quel versante potessero scaturire input specifici. Tuttavia, l'ambasciatore Olivieri era molto impegnato con i lavori ufficiali del vertice e non ha potuto fornirmi aiuto.

MARCO BOATO. Se ho ben capito, lei è stata inizialmente contattata dall'ambasciatore Olivieri.


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MARGHERITA PAOLINI. Assolutamente sì.
Per quanto concerne il numero speciale della rivista Limes dedicato ai popoli di Seattle, ciò fa parte dell'insieme di quelle conoscenze sulla globalizzazione che mi appartengono; sono infatti membro del comitato scientifico della stessa rivista. In una riunione di redazione, parlammo dell'importanza di predisporre un numero dedicato a tale tematica da far uscire possibilmente prima del vertice, in modo da agevolare la comprensione allargata di tale fenomeno, nonché per fare il punto su diverse questioni trattate in maniera superficiale. La stampa aveva infatti informato prevalentemente sugli aspetti scenografici o di effetto, piuttosto che entrare nell'analisi della genesi e dello sviluppo di tale movimento.
Questa iniziativa venne vista con molto favore dal Ministero degli affari esteri, che la appoggiò perché la riteneva complementare, a quella dei quattro istituti, con la quale peraltro non aveva assolutamente niente a che fare. Tra l'altro, è nata come iniziativa autonoma dal punto di vista finanziario.
Per quanto riguarda l'evoluzione dei rapporti dal patto di lavoro al Genoa social forum, è sempre rimasto un nucleo referente, che dall'inizio è arrivato fino in fondo e che si è allargato ad altri soggetti, ad altri gruppi che via via si affacciavano sulla scena: è evidente che non si poteva trascurare una Rete Lilliput. Invece, riguardo alla Rete contro il G8 si trattava di capire se fosse una sigla che raggruppava e faceva da ombrello a varie organizzazioni, oppure una rete che aveva una sua capacità propulsiva e propositiva, come la Rete Lilliput.
Potrei cercare di dare una brevissima schematizzazione delle componenti essenziali del movimento, così come le avevamo individuate: questo spiega anche con chi trattavamo e con chi no, o anche per via indiretta attraverso interlocutori


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affidabili. Anzitutto, la componente propositiva, quella decisamente non violenta, che non potremmo chiamare moderata, dal momento che è fortemente determinata a mobilitarsi, in ragione di una profonda motivazione nei suoi obiettivi e nei suoi contenuti di fondo; poiché però è effettivamente e profondamente non violenta, possiamo considerarla comunque moderata e quindi funzionale alla nostra ricerca di interlocutori per l'operazione del Forum parallelo. Il nucleo portante di questa componente è la Rete Lilliput che, indipendentemente dalla consistenza dei suoi membri, ha una organizzazione, una serietà di contenuti e modalità di comportamento che effettivamente rappresentano una grossa novità. Quindi, in realtà si tratta di una componente che richiede di essere analizzata e valutata perché potrebbe essere un elemento portante del nuovo futuro movimento new global, intendendosi come tale un nuovo modello di globalizzazione non selvaggia e non pericolosa, un modello verso cui ci si sta tentando di orientare anche in ambienti economici, perché quello attuale comporta degli scompensi abbastanza vistosi. La rete Lilliput (e tutta la rete Intercampagne che fa capo ad essa, ma non solo) ha due aspetti importanti: la testa pensante ma anche l'organizzazione sul terreno, perché c'è tutto il mondo delle Intercampagne che gravita al suo interno.
Esiste poi c'è una componente, che possiamo definire di tipo più movimentista, che esprime appunto un movimentismo di tipo più tradizionale e che tende a porsi come anello di congiunzione tra la prima che ho citato e l'ultima a cui farò riferimento. Si tratta di un soggetto sostanzialmente riconducibile alla struttura dell'ARCI ed ha avuto importanza a Genova perché la componente genovese del Genoa social forum era in gran parte gestita da personale dell'ARCI, anche competente, ma che aveva a che fare con la rete dei centri


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sociali del nord-ovest; le attività dell'ARCI si incrociano spesso con quelle dei centri sociali, e quindi si creano relazioni, contatti, operazioni comuni. Ciò ha portato l'ARCI a fare un po' da ombrello ad una parte dei centri sociali giudicati ragionevoli, non violenti, che sarebbe stato invece pericoloso emarginare perché si sarebbero potuti far slittare verso il terzo polo, quello degli antiistituzionali e dei duri. Infatti, il Genoa social forum aveva all'inizio adottato un patto di non violenza: chi non accettava di lavorare sulla base della non violenza non poteva essere accolto. Naturalmente, poiché sul concetto di violenza esistono varie interpretazioni - c'è la violenza contro le persone e quella contro le cose -, esso è stato un po' sfumato: la violenza verbale è concessa, qualche episodio di intolleranza è ancora concesso, la violenza su cose e persone no. Questo era il punto in cui si chiudeva il cerchio del Genoa social forum e lì si trattava di applicare la vigilanza a cui mi riferivo prima: in altre parole, vedere nei fatti come si comportava chi dichiarava di operare senza violenza.

MARCO BOATO. Le avevo chiesto delle due riunioni...

MARGHERITA PAOLINI. Sì. Quando ho voluto verificare sul terreno se le componenti non violente effettivamente si comportassero secondo i criteri della non violenza profonda, strutturata, che viene da un training effettivo, da un lavoro interiore importante, ho potuto riscontrare nei fatti che quelle che avevamo individuato come non violente, così si sono comportate. Tuttavia la non violenza certe volte porta al fatto che non ci si sa difendere (non ci si può difendere) nei confronti di chi attacca con la violenza, come è successo nel caso dei black bloc.
Per quanto riguarda il famoso convegno del Genoa social forum, quello che aveva carattere internazionale, in cui sono


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arrivati delegati da tutte le parti dell'Europa occidentale, dell'America e anche del terzo mondo, esso si è svolto a Genova il 3, il 4 e il 5. Riguardo alla riunione del 28 giugno, che si era svolta al Ministero degli affari esteri con tutto lo staff (il ministro degli esteri, il ministro Scajola, il prefetto De Gennaro, l'ambasciatore Vattani e i vari questori) il Genoa social forum era presente con una rappresentanza che era stata selezionata. Ai primi di giugno il social forum fece una riunione e formalmente nominò Agnoletto portavoce e una serie di referenti per settore, quelli a cui si sarebbe dovuto riferire Agnoletto, a seconda delle varie questioni e che dovevano essere tutti presenti nelle riunioni ufficiali. E veniamo alla composizione della delegazione di Ya Basta!; c'era la signora Cassurino, in rappresentanza delle tute bianche «extra Casarini», il quale non era presente. Per quanto riguarda la riunione del 28 giugno, sostanzialmente fu il Governo ad intervenire manifestando la propria disponibilità a procedere con l'operazione Forum parallelo, con la messa a disposizione di spazi e anche di risorse finanziarie: era stato predisposto il decreto per l'accoglienza che prevedeva l'erogazione di 3 miliardi agli enti locali, in particolare al comune e alla provincia, che avevano spazi ed edifici sotto la loro responsabilità. Da parte del Genoa social forum ci si limitò a ribadire gli aspetti relativi alle piazze tematiche e alla stazione di Brignole; si chiese poi che la polizia fosse disarmata.

Sostanzialmente si parlò molto poco, perché si riteneva che quella fosse una riunione interlocutoria; invece, fu una riunione decisiva e di carattere esecutivo. Probabilmente non se lo aspettavano, quindi, si limitarono a sentire, per poi consultarsi con le rispettive organizzazioni. Infatti, non vi fu una


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dichiarazione compiuta del Genoa social forum, ma una di stand-by, per così dire, che divenne più positiva qualche giorno dopo.
La riunione del 14 luglio, cui ho partecipato, mi è sembrata, in prospettiva, un grande segnale che si voleva dare ad una parte già più strutturata e organizzata del movimento e che, però, ha dato particolare rilievo al terzo settore.

MARCO BOATO. Dove si è tenuta?

MARGHERITA PAOLINI. Si è tenuta al Ministero degli affari esteri, con la presenza dello stesso ministro Ruggiero, dei suoi collaboratori e, in particolare, del ministro Claudio Moreno che, occupandosi di tutta la parte dei diritti umani, ha seguito tale aspetto con maggior cura. Si è parlato della possibilità di avviare operazioni in collaborazione subito dopo Genova, di rivedersi e di stabilire un percorso di incontri di carattere operativo e propositivo. Credo di aver così risposto a tutte le domande.

GIAN FRANCO ANEDDA.Lei è stata incaricata di occuparsi dei problemi del G8 nell'ottobre del 2000 e tale incarico è stato formalizzato successivamente. Ha riferito che, per la sua pregressa esperienza, avrebbero partecipato al G8 componenti propositive e componenti che lei, invece, ha definito più dure. Le chiedo se, sin dal momento in cui ha ricevuto l'incarico di occuparsi del G8, fossero previste azioni di violenza.
Lei stamattina ha anche affermato che il Governo auspicava il coinvolgimento della società civile. Si riferisce, quanto ai tempi, all'inizio del 2001?
Ci ha anche riferito che le contestazioni ineludibili del G8 - queste sono le parole che lei ha adoperato testualmente - avrebbero portato «opzioni di dissenso recepite dal Governo».


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Vorrei chiederle quali fossero le opzioni di dissenso recepite e chi le abbia detto che tali opzioni di dissenso sarebbero state recepite.
Lei, inoltre, ha affermato che una delle finalità del suo intervento, per la pregressa esperienza, avrebbe dovuto essere quella di indirizzare le forze migliori - parliamo della contestazione - verso una soluzione positiva. La domanda è la seguente: che cosa avevate previsto per le forze peggiori?

MARGHERITA PAOLINI. Rispondo partendo dall'ultima domanda: per le forze peggiori non potevo prevedere niente, perché la questione non era di mia competenza. Tutti avevano capito che tali manifestazioni vi sarebbero state e che, se solamente si fossero blindate le città, vi sarebbe stato un pericolo dall'interno. Il senso di pericolo che poteva derivare dal dissenso certamente veniva recepito dal Governo e dalle istituzioni con preoccupazione, preoccupazione che hanno espresso in vari modi e con vari risultati l'ambasciatore Vattani, il prefetto, il questore e così via.
Per quanto riguarda il termine «società civile» nel 2001, ritengo che tale espressione non abbia un connotato temporale. Per società civile si intende l'insieme delle forze, organizzate o meno, che hanno qualcosa da dire, una funzione sociale e opzioni di qualità di vita, di cittadinanza e di rapporti comunitari civili.
Circa le componenti propositive più dure, ovviamente si sapeva fin dall'inizio che vi sarebbero state, ma si trattava di una schematizzazione di principio. Infatti, il Patto di lavoro non era ancora del tutto operativo e non si era ancora verificato - mi riferisco al periodo iniziale - l'importante episodio di Porto Alegre. Quest'ultimo non fu un episodio di contestazione di un summit, ma un momento di creatività, di elaborazione e di ampliamento degli interessi del movimento,


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anche verso un aspetto molto importante che non ho citato, ma che probabilmente ci troveremo davanti nell'evoluzione positiva del movimento new global: quello della democrazia partecipativa e del modo di lavorare a livello locale. È una nuova formula che sta cominciando a diffondersi, tant'è che la recente creazione di tanti social forum risponde proprio alla necessità di lavorare più a livello della microscala del territorio che non della macroscala sui grandi temi. Spero di averle risposto, onorevole Anedda.

GIAN FRANCO ANEDDA. Rispondendo alla mia ultima domanda, lei ha affermato di non poter dire nulla sulle formazioni più dure (abbiamo adoperato questo termine), non rientrando esse nella sua competenza. Quando le è stato conferito l'incarico e durante tutto il periodo del suo svolgimento, lei ha avuto sentore che vi fossero tali componenti più dure, dando suggerimenti per discutere, per trattare, per fronteggiarle o quant'altro, oppure è rimasta inerte perché non erano di sua competenza?

MARGHERITA PAOLINI. È difficile che rimanga inerte di fronte a qualcosa, ma bisogna vedere se ci si può muovere nel modo più compatibile. Sapevamo che le formazioni più dure esistevano, ma ovviamente non spettava a me indagare sulle stesse. Era importante che non andassi a «pattumarmi» con le formazioni più dure e mantenessi il colloquio con quelle che, invece, presentavano aspetti propositivi e che avevano la caratteristica della non violenza e, soprattutto, avessero interesse a dialogare con le istituzioni.

ERMINIA MAZZONI. Architetto Paolini, il numero delle mie domande si ridotto, perché molti quesiti sono stati già posti da chi mi ha preceduto. Inoltre, l'intervento sull'ordine


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dei lavori dell'onorevole Cicchitto tutto sommato è stato utile ed ha consentito di ridurre i quesiti posti successivamente; infatti, egli ha svolto un'ampia disamina di tutti i fatti e chiarito una serie di dubbi che derivavano dalla sua relazione in merito ai tempi, alle modalità ed agli esiti della sua attività, ricostruiti dai documenti di cui l'onorevole Cicchitto ha dato lettura. Pertanto, credo che alla domanda al riguardo si sia già ampiamente risposto.
Mi rimane il dubbio su chi siano stati i suoi interlocutori, nel ruolo specifico che lei aveva, e perché sono stati scelti quei particolari interlocutori. Le pongo questa domanda in relazione a due affermazioni da lei fatte. Lei ha parlato, infatti, di interlocutori diversi con il precedente ed il successivo Governo: vorrei, dunque, capire che diversità vi sia stata. Rispetto, poi, alle frange, da voi individuate, che non volevano avere dialogo con le istituzioni, lei afferma: «li abbiamo allontanati, non abbiamo accettato il dialogo». Al di là di questo, ed al di là della risposta da lei fornita all'onorevole Anedda, secondo la quale lei non avrebbe avuto competenza, quanto meno come soggetto incaricato di queste relazioni e come componente di una struttura, ne ha dato comunicazione? Ha fornito un'indicazione nominativa di questi soggetti alla struttura o a chi abbia ritenuto competente ad intervenire in materia di sicurezza?
Da ultimo, non approfondisco la sua affermazione sul nuovo Governo, che ha tentato di recuperare il tempo perduto, perché lei ha già fornito ampie risposte negli interventi precedenti. In particolare, però, nell'incalzare delle domande del senatore Bassanini, mi è sembrato che lei si sia contraddetta rispetto al rapporto con i manifestanti in genere. Rispondendo alla domanda riguardante il diritto a manifestare (se fosse stato concesso o meno e da chi e se fosse stato


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violato), lei afferma: «Mi ero convinta, dai dialoghi avuti, che non vi sarebbero state le manifestazioni». Dopo di che, proseguendo nelle risposte, aggiunge: «Sapevamo che le manifestazioni, pacifiche e non, erano ineludibili». In relazione a ciò vorrei capire: erano suoi pensieri che non ha esteso ad altri? Era la conferma di un atteggiamento di Governo che lei, poi, ha tradotto in queste espressioni? Si sono avuti rapporti, e di che natura, con gli interlocutori e i manifestanti in genere?

MARGHERITA PAOLINI. Mi scusi, non ho capito se lei, quando ha parlato di interlocutori, intendesse riferirsi agli interlocutori del Genoa social forum o agli interlocutori istituzionali.

ERMINIA MAZZONI. Ai manifestanti.

MARGHERITA PAOLINI. Non li abbiamo allontanati; magari fosse stato possibile! Li abbiamo trascurati, cioè non li abbiamo coinvolti nelle trattative: è questo il punto. Peraltro, non siamo mai entrati in contatto con quelli che hanno compiuto gli atti di violenza più spietata perché quello era un mondo che gravitava fuori dal Genoa social forum. Quindi, stiamo sempre parlando di una violenza relativa perché il black bloc è una realtà che si è manifestata a Genova nei giorni del G8. Nessuno ha mai avuto possibilità di avere rapporti con tali soggetti. Stiamo sempre riferendoci a componenti dure e, dunque, non interessate al dialogo con le istituzioni.

ERMINIA MAZZONI. Non facevo specifico riferimento al black bloc. Lei mi risponde: non abbiamo avuto un dialogo con i black bloc. Ci sono altri soggetti...


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MARGHERITA PAOLINI. No, non abbiamo avuto un dialogo con quelli che non avevano interesse a parlare con le istituzioni.

ERMINIA MAZZONI. Vorrei sapere chi sono questi soggetti. Lei afferma che non li avete allontanati - e capisco anche il senso della sua battuta - e non li avete coinvolti. Dunque, li avete individuati, tanto da essere in grado di non coinvolgerli. Chi sono questi soggetti? Come li avete isolati? Gli atti violenti, infatti, non sono stati opera solo dei black bloc, ma di una moltitudine di strutture che hanno seguito le manifestazioni violente, si sono associate ad esse e le hanno anche, per così dire, gonfiate.

MARGHERITA PAOLINI. Onorevole, non facevamo un lavoro di polizia, ma di contatti: prendevamo i contatti con quelli che ci sembravano gli interlocutori più opportuni e non parlavamo con gli altri. Di tali gruppi è stata fatta una disamina sicuramente migliore di quella che posso fare io. Sono conosciuti e catalogati: comprendono i centri sociali e coinvolgono una parte dei Cobas e dei CUB. Sono soggetti ben identificati per regione, per tipologia, per provenienza.
Per quanto riguarda la mia contraddizione nel rispondere alle domande del senatore Bassanini, vorrei specificare che abbiamo parlato di manifestazioni ufficiali e di «sensazione» di movimenti di piazza. Non erano state autorizzate manifestazioni ufficiali da parte del precedente Governo: si parlava di queste manifestazioni a proposito delle quali ci sono stati interventi e dichiarazioni, ma nulla si è concretizzato sul piano esecutivo, attraverso istruzioni al prefetto di procedere con la concessione degli spazi (conditio sine qua non per procedere alle manifestazioni). Ho parlato di sensazione che se si fosse blindata la città e si fosse negato il diritto a manifestare, vi


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sarebbero state manifestazioni di piazza: è una cosa un po' diversa.

PRESIDENTE. Fino a questo momento sono intervenuti cinque colleghi ed abbiamo impiegato circa un'ora e trenta minuti. La seconda persona convocata dal Comitato è già arrivata. Vi prego quindi, di considerare il ruolo che ha avuto l'architetto Paolini: sembra che ci debba riferire quanto hanno fatto i Servizi, il capo della polizia ed i carabinieri. Credo che il suo ruolo sia abbastanza chiaro per il Comitato. Se vi è ancora qualche domanda di interesse per il Comitato stesso, vi esorto a farla, ma nei limiti del tempo necessario.

GIANNICOLA SINISI. Signor Presidente, ringrazio anch'io l'architetto Paolini per la sua relazione e le rivolgo quattro domande.
La prima domanda, anche se in qualche misura lei ha già risposto, così come ha fatto il prefetto di Genova, riguarda la lettera del Genoa social forum dell'11 aprile. Questa faceva riferimento ad un'effettiva intesa intercorsa con il Governo?
La seconda domanda - l'ho già posta a molti e la rivolgo anche a lei - riguarda il motivo per cui il 2 giugno il prefetto dispose il divieto di manifestazione e di volantinaggio nella zona gialla, mentre il questore, il 12 luglio, in deroga all'ordinanza del prefetto, autorizzò manifestazioni in tale zona. Lei formulò al riguardo un parere che fece mutare questo orientamento?
La terza domanda è se nel corso della riunione del 28 giugno alla Farnesina il Genoa social forum diede garanzie sulla capacità di isolare i violenti.
Per quanto riguarda la quarta domanda, lei ha parlato, finalmente, della riunione del 14 luglio. Ciò che non mi è chiaro è che lei ha affermato che il 28 giugno la riunione con


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le organizzazioni ebbe carattere di definitività. Come mai, allora, venne convocata la riunione del 14 luglio, e con chi? A me sembra davvero singolare che il 14 luglio, cinque giorni prima del vertice di Genova, si parlasse del dopo G8. Qual è il collegamento tra 28 giugno e 14 luglio, e quali associazioni furono presenti il 14 luglio?

MARGHERITA PAOLINI. Mi domanda, dunque, se la lettera dell'11 aprile contenesse veramente un piano operativo?

GIANNICOLA SINISI. Il riferimento è ad effettive intese intercorse.

MARGHERITA PAOLINI. Mancavano intese; tuttavia, il Genoa social forum rispondeva, con una sorta di piano operativo - più preciso rispetto alle indicazioni fornite dal medesimo a febbraio -, ad una precisa richiesta del prefetto, che aveva incontrato la delegazione a Roma il 5 aprile, quando si era svolto il sit in, il cosiddetto telegram day, in cui le prefetture erano state inondate di richieste che sollecitavano risposte e, dunque, il prefetto - che aveva avuto l'incarico dal ministro Dini e dal Viminale di riprendere la trattativa ufficiale - prese tempo chiedendo al Genoa social forum di preparare un piano operativo. Infatti, gli era stato conferito, sì, un mandato, ma non un mandato a procedere e, perciò, si è cercato di guadagnare tempo con la richiesta di un piano operativo, nonché di indicazioni circa le attrezzature, gli equipaggiamenti, insomma informazioni più dettagliate circa le loro esigenze.
Mi si domanda, poi, come mai, se il 2 giugno il prefetto ha emanato le disposizioni per poter effettuare la blindatura della zona gialla, il 12 luglio, invece, sono state autorizzate le


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manifestazioni. La risposta è che l'autorizzazione per le manifestazioni e le piazze tematiche, era stata ritenuta possibile durante la riunione del 28 giugno. Infatti, come osservai, quando si svolse la riunione del 28 giugno, i rappresentanti del Genoa social forum non rilasciarono molte dichiarazioni, forse perché non prevedevano di incontrare una tale disponibilità nei confronti delle loro richieste. Quindi, rimasero un po' in stand by; tuttavia, per quanto riguarda la questione della non violenza, si era tenuta una riunione, piuttosto approfondita, dei vertici (i cosiddetti «capetti») del Genoa social forum, nel corso della quale era stato confermato, sia pure faticosamente e con una discreta battaglia interna, il principio rigoroso - come allora fu detto - della non violenza, salvo poi consentire interpretazione più elastiche.
Per quanto riguarda il collegamento tra le riunioni del 28 giugno e del 14 luglio, devo dire che si è trattato di eventi completamente diversi. Infatti, da un lato, il 28 giugno veniva inaugurata, per Genova, l'operazione del Genoa social forum - che si apriva e doveva chiudersi colà - condotta con una rappresentatività (molto variegata, sia pur nell'ambito della asserzione della non violenza) di cui poi si sarebbe dovuto tener conto, visto che effettivamente dava voce a chi sarebbe sceso in piazza; dall'altro, la riunione del 14 luglio, al contrario, doveva veramente preparare il terreno per tutto il lavoro successivo, cioè trasformare questo filo, questo contatto in un piano di lavoro. Perciò, sono stati invitati quanti già lavoravano per il dopo. In particolare, penso che molti di voi sappiano cosa significhi «terzo settore»; si tratta di componenti del movimento che operano nel campo sociale, della microfinanza, dell'etica economica e che hanno già sperimentato modelli di nuova globalizzazione; modelli «micro», ma molto interessanti, i quali possono indicare prospettive per


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nuovi percorsi. È con costoro che si è svolta la riunione; potrei anche indicarvi i nomi ma, siccome i responsabili del terzo settore e delle tre organizzazioni non governative sono conosciuti.

GIANNICOLA SINISI. Quelle riconosciute.

MARGHERITA PAOLINI. Sì, certo, ma anche, per esempio, la comunità di Sant'Egidio, cioè tutta una serie di elementi rappresentativi di realtà costruttive e consolidate.

ANDREA PASTORE, Presidente della 1a Commissione permanente del Senato. Dall'audizione dell'architetto Paolini - colgo l'occasione per ringraziarlo della sua esposizione - emerge la conferma che tra febbraio e giugno 2001 vi è una sorta di «buco nero» per quanto riguarda le riunioni ufficiali, istituzionali, ma nel successivo periodo si è compiuto un grande lavoro.
A molte perplessità ha risposto l'architetto; qualche altra invece è sorta: personalmente vorrei semplicemente ed anzitutto chiedere all'architetto, anche se in parte ha già risposto, che fine abbiano fatto le ONG, visto che mi sembra che, nell'ambito dell'organizzazione del Genoa social forum, le organizzazioni non governative si siano, in qualche modo, defilate, non partecipando, almeno in maniera visibile, alle manifestazioni di piazza.
Inoltre, tornando alla lettera dell'11 aprile, devo confessare che a me sembra che la dottoressa Paolini abbia dato una sua lettura - difforme da quella del prefetto di Genova e, in qualche modo, anche disattesa dagli altri documenti letti prima dall'onorevole Cicchitto - circa una acquiescenza, se non una vera e propria dichiarazione di disponibilità del Governo a consentire manifestazioni in concomitanza con lo svolgimento del vertice.


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L'ultima domanda, invece, riguarda l'attività svolta dall'architetto Paolini nei giorni di svolgimento del vertice. Chiedo all'architetto se cortesemente possa riferire in merito a ciò, se la sua sia stata un'attività anche di contatto con le organizzazioni, di visita dei luoghi dove queste si erano insediate, di contatti personali con dirigenti o di contatti occasionali e se su tali fatti, nonché su quelli precedenti (e dunque su tutta la sua attività), esista una relazione ufficiale consegnata agli organi che le hanno conferito il mandato da lei adempiuto in quel periodo.

MARGHERITA PAOLINI. Rispondo anzitutto all'ultima domanda: ho trascorso quei tre giorni sul posto per osservare il corso degli eventi. Naturalmente, siccome vi erano «mille fuochi», era un po' difficile essere in tutti i luoghi; però, i protagonisti, in quei giorni, erano tre, cioè i manifestanti, le forze di sicurezza e i giornalisti. Personalmente - devo dire la verità - sono stata a lungo con il gruppo dei giornalisti, anche perché, per tale via, potevo confrontare una serie di impressioni; attraverso loro, potevo essere anche dove non ero stata, così cercando di avere un quadro il più possibile rappresentativo di come si atteggiavano le varie componenti del movimento.

ANDREA PASTORE, Presidente della 1a Commissione permanente del Senato. Si è recata anche nella sede ufficiale, nel quartier generale avendo contatti con Agnoletto o altri dirigenti?

MARGHERITA PAOLINI. Assolutamente no. Sono andata semplicemente per vedere, dal momento che non avevo niente da dire e che, a quel punto, il Forum poneva problemi solo politici e di sicurezza poiché era già in corso e, sostanzialmente,


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io non potevo fare più niente se non osservare. Non ho svolto una relazione su ciò, ma avevo steso precedenti relazioni: quanto accaduto, la violenza, in particolare le azioni dei black bloc - evenienze non prevedibili da nessuno - quanto visto, il comportamento da me riscontrato sul terreno, ha corrisposto alle analisi da me svolte, delle quali avevo scritto, ovviamente anche circa la capacità delle varie componenti di autoorganizzarsi, di sapersi difendere o relazionare ai moti di piazza. Mi riferisco ad esempio, al fatto che la Rete Lilliput era stata in grado di non farsi «fagocitare» per così dire, dalla paura e dalla violenza, anche se si era trovata in mezzo ad un forte scontro della polizia con i black bloc. Si sono trovati in mezzo e in qualche modo sono stati anche coinvolti, confermando il loro carattere strutturalmente non violento, anche a costo di ricevere colpi dagli uni e dagli altri.
Lei diceva che la mia versione su quanto presentato dal Genoa social forum l'11 aprile, è difforme da altre interpretazione date. Ebbene, devo confessarle di non aver potuto leggere i testi di tutte le audizioni. Sinceramente, ho cercato di leggere quelle in cui venivo citata, ma non ho potuto prendere visione di tutto e quindi non so in cosa risieda tale difformità.
Per quanto concerne le ONG, esse ci sono sempre state. Bisogna anche capire a chi ci riferiamo: esistono organizzazioni non governative che sviluppano un lavoro sostanzialmente di cooperazione nell'ambito del Ministero degli affari esteri o che sono riconosciute dallo stesso, che svolgono attività di cooperazione allo sviluppo prevalentemente all'estero. Queste non sono organizzazioni di massa, non sono forze organizzate sul territorio, ma svolgono un certo tipo di attività e, i loro membri, con scelte individuali, preferiscono l'una o l'altra organizzazione in cui si riconoscono meglio.


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Esistono, invece, delle ONG - alcune riconosciute, altre no - che hanno anche una struttura che opera sul territorio nazionale, con attività sociali di formazione di vario genere. Ovviamente, all'interno del GSF queste hanno lavorato di più perché, in quel momento, a noi interessava un contatto con chi era presente all'evento G8. Naturalmente, ci sono anche delle ONG che si occupano di problemi di globalizzazione, sui quali hanno organizzato dei seminari e sono intervenute sul tema ma, sostanzialmente, i soggetti che sono entrati nella tematica della globalizzazione sono soggetti particolari: Tavola intercampagna, Tavola della pace, e via dicendo.
Vorrei esprimere una personale e brevissima osservazione: se vogliamo capire dove andrà questo movimento, un'indicazione importante ci potrà venire, per esempio, dalla prossima marcia Perugia-Assisi. In questo momento siamo preoccupati per il vertice NATO, che certamente evidenzierà problemi di sicurezza, e sul modo in cui organizzerà l'evento FAO, ma per la mia esperienza ritengo che sia molto più importante esaminare e seguire con interesse la marcia della pace Perugia-Assisi, in cui la parte propositiva del movimento mostrerà come ha recepito l'esperienza di Genova e dove intenda andare.

MICHELE SAPONARA. Architetto, nell'adempimento del suo incarico importante e gratificante, ancorché privo di contorni precisi - che, fra l'altro, era quello di prendere contatti con le associazioni che non volevano trattare con le istituzioni -, premesso che lei ha descritto la galassia dei manifestanti, vorrei sapere quali siano stati i suoi interlocutori - nominandoli, ovviamente, perché finora siamo stati nel vago -, quanti contatti abbia avuto con gli stessi, dove e quale grado di affidabilità abbia tratto da detti incontri.


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MARGHERITA PAOLINI. Giustamente lei ha affermato che era praticamente impossibile avere contorni precisi di questa attività, proprio per il mondo con cui ci si confrontava. Posso dire di aver avuto contatti frequentissimi con il mondo cattolico, con l'ARCI, con la Rete Lilliput, con il Tavolo intercampagne, perché le campagne erano in gran parte connesse ai temi del G8 e, quindi, era importante che il cosiddetto controforum di Genova potesse affrontare questi argomenti, e con il forum del terzo settore in particolare essendo quelli che venivano considerati già portatori di esperienze di una nuova globalizzazione.
I padri storici delle campagne posso citarli; altri, in quel momento, erano capi di campo, avevano funzioni diverse: Gianfranco Bologna, il portavoce del WWF in Italia, che ha una lunga esperienza e che mi è stato molto utile anche per capire certe dinamiche del movimento e dei suoi background; il presidente della federazione delle ONG, Sergio Marelli; la dottoressa Raffaella Bolini, che era un personaggio chiave della parte importante del GSF; gli appartenenti alla Rete Lilliput.

MICHELE SAPONARA. Con Agnoletto ha parlato ?

MARGHERITA PAOLINI. No, con Agnoletto non ho mai parlato perché egli era un portavoce, mentre io parlavo con i rappresentanti dei gruppi, cioè quelli che avevano dietro di sé una struttura.

MARCO BOATO. Alcuni di quelli che lei ha citato li ascolteremo in settimana.

GABRIELE BOSCETTO. Dottoressa, anch'io mi unisco ai ringraziamenti dei colleghi per l'apporto che lei ha voluto


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fornire durante questa audizione, un contributo di sostanza che ci permette di conoscere meglio il contesto di queste organizzazioni, poi riunite nel Genoa social forum.
Abbiamo letto che queste associazioni erano 600, 700, 800, un numero enorme. Vorrei chiederle se ci confermi tutto ciò, se queste associazioni, dalle sigle più strane, fossero composte da poche o tante persone - o, come è più logico, talune da poche, talune da diverse ed altre da tante persone - e se vi fosse stata una verifica della serietà e della congruità delle diverse sigle, per escludere che dietro di esse non vi fosse niente e che fossero richiamate esclusivamente per dare peso a queste centinaia di associazioni.
Inoltre - le sembrerà strano - mi farebbe piacere sapere - nonostante tutto ciò che abbiamo letto nelle generali richieste anti-G8 di questi contestatori che cosa esattamente essi si prefiggessero nel contrasto al G8 che si andava tenendo in quei giorni a Genova.
Nell'ottica del concetto di violenza del quale lei parlava, la loro intenzione di attaccare la zona rossa era considerata una manifestazione pacifica ? Come si inseriscono in questo pacifismo o in questa violenza, cui lei ha fatto cenno e sulla quale io le chiedo ulteriori chiarimenti, le organizzazioni dei corsi di scontro con le forze dell'ordine ? Noi abbiamo visto come in piazza San Lorenzo si siano tenuti, con largo apporto di mass media, per molti giorni o settimane - ma lei può precisarmelo - dei corsi nei quali si simulavano attacchi e contrasti alla polizia, nella riproduzione teorica di futuri scontri di piazza.
All'inizio di maggio, in questo contesto, lei disse che Agnoletto era stato nominato portavoce del complesso Genoa social forum. Se non vado errato (ma lei me lo protrà confermare), Agnoletto era candidato alle elezioni politiche per


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il partito di Rifondazione comunista. Come ha giudicato lei o come è stato spiegato che in un contesto di associazioni di questo genere si andasse poi a scegliere come portavoce un uomo così qualificato sul piano politico?
Da ultimo, vorrei chiederle se le associazioni, le minori, ma soprattutto le principali, avessero diretti collegamenti con partiti politici, cioè se in queste trattative e in questi discorsi intervennero uomini o donne rappresentanti istituzionali di partiti politici. In altri termini, oltre alla posizione delle 600, 700, 800 organizzazioni, vi fu anche un espresso appoggio politico portato avanti, attraverso la partecipazione ai colloqui, da personaggi istituzionali, a diversi livelli, dal consiglio di circoscrizione a quello comunale, a quello provinciale, fino al Parlamento?

MARGHERITA PAOLINI. Sì, 700 organizzazioni, anche di più. È vero quello che lei dice, vale a dire che alcune erano costituite da pochissime persone, magari si erano formate sulla scia di questo appuntamento, erano fenomeni di aggregazione anche di vecchie organizzazioni fuse in una nuova realtà. Diciamo che vi sono stati travasi, nuove aggregazioni, alcune importanti, mentre altre erano dei piccoli segni nel firmamento della struttura del GSF.
Io ho fatto una constatazione quando ho riferito la mia diversa impressione in merito a due entità che si definiscono rete, la Rete Lilliput e la Rete contro il G8, che hanno una realtà diversa; ed è questo che poi siamo andati a verificare. La Rete Lilliput è una realtà strutturata, omogenea, che ha una sua interna propositività, mentre la Rete contro il G8 è stata più che altro un network logistico, informatico, molto bene organizzato, nel quale sono confluite moltissime organizzazioni di tipo diverso, dal gruppo cattolico alla gran parte della serie dei centri sociali o a gran parte delle sezioni, giovanili


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e non, di Rifondazione comunista (tanto per dare un'idea).
Tuttavia, sul piano dei colloqui formali, degli incontri ufficiali, nessun rappresentante formale di forze politiche ha partecipato. Posso solo dire che Beppe De Cristoforo, che fa parte dei referenti del Social forum per i giovani comunisti, è nel Social forum e il giorno 28 era nella delegazione, ma credo che ne facesse parte come Social forum e che non avesse una caratterizzazione politica in quanto tale.
Per quanto concerne la questione della visibilità, dopo l'appuntamento internazionale di Porto Alegre, tutti volevano vedere a che punto era arrivata la crescita del movimento. E allora le manifestazioni servono per contarsi per avere un'idea precisa di quanti si è. Infatti, è stato chiesto un percorso di otto chilometri per vedere se corrispondevano i calcoli e quante decine di migliaia di persone sarebbero arrivate.
Dato che non si era potuto - parlo dal punto di vista del Genoa social forum - procedere sul piano dei contenuti, in quanto le piazze tematiche sono state più un simbolo che non una possibilità di mettersi in rapporto con la popolazione e con i cittadini per spiegare e per discutere questi temi, il discorso, della quantità, la possibilità di avere un successo in termini anche numerici, era molto importante, così come verificare il salto generazionale che si andava definendo, rappresentando la punta di un movimento nuovo e in espansione.
Ho dimenticato qualcosa?

GABRIELE BOSCETTO. L'attacco alla zona rossa, il concetto di violenza e l'organizzazione dei corsi per gli scontri.

MARGHERITA PAOLINI. Per quanto riguarda i corsi, ho visto (ma seguivo attraverso i loro documenti, i loro dibattiti interni, soprattutto scaricandoli dai rispettivi siti) che la


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preparazione procedeva su due binari paralleli a seconda dei tipi di movimento: alcuni movimenti, appunto, hanno iniziato con discreto anticipo l'organizzazione in gruppi di affinità allo scopo di mantenere la coesione, non avere atteggiamenti scomposti, anche se si fossero verificati dei movimenti di piazza e di pericolo, dunque al fine di mantenere freddezza e controllo delle proprie azioni; altri, invece - come lei diceva - hanno fatto sceneggiature di preparazione allo scontro.
Io penso che, laddove sono state date manifestazioni palesi di questo genere, a queste poi non ha corrisposto... é come quando si mostrano i muscoli: in realtà, sono quelli che non li hanno mostrati che sono coloro che poi sono stati pericolosi, altrimenti isolarli sarebbe stato ancora più facile. Questa è stata, in gran parte, una sceneggiatura che serviva per dare soddisfazione ai duri e credo che il Social forum, nel suo complesso, l'abbia accettata perché era come una sorta di sfogo fisico che doveva limitare sfoghi fisici di tipo diverso, più pericolosi.
Allo stesso modo, la storia dell'attacco alla zona rossa dalla gran parte è stata intesa in maniera diversa. Il sit-in di Rete Lilliput in piazza Manin, cioè in prossimità dell'assedio alla zona rossa, era simbolico, ovviamente. Per altri invece, come in piazza Dante, si era elaborata la teoria dello scontro fisico del corpo contro l'ostacolo, che però era un ostacolo inanimato; questa teoria portata avanti dalle tute bianche di Casarini doveva, appunto, rappresentare un attacco simbolico attraverso un impedimento fisico, ma inanimato. Questa è la spiegazione che veniva data.
Il significato però era di un assedio «rumoroso» al G8, oppure molto silenzioso - dipende - ma comunque significativo.


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GABRIELE BOSCETTO. Lei non ritiene, invece, che la violenza verbale esercitata anche attraverso i mass media, la volontà di entrare con forza nella zona rossa, la preparazione agli scontri, la costruzione di scudi, di attrezzature per difendersi ed eventualmente per offendere abbiano creato una pubblicità negativa e abbiano finito per portare a Genova tante persone in più, tanti giovani all'avventura, aumentando così il livello di scontro?

MARGHERITA PAOLINI. Credo che la violenza verbale sia stata ormai giudicata negativamente da tutto il movimento (lo stesso Casarini sta facendo autocritica), ma penso che comunque avesse l'obiettivo, almeno da parte di Casarini, di attirare le frange più violente, esterne e di tenerle un po' più sotto il controllo delle tute bianche. L'operazione è fallita completamente e Casarini ne porta le conseguenze. Tuttavia, questa storia della guerra psicologica, verbale è ormai sostanzialmente rinnegata da tutto il movimento, perché si è dimostrata assolutamente inefficace; ma certamente non sono state le dichiarazioni di guerra di Casarini a portare a Genova i black bloc: quelli ci sarebbero venuti ugualmente.

GRAZIELLA MASCIA. Vorrei porle una sola domanda, alla quale può rispondermi anche solo con un sì o con un no. Lei ha lamentato la mancanza di indirizzo ad un certo punto del suo incarico e, tuttavia, non ho capito bene quale fosse la sua missione nel momento in cui accettava questo incarico. In altre parole, lei che vanta questa professionalità, o comunque una competenza dettagliata - lo deduco anche dalle risposte fornite ai miei colleghi - di questo movimento (Porto Alegre, tutti gli appuntamenti precedenti, non solo Ancona, ma anche Trieste, Bologna, Firenze) pensava realmente che fosse possibile «convogliare» queste manifestazioni semplicemente fuori


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dal periodo del vertice? Pensava sul serio, quando ha accettato questa missione, che fosse possibile limitarle alla settimana precedente? Mi sembra di aver capito che questo fosse l'incarico da lei assunto: che si potesse contenere un'iniziativa come quella del movimento fuori dalle giornate del vertice.

MARGHERITA PAOLINI. Assolutamente no, ho detto il contrario, ma forse non sono stata sufficientemente chiara. Ho detto che a questo appuntamento di Genova era ineludibile avvenissero manifestazioni di massa. Il problema era fare in modo che esse non fossero assolutamente incontrollate, come poteva avvenire in una città blindata, con un carattere di sommossa più che di manifestazione, perché si sarebbe impedita la libertà di manifestare. Ci sarebbero stati certamente molti meno manifestanti che avevano paura di manifestare in situazioni non autorizzate, ma anche molti di più determinati a riprendersi il diritto di manifestare. Credo, quindi, di aver detto il contrario, altrimenti non avrei accettato l'incarico. L'incarico prevedeva, invece, di arrivare ad un controvertice organizzato come quello che ad Ancona aveva permesso di esprimersi compiutamente e contestualmente al vertice ufficiale.

GRAZIA LABATE. Architetto Paolini, mi era parso di capire che, proprio per l'esperienza accumulata in tanti anni, il suo incarico fosse quello di occuparsi della costruzione politico-culturale (uso questo termine) di una fisionomia di tutta l'area possibile del dissenso intorno ai temi della globalizzazione e della verifica della costruzione di un forum parallelo a Genova. Se non ho compreso male - ma ricordo di aver sentito le medesime cose dal prefetto di Genova, dal sindaco e dal presidente della provincia e, da ultimo, dall'ambasciatore Vattani -, l'orientamento strategico e, quindi,


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politico del mandato che le era stato conferito era quello di costruire questa iniziativa non contestualmente agli eventi del G8, ma prima che questi avessero luogo. Infatti, troviamo nel materiale che ci è stato consegnato la previsione della possibilità che la gamma più vasta di manifestazioni e di interventi culturali si tenesse una settimana prima del vertice. Infatti, lei conferma nella sua relazione che nel passaggio tra i suoi incontri con le organizzazioni non governative più tradizionali fino alla fase di costruzione di un momento organizzativo che viene chiamato Patto di lavoro, questa è l'impostazione politico-strategica. Poi lei afferma che il Patto di lavoro, invece, consegna sue proposte e chiede la contemporaneità delle manifestazioni rispetto all'evento G8. Poiché apprendiamo dai documenti ufficiali che il ministro Vinci Giacchi le conferisce questo incarico nel gennaio 2001, ovviamente, lei avrà riferito di questa proposta del Patto di lavoro. Il Comitato dispone di un dossier contenente l'andamento cronologico degli eventi e pertanto mi riferisco ad esso: vorrei capire se, nell'ambito della struttura di missione, sia cambiato l'indirizzo strategico-politico per cui dalla decisione di far svolgere prima del vertice gli eventi, le iniziative culturali e le manifestazioni, si è giunti ad aderire alla richiesta del Patto di lavoro di farle svolgere, invece, contemporaneamente. Vorrei capire meglio che cosa abbia determinato tutto ciò, chi siano i referenti delle decisioni e se da allora in poi si proceda in questo modo.
Inoltre, dopo aver riferito della costituzione del Genoa social forum, lei afferma, se non ho compreso male, che dal 20 aprile, dopo una riunione interlocutoria nella quale il movimento si apprestava perfino ad occupare un palazzo delle istituzioni (della provincia), c'è un vuoto che si riempie a maggio. Sempre da questo lavoro pregevole che riporta gli avvenimenti in ordine cronologico, non constatiamo un vuoto


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istituzionale e politico. Probabilmente, lei si riferiva ad un vuoto alle richieste del GSF in termini molto organizzativi; ma leggendo attentamente tutta la cronologia è chiaro che, mancando il presupposto centrale in tema di ordine e sicurezza, che era quello di sapere dove e come sarebbero state collocate le delegazioni straniere, e sapendo che vi era una proposta di contestualità, come ci diceva l'ambasciatore Vattani, tutte le vicende sono state risolte negli ultimi dieci giorni, posto che nella nostra regione si poteva alloggiare dalla riviera di ponente a quella di levante. Nella cronologia vedo tuttavia anche una serie di interventi e di iniziative pubbliche. Vorrei capire a cosa era dovuto il vuoto che lei denuncia, la mancanza di interesse, per usare la sua espressione, la «caduta di interesse»? Al fatto che lei riteneva che, nonostante queste difficoltà di ordine generale, si potesse dire lo stesso quali piazze autorizzare e quali iniziative attuare? Oppure vi era una caduta di interesse politico-culturale più generale sulle vicende dei movimenti no global?

MARGHERITA PAOLINI. Sto cercando di riprendere il primo punto. Ecco il motivo per cui volevo rispondere subito: lo avevo più chiaro.
Ero presente alla prima riunione dell'11 febbraio e so anche come si era giunti a quell'accordo tra gli enti locali, accordo che, successivamente, il prefetto ha fatto proprio in un documento portato proprio da me alla struttura di missione. Si trattava di un passo parziale nel senso che, non potendo decidere in quel momento o non avendo input per decidere in un senso o nell'altro, ed avendo registrato tentativi da parte del Patto di lavoro di interloquire separatamente con gli amministratori locali - cercando anche di giocare sulle differenze - per avere delle risposte, era assolutamente


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indispensabile (ma questa era una necessità legata al contesto genovese) che le amministrazioni locali assumessero una posizione univoca e condividessero l'idea di appoggiare un percorso di eventi in favore del movimento, ma escludendone l'ultima settimana, perché non si sapeva quali determinazioni sarebbero state prese.

GRAZIA LABATE. Ciò mi era chiaro. La mia domanda era diversa.

MARGHERITA PAOLINI. Il Genoa social forum è uscito allo scoperto chiedendo formalmente la concomitanza. Però questa concomitanza non era stata esclusa all'inizio. Mi spiego? Ho avuto un mandato per organizzare un forum avendo come interlocutore le organizzazioni pacifiche e propositive. Esso poteva benissimo svolgersi contestualmente al forum ufficiale. Quando siamo partiti era così.

GRAZIA LABATE. Invece, lei aveva detto che il tavolo di coordinamento aveva un percorso concordato di eventi, escludendo la settimana...

MARGHERITA PAOLINI. Non il tavolo di coordinamento, ma la riunione degli enti locali e del prefetto! Questo è il punto. Forse non mi sono spiegata bene.

PRESIDENTE. Può fare delle specificazioni.

MARGHERITA PAOLINI. Fu fatta una riunione, preliminare al cosiddetto tavolo di coordinamento, tra gli enti locali, il prefetto, il questore e la sottoscritta, e poiché si erano verificati degli ondeggiamenti, delle perplessità da parte delle amministrazioni locali, era importante invece che ci fosse un'univocità di posizione, ma anche, da parte della regione


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Liguria - più titubante sul fatto di appoggiare un percorso del movimento no global - l'unanimità di tutti e tre gli enti locali nel senso di condividere questa posizione di disponibilità nei confronti del Patto di lavoro. Però, non avendo disposizioni sul fatto di procedere o meno con il forum parallelo, si escluse dagli eventi che gli enti locali avrebbero appoggiato quella settimana, dicendo «vedremo come evolverà la situazione».
Per quanto riguarda la vera difficoltà in cui si è trovata l'amministrazione della struttura del G8 - perché molte delegazioni non si decidevano ad accettare i criteri di sicurezza o le proposte che venivano loro avanzate, per cui c'è stata una lungaggine di trattative che non dava sicurezza su certe zone - ho detto che sarebbe stato importante, comunque, per evitare che si degradasse il fronte dei buoni, dei propositivi rispetto a quelli meno interessati al dialogo con le istituzioni, dare qualcosa, lanciare un messaggio. Era importante dare una risposta, magari anche negativa, ma chiara. Ciò che lamento come vuoto non è il fatto che non sia stata fornita una risposta in positivo, ma che non sia stata data una risposta in toto. È ciò ha creato un grosso disagio. Questo è il vuoto: non c'è stata una risposta del tipo «si fa, non si fa, non si può fare, lo escludiamo, vedremo». Questo è il punto.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Ringrazio l'architetto sia per la chiara esposizione della sua relazione sia per l'esaustività delle risposte. Le mie domande richiedono repliche molto brevi.
Lei ha detto che il GSF aveva adottato un patto di non violenza e pertanto le associazioni che intendevano aderire al GSF dovevano sottoscriverlo. Quindi, lei ritiene che interloquire con il GSF significasse, di fatto, parlare con le associazioni non violente?


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Lei ha, inoltre, affermato che se il Governo fosse stato meno latitante - ha usato proprio questa parola - da aprile a giugno, ossia nel periodo delle elezioni, si sarebbero potute isolare le frange più oltranziste. Ciò significa che l'omissione del Governo ha, di fatto, annullato o, comunque, reso meno incisivo tutto il lavoro svolto, che ha pregiudicato quello futuro, rendendo meno non violento il GSF?
Lei, ancora, ha dichiarato che si sapeva che l'evento di contestazione fosse ineludibile; ma se si fosse vietata o ridotta la possibilità di manifestare, proprio per il pericolo di fronte agli occhi di tutti, alcune forze politiche avrebbero manifestato ancora più duramente proprio dall'interno e, quindi, più pericolosamente, lei ha usato la trasfigurazione della «pentola che scoppiava». Vorrei sapere quali fossero queste forze politiche cui lei si riferiva.
Lei sa che sono stati concessi beni pubblici - d'altronde lei ha dichiarato di essersene interessata - al Gsf. Sa se lo stesso ha indicato al comune e alla provincia - e se sì con quale atto - le persone fisiche responsabili a cui il comune avrebbe concesso questi beni pubblici? Vorrei sapere se conosce questi nomi: Anna Pizzo, Stefano Kovac, Ronny Brusetti, Fabio Lucchesi, Pasquale Michelini, Davide Illmann.
Infine, vorrei sapere se i soggetti ai quali il comune o la provincia avevano concesso i beni pubblici - visti i suoi rapporti, appunto, con le associazioni e il fatto di aver seguito la vicenda a Genova, anche in quei giorni fatidici - le abbiano mai indicato, proprio per i rapporti positivi che lei aveva con le associazioni, se tra i beneficiari vi erano soggetti o associazioni non aderenti a Genova social forum o, comunque, soggetti violenti.
Desidero fare una precisazione su quanto aveva detto l'onorevole Labate, perché dalla cronologia risulta che l'ultima


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riunione risale al 20 aprile e che si passa poi al 24 giugno senza che vi siano ulteriori rapporti formali, come lei, architetto, aveva sostenuto, e ciò risulta anche dalla relazione che ci aveva fornito il prefetto. Quindi, volevo semplicemente confermare ciò che lei aveva già detto.

MARGHERITA PAOLINI.Vorrei innanzitutto precisare che quando ho usato il termine «latitanza» mi riferivo evidentemente ad una latitanza su questa questione specifica. Non potrei permettermi di parlare di latitanza sulla questione del G8. Spero che questo sia chiaro. Non posso neanche dire che questa latitanza, su tale specifica questione, questa assenza, questa non risposta, possa ...

LUCIANO VIOLANTE. Può indicare con esattezza su quale questione il Governo era latitante?

FABRIZIO CICCHITTO. Lo ha già detto.

LUCIANO VIOLANTE. Non ho capito.

MARGHERITA PAOLINI. Posso ripeterlo. Faccio riferimento al fatto che sia prima, sia dopo - quando è stato chiesto al prefetto di riaprire un dialogo istituzionale su fatti precisi come quello riguardante gli spazi, per incarico di Dini - non sono comunque state date al prefetto stesso istruzioni operative, tant'è che è stata convocata una riunione interlocutoria che si è risolta in un fallimento poiché non avevamo niente di nuovo da dire. Questo è il punto; tuttavia non si può certo affermare che questo aspetto abbia pregiudicato il tutto. Non credo si possa dire che a Genova è successo il finimondo per questo motivo, però il non aver avuto il tempo di definire un'organizzazione sul territorio - credo di averlo anche detto in qualche intervista - ha creato dei problemi, che si


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sarebbero potuti evitare se il Genoa social forum avesse avuto più tempo a disposizione per organizzarsi e verificare tutti i punti dell'accoglienza e anche se avesse avuto un network preciso e organizzato cui affidare le strutture che venivano concesse dagli enti locali, invece della corsa affannosa in cui ci si divideva tra le prenotazioni, gli arrivi, i pullmini, eccetera. Credo che questo aspetto, per quanto non disatteso, non abbia avuto l'attenzione che meritava.
Per quanto riguarda l'affidamento di questi spazi - ritengo che le audizioni del sindaco e della presidente Vincenzi, il cui testo non ho letto per intero, abbiano chiarito questo aspetto - non credo che siano stati affidati ad personam, bensì al Genoa social forum che poi, a sua volta, li ha affidati a vari gruppi come i Cobas, Rete Lilliput e così via.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI.Io ho fornito dei nomi specifici.

MARGHERITA PAOLINI. Io sono sicura che il signor Kovac (che conosco, perché ha fatto parte del consorzio italiano di solidarietà per la ex Jugoslavia) era incaricato di tali questioni di carattere logistico. Conosco Fabio Lucchesi perché è responsabile nazionale di Rete Lilliput ma conosco anche, un pochino, la signora Pizzo, anche se come giornalista della rivista Carta e non per quanto riguarda questo aspetto.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI.Gli altri nomi non li conosce?

MARGHERITA PAOLINI.No. Possono essermi sfuggiti, non ho avuto con queste persone una frequentazione tale da ricordarle o forse sono persone con cui ho parlato ma i cui nomi non ricordo. È effettivamente una galassia e poi vi sono anche delle rotazioni rapide.


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Per quanto riguarda quei giorni, le assicuro che se qualcuno mi avesse segnalato che all'interno c'erano dei violenti avrei provveduto direttamente a dirlo.
Durante la manifestazione ho visto molti gruppi di black bloc e li ho notati bene per il loro comportamento perché si trattava di una questione importante da seguire; tuttavia non ho avuto modo di essere in contatto, in altro modo, con soggetti violenti. In quel caso, credo, avrei fatto il mio dovere di cittadina.

IDA DENTAMARO. Sarò brevissima, perché il punto che mi sta a cuore è stato già toccato da molti colleghi e riguarda proprio questa ipotetica caduta di interesse nel periodo febbraio- maggio. Poiché credo sia estremamente importante distinguere tra valutazioni personali, soggettive, sensazioni di chicchessia e situazioni oggettive che possano trovare un riscontro anche documentale - stiamo parlando di rapporti ed incarichi istituzionali e quindi i riscontri documentali sono importanti - mi limito a chiedere alla architetta di metterci a disposizione, se per caso non lo avesse già fatto (a me non consta), tutte le sue relazioni. Ha dichiarato di non aver fatto una relazione riguardante gli ultimi tre giorni ma di averne fatte in precedenza. Le chiedo quindi tutte le sue relazioni, la sua corrispondenza, se c'è, con la struttura di missione e con altri apparati governativi e comunque di confermare, se possibile adesso, se questa mancanza di input che ha lamentato abbia riguardato quelli di carattere organizzativo e logistico, poiché sappiamo che l'intera struttura ha subìto, complessivamente, un ritardo, per quel che riguarda non solo l'organizzazione delle manifestazioni del movimento ma proprio il vertice.


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MARGHERITA PAOLINI. La struttura di missione non poteva certo intervenire su questo argomento autorizzando il percorso verso le manifestazioni e le azioni tematiche. La struttura di missione aveva compiti logistici nei confronti della delegazione. Io avevo un compito di tipo informativo e di mantenimento di contatti. Per quanto riguarda invece le decisioni, ovviamente spettavano, sostanzialmente, a chi doveva rispondere delle questioni di sicurezza ed aveva dunque un potere esecutivo; non potevano certo venire dal Presidente del Consiglio, dal ministro dell'interno e nemmeno dal ministro degli affari esteri poiché la questione non era di sua competenza. Il vuoto a cui mi riferisco, tanto per cercare di circoscrivere meglio questa vicenda ....

IDA DENTAMARO.Vorrei che lei chiarisse che tipo di indirizzo e quale cambiamento lei ha potuto riscontrare, su questo aspetto, con il cambio di Governo.

MARGHERITA PAOLINI.Il cambio di indirizzo è stato piuttosto eclatante, probabilmente perché erano mutate le condizioni sul terreno e si erano sciolti dei dilemmi, per cui si pensava di poter agire con maggiore sicurezza, visto che tutte le postazioni delle delegazioni erano state individuate, ma anche perché il presidente Berlusconi, che era stato a Göteborg ed aveva assistito agli scontri, si era reso conto del pericolo che si correva a non autorizzare le manifestazioni cercando di tenerle sotto controllo. La differenza è che, invece, con il Governo precedente - può darsi che sia solo un mio punto di vista, anche se il vuoto nella catena di comando c'è stato - non si è avuto nessun follow up rispetto alle aspettative create nel mondo del volontariato, delle ONG, eccetera. relativamente alla possibilità di tenere un forum parallelo, dialogante con quello degli otto Grandi. Anche nel momento


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in cui è stato detto al prefetto di procedere, di farsi dare un piano più dettagliato, non si è poi data risposta.

IDA DENTAMARO. Credo che si tratti di un punto importante da comprendere. Lei, nel rispondere alla mia ultima domanda, aveva esordito dicendo «Cerco di circoscrivere il vuoto». Potrebbe concretizzare in che senso ha parlato di «vuoto»?

MARGHERITA PAOLINI. Ho utilizzato il termine «vuoto» per indicare la mancanza di istruzioni per andare avanti o meno, poiché abbiamo richiesto (ci è stato fatto richiedere) al Genoa social forum di produrre una serie di proposte, che sono state avanzate prima in modo «sciamannato», poi in maniera sempre più precisa, specialmente riguardo l'ultima richiesta del prefetto dopo il 5 aprile; una volta presentate tali proposte, non si è detto niente. Tutto qui. Bisognava rispondere «no», oppure «questo sì» e «questo no». È chiaro adesso?

PRESIDENTE. Architetto, è chiaro cosa lei intenda per vuoto.

MARGHERITA PAOLINI. Qualunque cosa poteva costituire una risposta. Il famoso Telegram day diceva: dateci una risposta, diteci cosa fare, perché mancano tre mesi (o anche meno) all'evento e sappiamo che arriveranno decine di migliaia di persone, con il rischio che la città sia invasa da gente che non si sa dove collocare.

PRESIDENTE. Grazie, architetto. Lei ha parlato di talune relazioni: le saremmo molto grati se ritenesse opportuno lasciare al Comitato copia della relazione che oggi ha letto (anche se intende integrarla), unitamente alla relazione a cui ha fatto riferimento la senatrice Dentamaro.


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MARGHERITA PAOLINI. Debbo concordare tale questione con la struttura di missione, ovviamente.

PRESIDENTE. Possiamo chiedere i documenti alla struttura di missione, se si trovano presso di essa.

MARGHERITA PAOLINI. Suggerisco comunque, visto che stiamo parlando di documenti miei, la lettura di un documento quasi conclusivo, che rende meglio l'idea del lavoro svolto.

PRESIDENTE. Intende lei stessa fornire questi documenti o vuole che il Comitato li richieda tramite gli Uffici?

MARGHERITA PAOLINI. È preferibile quest'ultima ipotesi.

PRESIDENTE. Le preannuncio che chiederemo tutti i documenti, compresa la relazione cui faceva riferimento. Intende lasciare la sua relazione questa mattina?

MARGHERITA PAOLINI. Sì.

PRESIDENTE. La ringrazio per la collaborazione e dichiaro conclusa l'audizione.

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Rinnovo a tutti i componenti il Comitato l'invito a concentrarsi sui nodi dei problemi. Non so se il dottor Paolo Serventi Longhi, durante l'audizione che ci accingiamo a svolgere, potrà riferirci di eventi a cui egli stesso ha assistito o di cui è stato protagonista. Invito comunque i colleghi a concentrarsi su questi aspetti, perché altrimenti entriamo nel merito dei giudizi. Dobbiamo infatti conoscere gli avvenimenti e non le valutazioni ed i giudizi, che mi è sembrato abbiano prevalso nell'audizione appena svoltasi.


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Audizione del dottor Paolo Serventi Longhi, presidente della Federazione nazionale della stampa.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dottor Paolo Serventi Longhi, presidente della Federazione nazionale per la stampa. Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Comunico che il dottor Paolo Serventi Longhi chiede di essere accompagnato dal dottor Marcello Zinola, segretario territoriale dell'associazione ligure dei giornalisti. Poiché abbiamo già consentito tale prassi con altri auditi, ritengo di poter accedere alla sua richiesta.
Ringrazio il dottor Paolo Serventi Longhi per aver accolto il nostro invito: ci scusiamo per averlo fatto attendere, ma avevamo previsto per l'audizione precedente un tempo inferiore, che invece non è stato sufficiente. Se lei ha preparato una relazione scritta, può leggerla, lasciarla agli atti del Comitato oppure riassumerla.

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Ringrazio lei, presidente. L'informazione


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è al servizio del Parlamento: dunque, siamo a disposizione. Se il presidente del Comitato è d'accordo, vorrei leggere e sintetizzare alcuni concetti ed alcune notizie rispetto al tema essenziale che penso di trattare. Intendo ringraziare il presidente ed il Comitato per aver voluto aprire una finestra sui problemi dell'informazione in occasione del vertice del G8 a Genova.
Ci sembra importante sottolineare innanzitutto lo straordinario lavoro che migliaia di giornalisti italiani e stranieri di tutte le testate, dall'emittenza radiotelevisiva nazionale - il servizio pubblico e privato - a quella locale, le agenzie di stampa, i quotidiani, i periodici, di ogni parte politica, l'importante lavoro dei siti informativi Internet, di tanti giornalisti free lance che lavorano autonomamente, hanno svolto in quei giorni. Nonostante grandi difficoltà di ogni genere delle quali parleremo nel dettaglio, anche se sinteticamente, il mondo dell'informazione è riuscito, a mio avviso, a documentare in maniera completa, corretta e pluralista gli eventi delle giornate di Genova.
Sottolineo in particolare il lavoro dei colleghi liguri, che sono rappresentati qui dal segretario del sindacato unitario, Marcello Zinola, che mi ha accompagnato. Sono stati anche punto di riferimento per molti giornalisti italiani e stranieri.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti e lasciano il campo, a mio avviso, a poche strumentalizzazioni. Ciò che è stato raccontato, con le parole e con l'immagine, è quanto è avvenuto a Genova, tanto che tutte le inchieste, da questa, presidente, a quelle della magistratura, si basano anche e soprattutto su documenti di fonte giornalistica. Presentiamo stamane una relazione della Federazione nazionale della stampa e dei giornalisti liguri, che si sono mossi congiuntamente con l'unico scopo di rivendicare, da parte di tutti i


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soggetti, la difesa del diritto di cronaca, la libertà di informazione, il sacrosanto diritto dei cittadini ad essere informati. In questo senso l'informazione sul G8 ha dimostrato l'impegno serio e professionale della gran parte dei giornalisti nella ricerca della verità, naturalmente nel rispetto delle opinioni legittimamente espresse da ciascun organo di stampa.
Ci soffermiamo oggi sulle difficoltà, sui problemi legati alla libertà di movimento dell'esercizio della professione giornalistica; sulla possibilità di individuare i giornalisti in maniera chiara, senza confusione, nelle giornate di manifestazione, da parte delle forze dell'ordine e dei manifestanti; sui rischi e sulle conseguenze che decine di giornalisti, foto-reporter, telecine operatori, free-lance di tutto il mondo, hanno dovuto subire. Giornalisti feriti, picchiati, minacciati, intimiditi hanno comunque fatto, ripeto, nella stragrande maggioranza dei casi, il proprio dovere. Lo dimostrano i documenti che consegniamo stamane: non solamente una relazione ma un vero e proprio dossier, anche con supporti elettronici, proprio per consentire alla Commissione di avere a disposizione tutte le notizie di cui noi disponiamo in questo momento. Tali documenti dimostrano la gravità, che non può essere taciuta, di alcuni episodi che hanno riguardato singoli o gruppi di giornalisti. Si tratta di episodi per i quali vi sono chiare testimonianze che, nello svolgere il nostro ruolo di tutela della categoria e della qualità dell'informazione (sono segretario del sindacato unitario dei giornalisti), abbiamo raccolto in questi mesi, da luglio ad oggi. Sin dalla fase preparatoria del vertice, presidente, ci siamo preoccupati dei problemi dell'informazione, della circolazione dei giornalisti nella città di Genova, della stessa sicurezza dei colleghi, della possibilità di informare correttamente i cittadini.


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Una preoccupazione che nasceva dalle imponenti misure di sicurezza e dalla volontà dei gruppi più o meno violenti di manifestanti di aggirarli.
Prima ancora che cominciasse il vertice, abbiamo sollecitato sia il Governo sia le istituzioni locali ad un confronto con noi sulle preoccupazioni che manifestavamo, soprattutto rispetto al problema della circolazione nella zona gialla e nella zona rossa. Il collega Zinola ed il presidente dell'ordine della Liguria hanno avuto incontri con il questore Colucci, con il prefetto di Genova e con altre istituzioni a livello locale e, dopo una serie di confronti, intorno al 5, 7, 8 luglio, hanno avuto la garanzia che non vi sarebbero state limitazioni alla circolazione dei giornalisti. Nel frattempo, si avviava la macchina degli accrediti dei giornalisti al G8, sia nella versione istituzionale dell'incontro tra i Grandi della terra, sia per quanto riguarda le manifestazioni di protesta. Ci risultano 4.400 giornalisti iscritti accreditati, oltre ad una serie di centinaia, migliaia di altri giornalisti non accreditati, i quali si muovevano autonomamente.
Il 12 luglio, il collega Zinola, il collega Lugli, dell'ordine, ed io, facemmo una conferenza stampa a Genova, proprio al fine di fare un appello alle istituzioni perché fosse garantito il rispetto del diritto di cronaca e della libertà di stampa. In quella circostanza, d'accordo con l'associazione, rendemmo nota la realizzazione di una pettorina identificativa dei giornalisti accreditati, la quale recava davanti la parola «Giornalisti» e dietro la parola «Press», nonché la scritta «Ordine ligure giornalisti, Associazione ligure giornalisti, Federazione della stampa». (Il dottor Serventi Longhi mostra ai componenti il Comitato una pettorina).


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Tale pettorina fu consegnata a molti colleghi: ne lascio un esemplare al Comitato perché è stata anche oggetto di commenti e di episodi.
Facemmo, poi, un appello anche ai manifestanti, perché l'appello era naturalmente rivolto alle istituzioni, alle forze dell'ordine, ma anche al movimento della contestazione che si preannunciava massiccio. Tale appello riguardava il rispetto del diritto-dovere di informare e in esso sottolineammo che la libera informazione era una garanzia per tutti i soggetti: quindi, certamente per le istituzioni, nell'ambito delle leggi e della Costituzione italiana, ma anche per chi esprimeva legittimamente il proprio dissenso. Questa conferenza fu fatta perché avevamo qualche preoccupazione che, nonostante le assicurazioni, vi potessero essere elementi limitativi della libertà di circolazione, e quindi della libertà di informazione. Sottolineammo anche un problema che si era manifestato, quello della schermatura, per la telefonia mobile, di alcune zone, soprattutto della zona rossa ma anche di quella gialla, con le connesse difficoltà di comunicazione per i giornalisti. Fornimmo a tutti i colleghi giornalisti, italiani e stranieri, delle cartine ed alcune informazioni - documentazione che lascio al Comitato - sulla zona rossa e sulla zona gialla, su come potevano muoversi, a chi si potevano rivolgere, sull'utilizzo della pettorina: tutta una serie di elementi informativi che potessero aiutare i colleghi stessi. Tutto ciò, naturalmente, è più dettagliatamente descritto nella relazione che sto ora sintetizzando.
Intorno al 16 luglio esplose un problema molto importante: a circa 102-110 giornalisti fu rifiutato l'accredito che avevano richiesto. Intervenimmo sia con il Ministero degli affari esteri sia con quello dell'interno sia con il questore di Genova, proprio per sottolineare l'esigenza che gli accrediti fossero


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rilasciati molto liberamente e che non vi fossero discriminazioni di alcun tipo nel rilascio di essi. Proprio in relazione a questo rifiuto, l'associazione ligure dei giornalisti e l'Ordine presentarono due ricorsi ex articolo 700 del Codice di procedura civile per un procedimento d'urgenza della magistratura, al fine di far ottenere l'accredito ai due colleghi. Peraltro in quella circostanza fu anche presentata una denuncia penale per abuso d'ufficio, la quale è ancora oggetto di inchiesta da parte della magistratura. Rispetto a questa nostra sollecitazione, sia il Ministero degli affari esteri sia, successivamente, il Ministero dell'interno - non si capiva bene quale dei due soggetti fosse responsabile di aver respinto la richiesta degli accrediti - sbloccarono quasi tutti gli accrediti; l'ultimo fu sbloccato proprio il giorno 20; quindi, la sollecitazione ebbe un esito positivo. Su questa vicenda vi furono naturalmente diverse prese di posizione.
Lo stesso 16 luglio vi fu l'attentato alla stazione dei carabinieri di San Fruttuoso e noi ci schierammo evidentemente contro ogni forma di violenza: approfitto, tra l'altro, per confermare in questa sede la solidarietà della Federazione nazionale della stampa alle forze dell'ordine.
Successivamente, intervenimmo nuovamente su questo aspetto, perché qualche collega, nonostante avesse l'accredito, veniva poi respinto ai varchi.
Nella giornata del 19 luglio registrammo un altro grave episodio, sul quale peraltro non si è ancora riusciti a far chiarezza e del quale presentiamo documentazione visiva e testimonianze. Alcune delle pettorine identificative dei giornalisti, infatti, risultarono falsificate, nel senso che, all'interno delle manifestazioni di contestazione, si individuarono - con testimonianze, ripeto, visive e testuali - delle persone che indossavano una pettorina simile a quella della Federazione


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della stampa; ai colleghi risultava che fossero utilizzate da poliziotti fotografi e, comunque, da personale di pubblica sicurezza che fotografava i manifestanti e da altre persone non identificate. Le pettorine in questione riportavano le scritte «giornalista» e «press», ma non quelle di «Ordine ligure giornalista, Associazione ligure giornalisti, Federazione della stampa». Su queste e su altre questioni preannunciammo un esposto alla procura della Repubblica, che poi abbiamo presentato.
Il 20 luglio scrissi una lettera al ministro dell'interno proprio per sottolineare e segnalare questo fatto, che giudicavo molto grave e che necessitava di intervento. Non ebbi risposta, ma il questore di Genova, Colucci, precisò che non gli risultava che tale episodio si fosse verificato, mentre esso fu confermato e fu ripetuto nelle giornate successive, quindi sia nella giornata del 20, sia in quella del 21.
Nella giornata del 20 la sede di un quotidiano storico di Genova molto importante, il Corriere mercantile, che si trovava nelle aree degli scontri, fu assaltata per due volte da manifestanti violenti, senza che vi fosse una protezione della sede da parte delle forze dell'ordine. Ricevemmo preoccupate telefonate dai colleghi, i quali si sentivano quasi in ostaggio.
La questione però fu di breve durata e si sbloccò. Tutto ciò in un contesto nel quale, come tutti sanno, in alcune aree di Genova gruppi armati violenti si muovevano con una certa libertà. Nella notte tra il 21 e il 22 luglio - mi limito a trattare i fatti salienti - vi fu la perquisizione dei locali dove era ospitato il centro stampa e l'ufficio legale del Genoa social forum: tutto ciò è ben noto. Riguardo a tale perquisizione abbiamo documentato che la presenza di giornalisti fu molto massiccia: i colleghi Zinola e Lugli furono presenti all'esterno della scuola Diaz e quindi in qualche modo, poterono testimoniare


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insieme a tanti altri colleghi cosa era successo. Molte attrezzature che alcuni colleghi di agenzie di stampa, di quotidiani, di radio ed emittenti televisive avevano all'interno dell'edificio furono distrutte nella perquisizione; tre colleghi furono arrestati (un inglese, un tedesco e Guadagnucci de il Resto del Carlino di Bologna); altri colleghi, come Fletzer di Radio K, furono picchiati abbastanza brutalmente. Nel complesso abbiamo calcolato - avendo acquisito testimonianze in ordine a ciò che sto dicendo - tra i 20 e 30 giornalisti feriti; in base alle denunce dell'associazione dei giornalisti, fotoreporter e telecineoperatori a noi risultano feriti 20 fotografi e telecineoperatori, di cui 13 dalle forze di polizia e 7 dai manifestanti violenti. Per la questione della perquisizione del centro stampa della Diaz e per quella delle pettorine abbiamo presentato un esposto alla procura della Repubblica. Il segretario della federazione ligure dei giornalisti e il presidente dell'ordine furono, subito dopo, due delle quattro o cinque persone ascoltate come testimoni dalla procura della Repubblica di Genova.
Naturalmente abbiamo denunciato più volte il fatto che vi siano state aggressioni, singole e di gruppo, da parte dei manifestanti violenti nei confronti di giornalisti. Le denunce non partono soltanto da noi, ma giungono da altre organizzazioni di giornalisti (abbiamo allegato la documentazione relativa), come la Federazione mondiale dei giornalisti, che è l'unica organizzazione internazionale, e la Federazione europea dei giornalisti, che possiedono testimonianze di giornalisti stranieri che affermano che i problemi maggiori hanno riguardato i rapporti con le forze dell'ordine.
Volevamo e intendiamo sempre - ripeto - sottolineare l'esigenza che sia garantita la libertà di informazione e la


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libera circolazione dei giornalisti: questo è l'unico intento che ci ha mosso e ci muove e che ci auguriamo possa essere garantito nelle prossime circostanze.
Non vorrei aggiungere altro, ho cercato di essere sintetico proprio perché la documentazione è molto ampia e riguarda dati, persone, fatti, nominativi e situazioni particolari.

PRESIDENTE. La ringrazio, dottor Serventi Longhi. Da quello che ho compreso, oltre alla relazione lei può consegnarci anche diversi allegati, e di ciò le sono grato.

MICHELE SAPONARA. Dottor Serventi Longhi, lei, in un articolo apparso il 18 luglio di quest'anno su Il secolo XIX, nella rubrica «L'intervento», affermava tra l'altro: «In città nei prossimi giorni sarà difficile fare informazione, vivere direttamente gli eventi e riuscire a comunicarli in tempo reale». In una agenzia Adn Kronos del 23 luglio invitava inoltre le strutture della Federazione e dell'associazione regionale della stampa a mobilitarsi in relazione alle responsabilità delle forze dell'ordine nell'irruzione nel centro stampa, nell'ufficio legale e nel presidio sanitario del Genoa social forum: «i giornalisti sono stati picchiati e aggrediti dalle frange più violente della contestazione, ma hanno subito danni anche durante l'episodio accaduto nella notte tra sabato e domenica. Una libera informazione, tra i principali diritti costituzionali, deve essere garantita dalle istituzioni della Repubblica in ogni circostanza».
Formulo la mia domanda. Lei conosce la parte della relazione del dottor Micalizio che accenna ad una testimonianza del signor Kovac (che riferiva al questore): «Il signor Kovac, assai imbarazzato, nel corso della conversazione telefonica aveva ammesso che in effetti la scuola era stata utilizzata fino alla sera precedente come centro stampa e che


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dopo la conclusione della manifestazione internazionale, anche per la confusione conseguente alla partenza di migliaia di manifestanti, non era in grado di poter indicare chi fossero gli occupanti, affermando che era comunque possibile l'infiltrazione di elementi non conosciuti installatisi nel plesso scolastico». Le chiedo, quindi, se conosca tale circostanza.
Lei, inoltre, oggi ha ammesso che dei fatti di Genova è stata data ampia informazione e che i giornalisti hanno compiuto il loro dovere ed esercitato il loro diritto ampiamente e senza alcuna limitazione: ne abbiamo la prova attraverso gli articoli, le cassette, i film che sono stati girati da tanti operatori. La preoccupazione da lei manifestata in quell'intervento svolto prima dei fatti si è quindi rivelata infondata, oppure lei pensa ancora che il diritto di cronaca e la libertà di stampa possano essere stati lesi? Lei ha detto che si augura che ciò non avvenga. Poiché non espone fatti da lei vissuti, ma ciò che le è stato riferito, secondo lei il diritto di cronaca e la libertà di stampa vengono rispettati in questo momento?

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Il 18 luglio ho scritto un articolo per Il secolo XIX nel quale svolgevo un insieme di considerazioni e sottolineavo quanto fosse importante per l'intero sistema paese e per le istituzioni quello che stava per accadere, tanto ciò è vero che ho usato l'espressione «banco di prova». Confermo, naturalmente, che in quel momento avevo forti preoccupazioni, nonostante le assicurazioni e le garanzie, in quanto vi erano stati episodi in cui ad alcuni giornalisti presso i varchi era stato impedito di passare, erano verificate in situazioni effettivamente limitative della libertà di circolazione. La preoccupazione era soprattutto riferita alle modifiche che in quei giorni di ora in ora, venivano operate all'intero sistema di protezione della cosiddetta zona rossa. Le preoccupazioni,


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quindi, erano oggettive in quel momento. Lei mi pone poi la domanda su come io le giudico adesso. Cosa è accaduto? Non posso che confermare quello che noi abbiamo denunciato. Per quanto riguarda il centro stampa dico chiaramente quello che penso. Non ho alcun titolo...
Non ho alcun titolo per dire se una perquisizione andasse fatta o meno; se però si perquisisce una sede che è stata, anche prima, un centro stampa e si fermano delle persone, che necessità vi è di distruggere strumenti tecnici, computer e strumenti di trasmissione radio? Non eravamo presenti all'interno della scuola Diaz: riportiamo ciò che i nostri colleghi - che erano lì dentro - ci hanno raccontato essere accaduto. Da qui nasce la preoccupazione. Questo è un primo elemento.
Il secondo elemento, che documentiamo con nomi, cognomi e fatti, è certamente quello inerente gli interventi di singoli o piccoli gruppi di agenti, carabinieri e finanzieri (insomma di rappresentanti delle forze dell'ordine) che sono intervenuti nel fermare, limitare, bloccare, e persino distruggere, certamente in alcuni casi limitati, gli strumenti di comunicazione che i giornalisti presenti nelle diverse aree della città di Genova utilizzavano per esercitare il loro mestiere. La preoccupazione a posteriori mi sembra dunque giustificata. Non si sono verificati tanti episodi di questo tipo (ne documentiamo una ventina, anche se poi altri sono stati denunciati dalla Federazione internazionale e non riguardano colleghi italiani), ma vicende che definirei «pesanti» ci sono comunque state. Confermo che, per quanto riguarda la scuola Diaz, la mia impressione è stata - in relazione alla sede del centro stampa ed al di là del fatto che potevano essere lì presenti persone non identificabili che proprio quella notte vi si erano rifugiate -


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quella di un intervento esagerato, fortemente penalizzante ed anche di tipo violento (almeno così mi risulta, non essendo testimone diretto dei fatti).

KATIA ZANOTTI. Dottor Serventi Longhi, le rivolgerò tre quesiti. Prima di farlo, vorrei precisare che condivido il giudizio da lei espresso sull'impegno rigoroso e serio e sulla professionalità della stampa. Da questo punto di vista devo dire che ho anche apprezzato - questa mattina abbiamo ricevuto un dossier prodotto, almeno così credo, dall'associazione e dal sindacato, dossier che ho avuto modo di leggere in queste ultime ore - il pronunciamento suo e dell'ordine dei giornalisti della Liguria nei giorni antecedenti lo svolgimento del G8 in difesa del diritto di cronaca e della libertà di stampa.
Tuttavia, in questi giorni il questore di Genova, il dottor Fioriolli, fa riferimento ad un dossier, inoltrato in procura, contenente un attacco nei confronti della stampa, o comunque una sottolineatura non positiva del ruolo svolto dai giornalisti che si sarebbero fatti strumentalizzare dai violenti per costruire false verità. Il questore successivamente ha corretto il tiro precisando che in realtà non era ai giornalisti che voleva fare riferimento, in quanto semplici annotatori delle informazioni ricevute. Tuttavia nel dossier vengono citati alcuni episodi su cui credo la magistratura di Genova, se ho capito bene leggendo i giornali, ha avviato un'inchiesta.
Dottor Serventi Longhi, le chiedo se si siano verificati errori nell'informazione relativamente agli avvenimenti di quei giorni a Genova. Le chiedo inoltre se le risulti che a Napoli fossero già stati compiuti atti di violenza: erano cioè già state utilizzate modalità violente contro la stampa a Napoli, o Genova rappresenta in modo così eclatante il primo esempio di utilizzo di violenza nei confronti dei giornalisti (nel dossier tutto ciò è ampiamente stigmatizzato dalle associazioni internazionali e


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dall'ordine internazionale della stampa con tutte le relative denunce)? Un'ultima domanda: lei ha fatto riferimento alla perquisizione della polizia al centro stampa del GSF. Al riguardo la polizia ha sempre sostenuto che questa perquisizione è avvenuta in base ad un regolare mandato della magistratura; sono comunque note le devastazioni, i pestaggi, la vicenda che ha riguardato il giornalista de Il Resto del Carlino. A fronte di queste devastazioni, di queste sottrazioni di materiale, è stata sporta denuncia nei confronti della polizia?

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Faccio il giornalista da venticinque anni e so perfettamente che questo è un mestiere che certamente espone, soprattutto in casi di cronaca, a qualche errore, a molti errori. L'importante, naturalmente, è saperli riconoscere ed individuare e, talvolta, saperli colpire. Abbiamo una deontologia professionale che ci impone un comportamento corretto, per raccontare il più possibile la verità commentandola poi come meglio crediamo.
Sull'interrogativo se tali errori si siano verificati anche in riferimento agli accadimenti di Genova, devo dire che ho letto con molta attenzione le due dichiarazioni del dottor Fioriolli; ho anche dichiarato di non condividere la prima di queste. Ho poi appreso dai giornali e dai colleghi di un'inchiesta riguardante alcuni articoli: se non sbaglio, non sono più di cinque (ma questo non appartiene alle mie responsabilità) e si tratta quindi di un numero limitato di notizie fornite da alcuni organi di stampa. Il dottor Fioriolli, come lei ha ricordato, ha chiarito poi che non ce l'aveva con i giornalisti, ma con coloro che hanno fornito agli stessi queste false informazioni, inducendoli così in errore.


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Credo che ciò sia possibile, ma credo anche che la mole, la massa di notizie, di informazioni, di documentazioni visive riguardanti tutto il G8 non possa essere inficiata da qualche errore indotto. A me sembra - mi fa piacere che lei lo sottolinei - che complessivamente - ripeto, complessivamente - il mondo dell'informazione abbia risposto ad un richiamo molto forte, quello cioè di fornire un'informazione corretta.
Circa gli accadimenti di Napoli, ho notizie - non sono preparato dal punto di vista documentale, ma posso sicuramente produrre alcune prove - di violenze, verificatesi in misura certamente minore ed in una localizzazione particolare, piazza Plebiscito, quando ci furono le cariche delle forze dell'ordine che non consentirono alla parte preponderante dei cortei di muoversi .
In quelle circostanze si verificarono, sia da parte delle forze dell'ordine sia da parte di una frazione dei manifestanti violenti, situazioni limitative dell'esercizio della professione giornalistica. Non mi risultano feriti, cioè persone che abbiano conseguito traumi o altre conseguenze fisiche gravi, ma mi risulta che episodi limitativi del genere si siano verificati anche a Napoli.
Per quanto riguarda il centro stampa, confermo che l'Associazione ligure dei giornalisti e l'ordine ligure dei giornalisti, d'accordo con la Federazione della stampa, hanno presentato alla procura della Repubblica di Genova un ampio esposto del quale una parte importante e consistente è riferita alla perquisizione del centro stampa e della sede del Genoa social forum. Credo che il collega Zinola ne abbia anche una copia che lasciamo al Comitato.

LUCIANO VIOLANTE. Quando lei segnalò il problema delle pettorine «clonate», quale è stata la risposta che ricevette?


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PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Il pomeriggio del giorno in cui noi denunciammo tale fatto grave (venerdì 20), attraverso una lettera al ministro dell'interno contenuta nel dossier, non ricevemmo da questi alcuna risposta. Ai colleghi dell'Associazione ligure dei giornalisti e dell'Ordine ligure dei giornalisti il questore, dottor Colucci, escluse che questo episodio potesse essere reale. Nelle fasi successive - come ho precisato - tale episodio fu reiterato, nel senso che addirittura da un filmato che abbiamo acquisito (è un filmato, mi pare, del TG5, di Mediaset), successivo al momento in cui il questore negava che l'episodio potesse essersi verificato, risulta la presenza di una persona armata di pistola, con una pettorina gialla con la scritta «giornalisti». Vi sono altre testimonianze di reiterazione, sia nelle ultime ore della giornata di venerdì, sia nella giornata di sabato.

LUCIANO VIOLANTE. Non avete mai ricevuto altre risposte oltre quella, nonostante abbiate segnalato altri episodi?

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Mi pare che non abbiamo ricevuto ulteriori risposte.

SAURO TURRONI. Innanzitutto vorrei chiedere al dottor Serventi Longhi se egli abbia altra documentazione in possesso poiché ha affermato nella sua relazione, sebbene molto sintetica, che avrebbe prodotto altri elementi. In merito ad alcuni di essi vorrei avere informazioni. Leggendo, infatti, alcuni articoli che sono presenti anche nelle nostre rassegne, sembra che emerga un fatto: nella giornata del 20, la manifestazione non autorizzata delle tute bianche parte dallo


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stadio Carlini alle ore 13,30. Nelle ore precedenti si sarebbero verificati numerosi scontri e incidenti in vari luoghi della città. Vi erano giornalisti che hanno potuto documentare e fornire un'indicazione precisa sui tempi, sui luoghi e sui partecipanti a tali scontri verificatisi prima della partenza del corteo? Siete stati in grado comunque di documentare - vi erano infatti 4.400 giornalisti presenti - i tempi e luoghi degli scontri e i loro protagonisti?
La seconda domanda riguarda la questione Diaz-Pertini. Abbiamo appurato che gli edifici erano due: la scuola Diaz, utilizzata come dormitorio, che è stato oggetto della cosiddetta perquisizione, e la scuola Pertini, sede del centro stampa che - come ci è stato riferito in una delle prime audizioni - sarebbe stata perquisita erroneamente. Vorrei sapere se voi, nella ricostruzione di quei fatti che hanno riguardato quella erronea perquisizione del centro stampa, abbiate identificato i materiali che sono stati sottratti, distrutti e manomessi, e, nello stesso tempo, se sappiate quali erano i giornalisti presenti all'interno di tale centro stampa. Per esempio il giornalista Guadagnucci de il Resto del Carlino (che mi pare abbia avuto un braccio rotto ed una ferita alla testa), Mark Covel si trovavano lì, come altri giornalisti arrestati.
Ultima domanda: nella documentazione che ci è stata fornita in precedenza, tra le comunicazioni e gli atti che avete prodotto vi sono due elenchi di giornalisti che sono stati colpiti dai manifestanti e dai poliziotti e che sono stati quindi oggetto di violenza. Poiché dalla visione di taluni filmati abbiamo potuto osservare che le persone che indossavano la pettorina gialla sono state inseguite non tanto con l'obiettivo di dar loro una randellata in testa o di allontanarle ma con quello di sottrarre loro la telecamera o la macchina fotografica, le chiedo se, così come avete fornito l'elenco completo o abbastanza


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completo dei giornalisti che sono stati colpiti dagli uni e dagli altri e a cui è stato sottratto lo strumento del loro lavoro esista un elenco altrettanto dettagliato dei luoghi, del tipo di scontri, degli strumenti di lavoro che sono stati sottratti, manomessi o aperti per impedire di conoscere quanto stava accadendo. Anche a proposito delle pettorine «clonate», false, c'è un'indicazione dei luoghi dove ciò si è verificato?

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Sull'evoluzione della giornata di venerdì ho conoscenze non dirette; conosco cioè quanto mi hanno riferito i colleghi dell'associazione, dell'ordine della Liguria e naturalmente ciò che ho letto sui giornali (che loro conoscono meglio di me). Naturalmente, non posso che fornire al Comitato l'elenco, il più possibile completo e comunque sicuramente ricco di nomi e cognomi con possibilità di identificazione, dei giornalisti che sono stati direttamente testimoni di tutti gli eventi e i fatti di quei tre giorni. In particolare, per quanto riguarda la scuola Diaz-Pertini, nella relazione che noi oggi consegnamo - sono quindi documenti che si aggiungono a quelli che abbiamo fatto pervenire nei giorni scorsi al Comitato - è contenuto il racconto dei fatti, narrato anche in prima persona perché è stato redatto personalmente dal collega Zinola. Tra le altre cose, leggo rapidamente alcune frasi, se mi è consentito, signor presidente: «...arrestato e denunciato per associazione a delinquere, finalizzata alla devastazione, per essere poi scarcerato dal PM, il giornalista del il Resto del Carlino, Lorenzo Guadagnucci, reo di essersi trovato all'interno della scuola dormitorio Diaz-Pertini, durante il blitz nella notte del 21 e 22 luglio. Guadagnucci è rimasto in stato di arresto nell'ospedale Galliera con una lesione al braccio provocata da un manganello, modello Tonfa - riteniamo - impugnato alla rovescia, a mo'


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di martello; Sam Cole, inglese, e il fotografo Jérome Delay, dell'Associated Press Television News sono rimasti feriti l'uno dalla Polizia e l'altro da una sprangata di un manifestante; Timothy Fadek, dell'agenzia francese Gamma, ferito dalla Polizia mentre riprendeva i dimostranti..» e c'è tutta una serie di testimonianze concrete.
Vi è poi un lungo resoconto della notte presso la scuola Diaz nel quale si sottolineano i nomi, se non ricordo male, di Guadagnucci, del giornalista francese Philippe Blanchard, forse arrestato, del collega Enrico Fletzer, picchiato, e di un collega inglese, nonché le testimonianze, da parte di questi colleghi e di altri, delle devastazioni agli strumenti tecnologici dell'informazione che erano all'interno della scuola Diaz e della scuola Pertini.
Per quanto riguarda i giornalisti, sicuramente noi abbiamo degli elenchi completi di nomi e cognomi, con la descrizione di situazioni nelle quali vi sono stati dei conflitti che hanno prodotto il ferimento di questi colleghi, soprattutto per quanto riguarda l'informazione visiva. Infatti è evidente che i colleghi dell'informazione visiva, e non soltanto loro, sono più esposti dei colleghi che devono raccontare le vicende, dovendo «entrare in contatto», per la specificità della propria professione, con le vicende. Consegnerò un elenco che descrive venti situazioni riguardanti l'informazione visiva. Altre testimonianze, facenti parte del dossier, riguardano colleghi, anche famosi, che hanno raccontato sui loro giornali i relativi episodi. Cito per esempio la collega Sarzanini del Corriere della Sera ed altri che hanno descritto le situazioni in cui personalmente sono venuti a trovarsi.
Vi sono state situazioni nelle quali, da parte delle forze dell'ordine prevalentemente, ma non solo, sono state devastate apparecchiature fotografiche e telecamere, al punto da spingere


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l'associazione ligure dei giornalisti e il relativo ordine, d'intesa con la provincia di Genova, a ipotizzare la possibilità di rimborsi delle spese che tali giornalisti, molti dei quali free lance e quindi non dipendenti di aziende, devono affrontare per sostituire gli strumenti. Sotto questo profilo, mi sembra siano stati stanziati già alcuni milioni, versati a tali giornalisti a titolo di rimborso con l'intervento della provincia di Genova.

GRAZIELLA MASCIA. Credo anch'io che le testimonianze delle quali sono stati protagonisti i giornalisti e il lavoro che è stato svolto in quel giorno sia stato determinante per comprendere meglio e documentare ciò che è avvenuto. Penso anche che se il Comitato è riunito molto lo si debba a tale lavoro.
Vorrei formulare pochissime domande specifiche; molte risposte infatti sono già state anticipate dalla sua relazione.
Lei ci ha riferito di quanti giornalisti siano stati direttamente coinvolti, riportando ferite. Spero, chiedendole conferma, che, per quanto riguarda le iniziative da voi intraprese anche dal punto di vista legale, dalla documentazione fornita sia possibile rilevare l'insieme di tali testimonianze dirette. Mi sembra di capire che si tratti anche di testimonianze che affermano che il coinvolgimento non si è determinato soltanto nelle situazioni «calde», bensì in diverse fasi di quelle giornate. Che giudizio avete tratto, come Federazione della stampa, rispetto a ciò che è avvenuto in quei giorni, essendo molto atipico l'atteggiamento che si è determinato nei confronti dei media?
Vorrei inoltre chiederle una conferma con riferimento alla vicenda delle pettorine. Anche noi, da ciò che abbiamo letto e soprattutto visto, abbiamo tratto la convinzione che le persone che utilizzavano tale indumento, fossero armate. Avete soltanto questa testimonianza da lei citata o ne avete altre?


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Desidero altresì avere chiarimenti su due questioni. Lei ci ha riferito sulle prime difficoltà, poi risolte immediatamente, rispetto al rilascio dei pass. Vi sono state anche direttive particolari relativamente alle limitazioni dell'attività di ripresa o talune problematiche che si sono determinate da questo punto di vista? Inoltre mi sembra chiaro che il centro stampa non fosse nella scuola Pertini, dove è avvenuta l'irruzione della Polizia con le relative conseguenze, bensì nella scuola di fronte, dove - come riferitoci dai dirigenti delle forze dell'ordine che abbiamo audito - queste ultime sarebbero entrate per errore. Nella relazione dell'ispettore si afferma che dal momento che non è stata opposta resistenza, non è accaduto nulla. Lei conferma invece che qualcosa è successo, dal momento che sono state sottratte o distrutte delle apparecchiature di alcuni giornalisti?
Infine, ho letto in diversi articoli di giornalisti del ruolo mediatico che avrebbe potuto avere l'irruzione nella scuola Diaz. In particolare, quella sera si è sentito dire da giornalisti che avevano inteso che quella stessa sera sarebbe successo qualcosa. Si faceva riferimento alla scuola. Lei ne ha notizia? Infatti, dagli orari di ricostruzione di ciò che è successivamente accaduto e di cui i colleghi giornalisti hanno riferito, si era capito che nell'aria c'era qualcosa.

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Un'idea di carattere generale rispetto alle garanzie l'informazione e gli operatori necessitano per esercitare i propri diritti me la sono fatta ed è quella che, complessivamente, il mondo dell'informazione abbia compiuto il proprio dovere, pagando dei prezzi pesanti. Certamente, nella fase preparatoria, abbiamo ricevuto messaggi limitativi, come sulla questione dei pass. Contro queste limitazioni e difficoltà ci siamo battuti ed abbiamo protestato. In questa


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sede, devo dire che non è mai stata ufficializzata la ragione per la quale alcuni di questi pass venivano negati. È stato fatto, come dire, trapelare, non in maniera ufficiale, che la ragione fosse legata ai precedenti, in termini di partecipazioni a manifestazioni pubbliche che hanno avuto anche risvolti di tipo violento, che i singoli giornalisti avevano nel loro passato. Non abbiamo, ripeto, su questo elemento nè lettere, nè scritti, né dichiarazioni di alcune delle istituzioni. Abbiamo un elemento che veniva riferito ai singoli, nel momento in cui questi ultimi chiedevano le ragioni del diniego. È probabile che i singoli siano maggiormente informati e che lo siano direttamente sotto questo profilo.
Personalmente, ho notizie di un solo caso di persona individuabile, non tra i manifestanti, che indossava una pettorina e che aveva un'arma in mano. Posso dichiarare che nella documentazione ulteriore, sia visiva che documentale, vi sono diversi casi, come mi suggerisce il collega Zinola.
Ciò che abbiamo potuto accertare, con riferimento alla vicenda della scuola Diaz, è che i giornalisti non erano riuniti soltanto in un locale. Vi era una stanza che in qualche modo veniva utilizzata da alcuni colleghi free lance che lavoravano per alcuni quotidiani - per esempio Il Manifesto-; in un'altra stanza vi erano attrezzature radio; in un'altra ancora vi erano attrezzature dell'ufficio legale del Genoa social forum, utilizzato anche da una parte dei giornalisti. È quindi difficile individuare esattamente i diversi siti. È chiaro che in una situazione di caos quale quella presente in quell'edificio, i giornalisti si sparpagliavano tra i diversi piani.
Per esempio, a noi risulta che al secondo e al quarto piano della scuola Diaz vi fossero giornalisti ed attrezzature. Risulta, inoltre, che una parte di questi giornalisti siano stati quelli


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arrestati, quelli picchiati, e che le attrezzature che avevano, soprattutto al secondo piano più che al quarto, siano state distrutte.
Riguardo alla questione effettivamente delicata del ruolo mediatico, i colleghi di Genova, i colleghi Zinola e Lugli, hanno avuto non solo sentore, ma testimonianze raccolte da alcuni giornalisti che effettivamente voci di interventi di perquisizione, importanti e decisive, sarebbero circolate nelle ore successive, vale a dire a manifestazione finita, prima che potessero partire i manifestanti. Mi pare di aver capito che nella documentazione predisposta dall'associazione ligure vi è un documento proprio su questo argomento in particolare.

MARCO BOATO. Ringrazio il dottor Serventi Longhi e il dottor Zinola per il lavoro svolto, e loro tramite la stampa in generale, di qualunque coloritura politica e culturale. Tramite i nostri Uffici, abbiamo fotocopiato una selezione di molte centinaia, credo si possa dire ormai di migliaia, di articoli, di tutta la stampa nazionale ed in parte anche estera e, se tra quelle migliaia di articoli ve ne fossero cinque o sette, o anche qualcuno in più, che riportasse informazioni non corrette, credo che sarebbe una percentuale statistica talmente infima rispetto al panorama della stampa di qualunque colore - non sto facendo un discorso politico - che ha a che fare semplicemente con la democrazia e con l'articolo 21 della Costituzione. Dopo di che, credo sia utile denunciare i casi in cui ci sia una palese violazione, non da parte dei giornalisti ma da parte di chi ha fornito testimonianze e informazioni false; ci sono anche gli strumenti giudiziari per perseguirli. Tuttavia, parlare di cinque casi di fronte a migliaia di articoli, credo sia abbastanza significativo del contrario.
Non rifaccio le domande che già hanno posto altri colleghi che mi hanno preceduto. Le cito qualche riga del materiale che


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lei ci ha riassunto e consegnato. Nel dossier che ci è stato già distribuito (che credo lei abbia fatto avere anticipatamente al Comitato), alle pagine 40, 41 e 42 (quelle scritte a mano, non so se da voi), datato 29 agosto 2001, c'è un dossier nel dossier intitolato «30 luglio, il prezzo pagato a Genova dai giornalisti dell'informazione visiva». È riportata una serie di casi in parte citati da lei, in parte no, perché non li ha citati tutti. Ne voglio ricordare uno perché ha a che fare con un aspetto particolare, quello più tragico di tutta questa vicenda, cioè la morte del giovane Carlo Giuliani e quello che si è verificato in quei tragici minuti. Si tratta del primo dei casi che voi citate, quello di Eligio Paoni, fotoreporter dell'agenzia Contrasto, brutalmente pestato e ferito gravemente alla testa (che in più ha riportato la frattura di una mano) dai carabinieri mentre riprendeva la scena della morte di Carlo Giuliani. I militari gli hanno anche distrutto una macchina fotografica e lo hanno costretto a consegnare la pellicola di un'altra fotocamera che era riuscito a tenere al riparo dalle manganellate e dai calci delle forze dell'ordine. Eligio Paoni, in una testimonianza che viene riportata nel vostro dossier - non la leggo perché è molto lunga e dettagliata, la richiamo per i colleghi che volessero prenderne visione -, conclude così: «Da 12 anni lavoro per Contrasto. Sono stato in Bosnia durante la guerra, mi hanno puntato un fucile alla testa in Somalia, sono stato rapito da Hamas e non ho mai provato un senso di terrore e intimidazione così forte: oggi non ho paura di andare a fotografare qualche conflitto in un paese sperduto; il rischio è calcolato. Oggi ho paura di tornare a fotografare quello che succede nelle piazze e nelle strade del mio paese: fate qualche cosa, non lasciate che quanto è accaduto cada nel dimenticatoio». Mi pare che lo stiate facendo, perché non cada nel dimenticatoio. Tuttavia, le chiedo se disponga di qualche informazione


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ulteriore, intanto se questo dossier, che non ha firma, sia redatto a cura dell'associazione ligure della stampa o della Federazione nazionale della stampa. Mentre altri sono firmati, questo dossier, intitolato «30 luglio, il prezzo pagato a Genova dai giornalisti dell'informazione visiva», non ha una firma ed è però molto dettagliato. Inoltre, le chiedo se sul caso specifico di Eligio Paoni lei abbia qualche circostanza ulteriore da riferire, in particolare rispetto al materiale che gli è stato sequestrato, trattandosi di materiale assai delicato che riguarda l'episodio più tragico di quei giorni.

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Allego oggi un'ulteriore documentazione riguardante i colleghi dell'informazione visiva. Presso l'associazione lombarda dei giornalisti è istituito un gruppo di specializzazione dei giornalisti dell'informazione visiva, presieduto dal giornalista freelance Amedeo Vergani: faccio nomi e cognomi, perché così è possibile risalire ad essi. Nell'ulteriore documentazione, curata dallo stesso Amedeo Vergani, che abbiamo inserito nel nostro sito Internet, vi sono i casi dettagliati di 20 situazioni, con i motivi e i luoghi dove sono avvenuti i singoli fatti.
Per quanto riguarda il caso del collega Eligio Paoni, se non vado errato, abbiamo anche una documentazione visiva, che alleghiamo agli atti. Come loro potranno vedere...

MARCO BOATO. Nel senso che qualcuno ha ripreso la scena?

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Esatto. Abbiamo anche una serie di fotografie e di filmati riguardanti situazioni in cui giornalisti, operatori dell'informazione, fotoreporter, telecineoperatori,


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vengono limitati in maniera violenta nell'esercizio della loro professione. A me sembra grave, molto grave, che in alcuni episodi non solo si sia teso ad impedire ai colleghi, telecinereporter e fotoreporter, di riprendere i fatti, ma che siano stati distrutti gli strumenti di comunicazione, addirittura sfilati dalle macchine, strappati ed esposti alla luce i rullini fotografici, rendendoli così inservibili. Da questo punto di vista, mi sembra un elemento di particolare preoccupazione, anche se molto limitato, riguardante solo pochi esponenti delle forze dell'ordine.

GIAN FRANCO ANEDDA. Riprendendo un comunicato del 22 luglio, lei ha ricordato oggi che nel corso della perquisizione le forze nell'ordine hanno distrutto computer e attrezzature radio private, fermato giornalisti e reso inutilizzabile una struttura informativa. È anche indicato che questa denunzia è stata fatta dall'Associazione della stampa e dall'Ordine dei giornalisti per episodi riferiti dai colleghi. Può citare i nomi dei colleghi che hanno riferito gli episodi ai quali hanno assistito?

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Ovviamente, do il nome di Enrico Fletzer, direttore di Radio K di Bologna, del collega Guadagnucci de il Resto del Carlino, dei due colleghi stranieri, il francese Blanchard ed il collega inglese di cui in questo momento non ricordo il nome. Sicuramente, come testimoni diretti, non dentro la scuola ma fuori di essa, cito i nomi dei colleghi Marcello Zinola e Attilio Lugli, che sono il segretario dell'Associazione stampa e il presidente dell'Ordine dei giornalisti di Genova, che sono stati tra i primi ad arrivare alla scuola, avvisati e informati di quanto stava succedendo dal giornalista Enrico Fletzer, che aveva dentro la scuola un telefonino. Mentre stavano sfondando il cancello, da questo


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telefonino è partita la telefonata al collega Zinola, con la quale lo si avvisava che stava cominciando l'irruzione. Quindi, abbiamo la possibilità, se lo ritengono, di avere un testimonianza sui fatti.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor presidente, intervengo solo per avere due chiarimenti, perché le mie domande sono già state anticipate da altri colleghi. L'iniziativa della pettorina è stata assunta da voi autonomamente o era stata concordata anche con le forze dell'ordine? Chiedo inoltre se vi siano stati, anche dopo lo sblocco di tutti i pass, episodi in cui dei giornalisti, muniti del pass di ingresso, sono stati bloccati presso alcune delle porte d'accesso e, in caso affermativo, se vi sia stata coincidenza fra i giornalisti fermati e quei 100 giornalisti che inizialmente non avevano ottenuto il pass.

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. La decisione di realizzare le pettorine è stata assunta dall'associazione ligure dei giornalisti e dall'ordine ligure dei giornalisti, d'intesa con la Federazione nazionale della stampa in piena autonomia, naturalmente informandone successivamente le forze dell'ordine. Addirittura, in un primo momento, ne realizzammo 400; successivamente, di fronte all'enorme richiesta proveniente da tutto il mondo per l'iniziativa di un sindacato, sia pure importante come il nostro, abbiamo dovuto farne stampare altre 400: quindi, ne sono state distribuite 800. Per quanto riguarda la seconda domanda, secondo le notizie di cui sono in possesso, la stragrande maggioranza dei giornalisti che prima si erano visti negare il pass, ottenendolo successivamente (ritengo anche a seguito del nostro intervento), si è poi mossa nei luoghi del G8 in assoluta libertà.


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Mi risulta che in alcune situazioni, presso alcuni varchi, qualche singolo collega, non direttamente collegato a quei 102 di cui parlavo prima, abbia avuto problemi a qualificarsi e a passare. Vi è stato anche un episodio, raccontato da alcuni direttori, riguardante giornalisti «VIP» che, giunti a Genova con un aereo, sono rimasti ai Magazzini del cotone per alcune ore, perché non riuscivano ad entrare; ma questo è un altro problema.

FRANCO BASSANINI. Lei ci ha parlato di apparecchiature fotografiche e televisive rotte e di rullini distrutti per l'intervento delle forze dell'ordine, pur essendo stati tali episodi isolati durante le manifestazioni; nella scuola di via Battisti, invece, si è verificato un episodio non isolato perché - se ho capito bene e lei me lo conferma - in quel caso è stato distrutto quasi tutto, con una azione quasi sistematica. La mia domanda è la seguente: perché ciò è avvenuto? Che idea vi siete fatti? Il fatto in sé è ovviamente grave, ma sarebbe ancora più grave se vi fosse stata un'intenzione. Ciò è avvenuto per uno scoppio di violenza gratuita oppure perché si volevano distruggere documenti che potevano essere rilevanti o imbarazzanti? Avete tentato di raccogliere dagli interessati una sorta di inventario dei materiali e degli oggetti che sono stati distrutti e avete cercato di svolgere un'indagine per capire se qualcuno di loro avesse materiale particolarmente sensibile? Vi siete chiesti cosa c'entrasse la distruzione con la perquisizione? La perquisizione mira ad acquisire materiale e non a distruggerlo; mira ad acquisirlo così com'è e, anzi, normalmente durante le perquisizioni lo si acquisisce in modo molto circospetto, salvaguardando persino le impronte digitali: distruggerlo è proprio l'opposto di una perquisizione.


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PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. Senatore Bassanini, lo dicemmo già nella conferenza stampa del 12 luglio a Genova: eravamo preoccupati per uno stato complessivo di tensione che si stava diffondendo in tutto il sistema ed anche nelle istituzioni (la stampa e l'informazione hanno contribuito in parte a determinarlo) rispetto all'attesa spasmodica di ciò che stava per succedere.
Certamente posso dichiarare, in base alle testimonianze dei colleghi che erano sul campo, che tra le forze dell'ordine vi era uno stato di altissima tensione. Tale elemento certamente era riscontrabile in maniera palmare rispetto a tutte le testimonianze possibili che vi sono state.
Vi sono certamente anche situazioni e casi particolari, come quelli del collega Paoni, del collega olandese de Heer e altri casi di colleghi a cui è stato sottratto materiale, sono state rotte la telecamera o la macchina fotografica o sottratto il rullino; essi certamente avevano raccolto materiale riguardante le cariche della polizia che, in alcuni casi, si sono svolte anche con una certa violenza, così come alcuni colleghi sono stati picchiati dal cosiddetto blocco nero perché, a loro volta, avevano documentato alcune immagini relative alle aggressioni e alle violenze di alcuni manifestanti. Certamente, si è determinato, nei casi che ho citato (non voglio, però, drammatizzare), un oggettivo tentativo, da parte di chi si è sentito in qualche modo a rischio rispetto ad una documentazione, di eliminare tale rischio. Ciò è successo già altre volte e a Genova, certamente, è accaduto con particolare evidenza.
Durante la cosiddetta perquisizione è stato distrutto del materiale. Non ci risulta che nella scuola sia stato distrutto materiale fotografico o di teleripresa, bensì computer, materiale di lavoro giornalistico e di trasmissione di alcune radio


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che avevano baracchini, microfoni e così via; invece, sulla piazza si è molto diffuso il tentativo di sottrarre ed impedire la documentazione visiva.

ANTONIO IOVENE. Signor presidente, vorrei ringraziare il presidente della Federazione nazionale della stampa per le informazioni forniteci oggi e per il lavoro che i giornalisti hanno svolto in questi giorni ed in queste settimane.
Vorrei porre un'unica domanda, dato che si è ritornati a più riprese sulla vicenda delle pettorine clonate. Se ne è parlato oggi ed anche in altre audizioni: in molti casi si è smentita la presenza di poliziotti o forze dell'ordine che indossavano tali pettorine. Invece, nella documentazione integrativa che ci ha inviato il Capo della Polizia successivamente alla sua audizione, a seguito delle domande che alcuni di noi gli avevano rivolto in merito a tale vicenda, è contenuta una lettera che conferma che alcuni cameramen della polizia scientifica incaricati di filmare quanto accadeva nel corso delle manifestazioni, in quanto a diretto contatto con i gruppi più pericolosi e privi di mezzi protettivi, sono stati in un primo tempo muniti di casacca fluorescente. In data 20 luglio, tuttavia, è stata ordinato a tutti gli operatori di non indossare dette casacche. Per un difetto di ricezione radio la nota, diffusa più volte, non ha raggiunto l'operatore di una pattuglia motomontata che, quindi, ha indossato la casacca fluorescente. Vorrei sapere se tale circostanza, quella, cioè, che vi fosse una decisione della polizia scientifica, fosse da lei conosciuta.

PAOLO SERVENTI LONGHI, Presidente della Federazione nazionale della stampa. No, non eravamo a conoscenza di questo. Abbiamo denunciato sin dal primo momento l'esistenza di pettorine anche perché a noi risulta dalla documentazione che le pettorine di cui erano dotati i funzionari o


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agenti di pubblica sicurezza (e non so di quale altro corpo dello Stato) avevano la scritta «giornalista». Al riguardo abbiamo un filmato, se non sbaglio quello del TG5.

PRESIDENTE. La ringrazio anche per la copiosa documentazione fornitaci e per quella che riterrà di inviarci, compresa quella cui è stato fatto cenno nell'audizione odierna. Le auguriamo buon lavoro, dottor Serventi Longhi.
Sospendo la seduta fino alle 15.

La seduta, sospesa alle 14,15, è ripresa alle 15,05.

Audizione del dottor Vincenzo Canterini, dirigente del I reparto mobile di Roma.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dirigente del I reparto mobile di Roma dottor Vincenzo Canterini, il quale chiede di essere accompagnato dal vicequestore Michelangelo Fournier.
Non essendovi obiezioni, così rimane stabilito.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.


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Ringrazio il dottor Canterini e lo invito a riferire.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Signor presidente, illustri membri della Commissione, ho cercato di condensare quanto è mio dovere riferire in merito all'impiego in Genova, durante il G8, del I reparto mobile di Roma in quattro punti principali, ovvero: l'addestramento effettuato da tutto il reparto - e nell'occasione, segnatamente, dal Nucleo sperimentale per gli interventi di ordine pubblico -; l'impiego operativo, in Genova, nei giorni 20 e 21 luglio; l'operazione all'istituto Diaz; la successiva commissione di inchiesta disposta dal dipartimento della Polizia di Stato.
Quanto all'addestramento, dirò quanto segue. Il reparto mobile di Roma è stato interessato dalla trasferta di Genova sin dall'aprile del corrente anno; infatti, in data 14 aprile 2001, la direzione centrale degli affari generale del dipartimento della Polizia di Stato inviava al Reparto una ministeriale, a firma del direttore, dottor Parisi, nella quale preannunciava che dal 20 seguente, nella nuova caserma di Ponte Galeria, avrebbero avuto inizio corsi di aggiornamento su tecniche operative di OP, in previsione del summit internazionale denominato G8. A detti corsi, di durata settimanale, programmati sino alla metà dello scorso mese di luglio, avrebbero partecipato duecento-trecento agenti per volta, provenienti da tutti i reparti mobili d'Italia. Con ministeriale del 18 aprile, ai fini della creazione di un corpo istruttori, veniva disposto un seminario operativo di cinque giorni per istruttori di tecniche operative delle scuole e dei vari reparti, che ha avuto luogo del 23 al 27 aprile. Quindi, abbiamo organizzato un meeting per formare gli istruttori. Durante il periodo indicato, e quindi per tutto l'addestramento, l'attività è stata la seguente: abbiamo addestrato 90 formatori, 2.850 operatori dei reparti mobili,


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226 funzionari, che poi avrebbero prestato servizio a Genova, nonché 109 operatori del Corpo forestale dello Stato.
Il predetto addestramento è stato svolto in conformità dei contenuti di un manuale di addestramento stilato a cura della direzione centrale per gli affari generali. Lo svolgimento dei cicli addestrativi è stato costantemente seguito dal prefetto Longo, direttore centrale degli affari generali, e dal dottor Donnini, consulente ministeriale per i reparti mobili. Il 7 giugno si è tenuto un meeting addestrativo ed una dimostrazione pratica di tecniche operative alla presenza del prefetto Andreassi, vicecapo vicario della Polizia, dei comandanti dei reparti mobili della Polizia, dei comandanti dei battaglioni mobili dei Carabinieri e di 32 funzionari in quel momento in ciclo addestrativo. Il 12 giugno abbiamo avuto la visita del vicecapo della polizia cecoslovacca. Il 5 luglio, infine, alla presenza del ministro dell'interno e del capo della Polizia, sempre nella caserma di Ponte Galeria, si è svolta una dimostrazione generale di tutte le tecniche operative adottate, integrate con gli interventi del Nucleo sperimentale.
Quanto a quest'ultimo, il dipartimento della Polizia di Stato, in previsione del G8 di Genova e in relazione all'approvvigionamento di materiali di OP di nuova concezione, nel mese di maggio 2001 determinava la creazione, presso il reparto di Roma, di un «Nucleo sperimentale per interventi di ordine pubblico» con il compito, appunto, di sperimentare nuove tecniche di OP calibrate sui più recenti accadimenti e sulle nuove tecniche usate dai dimostranti nonché, come già accennato, per provvedere al necessario collaudo dei materiali di nuova dotazione.
In occasione delle riunioni tenutesi il 7 ed il 23 febbraio, presso il ministero, agli affari generali, si sono, quindi, stabiliti i criteri di base per la scelta del personale da inserire


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nell'organico del sopra citato Nucleo sperimentale, individuando, altresì, gli schemi addestrativi cui assoggettare il personale selezionato nonché, in ultimo, definendo le dotazioni di materiali necessari alla gestione del particolare servizio a tutela dell'ordine pubblico.
Le anzidette riunioni programmatiche hanno avuto formale consacrazione in dettagliate verbalizzazioni. La selezione del personale da inserire nel Nucleo sperimentale, i cui criteri sono descritti chiaramente nei sopracitati documenti, ha avuto come esito di campo che, su circa 150 istanze inoltrate, siano risultati idonei circa la metà degli aspiranti, cioè 78. Le risultanze e i criteri adottati dalla commissione preposta alla selezione del personale del VII Nucleo sono esposti nei verbali di commissione, che ho con me e che, se il Presidente lo ritiene opportuno, posso depositare. In ogni caso, il criterio fondamentale di riferimento è stato che un operatore di polizia, impegnato in azioni di contrasto con la folla, pacifica o tumultuante che sia, quanto più è addestrato e preparato psicologicamente tanto più è in grado di fornire garanzie di sicurezza a se stesso, ai suoi colleghi e, soprattutto, ai manifestanti durante la gestione delle azioni di contrasto prima accennate.
La base volontaria, le precedenti esperienze già maturate in non meno di cinque anni di reparto, le garanzie di equilibrio e di affidabilità nelle risposte agli ordini impartiti, la mancanza di precedenti disciplinari significativi e, soprattutto, l'ulteriore selezione psicofisica - selezione effettuata su personale già idoneo al servizio attivo di polizia - hanno fatto sì che il reparto di Roma potesse portare a Genova - insieme agli altri 350 uomini già addestrati disposti dal Ministero - anche questi 78 uomini di completo affidamento, in grado di usare nella maniera più consona i nuovi materiali affidati loro


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e di garantire interventi mirati, ovvero azioni di supporto al reparto in occasione di particolari collocazioni spaziali dei manifestanti ( grossi sommovimenti di piazza e via dicendo ), nonché connesse a turbative derivanti da qualità e quantità dei manifestanti stessi.
Per quanto riguarda l'ordine pubblico nei due giorni di Genova, il 20 luglio il Nucleo sperimentale, agli ordini del dottor Calesini, vicario di Genova, e del dottor Lapi, vicario di Cagliari, è stato duramente impegnato per tutta la giornata, in particolare in via Torino la mattina e in via Tolemaide e dintorni nel pomeriggio.
L'impiego operativo nelle suddette zone ci ha messo di fronte a circostanze di ordine pubblico di carattere e di genere veramente eccezionali, sia per l'elevatissimo numero dei manifestanti che materialmente ci contrastavano con una varia gamma di azioni violente e sia per la notevolissima qualità offensiva di tali azioni e dei materiali usati per attuarla. In quella giornata molti sono stati i feriti, numerosi quelli che hanno subìto gli effetti e l'azione del fuoco delle bottiglie molotov e, tranne che in un caso, il tutto non ha avuto gravi conseguenze grazie alla tuta ignifuga che indossavano e all'immediato intervento dei colleghi. Nella stessa giornata il più grave infortunio l'ha subìto un agente che, a causa del lancio di una pietra, prima ha accusato un forte dolore alla mano e successivamente, a fine giornata, quando ha inteso farsi visitare presso il locale ospedale, ha avuto il referto della frattura scomposta della suddetta mano ed è stato operato immediatamente.
Il giorno successivo, il 21, l'impiego del Nucleo è stato abbastanza anomalo, nel senso che, sempre agli ordini del dottor Calesini, vicario di Genova, nell'intento di raggiungere di volta in volta le varie zone di intervento segnalate dalla sala


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della centrale operativa della questura, al fine di evitare tangenze con il corteo che stava scorrendo per tutta la città, non si è fatto altro che percorrere itinerari tortuosi per poi non arrivare in tempo o essere nel frattempo dirottati da un'altra parte.
Comunque, in questo contesto, in zona Punta Vagno la centrale operativa segnalava la presenza all'interno del corteo di un furgone bianco contenente, probabilmente, armi improprie. Il Nucleo, insieme ad un altro contingente di polizia, questa volta è arrivato sul posto e si è schierato; tale schieramento causava un'immediata reazione da parte di alcuni elementi del corteo, i quali, in uno stato di crescente tensione, cominciavano a fronteggiarci travisandosi e impugnando bastoni ed altre armi improprie, mentre il resto del corteo scorreva.
Il furgone veniva effettivamente individuato, ma la situazione che si era venuta a creare era tale che, per procedere al suo controllo, si sarebbe dovuto necessariamente caricare non solo gli individui che ci fronteggiavano, ma anche parte del corteo che ci separava dal furgone stesso. A questo punto il dottor Calesini, unitamente a me e al dottor Fournier, vista la delicatezza della situazione, iniziava una trattativa con alcuni partecipanti al corteo che, anche grazie al fatto che il dottor Fournier ne conosceva personalmente qualcuno, è andata a buon fine. Quindi, si è potuto estrapolare il furgone dal corteo e procedere tranquillamente alla sua ispezione che, peraltro, dava esito negativo quanto alla presenza di armi, poiché al suo interno vi era soltanto del materiale medico ed alcuni paramedici.

FRANCESCO NITTO PALMA. Di cosa si trattava ?


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VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Si trattava di materiale sanitario e di un paio di paramedici.
Ho citato questa circostanza in quanto, oltre ad essere l'unica nota di rilievo operativo nella giornata del 21, a mio personalissimo giudizio dimostra il senso di responsabilità e di equilibrio negli interventi effettuati dal Nucleo in tutto il periodo in cui questo ha operato a Genova. D'altra parte, sia il dottor Lapi sia il dottor Calesini possono tranquillamente testimoniare quanto sto affermando; in ogni caso ho portato numerose recentissime lettere e attestati di compiacimento nei confronti del reparto, inviate dagli enti esterni allo stesso che ne richiedono il servizio, praticamente dalle questure, primi tra tutti quelli dell'attuale questore di Roma, dottor Finazzo, e del suo predecessore, dottor La Barbera.
Se il signor presidente lo ritiene opportuno posso depositare tale documentazione; inoltre, sempre in questa ottica, ho con me anche due relazioni di altrettanti componenti del Nucleo, nelle quali vengo edotto che alcuni manifestanti, in chiara difficoltà respiratoria a causa dei lacrimogeni, sono stati soccorsi dai suddetti dipendenti con l'applicazione sul volto della maschera antigas di propria dotazione e, successivamente, lasciati andare quando hanno mostrato chiari segni di ripresa.
Nei due giorni descritti, la restante parte del reparto è stata impegnata in vari contingenti su tutto il teatro operativo e, in particolare, nella notte tra il 20 e il 21 - in relazione ai mezzi speciali in dotazione del reparto di Roma, tipo cancellati, gru e quant'altro -, molte unità sono state impegnate nel posizionamento dei container.
E vengo alla scuola Diaz. Il giorno 21 il Nucleo sperimentale fu posto in libertà alle 21,30 circa, dopo aver espletato,


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senza soluzione di continuità, un turno di servizio di oltre quattordici ore. Mentre ci apprestavamo a cenare, il dottor Donnini mi ordinò di riunire i componenti del Nucleo e di mettermi a disposizione della questura, per effettuare un intervento presso uno stabile occupato. Riuniti gli uomini, ci fu ordinato di raggiungere la questura, dove giungevo alle ore 23 circa; venivo, quindi, invitato ad un briefing, che si teneva nella sala conferenze della questura stessa. A detto briefing erano presenti molti funzionari: il dottor La Barbera, il dottor Luperi, il dottor Gratteri, il dottor Mortola, il dottor Murgolo e altri funzionari della Digos e della squadra mobile che non conoscevo.
Mi fu fatto presente che alcune nostre pattuglie durante la giornata, transitando nei pressi della scuola Diaz in via Cesare Battisti, erano state fatte oggetto di lancio di corpi contundenti. Pertanto, il Nucleo sperimentale di Roma doveva prestare un supporto agli uffici operativi della questura, che avrebbero dovuto colà effettuare una perquisizione ai sensi dell'articolo 41 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. La detta operazione poteva essere considerata a rischio, in quanto presupponeva che all'interno della scuola stessa fosse presente un cospicuo numero di black bloc. Considerando l'eccezionalità della situazione nella quale detta perquisizione doveva avvenire e le inevitabili situazioni di ordine pubblico che ne sarebbero derivate, proposi, al fine anche di evitare un'irruzione al buio in un edificio del quale non conoscevamo la planimetria, di lanciare a mano dentro l'edificio stesso una modesta quantità di lacrimogeni, al solo fine di indurre gli occupanti ad uscire nel cortile, senza che per fare ciò si dovesse ricorrere al contatto fisico. In questo modo gli occupanti - a mio giudizio, naturalmente - una volta usciti nel cortile sarebbero stati controllati a distanza, mentre il


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personale incaricato avrebbe potuto tranquillamente procedere alla perquisizione dell'edificio. Tale proposta non è stata accolta ed io, naturalmente, non avendo la direzione delle operazioni, mi rimisi a quanto superiormente deciso.
A questo punto, affinché codesto esimio Comitato possa valutare quanto verrà successivamente esposto, occorrerebbe aprire una piccola parentesi circa i compiti spettanti al comandante del reparto mobile.
Il dirigente del reparto mobile, in base al decreto ministeriale dell'11 febbraio 1986, è responsabile dell'efficienza del reparto. Per efficienza del reparto il decreto del Presidente della Repubblica n. 335 del 24 aprile 1982 intende la gestione amministrativa, la disciplina, la formazione e l'addestramento del personale dipendente. Su ordine del dipartimento della pubblica sicurezza, tramite l'ufficio del servizio ordine pubblico, il predetto dirigente mette di volta in volta a disposizione delle varie articolazioni periferiche dell'amministrazione (solitamente questure) le aliquote di personale che il dipartimento stesso ha quantificato in base alle esigenze di ordine pubblico prospettategli dalle questure. Dette aliquote di personale possono variare da una squadra (dieci uomini) ad alcune centinaia di unità e, in base all'ampiezza dei contingenti, il dirigente del reparto invia in servizio anche uno o più funzionari dipendenti. Giunti presso i luoghi di aggregazione, gli operatori del reparto mobile passano funzionalmente alle dipendenze dell'ente territoriale di pubblica sicurezza, che indica le finalità e le modalità dei servizi da espletare, delegando a ciò, tramite ordinanza del questore, un proprio funzionario, il quale assume così la responsabilità operativa del servizio stesso. Il suddetto funzionario valuta, quindi, l'impiego operativo delle forze del reparto a sua disposizione e impartisce le relative direttive ed ordini.


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In quest'ottica, con nota ministeriale dell'11 luglio ultimo scorso, il dipartimento della pubblica sicurezza, tramite la direzione centrale degli affari generali (che è l'ufficio che si interessa di reparti mobili, per questo lo nomino più spesso), ha inviato a Genova, unitamente alle varie aliquote dei reparti, anche i rispettivi comandanti affinché questi, nel rispetto dei ruoli, fornissero ai funzionari responsabili un supporto tecnico circa l'armonizzazione degli uomini e dei mezzi messi a loro disposizione.
Chiariti, quindi, i compiti del reparto mobile, appare piuttosto strano che il sottoscritto, in base a quanto affermato in questa sede, abbia potuto ricevere da un superiore un consiglio diretto a sospendere l'operazione e, ciononostante, abbia deciso di propria iniziativa di continuare l'intervento. Infatti, chiunque nella Polizia di Stato conosce i compiti del comandante di reparto e sa sicuramente che tale consiglio doveva essere eventualmente rivolto ai responsabili operativi di quel servizio, a ciò incaricati dal questore di Genova ed eventuali unici titolati ad interrompere l'operazione in corso.
Inoltre, il sottoscritto, una volta lasciata la questura, sul posto dell'intervento non ha ricevuto da alcuno richieste o inviti di rettifica a quanto stabilito nella riunione operativa. Di ciò possono essere testimoni i numerosi dipendenti con i quali sono stato a stretto contatto sin dall'inizio dell'operazione.
Ritornando alla riunione precedente all'intervento, durante la stessa il dottor Mortola, il dirigente della Digos di Genova, evidentemente comunicandomi quanto già deciso in precedenza, mi disse di dividere il Nucleo in due colonne, in modo da raggiungere l'obiettivo attraverso due itinerari per poi unirsi nei pressi della scuola; alla riunione erano presenti anche due ufficiali dei carabinieri.


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Finita detta riunione, siamo usciti dalla questura e ho dato ordine al dottor Fournier di dividere il Nucleo in due colonne di mezzi. Sul primo mezzo è salito il dottor Mortola, sul primo mezzo dell'altra colonna un suo funzionario, di cui sinceramente non ricordo il nome perché non lo conosco. Ricordo che, al fine di facilitare al dottor Mortola il compito di riferire al personale quanto si andava facendo, gli passai il mio apparato radio, in modo che egli potesse essere sentito da tutto il personale.
Bisognerebbe aprire una piccola parentesi su questi apparati radio; infatti, tutti i componenti del Nucleo, compreso me e il dottor Fournier, avevano in dotazione un apparato radio sincronizzato su una frequenza esclusiva. Pertanto, ogni trasmissione veniva ricevuta da tutti i componenti del Nucleo ovunque si trovassero, essendo tutti muniti di un auricolare che poteva essere indossato anche sotto il casco.
Con ciò voglio significare che o il sottoscritto, o il dottor Fournier, o ogni altro singolo caposquadra riferendosi alla propria squadra, poteva in qualsiasi momento comunicare al personale ordini che sarebbero stati eseguiti immediatamente, perché ricevuti in tempo reale.
Per quel che concerne la dinamica dell'azione di supporto nel corso dell'operazione presso la scuola Diaz, si ritiene opportuno fare riferimento alle narrative contenute nelle relazioni già trasmesse all'autorità giudiziaria, le quali fotografano, seppure da diverse e soggettive angolazioni, quanto è accaduto prima e durante l'irruzione. Quanto riportato in dette relazioni ha a suo tempo costituito argomento di testimonianza da me resa spontaneamente alla procura della Repubblica di Genova e costituirà oggetto di interrogatorio, avendo nel frattempo assunto la posizione di indagato presso la stessa procura, nella quale - mi preme dirlo - sia io che


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i miei dipendenti nutriamo la massima fiducia. Pertanto, nulla posso comunicare circa il contenuto di detti documenti, ma avendoli qui con me posso depositarli affinché codesto illustre Comitato possa prenderne riservata visione.
In merito alle modalità di accesso al cortile della scuola Diaz - anche queste già riferite al Comitato -, fu effettivamente dato l'ordine di forzare il cancello con un mezzo del reparto, essendo lo stesso chiuso con una grande catena, in quanto non erano stati previsti idonei strumenti (tipo tronchesi o quant'altro) necessari a rimuovere velocemente questo tipo di ostacolo. Non era stato ancora previsto un mezzo deputato al trasporto degli eventuali fermati. Dopo numerose richieste effettuate dal dottor Mortola e da tutti gli altri funzionari presenti sul posto - sia a mezzo telefono che a mezzo radio con la centrale operativa della questura -, visto che questo mezzo non si vedeva giungere, mi è stato chiesto di utilizzare i furgoni in dotazione del reparto, i Ducato. Devo essere sincero, sono stato piuttosto riluttante anche se ne ho concessi due, perché i furgoni sono mezzi operativi, peraltro contenenti anche materiale di ordine pubblico; quindi, se fossero andati via, gli uomini sarebbero rimasti a piedi, ma vista l'esigenza... Solo più tardi giungeva sul posto un solo mezzo inviato dalla locale questura e ciò ha determinato, naturalmente, una rilevante dilatazione dei tempi nell'attuazione dell'operazione di polizia.
Per quanto riguarda l'inchiesta, il Dipartimento della pubblica sicurezza, con telegramma del 28 luglio 2001, comandava a me e ad altri funzionari di recarsi, con decorrenza immediata, a Genova per esigenze di servizio presso la locale scuola di polizia postale. Il giorno 28, alle ore 14,30, sono stato ricevuto dal dottor Micalizio e da altri due funzionari che non conoscevo e nell'occasione venivo invitato a riferire circa gli


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accadimenti verificatisi durante il blitz alla scuola Diaz. Dopo avere precisato di essere in possesso di documenti inerenti a quanto accaduto, procedevo per oltre un'ora alla lettura di tutta la documentazione portata al seguito, costituita dalle relazioni di servizio mie, del dottor Fournier e dei sette capisquadra intervenuti nell'irruzione in argomento. L'esposizione verbale, la documentazione scritta ed i relativi commenti integrativi fatti da me sono stati ascoltati senza che mi fossero rivolte domande chiarificatrici. Conclusa la lettura, su invito del dottor Micalizio, lasciavo la stanza. Dopo alcuni minuti ne uscivano anche gli altri due ispettori, allontanandosi nel corridoio della scuola. Dopo alcuni minuti ancora, entrava nella stessa stanza il dottor Gratteri, uscendone poco dopo. Richiamato nella stanza, in piedi, il dottor Micalizio mi chiedeva di lasciargli la mia relazione ed alla mia richiesta se non si dovesse verbalizzare quanto detto, mi rispondeva che non ce ne era bisogno in quanto era stata solo una «chiacchierata». Alla mia ulteriore domanda se volesse le altre relazioni (quelle del dottor Fournier e dei capisquadra), lo stesso dottor Micalizio mi rispondeva letteralmente «ne faccia quello che crede». Udito ciò, mi allontanavo.
Il giorno successivo, contattavo la segreteria del dottor Lalla, procuratore aggiunto presso il tribunale di Genova, spiegavo chi ero e chiedevo di essere ricevuto, in quanto dovevo depositare alcuni documenti inerenti l'inchiesta che lui stava conducendo. Sono stato ricevuto effettivamente due o tre giorni dopo. Risulta, quindi, difficile capire come un ispettore incaricato sia addivenuto alla qualificazione di tali responsabilità in mancanza di una verbalizzazione della semplice «chiacchierata» avuta con il sottoscritto. È oscuro altresì il motivo di rigetto delle relazioni di servizio redatte dai capisquadra intervenuti presso la scuola Diaz, presentate nell'occasione


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e non acquisite agli atti, fortemente significative al fine dell'accertamento di quanto effettivamente accaduto nella scuola Diaz. Risulta, altresì, di difficile comprensione come nei giorni successivi numerose fonti di stampa abbiano potuto riferire che la commissione di inchiesta diretta dal dottor Micalizio aveva individuato nel sottoscritto il maggiore responsabile di quanto accaduto alla scuola Diaz e detta responsabilità era ritenuta di portata tale da meritare la destituzione dal servizio, provvedimento assolutamente eccezionale, normalmente adottato a seguito di un complesso procedimento amministrativo derivante dall'accertata commissione di gravissimi illeciti di rilevanza penale.

PRESIDENTE. La ringrazio, dottor Canterini. Mi pare di aver compreso che, oltre alla relazione, lei ci fornisce anche una serie di altri documenti ed un rapporto riservato, da lei depositato presso la procura della Repubblica di Genova.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Sì, più che di un rapporto riservato si tratta delle relazioni di servizio dei capisquadra.

PRESIDENTE. Le saremmo grati se potessimo averne copia adesso o dopo, quando lei ritiene, purché in giornata.

GRAZIELLA MASCIA. La ringrazio, dottor Canterini, anche per la documentazione che ci ha anticipato, perché sono molto interessata a comprendere come sia nato questo Nucleo sperimentale per l'ordine pubblico e quali criteri di formazione - e anche di selezione - siano stati seguiti. Se avesse pertanto l'opportunità in due minuti di anticiparmi qualcosa, come il messaggio che veniva trasmesso, gliene sarei grata, altrimenti spero che potremo trovare tutto ciò nella documentazione da lei allegata.


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In particolare, mi ha colpito l'articolo di un giornale nel quale si parlava della «battitura degli scudi», quando è venuto il ministro. Vorrei capire il messaggio che si determina in un reparto con questi fatti simbolici. Vorrei sapere anche chi abbia addestrato lei e i suoi uomini all'uso dei manganelli Tonfa, che ruolo abbia svolto Valerio Donnini nella selezione e nell'addestramento del Nucleo speciale antisommossa e quale incarico ricoprisse Valerio Donnini a Genova durante il G8. Ci ha già detto che il suo reparto è stato utilizzato in altri momenti della tutela dell'ordine pubblico a Genova, oltre alla perquisizione alla scuola Diaz. Vorrei sapere se, prima di quel momento, il reparto ha potuto agire in altre operazioni di tutela dell'ordine pubblico. Volevo chiederle, inoltre, se sia a conoscenza di altre sale operative attive, oltre a Genova, come quelli di Roma, ad esempio, presso il Dipartimento di pubblica sicurezza o presso il Viminale.
Lei ci ha detto che il suo reparto è stato usato in via Tolemaide. In una testimonianza scritta si fa riferimento ad una situazione verificatasi poco prima della vicenda in cui ha perso la vita Carlo Giuliani e si dice che «a circa 200-300 metri lungo via Tolemaide, verso la stazione di Brignole, ancora verso corso Buenos Aires, si vedono i reparti antisommossa della polizia (e si racconta una situazione molto complicata e delicata): saranno più di 500 uomini armati di tutto punto e muniti di autoblindo con idranti. Assistono per più di un'ora senza muovere un passo». Dal momento che sono stati pubblicati diversi articoli con queste descrizioni, vorrei conoscere la sua versione e sapere come ha vissuto questo momento così delicato per i carabinieri che erano sul posto. Vorrei chiederle anche che tipo di gas lacrimogeni ha usato il suo reparto nei giorni 20 e 21 e a che ora è stato avvertito della perquisizione alla scuola Diaz. Lei ci ha detto


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che erano le 9,30, però faceva riferimento ad un lancio di sassi che sarebbe avvenuto nel pomeriggio. Nella riunione operativa da voi tenuta, avete deciso come dovevano essere impiegati i diversi reparti che avrebbero proceduto alla perquisizione e quale sarebbe stato il reparto che doveva entrare per primo?
Circa la proposta da lei avanzata sull'uso dei lacrimogeni, nelle perquisizioni - non sono esperta - in base all'articolo 41 si fa spesso ricorso a tale modalità? È normale che si vada a cercare armi, come in questo caso con l'uso di lacrimogeni? Vorrei capire meglio il criterio con cui si possono determinare queste necessità.
Le chiedo anche se non sia stato deciso in quella riunione operativa chi sarebbe stato responsabile dell'operazione. Lei ci ha detto, appunto, che responsabile è la questura o, comunque, un suo funzionario sul posto. In questo caso non è stato deciso in quella sede.
Il prefetto La Barbera ha dichiarato al Comitato che, avendo avvertito questo stato di tensione, avrebbe consigliato a lei di non procedere. Ci ha già risposto circa l'inopportunità dell'osservazione in quanto non spettava a lei questa decisione. Vorrei comprendere meglio se anche lei avvertiva questo stato di tensione, a che cosa si riferiva, e vorrei chiederle se il dottor La Barbera sia rimasto sul posto o se ne sia andato prima che si procedesse a tale perquisizione.
Infine - ho ancora pochissime domande da fare - vorrei sapere come erano posizionati i diversi reparti al momento della perquisizione; quale reparto entrò per primo; quando e insieme a quale altro dirigente lei è entrato nella scuola (mi pare che lei faccia riferimento, nella sua relazione, a questo particolare); da chi il suo reparto ha ricevuto l'ordine di fare irruzione nella scuola. I suoi uomini - non so se sono i suoi uomini, non mi è chiaro ciò -, quelli con i fazzoletti, chi sono?


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Chi sono gli uomini delle forze dell'ordine che avevano i fazzoletti? Quando entrò all'interno della scuola vi erano solo gli uomini del suo reparto o anche di altri reparti?
È stato scritto che tra i fatti avvenuti all'interno della Diaz vi sarebbe stata un'aggressione con un coltello, ma non è stata possibile, successivamente, un'identificazione del responsabile attraverso le impronte digitali; dicono che il coltello sia stato preso in mano da qualcuno, ma immagino che ci fossero i guanti, quindi, non capisco bene questi elementi particolari che, però, credo siano importanti anche per come è finita da un punto di vista giudiziario la denuncia a tutte queste persone rimaste ferite in quella situazione.
Lei ha fatto riferimento all'utilizzo del suo reparto, il giorno 21, in modo un po' caotico, seguendo degli itinerari, lei ha detto, che poi non sono mai andati a buon fine salvo l'aspetto del furgone. Ecco, ma voi come siete stati preparati a questa giornata del 21? Come vi era stata descritta la situazione? Quali obiettivi vi erano stati proposti? Non sono esperta ma immagino che in situazioni così impegnative e delicate vi siano degli indirizzi. Da ultimo vorrei chiederle se ha avuto occasione, prima di entrare nella scuola Diaz, di avere un contatto telefonico con il sottosegretario Taormina.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Per quanto riguarda il nucleo, onorevole Mascia, depositerò - lo ripeto - un'amplissima documentazione che dimostra sia la fase operativa di preparazione sia i criteri di scelta psicofisici seguiti. Comunque, ricordo brevemente ciò che ho detto leggendo la mia relazione. Questo nucleo si chiama VII nucleo perché il reparto è composto da sette nuclei di cui sei già esistevano mentre il settimo è stato creato per questa incombenza. Quindi, per brevità possiamo anche chiamarlo VII nucleo. È stato fatto in modo che i ragazzi che


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intendevano partecipare a questo VII nucleo dessero le garanzie di operatività e soprattutto caratteriali che potevano servire a persone che dovevano affrontare situazioni presumibilmente ad alto rischio, ad alto impatto psicologico e adrenalinico. Quindi, lei vedrà che si è tenuto molto ben presente l'aspetto psicologico. Anche durante l'addestramento sono stati fatti dei piccoli training psicologici proprio per assicurarci che il personale sapesse gestire bene le proprie emozioni. Ripeto, la documentazione è abbastanza completa.
Per quanto riguarda le sale operative, sinceramente non so dirle nulla. Per quanto riguarda via Tolemaide, noi siamo giunti in un secondo tempo. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato già schierati diversi reparti e una forte turbativa di ordine pubblico da parte di diversi elementi che stavano davanti ad un apparente corteo, che si vedeva bene perché la strada era in salita. Noi siamo arrivati in contemporanea. La situazione era piuttosto complicata, confusa, più che altro, per il numero di uomini presenti. Sono arrivati anche dei carabinieri e quando siamo arrivati noi abbiamo cominciato a muoverci verso questo corteo. Questo è ciò che io ricordo.

IDA DENTAMARO. Siamo al 20 o al 21 luglio?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Siamo al 20 luglio, alla prima giornata.
Per quanto riguarda i gas che usiamo sono del tipo CS. Si tratta di gas che corrispondono, anche se con nuovi involucri e di nuova fattura, ai lacrimogeni che abbiamo sempre usato. Non c'è nulla di diverso per quel che riguarda gli aggressivi chimici.

GRAZIELLA MASCIA. Le avevo chiesto il ruolo di Vincenzo Donnini.


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VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il dottor Donnini è dirigente superiore della pubblica sicurezza, ex comandante del reparto di Roma, mio predecessore, e attualmente è consigliere ministeriale presso gli affari generali per ciò che riguarda i reparti mobili. Lei mi ha chiesto anche il ruolo che ha avuto a Genova. Il dottor Donnini è andato Genova prima, ha organizzato la parte logistica di tutta l'operazione: i siti dove dormire, eccetera. Poi, si interfacciava, per così dire, con la questura per ciò che riguardava i servizi giornalieri. La questura chiedeva gli uomini e lui li forniva.
Per quanto riguarda il dottor La Barbera, abbiamo fatto la stessa cosa compiuta per l'addestramento in generale; c'è stato un meeting di una settimana di tre appartenenti alla contea dello sceriffo di Los Angeles, i quali hanno istituito dei formatori. Se le interessa, al tempo in cui questo corso è stato effettuato ancora non avevamo in dotazione i manganelli Tonfa, per cui ce li siamo fatti prestare dai carabinieri.
Per quanto riguarda l'operazione Diaz, sono arrivato alle 23 circa e sono stato invitato in questura dove, come ho già detto, mi è stato comunicato ciò che era stato deciso. Sono sincero, ho perso di vista il dottor la Barbera una volta usciti della questura. So che era presente, però l'ho perso di vista quando siamo usciti dalla questura. Ripeto, so che era lì. Per quanto riguarda tutte le altre domande che mi ha fatto circa l'intervento all'interno della Diaz, i reparti, eccetera, fa parte di quella descrizione contenuta nei documenti che ho qui è che può consultare successivamente.
Sinceramente, credo che il 20 nessuno sapesse cosa sarebbe successo il 21. C'era un corteo molto lungo, sia come persone sia come percorso. Erano stati stabiliti dalla questura dei servizi di controllo di questo corteo ed il nucleo, insieme al


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vicario del reparto della questura, agiva da battitore libero nel senso che stava lì ed interveniva dove, eventualmente, ce ne fosse stato bisogno.
Però, lo ripeto, considerata anche la forma della città di Genova ed il percorso del corteo non era possibile tagliare il corteo a metà con tutto il reparto: eravamo obbligati a seguire dei percorsi per cui era necessario un certo tempo e nel frattempo, evidentemente, le situazioni si andavano modificando.
Per quanto riguarda l'ultima domanda, la risposta è no: all'epoca non conoscevo il sottosegretario Taormina.

LUCIANO VIOLANTE. Dottor Canterini, vorrei sapere quali erano i compiti specifici che avete avuto in relazione alla Diaz. Si trattava soltanto di compiti relativi all'ordine pubblico, quindi all'esterno dell'edificio, oppure vi era stato detto, in questura, che sareste dovuti entrare?
Seconda questione. Lei esclude che il dottor La Barbera le abbia consigliato di non far intervenire i reparti, vista la situazione di tensione che si era determinata?
Terza questione. Lei ha parlato, se non ho capito male, di via Tolemaide ed ha detto che c'erano già i carabinieri schierati e che quando voi siete arrivati sul posto vi siete mossi verso il corteo. Sulla base di quale valutazione vi siete mossi verso il corteo? Forse perché il corteo non era autorizzato? Oppure perché il corteo aveva cominciato a compiere atti di violenza? O per una terza ragione che in questo momento non riesco a capire?
Quarto. Lei ha detto che non c'erano le tronchesi per tagliare la catena del cancello. Vorrei sapere se qualcuno, in questura, vi aveva informato della situazione dei luoghi e, se eravate stati informati, vi era stato detto che il cancello era chiuso in questo modo, oppure non vi era stato detto nulla?


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Quinto. Il mezzo della questura cui lei ha fatto riferimento, quello arrivato con ritardo che doveva servire per portare via i fermati, è arrivato prima o dopo l'irruzione? E, in particolare, il problema dei fermati si è posto prima o dopo l'irruzione?
Sesto. Siete entrati per primi o siete entrati con altri e qual è stata la ragione per la quale siete entrati? Avevate avuto, dall'inizio, un mandato per entrare o si è creata una situazione tale per la quale si è ritenuto necessario che voi entraste?
Ultima questione. I giornali hanno riportato copia di una sua relazione che, se non ho capito male, lei avrebbe affidato all'avvocato Taormina il quale l'ha poi passata ai mezzi di informazione. Vorrei sapere se si tratta della stessa relazione che lei adesso porta qui o di una cosa diversa.

MICHELE SAPONARA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MICHELE SAPONARA. Il dottor Canterini ha parlato di relazioni che ha depositato e che noi non conosciamo. Appare evidente che per porre delle domande utili dovremmo conoscere tali relazioni. Anch'io stavo per chiedere se una delle relazioni sia quella presentata dall'avvocato Taormina a Genova.
Mi sembra si presenti la necessità di leggere queste relazioni.

PRESIDENTE. Nello svolgimento dei nostri lavori abbiamo sempre adottato lo stesso sistema: abbiamo sempre acquisito copia delle relazioni e degli allegati nel corso delle audizioni ovvero subito dopo.


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Il dottor Canterini, nel consegnare i documenti, ci ha comunicato che si tratta di atti riservati in quanto coperti dal segreto istruttorio. Quanto al momento dell'acquisizione, ho chiesto al dottor Canterini, dopo che ha dato lettura della relazione, se intendesse fornire alla presidenza - quindi a tutti i componenti il Comitato - i documenti che aveva richiamato e mi ha risposto che avrebbe preferito consegnarli alla fine. Io ne prendo atto e chiedo nuovamente al dottor Canterini se ritenga opportuno che il Comitato prenda visione di tali documenti in questa fase, tenendo conto che si tratta di atti riservati.
Appare evidente che se le domande dovessero vertere su tali documenti - sebbene anch'io, come voi, non ne conosca il contenuto - mi vedrei costretto, con ogni probabilità, a disporre la disattivazione dell'impianto a circuito chiuso.
Chiedo nuovamente al dottor Canterini se ritenga di rivedere la sua posizione iniziale in merito alla distribuzione del materiale ai componenti il Comitato.

FRANCESCO NITTO PALMA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRANCESCO NITTO PALMA. Signor Presidente, lei lascia libero il dottor Canterini di depositare subito o al termine dell'audizione la documentazione cui egli ha fatto riferimento nel corso delle sue dichiarazioni. Al fine di rendere più completa la valutazione del dottor Canterini, vorrei far presente che sotto il profilo del segreto istruttorio non mi pare che le relazioni di servizio cui il dottor Canterini fa riferimento possano essere classificate segrete, in quanto, come lei ben sa, presidente, e come credo sappiamo tutti, il segreto


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istruttorio si ancora agli atti compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria nell'ambito del procedimento. Vorrei quindi che il dottor Canterini, nel valutare l'eventuale scioglimento della sua riserva, tenesse presente ciò.
Aggiungo, peraltro, che la relazione del dottor Canterini, se non ho capito male, attiene ai fatti che si sono svolti all'interno dell'istituto Diaz-Pertini nel corso della perquisizione. La conoscenza di questa relazione da parte dei componenti il Comitato in tempi successivi all'audizione del dottor Canterini, inevitabilmente, potrebbe lasciare coni d'ombra che non potranno essere sanati a meno che non si immagini una nuova audizione. Pregherei pertanto il dottor Canterini di valutare l'assenza di segreto istruttorio in ordine a quei documenti e di voler sciogliere la riserva, salvi, evidentemente, i suoi poteri, signor presidente.

LUCIANO VIOLANTE. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCIANO VIOLANTE. Presidente, non è la prima volta che accade che persone audite si riservino di presentare documenti o li presentino. Non mi pare quindi che la situazione presenti particolari connotati di novità. Naturalmente, può accadere che in ufficio di presidenza possiamo deliberare che sia necessario risentire alcune delle persone già audite: questa potrebbe essere la soluzione dei due problemi.

LUIGI BOBBIO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUIGI BOBBIO. Signor Presidente, vorrei fare mia un'osservazione che credo sia oggettivamente insuperabile.


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In relazione ai documenti che il dottor Canterini depositerà, mi sembra di capire, e d'altronde non potrebbe essere diversamente, che le stesse relazioni siano parte integrante di un verbale formato dal pubblico ministero, in quanto depositate all'atto dell'esame di persone informate sui fatti, tanto più considerando il fatto che oggi il dottor Canterini non è più persona informata di fatti, ma è persona sottoposta ad indagine. A questo punto appare del tutto evidente che non solo sarebbe inopportuna la consegna di questi documenti, in quanto, tutto sommato, coperti da segreto di indagine, ma anche a farne oggetto di domande in quest'aula, in collegamento con l'esterno, rappresenterebbe, sia per la domanda sia per la risposta, una violazione del segreto di indagine.
Mi sembra quindi che, in questa fase, proprio con riferimento alle esigenze investigative sottese a queste dichiarazioni, sarebbe non solo non utile ma addirittura impossibile e non consentita questa forma di utilizzazione pubblica di tali documenti. D'altronde, credo che, a meno che la procura di Genova non rimuova il segreto di indagine, anche un'audizione successiva che avesse ad oggetto questi temi sarebbe del tutto irrilevante.

MARCO BOATO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Presidente, a me pare che - se non vogliamo bloccare inutilmente i nostri lavori - sia saggio che il dottor Canterini depositi le relazioni quando avrà terminato la sua audizione (considerato che acquisire i documenti in questo momento oppure tra mezz'ora non cambia nulla), valutando egli stesso come rispondere alle domande che gli rivolgeremo. Dobbiamo tenere presente, che oggi il dottor


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Canterini (come del resto egli stesso ha ricordato) è audito nel ruolo di persona che ci interessa ascoltare ai fini dell'accertamento dei fatti ma anche che egli ha contemporaneamente un'altra veste di fronte alla procura della Repubblica: il dottor Canterini deve valutare questo aspetto.

FILIPPO MANCUSO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FILIPPO MANCUSO. Signor presidente, siamo intenti a proporre la soluzione di una questione di opportunità riguardo ai tempi in cui acquisire e valutare la documentazione offerta, ma non depositata, dal dottor Canterini, ma al tempo stesso ci apprestiamo a risolvere una questione di principio, che trascende il caso specifico.
Del primo aspetto si sono occupati alcuni colleghi; considero tutto sommato relativo l'interesse riguardo ai tempi di questa acquisizione, purché sin da ora si possa non considerare ragionevole la prosecuzione dell'escussione del dottor Canterini che potrebbe rivelarsi, quando non vi sia ancora una cognizione compiuta degli atti che egli offrirà - se li offrirà- tempo perso per quanto riguarda il suo ulteriore svolgimento. Riguardo questo aspetto voglia decidere la presidenza come crede, secondo ragione.
Invece, la questione fondamentale, sottesa a questo profilo particolare riguarda, secondo me, due aspetti: la contraddizione tra teoria e pratica in ordine alla possibilità di tornare ad ascoltare le persone - non dico audite, perché è un termine inaudito - che definirei piuttosto già escusse, ascoltate, sentite. Questo, purtroppo, lo abbiamo sperimentato e non abbiamo ritenuto di riascoltare altre persone.


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PRESIDENTE. Presidente Mancuso, non è esattamente così: ci siamo riservati, nell'ultimo ufficio di presidenza...

FILIPPO MANCUSO. Ho letto che oggi sono state escluse audizioni ulteriori di alcuni funzionari, per esempio il Capo della Polizia.

PRESIDENTE. Non c'è stata una risposta ultimativa...

FILIPPO MANCUSO. Avete consentito, senza smentite, che questa notizia (la decisione di non riascoltare altri funzionari) fosse diffusa e non siamo stati tranquillizzati.
Presidente, vado al nocciolo della questione e mi scuso di queste digressioni. La questione veramente è fondamentale anche se, come ora apprendo, non stabilita ma parimenti comunicata, riguarda il rifiuto o comunque la troppo lunga attesa relativa all'audizione degli ispettori, perché la riserva che vale intorno ai documenti, cioè la mancata acquisizione di un dato pure importante, vale, a maggior ragione, anche per la mancata audizione, finora, degli ispettori: e vale in misura più ampia, perché questa mancata audizione non ci pone in condizione di escutere a fondo non solo gli atti, ma anche le ragioni polemiche o comunque contenziose che traspaiono da questa deposizione. Solleciterei, signor presidente, anche in ragione dell'auspicata speditezza dei nostri lavori, che si decida come si crede, ma che si decida subito quando avverrà il deposito dei documenti del dottor Canterini (sospendendo la sua escussione) per poi definire, dato che sono semplicemente sospese le questioni che riguardano le audizioni, soprattutto quella da svolgere ora o comunque entro un tempo ragionevolmente breve, degli ispettori, la cui posizione appare ogni giorno omogeneamente conflittuale con quello che sembra essere un punto sospeso della nostra indagine.


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PRESIDENTE. Grazie, presidente Mancuso. Non so se i documenti a cui faceva riferimento il dottor Canterini...

FILIPPO MANCUSO. Non credo sia mai stata proposta, e quindi valutata dall'ufficio di presidenza, la nuova audizione, dopo le problematiche affermazioni del colonnello Tesser; del Comandante generale dell'Arma dei carabinieri...

PRESIDENTE. Presidente Mancuso, questa mattina ho dato lettura di due lettere, la prima a firma Zazzaro e l'altra a firma del Comandante generale Siracusa; le eventuali défaillances che sono state in qualche modo evidenziate da questo Comitato, credo che abbiano ricevuto risposta. Tali documenti sono agli atti, in distribuzione: se non è sufficiente, eventualmente il suo capogruppo, onorevole Mancuso, potrà avanzare richiesta nel senso da lei indicato.
Voglio invece soffermarmi sull'argomento che è stato sollevato dall'onorevole Saponara: in data 31 agosto 2001 - possono essere visionati da tutti i componenti del Comitato - abbiamo ricevuto, da parte del dottor De Gennaro, gli allegati alla relazione dell'ispettore Micalizio; tra questi, si trovano le due relazioni a cui si fa riferimento. Presumo, non avendo preso visione dei documenti del dottor Canterini, che siano gli stessi e che siano riservati. Giacché questi documenti sono a disposizione dalla data del 31 agosto, vi invito a farne l'uso che ritenete più opportuno, attesa la nuova figura di indagato del dottor Canterini; credo quindi che si possa continuare nello svolgimento dell'audizione. (Commenti del deputato Mancuso).
Onorevole Mancuso non posso obbligare il dottor Canterini: giacché egli parla di due relazioni che ha dato al dottor Micalizio, mentre il dottor De Gennaro ha inviato due relazioni a firma del dottor Canterini, allegate alla relazione di Micalizio, debbo ritenere che siano le stesse. Anche se scoprissimo


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che non lo sono, intanto, riguardo a quelle due relazioni, credo che il Comitato possa formulare le domande che riterrà più opportune, sempre tenendo conto della posizione di indagato del dottor Canterini.

FRANCO BASSANINI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FRANCO BASSANINI. Adesso il dottor Canterini risponderà alle domande: se, per alcune di queste, il problema derivasse dal fatto che è attivo il circuito televisivo, penso che si debba semplicemente decidere che, a richiesta, si disattivi il circuito. Infatti, a noi interessa conoscere la verità su quanto accaduto: se un ostacolo a ciò deriva dalla pubblicità dei lavori, per alcuni le risposte potranno derogare all'ordinario regime di pubblicità.

PRESIDENTE. Ha ragione, senatore Bassanini, però, oltre al circuito audiovisivo, la pubblicità dei lavori è assicurata anche dal resoconto stenografico. Dunque, credo che non possiamo assolutamente...

ANTONIO SODA. Cosa c'è di segreto?

PRESIDENTE. Non lo so, onorevole Soda: si tratta di un altro problema. Il fatto serio è che sono depositati atti presso la procura della Repubblica e che il signore che stiamo ascoltando è indagato. Credo quindi che vada rispettata la posizione processuale che egli ha assunto. È un rispetto che il Parlamento deve ad un cittadino indagato.

ANTONIO SODA. Può andare via...


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PRESIDENTE. No, se invece noi riteniamo di rivolgere domande, sarà il dottor Canterini a stabilire su quali egli ha già riferito o meno.

ANTONIO DEL PENNINO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANTONIO DEL PENNINO. Presidente, vorrei ricollegarmi alle considerazioni che lei svolgeva poc'anzi, dicendo che le relazioni agli ispettori presentate dal dottor Canterini probabilmente sono le stesse che abbiamo ricevuto dal Capo della Polizia.
Debbo però precisare che le relazioni trasmesseci dal Capo della Polizia sono piene di omissis, sono cioè prive dei nomi. La lettura di relazioni prive di nomi rende evidentemente difficile la comprensione dei fatti, per cui ritengo anch'io che prima di proseguire nelle domande al dottor Canterini, occorra visionare le relazioni da lui prodotte.

PRESIDENTE. La prego dottor Canterini, di voler cortesemente fornire le risposte che lei ritiene di poter dare ai quesiti posti dall'onorevole Violante.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Nella mia relazione ho già detto che sono stato invitato al meeting svoltosi in questura nell'immediatezza dell'operazione, nel corso del quale mi si comunicava quello che c'era da fare. Fra tutti presenti, il dottor La Barbera mi disse che c'era stato nel pomeriggio un lancio di sassi verso nostre auto che stavano lì...(Interruzioni). Nel pomeriggio-sera, non mi ha specificato l'ora, comunque in precedenza. Quindi, la questura, o comunque qualcuno, avrebbe dato corso al procedimento ai


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sensi dell'articolo 41 al fine di rinvenire le presumibili armi improprie che potevano essere lì dentro ed occorreva pertanto il supporto del nucleo del reparto per entrare all'interno della scuola.

LUCIANO VIOLANTE. Doveva entrare il reparto?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il reparto era di supporto; non era stato stabilito se il reparto dovesse entrare primo o dopo.

LUCIANO VIOLANTE. Non era, quindi, stato stabilito?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il reparto era di supporto al personale che materialmente doveva effettuare l'ingresso. Si è, quindi, verificato che nel momento in cui siamo arrivati abbiamo trovato un cancello con una grossa catena ...

LUCIANO VIOLANTE. Mi scusi: «di supporto» vuol dire che non dovevate entrare o si doveva decidere sul posto se entrare o meno a seconda delle circostanze?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Già nel meeting di cui dicevo prima si decise che noi dovevamo entrare nella scuola, in quanto non eravamo stati destinati all'esterno, anche perché all'esterno c'erano i Carabinieri. Pertanto, effettivamente, con i funzionari della DIGOS, i miei uomini sono arrivati al cancello ed hanno cominciato a cercare di forzarlo. Vista, ripeto, la mancanza di un attrezzo atto a recidere la catena e vista la resistenza del cancello, abbiamo fatto uso di un mezzo del reparto. Una volta aperto il cancello, tutti, cioè il nostro reparto, il personale in borghese


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che usava la pettorina con la scritta «polizia» e il personale del nucleo anticrimine, siamo entrati nel cortile della scuola.

LUCIANO VIOLANTE. Siete entrati tutti insieme?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Sì. Con riferimento al discorso di via Tolemaide, dato che eravamo impegnati nella zona di via Torino, dove l'operazione è stata lunga anche perché abbiamo dovuto rimuovere barricate e così via, preciso che siamo arrivati in via Tolemaide in un momento in cui probabilmente - dico probabilmente, e mi scuso se non posso essere troppo preciso, perché le assicuro che la situazione operativa era veramente complicata e confusa, a cui va aggiunta la scarsa conoscenza personale dei luoghi di Genova - ho visto - posso dire solo quello che ho visto e ciò che ho fatto insieme ai miei uomini - nostri mezzi schierati, un reparto di carabinieri che veniva insieme a noi, un fronteggiarsi con una frangia abbastanza violenta e tumultuosa del corteo e tutto il corteo che si scorgeva perché la strada era in salita. Se fosse o meno un corteo poi non lo so. So che c'era un numerosissimo gruppo di persone che ci gettava addosso molotov e quant'altro. A questo punto, dopo che siamo arrivati noi ed anche i carabinieri, il funzionario presente - che le assicuro non conosco e non saprei neanche indicare -, il quale probabilmente aspettava i nostri rinforzi, ha detto di procedere: abbiamo così cominciato ad avanzare. In questa fase si è verificato un episodio: una ragazza si era sentita male ed uno dei miei uomini le ha prestato la maschera; peccato che non lo abbia inquadrato nessuno...!

LUCIANO VIOLANTE. Forse non ne hanno parlato, ma lo hanno inquadrato.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Con riferimento alla domanda se il mezzo della


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questura è arrivato prima o dopo, ripeto che la vicenda va inquadrata nel senso che al comandante del reparto sono state impartite disposizioni già prese. Non ho, cioè, partecipato alla fase organizzativa. Comunque, mi scusi, ma da vecchio poliziotto o da vecchio militare, io le tronchesi le avrei portate, così come avrei portato anche un bel mezzo grande per portare via velocemente i fermati. Queste operazioni è bene che si facciano con una certa velocità.

LUCIANO VIOLANTE. Ma era stato preventivato che ci sarebbero stati fermati?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. È nella normalità di questo tipo di operazioni. Se si va in un edificio occupato da persone, la probabilità di portare via qualche fermato è molto elevata. E, comunque, sarebbe stata buona norma - mi scusi se mi dilungo su questo aspetto, ma lei capisce quanto mi interessa - circondare l'istituto, cosa che invece non è stata fatta.

LUCIANO VIOLANTE. Ma i carabinieri non facevano questo?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Non lo so. Con questo si entra, purtroppo, nell'argomento del quale si diceva prima. In ogni caso, dall'istituto sono state viste fuggire persone mentre arrivavamo noi ed ho con me un ritaglio di giornale che riporta la testimonianza resa da una vicina dell'istituto, la quale dice che durante la perquisizione lei vedeva persone che uscivano da dietro l'istituto stesso. Le assicuro che, se potessi, le risponderei molto volentieri per il rispetto che porto a questo Comitato, perché non intendo assolutamente essere reticente.


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Per quanto riguarda il discorso relativo all'avvocato Taormina, se vuole chiarisco i miei rapporti con lui, così forse eviterò altre domande, se qualcuno avesse intenzione di farle. Dunque, ho preso il numero di telefono dell'avvocato Taormina chiamando il 12 dal mio cellulare. Ho composto il numero, mi ha risposto una persona dell'ufficio, la quale mi ha detto che l'avvocato Taormina sarebbe stato presente in ufficio nel pomeriggio. Nel pomeriggio mi sono, poi, presentato e l'avvocato Taormina ha avuto la bontà di ricevermi. Quando gli ho chiesto, ancora non indagato, di rappresentarmi per salvaguardare la mia onorabilità visto ciò che era stato scritto sui giornali, egli mi ha subito detto che non poteva al momento ascoltarmi in quanto non poteva assumere alcuna mia rappresentanza o incarico professionale perché avrebbe, come minimo, dovuto chiedere ai suoi referenti istituzionali.

FRANCESCO NITTO PALMA. Stiamo ponendo domande sul rapporto cliente-difensore!

PRESIDENTE. Non lo so, non è stata assunta la difesa. Poiché l'onorevole Taormina è un sottosegretario di Stato, credo che la domanda sia legittima.

LUCIANO VIOLANTE. La domanda è un'altra. Poiché Il Giornale ha pubblicato la versione dell'avvocato Taormina in ordine a tale vicenda...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Le stavo appunto spiegando questo.

LUCIANO VIOLANTE. Sì, ma è stato interrotto. La prego di continuare.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. L'avvocato Taormina, precisandomi che non poteva


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ascoltarmi perché avrebbe dovuto fare riferimento ai suoi referenti istituzionali, intendeva chiudere la conversazione. Confesso che allora ho detto che avrei voluto parlare con lui in qualità di sottosegretario di Stato e lui mi ha risposto che se intendevo fare ciò avrei dovuto sapere che tutto quello che avrei detto sarebbe stato riportato ai referenti istituzionali ed eventualmente all'autorità giudiziaria. All'avvocato Taormina, quindi, non ho consegnato alcun documento; ho semplicemente esposto i fatti come avevo già fatto di fronte al magistrato e al dottor Micalizio.

LUCIANO VIOLANTE. Quindi non ha consegnato nessun documento scritto?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. No.

LUCIANO VIOLANTE. Va bene, ho capito.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Poi l'avvocato Taormina si è riservato di decidere in merito alla questione. Mi ha telefonato il giorno successivo dicendomi che non poteva rappresentarmi e che quello che aveva appreso lo aveva fatto presente al ministro e ne aveva fatto oggetto di una relazione inviata all'autorità giudiziaria. Mi ha anche inviato il testo di un comunicato stampa che, effettivamente, il giorno dopo ho visto pubblicato. Successivamente non ho avuto altri rapporti con l'avvocato Taormina.

LUCIANO VIOLANTE. La ringrazio.

LUIGI BOBBIO. Dottor Canterini, sempre con la premessa doverosa e ormai - ritengo - più che chiarita del rispetto e della considerazione che noi tutti dobbiamo avere verso la sua


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attuale posizione giudiziaria (per la quale, peraltro, le testimonio subito la mia solidarietà), le voglio porre alcune domande alle quali lei, proprio in considerazione delle premesse, potrà valutare direttamente se sia in grado o meno di rispondere. Ritengo che, malgrado la mancata visione e comunque - ribadisco - la non utilizzabilità in futuro delle relazioni cui lei ha fatto cenno, a varie domande possa comunque utilmente rispondere.
Vorrei sapere da lei quale dirigente superiore le consigliò di sospendere l'operazione, cioè se può indicare la persona che le diede tale consiglio. Lei ha parlato poi di una riunione operativa, successiva a quella di carattere decisorio, alla quale fu chiamato a intervenire. Vorrei sapere se lei è nella condizione di riferirci cosa si stabilì in concreto in tale riunione operativa, chi vi ebbe parola, e, sostanzialmente, chi disse cosa per arrivare alle determinazioni operative finali.
Lei ha indicato il fatto che non furono portati strumenti idonei a forzare ostacoli o - come si dice in gergo - a vincere resistenze, in particolare tronchesi o mezzi pesanti affinché fossero utilizzati per lo sfondamento. A chi possiamo dichiarare ascrivibile, dal punto della responsabilità operativa, tali inadempienze tecniche sul campo? Chi, sostanzialmente, ha omesso di disporre tali accorgimenti e chi poteva farlo nella fattispecie (trattandosi, sempre risalendo alla premessa fondamentale, di una operazione di polizia giudiziaria che, quindi, doveva essere condotta e diretta, sotto tutti i profili, da un ufficiale di polizia giudiziaria)? Può dirci, secondo la sua esperienza - peraltro notevole - quanto doveva e poteva durare un'operazione di quel genere senza tali mancanze o defaillances operative, e può dirci quanto durò invece effettivamente l'operazione in questione, dal suo inizio (lo schieramento delle forze sul terreno) fino a che l'ultimo arrestato (in


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quanto, se vogliamo essere un po' più tecnici, dobbiamo parlare di arrestati e non di fermati ) fu portato via dalla Diaz?
In prossimità della Diaz, vi erano sul posto dirigenti, funzionari, dirigenti superiori? Ci può fornire il quadro individualizzato dei soggetti di alto o altissimo grado, sia di polizia giudiziaria sia di pubblica sicurezza, fisicamente presenti alla Diaz? Nel caso che essi fossero presenti, ci può dire quale fu il comportamento materiale di tali persone? Ci può dire se qualcuno di loro entrò fisicamente nella Diaz? Ci può dire (ove mai vi sia stato qualcuno o anche se non sia entrato alcuno di loro nella Diaz) se tali persone si presentavano alla sua vista dotate di casco, di manganello o comunque di altro materiale relativo a un'operazione di polizia giudiziaria?
Un'altra domanda riguarda lo stato d'animo, in quanto lei è chiamato anche a verificare questo aspetto e lo fa con la sua nota professionalità: quale era lo stato d'animo delle forze dell'ordine, in particolare del reparto mobile del VII nucleo - se non ho capito male - sotto il suo comando. Si è parlato, ritengo con grande superficialità e leggerezza, di tensione, di vendette, ma vorrei sapere bene, dal punto di vista di chi comanda e conosce la forza in campo, quale era lo stato d'animo degli uomini che lei conosce e che ha diretto in questa come in tante altre operazioni.
Vorrei poi sapere da lei, che è stato sottoposto ad una così grave conclusione sul piano propositivo, come valuta l'inchiesta ministeriale che è stata condotta nei suoi confronti.
Voglio tornare all'episodio della Diaz: sul posto giunsero giornalisti od operatori televisivi? In particolare, essi erano già lì quando voi siete arrivati e, in caso contrario, dopo quanto tempo dall'arrivo dell'intera forza di polizia giunsero? Una volta entrati nella Diaz, o subito prima di entrare, i suoi


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uomini, per ciò che è a sua conoscenza, dovettero reagire ad attacchi? In una parola: in qualche caso avete usato la forza di vostra iniziativa o solo a causa degli attacchi degli occupanti? Complementare a questa è una delle ultime domande: chi entrò per primo nella Diaz? Voi, come reparto mobile, o elementi della polizia giudiziaria? I funzionari di polizia giudiziaria, prima di procedere all'attività di polizia giudiziaria - parlo sempre della Diaz -, avevano operato una ricognizione dei luoghi? Le cosiddette guide erano state inviate o meno sul posto?
Vorrei tornare all'episodio del furgone bianco. A proposito del momento in cui voi vi siete schierati per procedere al blocco di tale furgone e al suo controllo, lei ha fatto riferimento a manifestanti che si sono staccati dal corteo, si sono travisati e hanno opposto resistenza nei vostri confronti. Tali manifestanti si sono travisati subito, appena vi siete schierati a difesa del furgone? Vorrei porre un'ultima domanda. Lei ha parlato di due paramedici presenti sul furgone: sono stati identificati come tali (e, in tal caso, può fornirci i nomi?) o si presentavano come paramedici nel senso che sembravano avere un compito di questo tipo?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma.Torno a ripetere che la riunione operativa cui sono stato invitato in questura è stato un semplice atto di comunicazione di disposizioni ad una delle componenti che doveva operare. Non avendo partecipato a riunioni precedenti, e non so quindi rispondere alle domande in merito che lei mi ha rivolto. Sinceramente, sono arrivato in quella sede ed erano presenti i funzionari che ho già nominato, i quali si sono poi trasferiti alla scuola Diaz. Il prefetto La Barbera mi ha fatto presente cosa avrei dovuto fare con il mio nucleo e successivamente il dottor Mortola, il dirigente della DIGOS di Genova, mi ha


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comunicato che avrei dovuto dividere il nucleo in due colonne, portarle alla scuola Diaz, seguendo due itinerari diversi, e riunirle poco prima di arrivare all'obiettivo. Ricordo che il dottor Mortola ed un suo funzionario sono saliti sui mezzi in testa alle due colonne. Sulle ragioni per cui non siano state utilizzate le tronchesi o non sia stato circondato l'edificio, non le so quindi rispondere. Certo, i tempi dell'operazione sono stati lunghi, in quanto non vi era un mezzo per evacuare subito i fermati. Bisogna poi considerare che non si doveva solamente evacuare i fermati, ma che occorreva soccorrere anche le persone ferite. C'era quindi un via vai.....

LUIGI BOBBIO. Si è trattato dei tempi normali, oppure...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. In merito ai tempi delle operazioni di polizia è difficile rispondere, perché queste possono essere impostate perfettamente ma poi sul posto può accadere qualsiasi cosa. Non si possono quindi definire tempi standard per le operazioni. Diciamo che nella normalità un'operazione di questo genere avrebbe dovuto richiedere all'incirca un'ora o un'ora e mezza al massimo. La pregherei di non chiedermi di essere esatto sui tempi effettivi, perché le assicuro che tra la stanchezza, la preoccupazione ed altro ancora, non le so rispondere. Certamente l'operazione non è durata meno di tre ore.

LUIGI BOBBIO. Le avevo chiesto anche di alcuni dirigenti...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Le posso dire che ho perso di vista il prefetto La Barbera quando siamo partiti dalla questura. So che era presente sul posto, come lui stesso dice e come ho letto in diversi articoli di giornale. Lì comunque l'ho perso di vista. C'erano comunque tutti gli altri funzionari che ho nominato e che erano presenti al meeting....


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LUIGI BOBBIO. Chi entrò?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma.
Qualcuno dei funzionari è entrato sicuramente. Lo fece il dottor Luperi, il dottor Gratteri, il dottor Mortara, il dottor Mortola. Entrarono quasi tutti; è chiaro che entrarono. Quasi tutti si diedero poi da fare per comunicare con la questura e cercare di far arrivare questo mezzo, che era quello che poi in definitiva ritardava tutte le operazioni.

LUIGI BOBBIO. Quale era lo stato d'animo delle forze al suo comando?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Mi fa piacere che mi si rivolga questa domanda; la vita degli appartenenti ai reparti mobili è dura, non è facile, ed è spesso sottoposta a forti stress psicologici, a paure - è inutile negarlo - e a lunghe attese improvvisamente sconvolte da eventi violenti. È sufficiente quindi che il personale dei reparti mobili abbia un po' di servizio alle spalle per non avere particolari stati d'animo, anche in presenza di fatti eccezionali, non come quelli della scuola Diaz ma come quelli verificatisi durante i due giorni a Genova. Inoltre, stiamo parlando di persone non scelte ma comunque selezionate. Le assicuro che c'era la normale tensione che tutto il personale ha mentre sta per iniziare un'operazione di polizia. Non c'era alcuna acredine, nessuna «bava alla bocca» da parte di alcuno: glielo posso garantire (Commenti del deputato Bobbio).
Una cosa è certa: è indubbio, e lo sanno tutti, che uno dei miei uomini ha ricevuto un colpo di coltello, e ringrazio il cielo che aveva un corpetto protettivo, la cui superficie di plastica è stata profondamente incisa. Le posso assicurare che il colpo


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era stato inferto con una certa violenza. Questo ragazzo sicuramente non ha «tenuto» il colpo, ma ha reagito. Questo avvenimento è agli atti, come è agli atti il fatto che vi sono state persone che, entrando, hanno visto lanciarsi contro delle sedie e quindi hanno reagito. Ciò fa parte del lavoro, dell'ingresso in un posto sconosciuto e, inoltre, al buio. Ribadisco che si era al buio, perché c'è stato un filmato che smentisce questo fatto asserendo che vi era la luce. Se volete, posso spiegare il filmato, se ciò può essere oggetto di interesse da parte della Commissione.

LUCIANO VIOLANTE. Lo spieghi pure!

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Ho visto come tutti - non ho assistito a visioni private né ad ulteriori visioni - il filmato proiettato su Canale 5, in cui peraltro il commentatore smentiva ciò che andavo affermando. Penso di poter dire che due elementi sono certi nell'inchiesta giudiziaria, sia per testimonianze portate dalla polizia, sia per testimonianze di altri: al momento dell'irruzione la luce venne spenta e, mentre eravamo nel cortile intenti a forzare la porta, ci venne gettato contro diverso materiale. Vi posso assicurare, che vi sono testimonianze univoche in questo senso.
Chi ha visto il filmato e, come me, in quanto interessato, se lo ricorda bene, avrà notato come in esso vi sia innanzitutto un'inquadratura strettissima: si vedono solamente caschi di personale appartenente al nucleo, nonché una porta già aperta ed una luce accesa. Subito dopo, la telecamera si sposta sulla destra e si vede un portone già aperto con gente che vi passeggia davanti. L'inquadratura successiva va al primo piano, dove si vede già una persona con la pettorina «Polizia». Inoltre il commentatore ha smentito il fatto che arrivavano


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oggetti dall'alto: tutto verissimo, ma non era quello il momento dell'irruzione, era un momento successivo.
Poiché l'argomento mi tocca particolarmente, leggendo gli atti, vi accorgerete che proprio questo filmato conferma quanto è stato affermato dai miei uomini, soprattutto nella parte in cui si vedono soltanto i caschi dei miei uomini che entrano in azione.

LUIGI BOBBIO. Le avevo posto una domanda sull'ispezione ministeriale.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Senatore Bobbio, sono andato davanti agli ispettori ministeriali con una serie di documenti che descrivevano perfettamente, almeno dal punto di vista del reparto e dei suoi appartenenti, cosa era accaduto alla Diaz. Ne ho parlato diffusamente per un'ora; ho commentato ogni singolo rapporto; sono stato ascoltato con molta attenzione; successivamente, a seguito di quanto affermato, pensavo che una verbalizzazione delle mie affermazioni e una acquisizione di tali documenti, perfettamente inerenti a quanto andavano indagando gli ispettori, fossero automatiche. Ciò non è avvenuto. Ripeto, a questo punto, nulla posso fare; non posso imporre....(Interruzione del deputato Mancuso).

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Non ho potuto fare altro che andare via. Poi, sono venuto a sapere che dovevo essere destituito, oppure.... Ripeto: riporto notizie di stampa...(Interruzioni del senatore Bobbio).

PRESIDENTE. Senatore Bobbio, non è possibile procedere in questo modo. Lei non può fare un interrogatorio in merito ad ogni risposta!


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Il dottor Canterini, cercherà di rispondere a tutte le domande.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Dagli appunti che ho preso, nel momento in cui siamo arrivati alla Diaz, non erano presenti televisioni. Quando, invece, sono uscito dalla scuola - e parlo di pochi minuti dopo - ce ne erano già moltissime.

ALOIS KOFLER. Lei ha affermato che i suoi uomini sono entrati nella scuola insieme ad altri agenti. Può escludere che agenti di altri reparti fossero entrati ancora prima della sua irruzione o dell'irruzione dei suoi uomini? Inoltre, ha potuto riscontrare se altri agenti avessero agito in borghese, con il viso parzialmente coperto? Terza e ultima domanda: è usuale che agenti, in operazioni di polizia giudiziaria, operino a viso anche parzialmente scoperto?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Ho già detto che abbiamo operato in un edificio che non era circondato. Inoltre, la parte non visibile dell'edificio, dal lato in cui operavamo, era costituita da tubi innocenti perché vi erano lavori in corso. Pertanto, con ciò, penso di averle risposto; non so dire se qualcuno c'era prima o dopo.

MARCO BOATO. Il collega ha chiesto se qualche altro agente delle forze di polizia sia entrato prima di voi.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Intende dire contestualmente o prima?

ALOIS KOFLER. Prima!


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VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Come faccio a saperlo se non ero presente!

ALOIS KOFLER. Quindi, non può escluderlo.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Non posso rispondere. Non essendoci stato, non posso rispondere. Gli agenti che lavorano travisati.... È materia di indagine....

FABRIZIO CICCHITTO. Credo di poter «verbalizzare»- non vorrei suscitare con ciò un'altra reprimenda dell'onorevole Sinisi - le sue risposte, quando dico che il dottor La Barbera le ha dato l'ordine di intervento e che lei esclude invece che poi le abbia mormorato, davanti alla scuola Diaz: «non è cosa, lasciamo perdere». Le porgo ora una domanda e le chiedo scusa se può sembrarle strana, al punto in cui ci troviamo: chi comandava l'operazione e quale era l'ufficiale di polizia giudiziaria? Leggendo, infatti, i documenti, questo aspetto non mi è ancora chiaro; l'interrogativo si fa più pressante, anche alla luce di contraddizioni, di problemi operativi minimali, ma significativi, che lei ha messo in evidenza, come per esempio, l'assenza di tronchesi ed il ritardo nell'arrivo del mezzo destinato ad accogliere i manifestanti fermati. Le risulta la presenza alla Diaz di agenti del nucleo prevenzione e anticrimine di Roma e, se erano presenti, quale funzione hanno svolto? Era, per caso, presente il dottore Giardullo e, se era lì, quale funzioni ha svolto? Quale gruppo dei reparti operanti è entrato per primo alla Diaz? I carabinieri sono stati interpellati (addirittura ci fu un rapporto ai vertici) per circondare - e questo è un punto importante - tutta la zona o solo la scuola? Ciò non è chiaro, ma è emerso dalla nostra discussione che i carabinieri furono chiamati per circondare


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tutta la zona. Poichè lei rappresenta -un reparto mi corregga se sbaglio - di tutela dell'ordine pubblico ed era in corso una operazione di perquisizione, c'era un coordinamento tra la vostra azione di ordine pubblico e quella dei reparti specializzati (DIGOS o SCO, se non erro) che dovevano svolgere l'operazione di perquisizione?
La mia domanda deriva anche da un'altra questione; mi sembra che l'operazione si sia «inceppata» poiché è mancato, mi sé parso di capire dalla lettura degli atti, un raccordo fra chi svolgeva l'operazione di mantenimento dell'ordine pubblico e chi, invece, quella della perquisizione; è mancata poi l'indicazione dei reperti. C'è stato quel fagotto famoso, portato via dal dottor Mortola, che ha annullato la possibilità di responsabilizzare, in modo individuale, i soggetti; pertanto successivamente, poichè la responsabilità penale è personale, la magistratura ha dato una valutazione di difformità rispetto a tutti coloro che erano stati investiti.
Ultimo punto: cosa è accaduto alla scuola Diaz? La polizia ha fatto il suo ingresso, picchiando coloro che si trovavano nei sacchi a pelo o vi è stata, invece, una azione di contrasto, nel senso che quando la polizia è entrata, è andata incontro ad una reazione molto violenta e ciò, con la complicazione dello spegnimento della luce, ha determinato una situazione di scontro violentissimo? Ricordo che vi sono stati 15 feriti, per quanto riguarda il suo reparto, e molti altri fra i dimostranti.
Tuttavia, il problema è di comprendere se tali dimostranti siano stati feriti in assenza di una loro reazione o se invece si sia determinato uno scontro provocato da un certo tipo di reazione, non soltanto dinanzi ad oggetti che piovevano dall'alto, ma anche per scontri «corpo a corpo», complicato dal fatto che si era in assenza di luce.


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Un'ultima domanda fa riferimento ad un episodio del quale abbiamo letture diverse: è vero che vi è stata una colluttazione nell'atrio della scuola che ha avuto come protagonista l'onorevole Mantovani?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Per quanto riguarda l'ordine ricevuto dal prefetto La Barbera, ho già detto che non ho mai ricevuto nessuna direttiva che andasse nel senso di impedire od interrompere l'operazione. Ripeto, il prefetto La Barbera è il capo della direzione di prevenzione. Si stava svolgendo un'operazione di polizia giudiziaria, alla presenza - e con questo rispondo anche all'altra domanda- di moltissimi funzionari, tra cui un prefetto. La Barbera, due dirigenti superiori, il dottor Luperi e il dottor Gratteri, e un infinità di primi dirigenti che hanno il mio stesso grado.
Pertanto, se un prefetto preposto alla prevenzione, in fase operativa, mi consiglia di interrompere l'operazione - e magari il consiglio non doveva essere rivolto a me, ma alla persona a ciò delegata dal questore di Genova, che le posso assicurare ancora oggi non conosco - le pare che come minimo, non mi faccio tramite presso il funzionario della DIGOS o qualcun altro? Quindi, non ho ricevuto un ordine di tale genere.
Presente sul posto, oltre al nucleo, vi era numerosissimo personale in borghese che indossava la pettorina con la scritta «Polizia», che aveva il casco e lo sfollagente), nonchè personale del nucleo prevenzione crimine, riconoscibile perché, al posto della pettorina o della tuta, indossava l'uniforme atlantica (chiamiamo uniforme atlantica quella costituita dalla camicia a maniche corte).
Per quanto riguarda i carabinieri, li ho visti fronteggiare la folla numerosa che nel frattempo si era riunita davanti alla


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scuola. Se ve ne fossero degli altri dietro l'edificio, non so dirlo. Non si tratta di segreto istruttorio, ma i primi uomini arrivati hanno riferito di persone che fuggivano da dietro la scuola.
Per quanto concerne l'onorevole Mantovani, non so dirle nulla, dal momento che non saprei nemmeno riconoscerlo (Commenti del deputato Cicchitto).

GIANNICOLA SINISI. Ringrazio il dottor Canterini per la sua relazione, anche perché ha avuto il merito di spiegarci le condizioni operative nelle quali si trovano a lavorare 75 o 78 uomini che hanno fatto quattordici ore di servizio...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Erano un po' meno, perché mancavano i feriti.

GIANNICOLA SINISI. ...e che vengono richiamati - 75 dei 78 che fanno parte del reparto, si legge nella sua relazione - anche a distanza sostanzialmente di un'ora dalla cessazione del servizio per riprenderne un altro assai impegnativo. Ella, pertanto, ci ha fornito un quadro assai significativo delle condizioni operative nelle quali il suo reparto si è trovato impegnato.
Ho cinque questioni da porle molto rapidamente: in primo luogo, vorrei sapere da lei, avendo affermato che l'efficienza del reparto è responsabilità del comandante, se partecipa personalmente partecipa alla selezione del personale del reparto mobile e, segnatamente, se ha partecipato alla selezione anche del nucleo sperimentale per l'intervento di ordine pubblico.
La seconda questione è la seguente: per la prima volta, lei ci ha parlato, nel momento in cui è arrivato in questura, quando la decisione di procedere alla perquisizione era già


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stata assunta, della presenza di due ufficiali dell'Arma dei carabinieri. Potrebbe dirci chi erano e quale grado, nonché quali funzioni, essi rivestissero?
E ancora: partecipando alla riunione operativa, ancorchè la decisione fosse già stata assunta, può dirci se lo stato dei luoghi venne descritto in quella sede e, se lo fu, fu poi diverso da quello che voi constataste recandovi sul posto?
Vorrei poi chiederle se l'unica motivazione che le venne rappresentata per l'intervento alla scuola Diaz fu quella della rappresaglia o dell'assalto alle pattuglie di perlustrazione, oppure se le parlarono anche della presenza di circa 200 persone vestite di nero che si aggiravano per via Cesare Battisti.
Infine - credo di riportare un dato oggettivo presente nella relazione e pertanto non ritengo di violare alcun dovere di riservatezza - lei parla nella relazione di 16 feriti complessivi tra le forze di polizia, di cui 15 del reparto da lei diretto ed un agente, con riferimento al quale indicato viene indicato un omissis. Conferma che i feriti furono 16, di cui addirittura 15 nel suo reparto?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il comandante del reparto mobile non partecipa alla selezione del personale che verrà adibito a compiti di reparto mobile. Vi è una selezione per entrare in polizia; una volta completate le scuole, vi sono delle aliquote di personale destinate al reparto mobile ed altre che vengono destinate ad altri compiti. Pertanto, me li vedo arrivare, non li seleziono!
Per quanto riguarda il nucleo, anche lì vi è stata una commissione che ha ispirato i criteri di selezione. Questi criteri sono stati applicati da altri, soprattutto dalla équipe medica.
Gli ufficiali dei carabinieri presenti erano due sottotenenti.


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Per quanto riguarda la descrizione dei luoghi che avremmo trovato, nulla mi è stato detto. Sulle motivazioni dell'intervento, mi è stato detto che c'era da fare questa perquisizione in una scuola, probabilmente occupata da elementi turbolenti o addirittura dai black bloc.
Infine, non so a cosa si riferisca l'onorevole Sinisi quando afferma che nella mia relazione ho parlato di 15 feriti del reparto e uno di un altro reparto. Sinceramente ricordo perfettamente i 15 del reparto.

PRESIDENTE. Lei ha detto che il documento parla di 15 più 1, quindi 16: l'onorevole Sinisi ha chiesto conferma circa il numero dei feriti del suo reparto.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. I 15 del reparto li confermo.

GIANNICOLA SINISI. Nel documento risultano 15 del reparto ed un agente.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Chi fosse quest'agente non lo so. Io confermo i 15 del reparto.

GIANNICOLA SINISI. L'ha scritto lei, non l'ho scritto io.

FILIPPO ASCIERTO. Una domanda che ci era sfuggita è la seguente. È chiaro che non sono intervenuti da soli, né autonomamente. Risulta da alcune dichiarazioni sui giornali che quando sono intervenuti all'interno c'era già qualcuno. Ci può confermare o chiarire tutto questo?

PRESIDENTE. Onorevole Ascierto, già sul punto è stata posta la domanda. Comunque la riformuliamo e vediamo cosa intende rispondere.


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VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Quella comunicazione è strettissimamente collegata.

FILIPPO ASCIERTO. La mia non è propriamente una domanda, è un'affermazione. Si tratta di un attestato di stima nei confronti dell'operato sia del comandante sia dei suoi uomini.

GABRIELE BOSCETTO. Dottor Canterini, non posso esimermi dal manifestare gli stessi sensi di stima della sua professionalità che le ha testé recato l'onorevole Ascierto. Però devo dirle che sono profondamente deluso da quello che lei ha tentato di rappresentarci questo pomeriggio. Io mi attendevo, sul suo onore di soldato, di uomo d'ordine, di riuscire a comprendere quello che è accaduto quella sera nella scuola Diaz (in parte Diaz, in parte Pertini). Comprendo che ci sia qualche riserva di carattere istruttorio, ma mi pare che di questi fatti si sia tanto parlato, tanto scritto sui giornali, tante dichiarazioni abbia reso anche lei, che lasciare coni d'ombra - come diceva l'onorevole Palma - in relazione all'invocazione di un segreto istruttorio non sia satisfattorio per un Comitato parlamentare che si sta impegnando come il nostro.
Le vorrei sollecitare una sintesi che, come tale, non deve essere a pezzetti, perché le sintesi devono essere rapide e concise, ma chiarificatrici di quanto accaduto. Lei era il comandante del reparto mobile, è entrato in quella scuola: noi vogliamo entrare con lei in quella scuola, per sapere cosa è accaduto, perché in fondo è l'ultimo tassello che manca al nostro lavoro. Noi dobbiamo comprendere cosa è successo alle scuole Diaz e Pertini, se ci sono stati contrasti, se ci sono state violenze gratuite da parte della polizia, se le violenze eventuali della polizia sono dovute agli attacchi dei manifestanti, se ci sono stati feriti causati gratuitamente dalla polizia, se le


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persone sono rimaste ferite perché si sono messe in contrasto con la polizia, se c'erano feriti già del giorno prima che erano lì ricoverati in un ospedale provvisorio. Questo lei ci deve dire e a mio avviso non può uscire di qui senza avercelo detto.

PRESIDENTE. La sua osservazione mi sembra un po' forte, senatore Boscetto.

GABRIELE BOSCETTO. Mi perdoni, è il mio carattere...

PRESIDENTE. Io capisco l'enfasi, però la invito a controllarsi.

GABRIELE BOSCETTO. Sono 33 anni che faccio l'avvocato penalista: talvolta, non riesco a contenermi.

PRESIDENTE. Ma se poi altri fanno i magistrati non ne usciamo più.

GABRIELE BOSCETTO. Sulla mia prudenza di avvocato penalista, qui prevale il mio senso istituzionale e direi anche la simpatia che ho per il dottor Canterini. Queste mie affermazioni non ci sarebbero se non avessi stima e simpatia per lui.
Pertanto, parto già dal presupposto che questi signori, black bloc, pacifisti, semi-pacifisti, che avevano avuto in uso dagli enti autarchici locali alcune scuole e che quindi avrebbero dovuto tenere aperti i loro cancelli e accese le luci, non avrebbero dovuto negarsi all'ingresso della polizia. Si sono invece negati: hanno chiuso i cancelli, hanno spento le luci, tutto quello che abbiamo visto. La prego, ci racconti in tre minuti cosa è accaduto.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. La professione di avvocato penalista credo che...


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GABRIELE BOSCETTO. Non ironizzi.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Non mi permetterei mai, senatore Boscetto. La prego di ascoltare tutto quello che ho da dire.
Lei capisce che sta parlando una persona indagata su questi fatti, che ha depositato presso la procura della Repubblica di Genova documenti strettamente inerenti a tali fatti: si tratta di documenti che ho qui con me - l'ho detto al signor presidente - e che depositerò, così potrà leggerli e farsi tutte le idee che vuole. Quindi, le confermo che non c'era alcuna intenzione di ironizzare nei suoi confronti. In secondo luogo, capisco anch'io quest'ansia, e anzi avrei anch'io ansia di dire quello che voglio dire...

GABRIELE BOSCETTO. Signor presidente, ho chiesto alcune risposte in modo accorato e qui mi si negano...

PRESIDENTE. Tutto il Comitato ne prende atto, senatore Boscetto. Lei è una parte del Comitato: quando fa una domanda è come se la formulasse tutto il Comitato. Pertanto, la risposta che il dottor Canterini ha dato, è indirizzata a lei ma anche a tutto il Comitato, perché la nostra è un'indagine conoscitiva che non riguarda né lei né altri, ma tutti. Quindi, se ha ritenuto di rispondere in questo modo noi ne dobbiamo solo prendere atto e ci auguriamo che quel documento a cui fa riferimento illumini esattamente i fatti e le circostanze oggetto della sua domanda.

IDA DENTAMARO. Non formulerò alcuna domanda concernente l'episodio della scuola Diaz. Auspico soltanto, molto semplicemente, che ove il Comitato dovesse ritenersi non soddisfatto dalla lettura dei documenti depositati dal dottor


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Canterini - che corrispondono, peraltro, a quelli consegnati all'autorità giudiziaria -, possa eventualmente riconvocarlo. In questo momento mi sento di essere più garantista rispetto ad altro tipo di sollecitazioni, che non curiosa di anticipare per sintesi i risultati di quella lettura.
Mi soffermo, invece, sulla questione dell'ordine pubblico. Il dottor Canterini ha sottolineato - a mio avviso, giustamente - l'importanza dell'addestramento degli uomini addetti all'ordine pubblico. Con specifico riferimento a Genova ha parlato di situazioni - ripeto le sue parole - «ad alto rischio, ad alto impatto psicologico e adrenalinico». Abbiamo sentito - ed è ormai un fatto notorio - che, almeno nell'ambito dei carabinieri, in quei giorni di Genova per i servizi di ordine pubblico sono state impiegate unità di personale non particolarmente addestrate, personale molto giovane in servizio da poco tempo e addirittura in servizio di leva. Lo ha ammesso esplicitamente anche il ministro dell'interno davanti al Parlamento valutando che tale percentuale, (se la memoria non mi inganna, il 27 per cento dei carabinieri prestava servizio di leva) a suo avviso, era bassa; personalmente, invece, dissento, ritenendola una percentuale molto alta rispetto alla circostanza. Quindi, è stato impiegato personale non qualificato per i servizi di ordine pubblico.
Viceversa, all'interno della zona rossa, vi era personale altamente specializzato e qualificato, ovvero personale ugualmente qualificato, per esempio il battaglione Tuscania, era stato tenuto di riserva. Di fronte a questa situazione, le chiedo, per nostra conoscenza, se tale valutazione sull'importanza e sul carattere fondamentale dell'addestramento e sul fatto di impiegare uomini addestrati nei servizi di ordine pubblico sia una sua valutazione personale (non le sembri ingenua la domanda) o, in generale, faccia parte della formazione di chi


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si occupa di ordine pubblico a livelli di responsabilità e se comunque, rispetto ai giorni in cui a Genova si è svolto questo summit, fossero stati impartiti input, indicazioni, direttive a questo proposito, ossia sull'aspetto dell'impiego del personale e da chi erano stati impartiti. Questa è la prima domanda, a latere della quale chiedo al presidente che il Comitato possa acquisire una dettagliata specificazione - lo dico in maniera imprecisa e me ne scuso - dei reggimenti o reparti o battaglioni o nuclei diversi delle forze dell'ordine impiegati all'interno e all'esterno della zona rossa.
La seconda domanda riguarda gli eventi di venerdì 20 luglio. Lei ha parlato di numerosissimi manifestanti violenti e di lancio di bottiglie molotov: le chiedo se sia in grado di precisare, almeno in parte, una quantificazione; vorrei sapere sia quanti fossero i manifestanti violenti rispetto al complesso sia quante bottiglie molotov possiamo ipotizzare siano state lanciate e utilizzate.
Infine - mi corregga se sbaglio - mi pare che lei abbia affermato che i suoi uomini sono arrivati sul luogo in cui i carabinieri erano in maggiore difficoltà in ritardo per intervenire. Tuttavia, anche voi avete constatato, come risulta da molte testimonianze pubblicate dagli organi stampa, che almeno 500 uomini della Polizia erano presenti, ma non sono intervenuti né stavano intervenendo quando siete sopraggiunti. Mi può confermare tale ricostruzione, che traggo dalla sua precedente esposizione ?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Senatrice Dentamaro, confermo pienamente ciò che ho detto sull'addestramento. Con riferimento a qualsiasi gruppo di persone - costituito o meno da militari - che debba


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affrontare situazioni che hanno inevitabilmente un forte impatto psicologico, è chiaro che più esso è addestrato e meglio affronta tali situazioni.
È proprio questo lo scopo che abbiamo cercato di raggiungere nell'addestrare a Roma, nella nuova caserma di Ponte Galeria, pressoché tutti gli appartenenti ai reparti mobili che hanno preso parte al servizio di Genova. Se lei ricorda, nella mia relazione ho parlato di 2.850 operatori dei reparti mobili ed è pressoché la totalità degli uomini che operativamente hanno partecipato al G8 di Genova; ne mancano 100-150 che sono quelli addetti ai cosiddetti servizi di accasermamento, i meccanici e così via.
Tuttavia, le posso assicurare che chi materialmente ha operato sulla strada è stato addestrato e - non perché l'abbia fatto io - è stato addestrato bene. Magari una persona che non si intende di queste cose non ci fa caso, però numerosissime testimonianze televisive hanno mostrato i reparti che, anche in situazioni di ordine pubblico perturbato, rimanevano inquadrati, né vi era alcuno che andasse avanti. È stato anche mostrato il famoso battito di sfollagente sugli scudi che tanto ha colpito l'immaginario e che non è altro che un sistema per far sì che la prima fila dello schieramento batta un passo che consenta a tutti di stare sulla stessa fila e di non mandare avanti nessuno: è una cosa assolutamente tecnica e non ha nessun risvolto psicologico.

IDA DENTAMARO. Io non ho assolutamente messo in dubbio ciò, anzi ho specificato di condividere questa sua valutazione...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Lo stavo dicendo adesso...


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IDA DENTAMARO. Quindi, non aveva concluso su questo punto.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Assolutamente no. Per quanto riguarda gli agenti di leva che ancora sono presenti da noi, le posso assicurare che a Roma ve ne è una quantità pressoché infinitesimale; sono pochissimi, non so esattamente quanti, ma su circa 1.000 uomini sono nell'ordine di decine. Mi riferisco al reparto di Roma, per ciò che mi concerne. Tutti coloro che hanno prestato servizio a Genova erano persone già fornite di notevole esperienza di ordine pubblico. Mi ha domandato delle molotov...

IDA DENTAMARO. Mi scusi, non vorrei insistere eccessivamente, ma sono costretta a farlo. Lei sta rispondendo per quanto riguarda il suo reparto e, quindi, su ciò che corrisponde ad una sua scelta.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Per quanto riguarda l'addestramento mi riferisco a tutti i reparti italiani.

IDA DENTAMARO. Vorrei sapere se ciò corrisponda ad una direttiva ricevuta. Infatti sappiamo, ed è acclarato, che per i carabinieri non è stato così. Le chiedevo, quindi, se vi siano state disposizioni di carattere generale, riguardanti tutti i corpi, che prescrivevano di prestare attenzione all'aspetto dell'addestramento. Evidentemente no, poi trarremo le nostre conclusioni...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Quale aspetto? Mi scusi, non ho capito quale sia l'aspetto.


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IDA DENTAMARO. Quello dell'addestramento del personale. Vorrei sapere se fosse stato raccomandato in via generale a tutti i responsabili della scelta del personale da inviare a Genova e, in particolare, da adibire alle operazioni di ordine pubblico, di inviare personale particolarmente qualificato. Vorrei sapere se vi siano stati input, indicazioni, direttive di carattere generale in questo senso. Ciò proprio perché - come lei molto giustamente, a mio avviso, ha sottolineato - questo è un elemento particolarmente importante ai fini della riuscita della tenuta dell'ordine pubblico.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. I numeri che ogni reparto ha portato Genova, da soli facevano la scelta. Considerando in partenza che chi è al reparto è già suo malgrado (perché lo fa tutti i giorni) particolarmente addestrato, noi abbiamo portato a Genova una percentuale elevatissima del reparto. Per quanto riguarda le raccomandazioni fatte, tutti durante l'addestramento sono stati informati della delicatezza della situazione che si sarebbe trovata e, quindi, dell'attenzione che bisognava porvi. A tale proposito le posso anche dire che, durante l'addestramento dei reparti, si sono considerate le situazioni che ci siamo trovati a fronteggiare precedentemente (ad esempio, prime file di dimostranti muniti di scudi o di «gommoni»). Già l'addestramento stesso, dunque, invitava gli uomini a prestare tutta l'attenzione possibile.
Per quanto riguarda le molotov ed il numero delle persone che ci siamo trovati a fronteggiare, le riconfermo ciò che ho detto prima, anzi le dirò qualcosa di più. La grande differenza che si è trovata rispetto ad altre simili manifestazioni con turbative dell'ordine pubblico da parte di persone che adottano questo tipo di tattiche è stata la differenza numerica. In un corteo di 10 mila manifestanti, allorquando si verificano


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turbative serie all'ordine pubblico (quando, cioè, si cominciano a fare barricate, a tirare pietre o molotov), di tutti i manifestanti sono al massimo un centinaio quelli che ci fronteggiano realmente. Magari, poi, avranno dietro il supporto logistico di qualcun altro, però, chi materialmente guardiamo in faccia, sono 100-120 persone: vi è un rapporto di uno a dieci. Questo rapporto, a Genova, era molto più elevato. Anziché 100 persone, a Genova, ne avevamo di fronte 400- 500.

IDA DENTAMARO. Su 10 mila?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Su 10 o su 100 mila. Chi avessero dietro non lo so, io parlo di quelli che guardavo in faccia: erano 400-500 persone, o anche 600, che non agivano ognuno per conto proprio, ma avevano una strategia precisa. Chi lanciava la pietra, infatti, normalmente non lanciava la molotov, e viceversa. I costruttori di barricate erano tutti raggruppati insieme. Mi spiego meglio: da un angolo o da un riparo potevano uscire improvvisamente 200 persone che, tutte insieme, tiravano sampietrini; una volta che queste avevano fatto il loro lavoro e si erano ritirate da un'altra parte, uscivano 30-40 persone che tiravano 30-40 molotov. Le molotov, dunque, erano molte e rispondevano ad una precisa strategia.
Per quanto riguarda l'arrivo in via Tolemaide, ripeto che siamo arrivati insieme ad un contingente di carabinieri. Probabilmente il dirigente del servizio, in quel momento, aspettava noi come rinforzi perché, una volta arrivati, abbiamo cominciato a muoverci ed abbiamo cercato di allontanare queste persone (non so se fossero 500, ma erano molte).

ANTONIO SODA. Vorrei chiedere al dottor Canterini se segua una specie di filo logico. Mi è parso di capire che il


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questore di Genova nel programmare i piani ed i servizi di tutela dell'ordine pubblico (la zona rossa, la garanzia per i pacifici manifestanti) avesse previsto anche l'obiettivo dell'isolamento dei violenti. Si vedono tante immagini di piccoli gruppi che saccheggiano, devastano e così via. Vi sono anche molte testimonianze della mattina del 20: il corteo delle tute bianche parte dallo stadio alle 13,30, ma la città è stata già saccheggiata da gruppi piccoli (si vedono nelle immagini). Ho anche capito che i violenti, i black blokers per intendersi (quelli che poi si infiltrano nel corteo, escono, si travestono, si svestono e così via) operano sostanzialmente senza repressione durante il corso di tutta la mattinata perché i 30-40 mila del corteo che debbono, secondo La Barbera, operare la sceneggiata della violazione della zona rossa partono alle 13,30.
Si vuole fronteggiare questo tipo di guerriglia urbana attraverso i reparti mobili. Ho ascoltato lei dire che questi reparti mobili sono formati da circa 8.500 uomini e che sono comunque, ben addestrati. Ho capito anche, dal complesso delle audizioni finora svolte, che la perla dei reparti mobili antisommossa (agili, bene addestrati, esperti di arti marziali, capaci di controllare le tensioni) è per i carabinieri il battaglione Tuscania, per la Polizia il reparto mobile della Celere di Roma. Chiedo allora a lei, che è il comandante di tale reparto, quante azioni di isolamento di questa guerriglia urbana e quanti arresti in flagranza abbia compiuto il suo reparto.
Seconda domanda: lei partecipa alla perquisizione alla scuola Diaz perché, secondo le indicazioni che ci ha fornito il vicecapo della Polizia, deve garantire le conseguenze di un possibile, o probabile, effetto dirompente della perquisizione sull'ordine pubblico (essendo il suo un reparto di ordine


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pubblico, se ho ben capito). Le chiedo se a lei come comandante, ai sottufficiali ed agli agenti del suo reparto sia stata attribuita la qualità, rispettivamente, di ufficiali o di agenti di polizia giudiziaria (in linea generale ed in quella circostanza).
Chiedo a lei, sempre nella sua qualità di comandante del reparto: quanti manganelli del reparto medesimo macchiati di sangue sono stati sequestrati dall'autorità giudiziaria? Le chiedo ancora se corrisponda a verità tutta la parte virgolettata - quindi attribuita a lei, alla sua relazione - dell'articolo apparso oggi sul quotidiano Il Giornale, nel quale, in particolare, riguardo alla sua relazione, si precisa: «Gran parte della testimonianza s'è poi incentrata sui riscontri alle relazioni di servizio stilate dagli agenti che al seguito di Fournier (Canterini ha spiegato di essere entrato in seconda battuta) sono penetrati nello stabile stracolmo di teppisti fascisti». Così è scritto nell'articolo firmato Gian Marco Chiocci, che prosegue: «A riprova di quanto già messo nero su bianco il 27 febbraio, il comandante del VII ha ribadito che al momento di sfondare i due ingressi della Diaz vi fu una fortissima pressione causata da un'orda di poliziotti che alle spalle spingevano per entrare». Queste sembrano parole sue ma non so chi gliele attribuisca. So che sono tra virgolette...

PRESIDENTE. Scusi, onorevole Soda, ha letto 27 febbraio?

ANTONIO SODA. Ho letto 27 febbraio perché questa data è riportata dall'articolo del giornale. Quindi, l'errore lo correggerà...

PRESIDENTE. Per carità, onorevole Soda; era anche per chiarire l'oggetto di cui stiamo dibattendo.

ANTONIO SODA. Leggo testualmente...


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PRESIDENTE. Prosegua pure.

ANTONIO SODA. Se di errore si tratta - e credo sia così - l'autore del medesimo è il giornalista che ha scritto «27 febbraio». Come dicevo, nell'articolo, facendo riferimento alle sue parole, il giornalista scrive: Vi fu una fortissima pressione causata da un'orda di poliziotti che alle spalle spingevano per entrare. Tantissimi sbirri, molti in borghese, travisati da fazzoletti, con pettorina blu e scritta Polizia, casco Ubbot,, sfollagente, più altri in divisa atlantica (indossata dagli uomini del Nucleo prevenzione crimine). Una volta dentro, ha insistito Canterini, lo spettacolo che si trovò davanti non fu dei più edificanti. Via radio rimbombava la voce di Fournier che intimava a tutti di chiamare soccorsi, di tornare subito fuori e inquadrarsi nel piazzale. «Effettivamente gli uomini del reparto - ha raccontato il dirigente Celere - erano stati fatti inquadrare nel cortile dell'istituto, dove io li raggiungevo e sempre dal cortile contributivo allo sgombero dei feriti ed a quello dei fermati».
Le chiedo, quindi se il suo reparto sia entrato dopo se abbia trovato la situazione qui descritta e se, quindi, le resistenze, i lanci degli oggetti e quant'altro perdurassero quando già era avvenuto questo pandemonio.
L'ultima domanda che le rivolgo è se questo suo reparto mobile così ben addestrato, insieme ad altri analoghi reparti mobili, abbia mai ricevuto ordine di contrastare la guerriglia urbana con la tecnica suggerita dalla Direzione di prevenzione crimine, ossia l'accerchiamento, l'isolamento e l'arresto.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Se non erro, lei ha chiesto quante azioni e quanti arresti abbiamo fatto...


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ANTONIO SODA. Mi riferisco alla mattina prima della partenza del corteo.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Lei deve considerare che, operando in piazza, non si matura una visione generale dei servizi disposti; quindi, se lei mi chiede cosa ho fatto la mattina, io glielo dico. Se, invece, mi domanda perché le tute bianche siano partite alle 13,30, non posso risponderle...

ANTONIO SODA. Le ho posto una domanda molto più semplice. Quando si provvede ad effettuare degli arresti, si redigono dei verbali sui quali si deve scrivere cosa il reparto ha compiuto. Si scrive che, in flagranza di questi atti, si sono compiuti tanti interventi, con tanti arresti di delinquenti, malviventi, black bloc - li chiami come vuole - sorpresi nell'atto di saccheggiare, devastare, assalire, fare violenza. Quanti verbali e quante azioni e quanti arresti? Dovrebbero essere tutti documentati.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Se lei con «azioni» intende qualcosa che inevitabilmente sfocia in un arresto, le devo confessare che i nostri fermati sono stati cinque e che sono stati portati nei luoghi deputati a ricevere i fermati...

ANTONIO SODA. In flagranza?

VINCENZO CANTERINI. Dirigente del I reparto mobile di Roma. Sì, in flagranza...

GIANCLAUDIO BRESSA. In quale occasione?

PRESIDENTE. Colleghi deputati e senatori, vi pregherei, di formulare le domande dopo, sempre che abbiate tempo a disposizione.


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ANTONIO SODA. Per correttezza, signor presidente, vorrei precisare che, quando abbiamo audito il generale dell'Arma dei carabinieri sulla scorta dei dati degli arrestati, il 99,9 per cento degli arrestati - tutti, escluso, per così dire, il blocco della Diaz - costituivano casi di arresto per oltraggio, resistenza, eccetera. Dunque, sto chiedendo, visto che eravate un reparto mobile antisommossa, ben addestrati, preparati nelle arti marziali...

PRESIDENTE. Onorevole Soda...

ANTONIO SODA. ...quanti ne avete presi di costoro mentre spaccavano tutto, come hanno visto tutti gli italiani in televisione.

PRESIDENTE. Onorevole Soda, mi pare che lei ha formulato la domanda; credo altresì che il nostro ospite le stia rispondendo.
Voglio ricordare a lei ed ai colleghi del suo gruppo che hanno chiesto di intervenire dopo, che dispongono solo di tre minuti. Devono ancora intervenire il senatore Bassanini, l'onorevole Labate ed il senatore Iovene.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Le azioni che hanno portato al fermo di alcune persone sono state quelle da me dianzi precisate; se poi, con l'espressione «azione», si intende azione di contrasto portata contro persone che, ripeto, lanciavano oggetti e costruivano barricate sulla strada, queste sono state molte di più. La qualità di agente o di ufficiale della polizia giudiziaria è insita in ognuno di noi dal momento in cui entriamo in Polizia...

ANTONIO SODA. E allora lei mi permetterà, signor presidente, i dirigenti, gli ispettori, i sovrintendenti...


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PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Soda, a cosa tende...

ANTONIO SODA. ... gli appartenenti alla Polizia di Stato sono agenti o ufficiali se l'ordinamento glielo attribuisce, non tutti...

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Soda: lei non è d'accordo sulla risposta; quale precisazione, allora, intende fare?

ANTONIO SODA. Voglio dire che non tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato sono, per ciò stesso, automaticamente - come, invece, avviene per i carabinieri - agenti di polizia giudiziaria. Lo sono soltanto coloro ai quali l'ordinamento attribuisce tale qualifica. Voglio sapere se ai componenti del reparto in questione sia stata attribuita la qualità di ufficiale o di agente. L'audito sa se è ufficiale di polizia giudiziaria o no. Non può dire che lo è in quanto indossa la divisa; deve esserci stata una attribuzione espressa.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Cosa intende per attribuzione espressa?

ANTONIO SODA. Quello che intende il codice di procedura penale all'articolo 57.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Noi eravamo in supporto...

ANTONIO SODA. Chiedo ciò per capire se potevano entrare o meno nell'istituto, visto che le perquisizioni devono essere compiute da ufficiali della polizia giudiziaria...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Noi eravamo in supporto al personale che svolgeva una attività di polizia giudiziaria, quindi...


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ANTONIO SODA.... non dagli addetti all'ordine pubblico.

PRESIDENTE. D'accordo, onorevole Soda. Mi pare che l'audito abbia risposto.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Prendo atto della circostanza, a lei già nota, che noi abbiamo manganelli sporchi di sangue, perché io ancora non lo so.

ANTONIO SODA. Lo dicono tutti i giornali. Oltre a rilasciare le interviste, legga anche quanto scrivono i giornali. Ne parla anche Il Giornale!

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Confermo la circostanza che abbiamo avuto un sequestro di manganelli; esattamente, non ricordo quanti.

ANTONIO SODA. Uno, due?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Credo 71, ma sull'esattezza del numero non sono sicuro (certamente, però, siamo in questo ordine di grandezza). Ripeto, prendo atto che tali manganelli sono sporchi di sangue, visto che io, sinceramente, non ne ero a conoscenza.

PRESIDENTE. Onorevole Soda, l'audito ha risposto.

ANTONIO SODA. Lei sa che cosa provoca?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Io non lo so; il magistrato non mi ha comunicato che i manganelli sono sporchi di sangue...

ANTONIO SODA. Un grande addestramento, una grande efficienza e poi... (Commenti)


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LUIGI BOBBIO. Sta offendendo le forze dell'ordine!

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I Reparto mobile di Roma. Scusi, onorevole, non ricordo la sua ultima domanda.

ANTONIO SODA. Le chiedevo se, come è scritto nell'intervista da lei rilasciata, siate entrati dopo.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il giornalista può dire quello che vuole; non posso né confermare né smentire, visto che non ho parlato con il giornalista e considerato altresì che si tratta di circostanze riferite al magistrato.

ANTONIO SODA. Se questa era una domanda, l'altra che le avevo posto è se, essendo entrati, come reparto, successivamente, abbiate trovato quanto nell'articolo viene descritto ed attribuito alla sua relazione.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. L'ho detto al magistrato.

PRESIDENTE. Dunque, evidentemente sussiste un motivo per il quale non intende rispondere.

ANTONIO IOVENE. Vista la brevità del tempo a disposizione sarò telegrafico. In precedenza, rispondendo ad alcune domande, lei ha sostenuto che ancora oggi non sa chi fosse stato delegato dal questore a dirigere l'azione presso la scuola ex Diaz. Le confesso che sono rimasto un po' stupito e colpito da questa sua affermazione e, quindi, le chiedo: lei è andato a compiere quell'operazione senza sapere a chi, in quel frangente, dovesse rispondere e a quali direttive dovesse in qualche modo dare seguito ?


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La seconda domanda che voglio formulare riguarda sempre la perquisizione nella scuola ex Diaz. Dai materiali che ci sono stati forniti questa mattina - allegati alla relazione del dirigente generale dottor Micalizio ed in parte riportati anche dai giornali - risulta che sia il cancello esterno sia i portoni interni erano chiusi e sbarrati e si è dovuto procedere allo sfondamento dell'uno e degli altri, in particolare di un cancello in ferro. Invece, su il Giornale del 3 agosto scorso viene riportata tra virgolette una relazione di un vice sovrintendente della pubblica sicurezza .....

PRESIDENTE. Arrivi alle domande, senatore. Scusi se insisto, ma è per correttezza nei confronti dell'onorevole Labate.

ANTONIO IOVENE. ... in cui si afferma che il portone del lato sinistro veniva aperto dall'interno da un collega in borghese: questa differenza di notizie che ci sono state riportate a cosa può essere attribuita ?
Per quanto riguarda la terza questione la perquisizione nell'ex Diaz ha monopolizzato la nostra attenzione, ma questa mattina dalla relazione del presidente della Federazione nazionale della stampa è emerso come ci sia stata contemporaneamente un'altra perquisizione in un locale posto di fronte all'ex Diaz, cioè la scuola Pascoli, dove si trovava il centro stampa. In quel luogo sono stati effettuati una serie di atti violenti, riportati dalla stampa: vorrei quindi sapere cosa ha motivato la perquisizione anche nel locale posto di fronte, fuori dai cancelli ? C'erano stati atti di violenza anche in quella situazione ?

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore. Le comunico che ha esaurito il tempo a disposizione del suo gruppo.


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VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. È vero, sul posto non ho individuato un funzionario che dirigesse tutta l'operazione. In ogni caso, le ricordo che nella mia relazione ho affermato che il nucleo fu diviso in due colonne, a capo delle quali erano due funzionari della DIGOS; quindi, per ciò che mi concerne, i miei uomini erano a disposizione del dottor Mortola e del suo collega.
Mi scusi, senatore, cosa mi ha chiesto in merito al portone ?

ANTONIO IOVENE. Risulterebbe da una relazione che il portone è stato aperto.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Se risulta da una relazione, lo sa il magistrato. Sulla perquisizione della Pascoli non posso dirle nulla, perché non sono stato interessato alla stessa; non l'ho disposta io: non le posso quindi rispondere.

SAURO TURRONI. Vorrei chiedere al dottor Canterini quali siano stati gli impieghi del suo contingente la mattina del 20, prima delle ore 13,30, e se i suoi uomini siano stati coinvolti negli incidenti o li abbiano fronteggiati. Nella sua relazione ha parlato di via Torino, però non ha detto se vi siano state altre circostanze che hanno interessato la città, appunto, dalle 10 di mattina fino alle 13,30.
Vorrei porle una seconda domanda, connessa a questa: il suo contingente era fra quelli che, secondo l'ordinanza del questore - che disponeva le modalità con cui sarebbero stati impiegati gli uomini durante il vertice -, dovevano occuparsi di inseguire, circondare ed accerchiare i manifestanti più pericolosi, essendo i più addestrati a svolgere quel tipo di operazioni ?


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Terza domanda: a che ora all'incirca siete arrivati in via Tolemaide? Non le chiedo l'orario preciso, perché ho visto che nella relazione ci sono delle discrepanze in proposito: mi interessa sapere se si tratta di un'ora in più o in meno, cioè se ciò è avvenuto in corrispondenza della prima carica dei carabinieri oppure successivamente.
Lei ha già risposto al mio collega a proposito dell'intervento nel centro stampa, ma noi, signor Presidente, non siamo ancora riusciti a capire chi siano i soggetti che sono entrati: apprendiamo dalle relazioni che si è trattato di 275 uomini, ma non sappiamo chi è entrato. Prendo atto che gli uomini del dottor Canterini non sono andati - almeno così ci viene detto -; nel centro stampa quindi, non sono loro i responsabili della distruzione e della manomissione del materiale che era in quel luogo.
Lei ha affermato che il 21 fatta eccezione per la vicenda del furgone bianco, durante la quale i suoi uomini hanno potuto interloquire con taluni manifestanti, non ci sono state azioni di contrasto e che in tutta quella giornata il vostro contingente ha rincorso non so cosa. Essendo esso il fiore all'occhiello della Polizia d essendoci stati in quel giorno, più che scontri, delle azioni molto violente nei confronti della città, quali sono le sue considerazioni sul fatto che voi non siete stati impiegati per contrastarle ?
Intendo porle una sola domanda sulla scuola Diaz: nella relazione del Ministero dell'interno - quella dell'ispettore che poi abbiamo ascoltato - a proposito dei 63 feriti si afferma che 3 di questi avevano una prognosi riservata, 4 una prognosi buona, il 18 per cento - cioè 12 - dai 21 ai 40 giorni di prognosi e così via. Tutto ciò è successo solo perché la luce era spenta e quest'ultima si è spenta tutto in un colpo, cioè c'è stato qualcuno all'interruttore generale oppure si è spenta


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e si è riaccesa tutto d'un colpo ? Quel filmato cui lei ha fatto riferimento mostra infatti che le luci nella scuola sono accese e non sembra essere passato tanto tempo. Immagino che lei sia entrato con la luce accesa, dato che ha visto le persone colpite, come ho letto in una sua relazione; quindi, dopo pochi minuti le luci erano già accese e non credo sia stato possibile ridurre in quelle condizioni molte persone al buio.
Quindi, vorremmo capire, ammesso che questo sia possibile, come effettivamente si sono svolti i fatti, in quanto ci sono stati quindici suoi uomini colpiti, a meno che non siano stati colpiti da «manganello amico». Credo sia stata una vicenda molto lunga, perché per ridurre in quelle condizioni molte persone non bastano pochi secondi. Quando lei è entrato, la luce era accesa? Cosa continuava a succedere? Le chiedo se può rispondere a queste domande.
Infine, poiché abbiamo ascoltato i rappresentanti della stampa, vorrei sapere se nelle relazioni che i suoi collaboratori hanno poi presentato siano riportati casi - che peraltro abbiamo visto in numerosi filmati - di operatori televisivi, fotografi e giornalisti inseguiti e privati delle loro macchine fotografiche o le cui macchine fotografiche siano state danneggiate.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Soprattutto il giorno 20, quando - come ho detto - gli interventi sono stati numerosi, il tempo aveva un valore molto relativo. Sinceramente, lo scorrere del tempo era un pochino anomalo rispetto alla norma: potevano passare un'ora, due ore ed era la stessa cosa.
Sia il 20 che il 21, noi abbiamo iniziato normalmente il nostro servizio facendo riserva vicino alla questura. Poi, il vicario o un altro funzionario - ma normalmente il vicario - si univa a noi e guidava il reparto dove riteneva o dove egli


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era stato ordinato. Nella giornata del 20 abbiamo sostato un pochino vicino alla questura, poi ci siamo fermati in una piazza e abbiamo fatto riserva lì; ricordo che in direzione di via Torino vi erano nostri mezzi cancellati, avevano aperto dei cancelli per impedire che entrassero i dimostranti. Ad un certo punto, questi mezzi sono stati assaltati e con il vicario, dottor Lalla, abbiamo cominciato a scendere su via Torino per sbucare in un'altra piazza diverso tempo dopo. Su via Torino abbiamo contrastato quelle persone che ho detto e, in più, abbiamo smontato 4 o 5 barricate, fatte soprattutto con i cassonetti e con le campane della nettezza urbana. Arrivati nella piazza in fondo, credo, a via Torino - mi scusi, ma non conosco Genova e non avevo interesse alla toponomastica perché facevo quello che mi veniva ordinato -, vi è piazza Gradoni, vicino alla quale c'è la caserma della stradale, anche questa interamente occupata da manifestanti piuttosto violenti; con lancio di lacrimogeni abbiamo liberato la piazza e abbiamo cercato di fare un caposaldo su di essa. Inoltre, abbiamo cercato di intervenire, ma era già passato tutto, in quanto alcuni manifestanti dall'alto avevano cominciato a bersagliare di sassi la caserma della polizia stradale lì vicino. Finito ciò, abbiamo sostato per qualche tempo alla caserma della polizia stradale e poi ci siamo recati in via Tolemaide. Non so dire, sinceramente, che ore fossero: le direi una cosa inesatta sapendo di dire una cosa inesatta, anche perché - le ripeto - la concezione del tempo era un pochino persa in quel momento.
Per quanto riguarda il furgone bianco, il giorno 21, sempre partendo dalla questura e seguendo gli ordini del vicario di Genova che era in contatto con la centrale, venivamo spostati,


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anzi ricordo che questi spostamenti diventavano anche un pochino difficoltosi perché dietro avevamo un VCT, un mezzo blindato adatto...

LUCIANO VIOLANTE. A guadare?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del primo reparto mobile di Roma. A guadare magari no, ma a far saltare quelle piccole barricate che facevano. Dunque, questo fatto ci procurava anche un pochino di disagio nelle strade strette, per cui abbiamo girato molto - sono sincero - quasi tutta la giornata. Poi abbiamo terminato la giornata alla caserma della stradale non perché questa avesse necessità che ci fossimo noi davanti, ma perché era un punto strategico e ci avevano sistemato lì. Successivamente, siamo rientrati e poi c'è stata l'operazione alla scuola Diaz.
Per quanto concerne l'operazione alla Diaz, sinceramente eravamo tanti, siamo entrati in tanti e la luce era spenta. Le posso dire che la luce fu spenta - ciò si vedeva perché i vetri del portone erano opachi - nel momento in cui cominciavamo a forzare e, se abbiamo visto qualcosa, è perché in un secondo tempo fu riaccesa, ma comunque ricordo una luce soffusa. Non so se avevano interrotto l'interruttore generale o se qualche luce era rimasta accesa; comunque, la sensazione della luce spenta si è avuta nel momento in cui abbiamo cominciato a forzare il portone.

SAURO TURRONI. E per quanto riguarda le reazioni...?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del primo reparto mobile di Roma. Non ne ho assolutamente notizia, anzi, se avessi visto una cosa del genere, avrei ripreso chi l'avesse fatto.

FILIPPO MANCUSO. Dottor Canterini, intendo rivolgerle solo queste domande. Qual è la sua posizione processual-penalistica?


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Qual è la sua posizione disciplinare, nel duplice senso del rapporto di servizio e del rapporto funzionale? Chiarisco: lei è personalmente indagato e, in caso affermativo, a che titolo? Lei è sottoposto ad un procedimento disciplinare formale e, in caso affermativo, quali conseguenze ciò ha avuto sul suo rapporto di servizio, cioè di impiegato, di dipendente e sul suo rapporto funzionale, vale a dire sull'attività che lei svolge o ha svolto fino ad adesso?
Signor presidente, mi riservo di formulare altre domande quando sarà chiarito il dilemma della presentazione.

PRESIDENTE. Della stessa persona o della relazione?

FILIPPO MANCUSO. Di quei documenti che si è riservato di depositare successivamente.

PRESIDENTE. Presidente Mancuso, le consiglio tuttavia se già non l'avesse fatto - ma credo che lei l'abbia fatto - di visionare i due allegati alla relazione Micalizio.

FILIPPO MANCUSO. L'ho già fatto, signor presidente, ma ho il forte dubbio - chiarisco così anche le ragioni delle mia rimostranza iniziale - che quei documenti, cui corrisponde l'informativa sia del capo della polizia sia, per altro verso, del comandante generale, non esauriscano tutta la gamma dei dati che egli ci fornirà. Quindi, ecco perché mi riservo...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. La ringrazio, presidente Mancuso. Ho qui con me l'informazione di garanzia che mi è giunta dalla procura della Repubblica di Genova, da cui leggo: «L'ufficio sta procedendo ad indagini preliminari in ordine alle seguenti ipotesi di reato: delitti di cui agli articoli 110, 582, 585, 583, 40, 81 capoverso, 61 numero 9, codice penale perché, in qualità di comandante


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del primo reparto mobile di Roma, in concorso con alti dirigenti, agenti e ufficiali appartenenti alla Polizia dello Stato, nel corso di una perquisizione ex articolo 41 del testo unico di pubblica sicurezza all'interno dell'edificio scolastico Armando Diaz, alla cui organizzazione ed esecuzione partecipava, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, cagionava lesioni personali varie, anche gravi, a persone presenti all'interno del predetto edificio colpite con sfollagente in dotazione o con atti di violenza direttamente o comunque agevolando e non impedendo ad altri tale condotta, così abusando della qualifica di pubblico ufficiale ed eccedendo i limiti del legittimo uso dei mezzi di coazione fisica nell'occasione eventualmente occorrenti». Questa è l'imputazione che ho ricevuto.
Per quanto riguarda l'altra domanda, non sono sottoposto ad alcun procedimento disciplinare e, per ora, la mia amministrazione non mi ha comunicato alcunché.

FILIPPO MANCUSO. Lei continua pertanto a mantenere il suo incarico operativo?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Sissignore.

ANTONIO DEL PENNINO. Signor presidente, debbo fare una premessa. Per formulare la mia domanda sarò costretto a leggere alcuni brani di documenti che ci sono stati consegnati come documenti riservati.

PRESIDENTE. A che tipo di documento fa riferimento?

ANTONIO DEL PENNINO. Mi riferisco specificamente alla relazione dell'ispettore Micalizio...


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PRESIDENTE. Non si tratta di un documento riservato. È un documento che reca il timbro «riservato», ma ci sono gli omissis.

ANTONIO DEL PENNINO. Sì, ma per comprenderlo debbo fare riferimento ad una parte considerata riservata.

PRESIDENTE. Allora non mi sono spiegato, senatore Del Pennino. Se lei fa riferimento a quel documento, nonostante esso rechi un timbro fotocopiato «riservato», contenendo una serie di omissis non è comunque tale.

ANTONIO DEL PENNINO. Va bene. Nel rapporto dell'ispettore Micalizio, si dice che dalla ricostruzione dei fatti è stato confermato concordemente che gli uomini del reparto mobile sono stati i primi ad accedere nella scuola Diaz insieme ad alcuni operatori di altri uffici, ovviamente presenti nelle prime perquisizioni. Per altro verso, come dicevo, fa riferimento a delle dichiarazioni del dottor Canterini contenute nell'allegato 3, che noi abbiamo, rispetto alle quali deduce che si confermava la versione che era stata data dagli altri dirigenti. Successivamente - e qui non è più omissis - ha riferito che il suo personale al momento dell'ingresso nella scuola è stato scalzato da operatori, per cui è potuto entrare nell'edificio solo dopo qualche minuto. Nel corso dell'audizione ha voluto consegnare (è chiaro che il riferimento è al dottor Canterini) una relazione di servizio (allegato 4) evidenziando altresì che, anche sulla scorta di attuali relazioni predisposte dai suoi dipendenti, avrebbe confermato questa versione, cioè che essi sono entrati successivamente.
L'allegato 3, a cui fa riferimento l'ispettore Micalizio nella prima parte della sua relazione - in cui personalmente (ma è una mia valutazione) non vedo questo contrasto così forte


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con l'allegato 4 -, è quello che viene invocato per sostenere l'adesione alla tesi generale. L'allegato 4, invece, di cui do lettura (la relazione del dottor Canterini), dice: «Al momento dell'apertura degli ingressi vi è stata una fortissima pressione causata da tutto il personale presente, in particolar modo da quello in borghese, il quale, nella foga di entrare, ha scalzato gran parte degli uomini del reparto, tanto è vero che insieme a molti componenti del reparto, il dottor (omissis) ed io ci siamo ritrovati in posizione arretrata ed abbiamo potuto accedere all'istituto solo dopo qualche minuto. Preciso che mentre i portoni di accesso venivano forzati ho notato, tramite i vetri opacizzati degli stessi, che all'interno era stata spenta la luce. Una volta entrato all'interno notavo nell'androne del piano terreno recentissimi segni di colluttazione ed una grande confusione di oggetti in terra, tra cui anche bastoni e, mi sembra, un grosso maglio (il buio era pressoché totale). Nel salone sulla destra, sempre al piano terreno, notavo diversi giovani rannicchiati contro il muro, alcuni dei quali feriti alla testa e con numerose tracce di sangue mentre gli agenti in borghese perquisivano i loro indumenti. Proseguivo al piano superiore, ove vedevo grosso modo la stessa scena lungo il corridoio delle aule, quando sentivo attraverso le nostre radio portatili il dottor (omissis) che dava ordine agli uomini di mettere gli sfollagente al fianco e chiamare le ambulanze».
La mia domanda, signor presidente, è la seguente: questo rapporto sembra stabilire - ma voglio averne la conferma dal dottor Canterini - che il reparto mobile non sarebbe entrato per primo, ma sarebbe stato scavalcato da altri reparti. Siccome questo è un punto sul quale abbiamo avuto versioni diverse, vorrei avere dal dottor Canterini un chiarimento.

PRESIDENTE. La domanda è abbastanza semplice: in riferimento alla sua relazione che è agli atti e che non è un


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documento riservato, cosa ha da aggiungere, dottor Canterini a quanto ha appena letto il senatore Del Pennino?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Confermo integralmente la relazione.

MICHELE SAPONARA. Dottor Canterini, lei ha riferito che il suo interlocutore presso la questura di Genova è il vicequestore vicario, dottor Calesini. Vorrei sapere quali azioni furono concordate con il dottor Calesini e quali rapporti ha avuto con lo stesso. Poi verificheremo se il dottor Calesini ha prodotto delle relazioni in proposito. Sa se all'operazione della scuola Diaz abbia partecipato o comunque sia stato presente anche il dottor Sgalla e che ruolo abbia avuto?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il rapporto con il dottor Calesini è stato assolutamente funzionale. Come ho spiegato prima, riceveva ordini dalla centrale operativa della questura, ci dava disposizioni e noi le seguivamo. Peraltro, se lei ammette una nota di carattere personale, devo dire che è stato estremamente sereno, proficuo e, in numerose circostanze, ha espresso il suo apprezzamento per la serietà e la professionalità con cui il nucleo operava. Per quanto riguarda il dottor Sgalla, nulla le posso dire. Posso ripetere ciò che ho letto sui giornali, ma l'ho letto sui giornali. Personalmente non l'ho visto; mi si dice ci fosse, ma io non l'ho visto.

MICHELE SAPONARA. Lo conosce?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Si, lo conosco.

GIANCLAUDIO BRESSA. Dalla ricostruzione che lei è fatto, dottor Canterini, pare di capire che il VII nucleo - che


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sicuramente è uno dei nuclei con maggiore livello di preparazione - non sia mai entrato in contatto per azioni antiguerriglia con il black bloc, che non sia mai stato impiegato laddove i black bloc stavano saccheggiando la città, e che il 21 luglio avete girato molto ma siete stati impegnati solo per il caso del furgone bianco. Allora, per cortesia, mi dice in quale occasione sono avvenuti i cinque fermi? In quale occasione c'è stata la vostra azione che ha portato al fermo di queste persone?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Non so cosa intenda lei per azione antiguerriglia.

GIANCLAUDIO BRESSA. Era riferita ai black bloc.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Sì, ma che cosa vuol dire azione di antiguerriglia? Cosa intende? Che cosa si aspetta che faccia la polizia durante un'azione di antiguerriglia?

ANTONIO SODA. Quello che c'è scritto nella relazione di La Barbera e nell'ordinanza del questore!

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Non le conosco.

GIANCLAUDIO BRESSA. Nell'ordinanza, come ricordava l'onorevole Soda...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Il dottor La Barbera non mi ha fatto leggere nessuna relazione...

GIANCLAUDIO BRESSA. C'è l'ordinanza del questore.


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VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Sì, quella sì,

GIANCLAUDIO BRESSA. L'ordinanza del questore prevede, attraverso la mobilità dei reparti, di essere presenti laddove si presume che alcuni manifestanti violenti possano creare delle azioni...

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Allora è questa l'azione di antiguerriglia! Benissimo! È ciò che abbiamo sempre cercato di fare! È ciò che abbiamo cercato di fare praticamente tutta la giornata del 21. Quindi, abbiamo tentato di accerchiare i manifestanti, respingendoli. Qualche volta ci è riuscito, qualche volta no. Tre sono stati i fermati nelle vicinanze di via Torino e due nelle vicinanze della sede della polizia stradale. Ma il dato va preso con il beneficio d'inventario, perché non ho trattato personalmente la questione (quindi, se vuole, mi documenterò e tornerò a riferirle).

GRAZIA LABATE. Abbiamo appreso le informazioni su tutto il periodo di addestramento. Lei si sarebbe recato a Genova con circa 350 uomini addestrati con quelle tecniche di cui già si è detto e con le modalità che si sono susseguite. In relazione al giorno 21, lei parla di interventi del suo reparto in itinerari tortuosi che non facevano arrivare in tempo nei luoghi dove vi era la necessità. Domando: oltre all'addestramento teorico-pratico, arrivando un po' di tempo prima nella mia città, erano stati messi a disposizione i risultati dei sopralluoghi per la conoscenza toponomastica di Genova? Se è vero che il questore Colucci aveva detto di aver messo addirittura degli scout della questura a disposizione di tutti i reparti, soprattutto di quelli che venivano da fuori Genova, vorrei chiederle se al suo reparto sia stata destinata dalla


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questura di Genova una persona in grado di conoscere la città e quindi di evitare i passaggi tortuosi, che avrebbero impedito di arrivare in tempo sui luoghi dove voi venivate chiamati per sedare i tafferugli.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. Onorevole Labate, gli uomini che ho portato a Genova erano 350 più 80 circa (quindi più di 400). Mi dispiace poi per il dottor Calesini, ma a me lo scout lo ha fatto lui, che conosce benissimo Genova, perché eravamo a sua disposizione. Lui conosceva la città.

GRAZIA LABATE. Quindi, nonostante Calesini, lei faceva giri tortuosi?

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. No! Con Calesini facevamo giri tortuosi, perché conoscendo la città, faceva in modo che non impattassimo il corteo, nell'andare da un posto all'altro.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Dottor Canterini, la vedo un po' perplesso e riservato; d'altronde penso che ognuno di noi al suo posto farebbe la stessa cosa. Del resto dopo aver fatto il proprio dovere e aver rischiato la vita, lei si trova ora anche un'incriminazione. Quindi tutti noi la comprendiamo. Senza voler insistere sulle domande relative all'istituto Diaz-Pertini, le vorrei chiedere un chiarimento: i documenti che lei oggi lascerà al Comitato sono gli stessi che ha depositato alla magistratura? Alla magistratura lei ha presentato, oltre a questi documenti, una relazione? È stato ascoltato? Se è stato sentito e ci sono dati che invece noi non possiamo avere a disposizione, ci può dire, per favore, quali sono perché anche noi stiamo cercando di conoscere la verità da un punto di vista


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non giuridico ma istituzionale e quindi anche per noi è importante, anzi fondamentale, il suo contributo. Se, invece, si tratta di informazioni che non può riferirci, vorremmo conoscerne le ragioni, per poter svolgere tranquillamente la nostra attività.

PRESIDENTE. Grazie, senatrice Ioannucci, per la domanda che ha posto nell'interesse di tutto il Comitato, non perché le altre non lo fossero, ma questa credo lo sia in modo particolare, attesa la particolarità dell'audito.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma. La ringrazio anch'io perché mi permette di chiarire la presentazione di questi famosissimi documenti. Trovo anche giusto il fatto di essere indagato per ciò che ho fatto perché spero, in tal modo, di poter dimostrare come abbiamo lavorato e, con la fiducia che ribadisco nella magistratura di Genova, spero di poter rendere giustizia anche ai miei uomini che, allo stesso modo, sono stati indagati.
Al magistrato di Genova ho presentato i documenti che presenterò qui, nulla di più e nulla di meno, compresa la relazione che è stata letta prima, la relazione del dottor Fournier e la relazione dei singoli capisquadra.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Vorrei sapere se ha rilasciato dichiarazioni verbali alla magistratura che qui non ha riferito. Solo per completezza.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma.
Tutto ciò che è stato detto tra me e il magistrato ha ruotato intorno a questi documenti.


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PRESIDENTE. Il dottor Canterini è stato ascoltato dal magistrato in qualità di teste e successivamente verrà ascoltato come indagato.
La ringraziamo dottor Canterini; prendiamo atto dei documenti cui si fa riferimento. Avverto tutti i componenti il Comitato che si tratta di documenti riservati, identici, nella quantità e nella quantità, a quelli consegnati alla magistratura di Genova, che sta indagando su questi fatti.
Le rinnovo la nostra gratitudine.

VINCENZO CANTERINI, Dirigente del I reparto mobile di Roma.
Anch'io ringrazio lei, signor Presidente, e tutto il Comitato.

Audizione del dottor Oscar Fioriolli, questore di Genova.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dottor Oscar Fioriolli, questore di Genova.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.


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La ringraziamo, dottor Fioriolli; lei ha assunto da poco l'incarico di questore di Genova e quindi le rivolgiamo gli auguri per il suo nuovo lavoro.
Non so se lei abbia una relazione da presentare al Comitato.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. No, non ho alcuna relazione perché, non conoscendo il tema specifico su cui sarei stato audito e avendo assunto la direzione della questura nel periodo cosiddetto «post G8», non pensavo di poter svolgere una relazione né sapevo quale sarebbe stato l'argomento su cui poterla svolgere.

PRESIDENTE. C'è qualche collega che intenda rivolgere domande al questore Fioriolli?

MICHELE SAPONARA. Questore Fioriolli, dalla stampa, e mi pare anche dalle dichiarazioni del magistrato di Genova, abbiamo appreso che vi sono state alcune intercettazioni ambientali di confidenze intervenute tra alcuni manifestanti arrestati, da cui è risultato che accuse di lesioni mosse nei confronti delle forze dell'ordine erano state concordate.
Vorrei chiederle se lei sia a conoscenza della presentazione di denunce per calunnia da parte di forze dell'ordine di Genova.
Vorrei poi sapere se lei sia a conoscenza del numero di episodi per i quali l'autorità giudiziaria procede nei confronti di appartenenti alle forze dell'ordine?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Un episodio accaduto in occasione dell'arresto dei cosiddetti teatranti, quindi dei gruppi austriaci, ha evidenziato una falsità che già era stata espressa nel corso degli interrogatori. Da una intercettazione


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ambientale posta successivamente si è appurato che costoro avevano denunciato violenze che in realtà non vi erano state. Questo episodio ha attirato l'attenzione degli investigatori ed ha portato alla revisione di molte dichiarazioni rilasciate sia ai media (televisione e stampa), sia in sede di interrogatorio formale e sono stati enucleati fatti ed episodi che hanno dimostrato la falsità o l'infondatezza di quelle dichiarazioni.
Questa è quella che io chiamo la terza fase del G8; la campagna di controinformazione per delegittimare le forze di polizia poiché credo che, da parte di alcuni soggetti, vi sia stato questo intendimento .
Dunque abbiamo sicuramente individuato, come dicevo, con la storia dei teatranti austriaci e con altri episodi, alcune dichiarazioni false. Riporto, ad esempio, la dichiarazione rilasciata da un certo Robert Stuck, che ha dichiarato al quotidiano Il Giornale di aver subìto violenze; è stato poi accertato che costui era stato arrestato per devastazione e saccheggio e le violenze denunziate le aveva subìte nei giorni precedenti, attribuendole invece alla fase successiva all'arresto. Vi sono poi altri episodi, ne cito indicativamente alcuni, riportati dai quotidiani Libero e Il Messaggero del 18 agosto scorso che riportano le dichiarazioni di quattro ragazze austriache che lamentano di aver molestie sessuali. Ebbene, queste dichiarazioni rilasciate alla stampa non trovano riscontro in denunce all'autorità giudiziaria o comunque degli organi di polizia. La stessa Susanna Thomas su Il Giornale del 18 agosto parla di stupro (Interruzione del deputato Soda)...

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Come dice?

ANTONIO SODA. No, era solo una polemica sulla riservatezza.


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OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Si tratta di notizie riportate dai giornali, quindi non vi è alcuna riservatezza.
Questa ragazza ha parlato di stupro ma non vi è alcuna denuncia sporta all'autorità giudiziaria o agli organi di polizia.
Altra vicenda è quella di Luca Casarini, che proprio alla trasmissione Porta a porta fa vedere i proiettili dicendo che la polizia aveva sparato contro di loro, mentre quei proiettili, in realtà, erano solo i proiettili dei lancialacrimogeni.

MARCO BOATO. Quella notizia fu smentita la sera stessa nel corso della trasmissione.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Sì, tuttavia lo ha dichiarato e vi sono altre dichiarazioni di questo genere, altri cosiddetti falsi, come la storia dei desaparecidos ad esempio. Vi sono state alcune denunce di scomparsa di soggetti, più volte riferite dai giornali, mentre in realtà si trattava di soggetti arrestati; poiché il soggetto maggiorenne in stato di arresto può decidere di informare o meno i parenti, se decide di non farlo noi non li informiamo.
Si parlava dei black bloc e degli infiltrati che - mi riferisco a dichiarazioni degli stessi Agnoletto, Casarini, Don Vitaliano la Sala - venivano ripresi mentre avevano contatti con forze di polizia: non mi risulta che sia stato acquisito un documento che dimostri un episodio del genere.
L'ultima vicenda riguarda gli ospedali; su di essa vi è stata una serie di dichiarazioni, su vari organi di stampa, con le quali si denunciavano vari abusi commessi all'interno degli ospedali da parte delle forze dell'ordine: violenze ed abusi commessi anche dagli stessi medici. Un'inchiesta che è stata promossa dalla regione Liguria ha appurato che non vi è stato alcun comportamento irregolare né da parte delle forze dell'ordine né parte degli appartenenti all'amministrazione


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ospedaliera. Questo riguarda quasi tutti gli ospedali che sono stati oggetto di queste dichiarazioni. Sicuramente la stampa è stata usata strumentalmente da parte di alcuni soggetti che hanno manifestato in quei giorni, per delegittimare le forze di polizia: la chiamo la cosiddetta « terza fase » del G8. Vorrei semplicemente portare un po' di chiarezza e di verità in una situazione in cui tutti, sostanzialmente, criminalizzavano l'istituzione.
La seconda domanda riguardava le denunce: mi risulta che, al momento, ci sia solo qualche denuncia nei confronti degli operatori di polizia. Non mi risulta che ci siano numerose denunce, ma solo alcune, per il momento.

GRAZIELLA MASCIA. Questore Fioriolli, poiché lei ha assunto il suo incarico dopo le vicende legate al G8, le domande che possiamo rivolgerle - almeno quelle che a me interessa approfondire - riguardano quella che lei chiama la terza fase di disinformazione. Questa mattina abbiamo ascoltato il dottor Serventi Longhi a proposito dell'inchiesta su presunti falsi giornalistici, ma ci è stato detto che in realtà questi presunti falsi giornalistici - si tratta di notizie comunque reperite dalla stampa - sono solamente cinque; penso che ci sia qualche differenza tra un giudizio complessivo e fatti specifici ...

OSCAR FIORIOLLI. Questore di Genova. Queste sono alcune...

GRAZIELLA MASCIA. Le rivolgo l'invito ad essere più preciso relativamente a tutto ciò che lei definisce «falsi giornalistici», perché si tratta di un aspetto significativo e rilevante per la rappresentazione di ciò che è effettivamente avvenuto, compresa la questione degli ospedali. Non so quali


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disposizioni abbiate dato voi, dico voi anche se lei ha assunto l'incarico in un secondo tempo: so per certo, ad esempio, che all'ospedale Galliera la Polizia, non so quale squadra particolare, si trovava sia dentro sia fuori, svolgendo persino un ruolo di accettazione, che all'ospedale San Martino esercitava il personale dell'ospedale. Ho avuto modo di rivolgere delle rimostranze in questo senso.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Onorevole, lei sa che esistono posti di Polizia negli ospedali?

GRAZIELLA MASCIA. Sì, lì c'erano, ma è diverso il ruolo di colui che riceve in quanto titolare dell'ospedale e quello della Polizia che svolge una azione di piantonamento dei detenuti: in quel momento, le garantisco, non esistevano i due ruoli, ma uno solo, esercitato dalla Polizia. Posso dirle anche l'ora ed il giorno: in particolare, era la notte della perquisizione alla Diaz.
Vorrei chiederle, poiché l'ho chiesto anche al dottor Colucci (ma mi pare che non sia ancora giunta risposta), se lei sia a conoscenza del numero di lacrimogeni che sono stati usati durante quei giorni e se ne esiste un bilancio: nei rapporti degli ispettori, dai verbali che risultano (si tratta ancora del venerdì), emerge che una squadra ha affermato di avere esaurito i lacrimogeni (in particolare parlo di via Tolemaide, alle 14 di venerdì ) e che quindi siano stati inviati gli aiuti. Si redige di solito un bilancio al termine di queste operazioni? È in grado di fornirmi un contributo?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Per quanto riguarda gli ospedali, rinvio a relazioni scritte ed indagini svolte dall'ente regione e dall'ente ospedaliero: l'inchiesta dell'ente è stata inviata anche all'autorità giudiziaria. Cito dunque un dato oggettivo.


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Non saprei rispondere alla domanda circa il numero di lacrimogeni, perché ho assunto il mio incarico dopo il G8 e non ho dunque gestito l'attività post G8 relativa all'impiego del materiale: non saprei dire quanti lacrimogeni sono stati sparati durante il G8.

GRAZIELLA MASCIA. E relativamente alla mia domanda circa i falsi giornalistici?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Tenga presente che i falsi giornalistici si riferiscono alle stesse notizie che vengono più volte riportate, non solo dalle diverse testate, ma anche più volte dalla stessa testata, che hanno creato sicuramente la percezione di una Polizia che ha usato la violenza: questo, secondo me, non corrisponde al vero. Vorrei fare chiarezza su un comportamento impiegato dalle forze di polizia, che credo sia stato corretto; è in corso un'indagine dell'autorità giudiziaria che puntualmente riscontrerà se ci siano stati abusi perpetrati da parte della Polizia. Abbiamo riscontrato la diffusione di una serie di notizie che, a mio giudizio, sicuramente delegittimavano l'istituzione.

MARCO BOATO. Questore Fioriolli, mi associo all'augurio di buon lavoro che le ha rivolto il presidente del Comitato. Abbiamo deciso unanimemente di ascoltarla a completamento, nel senso che abbiamo ascoltato non tutti ma una buona parte dei funzionari e dirigenti dei vari corpi di polizia, compreso il suo predecessore e ci sembrava utile, a completamento del lavoro che questa settimana termineremo, ascoltare anche lei. Dico ciò, perché il fatto che lei non possa presentarci una relazione scritta ha come corrispettivo la difficoltà di rivolgerle domande.
Prima di chiederle chiarimenti relativi ad un paio di questioni, vorrei fare una premessa rispetto a ciò che lei ha


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affermato poco fa con molta pacatezza: non c'è ombra di dubbio che ci sia anche chi ha interesse a delegittimare le forze di polizia, ma credo di poter dichiarare con assoluta serenità che non fa parte del Comitato. Come il presidente ha letto all'inizio dell'audizione, il Comitato non ha compiti di accertamento di responsabilità e non ha poteri inquirenti, ma ha l'obiettivo di ricostruire i fatti con maggiore completezza possibile: non sarebbe mai stato istituito, soprattutto durante il periodo estivo, se non fossero state riscontrate una serie di anomalie che nulla tolgono, almeno dal nostro punto di vista, a ciò che di positivo e di difficile le forze di polizia hanno compiuto in occasione del G8.

GIAN FRANCO ANEDDA. Queste sono valutazioni personali che non può fare a nome del Comitato.

MARCO BOATO. Presidente Anedda, sto parlando con molto garbo e con molto rispetto: se lei, che è stato assente la settimana scorsa, leggesse qualche intervento dei suoi colleghi che non cito per correttezza, non farebbe questa interruzione sgarbata, che non è, in genere, nel suo stile. Non c'è dubbio che le affermazioni hanno carattere personale: sono tali perché le sta svolgendo un deputato che si chiama Marco Boato.

GIAN FRANCO ANEDDA. Non dica «abbiamo accertato» o «è stato accertato»: dica come la pensa lei e saremo d'accordo.

MARCO BOATO. Riconosco una sola autorità in questo Comitato ed è il presidente Bruno: quello che debbo fare non me lo dice lei. La prego quindi di usare il rispetto che io ho nei confronti suoi e dei suoi colleghi. Ho ascoltato addirittura


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delle filippiche rivolte da un suo collega contro il Capo della Polizia. Stavo parlando con assoluta pacatezza e con grandissimo rispetto.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. È chiaro che, quando si parlava di disinformazione e delegittimazione, ci si riferiva a coloro che avevano praticato la guerra e la guerriglia a Genova.

MARCO BOATO. Stavo dialogando con il massimo rispetto e non ho compreso quest'ultimo intervento dell'onorevole Anedda, che per me è superato: è servito solo a disturbare.
In una serie di occasioni (anche questa mattina, ascoltando il presidente della federazione nazionale della stampa) ci sono stati descritti episodi non smentiti e non smentibili, che credo il questore conosca forse meglio di noi; egli fa bene a ricordarci (ed è bene che noi teniamo presente tutto ciò) il fatto che ci sono stati anche episodi frutto di disinformazione o di calunnia (mi pare che per uno di questi sia in corso anche un vero e proprio procedimento penale per calunnia).
Mi pare, poi, che ciò riguardi le operazioni relative agli arrestati nella caserma di Forte San Giuliano, mentre sino ad ora nessuno di noi ha puntato l'attenzione - salvo per quanto riguarda i disagi logistici che il rappresentante del DAP ci ha rappresentato -, sulla caserma di Forte San Giuliano, ma semmai l'attenzione si è rivolta - la stessa magistratura lo sta facendo - verso ciò che può esser successo, nella caserma di Bolzaneto.
Abbiamo una rassegna stampa di tutti i giornali - la invito a prenderne una copia quando andrà via -, di qualunque orientamento politico, i quali riportano molte testimonianze di ragazzi, di giovani, di genitori e così via. Non le prendo per oro colato, ma sono comunque testimonianze giornalistiche, le


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quali danno l'impressione che, accanto ad un risultato positivo e importante, giacché il G8 si è tenuto e ciò è avvenuto in assoluta correttezza istituzionale - un risultato importante ottenuto da tutti, ma in particolare anche dalle forze dell'ordine -, ci sia stata una serie di episodi che oggetto di indagini da parte della magistratura, di un'indagine conoscitiva e, come lei sa, di tre indagini da parte del Ministero dell'interno.
Detto ciò con assoluta serenità e con il massimo equilibrio, vorrei chiederle se nella ricostruzione - che suppongo lei stia facendo a posteriori di ciò che è avvenuto, per quanto può servire ad una Commissione parlamentare, che accerta i fatti, ma dà un contributo al Parlamento e al Governo anche per il futuro - lei sia riuscito ad individuare le problematiche che attengono alla sua competenza, giacché lei è il nuovo questore di Genova, relativa a ciò che è avvenuto ed a ciò che in futuro si potrebbe evitare.
Quanto avvenuto è riferito a tre obiettivi: garantire lo svolgimento del G8 (e questo obiettivo è stato totalmente raggiunto), contrastare gli atti di violenza e garantire il diritto a pacifiche manifestazioni. Questi ultimi due obiettivi, come lei sa, sono stati solo parzialmente realizzati. Se nel lavoro di ricostruzione che lei sta svolgendo c'è qualche elemento di conoscenza - perché non sto parlando di giudizi politici, ma di conoscenza - che possa essere utile per la nostra Commissione non solo ai fini della ricostruzione dei fatti, ma anche ai fini delle responsabilità istituzionali per il futuro, le sarei grato se potesse fornircelo.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. È sempre difficile fare una valutazione di ciò che è accaduto, essendo lontani dai fatti concreti. La mia conoscenza dei fatti, come ho sempre detto, è mediatica. Non spetta certamente al nuovo questore fare una ricostruzione dei fatti pregressi, ma agli uffici ispettivi


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o comunque all'autorità giudiziaria, nel caso ravvisi dei reati.
Da tale conoscenza mediatica, capisco che si è trattato sicuramente di un evento eccezionale. Credo sia eccezionale avere 150-200 mila persone concentrate in piazza, con 10 mila persone che hanno dato luogo ad una guerriglia, o meglio ad una guerra, devastando la città e contrastando le forze dell'ordine. Non so valutare se vi siano stati errori o meno, perché bisogna conoscere dettagliatamente le dinamiche e l'evoluzione delle decisioni e dei fatti. Pertanto, su tale aspetto non posso aiutarla, perché ho una cognizione di quei fatti estremamente sommaria, che deriva dalla lettura dei giornali, anche di parte, ma anche dalla lettura di carte; si tratta comunque sempre di una conoscenza non approfondita, perché per capire certi eventi occorre viverli personalmente.

LUCIANO MAGNALBÒ. Vengo dalle Marche, sono un leopardiano; quindi, la quiete dopo la tempesta a Genova. Le chiedo un consuntivo dopo ciò che è successo: le sue impressioni, una valutazione delle conseguenze e dei danni materiali, gli umori che lei ha rilevato tra gli uomini dell'ex questore.
L'azione della magistratura la conosciamo, ma la domanda precisa è questa: quali sono stati e quali sono i suoi interventi istituzionali ed amministrativi in merito ai giorni del G8?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Per quanto riguarda i danni, credo siano ancora in via di quantificazione precisa; ad ogni modo, da quello che ho potuto verificare, ammonterebbero ad oltre i 10 miliardi di lire. Credo che per avere un definitivo e dettagliato elenco dei danni bisognerà aspettare che tutte le amministrazioni e i privati determinino tutte le somme.
Per quanto riguarda il clima, ho sempre detto che siamo un'istituzione e, come tale, dobbiamo sicuramente andare


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avanti, perché non possiamo continuare a guardare indietro, al G8. Abbiamo il dovere di garantire ai cittadini la sicurezza nella città, in questa direzione sono il primo, ma dietro di me ci sono tutti gli uomini della questura. È chiaro che da una vicenda del genere si esce abbastanza segnati, perché essa ha impegnato alcuni uomini, per mesi, arrivando poi al clou di quei giorni; credo, comunque, che essi siano in grado di ristabilirsi e di riprendere al più presto il lavoro, come hanno sempre fatto e, forse, anche meglio di prima. Su questo non c'è dubbio.

ANTONIO SODA. Tre erano gli obiettivi del piano di sicurezza: la tutela del vertice, la garanzia della libera manifestazione del dissenso per i dimostranti che rifiutano la violenza e l'isolamento dei black bloc e di tutti coloro che esercitavano la violenza. C'è stato detto in questa sede che, mentre il primo obiettivo è stato compiutamente raggiunto, gli altri invece hanno presentato aspetti fallimentari, o comunque di grave insufficienza. Si tratta di un giudizio che è emerso anche dal Capo della polizia e dal vice capo della polizia.
La domanda che le pongo è la seguente: le risulta sia stata istituita una qualche commissione tecnica per operare una lettura critica dei fatti e verificare le lacune, le insufficienze e così via, al di là delle indicazioni di responsabilità? Cioè, l'amministrazione si è posta il problema di rivedere gli addestramenti e quant'altro, al di là di ciò che avviene adesso, di fronte al fatto che esistono questi reparti mobili che debbono isolare la guerriglia, ma non funzionano, e che gli arresti sono quelli che sono, a fronte di una violenza, così diffusa e imponente, sia pure circoscritta rispetto alle centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato a queste manifestazioni?


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OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Non ne ho conoscenza, ma questo non vuol dire che non sia allo studio una rivisitazione per capire come migliorare le strategie in occasione dello svolgimento di queste manifestazioni, anche se - ripeto - si è trattato di un evento straordinario, eccezionale ed unico, perché mai è accaduta una situazione del genere, nella quale si sono trovate contemporaneamente in una città migliaia di manifestanti che fanno la guerriglia: questo non è mai accaduto. Comunque, credo che a livello centrale sicuramente questo problema verrà posto e verrà dibattuto per migliorare anche questo tipo di interventi.

GABRIELE BOSCETTO. Sono un senatore eletto nel collegio di Imperia-Sanremo ed ho, quindi, partecipato con particolare passione a questa indagine conoscitiva. Lei ha parlato di terza fase: e vorrei che ce ne spiegasse bene il significato e ci dicesse anche, quali sono a suo giudizio, la prima e la seconda fase, perché questo concetto è stato molto efficace nella sua sintesi.
Si è parlato, poi, di intercettazioni. In proposito, sui giornali abbiamo letto di intercettazioni fra i manifestanti, in preparazione delle vicende del G8, ed anche di intercettazioni fra manifestanti ed esponenti politici. Vorrei quindi sapere se può dirci qualcosa in proposito, se queste notizie giornalistiche hanno fondamento o meno, se ciò è, o meno, a sua conoscenza.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Ho parlato di terza fase in quanto, nella mia suddivisione della vicenda G8, la prima fase si identifica con la dichiarazione di guerra operata da Casarini a maggio, attraverso un documento scritto, che probabilmente tutti hanno considerato simbolico e sicuramente sottovalutato. Valutando gli eventi accaduti a Genova (che secondo me rappresentano la seconda fase) ritengo sia


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stata condotta una guerra preordinata: vi sono tanti piccoli elementi che fanno pensare ad un'azione veramente concordata e condotta lucidamente.
Penso che queste siano state le due fasi precedenti, mentre la terza è rappresentata dalla delegittimazione delle istituzioni attuata attraverso dei falsi. Ho voluto solo puntualizzare che, se le istituzioni hanno commesso degli errori, essi verranno sicuramente perseguiti dall'autorità giudiziaria, ma non possiamo accomunare tutte le forze di polizia: a Genova vi erano migliaia di uomini che hanno lavorato per mesi, onestamente e seriamente, che meritano pieno rispetto.

GABRIELE BOSCETTO. E sulle intercettazioni?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Le intercettazioni ambientali, che hanno rappresentato l'inizio dell'attenzione verso i falsi, hanno fatto rilevare l'utilizzazione dei media per poter rilasciare dichiarazioni che gettassero discredito sulle forze di polizia. Tali intercettazioni, purtroppo, non si sono potute più utilizzare per altri casi, in quanto, una volta pubblicizzate, tutti hanno capito che dovevano essere molto prudenti nelle conversazioni quando venivano lasciati soli dopo gli interrogatori. Non sono a conoscenza di intercettazioni fra personaggi politici, né fra manifestanti e politici.

GABRIELE BOSCETTO. E tra i manifestanti?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Le intercettazioni fra i manifestanti sono risalenti: in esse si parlava di strategie di intervento e dell'intenzione di utilizzare la guerriglia, ad esempio, non il 19, quando vi è stato il corteo dei Migranti, ma dopo: ciò è stato sicuramente detto.

GIANNICOLA SINISI. Saluto e ringrazio il questore Fioriolli e mi associo agli auguri di buon lavoro per il suo incarico


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a Genova. Vorrei porre una sola domanda molto semplice e breve: spero che lei possa rispondere adesso, altrimenti può riservarsi di farlo successivamente. Il dottor Canterini ci ha riferito che nel corso della perquisizione alla Diaz sono stati ben 15 i contusi delle forze dell'ordine appartenenti al reparto mobile che era intervenuto. Chiedo solo di sapere quanti sono stati complessivamente i contusi delle forze dell'ordine nell'ambito dell'intervento alla Diaz, oltre ai 15 che ci ha indicato il dottor Canterini.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. A questa domanda mi riservo di rispondere in quanto adesso non conosco il dato. Credo siano soltanto quei 15, ma potrei sbagliarmi e perciò mi riservo di farle pervenire una nota in proposito.

PRESIDENTE. Signor questore, le chiedo se a tale informativa, che si è riservato di inviare, può unire risposta alla richiesta della senatrice Dentamaro sul numero degli addetti delle forze dell'ordine nella zona rossa e nella zona gialla: poiché la richiesta andava sottoposta al questore di Genova, approfittiamo della sua presenza. Quali reparti erano impegnati e quanti uomini erano impiegati nella zona rossa e nella zona gialla?

IDA DENTAMARO. Quanti uomini erano all'interno e all'esterno della zona rossa.

PRESIDENTE. Le saremmo grati se vorrà farci pervenire tali elementi in un tempo relativamente breve.

FRANCESCO NITTO PALMA. Vorrei porre una sola domanda. Vorrei sapere il numero dei manifestanti o similia che si trovavano all'interno dell'istituto Diaz, il numero delle persone che sono state refertate in ospedale e, se ciò è a sua conoscenza, che tipo di refertazione è stata effettuata.


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OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Al momento non dispongo di tali dati, ma ricordo di averli letti; tuttavia, mi riservo anche su questo punto di darle una risposta insieme a quelle relative alle altre questioni che mi sono state poste. Ricordo comunque che erano 63 le persone ricoverate e refertate all'ospedale. Certamente erano circa una ventina le persone che avevano referti intorno ai 20 giorni e oltre, mentre per la gran parte si trattava di tre, sette o dieci giorni. Le potrò fornire in seguito dati più precisi in quanto sono compresi in uno dei documenti che ho letto.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Signor questore, augurandole anch'io un buon lavoro per il futuro, vorrei porle una sola domanda. Lei ha detto precedentemente che i danni sono stati abbastanza elevati. Ci può dire se il sindaco o il presidente della provincia abbiano presentato denunce contro i soggetti ai quali avevano consegnato i beni comuni, come le scuole, per i danni subiti?
In precedenza sono stata redarguita dai miei colleghi in quanto avevo chiesto se la provincia e il comune avessero invitato i documenti che questo Comitato ha più volte richiesto: mi è stato detto che erano stati depositati. Ho svolto una lunga e specifica ricerca, ma ho notato che né il comune, né la provincia hanno mai inviato gli atti che noi abbiamo chiesto.

PRESIDENTE. Aspettiamo prima la risposta.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Sì, ma potevamo collegare le due questioni.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. Non ho conoscenza diretta di ciò, ma, da quanto ho potuto apprendere dalla stampa (occorre, quindi, verificare), sembra che la provincia abbia presentato una denuncia. Non ne ho, però - ripeto - conoscenza diretta.


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MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. La provincia ha presentato una denuncia contro le forze dell'ordine, che risulta agli atti.

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova. No, credo che ne abbia presentata una anche per i danni. Comunque si tratta di una notizia di stampa e, quindi, necessita di verifica.

GRAZIA LABATE. Signor questore, anch'io mi associo all'augurio dei colleghi per il suo lavoro nella mia città. Ho letto sulla stampa che lei ha anche consegnato presso la procura della Repubblica un dossier molto interessante su quello che lei stesso ha definito il contenitore del blocco nero.
La discussione nel nostro paese sta procedendo molto intensamente rispetto ad avvenimenti che comunque un paese, per obblighi internazionali e per un corretto comportamento istituzionale, deve organizzare.
Lei ha vissuto ex post la vicenda G8 a Genova; anche in presenza delle analisi e dei dossier che lei ha fornito alla procura, se oggi da quell'esperienza dovesse trarre un suggerimento, non ritiene che bisognerebbe affrontare le questioni relative sia agli strumenti di prevenzione che, come leggiamo dai giornali, di repressione, con maggiore professionalità e con l'acquisizione di nuove tecniche? Non ritiene che nessuno di questi due elementi debba mai soverchiare l'altro, altrimenti l'esperienza di Genova dimostrerebbe poi che, appunto, dall'esperienza non si trae il meglio per procedere?

OSCAR FIORIOLLI, Questore di Genova.Sul piano puramente teorico sono d'accordo; è chiaro che poi la pratica può divergere. Sul piano teorico possiamo disquisire su ogni sistema e trovare comunque soluzioni ottimali per ogni situazione; sul piano reale vi sono purtroppo aspetti imponderabili che sono poi difficili da gestire. Credo comunque che


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Genova sia una città difficile da gestire, perché estremamente stretta e lunga; una manifestazione del genere poneva quindi di sicuro grandi problemi a questa città. Credo comunque che l'eccezionalità di quell'evento sia, almeno spero, irripetibile. Ritorneremo quindi ad una gestione dell'ordine pubblico simile al passato. Certo che dagli eventi si debbono trarre degli insegnamenti; credo però che tutti dovrebbero trarli: non solo le forze di polizia, ma anche chi organizza queste manifestazioni.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Fioriolli per l'audizione, che dichiaro conclusa. Restiamo in attesa dei documenti cui si faceva riferimento prima e le auguriamo, a nome di tutto il Comitato, buon lavoro.
Ricordo che il Comitato è convocato domani, mercoledì 5 settembre 2001, alle 9,30.

La seduta termina alle 19,10.