Seduta di Giovedì 6 settembre 2001 |
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Audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, |
di Massimiliano Morettini, portavoce del GSF genovese, |
di Stefano Kovac, rappresentante dell'ICS (Consorzio italiano di solidarietà), |
Pag. 12 |
Pag. 121 |
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del dottor Maurizio Gubbiotti, rappresentante di Legambiente, |
di Fabio Lucchesi, rappresentante dell'associazione Rete Lilliput, |
di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento denominato «Tute bianche», |
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di Raffaella Bolini, rappresentante dell'ARCI |
del dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI, |
di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi: |
Audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce
del Genoa social forum,
di Stefano Kovac, rappresentante
dell'ICS (Consorzio italiano di solidarietà),
di
Massimiliano Morettini, portavoce del GSF genovese,
di Chiara
Cassurino, rappresentante del movimento denominato «Tute
bianche»,
di Fabio Lucchesi, rappresentante
dell'associazione Rete Lilliput,
del dottor Maurizio Gubbiotti,
rappresentante di Legambiente,
di Raffaella Bolini,
rappresentante dell'ARCI,
del dottor Luigi Bobba, presidente
delle ACLI,
di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax
Christi:
Anedda Gian Franco, Presidente ... 90
94
95
134
Bruno Donato, Presidente ... 8
12
49
50
63
81
85
87
88
100
101
102
111
112
116
119
132
134
135
Agnoletto Vittorio, Portavoce del Genoa social forum ...
12
50
66
69
77
80
81
82
87
88
92
94
95
101
102
103
111
112
120
128
129
132
134
135
Bassanini Franco (DS-U) ... 74
Boato Marco (Misto-Verdi-U) ... 116
119
Bobba Luigi, Presidente delle ACLI ... 9
64
Bolini Raffaella, Rappresentante dell'ARCI ... 50
83
88
115
116
Cicchitto Fabrizio (FI) ... 74
80
82
Cassurino Chiara, Rappresentante del movimento «Tute
bianche» ... 74
104
128
Del Pennino Antonio (Misto-PRI) ... 130
132
Dentamaro Ida (Mar-DL-U) ... 122
126
129
Fontanini Pietro (LNP) ... 63
Gubbiotti Maurizio, Rappresentante di Legambiente ... 60
Iovene Antonio (DS-U) ... 67
iazione Pax Christi ... 56
Turroni Sauro (Verdi-U) ... 97
100
103
Kovac Stefano, Rappresentante del Consorzio italiano di
solidarietà ... 72
74
100
101
120
Lucchesi Fabio, Rappresentante dell'associazione Rete Lilliput
... 58
103
125
134
Mascia Graziella (RC) ... 85
87
Mazzoni Erminia (CCD-CDU) ... 107
112
Morettini Massimiliano, Portavoce del Genoa social forum
genovese ... 121
126
Scalori Anna, Rappresentante dell'assoc
Audizione di Luca Casarini, portavoce del movimento denominato «Tute bianche»:
Bruno Donato, Presidente ... 135
153
154
162
Boato Marco (Misto-Verdi-U) ... 160
Casarini Luca, Portavoce del movimento «Tute bianche»
... 135
155
156
158
Mancuso Filippo (FI) ... 153
Mascia Graziella (RC) ... 154
Saponara Michele (FI) ... 162
Sinisi Giannicola (MARGH-U) ... 156
Soda Antonio (DS-U) ... 157
Audizione del ministro della giustizia, Roberto Castelli:
Anedda Gian Franco,
Presidente ... 185
Bruno Donato, Presidente ... 163
171
172
173
195
196
201
202
203
214
218
219
225
226
227
228
229
Boato Marco (Misto-Verdi-U) ... 182
195
204
207
210
211
212
213
218
219
Bressa Gianclaudio (MARGH-U) ... 191
Castelli Roberto, Ministro della giustizia ... 164
171
172
173
182
188
189
190
192
196
201
202
203
204
209
210
211
212
213
215
217
218
219
220
222
223
225
226
228
229
Falcier Luciano (FI) ... 173
Magnalbò Luciano (AN) ... 220
Mancuso Filippo (FI) ... 206
213
Mascia Graziella (RC) ... 185
189
Monti Cesarino (LNP) ... 189
Palma Nitto Francesco (FI) ... 216
Petrini Pierluigi (MARGH-U) ... 194
195
224
Saponara Michele (FI) ... 228
Sinisi Giannicola (MARGH-U) ... 214
Soda Antonio (DS-U) ... 170
171
172
173
197
201
202
203
226
227
228
Turroni Sauro (Verdi-U) ... 220
222
Zanotti Katia (DS-U) ... 211
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BOZZA NON CORRETTA |
COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI,
DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E
1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL
CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA
COMITATO PARITETICO
INDAGINE CONOSCITIVA
La seduta comincia alle 9,25.
Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.
(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).
Sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni,
dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Non essendovi obiezioni, così rimane stabilito.
Comunico
che sono pervenute al Comitato due lettere, una da parte del dottor
Vincenzo Canterini, comandante del I reparto mobile di Roma, e
l'altra da parte del prefetto Arnaldo La Barbera, contenenti
precisazioni in ordine ad alcuni aspetti oggetto della loro
audizione, nonché una lettera da parte del comandante generale
dell'Arma dei carabinieri, generale Sergio Siracusa, contenente
alcune precisazioni rispetto all'audizione del generale Giampaolo
Ganzer.
Comunico altresì che sono pervenute al Comitato,
da parte degli ispettori ministeriali dottor Lorenzo Cernetig e
dottor Salvatore Montanaro, due lettere di identico contenuto
rispetto a quella inviata dal dottor Pippo Micalizio, di cui ha dato
lettura nella seduta di ieri. Copia di tali lettere sarà
distribuita, unitamente ad altra documentazione da ultimo pervenuta,
ai componenti del Comitato.
Per quanto attiene alla lettera del
dottor Canterini, lo stesso precisa: «La prego di voler
accettare una rettifica circa una mia risposta alla domanda
rivoltami, durante l'audizione di ieri, dal presidente Violante e
tendente a conoscere se avessi
o meno consegnato dei documenti al senatore Taormina. A detta
domanda ho risposto negativamente e quindi in maniera erronea, in
quanto, al suddetto parlamentare, nell'occasione dell'incontro
descritto, ho effettivamente consegnato una documentazione che lo
stesso ha successivamente inviato all'autorità giudiziaria di
Genova. La prego di ritenere tale terrore come assolutamente
involontario e frutto di una momentanea amnesia».
Do
lettura della lettera inviata dal dottor La Barbera: «Ritengo
necessario, nell'esclusivo fine di consentire all'onorevole
Commissione che lei presiede di conoscere la reale dinamica dei
fatti, puntualizzare alcune circostanze in relazione alle
dichiarazioni rese dal dottor Canterini nel corso dell'audizione che
ha avuto luogo ieri. Ovvie esigenze di carattere funzionale non
consentono infatti a codesta Commissione di procedere ad un
contraddittorio che, in ogni caso e come mi auguro, in sede penale
potrà fare piena luce su eventi, circostanze, condotte e
singole responsabilità.
Preso atto che il dottor Canterini
nega di aver mai ricevuto dallo scrivente il consiglio di valutare
attentamente l'eventualità di procedere alla perquisizione
all'interno del complesso convenzionalmente definito «scuola
Diaz», osservo: a prescindere dall'effettivo ruolo che il
comandante del reparto mobile di Roma rivestiva nel contesto in
questione, ribadisco che quello che gli rivolsi è stato un
consiglio, un invito a valutare attentamente lo «stato di
tensione» che avevo percepito nelle fasi antecedenti
all'irruzione e a riflettere sull'opportunità di procedere.
Non trattandosi di ordine si rivelava quindi come del tutto
ininfluente la posizione rivestita dal dottor Canterini: nella
circostanza io ho parlato al collega, al comandante di uomini, non al
dipendente; non ho fatto menzione dell'episodio nella mia relazione
del 25 luglio ultimo scorso, inoltrata
al capo della Polizia, così come, nel medesimo contesto,
non ho accennato al prospettato uso di lacrimogeni avanzato in sede
di riunione preliminare dal dottor Canterini, sia perché, in
entrambi i casi, non ho rilevato alcun comportamento disciplinarmente
censurabile, sia in quanto non è mio costume segnalare
superiormente iniziative o scelte di colleghi che, pur non condivise,
rientrano comunque nella sfera di competenza agli stessi riferibile;
diversamente, una volta sentito in qualità di persona
informata sui fatti dalla procura di Genova, a fronte di precise
domande, ho doverosamente fornito una dettagliata cronistoria dei
fatti senza omettere nulla ed in tale contesto ho rappresentato il
colloquio intercorso tra me ed il dottor Canterini, esattamente negli
stessi termini esposti avanti codesta onorevole Commissione.
Ribadisco anche in questa sede il più pieno convincimento che
la perquisizione doveva essere fatta e mi assumo «in toto»
la responsabilità di detta affermazione. Parallelamente la
prego di consentirmi di non nascondere la profonda amarezza di
dovermi confrontare addirittura con un collega sulla veridicità
di quanto si afferma essere accaduto. Sotto questo profilo mi riservo
di agire legalmente nelle sedi competenti nei confronti del dottor
Canterini. Sono comunque certo che la giustizia farà il suo
corso e non solo chiarirà che cosa sia realmente successo a
Genova la notte di sabato 21 luglio, ma anche e soprattutto quale sia
l'ordine di responsabilità che ciascuno si è assunto in
base a quanto dichiarato in seguito«.
Do lettura della
lettera a firma del generale Siracusa: «In relazione
all'audizione del generale di brigata Giampaolo Ganzer,
vicecomandante del raggruppamento operativo speciale dei carabinieri,
mi preme fornire a lei ed ai membri del Comitato opportuna
precisazione in merito ad un quesito riguardante l'ufficiale dei
carabinieri più elevato in grado
presente in Genova. Come riportato a pagina 191 del resoconto
stenografico, alla domanda postami su chi fosse l'ufficiale più
elevato in grado a Genova, ho risposto testualmente: »a Genova
vi è il comandante della regione Liguria. Ma la competenza
territoriale è del comandante provinciale, un colonnello (...)
per la circostanza il colonnello Tesser«. Desidero
puntualizzare che il comandante della regione è un ufficiale
generale dell'Arma - nel caso concreto il generale di brigata Angelo
Desideri - e che la responsabilità di tutte le attività
operative delle provincia è sempre affidata al comandante
provinciale, membro, tra l'altro, del comitato provinciale per
l'ordine e la sicurezza pubblica e, quindi, nel caso specifico,
interlocutore per l'Arma nei confronti del questore per tutte le
attività di ordine pubblico».
Ricordo infine che le
due lettere pervenute a nome degli ispettori Montanaro e Cernetig
sono simili, nel contenuto, a quella pervenuta ieri, di cui ho già
dato lettura.
LUCIANO VIOLANTE. Signor presidente, vorrei sapere se sia possibile chiedere al dottor Canterini di farci pervenire copia dei documenti che ha consegnato all'avvocato Taormina.
PRESIDENTE. Credo che sia possibile, anche se l'avvocato Taormina ne ha inviato a sua volta copia all'autorità giudiziaria. Si tratta comunque di una richiesta che l'ufficio di presidenza avanzerà.
Audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, di Stefano Kovac, rappresentante del Consorzio italiano di solidarietà, di Massimiliano Morettini, portavoce del GSF genovese, di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento denominato «Tute bianche», di Fabio Lucchesi, rappresentante dell'associazione Rete Lilliput, del dottor Maurizio Gubbiotti, rappresentante di Legambiente, di Raffaella Bolini, rappresentante dell'ARCI, del dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI, e di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca,
nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione
del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dottor Vittorio
Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, di Stefano Kovac,
rappresentante del Consorzio italiano di solidarietà, di
Massimiliano Morettini, portavoce del Genoa social forum
genovese, di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento
denominato «tute bianche», di Fabio Lucchesi,
rappresentante dell'associazione Rete Lilliput, del dottor Maurizio
Gubbiotti, rappresentante di Legambiente, di Raffaella Bolini,
rappresentante dell'ARCI, del dottor Luigi Bobba, presidente delle
ACLI e di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi.
Prima di dare inizio alle audizioni in titolo, ricordo che
l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La
pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata
secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del
regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione
stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è
garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche
mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso,
che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in
separati locali.
Ricordo, in proposito, di aver già
disposto l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Comunico che il dottor Bobba chiede di essere accompagnato dal
dottor Fabio Protasoni. Se non vi sono obiezioni, così rimane
stabilito.
Ringrazio i presenti ed invito il dottor Luigi Bobba,
presidente delle ACLI, a riferire al Comitato. Dottor Bobba, se ha
predisposto una relazione scritta, la prego di darne lettura.
LUIGI BOBBA, Presidente delle
ACLI. Non ho preparato una relazione scritta, ma intendo comunque
svolgere alcune brevi annotazioni.
Ringrazio, innanzitutto, il
Comitato per l'invito rivoltoci (tra l'altro, anche le ACLI avevano
sollecitato l'istituzione di una Commissione di indagine). Sono qui
per due ragioni: per rispetto verso le istituzioni e per rispetto nei
confronti di coloro che, membri della nostra associazione,
individualmente o a piccoli gruppi, hanno partecipato ad alcuni
avvenimenti svoltisi a Genova.
È noto, infatti, che la
posizione ufficiale dell'associazione era differenziata rispetto ad
altre realtà. In particolare, insieme a molte altre
associazioni cristiane, avevamo ritenuto di assumere un'iniziativa,
15 giorni prima del vertice G8 (in particolare il giorno 7 luglio),
per mettere l'accento sull'insieme dei temi, dei problemi contenuti
nell'agenda politica del G8.
Avevamo preso quell'iniziativa,
valutando anche una ragione di prudenza rispetto a quanto si andava
preparando per quei giorni. Naturalmente, si tratta di una
valutazione opinabile, ma coloro (in particolare, il sottoscritto)
che erano stati tra i promotori della manifestazione del 7 luglio,
successivamente non avevano ritenuto di aderire ad altre iniziative
in ragione di una valutazione di prudenza sulla possibilità di
svolgere nel modo più appropriato le manifestazioni pacifiche.
Detto ciò, le osservazioni che vorrei portare alla vostra
attenzione sono quattro; esse mi derivano sostanzialmente dalle
testimonianze inviatemi da coloro che, al contrario, hanno ritenuto,
individualmente o a piccoli gruppi, di partecipare
alle manifestazioni del 20 e del 21 luglio ed anche dalla mia
presenza (il giorno 20) alla veglia di Boccadasse che, come sapete,
era stata promossa da un insieme di realtà religiose e di
associazioni cristiane come segno di preghiera, di testimonianza e
modo pacifico con il quale affrontare quei giorni.
La prima
osservazione è la seguente: la valutazione di prudenza che ci
aveva indotti ad assumere questa posizione derivava dal fatto che una
parte delle forze che avevano deciso di intraprendere delle
iniziative si erano andate concentrando su un unico obiettivo, da noi
ritenuto sbagliato e comunque non significativo, ovvero quello di
varcare, seppure simbolicamente, la zona rossa. Quell'obiettivo, e
l'insieme dell'immaginario verbale, quasi in una specie di guerra
civile, ha coperto in qualche modo le iniziative, la cultura, il
linguaggio e la presenza di tanti altri, che costituivano la
grandissima maggioranza, direi la quasi totalità, recatisi a
Genova per manifestare pacificamente e per dire qualcosa nel merito
dei problemi che erano oggetto del vertice.
La seconda
osservazione, che scaturisce dalle testimonianze, è la
seguente: le difficoltà sono state determinate anche dal fatto
che un insieme molto composito e variegato (e questa ne è
anche la sua forza) delle presenze non aveva una capacità
organizzativa - potremmo dire un servizio d'ordine - tale da
consentire che i gruppi violenti non s infiltrassero all'interno del
grande corteo pacifico. Diversi fra coloro che hanno partecipato mi
hanno evidenziato questo aspetto come un limite: nel momento in cui
ci si è trovati in una situazione di difficoltà,
soltanto quelle parti di corteo che si erano minimamente organizzate
sono riuscite a respingere l'infiltrazione di gruppi violenti.
La
terza osservazione, che mi deriva dalle testimonianze delle persone
che erano a Genova - si tratta peraltro di
vicenda nota perché diffusa ampiamente dagli organi di
stampa -, è che la difesa, vorrei dire un po' ossessiva, della
zona rossa ha «distratto » o non ha concentrato
l'attenzione delle forze dell'ordine su un numero limitato ma
organizzato di gruppi violenti che hanno potuto agire in gran parte
indisturbati.
La quarta ed ultima osservazione attiene al fatto
che in quella situazione molti di coloro che hanno partecipato si
sono trovati a subire le cariche della polizia, in una situazione in
cui non vi era più distinzione fra coloro che manifestavano
pacificamente e coloro che invece erano lì per ben altri
motivi, con le note conseguenze. Al riguardo, ho molte testimonianze
di persone che si sono trovate a subire situazioni di difficoltà
e di violenza.
Da ultimo, vorrei sottolineare, avendo anch'io
partecipato alla veglia di Boccadasse, la mia sorpresa nell'arrivare
da fuori Genova, dopo aver ascoltato le notizie tragiche - era già
avvenuta la morte di Carlo Giuliani - con il mio mezzo privato;
ebbene, devo confessare di aver attraversato tutta la città ed
essere arrivato fin sotto la chiesa, «stranamente» senza
incontrare una sola pattuglia delle forze dell'ordine. Ciò mi
ha alquanto sorpreso, dal momento che molti mi chiedevano come sarei
potuto arrivare lì. Invece, pur in quella situazione così
complicata, sorprendentemente un privato cittadino poteva recarsi a
questo appuntamento.
Concludo dicendo che l'intenzione della
nostra realtà associativa, e spero anche quella delle
istituzioni parlamentari, è di lasciarsi in un certo senso
dietro i veleni che tale realtà ha portato con sé,
valorizzando e riconoscendo invece la grande spinta positiva e la
voglia di cambiamento che la grandissima maggioranza di coloro che
hanno partecipato, prima durante e dopo, alle iniziative vuole oggi
esprimere. Una
iniziativa pacifica, una voglia di dare un contributo in ordine a problemi che, seppur globali, ci riguardano poi così da vicino; un modo insomma di essere cittadini attivi e di non lasciarsi semplicemente guidare dagli avvenimenti, cercando invece di fare la nostra, seppur piccola, parte.
PRESIDENTE. Invito ora il dottor Agnoletto a svolgere la sua relazione per conto del Genoa social forum.
VITTORIO AGNOLETTO,
Portavoce del Genoa social forum. Come ricorderete, il Genoa
social forum aveva chiesto che il Parlamento istituisse una
Commissione d'inchiesta. Pur non avendo questo Comitato poteri
d'inchiesta, riteniamo comunque che esso rappresenti una opportunità
importante. Siamo pertanto qui con lo spirito che si accerti la
verità come condizione assolutamente necessaria per consentire
che si faccia giustizia. Verità e giustizia sono gli elementi
che ci guidano.
Parlo a nome dell'intero Genoa social forum e
pertanto la relazione (che non sarà brevissima) che mi accingo
ad illustrare rappresenta l'insieme delle associazioni che hanno
aderito al Genoa social forum.
Abbiamo ritenuto opportuno
iniziare con una presentazione del Genoa social forum e con
una ricostruzione del percorso, in modo da poter comprendere in quale
contesto si siano situate le giornate di Genova.
Dopo Seattle,
sin dalla primavera del 2000, appare evidente che a Genova convergerà
nei giorni del G8 un numero enorme di persone appartenenti a
movimenti e a campagne organizzate in tutto il mondo. Fra le diverse
organizzazioni italiane si comprende la necessità di
costituire un coordinamento unitario che riesca ad offrire un punto
di riferimento per le realtà nazionali e internazionali
interessate a organizzare un
momento che sia caratterizzato da una partecipazione popolare e
pacifica. È con questo obiettivo, la costruzione di un
coordinamento per iniziative di massa e pacifiche, che tra ottobre e
novembre 2000 - quindi quasi un anno prima della scadenza del G8 -
nasce il coordinamento chiamato Patto di lavoro, che, in una fase
successiva si trasformerà, con un elemento di assoluta
continuità, nel Genoa social forum.
Il Patto di
lavoro, da iniziale coordinamento locale, diviene poi una realtà
nazionale, e successivamente, quando si trasforma in Genoa social
forum diventa una realtà internazionale. Il patto tra i
firmatari, che trovate in allegato alla documentazione che ho
consegnato al Comitato, parte da un'analisi condivisa delle
ingiustizie prodotte dalla globalizzazione. Vorrei precisare che non
ci troviamo di fronte a un documento politico, ma piuttosto a un
documento teso a valorizzare la partecipazione, anche differenziata
ed eterogenea, che però si fonda su alcune discriminanti: il
diritto ad esprimere il dissenso, anche attraverso manifestazioni, la
non legittimità di otto paesi a decidere per tutti, le forme
pacifiche e non violente delle manifestazioni; in altre parole, è
una critica non alla globalizzazione in generale, ma a questa
globalizzazione, che permette la libera circolazione delle merci e
non delle persone, e che, in assenza di regole politiche condivise,
facilita l'accumulazione di altri profitti da parte dei più
ricchi. Chiariamo subito: il Patto di lavoro intende rappresentare
non l'insieme di tutto il movimento, di tutto coloro che arriveranno
a Genova, ma quelli che decidono di sottoscrivere questo patto.
Fin
dal dicembre 2000, si avviano i primi contatti con le istituzioni,
nella convinzione che l'organizzazione degli eventi a Genova
necessiti di un ampio periodo di preparazione. Nel gennaio 2001,
quindi a sette mesi dal G8, parte la raccolta di
firme per la petizione «Genova città aperta»,
che è accompagnata da una lettera aperta ai cittadini genovesi
perché si vuole costruire un rapporto con la città.
Il
Patto di lavoro, e poi il Genoa social forum, decide di tenere
in ogni fase di confronto istituzionale un atteggiamento di
trasparenza, oltreché di correttezza: in altre parole,
decidiamo di informare sempre, pubblicamente e in modo assolutamente
trasparente, i nostri interlocutori e la pubblica opinione di quello
che abbiamo intenzione di fare e di come abbiamo intenzione di agire.
Si tratta del tentativo di confrontarci con i rappresentanti
istituzionali sugli spazi di accoglienza, sul diritto a manifestare,
sulla libera partecipazione, e così via, tentativo che poi,
come vedremo, resta senza risposta per diversi mesi. In particolare,
dal 9 febbraio, con l'incontro in prefettura con il Tavolo inerente
il G8, e fino ad aprile, attraverso sit-in in tutta Italia e
iniziative anche di pressione davanti al Viminale, cerchiamo un
rapporto con le istituzioni.
Nel frattempo vi è un
avvenimento importante per comprendere cosa si stava realizzando.
Alla fine di gennaio 2001 si tiene il forum sociale mondiale a
Porto Alegre: in contemporanea con l'incontro dei potenti a Davos, ci
si trova nel sud del mondo con i movimenti, le associazioni e le ONG
per discutere di un altro mondo possibile. È da quella
scadenza che il Patto di lavoro si trasforma in Genoa social forum
- siamo al 27 febbraio - diventando un organismo di coordinamento
internazionale a cui far riferimento gran parte delle associazioni
che vengono a Genova.
La grande preoccupazione che anima il Genoa
social forum è quella di coniugare la centralità
dei contenuti di critica a questa globalizzazione con le
mobilitazioni: ecco perché nel programma che cominciamo ad
elaborare fin dall'inizio di
quest'anno, parliamo innanzitutto del public forum, ossia
di organizzare una settimana di dibattiti a Genova, dal 16 al 22
luglio, a cui possano assistere e partecipare migliaia di persone,
con centinaia di relatori provenienti da tutto il mondo. Il public
forum affronta i temi della finanza, dei diritti dei lavoratori
in tutto il mondo, la famosa questione della riduzione del tempo di
possesso dei brevetti sui farmaci da parte del WTO, il problema,
della anti-democraticità, a nostro parere, dell'Organizzazione
mondiale del commercio. Per esempio, si discute della necessaria
riconversione dell'industria bellica e della remissione del debito ai
paesi poveri: si affronta inoltre, la famosa questione della quota da
destinare alla cooperazione internazionale, passando dall'attuale
livello italiano dello 0,2 per cento al 7,5, nonché quella
dell'accordo di Kyoto come elemento di base, ma non sufficiente, per
una tutela dell'ambiente. Questi sono alcuni dei temi posti al centro
del public forum: ne ho citati alcuni, ma ce ne sono tanti
altri; che potete trovare nell'appendice.
Contemporaneamente,
rivendichiamo il diritto di manifestare il dissenso in modo visibile,
tranquillo e pacifico; con modalità pacifiche e non violente,
per non attaccare in alcun modo la città né le persone:
ovviamente, qualunque persona, in divisa o meno. Questa è la
dichiarazione solenne del 5 giugno 2001, diffusa poi anche
pubblicamente, dal titolo. Rispetteremo la città e non ci
saranno attacchi contro le persone, né contro le cose. In essa
si afferma che abbiamo fatto tra di noi un patto «e
solennemente dichiariamo: noi scegliamo di agire nel pieno rispetto
della città; noi scegliamo di non compiere attacchi contro
alcuna persona»; noi scegliamo una pratica pacifica e non
violenta; in seguito, viene illustrato cosa intendiamo fare.
Vi è la questione del confronto con il Governo, sulla
quale in seguito entrerò più nel merito, e cominciano
le comunicazioni dirette con la questura, che viene informata sui
percorsi e sulle piazze in cui il Genoa social forum intende
tenere le proprie iniziative. Si parla, quindi, del corteo
internazionale dei migranti del 19 luglio, che intende porre al
centro il diritto alla libera circolazione dei migranti in un mondo
in cui si muovono le merci ma non le persone, anche recuperando
alcune situazioni drammatiche degli anni passati: e pensando a quello
che sta avvenendo su quella nave che viaggia con centinaia di persone
a bordo, senza che vi sia qualcuno che le ospiti e che riconosca loro
i diritti umani. Per il 20 luglio si prevedono iniziative finalizzate
ad accerchiare i luoghi di svolgimento del vertice del G8: si tratta
di varie e molteplici iniziative, promosse da diversi gruppi aderenti
al Genoa social forum, in base alla prassi che abbiamo scelto,
ossia in un contesto unitario di riconoscimento di contenuti - Patto
di lavoro - e della dichiarazione solenne, ovviamente tenendo conto
anche delle diversità all'interno di questi patti, della
storia delle differenti associazioni. Questa giornata è
dedicata a portare in piazza i contenuti del forum, le famose
piazze tematiche.
Per sabato 21 luglio è prevista la
manifestazione conclusiva, con il corteo per le vie di Genova, alla
quale noi diciamo inizialmente che parteciperanno almeno centomila
persone. Il percorso del corteo viene definito lungo un itinerario
non tangente alla zona rossa per evitare qualunque elemento di
tensione. Contemporaneamente, visto il complesso dei divieti
previsti, si comincia ad affrontare la questione della zona gialla -
che poi riprenderemo -, istituita con un'ordinanza del prefetto di
Genova il 2 giugno. Alla luce di quanto è avvenuto da altre
parti, non ultimo a Göteborg, si pensa comunque di
organizzare un servizio sanitario e un servizio legale per tutti
coloro che decidono di venire a Genova, come supporto per eventuali
situazioni di tensione che noi non vogliamo creare, ma che ovviamente
non sempre dipendono dal Genoa social forum e dai
manifestanti.
Il Genoa social forum, durante i mesi di
preparazione, si riunisce regolarmente in assemblee plenarie aperte
circa ogni tre settimane. La continuità del lavoro fra le
assemblee viene assicurata da un consiglio di portavoce, composto da
18 rappresentanti delle maggiori organizzazioni aderenti al Genoa
social forum, che rappresentano in qualche modo le diverse
affinità. Si tratta di centinaia di associazioni; pertanto è
ovvio che si inseriscano le più grandi, che poi tengono i
contatti con quelle affini come contenuti e come ispirazione.
Nella
seconda metà di maggio viene indicato un portavoce nazionale,
inizialmente per una conferenza stampa, poi confermato nella persona
del sottoscritto. Per assicurare il coordinamento con le realtà
internazionali aderenti al Genoa social forum si tengono due
riunioni con le associazioni europee ed estere; ovviamente vi sono
tutti gli allegati di quanto detto.
A questo punto, entrerei un
po' più nel merito; chiedo scusa se mi dilungherò, ma
credo che sia utile.
Nell'ottobre 2000 si avvia da parte di
alcune organizzazioni genovesi un percorso che porta al Patto del
lavoro. Gli allegati relativi a questa seconda parte - mi riferisco
ai rapporti tra Genoa social forum ed istituzioni - vi
verranno consegnati in un secondo momento, poiché non sono ora
disponibili.
Il 27 ottobre 2000 viene redatto il primo documento
intitolato: «Un mondo diverso è possibile». Il
Patto di lavoro è, quindi, nato in breve tempo e raccoglie,
tra le adesioni, quella della Rete contro G8, un altro coordinamento
che già da qualche tempo aveva rapporti con il comune di
Genova; era
un coordinamento soprattutto locale, che poi confluì nel
Patto di lavoro; dopodiché tutto si trasforma in Genoa
social forum. Il 19 dicembre 2000 il documento «Un mondo
diverso è possibile» viene sottoscritto da tantissime
associazioni. A seguito di richieste scritte e di incontri nei giorni
compresi tra il Natale 2000 ed i primi giorni di gennaio 2001 si
susseguono i primi incontri istituzionali con la provincia (27
dicembre 2000), con il comune (27 dicembre 2000), con il prefetto (11
gennaio 2001) e poi, subito dopo, con il ministro Vinci Giacchi. A
tutti viene chiesta l'istituzione di un tavolo di coordinamento
comune tra i diversi enti locali. Il presidente della regione
Liguria, Biasotti, nonostante due lettere di richiesta di incontro,
non fornisce alcuna risposta.
Il 21 dicembre, presso la
Presidenza del Consiglio, si tiene un primo incontro tra la
dottoressa Marta Dassu' ed alcuni rappresentanti di ONG ed altre
associazioni. Nell'incontro viene illustrata l'intenzione del Governo
di promuovere un progetto intitolato «Genoa non governmental
initiative» finalizzato a facilitare l'apporto della
società civile ai contenuti dell'agenda. Le ONG informano i
rappresentanti della nascita del Patto di lavoro.
Il 5 gennaio,
presso la sede dell'Istituto affari internazionali, si svolge la
presentazione ufficiale di tale progetto e le organizzazioni fanno
presente, anche in questa situazione, la necessità di creare
una sede di confronto sulle manifestazioni. Nel mese di gennaio
lanciamo la petizione accompagnata dalla «Lettera aperta ai
genovesi».
Si giunge così al 29 gennaio 2001, quando
una delegazione del Patto di lavoro viene ricevuta in prefettura,
oltre che dal prefetto Di Giovine, dai massimi rappresentanti di
comune, provincia e regione (come si evince dagli allegati). Durante
tale
incontro, viene rinnovata la richiesta di un tavolo comune di
coordinamento e cominciamo ad illustrare le prime richieste ritenute
necessarie per l'accoglienza.
Il 30 gennaio, cioè il
giorno dopo, si tiene l'incontro tra Amato, il prefetto, il sindaco
ed altri ancora e viene comunicato che la dottoressa Margherita
Paolini, della struttura di missione governativa, è stata
incaricata di dialogare con le organizzazioni.
Arriviamo all'8
febbraio: è una data importante perché il Patto di
lavoro è convocato in prefettura per un incontro con il
prefetto Di Giovine, con l'architetto Margherita Paolini, con il
presidente della provincia Marta Vincenzi, con il vicesindaco Claudio
Montaldo e con il consigliere regionale Fabio Broglia. Durante
l'incontro avanziamo in modo sufficientemente preciso alcune
richieste e proponiamo la costituzione di una cittadella che
chiamiamo «la cittadella della solidarietà» nella
quale possano svolgersi i dibattiti e gli incontri, cioè il
public forum. Illustriamo le manifestazioni previste e
ipotizziamo che nella zona di levante della città possa
svolgersi anche il corteo.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIAN FRANCO ANEDDA
VITTORIO AGNOLETTO,
Portavoce del Genoa social forum. Il 27 febbraio, durante una
riunione, il Patto del lavoro assume la denominazione di Genoa
social forum.
In attesa delle risposte ufficiali da parte del
Governo, il 19 marzo il Genoa social forum invia ai capigruppo
e ai presidenti dei consigli degli enti locali un documento, affinché
si esprimano su «Genova città aperta».
Il 29 marzo il Genoa social forum invia due lettere ai
candidati Premier, Rutelli e Berlusconi, chiedendo di essere
ricevuto e, comunque, di esprimersi sulle questioni relative ai temi
della globalizzazione e al diritto a manifestare.
Il 30 marzo il
GSF risponde ad una richiesta del sindaco di La Spezia che si rende
disponibile ad alcune iniziative.
Ai primi di aprile si tiene la
conferenza internazionale conclusiva del progetto GNG di cui abbiamo
parlato prima.
Il 3 aprile a Genova Piero Fassino, allora
ministro della giustizia in carica e candidato Vicepremier di
Rutelli, riceve una delegazione del Genoa social forum; a lui
ripetiamo tutte le nostre richieste; Rutelli poi, risponderà
il 26 aprile. Nulla si blocca fino al 4 aprile; in tale data,
infatti, parte il «telegram day»: attraverso
centinaia di fax, telegrammi ed e-mail, mandiamo
messaggi al ministro dell'interno Bianco e al Presidente della
Repubblica Ciampi chiedendo un confronto e la disponibilità a
discutere sull'accoglienza; a livello internazionale riceviamo
messaggi che ci chiedono come sia possibile che ancora nulla sia
stato organizzato.
Il giorno dopo, il 5 aprile, in tutta Italia
si svolgono decine di presidi assolutamente pacifici davanti alle
prefetture per chiedere che Genova sia città aperta. A Roma si
svolge un presidio di fronte al Viminale per chiedere al ministro
Bianco di essere ricevuti. Il capo di gabinetto Sorge insieme al
prefetto di Genova Di Giovine, riceve una delegazione del Genoa
social forum composta da Bolini, De Fraia, Agnoletto, De Cesari e
Suor Pasini. Nell'incontro ripetiamo le nostre richieste e ci viene
comunicato che il prefetto Di Giovine sarà il nostro
interlocutore. Egli ci dice che probabilmente la cittadella sarà
autorizzata e ci assicura che non vi è l'intenzione di
chiudere
le frontiere. Il prefetto Di Giovine chiede di avere maggiori
dettagli sulle richieste del GSF, dettagli che vengono consegnati una
settimana dopo, l'11 aprile.
Il 20 aprile una delegazione del GSF
viene convocata dal prefetto. A questa riunione partecipano anche il
capo della DIGOS di Genova, Spartaco Mortola, e Margherita Paolini.
La delegazione del GSF spiega nuovamente tutte le proposte; si è
trattato dell'ultimo incontro ufficiale prima delle elezioni. Poi si
ferma tutto: fino a quella data non avevamo ottenuto alcuna risposta
ai documenti presentati l'8 febbraio.
Il 4 e il 5 maggio si
riunisce a Genova la prima assemblea internazionale del Genoa
social forum; si discute e da parte di tutti viene confermato il
carattere assolutamente pacifico e non violento delle manifestazioni;
su questo documento abbiamo ottenuto anche l'adesione delle
associazioni internazionali.
L'8 maggio il GSF riceve per
conoscenza una lettera di molti parlamentari liguri, inviata ad
Amato, con la quale si sollecita una risposta alle richieste del GSF.
Il 9 maggio il GSF presenta nuovamente le richieste formali al
prefetto, al questore, al sindaco e al comandante dei vigili urbani.
Il 10 maggio il sindaco di La Spezia si fa avanti nuovamente per
proporre alcune iniziative che poi verranno stabilite.
Il 15
maggio il GSF fornisce ulteriori richieste.
Il 24 maggio
inoltriamo due lettere al Presidente della Repubblica e al Premier
in pectore Berlusconi (perché non sapevamo ancora chi
fossero i ministri): ripercorriamo la storia del GSF e chiediamo di
avere delle risposte; anticipiamo che in data 2 giugno, in occasione
della festa della Repubblica, abbiamo intenzione di sviluppare
iniziative a sostegno del diritto a manifestare.
Nella medesima giornata, i portavoce Vittorio Agnoletto e
Chiara Cassurino incontrano i media sotto la sede del Comitato
parlamentare di controllo delle attività dei servizi di
informazione per criticare alcune veline apparse sulla stampa, che
avevano cercato di prospettare scenari incredibili (sangue infetto
lanciato dagli aeroplani, tentativi di rapire singoli rappresentanti
delle forze dell'ordine e così via); secondo queste sarebbe
dovuto succedere di tutto. Pertanto assumemmo iniziative per
protestare.
Il 5 giugno approviamo il documento di cui vi abbiamo
detto sul modo di manifestare.
Il 12 giugno, giorno
dell'insediamento di Scajola, inviamo una lettera al ministro
chiedendogli un incontro (il testo di questa lettera è
disponibile).
Insomma, alla fine gli enti locali si dichiarano
genericamente disponibili, ma non si esprimono, non avendo
indicazioni né dal Governo precedente né da quello
appena insediato.
Arriviamo al 24 giugno del 2001; ormai siamo a
meno di un mese dall'iniziativa: avevamo presentato le richieste l'8
febbraio. Domenica pomeriggio si svolge l'incontro con il capo della
Polizia, Gianni De Gennaro, alla presenza del vicecapo Ansoino
Andreassi, del questore di Genova, Colucci, dell'addetto stampa
Sgalla e di altri funzionari. Questo incontro è convocato su
mandato del Governo e dura circa due ore. De Gennaro ci comunica
l'intenzione del Governo di fare svolgere le manifestazioni in
concomitanza con il vertice del G8. Non essendo una trattativa, e
visto che De Gennaro stesso ci rassicura circa il fatto che il
diritto a manifestare non era in discussione, l'incontro si concentra
su alcune questioni organizzative: chiediamo garanzie sull'apertura
delle frontiere, sul funzionamento dei trasporti per giungere a
Genova, sull'organizzazione
dell'accoglienza. Il Genoa social forum chiede anche che le
forze dell'ordine (siamo dopo Göteborg) impegnate in prima linea
non siano dotate di armi da fuoco ed avanza la richiesta che la
cosiddetta zona gialla sia cancellata. Appare subito chiaro che gli
interlocutori presenti non sono in grado di fornire alcuna risposta,
non avendo a loro volta ricevuto precise indicazioni politiche. Il
Genoa social forum decide di sospendere la riunione e chiede
l'incontro col ministro Scajola.
Il 28 giugno abbiamo l'incontro
alla Farnesina con il ministro degli esteri Ruggiero e con il
ministro dell'interno Claudio Scajola. La prima parte dell'incontro è
gestita da Ruggiero il quale ci chiede di sottoscrivere un documento
attraverso cui il Governo italiano invita alcune personalità
del sud del mondo ad un incontro a Roma. Cominciamo a discutere dei
contenuti: in circa 40 minuti di discussione è ovvio che non
si raggiunge alcun accordo. Poniamo il problema della Tobin tax, il
problema dei brevetti ed un'altra serie di questioni, senza arrivare
a sottoscrivere alcun documento. Il ministro Scajola conferma la
decisione del Governo di far svolgere le manifestazioni proposte dal
Genoa social forum, sconfessando in quella sede il
Vicepremier Fini, che il giorno prima aveva affermato che a
Genova si sarebbe usato l'esercito in piazza per fronteggiare i
manifestanti. Respinge al mittente la richiesta che le forze
dell'ordine impegnate in prima fila non siano armate affermando che,
contrariamente a quanto successo a Göteborg, «le forze
dell'ordine italiane in piazza non sparano perlomeno finché io
sarò ministro degli interni». Accenno inoltre, ad alcune
strutture da destinarsi all'accoglienza, rimandando i dettagli,
nonché la definizione della zona gialla, delle frontiere e
della viabilità ad un'ulteriore riunione.
Il 30 giugno in prefettura abbiamo un incontro con il prefetto
Di Giovine, il capo della Polizia De Gennaro, il questore Colucci, il
capo della DIGOS Mortola e qualche altro funzionario. L'incontro dura
cinque ore. De Gennaro comunica che chiederà al Governo di
applicare le clausole del trattato di Schengen relative alla
riattivazione dei controlli alle frontiere, affermando che le nuove
misure sarebbero state gestite con grande elasticità, al fine
di bloccare l'entrata in Italia di gruppi violenti, sulla base di
segnalazioni mirate. Il capo della Polizia assicura poi che,
relativamente alle autostrade, a levante queste rimarranno aperte e
De Gennaro, a differenza di quanto reso pubblico fino a quel momento,
dichiara che la stazione di Brignole rimarrà aperta,
contrariamente alla stazione di Principe. Le manifestazioni saranno
autorizzate solo a levante. Protestiamo per questa limitazione, che
poi nei fatti viene modificata, tant'è che poi si tenne una
manifestazione a ponente. Rispetto allo cosiddetta zona gialla, dopo
una lunga discussione, aperta dall'affermazione di De Gennaro,
secondo la quale «la zona gialla non è la Bibbia»,
si arriva alla conclusione che per tutto quello che concerne le
questioni di ordine pubblico, per le quali è necessaria
preventiva comunicazione alla questura (quindi manifestazioni,
presidi, volantinaggi) la zona gialla può ritenersi non più
esistente per quanto ci riguarda: se rimane è per una
questione di posteggio delle macchine e per impedire che si aprano
nuovi cantieri di lavoro.
Presentiamo lo schema generale delle
manifestazioni. Evidenziamo come il 20 l'assedio alla zona rossa
avverrà attraverso iniziative diverse (dalla veglia di
preghiera, ai sit-in, ai cortei) e che alcuni degli aderenti
al Genoa social forum praticheranno forme di disobbedienza
civile. Facciamo presente che questi ultimi sono consapevoli di voler
superare la
legge e che sono pronti a pagare le conseguenze del loro gesto.
Spieghiamo come la disobbedienza avverrà nel rispetto delle
scelte comuni del Genoa social forum: non attaccare le città,
non attaccare le persone e non usare strumenti atti ad offendere. Il
capo della Polizia ci risponde che la repressione di tali violazioni
sarà certamente commisurata ai comportamenti dei manifestanti.
De Gennaro afferma che le forze dell'ordine non sparerebbero mai sui
manifestanti.
Tutte le altre autorizzazioni e decisioni rispetto
alle manifestazioni le avremmo dovute chiedere, poi, alle autorità
competenti.
Raffaella Bolini afferma che probabilmente avrebbero
partecipato 200 mila persone. Qui c'è un nodo: De Gennaro dice
che egli ha gestito eventi simili con la presenza di oltre un milione
di persone e che, quindi, non c'è motivo di preoccuparsi,
perché, secondo le sue informazioni, comunque a Genova non
arriveranno più di 40 mila persone.
Veniamo ora al secondo
capitolo: organizzazione e gestione dell'accoglienza. Per organizzare
l'accoglienza abbiamo cominciato nel dicembre del 2000 con il
percorso che vi abbiamo illustrato. Non è stato possibile
impostare alcuna ipotesi concreta fino all'incontro con la prefettura
in data 30 giugno. Le risposte di un via libera per comune e
provincia da parte del Governo non arrivavano.
Dopo il 30 giugno
comincia un complesso lavoro per arrivare alla stesura di un piano
dettagliato. Si trattava di indicare strutture idonee e via dicendo.
Non sempre il percorso è stato semplice e lineare. Possiamo
ricordare il caso macroscopico dello stadio di atletica Villa Gentile
prima concesso (fu addirittura uno dei due o tre luoghi promessi dal
ministro degli interni) e poi negato senza una chiara motivazione
alla vigilia dell'inizio della predisposizione dell'attività.
Solamente il 10 luglio abbiamo avuto una risposta formale ed i
montaggi delle strutture cominciano il 12 e il 13 luglio. La
struttura inizia a funzionare per l'accoglienza dal 16 luglio, tranne
alcuni campi che vengono consegnati il 17, il 18 e perfino il 19
luglio: e noi le richieste le avevamo presentate l'8 febbraio!
Il
Genoa social forum organizza la gestione dei luoghi assegnati
attraverso un punto di convergenza. Da domenica 15 luglio cominciano
ad arrivare le persone che vengono indirizzate nei centri di
accoglienza già pronti. Man mano che passa il tempo vengono
attivati altri luoghi di accoglienza, ma già mercoledì
18 ci rendiamo conto che, come avevamo previsto, i posti disponibili
non sarebbero stati sufficienti. Infatti, il vincolo imposto
dall'amministrazione delle forze dell'ordine di utilizzare solo le
aree a levante e le difficoltà, visti i tempi, di montare
altri campi, faceva sì che la capienza totale non superasse i
25 mila posti contro gli oltre 40 mila di cui avremmo avuto bisogno.
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DONATO BRUNO
VITTORIO AGNOLETTO,
Portavoce del Genoa social forum. Nella settimana dal 15 al 22
vengono effettuate senza problemi diverse perquisizioni nelle
strutture assegnate al Genoa social forum, tutte con esiti
negativi.
Giovedì sera (il 19) intorno alle 22 comincia a
piovere copiosamente e tutti i tendoni collettivi predisposti si
allagano. La situazione peggiore è quella del SEDI, il cui
tendone è posto in fondo ad una discesa asfaltata: verso le
23,30 nel tendone ci sono 40 centimetri d'acqua. Negli altri campi la
situazione non è molto migliore e siamo costretti a chiedere
l'intervento del 118 per due o tre persone colpite da ipotermie e da
sindromi da raffreddamento. I vigili del fuoco intervengono al
Carlini, mentre le persone che occupano via dei Ciclamini riescono
a risolvere il problema da sole.
Dopo una serie di consultazioni
con l'amministrazione comunale, vengono aperte le gradinate della
piscina Sciorba, mentre al SEDI i Cobas ottengono direttamente
dall'assessore Massolo l'apertura della seconda palestra e di un
piccolo auditorium.
A causa della pioggia, molte persone che
dormivano nei tendoni allagati o all'aperto cercano una sistemazione;
alcune di loro vengono accolte presso la scuola Pertini, nella
palestra. Vengono richiesti agli enti locali interventi di emergenza,
distribuzione di bevande calde e coperte, ma, purtroppo, ci viene
riferito che tali interventi non sono fattibili. Nelle stesse ore, il
Genoa social forum effettua sopralluoghi in tutti i centri di
accoglienza, e al SEDI si nota - siamo, quindi, alla sera del 19
luglio - che alcuni sconosciuti stanno danneggiando la palestra. La
situazione è tesa; i COBAS, nella persona di Paolo Arado,
avvisano l'assessore Massolo di quanto sta avvenendo; ci informano
altresì dell'imminente arrivo di quest'ultimo sul posto la
sera stessa (e così, poi, avviene). Quindi, informata
immediatamente la provincia, l'assessore arriva sul posto.
La
mattina successiva, durante una riunione in comune, alla presenza di
vari esponenti dell'amministrazione comunale e provinciale, alcuni
responsabili del Genoa social forum avvisano nuovamente
l'assessore di quanto visto la sera precedente. L'assessore,
ovviamente, dice che ne era già abbondantemente a conoscenza.
I centri di accoglienza rimangono attivi, senza ulteriori
problemi, sino alla notte del 21 luglio. A seguito della diffusione
di notizie riguardanti le modalità e gli effetti della
perquisizione alla scuola Pertini (63 feriti di cui alcuni gravi),
molte delle persone ancora presenti nelle strutture decidono di
abbandonarle, nel timore che vengano intraprese quella notte analoghe
iniziative.
Per quanto riguarda i giorni delle manifestazioni ed
i fatti di Genova, la nostra memoria cerca di ricostruire quanto
avvenuto attraverso resoconti qualificati forniti da chi di noi era
presente, nonché attraverso le oltre 200 testimonianze e
denunce di singoli cittadini; ovviamente, tra queste, alcune non le
abbiamo ancora esaminate: per quanto compete, le consegneremo
all'autorità giudiziaria, alla magistratura. Il nostro intento
è fornire elementi affinché si possano ricostruire gli
eventi più controversi.
Il Genoa social forum ritiene
che, in occasione del vertice del G8 di Genova, non siano stati
garantiti i più elementari diritti dei cittadini e siano stati
fortemente limitati i diritti costituzionali di espressione, di
informazione e manifestazione. La strategia che ha guidato il
comportamento delle forze dell'ordine ha di fatto permesso, in tutti
e due i giorni, 20 e 21 luglio, la distruzione sistematica della
città da parte dei cosiddetti black bloc; essa è
sempre intervenuta, invece, in maniera violenta contro le
manifestazioni promosse del Genoa social forum.
Qui di
seguito vogliamo dare un'idea di quali siano i nodi più
problematici. Prima di entrare nel merito di quanto avvenuto il 20 ed
il 21, vorremmo solo ricordare che a partire dal 16 luglio si è
svolto il Public forum (che ha visto migliaia di partecipanti)
mentre, il 19 luglio, si è avuta, senza alcun incidente, la
grande manifestazione dei migranti. Nei mesi precedenti, con una
costanza impressionante, vengono divulgate dai media presunte
relazioni dei servizi segreti, del tutto fantasiose e puntualmente
smentite dagli accadimenti. Si sprecano le notizie su attentati
terroristici di oscure organizzazioni.
Tali notizie, su imprecisate frange più estreme dei
manifestanti che starebbero meditando di colpire duramente le forze
dell'ordine attraverso rapimenti, arrivano agli organi di stampa,
mentre si susseguono sui media cronache sugli allenamenti dei reparti
mobili della Polizia di Stato a Roma.
Nei primi giorni di luglio
vengono effettuate alcune perquisizioni anche nelle residenze di
esponenti del Genoa social forum, senza alcun esito. Il 16
luglio, alle 10,30 del mattino un pacco bomba esplode a Genova tra le
mani del carabiniere Stefano Torri, ferendolo ad un occhio ed alle
mani. Una delegazione del Genoa social forum si reca in visita
presso l'ospedale San Martino, esprimendo solidarietà a
Stefano Torri e condannando il vile attentato. Si susseguono allarmi
bomba in tutto il paese, alcuni purtroppo reali ed altri frutto della
psicosi che si era generata. Tra gli altri, ricordiamo un ordigno
incendiario ad orologeria trovato sotto un camper davanti allo
stadio Carlini, poi neutralizzato dagli artificieri. Inoltre, il 17
luglio arriva una busta al sindaco di Genova che contiene un
messaggio di morte per il portavoce del Genoa social forum
Vittorio Agnoletto e due proiettili calibro 38. Aggiungo che io
vengo a saperlo dall'agenzia ANSA la quale mi chiede una
dichiarazione il giorno dopo, durante il convegno sindacale; ricevo
poi conferma di ciò da una telefonata di miei amici, da
Milano: infatti, la notizia, è apparsa già in video.
Avvisato, alle ore 1,30 del 18, a ventiquattr'ore di distanza, dal
Vicecapo della polizia Andreassi, vengo convocato alle 5,30. Quando
chiedo come mai non fossi stato avvisato precedentemente, mi viene
risposto: dottore, deve capire, siamo anche noi in uno stato di
confusione assolutamente totale. Mi legge la relazione, dalla quale
emerge che, oltre a me, il proiettile era rivolto anche a Casarini;
chiedo se Casarini fosse stato avvisato. In quella riunione, presenti
le varie autorità, vengono chiamati
tutti i sottoposti, che dichiarano all'unisono di non averlo
avvisato. Andreassi dice di avvisare immediatamente Casarini, il
quale viene avvisato in serata (alle 18,30 non era ancora stato
avvisato). Questo è il clima che si respira in città
quando, nella notte tra il 17 e il 18 luglio, vengono innalzate
barriere di cinque metri di altezza attorno alla zona rossa,
dividendo in due la città e recludendo di fatto circa
trentamila abitanti.
La tensione si stempera, per fortuna, il 18
sera, quando abbiamo organizzato il concerto di Manu Chao. Il 19
luglio è il giorno della manifestazione dei migranti, che si
conclude a piazzale Kennedy: 50 mila persone, nessun incidente.
Arriviamo al 20 luglio, venerdì. Innanzitutto ricordiamo
che quel giorno, le iniziative sono state: il presidio di piazza
Manin/via Assarotti (organizzato da rete Lilliput, Legambiente,
Marcia delle Donne e Rete ControG8); il presidio di piazza Dante
(dove si erano concentrati ARCI, Attac, LILA, Rifondazione comunista,
Fiom, UDU, UDS, alcuni centri sociali); il presidio di piazza Paolo
da Novi (organizzato dai Cobas); il corteo di piazza Montano, da
piazza Montano a piazza Di Negro (organizzato dalla CUB); il corteo
di corso Gastaldi (organizzato dalle Tute bianche e dai Giovani
comunisti). Cosa avviene a piazza Paolo da Novi? Questo ci sembra uno
degli elementi fondamentali della relazione. La piazza è
occupata, già alle 11 di mattina, dai cosiddetti black
bloc; viene, quindi, abbandonata dai COBAS e dagli attivisti del
Network per i diritti globali che avevano organizzato il presidio
preventivamente autorizzato ai COBAS. Questi ultimi ed il Network si
dirigono verso il mare, dove improvvisano un concentramento
all'altezza di piazza Rossetti. Il concentramento nella piazza
tematica doveva avvenire alle ore 12. Attorno alla stazione
ferroviaria di Brignole, durante la notte, erano stati disposti degli
sbarramenti con container. Reparti in tenuta antisommossa
erano disposti ad elle, chiudendo la piazza in direzione non solo
di piazza Verdi ma anche di via della Libertà.
Successivamente, il reparto in via della Libertà veniva
riposizionato. Tra le 11,30 e le 11,45, mentre stavano arrivando alla
spicciolata le prime delegazioni di manifestanti e di contadini, gli
avvenimenti sono precipitati. Da una parte, alcune decine di
giovanissimi, senza segni distintivi evidenti, hanno iniziato a
lanciare contro il reparto schierato in corso Buenos Aires oggetti
che si erano procurati da una cantiere di ristrutturazione, svellendo
le pavimentazioni intorno alle aiuole della piazza. Alcuni esponenti
dei COBAS sono rimasti coinvolti; in particolare, uno di essi, nel
tentativo di disarmare queste persone, è stato colpito e
ferito alla testa. Le agenzie hanno dato ampio risalto all'episodio.
Nel mentre, da corso Buenos Aires sopraggiungeva un corteo di forse
200 persone, quasi tutte a volto coperto, che attaccavano le vetrate
di una banca e poi iniziavano a muoversi verso piazza Tommaseo, in
direzione contraria rispetto alla zona rossa. A questo punto, i
reparti antisommossa sembravano pronti ad intervenire; quindi i
manifestanti della piazza tematica, per non trovarsi coinvolti nelle
cariche, anche se il concentramento non era ancora concluso, hanno
dovuto abbandonare la piazza. Alcune centinaia di essi hanno cercato
di allontanarsi, uscendo insieme da piazza Paolo da Novi, in un primo
tempo in direzione di piazza Palermo; poi, resisi conto che lì
non si poteva andare perché si stavano verificando incidenti,
si dirigevano verso piazzale Kennedy. Un certo numero di persone
vestite di nero hanno tallonato il corteo per farsene scudo e hanno
continuato ad incendiare cassonetti e ad infrangere vetrine.
Arriviamo alla vicenda di corso Gastaldi. Alle 13,30 parte il
corteo dei disobbedienti, il cui preavviso era stato notificato
alla questura di Genova il 16 luglio, in termini precisi, per
quanto riguarda tutto il percorso (vedi allegati). Attenzione: il
giorno 19 luglio, infatti, ci avevano comunicato che di questa
manifestazione era stata vietata la parte finale (piazza Verdi,
piazza delle Americhe, piazza della Vittoria e via XX Settembre) e
che quindi, la manifestazione era regolarmente autorizzata fino alla
fine di via Tolemaide. Qui, abbiamo il testo, che possiamo
consegnare, con le prese d'atto e le autorizzazioni per lo sviluppo
di questo corteo con i limiti prima citati.
Alla testa del
corteo, alcune file di scudi collettivi montati su strutture mobili e
dietro altre migliaia di persone, con giubbotti nautici e protezioni
individuali, tutti senza strumenti atti ad offendere. D'altra parte,
questi strumenti di difesa erano stati abbondantemente filmati e
pubblicati sui giornali. Fino dall'altezza dell'ospedale di San
Martino era possibile scorgere, mentre il corteo ancora stava
avanzando, dense colonne di fumo ed elicotteri a bassa quota alcuni
chilometri più in basso. Il corteo viene rallentato per capire
cosa sta accadendo e avanza con estrema lentezza fino all'incrocio
con via Montevideo, dove incontra la carcassa di un'autovettura
ribaltata, bruciata e ormai solo fumante. Il corteo, fin dallo stadio
Carlini, è preceduto, ad alcune centinaia di metri, da un
«gruppo di contatto», composto da portavoce, parlamentari
e giornalisti, delegato, appunto, a prendere contatto con i dirigenti
delle forze dell'ordine. È da lì che si sente il gruppo
di contatto, che con il megafono continua a dire, mentre il corteo
avanza: «guardate quella carcassa, noi non c'entriamo, chi l'ha
fatta? È stata fatta prima di noi». È tutto
registrato nei video. Ma il gruppo di contatto non riuscirà a
svolgere alcuna funzione, pur essendosi spinto fin quasi alla
stazione di Brignole, senza incontrare alcun interlocutore.
Il corteo arriva a pochi metri dall'incrocio tra via Tolemaide
e corso Torino, dove un centinaio - e qui è importante - di
carabinieri sta inseguendo un piccolo gruppo di persone che fugge
verso il tunnel sotto la ferrovia che immette in corso Sardegna. Il
gruppo dei carabinieri, giunto all'incrocio con via Tolemaide,
desiste improvvisamente dall'inseguimento e, sparando lacrimogeni,
svolta di 90 gradi nella suddetta via caricando, non quelli che
stavano scappando e che inseguivano prima, ma la testa del corteo.
Nel giro di pochissimi minuti dalla stazione di Brignole avanzano
i cellulari dei carabinieri, fino ad allora fermi, che sostengono
l'azione di carica, supportati da un'incessante pioggia di
lacrimogeni proveniente anche dai tetti dei palazzi e, in un secondo
momento, anche dal ponte della ferrovia. Vorrei far presente per chi
non è di Genova che siamo ancora nel mezzo del corteo
autorizzato e non siamo minimamente arrivati dove c'è il
divieto. Da questo punto in poi le cariche saranno continue, mentre
il corteo arretra lentamente e tutto attorno la situazione si fa più
confusa.
Il corteo continua ad indietreggiare sotto la pressione
dei lacrimogeni e per l'avanzare dei mezzi blindati, lanciati ad alta
velocità contro i manifestanti (come dimostrano filmati e
foto); la calca è terribile, le persone soffocano per i gas e
vengono schiacciati. In assenza di vie di fuga alcune centinaia di
manifestanti si disperdono nelle vie laterali, bloccate dai
carabinieri e, per aprirsi la strada in modo non organizzato,
ingaggiano i primi scontri. Mentre il grosso del corteo composto da
20 mila persone tenta con difficoltà di ritirarsi verso lo
stadio Carlini, nella zona continuano violenti scontri, che, poco
dopo, porteranno alla morte di Carlo Giuliani.
A questo punto, in
via Tolemaide avanzano due grossi automezzi della polizia dotati di
idranti, usati come arieti
contro la testa della manifestazione e nel corteo si diffonde la
notizia che le forze dell'ordine hanno usato armi da fuoco e che uno
o più manifestanti sono rimasti colpiti. Poco dopo arrivano la
conferma della morte di un ragazzo e la voce di altri due decessi
(solo in serata si saprà che il morto è uno ed ha le
generalità di Carlo Giuliani).
Il corteo indietreggia,
incalzato dalle cariche lungo corso Gastaldi per più di un
chilometro, con una sorta di caccia all'uomo e pestaggi
indiscriminati. All'incrocio con via Corridoni alcune centinaia di
poliziotti, nonostante parte del gruppo di contatto avesse più
volte comunicato che il corteo stava rientrando allo stadio Carlini,
si aggiungono alle cariche, che cessano solo alcune centinaia di
metri prima dello stadio stesso, dove il corteo rientra a partire
dalle 18,30.
Cariche, pestaggi ed arresti continuano nelle ore
successive nei quartieri di san Martino e alla Foce nei confronti di
chi si era perso o attardato.
A piazza Manin c'era la Rete
Lilliput ed altri che cominciano ad arrivare alle ore 9,30. Qui ci
sono scene diverse: banchetti delle botteghe del commercio equo e
solidale, cartelloni, iniziative e via dicendo. In questa piazza non
c'è alcuna presenza delle forze dell'ordine, che fino al
giorno prima, invece, la presidiavano; convergono qui gli aderenti
del pink bloc, ecopacifisti in prevalenza del centro e nord
Europa. Nonostante le autorizzazioni scritte, alcuni organizzatori
del presidio di piazza Manin martedì 17 luglio mattina si
recano a una riunione operativa in questura con il capo della DIGOS
Spartaco Mortola, durante la quale si chiariscono tutte le questioni
concrete. Il pomeriggio stesso, dopo aver fissato un appuntamento,
Rete Lilliput - attraverso Alberto Zoratti -
incontra nuovamente il capo della DIGOS e si specificano i
banchetti e le iniziative previste; stessa cosa avviene il 19 luglio.
Alle assicurazioni da parte del capo della DIGOS non sono seguiti
fatti concreti, tanto meno durante la carica a piazza Manin il giorno
20 pomeriggio. In quell'occasione, nonostante si richiedesse agli
operatori di polizia presenti in piazza chi fosse il funzionario
responsabile, gli organizzatori non ricevevano risposte. Contattato a
questo proposito per telefono, il dottor Mortola rispondeva «levatevi
di lì». Ciò per quanto riguarda i rapporti con la
questura.
Nella tarda mattinata del 20 luglio, si concentrano
nella piazza circa 2-3 mila persone e verso le 12,30 si decide di
cominciare a scendere per via Assarotti per effettuare un sit in
pacifico davanti alle barriere di piazza Corvetto e di piazza
Marsala. Giunti alla fine di via Assarotti inizia il sit in e
dopo una breve trattativa con le forze dell'ordine, insieme a Don
Gallo e Franca Rame, le stesse consentono agli attivisti non violenti
di attaccare messaggi e striscioni alle grate di piazza Corvetto.
Alle 13,30 giungono via cellulare a vari manifestanti notizie
riguardanti le incursioni dei presunti black bloc e verso le
14 viene segnalato che un gruppo degli stessi aveva assaltato il
carcere di Marassi e si stava dirigendo verso piazza Manin, prendendo
via Peschiera e via Monte Grappa. A quel punto gli organizzatori
della manifestazione decidono di far arretrare il grosso dei
manifestanti oltre via Peschiera e, infine, di guadagnare di nuovo
piazza Manin, dove stazionavano nella mattina, mentre alcune decine
rimangono in piazza Corvetto.
Alle 14,30 irrompono nella piazza,
dove non sono presenti le forze dell'ordine, i black bloc ed
altri gruppi armati di spranghe e bastoni, facendo marce e caroselli.
Gli attivisti non
violenti si frappongono tra i cosiddetti black bloc e
l'imbocco di via Assarotti per impedire a questi ultimi di imboccarla
e di mettere in pericolo chi è rimasto davanti alle grate.
Dopo pochi minuti presunti black bloc stanno sganciandosi,
cominciano a imboccare corso Armellini per andarsene e, a quel punto,
in piazza cominciano a piovere candelotti contro il gruppo dei
manifestanti non violenti che avevano fatta opera di interposizione.
Subito dopo una cinquantina di agenti della Polizia di Stato
irrompono nella piazza, accanendosi sui banchetti e manganellando gli
ecopacifisti e le femministe.
Alcuni dei presenti contano
perlomeno una decina di ragazzi e ragazze con la testa insanguinata
ed una ragazza con una frattura alla mano. I gruppi che denominiamo
black bloc, nel frattempo, procedono in tutta calma per corso
Armellini improvvisando barricate con i cassonetti e le campane dei
rifiuti e sfasciando le macchine in sosta. All'altezza di piazza San
Bartolomeo degli Armeni viene organizzata un'altra barricata e un
drappello di una decina di black bloc attende l'arrivo di
altri: c'è un lancio di bottiglie, di lacrimogeni e, a quel
punto, anche gli ultimi black bloc si muovono per raggiungere
gli altri lungo corso Solferino.
I poliziotti, invece di
inseguirli, deviano verso l'adiacente piazza San Bartolomeo dove si
erano rifugiati gruppi di pacifisti, li aggrediscono e continuano la
caccia al militante non violento anche lungo via Assarotti. I black
bloc, nel frattempo, agiscono indisturbati lungo via Palestro,
mentre la polizia si attesta immobile a piazza Marsala. L'opera di
distruzione dei black bloc continua in tutta tranquillità
anche per corso Magenta e corso Paganini.
Nel frattempo - sono le
ore 16,30-17,00 - giunta la notizia che il Genoa social forum
ha deciso di smobilitare i presidi e di convocare un'assemblea in
piazzale Kennedy, il grosso dei
militanti imbocca via monte Grappa e scende da una scalinata
dietro Brignole, sulla sponda destra del Bisagno all'altezza di ponte
Sant'Agata, dove arriva alle 17,30. Mentre nella zona i black bloc
stanno mettendo a ferro e fuoco il quartiere di Marassi, i pacifisti
che vogliono raggiungere piazzale Kennedy trattano con un reparto di
Polizia che presidia l'uscita della galleria in fondo a via Canevari,
il quale gli impedisce il passaggio per circa un'ora.
La Rete
Lilliput cerca di sbloccare questa situazione pericolosa e, alla
fine, i mille riescono a guadagnare corso Torino ed arrivare in
piazzale Kennedy.
Per quanto riguarda l'altra piazza tematica,
piazza Dante, intorno ai giorni 16-17 luglio ARCI, Attac, Fiom CGIL,
Rifondazione comunista, Unione degli studenti, alcuni centri sociali,
la LILA ed altri, decidono di svolgere le iniziative previste.
Spieghiamo tutto e si depositano alla questura tutte le richieste. Il
giorno 19 luglio al mattino si svolge una riunione delle
organizzazioni che sarebbero state presenti nelle piazze Carignano e
Dante. Studiamo come organizzarci per garantire la piena pacificità
delle manifestazioni e, in particolare, si decide di collocare alcune
persone in luoghi strategici pronte ad avvisare se succede qualcosa.
Si fissa il concentramento alle ore 12 in piazza Carignano e si
decide comunque di avere già una presenza nelle piazze alle
10,30 per presidiarle. Attac France sarebbe partita in corteo da
piazzale Kennedy per arrivare lì.
Noi prevediamo la
presenza di due sound-system (camioncini con casse per la
musica), spettacoli di teatro di strada, attività creative e
quant'altro. Alle ore 11 del 19 luglio Massimiliano Morettini e
Fiorino Iantorno si recano in questura da Spartaco Mortola per
informarlo sull'organizzazione delle piazze nei minimi particolari.
Dopo un breve colloquio
il Mortola li accompagna a parlare con il questore e vengono
fornite tutte le garanzie. La mattina del 20 luglio alle ore 11 nelle
piazze vi sono alcuni di noi che stanno organizzando il tutto.
In
piazza Carignano viene notato un motorino con alcuni fili scoperti,
che pareva abbandonato e che aveva sul serbatoio un adesivo della
Polizia di Stato. Viene avvisata la questura almeno tre volte perché
controlli che non ci siano ordigni: nessun intervento.
Alle ore
12 le due piazze si cominciano a riempire. Nel frattempo, cominciano
ad arrivare le prime notizie di incidenti in altre zone. In piazza
Dante la manifestazione si svolge in modo abbastanza tranquillo; ogni
tanto qualche momento di tensione, qualche attacco alla rete, sempre
a mani nude, veniva interrotto dai getti degli idranti con acqua
urticante. In piazza c'è musica e spettacoli di teatro. Il
clima teso che si avvertiva per quello che avveniva in città
ha fatto sì che noi rinunciassimo a costruire la torre di
Babele, un grande «piedone», cioè cose creative.
Il servizio di sorveglianza della piazza - il nostro servizio - ha
funzionato togliendo ad alcune persone oggetti trovati per strada
(bastoni, cartelloni stradali) e allontanando qualche esagitato.
Intorno alle 14 uno dei nostri punti di sorveglianza, intorno
alla chiesa di piazza Carignano, ci informa di incidenti tra forze
dell'ordine e cosiddetti black bloc in piazza Alessi. Una
decina di persone appartenenti ad Attac si dirigono verso piazza
Carignano e restano bloccate dagli scontri; alcuni attivisti di Attac
cercano di raggiungerli, l'operazione riesce, ma due attivisti
vengono picchiati.
Alle ore 15,45 - sono molto sicuro dell'orario
e in seguito verificheremo che ciò corrisponde con i «lanci»
ANSA - mi telefona il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu (io ero a
piazza
Dante), il quale mi dice di essere furibondo (l'ANSA testimonia
esattamente quello che dice): le forze dell'ordine stanno
fronteggiando iniziative non violente, organizzate dal Genoa
social forum, mentre la città è totalmente
abbandonata ai black bloc. Il sindaco mi chiede di dare un
segnale, con un corteo che rientra, al quale egli avrebbe fatto
seguire una dichiarazione molto dura - che, infatti, fece - chiedendo
alle forze dell'ordine di non abbandonare il resto della città.
A quel punto ha telefonato ai vari cortei, ho coordinato
l'iniziativa, ho fatto un breve comizio in piazza Dante e, alle 16,15
ho richiamato il sindaco, comunicandogli che sarebbero rientrati
tutti i cortei, non uno solo, che si sarebbero trasferiti in piazza
Kennedy. A questo punto ho chiesto al sindaco di avvisare anche le
forze dell'ordine del nostro rientro e che, dunque, non saremmo
rimasti fino alle 20. Ho telefonato io direttamente al vicecapo della
polizia, dottor Andreassi; al telefono ho risposto un'altra persona,
alla quale riferito di aver concordato con il sindaco che tutti i
cortei tornassero tornati in piazzale Kennedy, specificando anche gli
itinerari e che quindi quello di piazza Dante avrebbe seguito il
percorso della manifestazione del 19, comunicando anche gli itinerari
degli altri.
Alle 16,30, concluso un breve comizio in piazza
Dante, do disposizione per la formazione del corteo; il corteo si
dirige per via Fieschi per risalire verso piazza Carignano, che è
praticamente vuoto. Da un lancio dell'ANSA delle 16,50 risulta che ce
ne siamo andati, dunque, questi sono i tempi, non altri. A quel
punto, con la piazza vuota, cominciano a partire una serie di
lacrimogeni dalle forze dell'ordine contro il corteo che era in via
Fieschi, alcuni lacrimogeni vengono lanciati dalle finestre di via
Fieschi e io vengo colpito direttamente da un lacrimogeno sul braccio
destro.
Per quanto concerne il corteo da piazza Montano a piazza
Dinegro, il sindacato di base CUB ai primi di maggio dà
comunicazione alla questura del corteo dei lavoratori. Negli incontri
tra GSF e responsabili della polizia si spiegano le ragioni di questo
corteo; che prima non viene autorizzato poi, ad un certo punto, viene
autorizzato.
Nella giornata di martedì, alle ore 15, la
delegazione CUB si reca in questura e viene ricevuta dal responsabile
della DIGOS, dottor Mortola e solo dopo vari tentativi di far
cambiare percorso, si arriva ad una proposta, che prevede una
riduzione drastica del corteo, con partenza da piazza Montano e
conclusione a piazza Dinegro.
Alle ore 21 circa si interrompe, in
attesa di autorizzazione definitiva; alla ripresa, alle 22,30, viene
proposta un'autorizzazione verbale e, solo di fronte alle proteste
della delegazione del sindacato di base CUB, il corteo viene
autorizzato per iscritto con alcune prescrizioni.
In piazza
Montano a metà mattinata ci sono migliaia di lavoratori. Il
corteo si svolge regolarmente anche con la presenza di delegazioni di
altri gruppi. Per garantire che tutto andasse secondo le previsioni i
lavoratori hanno esercitato azioni di controllo.
All'arrivo in
piazza, la polizia ha indossato le maschere antigas, come se si
stesse apprestando al lancio di lacrimogeni, quando la situazione era
tranquilla. Dopo una serie di proteste i responsabili delle forze
dell'ordine hanno fatto togliere le maschere.
All'ingresso nella
piazza, da vie laterali, nella piazza di probabili provocatori è
stato deciso di accelerare la chiusura della manifestazione in piazza
Dinegro e di far tornare il corteo al punto di partenza. Durante il
ritorno in piazza Montano si è avuta notizia, lontano dal
percorso del corteo,
di episodi di distruzione di cassonetti e banche da parte dei
cosiddetti black bloc. Si notava, tra l'altro, che in modo
inspiegabile la sede FIAT lungo il percorso non era più
presidiata.
Sono stati necessari ripetuti interventi e richieste
di chiarimenti perché le forze dell'ordine a presidio di
piazza Montano (in particolare carabinieri) mostravano una
particolare tensione, anche se nella piazza tutto era calmo. Gran
parte dei manifestanti erano in viaggio alla tragica notizia della
morte di Carlo Giuliani.
Occorre aggiungere che tutti i cortei -
non i CUB, ma gli altri cioè i cortei delle tute bianche e
quello di via Manin - dopo essersi consultati con me e dopo che io
avevo comunicato il rientro al sindaco e al vicecapo della polizia,
attraverso il suo centralino telefonico, lungo gli itinerari sono
stati attaccati, mentre tutti stavamo cercando di tornare in piazzale
Kennedy, che rappresentava il punto di convergenza comunicato, sulla
base di quanto ci era stato richiesto dal sindaco per un corteo e che
noi, invece, stavamo attuando per tutti.
Per quanto concerne il
corteo internazionale del 21 luglio, occorre ricordare che in quella
data è prevista l'iniziativa del corteo pacifico, il cui
percorso è depositato in questura da tempo e prevede via
Cavallotti, corso Italia, svolta in corso Torino, corso Sardegna e
conclusione in piazza Galileo Ferraris.
La giornata si presenta,
fin dalle prime ore del mattino, con un'enorme partecipazione,
arriveranno circa 300 mila persone. Appare subito strano - per chi di
cortei ne ha visti - il fatto che davanti alla testa del corteo non
si dispongano le forze dell'ordine per proteggerne lo svolgimento,
come normalmente accade. Questa scelta, per noi imprevista, causerà
numerosi problemi, come vedremo in seguito.
Nella tarda mattinata, il capo della DIGOS genovese, Spartaco
Mortola, telefona a Massimiliano Morettini, uno dei coordinatori del
Genoa social forum, per avvertirlo che nella piazza ci sono
dei gruppi di black bloc che vogliono accodarsi in fondo al
corteo, chiedendo al Genoa social forum di non farli inserire.
Il coordinatore, Massimiliano Morettini, esprime contrarietà
al fatto che la Digos non intervenga a bloccare i black bloc,
sapendo che ci sono e che sono dietro al corteo e invita le forze
dell'ordine a muoversi per prevenire l'aggancio dei black bloc
al corteo. Infatti, noi, avendo parlato di iniziative pacifiche,
eravamo con le mani alzate, mentre quelli erano armati e di certo,
per definizione, questo compito non spettava a noi, ma a loro.
Nonostante questa richiesta non succede assolutamente nulla.
I
primi problemi si verificano nei pressi della caserma dei carabinieri
di San Giuliano dove un gruppetto di persone estranee al corteo,
aspettano - secondo la solita logica, sono lì indisturbati -
che arrivi la manifestazione e cominciano a lanciare oggetti contro
la caserma. Immediatamente alcuni manifestanti del corteo
intervengono per allontanare il gruppetto.
Quando la testa del
corteo giunge nei pressi dell'incrocio tra corso Marconi e via
Rimassa, trova di fronte a sé un gruppo di un centinaio di
persone che si fronteggiano con le forze dell'ordine schierate, che
erano già lì. Nonostante ciò, la testa del
corteo svolta per via Rimassa senza problemi.
A metà di
corso Torino la testa del corteo trova una situazione potenzialmente
rischiosa: infatti, gruppi di persone stazionano nelle vie laterali
in palese atteggiamento non pacifico, a poca distanza dalle forze
dell'ordine; sono lì, si fronteggiano.
Temendo che possano approfittare del passaggio del corteo per
provocare incidenti, la testa del corteo decide di fermarsi e le
prime file - sono io lì davanti insieme ad altri, che do le
indicazioni - si siedono in terra. Noi non ci muoviamo per non
passare lì in mezzo dove si fronteggiano black bloc e
forze dell'ordine. Nel frattempo, si presentava un problema, perché
dallo spezzone di corteo che transitava da corso Marconi (a circa un
chilometro dalla testa del corteo) ci continuavano a telefonare
dicendo di proseguire avanti per evitare di essere coinvolti dal
lancio di lacrimogeni che avveniva dietro. Noi non volevamo andare
avanti, perché vi era quello situazione rischiosissima e
dietro c'erano i lacrimogeni: quindi, quelli davanti erano seduti e
quelli dietro spingevano per proseguire.
In piazza Rossetti,
alcune persone incendiano i locali della banca distrutta il giorno
prima, agendo per circa mezz'ora del tutto indisturbati. Dallo
schieramento di polizia, rimasto fermo in fondo a corso Marconi,
partono alcuni lacrimogeni, a cui viene risposto dopo mezz'ora con
lancio di sassi, incendi di auto e con la costruzione di una
barricata fatta di cassonetti, stand e auto sfasciate da
piazza Rossetti. Più indietro, il corteo cerca di sfilare
tenendosi a distanza, decidendo di non svoltare più in via
Rimassa, come previsto, ma nella traversa precedente, via Casaregis,
cercando di uscire da quella situazione a rischio. Mentre cerchiamo
di deviare per portare via il corteo, improvvisamente parte la carica
della polizia e anche l'accesso a via Casaregis viene bloccato. Da
quel momento in poi, nonostante le richieste, nessuna via ulteriore
viene lasciata libera dalle forze dell'ordine per far defluire decine
di migliaia di persone, a quel punto completamente bloccate e
imbottigliate in corso Italia. Da lì in poi, corso Italia
diventa teatro di ripetuti pestaggi gratuiti su manifestanti inermi,
spesso a braccia alzate, senza tener conto della presenza di persone
anziane, famiglie e, per giunta, persone in carrozzella, come
numerosi servizi giornalistici hanno mostrato. Vengono, inoltre,
utilizzati blindati lanciati sulla folla a velocità sostenuta.
Molti manifestanti inseguiti si rifugiano sulle spiagge, sugli scogli
o in strade laterali che però, sono tutte bloccate da file di
camionette, che costringono la gente a rimanere imbottigliata su
corso Italia ed a subire le cariche. Ovviamente - è inutile
che lo ripeta ogni volta - il gruppetto lì davanti che ha
tirato le pietre e sfasciato le auto se ne era andato in modo
assolutamente tranquillo.
Nel frattempo, la parte del corteo che
ha girato per via Casaregis cerca di riordinarsi e di ricongiungersi
a quelli più avanti. Imbocca via Morin per reimmettersi su via
Rimassa, dove trova però un fitto cordone di polizia,
schierato lungo il lato della strada. Si decide allora di procedere
con lentezza, a mani alzate, ripetendo la parola «non
violenza», sfilando davanti alla polizia senza creare la minima
tensione (bisogna ricongiungersi, non c'è altra strada).
Giunti all'imbocco di via Rimassa, i manifestanti sono investiti da
un fitto lancio di lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo, che li
disperde nuovamente e li costringe a tornare su via Casaregis, mentre
una parte, pur nella difficoltà di essere sotto il tiro dei
lacrimogeni, cerca di tenersi unita e imbocca una traversa più
avanti per arrivare in corso Torino. Chi rimane in fondo a via
Casaregis, isolato o a piccoli gruppi, diventa oggetto di una vera e
propria caccia all'uomo e di pestaggi da parte della Polizia e della
Guardia di Finanza. La coda di questa parte del corteo viene caricata
anche alle spalle.
Torniamo alla testa del corteo. Dopo il sit-in
improvvisato sopra descritto, i responsabili che stanno alla
testa del corteo comunicano con i responsabili della questura. Vado
davanti - tutto il filmato lo dimostra -, chiedo di parlare con il
responsabile e gli dico che non ci muoveremo di lì se le
forze dell'ordine non ci avessero precederanno, garantendo il
defluire del corteo, e che non passeremo mai tra loro e gli altri
gruppi. Ne discutiamo e, ad un certo punto, le camionette si mettono
alla testa del corteo per qualche centinaio di metri, poi scompaiono
un'altra volta (pur rimanendo in altre zone).
Il comizio di
chiusura si svolge in un clima di fretta e di tensione, perché
giungono continue notizie di incidenti nella zona di piazza Giusti.
Dopo lo scioglimento del comizio, migliaia di persone si
trasferiscono davanti allo stadio di Marassi cercando di muoversi per
raggiungere treni e pullman. Quando da un lato e dall'altro del
Bisagno si muovono piccoli gruppi di cosiddetti black bloc che,
inseguiti dalla polizia, cercano di infiltrarsi, costoro vengono
respinti e isolati dai manifestanti che sostano davanti allo stadio.
Ciò nonostante, i reparti di polizia si attestano sulla riva
opposta del Bisagno e fanno partire un fitto lancio di lacrimogeni
contro i manifestanti pacifici, che non reagiscono in alcuna maniera.
Solo dopo molto tempo la situazione si normalizza, permettendo alle
persone di raggiungere i mezzi di trasporto, anche grazie ai pullman
navetta messi a disposizione dal comune di Genova.
Prima
dell'ultimo passaggio, vorrei riassumervi una questione specifica che
mi riguarda. Dopo gli incidenti di cui veniva data notizia, alla fine
del corteo, con una macchina, insieme ad un parlamentare e ad altre
persone, ho cercato di capire che cosa era accaduto. In corso Italia
mi sono fermato all'altezza di Punta Vagno, cercando di ottenere
degli spazi per far defluire le persone che non sono arrivate al
comizio finale, per permettere loro almeno di andare a prendere il
treno. Dato il mio ruolo, sono andato a parlare con le forze
dell'ordine, cercando di risolvere il problema. In corso Italia,
all'altezza di Punta Vagno, la strada ormai era deserta e cosparsa
di effetti personali (abiti, scarpe, borse e tantissimi occhiali).
Ciò è sufficiente per capire la violenza delle cariche:
chi è fuggito lo ha fatto nel panico totale, qualcuno vaga
ancora per la strada. A questo punto, scendo e vedo il questore con
altri rappresentanti delle forze dell'ordine in divisa di ordinanza.
Chiedo spiegazioni sui disordini, il questore si assenta, compaiono
altri funzionari in borghese distinguibili dal casco della polizia
(hanno maglie nere con una testa di leone gialla stilizzata). Uno dei
funzionari verifica telefonicamente la situazione dei disordini,
poiché avevo chiesto cosa stesse succedendo e per quale
ragione un pezzo del corteo era ancora bloccato. I funzionari di
polizia mi dicono che tutto è finito (lo vediamo da soli), e
che sarebbe utile andare a via Sturla dove a loro risulta in corso un
attacco a una caserma dei carabinieri. Allora con la macchina andiamo
in via Caprera, dove incrociamo altre migliaia di persone che
intasano la strada. Chiediamo dove possiamo transitare, ma, mentre
passiamo secondo le indicazioni delle forze dell'ordine veniamo
assaliti da un gruppo di persone che, al grido di «infame»
rivolto al sottoscritto, lanciano tutto ciò che hanno a
disposizione contro la macchina. Riusciamo ad andare via
immediatamente, solo grazie alla prontezza di chi guidava. Consegnerò
anche questa memoria, ma vorrei capire perché mi è
stato detto di dirigermi verso quella strada per raggiungere l'altra
zona, quando poi l'assalto non c'era e sono finito in una situazione
molto pesante (Interruzione del deputato Menia).
Veniamo
al blitz alla «Pertini» e all'irruzione al
Indymedia Center del Genoa social forum. Nella scuola
Pertini è ospitata la NGO House ovvero gli uffici a
disposizione delle ONG straniere. Dalla notte del 19, come abbiamo
spiegato, alcune
persone vanno a dormire nella scuola. La notte di sabato, l'irruzione avviene verso la mezzanotte. Quando arrivano le forze dell'ordine, le luci alle finestre sono accese (dalle immagini video si vede chiaramente). Il cancello esterno viene sfondato con una camionetta, i reparti stazionano qualche istante nel cortile, poi entrano nella scuola. Vi sono sia agenti in divisa, sia funzionari in borghese, sia poliziotti in borghese ma con casco e fazzoletto a coprire il volto. Dalla strada si sentono richieste di aiuto e lamenti. Sulla strada cominciano a confluire numerose persone e molti giornalisti. Le forze dell'ordine fanno un cordone davanti al cancello della scuola. Insieme ai parlamentari Malabarba e Mantovani, al consigliere regionale Nesci e a qualche avvocato, tentiamo di entrare nell'edificio, ma ci viene impedito. Insieme all'onorevole Mantovani e al consigliere Nesci, veniamo sospinti e malmenati fuori dalla scuola, mentre sentiamo provenire le urla dal piano superiore. Arrivano le autoambulanze. Molto lentamente iniziano ad uscire i feriti. Nonostante il clima di grande tensione, alcuni responsabili del Genoa social forum lì presenti si adoperano per evitare che la situazione trascenda. Si costituisce un cordone di protezione per tenere separate le forze dell'ordine dalle persone lì presenti. In ogni caso, i presenti mantengono un atteggiamento responsabile e non si registra nessuna reazione violenta. La manovra di ritirata della polizia è lentissima. Le forze dell'ordine danno il tempo ai cellulari di allontanarsi, arretrando di pochi metri ogni dieci minuti. Quando tutto finirà, saranno ormai già le 3. Mentre si stanno portando via i feriti e gli arrestati, nel cortile della scuola il responsabile dell'ufficio stampa della polizia, Sgalla, rilascia una prima dichiarazione in cui dice: «è stata fatta una perquisizione e non è stato toccato nessuno. I feriti e il sangue già rappreso che si possono notare sono conseguenze degli
scontri del corteo del pomeriggio». Basterà entrare
nella scuola per vedere che tutto ciò non corrisponde al vero.
Veniamo al blitz alla scuola Diaz, sede del centro stampa
del Genoa social forum. Alla scuola Diaz si trovano l'ufficio
stampa, gli uffici legali, le sale riunioni e il centro stampa. Il
venerdì e il sabato viene approntata un'infermeria per i
feriti delle manifestazioni (chi vorrà troverà allegati
i promemoria dei sanitari, oltre a quelli dei legali). Dopo che
l'irruzione alla Pertini è iniziata, la Polizia entra di forza
nella Diaz. I poliziotti obbligano le persone presenti al pianterreno
ad entrare nella palestra e salgono ai piani superiori dove irrompono
nelle aule che ospitano i sanitari e gli avvocati del Genoa social
forum. Si accaniscono soprattutto nel locale degli avvocati, dove
sfasciano i computer e manomettono gli hard disk, rendendoli
inutilizzabili. Salgono al terzo piano, dove vengono sottratte alcune
videocassette (anche con le registrazi