PARLAMENTO ITALIANO

Seduta di Giovedì 6 settembre 2001







Audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum,

di Massimiliano Morettini, portavoce del GSF genovese,

di Stefano Kovac, rappresentante dell'ICS (Consorzio italiano di solidarietà),

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del dottor Maurizio Gubbiotti, rappresentante di Legambiente,

di Fabio Lucchesi, rappresentante dell'associazione Rete Lilliput,

di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento denominato «Tute bianche»,

di Raffaella Bolini, rappresentante dell'ARCI

del dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI,

di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi:



Audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum,
di Stefano Kovac, rappresentante dell'ICS (Consorzio italiano di solidarietà),
di Massimiliano Morettini, portavoce del GSF genovese,
di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento denominato «Tute bianche»,
di Fabio Lucchesi, rappresentante dell'associazione Rete Lilliput,
del dottor Maurizio Gubbiotti, rappresentante di Legambiente,
di Raffaella Bolini, rappresentante dell'ARCI,
del dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI,
di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi:

Anedda Gian Franco, Presidente ... 90 94 95 134
Bruno Donato, Presidente ... 8 12 49 50 63 81 85 87 88 100 101 102 111 112 116 119 132 134 135
Agnoletto Vittorio, Portavoce del Genoa social forum ... 12 50 66 69 77 80 81 82 87 88 92 94 95 101 102 103 111 112 120 128 129 132 134 135
Bassanini Franco (DS-U) ... 74
Boato Marco (Misto-Verdi-U) ... 116 119
Bobba Luigi, Presidente delle ACLI ... 9 64
Bolini Raffaella, Rappresentante dell'ARCI ... 50 83 88 115 116
Cicchitto Fabrizio (FI) ... 74 80 82
Cassurino Chiara, Rappresentante del movimento «Tute bianche» ... 74 104 128
Del Pennino Antonio (Misto-PRI) ... 130 132
Dentamaro Ida (Mar-DL-U) ... 122 126 129
Fontanini Pietro (LNP) ... 63
Gubbiotti Maurizio, Rappresentante di Legambiente ... 60
Iovene Antonio (DS-U) ... 67 iazione Pax Christi ... 56
Turroni Sauro (Verdi-U) ... 97 100 103

Kovac Stefano, Rappresentante del Consorzio italiano di solidarietà ... 72 74 100 101 120
Lucchesi Fabio, Rappresentante dell'associazione Rete Lilliput ... 58 103 125 134
Mascia Graziella (RC) ... 85 87
Mazzoni Erminia (CCD-CDU) ... 107 112
Morettini Massimiliano, Portavoce del Genoa social forum genovese ... 121 126
Scalori Anna, Rappresentante dell'assoc

Audizione di Luca Casarini, portavoce del movimento denominato «Tute bianche»:

Bruno Donato, Presidente ... 135 153 154 162
Boato Marco (Misto-Verdi-U) ... 160
Casarini Luca, Portavoce del movimento «Tute bianche» ... 135 155 156 158
Mancuso Filippo (FI) ... 153
Mascia Graziella (RC) ... 154
Saponara Michele (FI) ... 162
Sinisi Giannicola (MARGH-U) ... 156
Soda Antonio (DS-U) ... 157

Audizione del ministro della giustizia, Roberto Castelli:

Anedda Gian Franco, Presidente ... 185
Bruno Donato, Presidente ... 163 171 172 173 195 196 201 202 203 214 218 219 225 226 227 228 229
Boato Marco (Misto-Verdi-U) ... 182 195 204 207 210 211 212 213 218 219
Bressa Gianclaudio (MARGH-U) ... 191
Castelli Roberto, Ministro della giustizia ... 164 171 172 173 182 188 189 190 192 196 201 202 203 204 209 210 211 212 213 215 217 218 219 220 222 223 225 226 228 229
Falcier Luciano (FI) ... 173
Magnalbò Luciano (AN) ... 220
Mancuso Filippo (FI) ... 206 213
Mascia Graziella (RC) ... 185 189
Monti Cesarino (LNP) ... 189
Palma Nitto Francesco (FI) ... 216
Petrini Pierluigi (MARGH-U) ... 194 195 224
Saponara Michele (FI) ... 228
Sinisi Giannicola (MARGH-U) ... 214
Soda Antonio (DS-U) ... 170 171 172 173 197 201 202 203 226 227 228
Turroni Sauro (Verdi-U) ... 220 222
Zanotti Katia (DS-U) ... 211



BOZZA NON CORRETTA

COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

COMITATO PARITETICO

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di giovedì 6 settembre 2001


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La seduta comincia alle 9,25.

Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Non essendovi obiezioni, così rimane stabilito.
Comunico che sono pervenute al Comitato due lettere, una da parte del dottor Vincenzo Canterini, comandante del I reparto mobile di Roma, e l'altra da parte del prefetto Arnaldo La Barbera, contenenti precisazioni in ordine ad alcuni aspetti oggetto della loro audizione, nonché una lettera da parte del comandante generale dell'Arma dei carabinieri, generale Sergio Siracusa, contenente alcune precisazioni rispetto all'audizione del generale Giampaolo Ganzer.
Comunico altresì che sono pervenute al Comitato, da parte degli ispettori ministeriali dottor Lorenzo Cernetig e dottor Salvatore Montanaro, due lettere di identico contenuto rispetto a quella inviata dal dottor Pippo Micalizio, di cui ha dato lettura nella seduta di ieri. Copia di tali lettere sarà distribuita, unitamente ad altra documentazione da ultimo pervenuta, ai componenti del Comitato.
Per quanto attiene alla lettera del dottor Canterini, lo stesso precisa: «La prego di voler accettare una rettifica circa una mia risposta alla domanda rivoltami, durante l'audizione di ieri, dal presidente Violante e tendente a conoscere se avessi


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o meno consegnato dei documenti al senatore Taormina. A detta domanda ho risposto negativamente e quindi in maniera erronea, in quanto, al suddetto parlamentare, nell'occasione dell'incontro descritto, ho effettivamente consegnato una documentazione che lo stesso ha successivamente inviato all'autorità giudiziaria di Genova. La prego di ritenere tale terrore come assolutamente involontario e frutto di una momentanea amnesia».
Do lettura della lettera inviata dal dottor La Barbera: «Ritengo necessario, nell'esclusivo fine di consentire all'onorevole Commissione che lei presiede di conoscere la reale dinamica dei fatti, puntualizzare alcune circostanze in relazione alle dichiarazioni rese dal dottor Canterini nel corso dell'audizione che ha avuto luogo ieri. Ovvie esigenze di carattere funzionale non consentono infatti a codesta Commissione di procedere ad un contraddittorio che, in ogni caso e come mi auguro, in sede penale potrà fare piena luce su eventi, circostanze, condotte e singole responsabilità.
Preso atto che il dottor Canterini nega di aver mai ricevuto dallo scrivente il consiglio di valutare attentamente l'eventualità di procedere alla perquisizione all'interno del complesso convenzionalmente definito «scuola Diaz», osservo: a prescindere dall'effettivo ruolo che il comandante del reparto mobile di Roma rivestiva nel contesto in questione, ribadisco che quello che gli rivolsi è stato un consiglio, un invito a valutare attentamente lo «stato di tensione» che avevo percepito nelle fasi antecedenti all'irruzione e a riflettere sull'opportunità di procedere. Non trattandosi di ordine si rivelava quindi come del tutto ininfluente la posizione rivestita dal dottor Canterini: nella circostanza io ho parlato al collega, al comandante di uomini, non al dipendente; non ho fatto menzione dell'episodio nella mia relazione del 25 luglio ultimo scorso, inoltrata


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al capo della Polizia, così come, nel medesimo contesto, non ho accennato al prospettato uso di lacrimogeni avanzato in sede di riunione preliminare dal dottor Canterini, sia perché, in entrambi i casi, non ho rilevato alcun comportamento disciplinarmente censurabile, sia in quanto non è mio costume segnalare superiormente iniziative o scelte di colleghi che, pur non condivise, rientrano comunque nella sfera di competenza agli stessi riferibile; diversamente, una volta sentito in qualità di persona informata sui fatti dalla procura di Genova, a fronte di precise domande, ho doverosamente fornito una dettagliata cronistoria dei fatti senza omettere nulla ed in tale contesto ho rappresentato il colloquio intercorso tra me ed il dottor Canterini, esattamente negli stessi termini esposti avanti codesta onorevole Commissione. Ribadisco anche in questa sede il più pieno convincimento che la perquisizione doveva essere fatta e mi assumo «in toto» la responsabilità di detta affermazione. Parallelamente la prego di consentirmi di non nascondere la profonda amarezza di dovermi confrontare addirittura con un collega sulla veridicità di quanto si afferma essere accaduto. Sotto questo profilo mi riservo di agire legalmente nelle sedi competenti nei confronti del dottor Canterini. Sono comunque certo che la giustizia farà il suo corso e non solo chiarirà che cosa sia realmente successo a Genova la notte di sabato 21 luglio, ma anche e soprattutto quale sia l'ordine di responsabilità che ciascuno si è assunto in base a quanto dichiarato in seguito«.
Do lettura della lettera a firma del generale Siracusa: «In relazione all'audizione del generale di brigata Giampaolo Ganzer, vicecomandante del raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, mi preme fornire a lei ed ai membri del Comitato opportuna precisazione in merito ad un quesito riguardante l'ufficiale dei carabinieri più elevato in grado


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presente in Genova. Come riportato a pagina 191 del resoconto stenografico, alla domanda postami su chi fosse l'ufficiale più elevato in grado a Genova, ho risposto testualmente: »a Genova vi è il comandante della regione Liguria. Ma la competenza territoriale è del comandante provinciale, un colonnello (...) per la circostanza il colonnello Tesser«. Desidero puntualizzare che il comandante della regione è un ufficiale generale dell'Arma - nel caso concreto il generale di brigata Angelo Desideri - e che la responsabilità di tutte le attività operative delle provincia è sempre affidata al comandante provinciale, membro, tra l'altro, del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica e, quindi, nel caso specifico, interlocutore per l'Arma nei confronti del questore per tutte le attività di ordine pubblico».
Ricordo infine che le due lettere pervenute a nome degli ispettori Montanaro e Cernetig sono simili, nel contenuto, a quella pervenuta ieri, di cui ho già dato lettura.

LUCIANO VIOLANTE. Signor presidente, vorrei sapere se sia possibile chiedere al dottor Canterini di farci pervenire copia dei documenti che ha consegnato all'avvocato Taormina.

PRESIDENTE. Credo che sia possibile, anche se l'avvocato Taormina ne ha inviato a sua volta copia all'autorità giudiziaria. Si tratta comunque di una richiesta che l'ufficio di presidenza avanzerà.

Audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, di Stefano Kovac, rappresentante del Consorzio italiano di solidarietà, di Massimiliano Morettini, portavoce del GSF genovese, di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento denominato «Tute bianche», di Fabio Lucchesi, rappresentante dell'associazione Rete Lilliput, del dottor Maurizio Gubbiotti, rappresentante di Legambiente, di Raffaella Bolini, rappresentante dell'ARCI, del dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI, e di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi.


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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del dottor Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa social forum, di Stefano Kovac, rappresentante del Consorzio italiano di solidarietà, di Massimiliano Morettini, portavoce del Genoa social forum genovese, di Chiara Cassurino, rappresentante del movimento denominato «tute bianche», di Fabio Lucchesi, rappresentante dell'associazione Rete Lilliput, del dottor Maurizio Gubbiotti, rappresentante di Legambiente, di Raffaella Bolini, rappresentante dell'ARCI, del dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI e di Anna Scalori, rappresentante dell'associazione Pax Christi.
Prima di dare inizio alle audizioni in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Ricordo, in proposito, di aver già disposto l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Comunico che il dottor Bobba chiede di essere accompagnato dal dottor Fabio Protasoni. Se non vi sono obiezioni, così rimane stabilito.


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Ringrazio i presenti ed invito il dottor Luigi Bobba, presidente delle ACLI, a riferire al Comitato. Dottor Bobba, se ha predisposto una relazione scritta, la prego di darne lettura.

LUIGI BOBBA, Presidente delle ACLI. Non ho preparato una relazione scritta, ma intendo comunque svolgere alcune brevi annotazioni.
Ringrazio, innanzitutto, il Comitato per l'invito rivoltoci (tra l'altro, anche le ACLI avevano sollecitato l'istituzione di una Commissione di indagine). Sono qui per due ragioni: per rispetto verso le istituzioni e per rispetto nei confronti di coloro che, membri della nostra associazione, individualmente o a piccoli gruppi, hanno partecipato ad alcuni avvenimenti svoltisi a Genova.
È noto, infatti, che la posizione ufficiale dell'associazione era differenziata rispetto ad altre realtà. In particolare, insieme a molte altre associazioni cristiane, avevamo ritenuto di assumere un'iniziativa, 15 giorni prima del vertice G8 (in particolare il giorno 7 luglio), per mettere l'accento sull'insieme dei temi, dei problemi contenuti nell'agenda politica del G8.
Avevamo preso quell'iniziativa, valutando anche una ragione di prudenza rispetto a quanto si andava preparando per quei giorni. Naturalmente, si tratta di una valutazione opinabile, ma coloro (in particolare, il sottoscritto) che erano stati tra i promotori della manifestazione del 7 luglio, successivamente non avevano ritenuto di aderire ad altre iniziative in ragione di una valutazione di prudenza sulla possibilità di svolgere nel modo più appropriato le manifestazioni pacifiche.
Detto ciò, le osservazioni che vorrei portare alla vostra attenzione sono quattro; esse mi derivano sostanzialmente dalle testimonianze inviatemi da coloro che, al contrario, hanno ritenuto, individualmente o a piccoli gruppi, di partecipare


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alle manifestazioni del 20 e del 21 luglio ed anche dalla mia presenza (il giorno 20) alla veglia di Boccadasse che, come sapete, era stata promossa da un insieme di realtà religiose e di associazioni cristiane come segno di preghiera, di testimonianza e modo pacifico con il quale affrontare quei giorni.
La prima osservazione è la seguente: la valutazione di prudenza che ci aveva indotti ad assumere questa posizione derivava dal fatto che una parte delle forze che avevano deciso di intraprendere delle iniziative si erano andate concentrando su un unico obiettivo, da noi ritenuto sbagliato e comunque non significativo, ovvero quello di varcare, seppure simbolicamente, la zona rossa. Quell'obiettivo, e l'insieme dell'immaginario verbale, quasi in una specie di guerra civile, ha coperto in qualche modo le iniziative, la cultura, il linguaggio e la presenza di tanti altri, che costituivano la grandissima maggioranza, direi la quasi totalità, recatisi a Genova per manifestare pacificamente e per dire qualcosa nel merito dei problemi che erano oggetto del vertice.
La seconda osservazione, che scaturisce dalle testimonianze, è la seguente: le difficoltà sono state determinate anche dal fatto che un insieme molto composito e variegato (e questa ne è anche la sua forza) delle presenze non aveva una capacità organizzativa - potremmo dire un servizio d'ordine - tale da consentire che i gruppi violenti non s infiltrassero all'interno del grande corteo pacifico. Diversi fra coloro che hanno partecipato mi hanno evidenziato questo aspetto come un limite: nel momento in cui ci si è trovati in una situazione di difficoltà, soltanto quelle parti di corteo che si erano minimamente organizzate sono riuscite a respingere l'infiltrazione di gruppi violenti.
La terza osservazione, che mi deriva dalle testimonianze delle persone che erano a Genova - si tratta peraltro di


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vicenda nota perché diffusa ampiamente dagli organi di stampa -, è che la difesa, vorrei dire un po' ossessiva, della zona rossa ha «distratto » o non ha concentrato l'attenzione delle forze dell'ordine su un numero limitato ma organizzato di gruppi violenti che hanno potuto agire in gran parte indisturbati.
La quarta ed ultima osservazione attiene al fatto che in quella situazione molti di coloro che hanno partecipato si sono trovati a subire le cariche della polizia, in una situazione in cui non vi era più distinzione fra coloro che manifestavano pacificamente e coloro che invece erano lì per ben altri motivi, con le note conseguenze. Al riguardo, ho molte testimonianze di persone che si sono trovate a subire situazioni di difficoltà e di violenza.
Da ultimo, vorrei sottolineare, avendo anch'io partecipato alla veglia di Boccadasse, la mia sorpresa nell'arrivare da fuori Genova, dopo aver ascoltato le notizie tragiche - era già avvenuta la morte di Carlo Giuliani - con il mio mezzo privato; ebbene, devo confessare di aver attraversato tutta la città ed essere arrivato fin sotto la chiesa, «stranamente» senza incontrare una sola pattuglia delle forze dell'ordine. Ciò mi ha alquanto sorpreso, dal momento che molti mi chiedevano come sarei potuto arrivare lì. Invece, pur in quella situazione così complicata, sorprendentemente un privato cittadino poteva recarsi a questo appuntamento.
Concludo dicendo che l'intenzione della nostra realtà associativa, e spero anche quella delle istituzioni parlamentari, è di lasciarsi in un certo senso dietro i veleni che tale realtà ha portato con sé, valorizzando e riconoscendo invece la grande spinta positiva e la voglia di cambiamento che la grandissima maggioranza di coloro che hanno partecipato, prima durante e dopo, alle iniziative vuole oggi esprimere. Una


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iniziativa pacifica, una voglia di dare un contributo in ordine a problemi che, seppur globali, ci riguardano poi così da vicino; un modo insomma di essere cittadini attivi e di non lasciarsi semplicemente guidare dagli avvenimenti, cercando invece di fare la nostra, seppur piccola, parte.

PRESIDENTE. Invito ora il dottor Agnoletto a svolgere la sua relazione per conto del Genoa social forum.

VITTORIO AGNOLETTO, Portavoce del Genoa social forum. Come ricorderete, il Genoa social forum aveva chiesto che il Parlamento istituisse una Commissione d'inchiesta. Pur non avendo questo Comitato poteri d'inchiesta, riteniamo comunque che esso rappresenti una opportunità importante. Siamo pertanto qui con lo spirito che si accerti la verità come condizione assolutamente necessaria per consentire che si faccia giustizia. Verità e giustizia sono gli elementi che ci guidano.
Parlo a nome dell'intero Genoa social forum e pertanto la relazione (che non sarà brevissima) che mi accingo ad illustrare rappresenta l'insieme delle associazioni che hanno aderito al Genoa social forum.
Abbiamo ritenuto opportuno iniziare con una presentazione del Genoa social forum e con una ricostruzione del percorso, in modo da poter comprendere in quale contesto si siano situate le giornate di Genova.
Dopo Seattle, sin dalla primavera del 2000, appare evidente che a Genova convergerà nei giorni del G8 un numero enorme di persone appartenenti a movimenti e a campagne organizzate in tutto il mondo. Fra le diverse organizzazioni italiane si comprende la necessità di costituire un coordinamento unitario che riesca ad offrire un punto di riferimento per le realtà nazionali e internazionali interessate a organizzare un


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momento che sia caratterizzato da una partecipazione popolare e pacifica. È con questo obiettivo, la costruzione di un coordinamento per iniziative di massa e pacifiche, che tra ottobre e novembre 2000 - quindi quasi un anno prima della scadenza del G8 - nasce il coordinamento chiamato Patto di lavoro, che, in una fase successiva si trasformerà, con un elemento di assoluta continuità, nel Genoa social forum.
Il Patto di lavoro, da iniziale coordinamento locale, diviene poi una realtà nazionale, e successivamente, quando si trasforma in Genoa social forum diventa una realtà internazionale. Il patto tra i firmatari, che trovate in allegato alla documentazione che ho consegnato al Comitato, parte da un'analisi condivisa delle ingiustizie prodotte dalla globalizzazione. Vorrei precisare che non ci troviamo di fronte a un documento politico, ma piuttosto a un documento teso a valorizzare la partecipazione, anche differenziata ed eterogenea, che però si fonda su alcune discriminanti: il diritto ad esprimere il dissenso, anche attraverso manifestazioni, la non legittimità di otto paesi a decidere per tutti, le forme pacifiche e non violente delle manifestazioni; in altre parole, è una critica non alla globalizzazione in generale, ma a questa globalizzazione, che permette la libera circolazione delle merci e non delle persone, e che, in assenza di regole politiche condivise, facilita l'accumulazione di altri profitti da parte dei più ricchi. Chiariamo subito: il Patto di lavoro intende rappresentare non l'insieme di tutto il movimento, di tutto coloro che arriveranno a Genova, ma quelli che decidono di sottoscrivere questo patto.
Fin dal dicembre 2000, si avviano i primi contatti con le istituzioni, nella convinzione che l'organizzazione degli eventi a Genova necessiti di un ampio periodo di preparazione. Nel gennaio 2001, quindi a sette mesi dal G8, parte la raccolta di


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firme per la petizione «Genova città aperta», che è accompagnata da una lettera aperta ai cittadini genovesi perché si vuole costruire un rapporto con la città.
Il Patto di lavoro, e poi il Genoa social forum, decide di tenere in ogni fase di confronto istituzionale un atteggiamento di trasparenza, oltreché di correttezza: in altre parole, decidiamo di informare sempre, pubblicamente e in modo assolutamente trasparente, i nostri interlocutori e la pubblica opinione di quello che abbiamo intenzione di fare e di come abbiamo intenzione di agire. Si tratta del tentativo di confrontarci con i rappresentanti istituzionali sugli spazi di accoglienza, sul diritto a manifestare, sulla libera partecipazione, e così via, tentativo che poi, come vedremo, resta senza risposta per diversi mesi. In particolare, dal 9 febbraio, con l'incontro in prefettura con il Tavolo inerente il G8, e fino ad aprile, attraverso sit-in in tutta Italia e iniziative anche di pressione davanti al Viminale, cerchiamo un rapporto con le istituzioni.
Nel frattempo vi è un avvenimento importante per comprendere cosa si stava realizzando. Alla fine di gennaio 2001 si tiene il forum sociale mondiale a Porto Alegre: in contemporanea con l'incontro dei potenti a Davos, ci si trova nel sud del mondo con i movimenti, le associazioni e le ONG per discutere di un altro mondo possibile. È da quella scadenza che il Patto di lavoro si trasforma in Genoa social forum - siamo al 27 febbraio - diventando un organismo di coordinamento internazionale a cui far riferimento gran parte delle associazioni che vengono a Genova.
La grande preoccupazione che anima il Genoa social forum è quella di coniugare la centralità dei contenuti di critica a questa globalizzazione con le mobilitazioni: ecco perché nel programma che cominciamo ad elaborare fin dall'inizio di


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quest'anno, parliamo innanzitutto del public forum, ossia di organizzare una settimana di dibattiti a Genova, dal 16 al 22 luglio, a cui possano assistere e partecipare migliaia di persone, con centinaia di relatori provenienti da tutto il mondo. Il public forum affronta i temi della finanza, dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo, la famosa questione della riduzione del tempo di possesso dei brevetti sui farmaci da parte del WTO, il problema, della anti-democraticità, a nostro parere, dell'Organizzazione mondiale del commercio. Per esempio, si discute della necessaria riconversione dell'industria bellica e della remissione del debito ai paesi poveri: si affronta inoltre, la famosa questione della quota da destinare alla cooperazione internazionale, passando dall'attuale livello italiano dello 0,2 per cento al 7,5, nonché quella dell'accordo di Kyoto come elemento di base, ma non sufficiente, per una tutela dell'ambiente. Questi sono alcuni dei temi posti al centro del public forum: ne ho citati alcuni, ma ce ne sono tanti altri; che potete trovare nell'appendice.
Contemporaneamente, rivendichiamo il diritto di manifestare il dissenso in modo visibile, tranquillo e pacifico; con modalità pacifiche e non violente, per non attaccare in alcun modo la città né le persone: ovviamente, qualunque persona, in divisa o meno. Questa è la dichiarazione solenne del 5 giugno 2001, diffusa poi anche pubblicamente, dal titolo. Rispetteremo la città e non ci saranno attacchi contro le persone, né contro le cose. In essa si afferma che abbiamo fatto tra di noi un patto «e solennemente dichiariamo: noi scegliamo di agire nel pieno rispetto della città; noi scegliamo di non compiere attacchi contro alcuna persona»; noi scegliamo una pratica pacifica e non violenta; in seguito, viene illustrato cosa intendiamo fare.


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Vi è la questione del confronto con il Governo, sulla quale in seguito entrerò più nel merito, e cominciano le comunicazioni dirette con la questura, che viene informata sui percorsi e sulle piazze in cui il Genoa social forum intende tenere le proprie iniziative. Si parla, quindi, del corteo internazionale dei migranti del 19 luglio, che intende porre al centro il diritto alla libera circolazione dei migranti in un mondo in cui si muovono le merci ma non le persone, anche recuperando alcune situazioni drammatiche degli anni passati: e pensando a quello che sta avvenendo su quella nave che viaggia con centinaia di persone a bordo, senza che vi sia qualcuno che le ospiti e che riconosca loro i diritti umani. Per il 20 luglio si prevedono iniziative finalizzate ad accerchiare i luoghi di svolgimento del vertice del G8: si tratta di varie e molteplici iniziative, promosse da diversi gruppi aderenti al Genoa social forum, in base alla prassi che abbiamo scelto, ossia in un contesto unitario di riconoscimento di contenuti - Patto di lavoro - e della dichiarazione solenne, ovviamente tenendo conto anche delle diversità all'interno di questi patti, della storia delle differenti associazioni. Questa giornata è dedicata a portare in piazza i contenuti del forum, le famose piazze tematiche.
Per sabato 21 luglio è prevista la manifestazione conclusiva, con il corteo per le vie di Genova, alla quale noi diciamo inizialmente che parteciperanno almeno centomila persone. Il percorso del corteo viene definito lungo un itinerario non tangente alla zona rossa per evitare qualunque elemento di tensione. Contemporaneamente, visto il complesso dei divieti previsti, si comincia ad affrontare la questione della zona gialla - che poi riprenderemo -, istituita con un'ordinanza del prefetto di Genova il 2 giugno. Alla luce di quanto è avvenuto da altre parti, non ultimo a Göteborg, si pensa comunque di


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organizzare un servizio sanitario e un servizio legale per tutti coloro che decidono di venire a Genova, come supporto per eventuali situazioni di tensione che noi non vogliamo creare, ma che ovviamente non sempre dipendono dal Genoa social forum e dai manifestanti.
Il Genoa social forum, durante i mesi di preparazione, si riunisce regolarmente in assemblee plenarie aperte circa ogni tre settimane. La continuità del lavoro fra le assemblee viene assicurata da un consiglio di portavoce, composto da 18 rappresentanti delle maggiori organizzazioni aderenti al Genoa social forum, che rappresentano in qualche modo le diverse affinità. Si tratta di centinaia di associazioni; pertanto è ovvio che si inseriscano le più grandi, che poi tengono i contatti con quelle affini come contenuti e come ispirazione.
Nella seconda metà di maggio viene indicato un portavoce nazionale, inizialmente per una conferenza stampa, poi confermato nella persona del sottoscritto. Per assicurare il coordinamento con le realtà internazionali aderenti al Genoa social forum si tengono due riunioni con le associazioni europee ed estere; ovviamente vi sono tutti gli allegati di quanto detto.
A questo punto, entrerei un po' più nel merito; chiedo scusa se mi dilungherò, ma credo che sia utile.
Nell'ottobre 2000 si avvia da parte di alcune organizzazioni genovesi un percorso che porta al Patto del lavoro. Gli allegati relativi a questa seconda parte - mi riferisco ai rapporti tra Genoa social forum ed istituzioni - vi verranno consegnati in un secondo momento, poiché non sono ora disponibili.
Il 27 ottobre 2000 viene redatto il primo documento intitolato: «Un mondo diverso è possibile». Il Patto di lavoro è, quindi, nato in breve tempo e raccoglie, tra le adesioni, quella della Rete contro G8, un altro coordinamento che già da qualche tempo aveva rapporti con il comune di Genova; era


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un coordinamento soprattutto locale, che poi confluì nel Patto di lavoro; dopodiché tutto si trasforma in Genoa social forum. Il 19 dicembre 2000 il documento «Un mondo diverso è possibile» viene sottoscritto da tantissime associazioni. A seguito di richieste scritte e di incontri nei giorni compresi tra il Natale 2000 ed i primi giorni di gennaio 2001 si susseguono i primi incontri istituzionali con la provincia (27 dicembre 2000), con il comune (27 dicembre 2000), con il prefetto (11 gennaio 2001) e poi, subito dopo, con il ministro Vinci Giacchi. A tutti viene chiesta l'istituzione di un tavolo di coordinamento comune tra i diversi enti locali. Il presidente della regione Liguria, Biasotti, nonostante due lettere di richiesta di incontro, non fornisce alcuna risposta.
Il 21 dicembre, presso la Presidenza del Consiglio, si tiene un primo incontro tra la dottoressa Marta Dassu' ed alcuni rappresentanti di ONG ed altre associazioni. Nell'incontro viene illustrata l'intenzione del Governo di promuovere un progetto intitolato «Genoa non governmental initiative» finalizzato a facilitare l'apporto della società civile ai contenuti dell'agenda. Le ONG informano i rappresentanti della nascita del Patto di lavoro.
Il 5 gennaio, presso la sede dell'Istituto affari internazionali, si svolge la presentazione ufficiale di tale progetto e le organizzazioni fanno presente, anche in questa situazione, la necessità di creare una sede di confronto sulle manifestazioni. Nel mese di gennaio lanciamo la petizione accompagnata dalla «Lettera aperta ai genovesi».
Si giunge così al 29 gennaio 2001, quando una delegazione del Patto di lavoro viene ricevuta in prefettura, oltre che dal prefetto Di Giovine, dai massimi rappresentanti di comune, provincia e regione (come si evince dagli allegati). Durante tale


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incontro, viene rinnovata la richiesta di un tavolo comune di coordinamento e cominciamo ad illustrare le prime richieste ritenute necessarie per l'accoglienza.
Il 30 gennaio, cioè il giorno dopo, si tiene l'incontro tra Amato, il prefetto, il sindaco ed altri ancora e viene comunicato che la dottoressa Margherita Paolini, della struttura di missione governativa, è stata incaricata di dialogare con le organizzazioni.
Arriviamo all'8 febbraio: è una data importante perché il Patto di lavoro è convocato in prefettura per un incontro con il prefetto Di Giovine, con l'architetto Margherita Paolini, con il presidente della provincia Marta Vincenzi, con il vicesindaco Claudio Montaldo e con il consigliere regionale Fabio Broglia. Durante l'incontro avanziamo in modo sufficientemente preciso alcune richieste e proponiamo la costituzione di una cittadella che chiamiamo «la cittadella della solidarietà» nella quale possano svolgersi i dibattiti e gli incontri, cioè il public forum. Illustriamo le manifestazioni previste e ipotizziamo che nella zona di levante della città possa svolgersi anche il corteo.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE GIAN FRANCO ANEDDA

VITTORIO AGNOLETTO, Portavoce del Genoa social forum. Il 27 febbraio, durante una riunione, il Patto del lavoro assume la denominazione di Genoa social forum.
In attesa delle risposte ufficiali da parte del Governo, il 19 marzo il Genoa social forum invia ai capigruppo e ai presidenti dei consigli degli enti locali un documento, affinché si esprimano su «Genova città aperta».


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Il 29 marzo il Genoa social forum invia due lettere ai candidati Premier, Rutelli e Berlusconi, chiedendo di essere ricevuto e, comunque, di esprimersi sulle questioni relative ai temi della globalizzazione e al diritto a manifestare.
Il 30 marzo il GSF risponde ad una richiesta del sindaco di La Spezia che si rende disponibile ad alcune iniziative.
Ai primi di aprile si tiene la conferenza internazionale conclusiva del progetto GNG di cui abbiamo parlato prima.
Il 3 aprile a Genova Piero Fassino, allora ministro della giustizia in carica e candidato Vicepremier di Rutelli, riceve una delegazione del Genoa social forum; a lui ripetiamo tutte le nostre richieste; Rutelli poi, risponderà il 26 aprile. Nulla si blocca fino al 4 aprile; in tale data, infatti, parte il «telegram day»: attraverso centinaia di fax, telegrammi ed e-mail, mandiamo messaggi al ministro dell'interno Bianco e al Presidente della Repubblica Ciampi chiedendo un confronto e la disponibilità a discutere sull'accoglienza; a livello internazionale riceviamo messaggi che ci chiedono come sia possibile che ancora nulla sia stato organizzato.
Il giorno dopo, il 5 aprile, in tutta Italia si svolgono decine di presidi assolutamente pacifici davanti alle prefetture per chiedere che Genova sia città aperta. A Roma si svolge un presidio di fronte al Viminale per chiedere al ministro Bianco di essere ricevuti. Il capo di gabinetto Sorge insieme al prefetto di Genova Di Giovine, riceve una delegazione del Genoa social forum composta da Bolini, De Fraia, Agnoletto, De Cesari e Suor Pasini. Nell'incontro ripetiamo le nostre richieste e ci viene comunicato che il prefetto Di Giovine sarà il nostro interlocutore. Egli ci dice che probabilmente la cittadella sarà autorizzata e ci assicura che non vi è l'intenzione di chiudere


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le frontiere. Il prefetto Di Giovine chiede di avere maggiori dettagli sulle richieste del GSF, dettagli che vengono consegnati una settimana dopo, l'11 aprile.
Il 20 aprile una delegazione del GSF viene convocata dal prefetto. A questa riunione partecipano anche il capo della DIGOS di Genova, Spartaco Mortola, e Margherita Paolini. La delegazione del GSF spiega nuovamente tutte le proposte; si è trattato dell'ultimo incontro ufficiale prima delle elezioni. Poi si ferma tutto: fino a quella data non avevamo ottenuto alcuna risposta ai documenti presentati l'8 febbraio.
Il 4 e il 5 maggio si riunisce a Genova la prima assemblea internazionale del Genoa social forum; si discute e da parte di tutti viene confermato il carattere assolutamente pacifico e non violento delle manifestazioni; su questo documento abbiamo ottenuto anche l'adesione delle associazioni internazionali.
L'8 maggio il GSF riceve per conoscenza una lettera di molti parlamentari liguri, inviata ad Amato, con la quale si sollecita una risposta alle richieste del GSF.
Il 9 maggio il GSF presenta nuovamente le richieste formali al prefetto, al questore, al sindaco e al comandante dei vigili urbani.
Il 10 maggio il sindaco di La Spezia si fa avanti nuovamente per proporre alcune iniziative che poi verranno stabilite.
Il 15 maggio il GSF fornisce ulteriori richieste.
Il 24 maggio inoltriamo due lettere al Presidente della Repubblica e al Premier in pectore Berlusconi (perché non sapevamo ancora chi fossero i ministri): ripercorriamo la storia del GSF e chiediamo di avere delle risposte; anticipiamo che in data 2 giugno, in occasione della festa della Repubblica, abbiamo intenzione di sviluppare iniziative a sostegno del diritto a manifestare.


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Nella medesima giornata, i portavoce Vittorio Agnoletto e Chiara Cassurino incontrano i media sotto la sede del Comitato parlamentare di controllo delle attività dei servizi di informazione per criticare alcune veline apparse sulla stampa, che avevano cercato di prospettare scenari incredibili (sangue infetto lanciato dagli aeroplani, tentativi di rapire singoli rappresentanti delle forze dell'ordine e così via); secondo queste sarebbe dovuto succedere di tutto. Pertanto assumemmo iniziative per protestare.
Il 5 giugno approviamo il documento di cui vi abbiamo detto sul modo di manifestare.
Il 12 giugno, giorno dell'insediamento di Scajola, inviamo una lettera al ministro chiedendogli un incontro (il testo di questa lettera è disponibile).
Insomma, alla fine gli enti locali si dichiarano genericamente disponibili, ma non si esprimono, non avendo indicazioni né dal Governo precedente né da quello appena insediato.
Arriviamo al 24 giugno del 2001; ormai siamo a meno di un mese dall'iniziativa: avevamo presentato le richieste l'8 febbraio. Domenica pomeriggio si svolge l'incontro con il capo della Polizia, Gianni De Gennaro, alla presenza del vicecapo Ansoino Andreassi, del questore di Genova, Colucci, dell'addetto stampa Sgalla e di altri funzionari. Questo incontro è convocato su mandato del Governo e dura circa due ore. De Gennaro ci comunica l'intenzione del Governo di fare svolgere le manifestazioni in concomitanza con il vertice del G8. Non essendo una trattativa, e visto che De Gennaro stesso ci rassicura circa il fatto che il diritto a manifestare non era in discussione, l'incontro si concentra su alcune questioni organizzative: chiediamo garanzie sull'apertura delle frontiere, sul funzionamento dei trasporti per giungere a Genova, sull'organizzazione


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dell'accoglienza. Il Genoa social forum chiede anche che le forze dell'ordine (siamo dopo Göteborg) impegnate in prima linea non siano dotate di armi da fuoco ed avanza la richiesta che la cosiddetta zona gialla sia cancellata. Appare subito chiaro che gli interlocutori presenti non sono in grado di fornire alcuna risposta, non avendo a loro volta ricevuto precise indicazioni politiche. Il Genoa social forum decide di sospendere la riunione e chiede l'incontro col ministro Scajola.
Il 28 giugno abbiamo l'incontro alla Farnesina con il ministro degli esteri Ruggiero e con il ministro dell'interno Claudio Scajola. La prima parte dell'incontro è gestita da Ruggiero il quale ci chiede di sottoscrivere un documento attraverso cui il Governo italiano invita alcune personalità del sud del mondo ad un incontro a Roma. Cominciamo a discutere dei contenuti: in circa 40 minuti di discussione è ovvio che non si raggiunge alcun accordo. Poniamo il problema della Tobin tax, il problema dei brevetti ed un'altra serie di questioni, senza arrivare a sottoscrivere alcun documento. Il ministro Scajola conferma la decisione del Governo di far svolgere le manifestazioni proposte dal Genoa social forum, sconfessando in quella sede il Vicepremier Fini, che il giorno prima aveva affermato che a Genova si sarebbe usato l'esercito in piazza per fronteggiare i manifestanti. Respinge al mittente la richiesta che le forze dell'ordine impegnate in prima fila non siano armate affermando che, contrariamente a quanto successo a Göteborg, «le forze dell'ordine italiane in piazza non sparano perlomeno finché io sarò ministro degli interni». Accenno inoltre, ad alcune strutture da destinarsi all'accoglienza, rimandando i dettagli, nonché la definizione della zona gialla, delle frontiere e della viabilità ad un'ulteriore riunione.


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Il 30 giugno in prefettura abbiamo un incontro con il prefetto Di Giovine, il capo della Polizia De Gennaro, il questore Colucci, il capo della DIGOS Mortola e qualche altro funzionario. L'incontro dura cinque ore. De Gennaro comunica che chiederà al Governo di applicare le clausole del trattato di Schengen relative alla riattivazione dei controlli alle frontiere, affermando che le nuove misure sarebbero state gestite con grande elasticità, al fine di bloccare l'entrata in Italia di gruppi violenti, sulla base di segnalazioni mirate. Il capo della Polizia assicura poi che, relativamente alle autostrade, a levante queste rimarranno aperte e De Gennaro, a differenza di quanto reso pubblico fino a quel momento, dichiara che la stazione di Brignole rimarrà aperta, contrariamente alla stazione di Principe. Le manifestazioni saranno autorizzate solo a levante. Protestiamo per questa limitazione, che poi nei fatti viene modificata, tant'è che poi si tenne una manifestazione a ponente. Rispetto allo cosiddetta zona gialla, dopo una lunga discussione, aperta dall'affermazione di De Gennaro, secondo la quale «la zona gialla non è la Bibbia», si arriva alla conclusione che per tutto quello che concerne le questioni di ordine pubblico, per le quali è necessaria preventiva comunicazione alla questura (quindi manifestazioni, presidi, volantinaggi) la zona gialla può ritenersi non più esistente per quanto ci riguarda: se rimane è per una questione di posteggio delle macchine e per impedire che si aprano nuovi cantieri di lavoro.
Presentiamo lo schema generale delle manifestazioni. Evidenziamo come il 20 l'assedio alla zona rossa avverrà attraverso iniziative diverse (dalla veglia di preghiera, ai sit-in, ai cortei) e che alcuni degli aderenti al Genoa social forum praticheranno forme di disobbedienza civile. Facciamo presente che questi ultimi sono consapevoli di voler superare la


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legge e che sono pronti a pagare le conseguenze del loro gesto. Spieghiamo come la disobbedienza avverrà nel rispetto delle scelte comuni del Genoa social forum: non attaccare le città, non attaccare le persone e non usare strumenti atti ad offendere. Il capo della Polizia ci risponde che la repressione di tali violazioni sarà certamente commisurata ai comportamenti dei manifestanti. De Gennaro afferma che le forze dell'ordine non sparerebbero mai sui manifestanti.
Tutte le altre autorizzazioni e decisioni rispetto alle manifestazioni le avremmo dovute chiedere, poi, alle autorità competenti.
Raffaella Bolini afferma che probabilmente avrebbero partecipato 200 mila persone. Qui c'è un nodo: De Gennaro dice che egli ha gestito eventi simili con la presenza di oltre un milione di persone e che, quindi, non c'è motivo di preoccuparsi, perché, secondo le sue informazioni, comunque a Genova non arriveranno più di 40 mila persone.
Veniamo ora al secondo capitolo: organizzazione e gestione dell'accoglienza. Per organizzare l'accoglienza abbiamo cominciato nel dicembre del 2000 con il percorso che vi abbiamo illustrato. Non è stato possibile impostare alcuna ipotesi concreta fino all'incontro con la prefettura in data 30 giugno. Le risposte di un via libera per comune e provincia da parte del Governo non arrivavano.
Dopo il 30 giugno comincia un complesso lavoro per arrivare alla stesura di un piano dettagliato. Si trattava di indicare strutture idonee e via dicendo. Non sempre il percorso è stato semplice e lineare. Possiamo ricordare il caso macroscopico dello stadio di atletica Villa Gentile prima concesso (fu addirittura uno dei due o tre luoghi promessi dal ministro degli interni) e poi negato senza una chiara motivazione alla vigilia dell'inizio della predisposizione dell'attività.


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Solamente il 10 luglio abbiamo avuto una risposta formale ed i montaggi delle strutture cominciano il 12 e il 13 luglio. La struttura inizia a funzionare per l'accoglienza dal 16 luglio, tranne alcuni campi che vengono consegnati il 17, il 18 e perfino il 19 luglio: e noi le richieste le avevamo presentate l'8 febbraio!
Il Genoa social forum organizza la gestione dei luoghi assegnati attraverso un punto di convergenza. Da domenica 15 luglio cominciano ad arrivare le persone che vengono indirizzate nei centri di accoglienza già pronti. Man mano che passa il tempo vengono attivati altri luoghi di accoglienza, ma già mercoledì 18 ci rendiamo conto che, come avevamo previsto, i posti disponibili non sarebbero stati sufficienti. Infatti, il vincolo imposto dall'amministrazione delle forze dell'ordine di utilizzare solo le aree a levante e le difficoltà, visti i tempi, di montare altri campi, faceva sì che la capienza totale non superasse i 25 mila posti contro gli oltre 40 mila di cui avremmo avuto bisogno.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DONATO BRUNO

VITTORIO AGNOLETTO, Portavoce del Genoa social forum. Nella settimana dal 15 al 22 vengono effettuate senza problemi diverse perquisizioni nelle strutture assegnate al Genoa social forum, tutte con esiti negativi.
Giovedì sera (il 19) intorno alle 22 comincia a piovere copiosamente e tutti i tendoni collettivi predisposti si allagano. La situazione peggiore è quella del SEDI, il cui tendone è posto in fondo ad una discesa asfaltata: verso le 23,30 nel tendone ci sono 40 centimetri d'acqua. Negli altri campi la situazione non è molto migliore e siamo costretti a chiedere l'intervento del 118 per due o tre persone colpite da ipotermie e da sindromi da raffreddamento. I vigili del fuoco intervengono al


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Carlini, mentre le persone che occupano via dei Ciclamini riescono a risolvere il problema da sole.
Dopo una serie di consultazioni con l'amministrazione comunale, vengono aperte le gradinate della piscina Sciorba, mentre al SEDI i Cobas ottengono direttamente dall'assessore Massolo l'apertura della seconda palestra e di un piccolo auditorium.
A causa della pioggia, molte persone che dormivano nei tendoni allagati o all'aperto cercano una sistemazione; alcune di loro vengono accolte presso la scuola Pertini, nella palestra. Vengono richiesti agli enti locali interventi di emergenza, distribuzione di bevande calde e coperte, ma, purtroppo, ci viene riferito che tali interventi non sono fattibili. Nelle stesse ore, il Genoa social forum effettua sopralluoghi in tutti i centri di accoglienza, e al SEDI si nota - siamo, quindi, alla sera del 19 luglio - che alcuni sconosciuti stanno danneggiando la palestra. La situazione è tesa; i COBAS, nella persona di Paolo Arado, avvisano l'assessore Massolo di quanto sta avvenendo; ci informano altresì dell'imminente arrivo di quest'ultimo sul posto la sera stessa (e così, poi, avviene). Quindi, informata immediatamente la provincia, l'assessore arriva sul posto.
La mattina successiva, durante una riunione in comune, alla presenza di vari esponenti dell'amministrazione comunale e provinciale, alcuni responsabili del Genoa social forum avvisano nuovamente l'assessore di quanto visto la sera precedente. L'assessore, ovviamente, dice che ne era già abbondantemente a conoscenza.
I centri di accoglienza rimangono attivi, senza ulteriori problemi, sino alla notte del 21 luglio. A seguito della diffusione di notizie riguardanti le modalità e gli effetti della perquisizione alla scuola Pertini (63 feriti di cui alcuni gravi),


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molte delle persone ancora presenti nelle strutture decidono di abbandonarle, nel timore che vengano intraprese quella notte analoghe iniziative.
Per quanto riguarda i giorni delle manifestazioni ed i fatti di Genova, la nostra memoria cerca di ricostruire quanto avvenuto attraverso resoconti qualificati forniti da chi di noi era presente, nonché attraverso le oltre 200 testimonianze e denunce di singoli cittadini; ovviamente, tra queste, alcune non le abbiamo ancora esaminate: per quanto compete, le consegneremo all'autorità giudiziaria, alla magistratura. Il nostro intento è fornire elementi affinché si possano ricostruire gli eventi più controversi.
Il Genoa social forum ritiene che, in occasione del vertice del G8 di Genova, non siano stati garantiti i più elementari diritti dei cittadini e siano stati fortemente limitati i diritti costituzionali di espressione, di informazione e manifestazione. La strategia che ha guidato il comportamento delle forze dell'ordine ha di fatto permesso, in tutti e due i giorni, 20 e 21 luglio, la distruzione sistematica della città da parte dei cosiddetti black bloc; essa è sempre intervenuta, invece, in maniera violenta contro le manifestazioni promosse del Genoa social forum.
Qui di seguito vogliamo dare un'idea di quali siano i nodi più problematici. Prima di entrare nel merito di quanto avvenuto il 20 ed il 21, vorremmo solo ricordare che a partire dal 16 luglio si è svolto il Public forum (che ha visto migliaia di partecipanti) mentre, il 19 luglio, si è avuta, senza alcun incidente, la grande manifestazione dei migranti. Nei mesi precedenti, con una costanza impressionante, vengono divulgate dai media presunte relazioni dei servizi segreti, del tutto fantasiose e puntualmente smentite dagli accadimenti. Si sprecano le notizie su attentati terroristici di oscure organizzazioni.


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Tali notizie, su imprecisate frange più estreme dei manifestanti che starebbero meditando di colpire duramente le forze dell'ordine attraverso rapimenti, arrivano agli organi di stampa, mentre si susseguono sui media cronache sugli allenamenti dei reparti mobili della Polizia di Stato a Roma.
Nei primi giorni di luglio vengono effettuate alcune perquisizioni anche nelle residenze di esponenti del Genoa social forum, senza alcun esito. Il 16 luglio, alle 10,30 del mattino un pacco bomba esplode a Genova tra le mani del carabiniere Stefano Torri, ferendolo ad un occhio ed alle mani. Una delegazione del Genoa social forum si reca in visita presso l'ospedale San Martino, esprimendo solidarietà a Stefano Torri e condannando il vile attentato. Si susseguono allarmi bomba in tutto il paese, alcuni purtroppo reali ed altri frutto della psicosi che si era generata. Tra gli altri, ricordiamo un ordigno incendiario ad orologeria trovato sotto un camper davanti allo stadio Carlini, poi neutralizzato dagli artificieri. Inoltre, il 17 luglio arriva una busta al sindaco di Genova che contiene un messaggio di morte per il portavoce del Genoa social forum Vittorio Agnoletto e due proiettili calibro 38. Aggiungo che io vengo a saperlo dall'agenzia ANSA la quale mi chiede una dichiarazione il giorno dopo, durante il convegno sindacale; ricevo poi conferma di ciò da una telefonata di miei amici, da Milano: infatti, la notizia, è apparsa già in video. Avvisato, alle ore 1,30 del 18, a ventiquattr'ore di distanza, dal Vicecapo della polizia Andreassi, vengo convocato alle 5,30. Quando chiedo come mai non fossi stato avvisato precedentemente, mi viene risposto: dottore, deve capire, siamo anche noi in uno stato di confusione assolutamente totale. Mi legge la relazione, dalla quale emerge che, oltre a me, il proiettile era rivolto anche a Casarini; chiedo se Casarini fosse stato avvisato. In quella riunione, presenti le varie autorità, vengono chiamati


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tutti i sottoposti, che dichiarano all'unisono di non averlo avvisato. Andreassi dice di avvisare immediatamente Casarini, il quale viene avvisato in serata (alle 18,30 non era ancora stato avvisato). Questo è il clima che si respira in città quando, nella notte tra il 17 e il 18 luglio, vengono innalzate barriere di cinque metri di altezza attorno alla zona rossa, dividendo in due la città e recludendo di fatto circa trentamila abitanti.
La tensione si stempera, per fortuna, il 18 sera, quando abbiamo organizzato il concerto di Manu Chao. Il 19 luglio è il giorno della manifestazione dei migranti, che si conclude a piazzale Kennedy: 50 mila persone, nessun incidente.
Arriviamo al 20 luglio, venerdì. Innanzitutto ricordiamo che quel giorno, le iniziative sono state: il presidio di piazza Manin/via Assarotti (organizzato da rete Lilliput, Legambiente, Marcia delle Donne e Rete ControG8); il presidio di piazza Dante (dove si erano concentrati ARCI, Attac, LILA, Rifondazione comunista, Fiom, UDU, UDS, alcuni centri sociali); il presidio di piazza Paolo da Novi (organizzato dai Cobas); il corteo di piazza Montano, da piazza Montano a piazza Di Negro (organizzato dalla CUB); il corteo di corso Gastaldi (organizzato dalle Tute bianche e dai Giovani comunisti). Cosa avviene a piazza Paolo da Novi? Questo ci sembra uno degli elementi fondamentali della relazione. La piazza è occupata, già alle 11 di mattina, dai cosiddetti black bloc; viene, quindi, abbandonata dai COBAS e dagli attivisti del Network per i diritti globali che avevano organizzato il presidio preventivamente autorizzato ai COBAS. Questi ultimi ed il Network si dirigono verso il mare, dove improvvisano un concentramento all'altezza di piazza Rossetti. Il concentramento nella piazza tematica doveva avvenire alle ore 12. Attorno alla stazione ferroviaria di Brignole, durante la notte, erano stati disposti degli sbarramenti con container. Reparti in tenuta antisommossa


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erano disposti ad elle, chiudendo la piazza in direzione non solo di piazza Verdi ma anche di via della Libertà. Successivamente, il reparto in via della Libertà veniva riposizionato. Tra le 11,30 e le 11,45, mentre stavano arrivando alla spicciolata le prime delegazioni di manifestanti e di contadini, gli avvenimenti sono precipitati. Da una parte, alcune decine di giovanissimi, senza segni distintivi evidenti, hanno iniziato a lanciare contro il reparto schierato in corso Buenos Aires oggetti che si erano procurati da una cantiere di ristrutturazione, svellendo le pavimentazioni intorno alle aiuole della piazza. Alcuni esponenti dei COBAS sono rimasti coinvolti; in particolare, uno di essi, nel tentativo di disarmare queste persone, è stato colpito e ferito alla testa. Le agenzie hanno dato ampio risalto all'episodio. Nel mentre, da corso Buenos Aires sopraggiungeva un corteo di forse 200 persone, quasi tutte a volto coperto, che attaccavano le vetrate di una banca e poi iniziavano a muoversi verso piazza Tommaseo, in direzione contraria rispetto alla zona rossa. A questo punto, i reparti antisommossa sembravano pronti ad intervenire; quindi i manifestanti della piazza tematica, per non trovarsi coinvolti nelle cariche, anche se il concentramento non era ancora concluso, hanno dovuto abbandonare la piazza. Alcune centinaia di essi hanno cercato di allontanarsi, uscendo insieme da piazza Paolo da Novi, in un primo tempo in direzione di piazza Palermo; poi, resisi conto che lì non si poteva andare perché si stavano verificando incidenti, si dirigevano verso piazzale Kennedy. Un certo numero di persone vestite di nero hanno tallonato il corteo per farsene scudo e hanno continuato ad incendiare cassonetti e ad infrangere vetrine.
Arriviamo alla vicenda di corso Gastaldi. Alle 13,30 parte il corteo dei disobbedienti, il cui preavviso era stato notificato


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alla questura di Genova il 16 luglio, in termini precisi, per quanto riguarda tutto il percorso (vedi allegati). Attenzione: il giorno 19 luglio, infatti, ci avevano comunicato che di questa manifestazione era stata vietata la parte finale (piazza Verdi, piazza delle Americhe, piazza della Vittoria e via XX Settembre) e che quindi, la manifestazione era regolarmente autorizzata fino alla fine di via Tolemaide. Qui, abbiamo il testo, che possiamo consegnare, con le prese d'atto e le autorizzazioni per lo sviluppo di questo corteo con i limiti prima citati.
Alla testa del corteo, alcune file di scudi collettivi montati su strutture mobili e dietro altre migliaia di persone, con giubbotti nautici e protezioni individuali, tutti senza strumenti atti ad offendere. D'altra parte, questi strumenti di difesa erano stati abbondantemente filmati e pubblicati sui giornali. Fino dall'altezza dell'ospedale di San Martino era possibile scorgere, mentre il corteo ancora stava avanzando, dense colonne di fumo ed elicotteri a bassa quota alcuni chilometri più in basso. Il corteo viene rallentato per capire cosa sta accadendo e avanza con estrema lentezza fino all'incrocio con via Montevideo, dove incontra la carcassa di un'autovettura ribaltata, bruciata e ormai solo fumante. Il corteo, fin dallo stadio Carlini, è preceduto, ad alcune centinaia di metri, da un «gruppo di contatto», composto da portavoce, parlamentari e giornalisti, delegato, appunto, a prendere contatto con i dirigenti delle forze dell'ordine. È da lì che si sente il gruppo di contatto, che con il megafono continua a dire, mentre il corteo avanza: «guardate quella carcassa, noi non c'entriamo, chi l'ha fatta? È stata fatta prima di noi». È tutto registrato nei video. Ma il gruppo di contatto non riuscirà a svolgere alcuna funzione, pur essendosi spinto fin quasi alla stazione di Brignole, senza incontrare alcun interlocutore.


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Il corteo arriva a pochi metri dall'incrocio tra via Tolemaide e corso Torino, dove un centinaio - e qui è importante - di carabinieri sta inseguendo un piccolo gruppo di persone che fugge verso il tunnel sotto la ferrovia che immette in corso Sardegna. Il gruppo dei carabinieri, giunto all'incrocio con via Tolemaide, desiste improvvisamente dall'inseguimento e, sparando lacrimogeni, svolta di 90 gradi nella suddetta via caricando, non quelli che stavano scappando e che inseguivano prima, ma la testa del corteo.
Nel giro di pochissimi minuti dalla stazione di Brignole avanzano i cellulari dei carabinieri, fino ad allora fermi, che sostengono l'azione di carica, supportati da un'incessante pioggia di lacrimogeni proveniente anche dai tetti dei palazzi e, in un secondo momento, anche dal ponte della ferrovia. Vorrei far presente per chi non è di Genova che siamo ancora nel mezzo del corteo autorizzato e non siamo minimamente arrivati dove c'è il divieto. Da questo punto in poi le cariche saranno continue, mentre il corteo arretra lentamente e tutto attorno la situazione si fa più confusa.
Il corteo continua ad indietreggiare sotto la pressione dei lacrimogeni e per l'avanzare dei mezzi blindati, lanciati ad alta velocità contro i manifestanti (come dimostrano filmati e foto); la calca è terribile, le persone soffocano per i gas e vengono schiacciati. In assenza di vie di fuga alcune centinaia di manifestanti si disperdono nelle vie laterali, bloccate dai carabinieri e, per aprirsi la strada in modo non organizzato, ingaggiano i primi scontri. Mentre il grosso del corteo composto da 20 mila persone tenta con difficoltà di ritirarsi verso lo stadio Carlini, nella zona continuano violenti scontri, che, poco dopo, porteranno alla morte di Carlo Giuliani.
A questo punto, in via Tolemaide avanzano due grossi automezzi della polizia dotati di idranti, usati come arieti


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contro la testa della manifestazione e nel corteo si diffonde la notizia che le forze dell'ordine hanno usato armi da fuoco e che uno o più manifestanti sono rimasti colpiti. Poco dopo arrivano la conferma della morte di un ragazzo e la voce di altri due decessi (solo in serata si saprà che il morto è uno ed ha le generalità di Carlo Giuliani).
Il corteo indietreggia, incalzato dalle cariche lungo corso Gastaldi per più di un chilometro, con una sorta di caccia all'uomo e pestaggi indiscriminati. All'incrocio con via Corridoni alcune centinaia di poliziotti, nonostante parte del gruppo di contatto avesse più volte comunicato che il corteo stava rientrando allo stadio Carlini, si aggiungono alle cariche, che cessano solo alcune centinaia di metri prima dello stadio stesso, dove il corteo rientra a partire dalle 18,30.
Cariche, pestaggi ed arresti continuano nelle ore successive nei quartieri di san Martino e alla Foce nei confronti di chi si era perso o attardato.
A piazza Manin c'era la Rete Lilliput ed altri che cominciano ad arrivare alle ore 9,30. Qui ci sono scene diverse: banchetti delle botteghe del commercio equo e solidale, cartelloni, iniziative e via dicendo. In questa piazza non c'è alcuna presenza delle forze dell'ordine, che fino al giorno prima, invece, la presidiavano; convergono qui gli aderenti del pink bloc, ecopacifisti in prevalenza del centro e nord Europa. Nonostante le autorizzazioni scritte, alcuni organizzatori del presidio di piazza Manin martedì 17 luglio mattina si recano a una riunione operativa in questura con il capo della DIGOS Spartaco Mortola, durante la quale si chiariscono tutte le questioni concrete. Il pomeriggio stesso, dopo aver fissato un appuntamento, Rete Lilliput - attraverso Alberto Zoratti -


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incontra nuovamente il capo della DIGOS e si specificano i banchetti e le iniziative previste; stessa cosa avviene il 19 luglio.
Alle assicurazioni da parte del capo della DIGOS non sono seguiti fatti concreti, tanto meno durante la carica a piazza Manin il giorno 20 pomeriggio. In quell'occasione, nonostante si richiedesse agli operatori di polizia presenti in piazza chi fosse il funzionario responsabile, gli organizzatori non ricevevano risposte. Contattato a questo proposito per telefono, il dottor Mortola rispondeva «levatevi di lì». Ciò per quanto riguarda i rapporti con la questura.
Nella tarda mattinata del 20 luglio, si concentrano nella piazza circa 2-3 mila persone e verso le 12,30 si decide di cominciare a scendere per via Assarotti per effettuare un sit in pacifico davanti alle barriere di piazza Corvetto e di piazza Marsala. Giunti alla fine di via Assarotti inizia il sit in e dopo una breve trattativa con le forze dell'ordine, insieme a Don Gallo e Franca Rame, le stesse consentono agli attivisti non violenti di attaccare messaggi e striscioni alle grate di piazza Corvetto.
Alle 13,30 giungono via cellulare a vari manifestanti notizie riguardanti le incursioni dei presunti black bloc e verso le 14 viene segnalato che un gruppo degli stessi aveva assaltato il carcere di Marassi e si stava dirigendo verso piazza Manin, prendendo via Peschiera e via Monte Grappa. A quel punto gli organizzatori della manifestazione decidono di far arretrare il grosso dei manifestanti oltre via Peschiera e, infine, di guadagnare di nuovo piazza Manin, dove stazionavano nella mattina, mentre alcune decine rimangono in piazza Corvetto.
Alle 14,30 irrompono nella piazza, dove non sono presenti le forze dell'ordine, i black bloc ed altri gruppi armati di spranghe e bastoni, facendo marce e caroselli. Gli attivisti non


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violenti si frappongono tra i cosiddetti black bloc e l'imbocco di via Assarotti per impedire a questi ultimi di imboccarla e di mettere in pericolo chi è rimasto davanti alle grate. Dopo pochi minuti presunti black bloc stanno sganciandosi, cominciano a imboccare corso Armellini per andarsene e, a quel punto, in piazza cominciano a piovere candelotti contro il gruppo dei manifestanti non violenti che avevano fatta opera di interposizione. Subito dopo una cinquantina di agenti della Polizia di Stato irrompono nella piazza, accanendosi sui banchetti e manganellando gli ecopacifisti e le femministe.
Alcuni dei presenti contano perlomeno una decina di ragazzi e ragazze con la testa insanguinata ed una ragazza con una frattura alla mano. I gruppi che denominiamo black bloc, nel frattempo, procedono in tutta calma per corso Armellini improvvisando barricate con i cassonetti e le campane dei rifiuti e sfasciando le macchine in sosta. All'altezza di piazza San Bartolomeo degli Armeni viene organizzata un'altra barricata e un drappello di una decina di black bloc attende l'arrivo di altri: c'è un lancio di bottiglie, di lacrimogeni e, a quel punto, anche gli ultimi black bloc si muovono per raggiungere gli altri lungo corso Solferino.
I poliziotti, invece di inseguirli, deviano verso l'adiacente piazza San Bartolomeo dove si erano rifugiati gruppi di pacifisti, li aggrediscono e continuano la caccia al militante non violento anche lungo via Assarotti. I black bloc, nel frattempo, agiscono indisturbati lungo via Palestro, mentre la polizia si attesta immobile a piazza Marsala. L'opera di distruzione dei black bloc continua in tutta tranquillità anche per corso Magenta e corso Paganini.
Nel frattempo - sono le ore 16,30-17,00 - giunta la notizia che il Genoa social forum ha deciso di smobilitare i presidi e di convocare un'assemblea in piazzale Kennedy, il grosso dei


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militanti imbocca via monte Grappa e scende da una scalinata dietro Brignole, sulla sponda destra del Bisagno all'altezza di ponte Sant'Agata, dove arriva alle 17,30. Mentre nella zona i black bloc stanno mettendo a ferro e fuoco il quartiere di Marassi, i pacifisti che vogliono raggiungere piazzale Kennedy trattano con un reparto di Polizia che presidia l'uscita della galleria in fondo a via Canevari, il quale gli impedisce il passaggio per circa un'ora.
La Rete Lilliput cerca di sbloccare questa situazione pericolosa e, alla fine, i mille riescono a guadagnare corso Torino ed arrivare in piazzale Kennedy.
Per quanto riguarda l'altra piazza tematica, piazza Dante, intorno ai giorni 16-17 luglio ARCI, Attac, Fiom CGIL, Rifondazione comunista, Unione degli studenti, alcuni centri sociali, la LILA ed altri, decidono di svolgere le iniziative previste. Spieghiamo tutto e si depositano alla questura tutte le richieste. Il giorno 19 luglio al mattino si svolge una riunione delle organizzazioni che sarebbero state presenti nelle piazze Carignano e Dante. Studiamo come organizzarci per garantire la piena pacificità delle manifestazioni e, in particolare, si decide di collocare alcune persone in luoghi strategici pronte ad avvisare se succede qualcosa. Si fissa il concentramento alle ore 12 in piazza Carignano e si decide comunque di avere già una presenza nelle piazze alle 10,30 per presidiarle. Attac France sarebbe partita in corteo da piazzale Kennedy per arrivare lì.
Noi prevediamo la presenza di due sound-system (camioncini con casse per la musica), spettacoli di teatro di strada, attività creative e quant'altro. Alle ore 11 del 19 luglio Massimiliano Morettini e Fiorino Iantorno si recano in questura da Spartaco Mortola per informarlo sull'organizzazione delle piazze nei minimi particolari. Dopo un breve colloquio


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il Mortola li accompagna a parlare con il questore e vengono fornite tutte le garanzie. La mattina del 20 luglio alle ore 11 nelle piazze vi sono alcuni di noi che stanno organizzando il tutto.
In piazza Carignano viene notato un motorino con alcuni fili scoperti, che pareva abbandonato e che aveva sul serbatoio un adesivo della Polizia di Stato. Viene avvisata la questura almeno tre volte perché controlli che non ci siano ordigni: nessun intervento.
Alle ore 12 le due piazze si cominciano a riempire. Nel frattempo, cominciano ad arrivare le prime notizie di incidenti in altre zone. In piazza Dante la manifestazione si svolge in modo abbastanza tranquillo; ogni tanto qualche momento di tensione, qualche attacco alla rete, sempre a mani nude, veniva interrotto dai getti degli idranti con acqua urticante. In piazza c'è musica e spettacoli di teatro. Il clima teso che si avvertiva per quello che avveniva in città ha fatto sì che noi rinunciassimo a costruire la torre di Babele, un grande «piedone», cioè cose creative. Il servizio di sorveglianza della piazza - il nostro servizio - ha funzionato togliendo ad alcune persone oggetti trovati per strada (bastoni, cartelloni stradali) e allontanando qualche esagitato.
Intorno alle 14 uno dei nostri punti di sorveglianza, intorno alla chiesa di piazza Carignano, ci informa di incidenti tra forze dell'ordine e cosiddetti black bloc in piazza Alessi. Una decina di persone appartenenti ad Attac si dirigono verso piazza Carignano e restano bloccate dagli scontri; alcuni attivisti di Attac cercano di raggiungerli, l'operazione riesce, ma due attivisti vengono picchiati.
Alle ore 15,45 - sono molto sicuro dell'orario e in seguito verificheremo che ciò corrisponde con i «lanci» ANSA - mi telefona il sindaco di Genova, Giuseppe Pericu (io ero a piazza


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Dante), il quale mi dice di essere furibondo (l'ANSA testimonia esattamente quello che dice): le forze dell'ordine stanno fronteggiando iniziative non violente, organizzate dal Genoa social forum, mentre la città è totalmente abbandonata ai black bloc. Il sindaco mi chiede di dare un segnale, con un corteo che rientra, al quale egli avrebbe fatto seguire una dichiarazione molto dura - che, infatti, fece - chiedendo alle forze dell'ordine di non abbandonare il resto della città. A quel punto ha telefonato ai vari cortei, ho coordinato l'iniziativa, ho fatto un breve comizio in piazza Dante e, alle 16,15 ho richiamato il sindaco, comunicandogli che sarebbero rientrati tutti i cortei, non uno solo, che si sarebbero trasferiti in piazza Kennedy. A questo punto ho chiesto al sindaco di avvisare anche le forze dell'ordine del nostro rientro e che, dunque, non saremmo rimasti fino alle 20. Ho telefonato io direttamente al vicecapo della polizia, dottor Andreassi; al telefono ho risposto un'altra persona, alla quale riferito di aver concordato con il sindaco che tutti i cortei tornassero tornati in piazzale Kennedy, specificando anche gli itinerari e che quindi quello di piazza Dante avrebbe seguito il percorso della manifestazione del 19, comunicando anche gli itinerari degli altri.
Alle 16,30, concluso un breve comizio in piazza Dante, do disposizione per la formazione del corteo; il corteo si dirige per via Fieschi per risalire verso piazza Carignano, che è praticamente vuoto. Da un lancio dell'ANSA delle 16,50 risulta che ce ne siamo andati, dunque, questi sono i tempi, non altri. A quel punto, con la piazza vuota, cominciano a partire una serie di lacrimogeni dalle forze dell'ordine contro il corteo che era in via Fieschi, alcuni lacrimogeni vengono lanciati dalle finestre di via Fieschi e io vengo colpito direttamente da un lacrimogeno sul braccio destro.


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Per quanto concerne il corteo da piazza Montano a piazza Dinegro, il sindacato di base CUB ai primi di maggio dà comunicazione alla questura del corteo dei lavoratori. Negli incontri tra GSF e responsabili della polizia si spiegano le ragioni di questo corteo; che prima non viene autorizzato poi, ad un certo punto, viene autorizzato.
Nella giornata di martedì, alle ore 15, la delegazione CUB si reca in questura e viene ricevuta dal responsabile della DIGOS, dottor Mortola e solo dopo vari tentativi di far cambiare percorso, si arriva ad una proposta, che prevede una riduzione drastica del corteo, con partenza da piazza Montano e conclusione a piazza Dinegro.
Alle ore 21 circa si interrompe, in attesa di autorizzazione definitiva; alla ripresa, alle 22,30, viene proposta un'autorizzazione verbale e, solo di fronte alle proteste della delegazione del sindacato di base CUB, il corteo viene autorizzato per iscritto con alcune prescrizioni.
In piazza Montano a metà mattinata ci sono migliaia di lavoratori. Il corteo si svolge regolarmente anche con la presenza di delegazioni di altri gruppi. Per garantire che tutto andasse secondo le previsioni i lavoratori hanno esercitato azioni di controllo.
All'arrivo in piazza, la polizia ha indossato le maschere antigas, come se si stesse apprestando al lancio di lacrimogeni, quando la situazione era tranquilla. Dopo una serie di proteste i responsabili delle forze dell'ordine hanno fatto togliere le maschere.
All'ingresso nella piazza, da vie laterali, nella piazza di probabili provocatori è stato deciso di accelerare la chiusura della manifestazione in piazza Dinegro e di far tornare il corteo al punto di partenza. Durante il ritorno in piazza Montano si è avuta notizia, lontano dal percorso del corteo,


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di episodi di distruzione di cassonetti e banche da parte dei cosiddetti black bloc. Si notava, tra l'altro, che in modo inspiegabile la sede FIAT lungo il percorso non era più presidiata.
Sono stati necessari ripetuti interventi e richieste di chiarimenti perché le forze dell'ordine a presidio di piazza Montano (in particolare carabinieri) mostravano una particolare tensione, anche se nella piazza tutto era calmo. Gran parte dei manifestanti erano in viaggio alla tragica notizia della morte di Carlo Giuliani.
Occorre aggiungere che tutti i cortei - non i CUB, ma gli altri cioè i cortei delle tute bianche e quello di via Manin - dopo essersi consultati con me e dopo che io avevo comunicato il rientro al sindaco e al vicecapo della polizia, attraverso il suo centralino telefonico, lungo gli itinerari sono stati attaccati, mentre tutti stavamo cercando di tornare in piazzale Kennedy, che rappresentava il punto di convergenza comunicato, sulla base di quanto ci era stato richiesto dal sindaco per un corteo e che noi, invece, stavamo attuando per tutti.
Per quanto concerne il corteo internazionale del 21 luglio, occorre ricordare che in quella data è prevista l'iniziativa del corteo pacifico, il cui percorso è depositato in questura da tempo e prevede via Cavallotti, corso Italia, svolta in corso Torino, corso Sardegna e conclusione in piazza Galileo Ferraris.
La giornata si presenta, fin dalle prime ore del mattino, con un'enorme partecipazione, arriveranno circa 300 mila persone. Appare subito strano - per chi di cortei ne ha visti - il fatto che davanti alla testa del corteo non si dispongano le forze dell'ordine per proteggerne lo svolgimento, come normalmente accade. Questa scelta, per noi imprevista, causerà numerosi problemi, come vedremo in seguito.


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Nella tarda mattinata, il capo della DIGOS genovese, Spartaco Mortola, telefona a Massimiliano Morettini, uno dei coordinatori del Genoa social forum, per avvertirlo che nella piazza ci sono dei gruppi di black bloc che vogliono accodarsi in fondo al corteo, chiedendo al Genoa social forum di non farli inserire. Il coordinatore, Massimiliano Morettini, esprime contrarietà al fatto che la Digos non intervenga a bloccare i black bloc, sapendo che ci sono e che sono dietro al corteo e invita le forze dell'ordine a muoversi per prevenire l'aggancio dei black bloc al corteo. Infatti, noi, avendo parlato di iniziative pacifiche, eravamo con le mani alzate, mentre quelli erano armati e di certo, per definizione, questo compito non spettava a noi, ma a loro. Nonostante questa richiesta non succede assolutamente nulla.
I primi problemi si verificano nei pressi della caserma dei carabinieri di San Giuliano dove un gruppetto di persone estranee al corteo, aspettano - secondo la solita logica, sono lì indisturbati - che arrivi la manifestazione e cominciano a lanciare oggetti contro la caserma. Immediatamente alcuni manifestanti del corteo intervengono per allontanare il gruppetto.
Quando la testa del corteo giunge nei pressi dell'incrocio tra corso Marconi e via Rimassa, trova di fronte a sé un gruppo di un centinaio di persone che si fronteggiano con le forze dell'ordine schierate, che erano già lì. Nonostante ciò, la testa del corteo svolta per via Rimassa senza problemi.
A metà di corso Torino la testa del corteo trova una situazione potenzialmente rischiosa: infatti, gruppi di persone stazionano nelle vie laterali in palese atteggiamento non pacifico, a poca distanza dalle forze dell'ordine; sono lì, si fronteggiano.


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Temendo che possano approfittare del passaggio del corteo per provocare incidenti, la testa del corteo decide di fermarsi e le prime file - sono io lì davanti insieme ad altri, che do le indicazioni - si siedono in terra. Noi non ci muoviamo per non passare lì in mezzo dove si fronteggiano black bloc e forze dell'ordine. Nel frattempo, si presentava un problema, perché dallo spezzone di corteo che transitava da corso Marconi (a circa un chilometro dalla testa del corteo) ci continuavano a telefonare dicendo di proseguire avanti per evitare di essere coinvolti dal lancio di lacrimogeni che avveniva dietro. Noi non volevamo andare avanti, perché vi era quello situazione rischiosissima e dietro c'erano i lacrimogeni: quindi, quelli davanti erano seduti e quelli dietro spingevano per proseguire.
In piazza Rossetti, alcune persone incendiano i locali della banca distrutta il giorno prima, agendo per circa mezz'ora del tutto indisturbati. Dallo schieramento di polizia, rimasto fermo in fondo a corso Marconi, partono alcuni lacrimogeni, a cui viene risposto dopo mezz'ora con lancio di sassi, incendi di auto e con la costruzione di una barricata fatta di cassonetti, stand e auto sfasciate da piazza Rossetti. Più indietro, il corteo cerca di sfilare tenendosi a distanza, decidendo di non svoltare più in via Rimassa, come previsto, ma nella traversa precedente, via Casaregis, cercando di uscire da quella situazione a rischio. Mentre cerchiamo di deviare per portare via il corteo, improvvisamente parte la carica della polizia e anche l'accesso a via Casaregis viene bloccato. Da quel momento in poi, nonostante le richieste, nessuna via ulteriore viene lasciata libera dalle forze dell'ordine per far defluire decine di migliaia di persone, a quel punto completamente bloccate e imbottigliate in corso Italia. Da lì in poi, corso Italia diventa teatro di ripetuti pestaggi gratuiti su manifestanti inermi, spesso a braccia alzate, senza tener conto della presenza di persone


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anziane, famiglie e, per giunta, persone in carrozzella, come numerosi servizi giornalistici hanno mostrato. Vengono, inoltre, utilizzati blindati lanciati sulla folla a velocità sostenuta. Molti manifestanti inseguiti si rifugiano sulle spiagge, sugli scogli o in strade laterali che però, sono tutte bloccate da file di camionette, che costringono la gente a rimanere imbottigliata su corso Italia ed a subire le cariche. Ovviamente - è inutile che lo ripeta ogni volta - il gruppetto lì davanti che ha tirato le pietre e sfasciato le auto se ne era andato in modo assolutamente tranquillo.
Nel frattempo, la parte del corteo che ha girato per via Casaregis cerca di riordinarsi e di ricongiungersi a quelli più avanti. Imbocca via Morin per reimmettersi su via Rimassa, dove trova però un fitto cordone di polizia, schierato lungo il lato della strada. Si decide allora di procedere con lentezza, a mani alzate, ripetendo la parola «non violenza», sfilando davanti alla polizia senza creare la minima tensione (bisogna ricongiungersi, non c'è altra strada). Giunti all'imbocco di via Rimassa, i manifestanti sono investiti da un fitto lancio di lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo, che li disperde nuovamente e li costringe a tornare su via Casaregis, mentre una parte, pur nella difficoltà di essere sotto il tiro dei lacrimogeni, cerca di tenersi unita e imbocca una traversa più avanti per arrivare in corso Torino. Chi rimane in fondo a via Casaregis, isolato o a piccoli gruppi, diventa oggetto di una vera e propria caccia all'uomo e di pestaggi da parte della Polizia e della Guardia di Finanza. La coda di questa parte del corteo viene caricata anche alle spalle.
Torniamo alla testa del corteo. Dopo il sit-in improvvisato sopra descritto, i responsabili che stanno alla testa del corteo comunicano con i responsabili della questura. Vado davanti - tutto il filmato lo dimostra -, chiedo di parlare con il


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responsabile e gli dico che non ci muoveremo di lì se le forze dell'ordine non ci avessero precederanno, garantendo il defluire del corteo, e che non passeremo mai tra loro e gli altri gruppi. Ne discutiamo e, ad un certo punto, le camionette si mettono alla testa del corteo per qualche centinaio di metri, poi scompaiono un'altra volta (pur rimanendo in altre zone).
Il comizio di chiusura si svolge in un clima di fretta e di tensione, perché giungono continue notizie di incidenti nella zona di piazza Giusti. Dopo lo scioglimento del comizio, migliaia di persone si trasferiscono davanti allo stadio di Marassi cercando di muoversi per raggiungere treni e pullman. Quando da un lato e dall'altro del Bisagno si muovono piccoli gruppi di cosiddetti black bloc che, inseguiti dalla polizia, cercano di infiltrarsi, costoro vengono respinti e isolati dai manifestanti che sostano davanti allo stadio. Ciò nonostante, i reparti di polizia si attestano sulla riva opposta del Bisagno e fanno partire un fitto lancio di lacrimogeni contro i manifestanti pacifici, che non reagiscono in alcuna maniera. Solo dopo molto tempo la situazione si normalizza, permettendo alle persone di raggiungere i mezzi di trasporto, anche grazie ai pullman navetta messi a disposizione dal comune di Genova.
Prima dell'ultimo passaggio, vorrei riassumervi una questione specifica che mi riguarda. Dopo gli incidenti di cui veniva data notizia, alla fine del corteo, con una macchina, insieme ad un parlamentare e ad altre persone, ho cercato di capire che cosa era accaduto. In corso Italia mi sono fermato all'altezza di Punta Vagno, cercando di ottenere degli spazi per far defluire le persone che non sono arrivate al comizio finale, per permettere loro almeno di andare a prendere il treno. Dato il mio ruolo, sono andato a parlare con le forze dell'ordine, cercando di risolvere il problema. In corso Italia,


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all'altezza di Punta Vagno, la strada ormai era deserta e cosparsa di effetti personali (abiti, scarpe, borse e tantissimi occhiali). Ciò è sufficiente per capire la violenza delle cariche: chi è fuggito lo ha fatto nel panico totale, qualcuno vaga ancora per la strada. A questo punto, scendo e vedo il questore con altri rappresentanti delle forze dell'ordine in divisa di ordinanza. Chiedo spiegazioni sui disordini, il questore si assenta, compaiono altri funzionari in borghese distinguibili dal casco della polizia (hanno maglie nere con una testa di leone gialla stilizzata). Uno dei funzionari verifica telefonicamente la situazione dei disordini, poiché avevo chiesto cosa stesse succedendo e per quale ragione un pezzo del corteo era ancora bloccato. I funzionari di polizia mi dicono che tutto è finito (lo vediamo da soli), e che sarebbe utile andare a via Sturla dove a loro risulta in corso un attacco a una caserma dei carabinieri. Allora con la macchina andiamo in via Caprera, dove incrociamo altre migliaia di persone che intasano la strada. Chiediamo dove possiamo transitare, ma, mentre passiamo secondo le indicazioni delle forze dell'ordine veniamo assaliti da un gruppo di persone che, al grido di «infame» rivolto al sottoscritto, lanciano tutto ciò che hanno a disposizione contro la macchina. Riusciamo ad andare via immediatamente, solo grazie alla prontezza di chi guidava. Consegnerò anche questa memoria, ma vorrei capire perché mi è stato detto di dirigermi verso quella strada per raggiungere l'altra zona, quando poi l'assalto non c'era e sono finito in una situazione molto pesante (Interruzione del deputato Menia).
Veniamo al blitz alla «Pertini» e all'irruzione al Indymedia Center del Genoa social forum. Nella scuola Pertini è ospitata la NGO House ovvero gli uffici a disposizione delle ONG straniere. Dalla notte del 19, come abbiamo spiegato, alcune


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persone vanno a dormire nella scuola. La notte di sabato, l'irruzione avviene verso la mezzanotte. Quando arrivano le forze dell'ordine, le luci alle finestre sono accese (dalle immagini video si vede chiaramente). Il cancello esterno viene sfondato con una camionetta, i reparti stazionano qualche istante nel cortile, poi entrano nella scuola. Vi sono sia agenti in divisa, sia funzionari in borghese, sia poliziotti in borghese ma con casco e fazzoletto a coprire il volto. Dalla strada si sentono richieste di aiuto e lamenti. Sulla strada cominciano a confluire numerose persone e molti giornalisti. Le forze dell'ordine fanno un cordone davanti al cancello della scuola. Insieme ai parlamentari Malabarba e Mantovani, al consigliere regionale Nesci e a qualche avvocato, tentiamo di entrare nell'edificio, ma ci viene impedito. Insieme all'onorevole Mantovani e al consigliere Nesci, veniamo sospinti e malmenati fuori dalla scuola, mentre sentiamo provenire le urla dal piano superiore. Arrivano le autoambulanze. Molto lentamente iniziano ad uscire i feriti. Nonostante il clima di grande tensione, alcuni responsabili del Genoa social forum lì presenti si adoperano per evitare che la situazione trascenda. Si costituisce un cordone di protezione per tenere separate le forze dell'ordine dalle persone lì presenti. In ogni caso, i presenti mantengono un atteggiamento responsabile e non si registra nessuna reazione violenta. La manovra di ritirata della polizia è lentissima. Le forze dell'ordine danno il tempo ai cellulari di allontanarsi, arretrando di pochi metri ogni dieci minuti. Quando tutto finirà, saranno ormai già le 3. Mentre si stanno portando via i feriti e gli arrestati, nel cortile della scuola il responsabile dell'ufficio stampa della polizia, Sgalla, rilascia una prima dichiarazione in cui dice: «è stata fatta una perquisizione e non è stato toccato nessuno. I feriti e il sangue già rappreso che si possono notare sono conseguenze degli


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scontri del corteo del pomeriggio». Basterà entrare nella scuola per vedere che tutto ciò non corrisponde al vero.
Veniamo al blitz alla scuola Diaz, sede del centro stampa del Genoa social forum. Alla scuola Diaz si trovano l'ufficio stampa, gli uffici legali, le sale riunioni e il centro stampa. Il venerdì e il sabato viene approntata un'infermeria per i feriti delle manifestazioni (chi vorrà troverà allegati i promemoria dei sanitari, oltre a quelli dei legali). Dopo che l'irruzione alla Pertini è iniziata, la Polizia entra di forza nella Diaz. I poliziotti obbligano le persone presenti al pianterreno ad entrare nella palestra e salgono ai piani superiori dove irrompono nelle aule che ospitano i sanitari e gli avvocati del Genoa social forum. Si accaniscono soprattutto nel locale degli avvocati, dove sfasciano i computer e manomettono gli hard disk, rendendoli inutilizzabili. Salgono al terzo piano, dove vengono sottratte alcune videocassette (anche con le registrazi