PARLAMENTO ITALIANO

Seduta di Venerdì 7 settembre 2001



BOZZA NON CORRETTA

COMMISSIONI RIUNITE
I (AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 1a (AFFARI COSTITUZIONALI, AFFARI DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E DELL'INTERNO, ORDINAMENTO GENERALE DELLO STATO E DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

COMITATO PARITETICO

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di venerdì 7 settembre 2001


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La seduta comincia alle 9,45.

Indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova.

(Il Comitato approva il processo verbale della seduta precedente).

Audizione del senatore Lamberto Dini.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del senatore Lamberto Dini.
Ricordo che l'indagine ha natura puramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte di componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Ringrazio, a nome personale e del Comitato, il senatore Lamberto Dini per aver accettato il nostro invito. Le sarei grato, senatore Dini, se potesse dare lettura della sua relazione.

LAMBERTO DINI. Signor presidente, onorevoli deputati e senatori, svolgerò una breve introduzione cominciando col dire


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che ho preso visione della testimonianza resa dall'ambasciatore Vattani davanti a questo Comitato giovedì 30 agosto 2001 e posso confermare quanto da lui dichiarato circa l'azione svolta dal Ministero degli affari esteri, in stretto collegamento con la Presidenza del Consiglio, per l'organizzazione del vertice G8 di Genova, nel periodo precedente il 6 giugno, quando è cessato il mio incarico di ministro degli esteri.
Il ministro Vinci Giacchi ha poi fornito con la sua testimonianza, sempre del 30 agosto 2001, un'illustrazione più dettagliata del ruolo svolto dalla struttura di missione, in particolare dopo il 2 febbraio di quest'anno, quando il Presidente del Consiglio conferì al Ministero degli affari esteri l'incarico di coordinare i lavori relativi all'organizzazione del G8, che, fino ad allora, erano stati eseguiti in parte dai funzionari della Presidenza del Consiglio, attraverso la struttura di missione, la quale inevitabilmente si serviva per competenza anche di funzionari addetti a vari servizi del Ministero degli esteri. Pertanto, in un primo tempo, il ministro Vinci Giacchi riferiva periodicamente a me dei progressi fatti, come degli ostacoli incontrati dalla missione nei lavori preparatori del vertice. Viste però le vischiosità incontrate in quei mesi nel far avanzare i lavori e l'emergere di inquietanti ritardi, alla fine di marzo decisi di chiedere all'ambasciatore Vattani di occuparsi personalmente delle questioni di competenza della struttura di missione e di coordinarne i lavori con gli organi territoriali competenti e con i rappresentanti dei paesi del G8 partecipanti al vertice.
L'ambasciatore Vattani ha riferito ampiamente delle difficoltà incontrate nel convincere le delegazioni ufficiali ad accettare la loro sistemazione sulla grande nave da crociera European Vision, che era stata contrattata in febbraio per il periodo del vertice. Io stesso svolsi opera di persuasione,


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d'intesa con l'ambasciatore Vattani, in particolare con i ministri degli esteri russo e giapponese, con successo. Maggiori difficoltà incontrai, invece, con il ministro americano Colin Powell, al quale parlai durante la mia visita a Washington il 22 febbraio, dell'opportunità, per ragioni logistiche e di sicurezza, che la delegazione degli Stati Uniti accettasse, come quella francese ed altre dopo, di alloggiare comodamente sulla European Vision. Il Comitato conosce la scelta definitiva effettuata dagli Stati Uniti.
Per le responsabilità organizzative di coordinamento attribuite dal Presidente del Consiglio al Ministero degli esteri, ho poi seguito personalmente gli aspetti riguardanti il recepimento dei fondi necessari all'organizzazione del vertice, i cui costi, come è stato documentato, tendevano a superare, per specifiche e giustificate esigenze, quelli previsti dalla legge n. 149 del 2000. Il Governo provvide all'integrazione di quei fondi con appositi provvedimenti legislativi.
Durante il mio mandato di ministro, non mi è stato richiesto di occuparmi dei rapporti con le organizzazioni non governative, né del dialogo intrapreso dal Governo con queste e il Genoa social forum, in primis dalla Presidenza del Consiglio e, successivamente, dal mio successore ministro Ruggiero e dal ministro dell'interno in carica.
Per quanto riguarda gli aspetti di sicurezza, essi, istituzionalmente, competevano al Ministero dell'interno. Il mio intervento si è limitato, in particolare durante il mese di maggio, a richiamare l'attenzione del ministro Bianco e del Presidente del Consiglio sull'urgenza di definire rapidamente un piano complessivo per garantire la sicurezza del vertice, anche in vista delle notizie allarmanti che ci pervenivano circa possibili


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manifestazioni da parte dei gruppi «antiglobalizzazione» e di altri. La mia corrispondenza al riguardo è stata portata gli atti di questo Comitato.
Vorrei confermare che, anche se un quadro preciso della sistemazione definitiva sulle navi delle delegazioni ufficiali e dei giornalisti è emerso soltanto nell'ultima parte di maggio, non si può dire che ciò abbia complicato la predisposizione del meccanismo di sicurezza, offrendo anzi quella decisione una notevole semplificazione dei necessari accorgimenti per assicurare la sicurezza delle delegazioni e i loro movimenti.
Signor presidente, sono a disposizione dell'onorevole Comitato per fornire ogni risposta alle domande di competenza che mi saranno rivolte.

PRESIDENTE. Ricordo ai colleghi che non vi hanno partecipato che nella riunione dell'ufficio di presidenza svoltasi questa mattina è stato stabilito, con riferimento alle audizioni alle quali procederemo nella giornata odierna, che, successivamente alla formulazione delle domande da parte dei componenti il Comitato, ciascun audito svolga un complessivo intervento di replica.

MICHELE SAPONARA. Senatore Dini, mi debbo complementare con lei e debbo ringraziarla. Infatti, dalla sua relazione e, soprattutto, dalla corrispondenza e dalle carte in nostro possesso, risulta che lei è stato l'unico rappresentante delle istituzioni a comprendere in tempo la delicatezza della situazione, a rappresentarla al Presidente Amato e al ministro Bianco e a seguirla.
Poi vedremo quanto sia stato seguito il suo consiglio.
La ringrazio perché in quest'aula abbiamo sentito l'architetto Paolini parlare di ritardo e, addirittura, di latitanza del Governo e abbiamo letto anche di una rettifica amara del


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senatore Giuliano Amato, il quale contraddice la Paolini negando che vi siano stati ritardi. Per dare un senso, una conferma e un'interpretazione più ampia alla sua relazione, leggo la lettera che lei ha inviato il 14 maggio 2001 al professor Giuliano Amato, nella quale dichiara: «Non posso non rilevare come l'estrema ristrettezza del tempo che ci separa del vertice, il confermarsi di notizie allarmanti sulla partecipazione ad eventi collaterali da parte di manifestanti antiglobalizzazione, le ricadute negative di immagine per il nostro paese avute con i resoconti dei media sullo svolgersi delle consultazioni elettorali, rendono particolarmente impegnativa ed urgente la predisposizione di un piano dettagliato e credibile per la sicurezza dell'ordine pubblico a Genova. Occorrerà, in particolare, che il Ministero dell'interno illustri come intenda assicurare la funzionalità della città e del vertice in presenza di un numero prevedibilmente elevato di manifestanti antiglobalizzazione, parte dei quali verosimilmente animati dall'obiettivo di impedire il corretto svolgimento dell'evento».
In pari data, scriveva al ministro Bianco suggerendo gli elementi e gli aspetti da approfondire: il piano generale della sicurezza, che include la prevenzione e la gestione delle previste manifestazioni antivertice. Aggiunge che il ritardo con cui le delegazioni straniere hanno fatto conoscere il luogo dove avrebbero alloggiato non ha impedito che un piano di sicurezza venisse approntato. Noi abbiamo appreso, invece, dai vertici della Polizia che questo ritardo ha creato dei problemi e ha impedito che il piano di sicurezza fosse definito in tempo. Senatore Dini, lei conferma questa corrispondenza che ha già richiamato nella sua relazione e tali ritardi? Conferma che si sapeva da tempo che ci sarebbero state manifestazioni che avevano lo scopo di impedire il vertice?


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GIANCLAUDIO BRESSA. Vorrei chiedere solo un piccolo chiarimento rispetto alle dichiarazioni del senatore Dini. Credo sia opinione comune di questo Comitato che l'aver concentrato tutte le delegazioni sulla European Vision sia stata una scelta più che opportuna, logica e vincente anche dal punto di vista della definizione della sicurezza. Tuttavia, affinché le cose che lei ha detto non vengano fraintese, le chiederei di chiarire un passaggio della sua relazione. Se, da un lato, siamo tutti d'accordo che concentrare le delegazioni su una nave sia stato molto positivo ai fini della sicurezza, dall'altra mi sembra altrettanto evidente che fintanto che, tutte le delegazioni non avessero dato il proprio assenso, restava aperto il problema della sicurezza generale. Vorrei che lei ci confermasse, per lo meno per il periodo in cui era ministro - risulta dalle dichiarazioni rese a questo Comitato dal prefetto e da altri rappresentanti della pubblica sicurezza e, seppur con una certa difficoltà espositiva, alla fine è emerso abbastanza chiaramente anche da quanto riferito dall'ambasciatore Vattani - che la delegazione statunitense ha sciolto la riserva sulla presenza del Presidente Bush solo alla fine di giugno. A noi il prefetto ha detto che la delegazione americana ha desistito dall'idea di Rapallo solo negli ultimi dieci giorni di giugno: non ricordava esattamente la data, ma si trattava della fase finale di giugno. Ciò è stato confermato anche dall'ambasciatore Vattani, il quale ha dichiarato che ciò è avvenuto nella seconda metà di giugno.
Volevo solo sottolineare questo fatto perché risponde sicuramente a verità ciò che lei ha dichiarato. Concentrare tutte le delegazioni su una nave significava semplificare ai fini della sicurezza, ma, fintanto che non avessimo avuto la certezza che tutti sarebbero andati lì, restavano aperti problemi grandissimi. Se, infatti, la delegazione americana e il Presidente Bush


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avessero confermato la propria presenza a Rapallo, è evidente che sarebbero cambiati completamente i termini di sicurezza; pertanto, fin quando non è stato sciolto questo nodo, i piani operativi, relativi alla dislocazione delle forze e all'organizzazione del sistema di sicurezza, non potevano evidentemente essere definiti. Vorrei che lei confermasse questa mia impressione.

ROBERTO MENIA. Senatore Dini, abbiamo potuto verificare, sia attraverso la corrispondenza che lei ci ha fornito, sia attraverso il lavoro svolto dagli uffici, i diversi interventi del suo Ministero. In particolare, possiamo notare una singolare coincidenza, ossia che il 30 gennaio 2001 - proprio mentre si conclude a Porto Alegre, in Brasile, il forum sociale mondiale di organizzazione del movimento antiglobalizzazione, da cui poi deriveranno tutta una serie di decisioni e determinazioni in ordine a ciò che tale movimento prevedeva di fare nei mesi successivi - è stato affidato l'incarico all'architetto Paolini, da parte del ministro plenipotenziario Vinci Giacchi, di coordinare le iniziative riconducibili alle organizzazioni non governative. Come è già stato ricordato dal collega di Forza Italia, nel corso dell'audizione l'architetto Paolini ha manifestato diverse perplessità in ordine al comportamento del Governo, dichiarando che vi sono stati ritardi, inefficienze, eccetera.
Per quanto la riguarda personalmente, effettivamente, nel marzo 2001, con una lettera, lei sollecita il ministro dell'interno ad un'iniziativa congiunta al fine di stabilire entro quali termini potrà essere tollerata la manifestazione del dissenso. Successivamente lei scrive al Presidente del Consiglio, in vista della riunione del comitato nazionale per la sicurezza e l'ordine pubblico (siamo al 14 maggio 2001), mentre il 22 maggio si svolge la riunione al Ministero degli esteri con gli ambasciatori e il capo della Polizia De Gennaro. Queste sono


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sostanzialmente le iniziative intorno alle quali si focalizza l'iniziativa del Ministero degli esteri.
Come lei ha ricordato, peraltro, doveva, invece, essere compito soprattutto del Ministero dell'interno provvedere alla definizione del piano complessivo della sicurezza ma, mi pare di capire, anche attraverso i suoi riferimenti, che ritiene di non avere ricevuto risposte concludenti. In particolare, a differenza di quanto rilevava poco fa il collega Bressa, lei ci ha detto che il quadro complessivo della sistemazione sulle navi - la questione più afferente alle competenze del Ministero degli esteri - viene definito entro fine maggio ma, comunque, questo non avrebbe dovuto pregiudicare la valutazione generale del controllo dell'ordine pubblico nella città poiché il luogo di svolgimento era già definito. Quindi, una valutazione sul controllo dell'ordine pubblico nella città di Genova si sarebbe dovuta fare a prescindere dalla vicenda della sistemazione delle delegazioni.
Le chiedo, inoltre, se la ritiene possibile, una valutazione sul ruolo del Presidente del Consiglio e del ministro dell'interno dell'epoca, sui loro comportamenti e sulle risposte che da costoro ha avuto, in particolare attraverso quali fatti concludenti abbiano risposto alle questioni da lei poste. Mi pare infatti che vi sia stata, paradossalmente, una maggiore sensibilità in ordine alla questione della sicurezza da parte del Ministero degli esteri rispetto al Ministero dell'interno, a cui queste funzioni erano delegate.

LUCIANO VIOLANTE. Presidente Dini, vorrei porle, brevemente, alcune domande. La prima è la seguente: per quale motivo la struttura fu spostata dalla Presidenza del Consiglio al Ministero degli esteri?
In secondo luogo, vorrei sapere se vi furono problemi complessi in ordine alla composizione delle delegazioni, alla


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sede delle stesse ed alle richieste di sicurezza da esse poste. Vorrei cioè sapere se il problema dell'ordine pubblico e della sicurezza era un problema autonomo rispetto alla collocazione delle delegazioni o collegato a questa.
Da ultimo, vorrei conoscere le ragioni per le quali fu aggiunto l'ambasciatore Vattani all'ambasciatore Vinci Giacchi.

MARCO BOATO. Presidente Dini, molte delle domande che avrei voluto farle sono già state poste dai colleghi che mi hanno preceduto.
Vorrei sapere - sia per quanto riguarda la sua responsabilità istituzionale sia per quanto è a sua conoscenza nella collegialità del Governo di cui faceva parte - come sia avvenuta e da chi sia stata proposta la nomina dei responsabili della preparazione del vertice del G8, ed in particolare quella dell'ambasciatore Vinci Giacchi, come capo della struttura di missione, e quella dell'ambasciatore Olivieri, come sherpa, nel senso di persona che porta i pesi, cioè prepara il lavoro.
La domanda che sto per farle le è già stata posta, in parte, dal presidente Violante, e riguarda il punto della sua relazione in cui lei parla di «vischiosità incontrata in quei mesi». Mi pare che i mesi a cui si fa riferimento siano quelli del passaggio, deciso dal Presidente Amato, della responsabilità primaria dalla Presidenza del Consiglio (responsabilità prevista, peraltro, istituzionalmente, dalla legge che istituisce il G8) al Ministero degli affari esteri. Lei usa l'espressione «vischiosità e ritardi» - le chiedo scusa se le mie citazioni non sono del tutto esatte - e poi afferma: «A fine marzo chiesi all'ambasciatore Vattani di coordinare i lavori della struttura di missione e di sovrintendere un po' a tutto». Vorrei dei chiarimenti su questo punto e mi associo alla domanda già posta dall'onorevole Violante.


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Ancora, lei afferma: «Non ho avuto compiti in relazione al rapporto con le ONG oltre che al Genoa social forum». Vorrei chiederle, per completare il quadro già in parte acquisito, chi aveva questi compiti per quanto riguarda il Ministero degli esteri.
Con riferimento alla lettera da lei inviata, in qualità di ministro degli affari esteri, all'allora Presidente del Consiglio Amato (che risulta nella nostra documentazione e che è stata poco fa ampiamente citata dal collega Saponara) al fine di sollecitare la predisposizione di un piano per la sicurezza e l'ordine pubblico a Genova in previsione delle manifestazioni anti G8, le chiedo conferma della data. La sua lettera infatti è datata 14 maggio 2001, cioè il giorno successivo alle elezioni, quando si sapeva con certezza che sarebbe cambiato non solo il Governo (come è ovvio quando vi è un cambio di legislatura), ma anche lo schieramento politico chiamato a governare non appena le procedure parlamentari e istituzionali sarebbero state completate, il che, come lei ha ricordato, avvenne all'inizio di giugno. Volevo chiederle qual è il significato della sua decisione di assumere questa iniziativa in data 14 maggio.
Un'ultima domanda al fine di completare il nostro quadro informativo.
Dagli atti del Ministero degli esteri, in parte riservati - anche se devo dire che tale riservatezza è stata superata da altri responsabili istituzionali del Ministero dell'interno che ci hanno parlato in maniera esplicita -, emergono particolari difficoltà nella cooperazione con la Grecia sotto il profilo della predisposizione dei meccanismi preventivi di sicurezza: c'è uno scambio di lettere e traspaiono situazioni di tensione. Tali tensioni, peraltro, al di là della riservatezza di cui dicevo prima, si riscontrano sia sul versante del Ministero degli esteri che su quello del Ministero dell'interno. Vorrei chiederle se lei


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era a conoscenza di queste difficoltà, se abbia dovuto affrontare tale questione e se vi sia una spiegazione di queste difficoltà che risultano, ripeto, sia dagli atti del Ministero degli esteri, ancora coperti da riservatezza, sia da quelli del Ministero dell'interno che ci ha, invece, riferito ampiamente al riguardo.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Ministro, la ringraziamo per la sua chiara, anche se stringata, relazione; se possibile, vorrei che mi fossero chiariti alcuni punti che non ho ben compreso. Lei ha detto che la sistemazione definitiva delle delegazioni è avvenuta nell'ultima parte di maggio, ma che comunque ciò non ha minimamente scalfito né mutato il piano di sicurezza che il ministero aveva preparato e che poi, come abbiamo visto, ha funzionato perfettamente; vorrei sapere se ciò è esatto.
Ministro, lei ha detto ancora che non ha avuto rapporti né con le organizzazioni non governative né con il Genoa social forum. Da tutti gli atti risulta però che il suo Ministero ha avuto rapporti ravvicinati - anzi, molto ravvicinati - con le organizzazioni non governative (li ha anche per legge), che poi sono diventate il Genoa social forum. Questa mancanza di rapporti è da attribuire a lei personalmente e non al Ministero; quindi, poiché l'organizzazione del Dicastero faceva capo a lei, quale indicazione ha fornito ai dipendenti ed agli ambasciatori riguardo ai rapporti con il Genoa social forum? Risulterebbe inoltre che l'architetto Paolini, che è stata indicata come soggetto più accreditato per parlare con il Genoa social forum, sia stata individuata da un ambasciatore e poi nominata da Vinci Giacchi.


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Le chiedo infine se lei, senatore Dini, ricevesse le informative dei Servizi segreti sulle organizzazioni violente che, si dice, appartenessero successivamente anche al Genoa social forum.

GRAZIANO MAFFIOLI. Mi associo agli apprezzamenti rivolti dall'onorevole Saponara per la prontezza con la quale il senatore Dini, in qualità di ministro, ha segnalato i ritardi ed i pericoli che si delineavano in vista del G8. Senatore, le chiedo chi le abbia segnalato questi pericoli. Quali fatti e quali notizie l'hanno indotta ad assumere l'importante e significativa decisione di inviare la lettera al Presidente del Consiglio, in data 14 maggio?

GRAZIA LABATE. Presidente Dini, le rivolgerò solo due domande.
L'architetto Paolini nella sua relazione al Comitato ha messo in evidenza una sorta di periodo grigio, una zona grigia, che ha definito anche in termini di latitanza del Governo nell'assunzione di decisioni circa le modalità con cui diverse parti del movimento avrebbero partecipato all'iniziativa in occasione del G8. Poiché ciò risulta agli atti ed anche nelle relazioni svolte da altri soggetti che il Comitato ha ascoltato, sia a livello locale sia a livello di responsabilità nazionale, le chiedo che cosa determinò il cambiamento nell'atteggiamento del Governo, in relazione al fatto che il Governo stesso aveva accettato manifestazioni ed iniziative in occasione del G8 che si concludessero una settimana prima dell'inizio degli eventi. Che cosa ha determinato questo cambiamento? Lei era a conoscenza di questa sollecitazione dell'architetto Paolini, che comunque dipendeva dalla struttura di missione?
La seconda domanda riguarda un passaggio della relazione in cui lei, riferendosi alla lettera del 14 maggio, si dice


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preoccupato dell'andamento che le manifestazioni anti globalizzazione potevano assumere in occasione del vertice. Poiché abbiamo potuto, in maniera riservata, prendere visione dei rapporti SISDE, desidererei sapere se il Ministero (ancorché dai rapporti si evince che questi, per conoscenza, erano inviati anche alla Farnesina) avesse piena conoscenza dell'attività di intelligence, quasi quotidiana, che si è protratta sino al periodo in cui le responsabilità di Governo del senatore Dini sono cessate.

LUCIANO FALCIER. Ringrazio il Presidente Dini, non solo per la sua relazione ma anche per la sua presenza e disponibilità. Vorrei fare una premessa prima di formulare la mia domanda.
Mi risulta che prima di ogni summit di carattere internazionale il mondo delle organizzazioni non governative, delle associazioni che gravitano intorno alla cooperazione internazionale, soprattutto espressione dell'ambiente cattolico, puntualmente organizzi incontri per fornire proposte, attraverso forum e discussioni, al summit; si tratta di un mondo che, ben prima della scadenza di Genova, era presente con una propria capacità organizzativa per offrire proposte ai capi di Stato e di Governo.
In questa occasione, risulterebbe che a Firenze, il 2 ed il 3 aprile, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri, alcune organizzazioni (cito le più importanti: CESPI, IAI, ICEPS, IPALMO) si siano incontrate e, con i massimi esperti internazionali del settore, abbiano svolto un proprio forum, pervenendo a conclusioni che sono contenute in alcune relazioni. Posta questa premessa, chiedo al senatore Dini se fosse a conoscenza di tali iniziative e, in caso positivo, se fossero pervenute, a lui o al Ministero, proposte di questo mondo - soprattutto dopo il forum di Firenze - in preparazione


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delle decisioni del tavolo del G8 di Genova. Quello che poi è risultato il Genoa social forum o il Patto di lavoro o i rappresentanti che poi si sono ritrovati in quell'organizzazione hanno mai fatto pervenire proposte circa i contenuti del lavoro che si è svolto a Genova?

GIANNICOLA SINISI. Vorrei rivolgere al senatore Dini una semplice domanda. Abbiamo appreso che la pianificazione della sicurezza era condizionata da tre elementi: la dislocazione degli eventi a Palazzo ducale e ai Magazzini del cotone, l'allocazione delle delegazioni ufficiali e l'autorizzazione delle manifestazioni. Ci è noto che le manifestazioni vennero autorizzate, sostanzialmente, tra il 12 ed il 19 luglio 2001. Rimane ancora abbastanza incerta la data in cui venne definita la sistemazione delle delegazioni ufficiali; un paio di colleghi hanno parlato di maggio (intervengo proprio perché due colleghi hanno ripetuto quella data), ma risulterebbe molto chiaro che dovrebbe essere avvenuto tra il 15 ed il 30 giugno. Mi sembra che le delegazioni ufficiali, in particolare quella degli Stati Uniti, che era costituita da quasi 500 componenti, fossero state definite alla fine del mese di giugno. Chiedo conferma di queste circostanze.

PRESIDENTE. Poiché nessun altro chiede di parlare, do la parola al presidente Dini, pregandolo di rispondere nell'ordine in cui le domande sono state poste e di citare anche il collega che ha rivolto la domanda, in modo da consentire un ordinato svolgimento dei nostri lavori.

LAMBERTO DINI. Presidente, mi pare che le domande degli onorevoli deputati e senatori siano molto simili l'una all'altra e si intreccino tra loro per quanto riguarda gli aspetti concernenti, in particolare, le delegazioni e le predisposizioni del piano di sicurezza.


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Per quanto riguarda la domanda dell'onorevole Saponara, vorrei cominciare dicendo che non ho mai conosciuto l'architetto Paolini. La nomina è stata fatta dalla struttura di missione, su proposta della Presidenza del Consiglio ed in particolare del segretario generale di palazzo Chigi. L'architetto si doveva occupare dei rapporti con le organizzazioni non governative perché il Presidente del Consiglio aveva sin dall'inizio pensato che fosse utile coinvolgere le organizzazioni non governative in dialoghi, ma anche in convegni, relazioni, seminari che potevano essere tenuti al di fuori e prima del vertice.
Ciò in parte avvenne, come del resto è stato ricordato il fatto che alcune di queste organizzazioni incontrarono, in una riunione svoltasi a Firenze il 2-3 aprile, lo stesso Presidente del Consiglio. Il numero delle organizzazioni non governative, quelle che intendevano manifestare contro la globalizzazione e addirittura impedire il vertice, aumentò nel corso del tempo. Rispetto a tali organizzazioni, anche dopo la fine del mio Governo, fu compiuto il massimo sforzo di coinvolgimento al fine di ottenere che le manifestazioni venissero autorizzate e potessero svolgersi pacificamente. Mi pare che l'atteggiamento sia del Governo Amato, sia del Governo Berlusconi nei confronti delle organizzazioni non governative sia stato positivo. È stato lodevole il fatto di aver ricercato il dialogo senza impedire le manifestazioni stesse. Purtroppo la situazione è poi degenerata a causa di infiltrazioni di elementi violenti dei quali, evidentemente, non si era avuta notizia o, in ogni caso, non si aveva grande timore.
Confermo, onorevole Saponara, che l'insieme delle delegazioni - a parte gli Stati Uniti - durante il mese di maggio avevano accettato la sistemazione sull'European vision. Pertanto, ritenevo - infatti l'ho detto nella mia introduzione - che


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verso la fine di maggio il quadro fosse completo. Rimaneva, mi dite - esattamente questo non lo ricordo -, una definitiva accettazione da parte del governo degli Stati Uniti, che probabilmente, come è stato detto, avvenne più tardi, ma riguardò soltanto il presidente Bush e i suoi stretti collaboratori, perché il resto della delegazione statunitense sarebbe stata alloggiata sull'European vision, così come tutte le altre delegazioni. Pertanto, tenderei a confermare (ma spetterà poi al Comitato esprimere un giudizio) che questo ritardo può avere soltanto in minima parte complicato il lavoro degli organi di sicurezza; anzi, come dicevo nella mia introduzione, secondo me lo ha semplificato. Mi domando che cosa sarebbe accaduto se otto delegazioni così numerose fossero state sparpagliate per la Liguria, con la necessità di assicurare il loro spostamento e la loro sicurezza. Per questa ragione, sin da febbraio avevo concordato che si contrattasse l'European vision con l'intendimento di collocare le delegazioni su questa bellissima nave, la quale poteva ospitare tutte le delegazioni ufficiali separatamente e in ambienti estremamente confortevoli.
L'opinione del Ministero degli affari esteri partiva dall'assunto che, in occasione di ogni vertice, le delegazioni ufficiali accettano il luogo in cui il governo ospitante decide di alloggiarle. Pertanto, non ci aspettavamo, che il sito scelto, pur essendo non un albergo su terraferma ma di una nave attraccata nel porto di Genova, potesse provocare tante esitazioni da parte delle delegazioni. D'altronde, accade sempre che alcune delegazioni, fino a quando le altre non accettano la sistemazione, tendono a ritardare la loro decisione. Ciò è avvenuto anche se avevamo fatto tutto il possibile per portare a conoscenza dei rappresentanti dei paesi partecipanti al vertice la bontà della scelta della nave. È vero che


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il Presidente Bush decise di alloggiare in un albergo molto vicino al porto, ma il resto della delegazione aveva accettato di essere ospitata sulla nave.
Perciò, tenderei a confermare - questa domanda, oltre che dall'onorevole Sinisi, è stata posta anche da altri -, che il ritardo non può che aver complicato in minima parte il lavoro di predisposizione del piano di sicurezza, perché l'albergo dove fu alloggiato il presidente Bush era contiguo al porto di Genova. Peraltro, era tutto all'interno di quella che, poi, è stata definita la zona rossa.
All'onorevole Bressa, il quale ha sottolineato questo aspetto, devo dire che quando le delegazioni sciolsero la riserva a fine maggio, o fine giugno, credo che vi fu soltanto l'annuncio ufficiale da parte della delegazione degli Stati Uniti - anche se avevamo avuto già un consenso di massima, ad eccezione del presidente Bush - che quella sarebbe stata la sistemazione. Quindi, con riferimento ai problemi di sicurezza, credo che le questioni poste dall'alloggio delle delegazioni non abbiano rappresentato un elemento determinante.
Quanto all'incarico all'architetto Paolini, esso fu dato da Vinci Giacchi perché era il titolare della struttura di missione, ma, come ho detto, su suggerimento e incarico diretto da parte della Presidenza del Consiglio, che, si occupava in quei mesi dei collegamenti con le organizzazioni non governative. Ciò è provato anche dal fatto che lo stesso presidente Amato tenne una riunione di una giornata, a Firenze, con le organizzazioni non governative che erano state contattate. In effetti, già nei primi mesi dell'anno la Presidenza del Consiglio aveva pensato, ripeto, di organizzare una serie di seminari a latere, di preparazione, che avrebbero potuto anche concludersi con la predisposizione di un documento, relativo a quella che lo stesso Presidente Amato aveva chiamato Genoa non governmental


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initiative, che avrebbe dovuto portare a conoscenza dei capi di Stato e di governo i punti di vista di queste organizzazioni. Le cose si sono complicate, successivamente, con l'aumento del numero delle organizzazioni non governative con la creazione del Genoa social forum; effettivamente, tutto si svolse dopo la fine di maggio, direi anche durante il mese di giugno e nella prima parte di luglio.
Non ritengo vi sia stata, da parte del Ministero degli affari esteri, una sensibilità maggiore per la sicurezza. Ciò che evidentemente ci preoccupava è che da parte del Ministero dell'interno fosse definito rapidamente, il più rapidamente possibile, il piano complessivo della sicurezza, anche se riconosco, onorevole Sinisi, che rimaneva qualche incertezza sull'alloggio, in particolare, della delegazione statunitense.
L'onorevole Violante ha chiesto per quali motivi la competenza e la supervisione dei lavori della struttura di missione fu trasferita da palazzo Chigi, quindi dalla Presidenza del Consiglio, al Ministero degli affari esteri. In effetti, questa decisione fu assunta dal Presidente Amato, il quale mi scrisse una lettera al riguardo (non so se sia gli atti della Commissione). La ragione era che lo stesso Presidente Amato aveva notato che si stavano sviluppando due filoni di attività, quella esercitata direttamente da funzionari della Presidenza del Consiglio e quella svolta dal Ministero degli affari esteri, per competenza, con riferimento al cerimoniale, ai rapporti con la stampa, e così via.
Per evitare confusioni, cioè per avere un solo centro di responsabilità, il Presidente Amato decise di chiedere al Ministero degli affari esteri di effettuare il pieno controllo e, quindi, la supervisione dei lavori preparatori del vertice, in particolare, in esecuzione della legge n. 149 del 2000.


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Onorevole Boato, per quanto riguarda la nomina dei responsabili, l'ambasciatore Olivieri era già da tempo consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio e lo era stato già durante il Governo D'Alema (era stato confermato dal Governo Amato). Egli aveva la responsabilità, in quanto sherpa, di seguire tutti i lavori preparatori della sostanza, l'agenda, le tematiche che sarebbero state discusse al vertice e anche la predisposizione dei documenti di base che sarebbero confluiti successivamente nei comunicati ufficiali. L'incarico, quindi, dell'ambasciatore Olivieri era di carattere istituzionale. Anche tutti gli altri paesi nominano un consigliere del Presidente del Consiglio o del capo del Governo per attuare tali raccordi e seguire i lavori preparatori. Come è avvenuta la nomina dell'ambasciatore Olivieri? Era normale, de plano, che fosse il consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio a svolgere questo ruolo. Per ciò che riguarda la nomina di Vinci Giacchi come responsabile della struttura di missione, devo dire che in precedenza la preparazione dei vertici, per gli aspetti logistici e organizzativi, era sempre stata sotto la responsabilità dei ministeri degli affari esteri, sia in Italia, sia negli altri paesi: ricordo chiaramente il vertice G7-G8 di Napoli nel quale una piccola struttura del Ministero degli affari esteri seguiva gli aspetti relativi alle delegazioni, ai movimenti, alle sedi delle riunioni, al modo di assicurare tali aspetti. In questa occasione la nomina del ministro Vinci Giacchi venne suggerita al Presidente del Consiglio dal Ministero degli affari esteri: l'ambasciatore Vattani avanzò la proposta che fosse il ministro Vinci Giacchi (che del resto era stato, in precedenza, consigliere diplomatico del ministro dei trasporti per un lungo periodo) ad assumere la responsabilità della struttura di missione, io la appoggiai e il Presidente del Consiglio la accettò. Nella mia relazione, in effetti, onorevole


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Boato, ho detto che già dal mese di febbraio e dall'inizio di marzo si erano manifestate vischiosità nel portare avanti i lavori del vertice. Ciò si riferiva, in particolare, alla questione delle delegazioni, alla loro sistemazione, e anche ai ritardi nelle opere pubbliche che dovevano essere completate con i fondi messi a disposizione dal Governo (si trattava di circa di 80-90 miliardi destinati a opere pubbliche, per risolvere problemi logistici e per il miglioramento, in vari aspetti, della città di Genova): ciò risultava sotto la responsabilità del prefetto di Genova e degli enti territoriali (la provincia e, in particolare, il sindaco di Genova). Notavamo che quei cantieri non partivano o procedevano molto lentamente e che era necessario attivarsi. Per tale ragione, ma anche per avere contatti diretti, a più alto livello, con le delegazioni dei paesi membri, presi la decisione di chiedere al segretario generale della Farnesina (che ha una grande esperienza, in particolare, nei rapporti internazionali) di fungere da liaison e assicurare il coordinamento, sia con i rappresentanti dei paesi del G8, sia con gli organi delle istituzioni locali ai quali ho fatto riferimento.
Onorevole Boato, non vi è stato nessun compito relativo alle ONG, salvo quello di seguire le iniziative della Presidenza del Consiglio durante il mio mandato, per le quali effettivamente la Presidenza aveva mostrato sensibilità nei modi che ho riferito (organizzazione di convegni e altro). A tale riguardo erano anche stati predisposti fondi (in un primo tempo 400 milioni) per l'organizzazione degli incontri delle organizzazioni non governative. Chi aveva tali compiti nel Ministero degli affari esteri? La struttura di missione, e nessun altro, doveva occuparsi di tali aspetti.
Riguardo al significato della mia decisione di scrivere, credo di avere risposto, nel senso che si era nel mese di maggio e


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ancora non si era concretizzato, anche in vista delle notizie che ci pervenivano, in particolare, attraverso la stampa: non ho mai letto, né è stato portato mai a mia conoscenza, un rapporto del SISDE a tale riguardo. Credo che questi rapporti probabilmente siano stati inviati al Ministero, in particolare alla segreteria generale, ma io non ne ho avuto conoscenza durante il mio mandato. Devo dire e sottolineare che gli aspetti di sicurezza legati alle organizzazioni non governative, al Genoa social forum e ad altri soggetti, si intensificarono dopo, nel mese di giugno e nella prima parte del mese di luglio. Ricordo, a tale riguardo, le iniziative del ministro Ruggiero proprio per cercare, attraverso il dialogo, una composizione e per evitare, quindi, che vi fossero manifestazioni che uscissero dal tracciato e che, in particolare, si svolgessero non pacificamente. Riguardo alle difficoltà di cooperazione con la Grecia, onorevole Boato, non ne ho mai sentito parlare, nessuno me ne ha parlato.
Senatrice Ioannucci, per quanto riguarda il mio giudizio sulla sistemazione delle delegazioni sulle navi per il piano di sicurezza, credo di avere risposto e confermo anche di non essermi occupato dei rapporti con le organizzazioni non governative. Tanto ciò è vero che non avevo neppure sentito parlare della nomina dell'architetto Paolini: si trattava di una questione interna, che riguardava più la Presidenza del Consiglio per l'organizzazione di convegni e riunioni. Non ho ricevuto, senatrice Ioannucci, informative dei servizi segreti. Avevamo notizia, in particolare attraverso gli organi di stampa e i rapporti che ci venivano inviati, anche verbalmente, di ciò che tali organizzazioni intendevano fare e vi erano alcune di esse che volevano impedire che il vertice si tenesse. Da ciò nascevano le preoccupazioni - credo naturali - che avrebbe


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dovuto avere e che ha avuto anche il Ministero degli affari esteri, e che ho avuto io personalmente. Ciò risponde, senatore Maffioli, in parte anche alla sua domanda.
Onorevole Labate, l'architetto Paolini ha denunciato ritardi? Non conosco questa persona e considero sorprendenti le sue dichiarazioni sui ritardi da parte del Governo. Effettivamente - come è stato detto da lei, onorevole Labate - il Governo Amato aveva lavorato ad un'ipotesi: le manifestazioni si sarebbero potute tenere in un periodo precedente il vertice, e poi un documento, se possibile unitario, avrebbe potuto essere presentato al vertice stesso. Di ciò io ero al corrente, ma non lo sono stato successivamente rispetto agli sviluppi della ricerca del dialogo, quando aumentavano le preoccupazioni.
Onorevole Labate, dei rapporti del SISDE non è ero quindi a conoscenza.
Senatore Falcier, è vero che in condizioni più normali - prima cioè che scoppiasse questa protesta antiglobal e quindi prima ancora degli avvenimenti di Göteborg di metà giugno - in tutti i vertici si era fatto in modo che coloro che volevano manifestare il dissenso, o che intendevano portare specifiche tematiche sostenute da associazioni non governative all'attenzione dei capi di governo, lo potessero fare prima ancora degli stessi. Personalmente ho partecipato a diversi summit, e mi riferisco non solo al G7 e al G8, ma anche a quelli dell'Unione europea, in cui ugualmente vi sono organismi che intendono presentare le loro proposte ai capi di governo. Non mi risulta che le proposte degli organismi non governativi che erano stati contattati (mi riferisco, in particolare, alle organizzazioni che hanno avuti contatti con la Presidenza del Consiglio e che sono elencate nelle testimonianze rese) siano infine state presentate al vertice. Onorevole Sinisi, con quanto detto credo di aver risposto anche alle domande da lei poste.


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PRESIDENTE. Presidente Dini, la ringrazio - anche a nome di tutto il Comitato - e dichiaro conclusa l'audizione. Per facilitare i nostri lavori, le sarei molto grato se potesse consegnare la sua relazione al Comitato, in modo che se ne possa distribuire copia a tutti i componenti.
Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 11,30 con l'audizione del ministro Ruggiero.

La seduta, sospesa alle 10,40, è ripresa alle 11, 30.

Audizione del ministro degli affari esteri, ambasciatore Renato Ruggiero.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del ministro degli affari esteri, ambasciatore Renato Ruggiero il quale chiede di essere accompagnato dal ministro Francesco Caruso, dal ministro Antonio Zanardi Landi e dal consigliere Liborio Stellino.
Se non vi sono obiezioni, così rimane stabilito.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.


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Ringrazio il ministro degli affari esteri, ambasciatore Renato Ruggiero, a nome mio e dell'lintero Comitato e lo invito a riferire.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Signor presidente, onorevoli senatori, onorevoli deputati, permettetemi innanzitutto di esprimere il mio più sincero ringraziamento per l'opportunità che, ancora una volta, mi si offre di illustrare al Parlamento il ruolo del Ministero degli affari esteri nella predisposizione del vertice G8 di Genova.
Nella mia relazione mi concentrerò naturalmente sugli eventi a cui ho partecipato nel quadro delle specifiche competenze del Ministero degli affari esteri, comprendenti: i contatti di natura diplomatica con gli altri paesi; la discussione ed il negoziato sui contenuti di politica estera legati sia alla riunione ministeriale di Roma del 18-19 luglio, sia al vertice stesso dei Capi di Stato e di Governo; la definizione del comunicato finale dell'incontro con riferimento ai suoi punti più qualificanti, primi fra tutti l'istituzione del fondo globale per la salute e la conferma degli impegni riguardanti la cancellazione o la riduzione del debito dei paesi più poveri.
Il nostro impegno ha altresì compreso la preparazione - prima del vertice ed in margine ad esso - rispettivamente dell'incontro delle massime autorità dello Stato con alte personalità morali internazionali e con il Segretario generale delle Nazioni Unite, insieme ad una significativa rappresentanza dei leader di paesi in via di sviluppo.
Tralascerei invece gli aspetti organizzativi - ovviamente sempre riferibili alle competenze del Ministero degli affari esteri - sui quali ha riferito il segretario generale ambasciatore Vattani.
Alla base di questa intensa attività preparatoria vi era un grande obiettivo: fare di Genova un vertice «per la vita», in


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particolare, per l'istituzione del fondo anti AIDS, un'occasione privilegiata di dialogo fra il nord e il sud del mondo, in grado di fornire risposte concrete alle istanze sempre più pressanti circa l'esigenza di uno sviluppo globale più equilibrato e sostenibile.
Come vi è noto, ho più volte accolto l'invito rivoltomi dal Parlamento per esporre prima del vertice le scelte, impostate dai precedenti governi e portare a conclusione dall'attuale Governo, che ne guidavano la filosofia innovativa, quanto ai contenuti e all'inedita cornice che ho sopra tratteggiato e per valutarne dopo i risultati sul piano della politica internazionale e del ruolo dell'Italia in tale scenario. Mi riferisco ai miei interventi in Assemblea (3-4 luglio in aula alla Camera; 11 luglio in aula al Senato; 25 luglio in aula alla Camera) e nelle Commissioni Affari esteri (4 luglio alla Camera e 10 luglio al Senato). In tali occasioni, ho potuto sottolineare quali fossero, a mio avviso, le ragioni oggettive che non solo facevano di Genova un passo in avanti nella lotta per un mondo più giusto, ma segnavano anche un avvio di riforma dei vertici che non mancherà di condizionare la struttura, l'agenda e gli obiettivi delle analoghe scadenze internazionali.
Vorrei dunque soffermarmi sulla successione delle varie tappe di costruzione del vertice, cercando di fornire a questa cronologia un denominatore comune: l'esigenza di governabilità della crescente interdipendenza che caratterizza la società internazionale e quindi della conseguente globalizzazione.
In questo sforzo, ero e resto convinto che le istituzioni possano avvalersi degli spunti provenienti da un dialogo autentico con la società civile, riservando lo spazio e l'ascolto al dissenso nelle forme doverosamente accettabili in paesi democratici.


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Ribadisco che la ricerca del dialogo con le componenti della società civile - linea che continuo sempre a ritenere corretta e necessaria - non ha costituito solo una scelta di carattere precauzionale. In altri termini, essa non era volta solo a ridurre il tenore e la dimensione degli scontri temuti, a non esacerbare cioè le forti tensioni che si erano sviluppate ai margini dei precedenti vertici internazionali. Essa intendeva essere anche una vera e propria risorsa aggiuntiva di un vertice che teneva a caratterizzarsi per il suo grado di considerevole apertura sul mondo esterno e per un'agenda che rispondeva alle oggettive sollecitazioni della sua componente più penalizzata.
Tali miei convincimenti di fondo si sono ulteriormente rafforzati già durante i giorni del Consiglio europeo di Göteborg, allorché, dopo gli scontri del 16 giugno, manifestai sia ai colleghi europei, sia agli organi di informazione, la necessità di insistere sul dialogo con chi intendeva manifestare pacificamente per dare voce a quei fermenti, spesso condivisibili, presenti oggi in tutte le società civili del pianeta.
Ciò che mi colpì a Göteborg fu il fatto che quel vertice era dominato da due grandi eventi positivi: la definizione di una strategia europea d'avanguardia in materia di politica ambientale per inserire l'ecologia come dimensione necessaria ad ogni altra politica di sviluppo; l'incontro di 24 paesi europei rappresentati al più alto livello per decidere di iniziare un nuovo capitolo nella storia del vecchio continente: quello di vivere insieme ed organizzare assieme lo sviluppo in una cornice di pace e libertà.
Chiudevamo in quel momento secoli di rivalità, di guerre, di conquiste territoriali, di tentativi di dominazioni egemoniche per estendere quel disegno di pace e di progresso che è stata ed è la costruzione dell'Unione europea.


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Tuttavia, mentre questi due grandi eventi si producevano e si discutevano, al di fuori del centro conferenze di Göteborg i dimostranti lanciavano pietre, scontrandosi duramente con le forze dell'ordine e dando origine ai conseguenti gravi incidenti che tutti conoscete.
Perché mai una simile incomprensione fra quanto accadeva all'interno delle sale del vertice e la violenta protesta all'esterno?
Risalgono a quei giorni, peraltro immediatamente successivi al mio arrivo alla Farnesina, due miei intendimenti: discutere con i colleghi dell'Unione europea e del G8 della necessità del dialogo verso l'esterno; invitare alcune personalità internazionali di riconosciuta autorità morale per fare sentire la loro voce ai partecipanti al vertice di Genova. Inoltre, organizzare alcuni incontri con componenti qualificate della società civile impegnate sui temi della globalizzazione e della solidarietà, proprio per approfondire i concreti contenuti dell'agenda del vertice che andavano incontestabilmente in favore della lotta contro le ingiustizie del mondo.
Certo non portavano ad una loro eliminazione, ma era un primo passo. Ho accompagnato questa azione con una serie di dichiarazioni pubbliche per illustrare la vera agenda del vertice.
Con gli stessi intenti, e con identico spirito di apertura e disponibilità, incontrai, rispettivamente il 20 e 21 giugno al Viminale con il ministro Scajola, gli onorevoli Francescato e Bertinotti, nonché una delegazione di parlamentari liguri che espressero nella circostanza unanime apprezzamento per la linea di dialogo intrapresa. Da parte mia, cercai in queste occasioni di valorizzare i temi e le finalità del vertice. Risultò chiaro fin da quei primi contatti come per il Governo l'espressione di una protesta in forma pacifica costituisse un


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diritto legittimo in qualsiasi ordinamento democratico, mentre il ricorso ad atti di violenza per esprimere il dissenso non sarebbe stato ritenuto accettabile.
Continuava negli stessi giorni, di intesa con il Presidente della Repubblica ed il Presidente del Consiglio, il mio impegno personale per promuovere a Roma, alla vigilia del vertice, una riunione con eminenti personalità mondiali indipendenti di riconosciuta autorità morale.
Obiettivo di tale iniziativa non era certo quello di fornire un avallo ai lavori del vertice, ma piuttosto di acquisire la particolare esperienza delle autorevoli personalità su temi specifici in discussione a Genova (lotta alla povertà, cancellazione del debito, emergenze sanitarie) e lanciare un dialogo su basi più autorevoli. Il loro messaggio è giunto sin nelle stanze del vertice, poiché trasmesso, tramite la presidenza italiana, alla valutazione dei governanti dei paesi maggiormente industrializzati convenuti a Genova. Per questo, ho incontrato il 25 giugno a Lussemburgo l'Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani, Mary Robinson, richiedendo ed ottenendo un contributo all'organizzazione di tale incontro, anche attraverso la sua autorevole presenza. Ho al contempo avviato contatti telefonici con le altre personalità prescelte, quali l'ex presidente sudafricano Mandela, per invitarle a Roma. Nello stesso periodo, ho provveduto personalmente ad invitare il Segretario generale delle Nazioni unite, Kofi Annan, a Genova per partecipare al lancio del fondo per la salute.
Questa attività preparatoria è proseguita fino alla data della riunione a Roma, il 13 luglio, a cui hanno preso parte personalmente, oltre alla già citata Robinson, il premio Nobel per la medicina, professoressa Rita Levi Montalcini, l'ex l'alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, signora Ogata, l'arcivescovo brasiliano monsignor Mendes de Almeida, il


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pakistano Sattar Edhi, presidente della omonima fondazione, attivamente impegnato nell'assistenza dei poveri e degli emarginati. Le alte personalità, che hanno purtroppo declinato l'invito per problemi di agenda, hanno comunque fatto pervenire al Capo dello Stato o al Governo italiano messaggi di grande apprezzamento per l'iniziativa. Mi riferisco allo stesso Nelson Mandela, al premio Nobel per l'economia Sen, alla vedova di Martin Luther King, al premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù, all'ex presidente finlandese Ahtisaari, al premio Nobel per la letteratura Soyinka.
Questo «filone» di dialogo ed apertura del vertice al mondo esterno si concludeva quindi positivamente con l'arrivo di queste personalità a Roma e i loro incontri con il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e me stesso. L'Italia, insomma, contribuiva a marcare l'avvio di un nuovo approccio di cooperazione con la società civile e di un fruttuoso scambio di opinioni con le più aggiornate riflessioni indipendenti internazionali su temi umanitari, recepite poi nelle conclusioni operative del vertice di Genova e testimoniate dall'adesione a recarsi a Genova da parte del Segretario generale delle Nazioni Unite, di una significativa rappresentanza di Capi di Stato di paesi in via di sviluppo e di vertici di organizzazioni internazionali.
Accanto a questa azione, sui temi del dialogo - che a me appariva fondamentale - non ho mancato peraltro di sensibilizzare i miei colleghi europei nel corso di un fitto giro di visite e di incontri che mi hanno condotto il 26 giugno a Parigi, il 27 a Berlino, il 5 luglio a Londra, il 9 a Madrid, mentre a Roma l'11 luglio incontravo il ministro degli esteri belga Michel, quale presidente di turno del Consiglio dei ministri degli esteri dell'Unione Europea. In tutti questi contatti ho insistito sull'esigenza di dare risposte innovative ai fenomeni


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di contestazione della globalizzazione, poiché essi si basano in molti casi su problemi e valori interamente condivisibili, quali i diritti umani, i diritti dei lavoratori, la tutela dell'ambiente, l'opposizione al lavoro minorile, la tutela della salute, dell'identità culturale, la lotta alla povertà, la riduzione delle ineguaglianze.
La disponibilità al dialogo e la contestuale necessità di isolare le frange violente, che hanno caratterizzato tutte le manifestazioni antiglobalizzazione, a partire da Ginevra nel maggio 1998, sono state ampiamente condivise dai colleghi europei, così come dai ministri degli esteri del G8, nella riunione di Roma che ha preceduto di qualche giorno il vertice genovese.
In queste discussioni è emersa anche l'insufficienza di una appropriata comunicazione da parte degli organi di informazione sui reali temi del vertice e sulla volontà di fare della riunione di Genova un nuovo punto di partenza nella lotta contro la povertà, l'AIDS e le disuguaglianze.
Si doveva altresì cercare di eliminare due rilievi che apparivano centrali nelle posizioni della contestazione. Il primo, della cosiddetta «illegittimità» della riunione, il secondo dell'accusa di costituire un centro decisionale al di fuori e al di sopra dei normali circuiti istituzionali della vita internazionale.
Sul primo punto, come sul secondo, le risposte partecipative e le pubbliche richieste fatte dai paesi di un intero continente, come l'Africa, e dalle principali personalità delle grandi istituzioni mondiali, come l'ONU, smentivano in modo chiaro la validità di quei due rilievi.
Il vero problema della società internazionale è oggi non quello di rifiutare di l'interdipendenza delle nazioni, delle economie, dei popoli, che è un fatto eminentemente positivo.


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Questo rifiuto fermerebbe il progresso e riporterebbe il mondo alle barriere nazionali, con tutte le conseguenze che le vicende della storia ci hanno inequivocabilmente insegnato. Il problema è il miglioramento sostanziale della governabilità del sistema e non il suo rifiuto. Ecco perché il dialogo diventava, ed è, un elemento essenziale, da valorizzare in ogni modo.
Tali posizioni venivano ribadite dall'Italia - e riprese nelle conclusioni dell'incontro - al Consiglio affari generali di Bruxelles del 16 luglio, in cui i 15 ministri degli esteri si sono ulteriormente soffermati sull'importanza di chiari segnali circa la volontà di dialogo con settori della società civile sui temi di fondo della globalizzazione. Anche le notizie che leggiamo tutti sulla stampa in questi giorni, relativamente ai contatti tra francesi, tedeschi ed altri, dimostrano che questo tema è diventato ormai un tema dell'agenda politica dei paesi europei. Naturalmente nel perseguimento dell'opzione del dialogo con la società civile, non poteva mancare - parallelamente ai miei contatti con gli ambienti internazionali - un impegno altrettanto intenso sul fronte interno, esplicitato in una serie di incontri tenuti sul significato del vertice e sull'approfondimento dei temi in agenda con esponenti di associazioni, organizzazioni non governative e sindacati.
Il più noto - per la particolare eco avuta sugli organi di informazione - è stato quello condotto alla Farnesina con il ministro Scajola, il 28 giugno, con una delegazione del Genoa social forum, guidata dal portavoce, dottor Agnoletto. Anche in questo caso, come nelle precedenti circostanze che ci avevano visto fianco a fianco (gli incontri con gli onorevoli Bertinotti, Francescato e con parlamentari liguri), mentre il titolare dell'interno si soffermava sulle varie problematiche relative all'ordine pubblico, il mio compito consisteva nello spiegare i contenuti del vertice ed il suo carattere innovativo.


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Di questo incontro esiste peraltro una mia dichiarazione introduttiva, di cui intendo rimettere copia a questo Comitato, dove emerge chiaramente la volontà del Governo in favore dell'avvio di un dialogo concreto sulle questioni vitali che interessano il pianeta e che sono state portate dall'Italia al centro del dibattito fra i leader delle maggiori potenze industrializzate.
Il Genoa social forum appariva in quel momento un contenitore abbastanza rappresentativo del vasto arcipelago della protesta, parlando a nome di oltre 750 associazioni e organizzazioni non governative. In esso, peraltro, risultava essere confluita buona parte delle sigle precedentemente appartenenti al cosiddetto Patto di lavoro che aveva costituito già un interlocutore per il precedente esecutivo. Ciò nondimeno, la scelta di incontrare i rappresentanti del Genoa social forum non è stata esclusiva, né ha inteso fornire particolari credenziali di rappresentatività a tali interlocutori rispetto ad altri.
Fra gli incontri da me avuti prima del vertice, vorrei ricordare infatti quelli del 13 luglio con il fondatore del Servizio giovani missionari, Ernesto Olivero, con la Comunità di Sant'Egidio, con i segretari nazionali di CGIL, CISL e UIL. Questi ultimi, in particolare, esprimevano la loro soddisfazione per essere stato previsto, tra le iniziative collaterali al vertice di Genova, l'incontro del 19 luglio, aperto ad organizzazioni sindacali e del mondo imprenditoriale internazionale.
Il mio programma proseguiva l'indomani, 14 luglio, sempre a Roma, con un incontro-dibattito con i rappresentanti dell'Associazione ONGitaliane, che riunisce 165 organizzazioni non governative nazionali di area laica e cattolica ed altre 65 del Forum permanente del terzo settore. Rilevo, peraltro, che di tali associazioni e ONG facevano parte anche numerosi


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gruppi aderenti al Genoa social forum. Come si può notare, la coerente linea del dialogo si è rivolta in tutte le direzioni verso chi ha accettato questa impostazione e si è mostrato interessato a comprendere le vere ragioni del vertice ed il ruolo svolto dall'Italia in quest'anno di presidenza di esercizio.
Arriviamo dunque alla cornice vera e propria del vertice, dove vengono raccolte le fila di questa ampia azione diplomatica e di dialogo volta anche a valorizzare il dialogo con l'esterno. Come ho detto all'inizio del mio intervento, vorrei evitare di dilungarmi sull'impegno profuso dai precedenti Governi - non uno solo -, così come dall'attuale, relativamente alla definizione dei temi di sostanza del vertice, alla predisposizione dei relativi documenti, alla costante e talvolta non facile opera di consultazione e convincimento dei partner su un'agenda che ha esteso nella forma e nella sostanza i tradizionali confini concettuali del G8. Il mio intervento alla Camera del 25 luglio scorso contiene un ampio resoconto di questi fatti. Vorrei comunque testimoniare come il complessivo sforzo in favore del dialogo non sia stato fine a se stesso, ma si sia riverberato nei contenuti, nella struttura e nelle conclusioni del vertice. L'ampia azione di dialogo è stata sempre concepita e diretta a fare conoscere meglio e a divulgare i contenuti del vertice, sia perché essi rappresentavano una risposta a talune richieste che la società civile va avanzando, sia per colmare la carenza degli organi di informazione, prevalentemente interessati alle questioni dell'ordine pubblico.
Vorrei dunque limitarmi, in questa sede, a ricordare i tre principali eventi svoltisi dal 18 al 22 luglio. In primo luogo, l'incontro a Roma dei ministri degli affari esteri del G8. Esso ha posto le basi per le successive dichiarazioni dei Capi di Stato e di Governo, in particolare, sulle drammatiche crisi mediorientale e macedone: quest'ultima, speriamo stia diventando


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meno drammatica rispetto al passato. Anche nel corso di questa riunione ho potuto avviare una approfondita discussione sull'esigenza del dialogo con i movimenti e le associazioni che lo accettano e che si dissociano dalla violenza. Su impulso italiano, tale dibattito proseguirà a settembre, nel corso della tradizionale riunione di lavoro dei ministri degli esteri del G8, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, anche in vista delle iniziative concrete che potranno al riguardo prevedersi nel corso della successiva presidenza canadese del G8.
In secondo luogo, l'evento di «apertura» del vertice nei confronti dei paesi in via di sviluppo (20 luglio), anch'esso frutto dell'iniziativa diplomatica che ho compiutamente esposto in Parlamento e che è culminata, in questo caso, nella presenza a Genova dei Capi di Stato e di Governo di Algeria, Bangladesh, El Salvador, Mali, Nigeria, Senegal, Sudafrica, quali espressione di tutte le istanze, sia a livello delle Nazioni Unite sia in ambito regionale, dei principali problemi del sud del mondo. Erano altresì presenti i vertici di importanti organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, la FAO, la Banca Mondiale, l'Organizzazione mondiale del commercio e l'Organizzazione mondiale della sanità. Vorrei in proposito sottolineare come la presenza di Kofi Annan ai vertici non debba essere considerata un dato acquisito. Egli, a differenza di altre occasioni, ha tenuto ad essere a Genova proprio a testimonianza del taglio impresso dalla nostra presidenza e dell'interesse per le decisioni prese.
Infine, la riunione dei Capi di Stato e di Governo dal 20 al 22 luglio, i cui esiti sono stati illustrati nel comunicato finale del vertice, anch'esso oggetto di un'approfondita analisi nel corso dei miei precedenti interventi alle Camere sopra richiamati. Elenco in maniera rapidissima la decisione di creare un


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gruppo di lavoro per la partnership Africa-G8 (questa è una novità assoluta nelle relazioni tra il nord ed il sud del mondo), nel nuovo spirito di partenariato che i paesi africani hanno deciso nel recente vertice di Lusaka; il lancio del fondo globale per la lotta all'AIDS, alla malaria e alla tubercolosi, con la disponibilità immediata di 1.300 milioni di dollari da parte degli Otto e di 500 milioni di dollari provenienti dal settore privato; i progressi nel processo di cancellazione del debito che vede l'Italia all'avanguardia rispetto alla comunità dei creditori bilaterali; il sostegno al lancio di un nuovo round di negoziati globali in materia commerciale a Doha, con un'agenda più equilibrata e che vogliamo più attenta ai temi di prevalente interesse per i paesi in via di sviluppo; la valorizzazione della task force sulle opportunità delle tecnologie digitali, quale fattore di accelerazione dello sviluppo delle aree più penalizzate del mondo; la volontà comune di affrontare costruttivamente il problema dei cambiamenti climatici; l'esito positivo dei colloqui Bush-Putin in tema di difesa missilistica.
A Ginevra... a Genova - scusi, questo è un errore freudiano - non abbiamo certamente cambiato il mondo, ma la centralità di alcuni temi trattati per la prima volta in quella sede, insieme alle proposte di raccordo fra il G8 e i paesi in via di sviluppo, hanno certo contribuito a far compiere dei passi verso la giusta direzione.
In questo vertice, la necessità di approfondire alcune questioni capitali aperte dalla crescente interdipendenza degli Stati, delle economie, dei popoli, si è ormai affermata in modo chiaro: è adesso entrata in tutte le discussioni che si hanno a livello internazionale. Le riflessioni sul miglioramento della governabilità del sistema, su come proseguire in modo più efficace il dialogo con la società civile e, infine, sull'organizzazione stessa dei vertici dei Capi di Stato e di Governo -


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quanti e come farli, quale estensione debbano avere -, sono ormai temi iscritti nell'agenda dei dibattiti internazionali. Ripeto: il problema non è quello di rifiutare l'interdipendenza e la globalizzazione, che significano inclusione dei problemi del mondo nell'agenda internazionale. Interdipendenza e globalizzazione esigono l'inclusione dei problemi del mondo nell'agenda internazionale e lo dimostra il fatto stesso che la lotta contro la povertà sia stata inclusa per la prima volta come tema centrale del vertice.
L'alternativa sarebbe quella di ripristinare le tradizionali barriere che hanno sempre diviso gli Stati e i popoli. L'alternativa è, dunque, «l'esclusione degli altri».
L'Italia continuerà ad adoperarsi, come ha fatto finora, nella ricerca di soluzioni che possano dare a questo mondo, sempre più interdipendente e quindi globalizzato, un volto umano.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro Ruggiero, al quale chiedo di lasciare al Comitato una copia della sua relazione.

FILIPPO MANCUSO. Signor ministro, muovo dalla sua conclusione: interdipendenza e globalizzazione, valori della storia attuale ai quali è data, secondo la sua tesi, una alternativa o delle alternative, comunque contraddittorie, rispetto alle esigenze del mondo; ciò, dunque, oltre che un fatto sociologico e storico è un fatto filosofico. Qual è la ragione per cui, ammessa la legittimità del dissenso da questo ideale, esso debba essere necessariamente manifestato in tutte le sedi in cui il problema si è presentato con modi violenti e assassini? Quale può essere la ragione che coincide con il contenuto della contrapposizione ideale in proposito? C'è qualcosa di più, qualcosa di diverso o qualcosa di avverso al dialogo democratico fra le genti?


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MICHELE SAPONARA. Signor ministro, la ringrazio per la sua relazione chiara, convinta e convincente e per l'importante opera da lei svolta per il successo del vertice, che è consistita, tra l'altro, nell'averlo arricchito di nuovi contenuti (mi riferisco ai rapporti che lei ha instaurato con la società civile sia nazionale sia internazionale). Le rivolgo solo una domanda che può interessare il discorso dell'ordine pubblico e che ha appannato il successo del vertice. Lei il 28 giugno ha partecipato con il ministro Scajola all'incontro con il dottor Agnoletto e con il Genoa social forum, che aveva ereditato gran parte dei contenuti del Patto di lavoro. Lei afferma che il Genoa social forum appariva un contenitore abbastanza rappresentativo (avendovi aderito 750-800 sigle). Orbene, il dottore Agnoletto aveva dato sufficienti garanzie di poter controllare il movimento e il comportamento dei suoi rappresentati? Avevate, comunque, avuto rassicurazioni ed avevate tratto elementi di tranquillità dal dottor Agnoletto, da come agiva, dai discorsi che svolgeva e da tutto ciò che vi aveva fatto ritenere che egli rappresentasse e quindi fosse legittimato a rivestire il ruolo di portavoce o di leader del Genoa social forum?

PRESIDENTE. Poiché il presidente Mancuso si dovrà allontanare per un serio motivo, mi ha rappresentato l'esigenza di ascoltare la risposta alla sua domanda; pregherei, quindi, il ministro Ruggiero di rispondergli.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Cercherò di rispondere alla domanda molto brevemente. Chiaramente, l'interdipendenza e la globalizzazione hanno dato risalto ai grandi problemi del mondo, poiché in precedenza questi ultimi, in un mondo di Stati nazionali con alte barriere, si vedevano e si sentivano meno. Oggi, con i mezzi di comunicazione


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può accadere che di sera accendiamo la televisione e, mentre mangiamo, magari una bistecca, vediamo scene di fame, di povertà e di ingiustizia nel mondo; ciò crea nella coscienza di tutti un sentimento di ribellione. Quindi, nelle opinioni pubbliche mondiali vi è la nuova esigenza di appartenere ad un mondo più giusto; queste sono le ragioni principali delle manifestazioni.
In verità, in tutte le manifestazioni, da quella di Ginevra del maggio 1998 fino ad oggi, vi è sempre stata una piccola parte di partecipanti numericamente poco rappresentativa, ma certamente rappresentativa sul piano della violenza e dei danni prodotti. Al riguardo, tuttavia, non ho una risposta sociologica da dare, tranne il fatto che, purtroppo, nelle manifestazioni di protesta è facile immaginare che vi sia un gruppo di persone che, per motivi ideologici o molte volte semplicemente per motivi di violenza personale, approfittano di quelle circostanze per fare ciò che vogliono.
Personalmente, ritengo che lo Stato abbia due doveri: il primo è quello di permettere le manifestazioni di protesta; il secondo è quello di proteggere, nelle manifestazioni di protesta, i cittadini e i beni pubblici e privati da chi compie atti di violenza. Credo che con tale equilibrio le cose possano essere organizzate in maniera soddisfacente e accettabile, anche se poi non è facile passare dal dire al fare. Credo, dunque, che questo debba essere il tentativo da compiere. Mi dispiace di non averle dato una risposta più complessa.

GRAZIA LABATE. Signor presidente, ho ascoltato con molta attenzione la relazione del ministro Ruggiero, della quale ho apprezzato anche l'enfasi con cui sono stati sottolineati i piccoli passi compiuti di fronte a problemi che effettivamente sono molto complicati.


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Tra l'altro, conosco il ministro per il contributo fornito nell'ambito del WTO quando, nella passata legislatura, si discuteva in merito alle regole del commercio con l'estero. Già allora ponevamo un problema che non riguarda solo i contenuti, ma i meccanismi regolativi democratici del governo mondiale. Tengo ad evidenziare sottolineare tale aspetto perché è stata sottolineata, anche nelle modalità - e voglio darne atto al ministro - la continuità di agende e contenuti dei Governi precedenti, poiché le cose complicate sono all'attenzione dei Governi del mondo.
Detto ciò, volevo rivolgere due domande. Mi ha particolarmente colpito la sua riflessione su Göteborg, quando ella ha affermato che i temi in discussione presentavano similitudini con ciò che si agita nei movimenti antiglobalizzazione, però fuori le pietre e gli scontri. Le pongo la prima domanda, visto che lei è l'artefice dell'incontro del 28 giugno con il ministro dell'interno - che, peraltro, ascolteremo oggi - e del dialogo con la galassia, che poi si è configurata anche in termini molto ampi, del Genoa social forum.
In quell'occasione, quali furono i punti di contatto sui contenuti (essendo deputata genovese, li conosco perché vi sono stati molti dibattiti nella mia città) che il Genoa social forum poneva come questioni di merito rispetto al G8? Vorrei, quindi, capire se è stato solo un dialogo di comprensione in generale o se, in qualche modo, si era raggiunto un confronto anche sul merito delle questioni. Mi chiedo se la sua grande preoccupazione, successiva all'esperienza di Göteborg, fosse che il movimento avrebbe potuto reagire, fosse legata ai problemi della sicurezza, relativamente ai quali chiedeste delle referenze (tenuto conto che anche lei ammette che vi era una galassia amplissima di associazioni). Mi chiedo se lei abbia discusso in sede di Governo di tale sua preoccupazione e abbia


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trovato anche in quell'ambito l'idea di un governo democratico - uso questo termine sperando che i colleghi non mi fraintendano - delle ragioni contenutistiche e della garanzia dei due principi che con lei condivido: sicurezza e libertà di manifestare democraticamente.
Concludo domandandole se, oltre a questo, faceva parte della sua conoscenza globale anche tutta l'azione di intelligence, di cui abbiamo avuto occasione di leggere, e che - questa è una mia opinione personale - forse poteva costituire un elemento di maggiore prevenzione e non già di repressione.

MARCO BOATO. Non parlerò soltanto di quanto ho già avuto modo di dirle in un dibattito preventivo alla Camera e che le ho detto anche informalmente più volte. Personalmente condivido totalmente l'impostazione che lei ha dato al modo innovativo di affrontare non solo la questione del G8 ma, in generale, i problemi che riguardano l'ambiente, la povertà, la sanità, e così via. Credo che, per quanto il presente Comitato non sia stato istituito per questo motivo (dato che lei ha come referenti il Parlamento e le Commissioni affari esteri di Camera e Senato), sia opportuno che, anche in questa sede, tale aspetto venga rimarcato. Ripeto, ritengo che l'impostazione da lei data nel breve periodo trascorso dal momento in cui ha assunto la responsabilità del Ministero degli affari esteri (come lei ha detto, e le riconosco anche questa correttezza, in continuità con quanto era stato fatto dai Governi precedenti) sia pienamente condivisibile. Le do anche atto della grande mole di lavoro che ha svolto e dello spirito con cui ha lavorato. Ovviamente, la finalità di questo Comitato è, in questo quadro generale, più specifica e per certi aspetti più complessa. Tale complessità deriva dal tipo di problemi che si sono verificati, non solo in Italia ma, come lei giustamente ha ricordato, da circa tre anni in quasi tutte le sedi ed occasioni internazionali.


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Qualcuna di esse si è anche conclusa anticipatamente; qualcuna, come Barcellona, è stata annullata; qualcun'altra è stata spostata nel Qatar e così via.
Vorrei rivolgerle tre domande. Innanzitutto, vorrei sapere cosa è cambiato, per la sua esperienza e la sua conoscenza, nell'affrontare questi problemi (mi riferisco all'intreccio tra gli aspetti istituzionali, il dialogo con la società civile ed il modo di organizzare i vertici), prima e dopo l'esperienza di Göteborg. Mi pare, infatti, sia il primo vertice che lei (così come il Presidente del Consiglio) affronti in qualità di ministro degli affari esteri del Governo italiano. Mi riferisco, dunque, al prima e al dopo Göteborg.
La seconda domanda che le rivolgo è volta a conoscere il modo in cui si è sviluppato il rapporto sia con il Genoa social forum (lei ha citato in modo particolare la riunione del 28 giugno alla Farnesina e credo sia molto utile che consegni il testo che ha letto al Comitato) sia con le altre ONG. Alcune di queste ultime - come lei ha detto giustamente - fanno anche parte del Genoa social forum, altre, invece, hanno una storia più lunga. In particolare, le chiedo se può dirci qualcosa in più sulla riunione che si è svolta alla Farnesina il 14 luglio con le ONG. Più volte, infatti, il collega Sinisi ha chiesto ai vari interlocutori approfondimenti su questa fantomatica riunione e non si è riusciti a capire esattamente che tipo di riunione fosse.
Vorrei rivolgerle un'ultima domanda, connessa alle finalità di questo Comitato. Lei ha ricordato giustamente, e si tratta di finalità sostanzialmente condivisibili, che vi erano tre obiettivi: la piena realizzazione del G8; il dialogo con la società civile e il diritto al dissenso pacifico; il contrasto alle forme di violenza a tutela dei cittadini, degli stessi manifestanti pacifici e dei beni pubblici e privati. Il primo di tali obiettivi è stato


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conseguito, al contrario del secondo e del terzo. Vorrei sapere se, da parte sua, vi sia stata una riflessione a tale proposito anche per il futuro (che non riguarderà, nell'immediato, l'Italia, salvo altri vertici).
Lei ha parlato di un avvio della riforma dei vertici e di una riflessione sulla natura e sull'organizzazione dei vertici per il futuro anche finalizzato ad un miglioramento della governabilità del sistema, e questo è l'aspetto istituzionale. Vi è, però, anche un problema di modalità di organizzazione dei vertici, sia per la loro funzionalità istituzionale sia anche per come si rappresentano all'opinione pubblica. L'interrogativo è: perché tanto divario? Le chiedo di fornirci qualche riflessione al riguardo.

GIANCLAUDIO BRESSA. Signor ministro, desidero ringraziarla per quanto ci ha detto questa mattina ed anche per l'azione che lei ha svolto in preparazione dei lavori del G8. Purtroppo - e si tratta di una riflessione già affrontata in sede di Comitato - i temi veri di quel confronto internazionale sono in qualche modo stati offuscati dalla tragicità degli avvenimenti di quei giorni. Questo, però, nulla toglie al significato importante dell'inizio di un nuovo cammino da parte degli otto paesi più potenti della terra in una direzione da noi tutti auspicata. Non le rivolgerò, pertanto, domande relativamente a tutte queste cose che - ripeto - condivido pienamente. Le porrò due questioni, apparentemente laterali ma che, invece, ci servono per comprendere alcune cose importanti.
Innanzitutto, vorrei sapere quali sono state le sue valutazioni personali e, più in generale, le valutazioni del Governo (se ci sono state) all'indomani del vertice di Göteborg e della situazione che si era verificata per quanto riguarda la questione dell'ordine pubblico. Vorrei sapere, cioè, se vi è stata da parte vostra una preoccupazione aggiuntiva rispetto a precedenti


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vertici in relazione al tipo di escalation verificatasi. Vi è stata una preoccupazione supplementare, da parte sua e del Governo, rispetto alle questioni riguardanti la gestione dell'ordine pubblico all'indomani di Göteborg?
L'altra domanda che intendo rivolgerle è la seguente. Abbiamo ascoltato dal dottor Agnoletto il racconto dell'incontro del 28 giugno tenutosi, alla presenza sua e del ministro Scajola, alla Farnesina. Il dottor Agnoletto ha riferito della circostanza che lei aveva presentato una sorta di documento, invitando in qualche modo il Genoa social forum a farlo proprio. Il dottor Agnoletto ha riferito che il movimento non vi si poteva riconoscere, in quanto alcune questioni, considerate fondamentali - quali, ad esempio, la Tobin tax e la riduzione drastica della durata dei diritti di esclusiva dei brevetti per i medicinali - non erano trattate; pertanto, non potevano riconoscersi in simile documento. Ebbene, la circostanza per cui il Genoa social forum non poteva convenire sui contenuti del documento perché mancavano, in esso, quelli da lei proposti - da me, ad ogni modo, ritenuti molto importanti ed avanzati - ha costituito per voi una preoccupazione? Oppure avete considerato l'evenienza normale, nell'ambito di una logica e naturale dialettica? Specifico meglio la domanda: lei ha avuto la percezione che tale divergenza di opinioni sui contenuti potesse avere conseguenze pratiche, poi, durante i giorni del G8? Se sì, all'interno del Governo se ne è discusso? E in quali termini?

GRAZIELLA MASCIA. Signor ministro, lei ha svolto, nella odierna occasione, considerazioni con le quali ha tracciato la linea politica già più volte illustrata in Parlamento. Io, a ragione dell'esiguo tempo a disposizione, non posso, e spiegare da parte mia, non sarebbe corretto, perché abbiamo contestato la legittimità dei vertici, le ragioni che mi portano a non


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condividere per nulla detta linea. Tuttavia, abbiamo apprezzato il dialogo; dialogo che, quale scelta di fondo, continuo ad apprezzare. Però, vorrei chiederle se, dopo le vicende di Genova, non ritenga opportuno che tale scelta debba essere ponderata anche sulla base di quanto avvenuto. Voglio dire che il dialogo ha un senso se compiuto non solamente allo scopo di intervenire nel merito delle questioni che debbono essere affrontate, ma anche in vista di una sua traduzione vera in diritto a manifestare appieno. Ciò mi sembra evidente dalle testimonianze raccolte in questa sede; certo, le valutazioni, alla fine, saranno anche diverse, ma sostenere che debba essere riconosciuto il diritto a manifestare significa dire che si tratta di un diritto effettivo. A Genova ciò non si è verificato; infatti, al diritto a manifestare non ha corrisposto la difesa dei manifestanti (e si trattava di manifestanti pacifici).
Le vorrei chiedere se quanto avveniva a Genova in quelle ore non abbia influito sul dibattito. Ormai, in questa sede, abbiamo ascoltato diverse relazioni - non so se lei voglia aggiungere altro - rispetto ai rapporti intrattenuti con gli altri paesi; al di là del merito dei vertici di cui lei è responsabile e titolare, vorrei chiederle se quegli avvenimenti non abbiano interferito con il dibattito che voi avevate in corso.
Infine, e devo dire che ciò mi ha molto impressionato la sera del 20 luglio, io mi aspettavo - ma era l'aspettativa di migliaia di ragazzi in quel momento - che voi interrompeste o almeno sospendeste il vertice dopo la morte di Carlo Giuliani. Nessuno di voi, nessuno dei capi di Governo ha evidenziato tale opportunità?

ROBERTO MENIA. Ringrazio il ministro degli affari esteri, anche per la relazione approfondita, densa di contenuti, assolutamente positiva, in particolare per ciò che ha significato o ha voluto significare in ordine all'atteggiamento tenuto sul


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vertice dal nostro ministero, e dal nostro Governo. Ho apprezzato, per esempio, gli aspetti che il ministro ha voluto sottolineare, aspetti che hanno determinato comunque - nonostante il fatto che quanto è accaduto abbia conferito un contorno negativo il vertice - passi in avanti verso un mondo più giusto, come lei, signor ministro, ha detto.
Desidero, soffermarmi tuttavia, anche su altre circostanze, che interessano più da vicino la materia trattata dal Comitato. Il Governo, e lei in particolare, aveva auspicato una politica del dialogo; aveva affermato l'esigenza che si esprimesse il dissenso, purché, evidentemente, in forme accettabili. Abbiamo saputo che il Governo ha previsto, attraverso un decreto-legge, lo stanziamento di una somma non irrilevante, per andare incontro alle esigenze dei manifestanti (almeno di quelli «civili»). Ma, per quanto di competenza del Ministero degli esteri, cosa si è fatto ai fini della prevenzione, attesa la previsione dell'arrivo, da paesi esteri, di persone già note come artefici di episodi di violenza in manifestazioni analoghe? Le chiedo, in particolare, come si siano attivate le nostre ambasciate; le chiedo - tralasciando il lavoro di intelligence e quello svolto dall'Interpol - di riferirci sul lavoro compiuto dalle nostre ambasciate nell'acquisizione preventiva di segnalazioni per quanto riguardava la presumibile presenza di cittadini stranieri pericolosi, che avrebbero potuto turbare lo svolgimento del vertice. Le chiedo ciò anche in considerazione di quanto abbiamo sentito, per esempio, ieri, dal portavoce del Genoa social forum Agnoletto, con dichiarazioni, a mio modo di vedere, assai contraddittorie. Da un lato, infatti, diceva che il Genoa social forum chiedeva libertà assoluta alle frontiere; dall'altro, sosteneva che non fosse stato fatto abbastanza perché non erano stati fermati i violenti alle frontiere. Allora, le chiedo, quale azione preventiva, da parte delle nostre


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ambasciate, sia stata svolta e quali risultati abbia sortito. In particolare, a proposito del nucleo tedesco - che poi più drammaticamente degli altri ha infierito su Genova, le chiedo se risulti, dai rapporti della nostra ambasciata a Berlino, che tutti i manifestanti tedeschi, fermati poi a Genova, erano già stati raggiunti da misure giudiziarie per atti violenti compiuti in manifestazioni svoltesi in Germania o in altri paesi.

KATIA ZANOTTI. Signor ministro, la mia è una domanda molto breve. I colleghi si sono già soffermati nell'apprezzare la sua importante opera, consistita in un'azione di dialogo condotta su diversi piani; penso anche a quella sua valorizzazione dei «fermenti», sui quali ha insistito e dei quali ha detto che erano spesso condivisibili.
Volevo chiederle - alla luce anche di considerazioni di merito svolte da altri colleghi, sulle quali lei si soffermerà al momento della replica - se, dopo le sue riflessioni sull'incomprensione delle istanze dei vertici e dopo le pietre delle piazze, insomma, lei pensi, nella sua riflessione politica e persino nella sua agenda di ministro, di proseguire il dialogo con il Genoa social forum.

LUCIANO FALCIER. Signor ministro, la ringrazio, non solo per i contenuti della sua esposizione, ma anche per la passione che emerge dall'esercizio del suo gravoso impegno di ministro, nell'occasione presente e per l'impegno nel «relazionarci» sugli eventi del G8 e di Genova.
Le rivolgo una domanda analoga - per non dire la stessa - a quella che ho già rivolto al precedente audito di stamattina, il senatore Dini. Alcuni passaggi ed alcuni contenuti della sua relazione me ne danno particolare motivo, visto che ho colto, in essa, sottolineature di aspetti che, almeno a me, erano sfuggiti in passato. Conseguentemente le do atto -


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e sarò subito più chiaro - che l'averli lei posti all'attenzione è servito, almeno a me, per ripristinare e ricercare meglio la verità dei fatti.
Faccio riferimento, in particolare, al fatto che le vicende di Genova e l'informazione fornita sui relativi avvenimenti avevano suscitato in me - ma ritengo anche ad altri - la sensazione che il Genoa social forum ed i suoi rappresentanti avessero la rappresentanza effettiva e quasi esclusiva di un mondo associativo che è interessato ad eventi, a summit, a manifestazioni, come quelle che si sono svolte a Genova e che da molti anni si svolgono in altre parti del mondo, magari con temi diversi.
Invece, mi risulta - il riferimento ai contenuti della sua relazione - che prima di ogni summit da decenni le organizzazioni non governative, le associazioni - soprattutto quelle del mondo cattolico e a quelle che gravitano intorno alla cooperazione internazionale - si incontrano, discutono, avanzano delle proposte che pervengono al tavolo dei Capi di Stato in modo che se ne possa tenere conto, nel limite del possibile, per le decisioni da assumere.
Le chiedo se lei sapesse che, proprio in prossimità della scadenza del G8 di Genova, il 2-3 aprile a Firenze, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri, vi era stato un importante forum, nel corso del quale tali associazioni e significativi centri studi che si interessano del problema avevano svolto il loro forum, predisposto delle relazioni e - credo - tentato di farle pervenire ai rappresentanti dei Governi che stavano per assumere le decisioni di loro competenza a Genova.
Le chiedo, quindi, se fosse a conoscenza di tale iniziativa, se siano pervenute al suo tavolo o al suo Dicastero proposte da quel mondo, se sia stato possibile tenerne conto e se, invece,


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da parte del Genoa social forum siano pervenute proposte relative ai temi che il G8 stava per affrontare, oltre a quelli dell'ordine pubblico, delle manifestazioni, delle piazze tematiche od altre questioni collaterali.
Vorrei chiederle se, in preparazione di altri futuri vertici, vista l'esperienza di Genova, gli interlocutori sono o saranno gli stessi, se quel mondo molto attivo - da sempre attento e presente nelle manifestazioni relative alla povertà, alla miseria, all'associazionismo, alla cooperazione internazionale e le cui attività risultano un po' offuscate da ciò che è successo, se non addirittura demonizzate per essersi trovato involontariamente coinvolto in tante violenze, almeno verbali, a Genova - le sia presente e se per i futuri impegni lo riconosca ancora come un interlocutore valido e capace di contribuire agli esiti e dalle proposte dei vari summit.

GIANNICOLA SINISI. Signor ministro, la ringrazio per la sua relazione e per il modo in cui l'ha illustrata in quest'aula. Le pongo molto rapidamente sei questioni.
La prima è più da lettore di giornali che non da uomo politico. Nel periodo che ha preceduto il vertice dalla lettura dei giornali emergeva una sorta di distinzione fra la sua posizione, largamente condivisibile, favorevole al dialogo sulle manifestazioni di dissenso - che poi, in buona sostanza, sono anch'esse un'espressione della globalizzazione - la posizione di altri che, pur appartenendo alla stessa compagine governativa, reputavano questa linea, in qualche misura, imprudente. Le chiedo se la linea del dialogo, che lei ha portato avanti in quel mese - largamente condivisibile, almeno nelle intenzioni, e che certamente condivise il ministro Scajola - fu condivisa e discussa dal Governo nella sua collegialità.
Seconda questione: lei era a Genova con il Presidente Berlusconi a guidare una difficilissima quanto importantissima


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missione; a distanza di poche centinaia di metri da voi si trovavano anche il Vicepresidente del Consiglio dei ministri e il ministro della giustizia: voi foste informati della loro presenza a Genova ? In che modo?
Terza questione, fermo restando che, secondo me, discutere di manifestazioni di dissenso significa discutere di globalizzazione: anche alla luce delle informazioni che via via pervenivano e dei fatti di Göteborg lei reputa che quel dialogo fu condotto e concluso in maniera prudente o se da ciò che poi è accaduto ha tratto qualche insegnamento che vuole consegnare agli atti di questo Comitato e che in futuro, che possa essere utile a noi e al nostro paese?
La quarta questione che vorrei porle, in base alla sua esperienza è la seguente: lei non reputa che, quando ci si occupa di povertà, malattie e disuguaglianze, gli stessi vertici debbano in qualche modo svolgersi con una maggiore sobrietà? Credo che uno degli elementi - è una mia opinione, ma chiedo anche la sua perché è importante ed utile per il futuro -, una delle ragioni della mancanza di credibilità dei contenuti politici che lei ha mirabilmente espresso è che essi confliggono con la manifestazione esteriore: discutere di povertà su una nave lussuosissima, a cinque stelle, crea una certa caduta di credibilità. Non è un'accusa che rivolgo né a questo Governo a lei personalmente (ho apprezzato molto quello che lei ha riferito), ma ritengo possa servire per il futuro, visto che lei ha avuto l'abilità e la capacità di introdurre questi temi nell'agenda del G8.
Quinta questione: noi ci siamo affannati a comprendere una sorta di cronologia degli eventi organizzativi. Abbiamo appreso che le tre questioni che hanno determinato la pianificazione della sicurezza erano l'ubicazione degli eventi, l'allocazione delle delegazioni ufficiali e l'autorizzazione delle


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manifestazioni. Quando le delegazioni ufficiali sciolsero ufficialmente la riserva sulla loro allocazione e, segnatamente, quando decisero l'ubicazione sulla European Vision la delegazione francese del Presidente Chirac e quella degli Stati Uniti?
Sesta questione: come fu il rapporto di collaborazione con il Ministero dell'interno ? Le strutture dello stesso le garantirono, come io credo, tutta la collaborazione necessaria per realizzare nel migliore dei modi l'evento?

FABRIZIO CICCHITTO. Poiché apprezzo i contenuti della sua relazione, per l'impegno e anche per i risultati del Governo sul nodo del G8, in parte offuscati dal fatto che, come lei ha riferito, fuori da quel palazzo succedeva quello che conosciamo, vorrei porle una domanda specifica e di basso profilo che si riallaccia ad un'osservazione già avanzata da un altro collega.
Il Governo tedesco ha criticato il nostro paese con riferimento al trattamento di alcune persone e così via. A parte il fatto che - come è stato già detto dall'onorevole Menia - emerge che il nucleo fondamentale del black bloc era costituito per metà da tedeschi, dalla documentazione che ci è stata fornita dai Servizi e anche da una riflessione del dottor La Barbera si evince che il paese che ha meno collaborato con noi nella fase, diciamo così, pregiudiziale su tali temi è stato proprio la Germania. Tale riflessione, fatta a livello dell'intelligence o della Polizia, è conforme a quanto risulta al Ministero degli esteri?

ANTONIO IOVENE. Signor ministro, questo Comitato ha ovviamente un campo d'azione molto limitato, relativo a


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quanto avvenne attorno al G8 e, dunque, non ha la possibilità di discutere o di entrare nel merito di quanto nel G8 si decise e si fece.
Lei è stato, nei giorni che precedettero il vertice, comunque, il protagonista della ripresa del dialogo tra il Governo e il Genoa social forum, che si era interrotto per la vicenda elettorale. Vorrei, dunque, porle tre brevissime domande. La prima è la seguente: ieri il dottor Agnoletto, nella sua audizione e nel materiale che ci ha consegnato, ha ricordato l'incontro del 28 giugno 2001 presso la Farnesina e, all'interno della sua ricostruzione, ha fatto riferimento ad un passaggio della riunione, in cui - dice Agnoletto - si arrivò a discutere dei problemi dell'ordine pubblico e anche della sicurezza delle manifestazioni e il ministro Scajola, in qualche modo, sconfessò le dichiarazioni che, il giorno prima, aveva fatto il Vicepresidente del Consiglio Fini, relativamente all'uso dell'esercito in piazza per fronteggiare i manifestanti. Vorrei avere da lei una conferma della circostanza: se di questo si discusse, se ci fu questa smentita.
La seconda domanda è direttamente collegata alla precedente. Da quanto da lei affermato in questa sede, da quanto fatto prima di Genova e che ho avuto modo di seguire, non le pare che nei confronti delle manifestazioni e dello stesso GSF ci fosse, da parte dei diversi esponenti del Governo, un atteggiamento diverso? Che, in qualche modo, lei fosse paragonabile ad una sorta di Penelope che tesseva una tela che la notte veniva disfatta? Io ho avuto questa impressione; una serie di interventi, di interviste, alimentavano, in qualche modo, un clima di tensione, mentre lei ed altri si facevano carico di tenere aperto questo dialogo. Questa impressione in me è stata fortissima, vorrei sapere che idea ha lei in proposito.


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Infine, sempre nello stesso ambito: nei giorni del vertice lei e il Presidente Berlusconi eravate lì a Genova, impegnati nei lavori del G8 e credo che foste continuamente informati di quanto avveniva fuori dalla zona rossa; vi rendevate conto che non c'era solo la zona rossa nella sua pacifica - per fortuna - sistemazione, e anche di quanto accadeva fuori, nella zona gialla? Avevate modo di seguire e di intervenire rispetto a quanto stava avvenendo, oppure questa attività era delegata ad altri (ad esempio, al Vicepresidente Fini, che era lì presente a Genova in altro ambito?

SAURO TURRONI. Ringrazio il ministro Ruggiero, il quale con sincerità e impegno ha inteso operare per il dialogo, il confronto, adoperandosi anche affinché l'agenda del G8 contenesse i temi proposti dalla molteplicità delle organizzazioni non governative e dalle associazioni del dissenso.
Ho avuto modo di proporle tali decisioni e di incoraggiarla in questo senso. Ricordo ancora le sue parole per le quali la ringrazio. Credo però sia successo qualcosa, signor ministro e che questo qualcosa - come nei fossi che non hanno una riva sola - non sia addebitabile ad un destino cinico e baro, ma possa derivare da talune scelte, da talune decisioni che credo non l'abbiano riguardata. Non credo che ciò sia dipeso esclusivamente dai violenti, mi sono fatto idee diverse e vorrei conoscere la sua, se è possibile.
La seconda domanda riguarda le espulsioni. Abbiamo potuto vedere come taluni provvedimenti di arresto siano stati annullati dall'autorità giudiziaria, sulla base dell'insussistenza dei motivi che avevano portato all'adozione degli stessi. Contemporaneamente, però, sono state disposte dall'autorità di pubblica sicurezza molte espulsioni di cittadini stranieri. Certo si può ricorrere con un provvedimento di carattere amministrativo entro 30 giorni, al TAR del Lazio oppure, nel caso di


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cittadini europei, questi ultimi possono presentare una semplice domanda.
Tuttavia, signor ministro - visto che in relazione a taluni provvedimenti di espulsione e di arresto, che hanno riguardato alcuni cittadini stranieri, è stata dimostrata l'insussistenza delle motivazioni - non ritiene, alla luce di quanto sta emergendo (cioè delle modalità di questi arresti), di doversi far carico, sulla base delle richieste che provengono da taluni paesi stranieri, delle espulsioni sbagliate che sono state compiute sulla base di erronee valutazioni? Le dico questo, signor ministro, in quanto in un paese democratico spetta all'accusa l'onere della prova.
Terza domanda. Questa mattina ho letto la descrizione delle condizioni fisiche di molti cittadini stranieri arrestati in varie circostanze. La vicenda più significativa e dolorosa credo riguardi quelli colpiti nella cosiddetta perquisizione; ci sono descrizioni che a me impressionano moltissimo (non avrei mai potuto fare il medico).
Vorrei sapere se ci sono state domande di chiarimento, da parte dei paesi stranieri, in merito alle ferite, alla gravità delle stesse e alle circostanze in cui tali soggetti sono stati colpiti. Se vi è stata una risposta da parte sua e se, infine, sia a conoscenza di un'iniziativa, in sede internazionale, volta a condannare l'Italia per quanto è avvenuto nelle circostanze che hanno riguardato la scuola Diaz e il cosiddetto carcere di Bolzaneto.
Inoltre, vorrei chiedere al ministro se il vertice abbia concluso i suoi lavori con un documento e, in caso affermativo, se questo documento possa essere messo a disposizione del Comitato.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Signor ministro, la ringrazio non soltanto per essere qui presente e per la sua relazione,


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ma anche per tutto quello che sta facendo per il nostro paese, non solo per il G8.
Sono state indicate date diverse per quanto riguarda la determinazione dell'allocazione da parte delle delegazioni straniere. L'ex ministro Dini ha detto che, in realtà, alla fine di maggio, anche se non formalmente, tutte le indicazioni in merito alle allocazioni erano state comunicate dai vari paesi. Riallacciandomi anche alla domanda dell'onorevole Sinisi, vorrei sapere se alla fine di maggio, sostanzialmente, anche se non formalmente, questa allocazione fosse definita, se, per caso, vi siano state indicazioni successive e se tutto questo abbia influito sul piano della sicurezza.
Un altro elemento che vorrei conoscere riguarda lo svolgimento dell'iter per la preparazione del G8. Il Governo Berlusconi e il suo Ministero si sono insediati in un periodo molto vicino al vertice e, quindi, necessariamente hanno dovuto riprendere quanto era stato fatto dal precedente Governo. Vorrei sapere se vi sia stato uno stravolgimento della linea del precedente Governo, oltre al fatto che, al fine di prestare volendo dare maggiore attenzione alla povertà, alle malattie e alla necessità di collaborazione, sono stati cancellati tutti quegli impegni mondani già indicati dal precedente Governo della sinistra e, per la prima volta, non sono state invitate le signore.
Inoltre, poiché mi sembra che durante il precedente Governo fosse emersa una scarsa collaborazione - se non un contrasto - fra la Presidenza del Consiglio, il ministro dell'interno e il ministro degli affari esteri - tanto è vero che, a un certo punto, il Presidente Amato è stato costretto ad attribuire ogni competenza al Ministero degli affari esteri -,


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vorremmo sapere se nell'ambito del nuovo Governo siano mai sorti contrasti fra la Presidenza del Consiglio, il ministro dell'interno e il ministro degli affari esteri.

PRESIDENTE. Credo che il ministro abbia bisogno di un po' di tempo per riordinare le domande e procedere, quindi, alle risposte.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 12,55, è ripresa alle 13,05.

PRESIDENTE. Do la parola al ministro degli affari esteri per la replica ai quesiti formulati dal colleghi.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Vorrei iniziare dall'onorevole Saponara il quale, in particolare, mi ha chiesto se durante la riunione del 28 giugno con il Genoa social forum avessimo avuto l'impressione che Agnoletto offrisse delle garanzie e se questi elementi ci inducessero ad essere tranquilli. Ho riassunto la domanda. In realtà, non ci fu una discussione - per quanto mi ricordo, perché la stessa fu tra il ministro Scajola e Agnoletto - sulle garanzie o meno. La discussione fu sulla zona gialla e sulla possibilità di disporre di mezzi di trasporto che potessero condurre i dimostranti a Genova, quindi su una serie di questioni organizzative. Fu convenuto - se non erro - che la discussione sarebbe stata approfondita nel corso di un incontro successivo che Agnoletto e il GSF avrebbero avuto con il Capo della Polizia.

MARCO BOATO. E che si tenne due giorni dopo...

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Esattamente. Credo che due giorni dopo si siano incontrati e che, in quella sede, abbiano preso una serie di decisioni. Quindi, con


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tutta onestà, non posso dire che vi fossero elementi di tranquillità né di preoccupazione. Fu un dibattito nei limiti entro i quali possono avvenire dibattiti di questo genere: si svolgono tra due parti che certamente non vogliono scambiarsi dei segni di cordialità ma neppure segni di particolare rottura.
L'onorevole Labate - mi spiace che non sia presente in questo momento - mi ha rivolto una domanda fondamentale: il problema dei meccanismi regolatori mondiali. In realtà, uno dei maggiori problemi che produce la globalizzazione è che cittadini di qualunque Stato sentono che vi sono delle realtà le quali vengono determinate senza un reale controllo. Chi vive in un paese democratico sa che un provvedimento viene adottato dal Governo e discusso in Parlamento; se poi il cittadino non è contento sa che vi sono le elezioni alle quali può votare contro e scegliere chi preferisce. Quando oggi passiamo al fenomeno della globalizzazione, abbiamo una serie di ricadute perché la globalizzazione è interdipendenza e quest'ultima fa sì che ciò che accade in un paese abbia ripercussioni in un altro o che delle decisioni, prese in un settore, si ripercuotano in altri paesi. Tutto questo però non avviene con un meccanismo che sia chiaro. Quindi, uno dei maggiori problemi, quando parlo di miglioramento della governabilità del sistema, è di introdurre nel sistema internazionale dei meccanismi che consentano l'individuazione di responsabilità. Tali meccanismi devono poi riferire ad altri organi. Non possono prendere decisioni senza che vi sia un controllo, così come avviene in tutti i regimi democratici.
Ma ancora di più. Questo non è sufficiente, perché uno dei problemi dell'insicurezza che l'interdipendenza e la globalizzazione hanno provocato è che i centri decisionali si allontanano molto dalla possibilità del cittadino di esercitare il controllo. Quindi, bisognerà sempre fare in modo che tali


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processi possano riferirsi anche agli altri Stati nazionali, ad altri tipi di organizzazioni. Quando parliamo di meccanismi regolatori, parliamo di un problema di grandissima complessità istituzionale e che incide sul rapporto tra il cittadino e le istituzioni. Si tratta di una delle grandi riflessioni che bisogna fare.
Mi è stato chiesto se il dialogo con il Ministero dell'interno fosse per ragioni di politica interna. No. Onestamente all'inizio - anche per ragioni di buonsenso - il ministro dell'interno ed io ci siamo detti: è inutile che faccia io un incontro con il Genoa social forum e lo faccia tu il giorno dopo. Facciamolo insieme: tu ti occupi di discutere sugli aspetti di ordine pubblico, io su quello che maggiormente mi interessa, cioè il dialogo sull'agenda e possibilmente sui modi con i quali risolvere i problemi. Non abbiamo stabilito un legame tra il dialogo e le questioni dell'ordine pubblico, anche perché ciò non era possibile e l'altra parte non lo avrebbe accettato. Ognuno svolgeva la propria azione senza interferire sull'azione degli altri.
Per quanto riguarda l'intelligence, vi posso dire, con assoluta onestà, che non ho letto un solo rapporto; anzi, quando ho visto il comandante dei carabinieri - ero appena stato nominato ministro - ho domandato se avessero delle informazioni. Mi si rispondeva vagamente; mai un elemento di chiarezza, come se si trattasse di una materia ancora molto labile o magmatica (come mi suggerisce l'onorevole Boato). A ciò non attribuisco alcun motivo legato ad una particolare riservatezza nei miei confronti. Probabilmente non c'erano questi elementi di grande importanza.
L'onorevole Boato mi ha rivolto un'altra domanda molto importante su cosa sia cambiato nell'affrontare questi temi prima e dopo Göteborg. Rispondo con una sola parola: la


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consapevolezza. Fino a Göteborg, non so per quale motivo, non vi era la consapevolezza dell'importanza di questa protesta, la consapevolezza che tale protesta conteneva elementi che rappresentavano valori nuovi e vecchi ma che nessuno poteva mettere in discussione, come i diritti umani, i diritti dei lavoratori, la protezione dei bambini, l'ecologia, la protezione dell'ambiente, la lotta alla povertà, eccetera; questi temi non dico che fossero visti burocraticamente, ma non erano entrati nella coscienza e nel dibattito. Direi che dopo Göteborg tali argomenti sono entrati nel dibattito, tanto è vero che Göteborg ha avuto, forse, un'influenza positiva nel convincere tutte le delegazioni che questi dovevano essere i temi del vertice di Genova e che, in effetti, ciò che noi cercavamo di fare - cioè portare i rappresentanti di molti paesi in via di sviluppo al vertice di Genova - era necessario perché non potevamo più pretendere di vivere da soli.
Dunque il problema della riforma del vertice - questione che lei, onorevole Boato, pone nell'ultima domanda, ma alla quale risponderò ora - è un punto attualmente in discussione e lo sarà anche a New York. Non che siamo tutti d'accordo, affatto, però già, ad esempio, il Presidente Chirac ha annunciato che nel 2003, quando sarà la Francia ad organizzare il vertice, tenterà un'apertura ai paesi in via di sviluppo ed alle organizzazioni internazionali che sia più istituzionale di quanto sia stato fatto a Genova.
Appare evidente che il meccanismo si è innescato e si capisce che, al di fuori e al di sopra del G8, è necessario creare qualcosa di diverso. Questo elemento non è sicuramente sufficiente a risolvere i problemi di cui discutevamo prima - cioè il rapporto del cittadino con le realtà della globalizzazione


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o con le decisioni - ma certamente rappresenta un raccordo di coordinamento, al più alto livello internazionale, che segna un progresso nella giusta direzione.
Già da molto tempo sto proponendo la creazione, oltre al G8, di un G25 che secondo certi calcoli potrebbe racchiudere i rappresentanti di tutte le categorie dello sviluppo, dai più poveri del mondo ai più ricchi, ed anche i rappresentanti di tutte le grandi regioni del mondo che potrebbero, con delle constituency interne, a rotazione, partecipare ai vertici, in modo tale che ognuno abbia il diritto di partecipare, ammettendo, però, alla discussione un numero limitato di rappresentanti per volta. Sarebbe infatti impossibile ottenere una discussione proficua riunendo contemporaneamente 178 rappresentanti (poiché tanti sono, attualmente, gli Stati del mondo).
Può darsi che questa idea abbia un seguito; se ne inizia a parlare adesso, mentre in passato era considerata soltanto una stranezza. In ogni caso non so affatto se il prossimo vertice, quello canadese, andrà in questa direzione. Per il momento è stata scelta l'opzione di un vertice molto sobrio, molto ristretto, in una località di montagna isolata, accessibile soltanto da una strada, dunque facilmente difendibile dal punto di vista dell'ordine pubblico. Mi sembra, dunque, che sia stata fatta una scelta più attenta all'ordine pubblico che non all'apertura. Si tratta di problemi che dovranno essere affrontati e discussi.
Per quanto riguarda il rapporto con il Genoa social forum, devo dire onestamente che non è stato uno dei rapporti più proficui. C'era, chiaramente, una certa diffidenza da parte di Agnoletto; ricorderete che ad un certo momento mi aveva definito «il peggior nemico», anche se non capisco per quale motivo avrei potuto essere il peggior nemico!


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Attribuisco una grande importanza alla «Dichiarazione del millennio» sottoscritta da 178 Capi di Stato e di Governo: o siamo seri o non lo siamo! Se una dichiarazione, cui si arriva, non a caso, ma con una negoziazione, è stata sottoscritta da 178 Capi di Stato e fissa determinati obiettivi, credo che sia nostro interesse creare un monitoraggio strettissimo per verificare chi persegue gli obiettivi e chi no. Avevo, pertanto, proposto al Genoa social forum, quale rappresentante delle organizzazioni non governative, di condurre un monitoraggio severo che sottoponesse poi i problemi all'opinione pubblica, verificando se gli impegni sottoscritti dagli Stati siano realizzati o meno o, perlomeno, ci si avvicini alla loro realizzazione, perché molte volte gli impegni sono stati sottoscritti e poi non è successo nulla! Quando ho tentato, non di far sottoscrivere un documento (documento che consegnerò e che leggerete) ma di definire questa funzione, che ritengo importantissima per le organizzazioni non governative, ho avuto una reazione piuttosto...così... Rispetto chi ha opinioni diverse e non voglio assolutamente polemizzare, ma non posso certo dire che ci fossimo ben capiti su ciò che io consideravo non un documento da sottoscrivere ma una proposta, per affidare al Genoa social forum un ruolo che a me sembra importantissimo. Proporrò, infatti, quando mi recherò alle Nazioni Unite, un monitoraggio continuo e severissimo, perché altrimenti le dichiarazioni che sottoscriviamo finiscono per fare più male che bene in quanto i paesi poveri, la gente che ha fame, ne sono a conoscenza; tutti sanno che noi ci impegniamo a ridurre la fame nel mondo del 50 per cento in un certo numero di anni e, dunque, credo che questi impegni non si possano ignorare completamente.


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Per quanto riguarda la riunione del 14 luglio, andò molto bene (così com'era andata bene la riunione con i tre rappresentanti dei sindacati), si trattò di vero dialogo. Io illustrai l'agenda...

MARCO BOATO. Può spiegare chi fossero gli interlocutori?

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Sì, le leggo la lista.
Con i rappresentanti delle 165 ONG italiane erano presenti: Antonio Patriarca (portavoce forum permanente del Terzo settore e Presidente AGESCI); Sergio Marelli (presidente associazione ONG italiane e membro Coordinamento nazionale forum permanente del Terzo settore); Mario Gay (membro esecutivo associazione ONG italiane e presidente COCIS); Giampaolo Gualaccini (membro Coordinamento nazionale associazione ONG italiane e vicepresidente della Compagnia delle Opere); Agostino Mantovani (membro del Consiglio nazionale associazione ONG italiane e presidente dei volontari nel mondo FOCSIV); Fabio Protasoni (segretario del forum permanente del Terzo settore e membro della presidenza ACLI); Luigi Bobba (presidente ACLI) e Mario Giro (responsabile relazioni internazionali della Comunità di S. Egidio).
L'incontro che andò molto bene, fu un vero e proprio scambio di vedute e, naturalmente, la conclusione di questo scambio, che fu ripetuta nella trasmissione televisiva Porta a porta, sfociò in una legittima richiesta di consultazioni continue e non soltanto in occasione di vertici; una consultazione permanente, cosa che, peraltro, già avviene perché - questo è uno dei punti - il dialogo è continuo, non si interrompe soltanto perché non c'è un vertice.
Di recente mi sono recato a Durban, dove ho avuto una riunione con tutte le organizzazioni non governative in cui


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sono stati discussi i problemi dell'immigrazione, riguardo a tanti aspetti e a tante realtà. Il dialogo del mio Ministero, nel campo della cooperazione allo sviluppo, è continuo. Prima dell'incontro di Durban, ho riunito tutte le organizzazioni non governative ed abbiamo avuto una discussione molto intensa sui problemi del colonialismo, della schiavitù, delle riparazioni: non si parla sempre con tutti, il dibattito è più settoriale, ma è continuo e deve essere tale. Credo che queste riunioni dovrebbero, a volte, coinvolgere anche le associazioni sindacali; il dialogo dovrebbe riguardare la società tutta intera piuttosto che soltanto alcune persone o istituzioni.
Mi sembra di avere risposto a tutto. Lei afferma che bisognava affrontare tre questioni, il G8, il dialogo e l'ordine pubblico, di cui due non hanno funzionato. Non so se il dialogo non abbia funzionato: certo, tutto è migliorabile e si può sempre pensare di fare meglio, però credo che il dialogo...

MARCO BOATO. Non dico che non ha funzionato il dialogo. A Genova doveva riuscire il vertice, bisognava contrastare le azioni violente e garantire quelle pacifiche: non il dialogo, ma questo binomio non ha funzionato.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Onestamente non ho partecipato al vertice, poiché esso riguardava i capi di Stato e di Governo: non sono stato presente per l'intera durata del vertice, a cui partecipavo dall'esterno come tutti gli altri, osservando lo svolgimento degli avvenimenti da un piccolo teleschermo. Non ho interpretazioni particolari da proporre; esprimo solo una grande emozione di fronte a fatti drammatici come quello del carabiniere ferito e del ragazzo che è morto, che rappresentano entrambe due storie drammatiche. Non ho una versione personale.


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Mi sembra di aver risposto a quasi tutte le domande. L'onorevole Bressa mi chiedeva quali fossero le mie valutazioni e la mia maggiore preoccupazione dopo Göteborg. Dopo Göteborg la preoccupazione era certamente maggiore di prima, perché abbiamo capito che un vertice che sembrava procedere in modo normale si era invece trasformato in una manifestazione molto violenta a seguito dell'arrivo di 150 persone dalla Germania - il numero mi è stato riferito e non posso garantirlo -, che intendevano dare luogo ad episodi di violenza.
In qualche occasione è stato sollevato il problema del dialogo con il Genoa social forum; vi posso riferire che le autorità svedesi avevano avuto dei contatti ed un dialogo con le organizzazioni pacifiche prima del vertice di Göteborg, - quali Attac ed altre, discutendo delle stesse questioni di cui di cui ho parlato al ministro Scajola. Ciò deve diventare una prassi e non essere un errore: se fosse tale, si potrebbe arrivare a situazioni molto gravi (Interruzione del deputato Bressa). Onestamente, il Governo non aveva parlato perché nessuno ha mai contestato la linea (Interruzione del deputato Bressa)... non nel Consiglio dei ministri, ma certamente nelle riunioni che si sono tenute al Viminale o con il Presidente del Consiglio.
Quello che vi posso dire, con tutta onestà, è che la grande preoccupazione di tutti i ministri che partecipavano alle riunioni era quella di evitare episodi di violenza, come la morte di un dimostrante o di un carabiniere: tutti noi sentivamo la necessità di un processo che evitasse il più possibile la violenza e che, comunque, non giungesse mai a mettere in pericolo la vita umana. Debbo dire che ogni volta il ministro Scajola affermava che la sua prima preoccupazione era quella di evitare episodi di violenza che potessero mettere


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a rischio la vita umana. I fatti si sono svolti, purtroppo, in una maniera tragicamente diversa; ho partecipato a riunioni in cui era presente questa tendenza ad accettare le manifestazioni di protesta. Non so se lo sapete, ma l'idea originaria di distinguere tra una zona gialla e una zona rossa è stata avanzata perché il ministro Scajola si è reso conto che la flessibilità avrebbe aumentato la probabilità che le manifestazioni fossero meno violente di quelle che ci sarebbero state se si fosse data l'impressione che quasi tutta la città veniva bloccata contro i manifestanti. So, perché ho partecipato a quelle riunioni, che ci si poneva un obiettivo di riduzione e non di aumento del contrasto; di questo si è discusso, con atteggiamento positivo, con l'onorevole Bertinotti, non per coinvolgerlo in un modo o nell'altro, ma per capire come gli appuntamenti si potessero svolgere senza drammatizzazione, senza arrivare a forme di violenza che nessuno voleva. Questa è la mia testimonianza personale.
Ho risposto anche alla questione, posta dall'onorevole Bressa, del rifiuto di riconoscersi nelle mie proposte. Come vedrete, le mie proposte riguardano questioni che tutti condividiamo, perché fanno parte del nostro patrimonio culturale e politico. Onestamente, ho pensato che Vittorio Agnoletto volesse mantenere la propria libertà di critica; più volte mi hanno domandato che cosa ne pensavo ed ho risposto che Agnoletto esercita il proprio mestiere ed io il mio. Vittorio Agnoletto non può dire che sono il suo migliore amico; forse non dovrebbe neppure dire che sono suo nemico: ma accettiamo la vita così come è!
Onorevole Mascia, non è accaduto che a Genova sia stato sospeso il diritto a manifestare. Si può dire che le cose non


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siano andate bene - giudizio sul quale siamo tutti d'accordo - ma non che sia stato negato il diritto a manifestare in quanto si sono avute manifestazioni per tre giorni.
Riguardo al problema se ciò che avveniva a Genova interferisse nel dibattito, mi è stato domandato per quale motivo il vertice non sia stato sospeso. In realtà, le notizie che giungevano - non ero nella sala in cui si svolgeva il vertice e quindi do un'interpretazione dall'esterno - cambiavano di volta in volta: prima si diceva che un ragazzo era stato ferito, poi che non lo era più. Ad un certo momento abbiamo avuto la notizia definitiva. Vi posso dire che da parte del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio venne presa subito la decisione di trasmettere un messaggio agli italiani di grande cordoglio e di grande sensibilità. Credo che gli italiani abbiano capito quel messaggio ed anche il fatto che tutti - non poteva essere diversamente - provavamo una drammatica angoscia per quello che era successo, sia per chi aveva perso la vita sia per chi si era trovato nelle condizioni di uccidere una persona, giovane come lui e probabilmente con le stesse ansie e le stesse speranze. Eravamo partecipi di un dramma che certamente avremmo voluto a tutti i costi evitare.
Onorevole Menia, come lei sa l'attività di prevenzione è stata organizzata dal Ministero dell'interno nel quadro della collaborazione tra i vari Ministeri degli interni per l'attuazione dell'accordo di Schengen: poiché una delle disposizioni di tale accordo riguarda la possibilità di sospendere l'attivazione dello stesso, questo è stato deciso dal Ministero dell'interno; sono poi entrati in funzione i normali meccanismi di collaborazione tra Polizia e Ministero dell'interno. Riconosco che non tutti sono d'accordo sul fatto che il sistema abbia funzionato e non sono in condizione di dirvi quanto abbia funzionato; mi


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ricordo, però, che erano circolate alcune cifre, subito dopo gli avvenimenti di Genova, che erano comunque consistenti.
Ad esempio, ricordo la cifra di 1.800 persone, che sarebbero state respinte alla frontiera. Quindi, probabilmente non si è fatto tutto, però non lo posso affermare con certezza. Sicuramente, oggi si parla ancora di più della collaborazione fra le polizie per impedire l'ingresso di persone violente.
Per quanto riguarda la domanda su eventuali precedenti per i tedeschi, le dico molto sinceramente che questo non è un argomento del quale il Ministero della giustizia e il Ministero dell'interno parlano facilmente, anche perché spesso vi sono indagini in corso quindi, ciò è del tutto legittimo. Recentemente, un deputato tedesco è venuto in Italia per valutare la questione dei cinque tedeschi che sono ancora in Italia, di cui quattro siano credo ancora agli arresti ed uno agli arresti domiciliari. Da ciò che mi risulta gli sono state date informazioni sui reati contestati a tali persone e il deputato è ripartito contento. Naturalmente, noi non partecipiamo a queste riunioni, perché sono riservate, anche per garantire le persone, ma ho l'impressione che in molti altri casi, quando ci sono stati dei precedenti, il nostro Ministero dell'interno o quello della giustizia, abbiano detto: è vero, questi forse non li abbiamo «colti», però dalla Polizia dei paesi di origine avevamo avuto informazioni sulla loro pericolosità.
L'onorevole Zanotti mi ha domandato se sono disposto a proseguire il dialogo con il Genoa social forum. A parte il fatto che credo che esso oggi si sia trasformato nel Roma social forum e che vi sia, quindi, un cambiamento nella dizione e nell'organizzazione, le rispondo che sono disponibile a dialogare con chiunque, perché non ho alcuna prevenzione. Credo, anzi, che più la gente ha opinioni diverse e più è necessario


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il dialogo, perché è molto facile dialogare con chi ha le mie le stesse opinioni: andiamo a un bar, ci prendiamo un caffè e diciamo che siamo d'accordo.
Tuttavia, non ritengo facile un dialogo con un numero così ampio di organizzazioni. Credo piuttosto che nei prossimi mesi ci sarà un dialogo settoriale, cioè collegato ad avvenimenti, come la fame del mondo, i problemi sociali, e così via, quali risultano dal calendario internazionale, oltre ai problemi della politica di cooperazione dell'Italia. Su questi avvenimenti occorre avere dialoghi settoriali, più che grandi dialoghi, perché non credo che questi ultimi lascino poi veramente traccia.
Senatore Falcier, con riferimento alla sua domanda sul Forum di Firenze del 2-3 aprile, le rispondo che lo conosco certamente e ne ho tenuto anche conto. In esso, infatti, sono state avanzate proposte, come quella sulla Tobin tax, ma non solo. Conoscevo quindi benissimo tali proposte e le rispetto, anche perché spesso sono di grande interesse.
Vorrei soffermarmi brevemente sulla Tobin tax, perché è diventato un argomento di attualità. Fra pochi giorni - mi sembra intorno al 20 settembre - ci sarà una riunione dei ministri dell'economia a Bruxelles, che dovrà aprire una discussione sulla Tobin tax e considero questa discussione benvenuta. Vi ricorderete che nel corso del dibattito svolto alla Camera, quasi di mia spontanea iniziativa, avanzai la proposta di mettere questo problema allo studio anche da parte del Governo italiano. Una cosa era decidere di presentare una proposta, un'altra metterla allo studio. Probabilmente, il dibattito in sede comunitaria farà sì che tutti i paesi comincino a discutere di questo problema, proprio per avere posizioni da portare a Bruxelles. Pertanto, può darsi che anche su questo tema si possano fare dei progressi, indipendentemente dal


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fatto che si tratti del meccanismo della Tobin tax o di altro meccanismo analogo, perché, come ricorderete, lo stesso inventore della Tobin tax disse che aveva avanzato questa proposta tanti anni fa, in un clima diverso e con obiettivi diversi.
Ho voluto fare questa digressione perché si tratta di un problema di attualità. I tedeschi e i francesi, peraltro, hanno creato un gruppo che dovrà studiare questo problema. Farò il possibile per fare in modo che possiamo parteciparvi anche noi.
L'onorevole Sinisi mi ha posto sei domande. In una di esse, mi ha chiesto se ero informato della presenza del ministro della giustizia e del Vicepresidente del Consiglio Fini. Posso rispondere che non sapevo nel modo più assoluto che il ministro della giustizia fosse lì, non per ragioni misteriose, ma perché avevo compiti differenti. Sapevo invece della presenza del Vicepresidente Fini perché abbiamo partecipato insieme alla trasmissione «Porta a Porta»; comunque, l'ho incontrato e l'ho saputo in quella sede, perché non c'era una relazione particolare.
Con riferimento agli insegnamenti che si possono trarre dal dialogo, rispondo che il dialogo è necessario. Occorre avere pazienza e dobbiamo renderci conto che il mondo è cambiato. Oggi, in qualunque paese democratico, c'è bisogno del dialogo, perché la società civile è diventata una delle componenti del processo decisionale o, comunque, dell'opinione pubblica di questi paesi: ciò avviene ovunque. Quindi non è immaginabile che non vi sia il dialogo. Credo che debba esserci dialogo anche tra il Parlamento e la società civile, proprio perché quest'ultima è diventata una componente importante. Se i parlamenti non intrattengono un dialogo con la società civile, il rischio è che siano i parlamenti ad essere emarginati, perché,


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ad un certo momento, gli stessi uomini politici preferiranno discutere con determinate organizzazioni non governative che possono portare loro voti, piuttosto che discutere con altri membri del Parlamento. Si tratta, quindi, di un problema di consapevolezza del fatto che il processo decisionale e i meccanismi per ottenere il consenso nelle società stanno cambiando. Avete letto tutti cosa sta succedendo in Francia, dove gente di primissimo ordine si iscrive ad Attac, ed avete avuto quindi contezza della discussione proprio sulla questione del dialogo. Questo sarà uno dei temi principali delle elezioni presidenziali francesi.
Con riferimento alla questione dei vertici più «sobri», rispondo senza dubbio affermativamente, perché è un errore colossale, ed è contro la logica stessa delle decisioni parlare della lotta alla povertà e poi descrivere i menù prelibati dei Capi di Stato. Pertanto, credo che occorra fare ciò, ma ritengo che questa direzione ormai sia stata presa.
Con riferimento alla data esatta nella quale le varie delegazioni hanno sciolto le riserve, sinceramente non mi sono mai occupato di questi aspetti organizzativi. Ho l'impressione che gli americani furono gli ultimi a decidere di partecipare e che ciò avvenne più o meno, verso la fine di giugno. Ma onestamente non so dirle il giorno preciso.
La collaborazione con il Ministero dell'interno è stata ottima: tra me e il ministro Scajola c'è stata una collaborazione, direi, proprio perfetta. Ho sempre apprezzato il suo buon senso, lo spirito aperto con il quale ha affrontato questi problemi e la ricerca continua di rendere quella di Genova una manifestazione democratica e non certamente di violenza. Ho visto che era molto dispiaciuto quando sono accaduti certi fatti.


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All'onorevole Cicchitto, con riferimento alle polemiche tedesche, sul fatto che abbiamo collaborato di meno...

PRESIDENTE. Mi scusi signor ministro, ma l'onorevole Sinisi ritiene che lei non abbia affrontato due domande che le ha posto. Prego, onorevole Sinisi.

GIANNICOLA SINISI. Grazie, presidente. La prima domanda che le avevo formulato, signor ministro, è se vi fu collegialità nella decisione assunta dal Governo sul dialogo da instaurare, o se vi furono posizioni diverse.
Inoltre, la sesta domanda che le avevo posto non riguardava soltanto il rapporto con il ministro Scajola, ma anche quello con le strutture del Ministero dell'interno.

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Alla prima domanda mi sembrava di aver risposto. Subito dopo Göteborg, come lei ricorderà, feci una dichiarazione spontanea, perché ero rimasto impressionato da un fatto che mi sembrava incomprensibile: perché tanto accanimento per una riunione in cui si decideva di voltare pagina rispetto alla violenza nella storia europea, che quindi avrebbe dovuto essere una questione condivisa e il contrario?
Anche riguardo al grande tema dell'ecologia, che rappresenta una delle rivendicazioni più giuste del movimento antiglobalista, noi stavamo decidendo iniziative, non dico perfette, ma le più avanzate, e invece vi era la protesta. Perché? Mi venne spontaneo rispondere - quando i giornalisti mi chiedevano cosa ne pensassi - che occorreva parlare, dialogare, altrimenti saremmo andati verso un mondo caratterizzato dall'incomprensione assoluta, dove non c'è comunicazione. Dopodiché, ho continuato su tale strada ricevendo il plauso del Presidente del Consiglio e di altri miei colleghi. Le


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dico, in buona fede e con assoluta certezza, che non vi è stato nessuno che mi abbia chiesto spiegazioni su quanto stessi facendo: tutti capivano che quella era la strada giusta. Con il ministro Scajola operavamo insieme: sapevamo ciò di cui ognuno di noi parlava. Su questo non vi era il minimo dubbio: rispondo veramente con sincerità. Non so se ho risposto a tutto.

GIANNICOLA SINISI. E per quanto riguarda le strutture del ministero?

RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. Non mi risulta che vi siano stati problemi per quanto riguarda le strutture del Ministero. Non mi occupavo di tali aspetti e non dovevano esservi tanti rapporti tra noi e le strutture. Coloro che preparavano il vertice a Genova (per quanto riguarda gli alloggiamenti ed altro) avevano certamente molti rapporti, ma noi al centro non ne avevamo in quanto ci occupavamo della parte del dialogo, anche con i paesi stranieri. Ho avuto sempre incontri alla presenza di Scajola, non ho mai avuto rapporti indipendenti in quanto non avevo ragione di averne. Tali rapporti sono stati sempre cordiali.
Con riguardo alle polemiche sulla Germania, non so se i tedeschi abbiano collaborato meno di altri: non sono in grado di dare una valutazione. Certamente i tedeschi sono stati tra coloro che hanno più insistito per avere informazioni sulla sorte dei loro connazionali. Considero ciò giusto e non mi scandalizzo affatto: se sapessi che cittadini italiani sono detenuti per qualsiasi ragione, chiederei informazioni, anche sui motivi e sulla possibilità di liberarli. Ciò fa parte della naturale azione di protezione dei propri cittadini.
Il senatore Iovene mi ha chiesto se il ministro Scajola sconfessò l'onorevole Fini sull'utilizzo dell'esercito. Da quanto


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mi ricordo, ciò non avvenne: il ministro Scajola precisò la dichiarazione dell'onorevole Fini. Non ricordo con precisione l'avvenimento, ma mi sovviene che egli disse che vi erano appartenenti alle Forze armate (non so in quali luoghi), ma che gli obiettivi assegnati erano di carattere militare e non inerenti alla contestazione. Ciò è quanto ricordo: si trattò quindi più di una precisazione che di una sconfessione.
Riguardo al dissenso sulla mia azione per il dialogo, credo di avere già risposto: la verità è che io non ho mai sentito qualcuno che mi rimproverasse di dialogare e credo anche che sarebbe stato difficile farlo.
Per quanto concerne la domanda se io ed il presidente Berlusconi fossimo presenti ai lavori del vertice e avessimo la possibilità di seguire e intervenire, per quanto mi riguarda, io non ero presente al vertice. Seguivo gli avvenimenti, ma sapevo che il problema non rientrava nella mia competenza: vi erano il ministro dell'interno e tutte le strutture che dovevano occuparsi di tali aspetti. Credo che, se necessario, certamente sarebbe stato possibile intervenire, ma non ho nessun indizio per dire se ciò sia o meno avvenuto: semplicemente non lo so.
Senatore Turroni, la sua prima domanda è se la causa di quanto successo sia stata soltanto l'azione dei violenti... ?

SAURO TURRONI. La prima domanda, signor ministro, riguardava le sue valutazioni sul fatto che gli eventi si sono verificati in modo diametralmente opposto rispetto alla sua iniziale disponibilità al dialogo. Ciò è accaduto soltanto a causa dei violenti? Se ricorda, ho portato anche l'esempio delle due sponde del fosso: vi possano essere diversi soggetti che hanno contribuito al verificarsi degli eventi. Comunque, quale è la sua valutazione?


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RENATO RUGGIERO, Ministro degli affari esteri. La mia valutazione era ed è che la grandissima maggioranza dei manifestanti fossero non violenti. Direi che ho constatato ciò attraverso i contatti che ho avuto: non mi sembravano persone violente. Non sono in grado di dire se vi sia stato taluno che fosse più incline a chiudere un occhio. Ciò che posso dire è che la violenza apparteneva certamente ad alcuni gruppi, più o meno organizzati, la cui matrice - per quanto io ne sappia, ma non garantisco - era più di tipo anarchico che di tipo ideologico. Non sono, però, nella condizione di operare un'analisi su chi siano i black bloc o su cosa sia la violenza. Si tratta di un fenomeno nuovo non assimilabile alle contestazioni tradizionali nei nostri paesi. Non vorrei, però, rischiare di subire un giudizio sull'esattezza di tale mia considerazione. Non so se questa sia stata anche la vostra impressione, ma ciò è quanto ho appreso anche in altri paesi, cioè che si tratta di gruppi anarchici e non ideologicamente motivati su altre basi.
Per quanto riguarda le espulsioni susseguenti all'accertamento dell'insussistenza degli indizi a carico, ciò inerisce all'ambito della giustizia. Ho preso atto - come tutti, non potevo fare altro - che era stato deciso di mantenere in detenzione queste persone per un certo periodo al fine di svolgere accertamenti. Dopo avere effettuato tali accertamenti, questi soggetti sono stati rilasciati. Da quello che - solo indirettamente - mi risulta, molti sono stati rimessi in libertà, ma le incriminazioni sono state mantenute. Essi, quindi, dovranno tornare in Italia e subire un processo: non so con precisione come sarà il seguito, ma credo che, dal punto di vista giudiziario, gli episodi non siano chiusi.
Con riguardo alla domanda se io possa farmi carico delle espulsioni sbagliate, si tratta di una funzione che non è di pertinenza del Ministero degli affari esteri: noi dobbiamo fare


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pieno affidamento sulla giustizia italiana ed essere certi che tali episodi non avvengano. Certamente i nostri partner comunitari controlleranno con molta attenzione se i loro cittadini abbiano ricevuto o meno un trattamento corretto.
Con riguardo alla domanda se vi siano state richieste di chiarimento da parte di altri governi, posso rispondere in senso positivo. Vi sono state molte domande di chiarimento che, appena pervenute, abbiamo immediatamente trasmesso sia al Ministero dell'interno sia al Ministero della giustizia. Vorrei dire che, per quanto riguarda le iniziative internazionali per condannare l'Italia, onestamente io non ne sono a conoscenza e mi sembra che non ve ne siano state. Con ciò non voglio rifiutarmi di rispondere, ma non possiedo davvero alcun indizio.
Senatrice Ioannucci, ho già risposto per quanto attiene all'assegnamento degli alloggi . Non sono in grado di fornirle date precise: le posso dire solamente che la delegazione statunitense è stata sicuramente l'ultima a decidere in tal senso, in quanto prima intendeva alloggiare a Rapallo - almeno così mi sembra - e solo dopo ha deciso di sistemarsi a Genova, non sulla nave ,ma in un albergo adiacente al porto.
Non credo che questo abbia influito sulla sicurezza, perché, da ciò che è a mia conoscenza, il problema principale che si poneva era quello di abbandonare la linea gialla altrimenti si sarebbe creata un'estensione troppo vasta. Non mi sembra però che questo aspetto abbia influito sulla sicurezza.
Non credo si sia compiuto uno stravolgimento della linea del precedente Governo; molto francamente non ho conoscenza di alcun fatto per il quale la nostra azione sia risultata in contrasto con quella del precedente Esecutivo. Per quanto mi risulta - l'ho già detto, anche in altre sedi della Camera -,


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abbiamo seguito un filone che era già stato discusso e siamo arrivati alla fine a traguardi che, in fondo, erano già scritti.
Infine, devo dire che non si sono assolutamente verificati contrasti tra Presidenza del Consiglio, Ministero degli affari esteri e Ministero dell'interno. Abbiamo lavorato di comune accordo, ognuno nell'ambito delle proprie responsabilità.
Vi sono molto grato di questo dibattito. Credo che esso debba avere un seguito nei contatti tra il Governo ed il Parlamento, perché il problema del miglioramento della governabilità del sistema mondiale è sicuramente essenziale per la nostra generazione. È una realtà di fatto, indipendentemente dai colori politici. Credo quindi che anche come Governo, tutte le indicazioni che potremo avere da parte vostra, ci saranno estremamente utili. Ringrazio per questo tutti i componenti il Comitato.

PRESIDENTE. Signor ministro, la ringrazio, anche a nome dell'intero Comitato, per la sua collaborazione e per quanto ha inteso riferire.

MARCO BOATO. Vorrei sapere se il ministro ha depositato i documenti...

PRESIDENTE. Certamente. Gran parte della documentazione è già stata depositata, anche a cura dei suoi collaboratori, che ringrazio.

SAURO TURRONI. Signor presidente, chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Sta bene, ma congediamo prima il ministro.
Signor ministro, le rinnovo il nostro ringraziamento per la sua collaborazione.


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Sull'ordine dei lavori.

SAURO TURRONI. Signor presidente, mi scuso perché avrei potuto rivolgerle questa domanda in mattinata, durante la riunione dell'ufficio di presidenza, ma ne sono dimenticato. Trattandosi di una questione rilevante, la pongo in questo momento.
Vorrei sapere se tra i documenti che sono stati consegnati dagli auditi, in particolare dal questore e dal prefetto di Genova, sia compresa l'ordinanza del questore, datata 19 luglio, consegnata ieri dal dottor Agnoletto e riguardante le cosiddette autorizzazioni alle manifestazioni tematiche in talune piazze - tra le quali piazza Dante, delimitata dalle grate che circondavano la zona rossa - ed al corteo dallo stadio Carlini a piazza Verdi esclusa. Qualora tale documento non sia stato consegnato, la pregherei di sollecitarne l'invio, chiedendo di specificare anche le ragioni per le quali lo stesso non sia ancora a nostra disposizione.
In merito all'ordinanza, mi sono rivolto ieri agli uffici, i quali mi hanno risposto di non averla vista. Non so, quindi, se ne disponiamo oppure no.

PRESIDENTE. Senatore Turroni, credo che l'ordinanza alla quale fa riferimento sia già stata consegnata; ritengo però opportuno compiere una verifica. Alla ripresa dei lavori, dopo l'imminente sospensione, le dirò esattamente se è stata inviata o meno. Se ciò non è stato fatto, provvederemo a sollecitarla.
Do lettura di una lettera pervenuta, a firma del dirigente del I reparto mobile della Polizia di Stato, dottor Canterini, che tra l'altro recita: «Per quanto riguarda i documenti da me a suo tempo consegnati al sottosegretario Taormina, le faccio presente che sono già in possesso di questa Commissione, essendo tra gli atti da me depositati subito dopo l'audizione.


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Si tratta infatti della relazione di servizio stilata dallo scrivente, dal dottor Fournier e dai sette capisquadra del Nucleo sperimentale.
Nello scusarmi dell'involontario disguido arrecato, la saluto rispettosamente.«
Il dottor Canterini specifica, quindi, che i documenti che ha consegnato al Comitato sono i medesimi che ha consegnato al sottosegretario Taormina.

MARCO BOATO. Signor presidente, lei ha giustamente letto questa comunicazione, il che ci ha consentito di prendere ufficialmente atto - è una cosa che abbiamo già letto sui giornali - del fatto che a noi non sia stata detta la verità. Voglio solamente rilevare che in questa circostanza si parla del «sottosegretario» Taormina, mentre quel rapporto ci era stato riferito come un rapporto tenuto con «l'avvocato» Taormina. C'è stata, quindi, un po' di confusione istituzionale.

PRESIDENTE. Sospendo la seduta, che riprenderà alle 15,30 con l'audizione dell'onorevole Enzo Bianco.

La seduta, sospesa alle 14,05, è ripresa alle 15,30.

PRESIDENTE. Comunico che nella giornata di lunedì 10 e nel corso della mattina di martedì 11 settembre si procederà alla visione, presso la sala del Mappamondo, del materiale video acquisito dal Comitato. In particolare, a partire dalle ore 10,30 di lunedì 10 settembre verranno trasmessi i video riguardanti le edizioni dei telegiornali trasmessi dalle reti RAI e Mediaset riguardanti i fatti accaduti a Genova in occasione del vertice G8; nel pomeriggio verrà trasmesso il materiale inviato delle reti locali Telegenova e Primocanale.
Nella giornata di martedì 11 settembre, a partire dalle ore 10, verrà trasmesso il materiale video inviato dal comandante


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dell'Arma dei carabinieri, generale Sergio Siracusa, e la cassetta video, inviata dal prefetto Gianni De Gennaro, allegata alla relazione predisposta dall'ispettore ministeriale dottor Lorenzo Cernetig. Nel corso della stessa mattinata potrà essere, inoltre, visionato ulteriore materiale a seguito di specifica richiesta da parte dei componenti del Comitato.
Comunico, inoltre, che è pervenuta una lettera a firma del questore Francesco Colucci, del seguente tenore: «In ordine alla sua richiesta di precisazioni, pervenutami con nota» (...) «del 5 settembre u.s., le confermo la scansione temporale, da me illustrata in sede di audizione, relativa agli eventi verificatisi immediatamente prima della perquisizione alla scuola Diaz.
In particolare, premesso che la concitazione di quei giorni e l'ormai considerevole decorso del tempo non consentono di indicare con assoluta precisione l'orario di ciascuna fase, Le ribadisco che la notizia dell'aggressione al contingente guidato dal dottor Di Bernardini è pervenuta intorno alle ore 22,20-22,30, come si evidenzia dall'annotazione allegata redatta dallo stesso funzionario.
La riunione preparatoria alla perquisizione ha avuto inizio immediatamente dopo, anche se, per le determinazioni relative si è atteso il ritorno del dottor Mortola incaricato di effettuare un sopralluogo in via C. Battisti.
Lo stesso, rientrato in questura alle ore 22,40 circa, dopo aver riferito della presenza tra le due scuole di 150 persone molte delle quali vestite di nero, ha contattato telefonicamente Stefano Kovac.
L'esponente del GSF ha riconosciuto che, nella confusione del momento, l'organizzazione non controllava più le presenze presso le sedi concesse dagli enti locali genovesi.


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Sulla base delle informazioni assunte alle ore 22,50 circa, si è deciso, quindi, di procedere, ex articolo 41 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, alla perquisizione dell'istituto Diaz.
Sperando di averLe fornito tutti i chiarimenti necessari, colgo l'occasione per inviarLe i migliori saluti«.
Il questore Colucci ha allegato inoltre alla presente lettera la relazione di servizio del dottor Massimiliano Di Bernardini, che conferma l'orario indicato e che risulta agli atti. Tale documento è quindi a disposizione del Comitato.

MARCO BOATO. Senza aprire una discussione in merito, ritengo che la lettera inviataci dal questore Colucci sugli orari (che, del resto, corrispondono a quelli che ci erano stati comunicati) sia senz'altro utile. Vorrei semplicemente rilevare - ne discuteremo poi in altre sedi - che ci è stato ripetutamente detto che il reparto del dottor Canterini è stato attivato alle 21, alle 21, 30, o al massimo, alle 21,45; cioè, presumibilmente, tre quarti d'ora o un'ora prima del fatto che avrebbe originato l'episodio. Per compiere, quindi, un'operazione di cui si è avvertita la necessità alle 22,20 è stato attivato il reparto mobile un'ora prima.

Audizione dell'onorevole Enzo Bianco.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione dell'onorevole Enzo Bianco, il quale chiede di essere accompagnato dal dottor Danilo Moriero e dal dottor Franco Minucci.
Se non vi sono obiezioni, così rimane stabilito.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.


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La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.

SAURO TURRONI. Signor presidente, in relazione all'intervento sull'ordine dei lavori che ho formulato prima della sospensione della seduta, gli Uffici hanno compiuto la verifica da me richiesta. Di ciò li ringrazio e ringrazio anche lei, signor presidente.
In merito all'ordinanza del questore del 19 luglio scorso, relativa ai dinieghi dei cortei nelle piazze ed alla presa d'atto degli stessi, domandai se il questore o il prefetto avessero consegnato tale documento, che è molto importante in relazione all'attività conoscitiva che stiamo svolgendo. Gli uffici mi hanno riferito che non è stato consegnato; peraltro, sembra sia stato il documento principale presentato dal dottor Agnoletto, che dovrebbe essere incluso nella documentazione che il sindaco Pericu ci ha consegnato nei primi giorni. Noi però, sommersi da un eccesso di documentazione, non l'abbiamo visto. Non ho quindi potuto prendere visione di tale atto.
Inoltre, gli Uffici mi hanno sottoposto un'altra ordinanza del questore di Genova, nella quale, a pagina 2, dopo l'indicazione dei soggetti destinatari dell'ordinanza medesima, vengono indicati i servizi predisposti, a modifica dell'ordinanza precedente del 12 luglio, sulla base dei nuovi fatti determinatisi. Orbene, fra i servizi indicati nelle pagine 2 e 3 di tale


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ordinanza (a pagina 4 sono riportati gli ordini di servizio a ciascuna squadra o a ciascun gruppo di forze dell'ordine), si fa cenno alle piazze che sono stata negate.
Quanto invece alle piazze per le quali fu dato il consenso, si fa cenno al corteo del Comitato unitario di base (CUB) ma nulla, ripeto nulla, si dice a proposito della preavvisata manifestazione delle Tute bianche, che doveva terminare a piazza Verdi. Questo è quello che ho potuto accertare; è una questione assai delicata e quindi le chiedo, signor presidente, di verificare quanto gli Uffici ci hanno gentilmente comunicato.

PRESIDENTE. La verifica da lei richiesta sarà fatta, senatore Turroni.

SAURO TURRONI. Inoltre. qualora le nostre autorità non abbiano trasmesso tali documenti, vorrei conoscerne il motivo.

PRESIDENTE. Innanzitutto, ringrazio gli Uffici per quello che hanno potuto fare in questo brevissimo lasso di tempo. Senatore Turroni, bisogna verificare meglio se nella cospicua documentazione inviataci anche in tempi diversi, vi sia traccia dell'atto da lei richiamato. Se così non fosse, chiederemo le motivazioni per le quali non abbiamo ricevuto il documento integrale del 19 luglio scorso.

MARCO BOATO. Che è il documento principe!

PRESIDENTE. Nel dare la parola all'onorevole Enzo Bianco per la sua relazione introduttiva, lo ringrazio per essere intervenuto ai lavori di questo Comitato.

ENZO BIANCO. Signor presidente, sono io che la ringrazio, e con lei ringrazio anche i componenti di questo Comitato che mi dà l'opportunità di riferire su vicende importanti e delicate.


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Voglio preliminarmente affermare che oggi mi soffermerò sulle scelte e sul lavoro svolto nella fase di preparazione del vertice G8, attenendomi ai profili di mia competenza all'epoca in cui rivestivo la carica di ministro dell'interno, quindi di autorità nazionale in materia di pubblica sicurezza, tralasciando ogni considerazione che non riguardi questo specifico aspetto.
Credo si possa serenamente dire che l'attività di preparazione del vertice G8 da parte del Ministero dell'interno e delle forze di polizia sia stata tempestiva ed accurata, come era necessario a fronte di un evento della complessità e del rilievo del vertice che si ospitava a Genova. Dopo una serie di riunioni tecniche preliminari, che hanno avuto inizio nell'autunno del 2000, ho presieduto la prima riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica (il cosiddetto CNOSP) dedicata a questo argomento già in data 16 novembre 2000. Eravamo alla vigilia di un altro importante evento internazionale, che si stava per svolgere a Palermo: l'Italia ospitava una conferenza organizzata dalle Nazioni Unite, con la presenza di Kofi Annan, per la lotta alla criminalità organizzata, ed in particolare al traffico di esseri umani. Ho quindi convocato e presieduto una riunione del CNOSP dedicata alla preparazione della conferenza, ormai imminente, di Palermo e del vertice G8 di Genova. Il CNOSP è normalmente composto dal ministro dell'interno, dal sottosegretario con delega in materia di sicurezza, dal direttore generale del Dipartimento di pubblica sicurezza, dai comandanti generali dell'Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza e dal direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (il DAP). In tale occasione ho ritenuto utile e opportuno che a queste riunioni partecipassero, fin dall'inizio, anche i vertici degli organismi preposti all'apparato di sicurezza del paese, l'intelligence,


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e quindi li ho convocati. Hanno partecipato a tutte le riunioni, con una sola eccezione, anche il prefetto Masone (direttore e segretario generale del Cesis), il prefetto Stelo (direttore del SISDE) l'ammiraglio Battelli (direttore del SISMI) e, naturalmente, il prefetto di Genova, in quanto massima autorità rappresentante del Governo a Genova per le responsabilità di sua competenza.
In quella occasione si sono iniziate a delineare le direttive alle quali avrebbero dovuto uniformarsi le forze di polizia, il dipartimento di pubblica sicurezza, la prefettura e la questura di Genova per la predisposizione di quanto necessario per garantire la massima sicurezza durante lo svolgimento del vertice. Venne ad esempio deciso (e ci fu poi comunicato) da parte del prefetto Masone che sarebbe stata all'uopo costituita una struttura di coordinamento fra i servizi, con un supporto organizzativo ed una presenza anche a Genova, per coordinare al meglio l'attività degli apparati di intelligence per quanto riguarda la preparazione e la sicurezza del vertice di Genova.
Analoghe riunioni (a parte quelle interlocutorie) si sono svolte con cadenza periodica; in particolare, altre tre riunioni (per un totale, quindi, di quattro) sono state esclusivamente dedicate alla preparazione del vertice di Genova. Una di tali riunioni si è svolta il 28 marzo, ed anche a questa hanno partecipato i capi dei Servizi di sicurezza ed il prefetto di Genova; per la prima volta è stato invitato anche il prefetto Gianni, che era stato designato come rappresentante del Viminale nella struttura di missione che nel frattempo si era insediata. Il 4 aprile, su mia richiesta, il Presidente del Consiglio dei ministri, Giuliano Amato, ha convocato a palazzo Chigi una riunione dedicata a questo argomento, con la partecipazione del ministro degli esteri e del ministro dell'interno, naturalmente con le strutture di supporto. Il 16 maggio


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si è tenuta un'altra riunione del Comitato nazionale per l'ordine e a sicurezza pubblica, alla quale per la prima volta è stato invitato anche il segretario generale della Farnesina, ambasciatore Vattani, previe intese, intercorse tra me ed il ministro Dini, circa l'opportunità di un lavoro congiunto tra Farnesina e Viminale su questo specifico argomento. Alla riunione del 16 maggio per la prima volta sono stati invitati, oltre al prefetto di Genova, anche il questore di Genova Colucci ed il ministro plenipotenziario Vinci Giacchi che era il responsabile della missione costituita ad hoc per la preparazione del vertice G8. Infine, l'ultima riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, da me presieduto, dedicato al vertice di Genova, si è tenuto il 24 maggio; a questa riunione, oltre ai rappresentanti che ho sinora menzionato, hanno partecipato anche il ministro della difesa Mattarella, accompagnato dai generali Orofino e D'Alessandro, perché nel frattempo era stato ritenuto opportuno il coinvolgimento delle Forze armate per affidare loro alcune missioni specifiche in materia di difesa di alcuni obiettivi a carattere esclusivamente o prevalentemente militare. Ci riferivamo a possibili attentati terroristici, aerei o dal mare, in ordine ai quali le competenze specifiche appartenevano al Ministero della difesa e per questa ragione, hanno partecipato al CNOSP il ministro Mattarella e i suoi collaboratori, il capo di gabinetto ed il generale Orofino.
Quali sono state le azioni, le direttive, i criteri a cui abbiamo ispirato l'azione di preparazione dell'attività di sicurezza in ordine al vertice? Nel documento presentato al CNOSP dal direttore generale della pubblica sicurezza, prefetto De Gennaro, le direttive sono indicate con i nomi di «azione di Governo»: si tratta esattamente dei criteri ai quali vengono coerentemente improntati l'azione, i piani ed i


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progetti per la sicurezza. Cito testualmente, queste tre azioni, che ho affidato alle forze di polizia - proprio perché credo sia molto opportuno essere precisi su questo punto.
Il primo obiettivo era quello di tutelare i diritti dei cittadini genovesi allo svolgimento delle normali occupazioni, pur con le limitazioni imposte da ragioni di sicurezza. Il secondo era di garantire la piena libertà di manifestazioni pacifiche, individuando spazi che assicurassero la visibilità del dissenso. Il terzo era quello di garantire il diritto-dovere dei Capi di Stato e di Governo di svolgere i lavori in assoluta tranquillità. Queste sono le direttive che il Governo di cui ho fatto parte e il Ministero dell'interno hanno dato alle autorità nazionali di pubblica sicurezza, al direttore generale della pubblica sicurezza e ai capi delle forze di polizia.
Coerentemente con questa impostazione, viene elaborato, presentato e approvato dal comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica un piano per la sicurezza che prevede alcune scelte. Quelle fondamentali sono, innanzitutto, l'individuazione, nel capoluogo ligure, di una zona rossa, in cui era previsto che fossero interdetti l'accesso pedonale e il traffico veicolare. Le strade che conducono alla zona saranno protette da installazioni fisse; inoltre vi sono disposizioni di sicurezza nell'area del porto antico e dei Magazzini del cotone e dispositivi di sicurezza nell'intera zona rossa anche con la scansione temporale. Infine, vi sono i punti di accesso alla zona rossa, il presidio, insomma tutti gli aspetti che sono ampiamente noti a questo Comitato e sui quali non mi dilungo.
Oltre alla individuazione della zona rossa, il comitato da me presieduto approva anche la predisposizione di una zona gialla e di una zona verde, naturalmente ciascuna più ampia dell'altra: quindi, la zona rossa più limitata, la zona gialla più ampia e la zona verde ancora di più. Queste sono caratterizzate


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da alcuni interventi con limitazioni sempre idonee a garantire la sicurezza. Per quanto riguarda la zona verde, la più ampia, in questa sarà vietato lo svolgimento dei cortei, verrà esercitata la vigilanza e il controllo del territorio in forma mobile, già dai primi giorni di luglio. Riguardo alla zona gialla, a ridosso immediatamente della zona rossa, in essa sarà consentita la circolazione pedonale e veicolare, ma interdetta la sosta. Saranno istituiti posti di blocco e di controllo, quindi un presidio permanente delle forze di polizia al suo interno, con servizi di pattugliamento appiedati e automontato e nuclei mobili di pronto intervento. Ritengo che il piano per la sicurezza predisposto fosse pienamente coerente con i tre obiettivi che il Governo e il ministro dell'interno avevano assegnato alle forze di polizia.
Naturalmente, questa fase di preparazione incontra - com'è ovvio e naturale - difficoltà complesse di ogni tipo. Sotto questo profilo, voglio ricordare alcune delle questioni più delicate: mi riferisco, per esempio, alle risorse finanziarie, ingenti per la massa di uomini delle forze di polizia che dovevano essere presenti. La nostra richiesta viene immediatamente esaudita da parte del Presidente del Consiglio e del ministro del tesoro. Quindi, tutte le risorse finanziarie ritenute necessarie da parte delle autorità tecniche di pubblica sicurezza trovano piena ed immediata copertura da parte del Governo. Viene stanziata la somma ulteriore di 60 miliardi e in più vi è un impegno del Tesoro per una copertura di ulteriori 10 miliardi in fase di assestamento del bilancio, necessaria, per esempio, per ospitare in modo adeguato gli uomini a Genova (nel frattempo si era deciso di aumentare il loro numero da 9 a 10 mila). Tutto ciò anche perché in precedenti analoghe vicende ed eventi, in cui avevamo dovuto spostare un numero rilevante di uomini delle forze di polizia,


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in particolare, da parte delle organizzazioni sindacali delle forze di polizia e dei COCER si era lamentata una qualche difficoltà in materia di accasermamento con condizioni non adeguate alla complessità e alla delicatezza di quel lavoro. Il fatto di avere tempestivamente promosso questa attività e di avere avuto le risorse finanziarie ha fatto sì, per esempio, che in fase di vertice, almeno sotto questo profilo, e anche sotto molti altri, le cose siano andate in modo più che dignitoso e non vi siano state, da questo punto di vista, le tradizionali lamentele, ciò che secondo noi era molto importante ai fini - anche e non solo - della efficienza del lavoro richiesto alle forze di polizia.
Un aspetto molto delicato del lavoro di predisposizione delle attività relative alla sicurezza era legato a una obiettiva difficoltà, quella di avere, da parte del Ministero degli affari esteri, tempestive risposte dai Capi di Stato e di Governo che sarebbero stati presenti a Genova sul loro alloggiamento e l'allocazione delle loro residenze e di quella delle delegazioni. Per la verità se ne discusse, in data 28 marzo, in sede di comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, proprio su sollecitazione delle forze di polizia, e in considerazione del fatto che la scelta della sede in cui far alloggiare i Capi di Stato e di Governo, ovviamente, com'è evidente, non è ininfluente ai fini del piano di predisposizione della sicurezza. Immaginate che originariamente il cancelliere tedesco aveva immaginato di essere ospitato a Rapallo, e così anche molti altri Capi di Stato e di Governo, il che, naturalmente, avrebbe comportato problemi di trasporto e di attraversamento continuo dell'intera città, ma anche di un pezzo rilevante della provincia di Genova, con problemi completamente diversi e di taglio diverso.


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Questa è la ragione per la quale noi insistiamo e, dopo la riunione del 28 marzo, nella quale viene stabilito, concordemente, che entro 15 giorni avremmo dovuto avere dalla Farnesina indicazioni sull'effettivo luogo dove sarebbero state sistemate le delegazioni, in data 31 marzo scrivo una lettera, al Presidente del Consiglio dei ministri Giuliano Amato. In questa lettera, innanzitutto lo rendo edotto del fatto che, nel corso della seduta del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica svoltasi il 28 marzo, è emersa la prioritaria esigenza di definire la sistemazione alloggiativa delle delegazioni dei paesi partecipanti al vertice, e lo avviso altresì di un'altra esigenza che viene fatta presente in quella sede, quella di avere un referente unico del Governo per i rapporti con le organizzazioni non governative. Gli chiedo quindi di convocare una riunione con la presenza del ministro degli esteri - a cui naturalmente scrivo identica lettera - perché siano adottate queste decisioni. Questa riunione si tiene effettivamente pochi giorni dopo - cioè il 4 aprile - e in quella data reitero la richiesta al Presidente del Consiglio e al ministro degli affari esteri, vista la delicatezza di questo punto. Conveniamo tutti sulla assoluta opportunità che, nei limiti del possibile, si compia ogni azione perché i Capi di Stato e di Governo siano tutti ospiti di una nave da sistemare all'interno del porto, il che ci sembrava, sotto il profilo della sicurezza, essere la soluzione di gran lunga migliore. Si decide di svolgere ogni utile azione per andare in questa direzione. In quella sede mi viene data assicurazione che, nonostante le difficoltà di mantenere questo impegno, la Farnesina si sarebbe adoperata in questa direzione.
In data 30 aprile mi trovo, però, costretto a scrivere al collega Dini - il quale, peraltro, mi aveva informato per brevi linee della complessità del lavoro che stava svolgendo alla


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Farnesina, tramite il segretario generale, con gli ambasciatori dei paesi ospiti, ma anche tramite i nostri ambasciatori nei paesi che avrebbero partecipato al G8 - dicendogli di essere costretto a rinviare una riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica che avevo programmato di convocare il 2 maggio perché ancora sotto questo profilo - lo ripeto, non per la responsabilità della Farnesina, ma per le difficili condizioni e le resistenze da parte dei Capi di Stato e di Governo nei confronti della «soluzione-nave» - soltanto due paesi avevano comunicato la loro disponibilità ad accettare tale indicazione e, quindi, occorreva un ulteriore sforzo per andare in questa direzione.
Il 16 maggio convoco nuovamente una riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica cui partecipa il segretario generale della Farnesina e in quell'occasione quest'ultimo esprime pubblicamente e in modo esplicito un apprezzamento per il lavoro svolto dal Viminale in tale direzione. Voglio ricordare testualmente ciò che l'ambasciatore Vattani disse in quell'occasione: «L'ambasciatore Vattani rivolge un sentito ringraziamento al signor ministro per la convocazione del comitato, che testimonia l'impegno dell'amministrazione al più alto livello ed esprime il proprio apprezzamento vivo per l'attività svolta dal Ministero dell'interno perché sia garantita la piena riuscita e la sicurezza del G8, evento della più alta visibilità per l'Italia».
Il segretario generale della Farnesina pone alcune domande ed interrogativi che riguardano la necessità di ottenere, in tempi brevi, risposte legate al piano di chiusura delle stazioni e dei porti turistici nel periodo del vertice, al piano alternativo per le esigenze di trasporto, alla programmazione dei flussi turistici. Il Ministero dell'interno, in merito a tali precise e puntuali richieste della Farnesina, si impegna a


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fornire risposte in tempo rapidissimo. Infatti, nella successiva riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, convocata 8 giorni dopo ed esattamente il 24 maggio, viene fornita una puntuale risposta a tutti gli interrogativi e le domande poste dalla Farnesina. Purtroppo, in quella data, il 24 maggio nonostante il lavoro svolto anche dal Capo della Polizia a supporto del segretario generale della Farnesina - voglio ricordare che avevo autorizzato il prefetto De Gennaro ad avere, insieme all'ambasciatore Vattani, una serie di incontri con le ambasciate dei paesi che avrebbero partecipato al G8, proprio per fornire ogni utile delucidazione sul piano di sicurezza -, ancora non si era in grado di sciogliere la riserva in ordine a questi punti. Per la verità, tale riserva resta ancora ulteriormente non sciolta praticamente fino all'ultimo giorno della mia presenza al Viminale. Ho cessato di essere ministro dell'interno il 10 giugno e il 9 giugno il Capo della Polizia, prefetto De Gennaro, scrive al segretario generale della Farnesina ricordandogli testualmente: «Già nel comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica del 28 marzo, il ministro dell'interno sottolineò la necessità che il problema delle sistemazioni alloggiative delle delegazioni fosse risolto al massimo entro 15 giorni, da allora rimarcando che ulteriori ritardi avrebbero potuto pregiudicare la predisposizione delle misure di sicurezza». Sottolinea come sia evidente che una perdurante incertezza su un punto nodale dell'assetto organizzativo del summit, quale quello relativo alla sistemazione alloggiativa dei Capi di Stato e di Governo, avrebbe causato naturalmente qualche possibile complicazione.
Questa lettera risale all'8 giugno 2001 e cioè a due giorni prima che lasciassi il Viminale. Nonostante questa delicatezza, la responsabilità non è affatto della Farnesina che ha lavorato con grande serietà, ma deriva dal fatto che obiettivamente i


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Capi di Stato e di Governo e le ambasciate avevano difficoltà ad accettare, per la prima volta, l'idea di essere ospitati su una nave, con tutti i problemi logistici e di comunicazione naturalmente connessi.
L'azione, quindi, è stata svolta con intensità, ma naturalmente non ha ottenuto risultati immediati. Nonostante tali difficoltà, il 2 giugno il prefetto di Genova firma ed emana l'ordinanza che riguarda la predisposizione definitiva - naturalmente fino a quel momento - del piano di sicurezza e che era sostanzialmente coerente con le indicazioni che sino a quel momento erano state date dal Governo e dal ministro dell'interno.
Il piano per la sicurezza naturalmente è subordinato, nei fatti, all'effettiva realizzazione dell'evento della allocazione nella nave, ma è un piano assolutamente adeguato.
Infine, signor presidente, voglio riferire in merito ad alcuni aspetti riguardanti altre attività svolte per completare la fase di preparazione. Innanzitutto, abbiamo destinato risorse e impartito direttive perché vi fosse una fase di preparazione, di addestramento e di formazione delle forze di polizia da impiegare nel G8 e ciò è effettivamente avvenuto. Sotto questo profilo, è stata dedicata molta attenzione alla formazione delle forze di polizia per gestire un evento la cui complessità e delicatezza erano evidenti e si erano ulteriormente evidenziate nel corso dei primi mesi del 2001, e anche alla luce dei rapporti predisposti da parte dei Servizi di intelligence e alla luce di ciò che era accaduto in un anno di vertici ed appuntamenti internazionali e che aveva ulteriormente reso evidente ciò che, peraltro, lo era già. Si trattava di evento ad alto rischio e in grado di concentrare l'attenzione non solo di coloro che, appartenendo al movimento no global, avevano intenzione di manifestare pacificamente il loro dissenso rispetto


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al fenomeno della globalizzazione, ma anche naturalmente di frange - che avevamo definito e classificato (tra esse vi era il cosiddetto blocco nero) - molto pericolose ai fini dell'ordine pubblico e della sicurezza.
Sotto questo profilo, oltre all'attività formativa, vorrei ricordare che il 12 febbraio 2001 ho emanato una direttiva ai capi delle forze di polizia, ai prefetti e ai questori in materia di ordine pubblico, riguardante l'esigenza di migliorare ulteriormente il coordinamento tra le forze di polizia per la gestione dell'ordine pubblico.
In particolare, era stata da poco emanata la legge 31 marzo 2000, n. 78, e si trattava di compendiare in un'unica direttiva le procedure, le competenze e le responsabilità in materia di ordine pubblico. L'obiettivo era ricercare tra le forze di polizia una sempre maggiore disponibilità e organizzazione coerente ai principi e al canone ordinatorio del coordinamento tra le forze di polizia.
Tale direttiva - che, signor presidente, le farò avere - è legata anche alle preoccupazioni che nutrivo come ministro dell'interno e che puntualmente nella premessa della direttiva ricordo, relative ad alcune azioni di stampo terroristico e anche a problemi di ordine pubblico. Nella direttiva dico testualmente: «Se da un lato preoccupa il riaffacciarsi di fenomeni di eversione connotati anche dall'utilizzo della violenza come strumento per raggiungere i fini politici perseguiti, dall'altro è essenziale profondere il massimo impegno per consentire, nel rispetto delle regole democratiche...». Tra l'altro, voglio ricordare che eravamo alla vigilia elettorale e, quindi, anche il tema dell'ordine pubblico, in un momento delicato come quello, appare particolarmente importante.
La direttiva ha il compito di chiarire ulteriormente i compiti assegnati alle istituzioni, sia centrali sia locali, che


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operano sul territorio a tutela dell'ordine pubblico e ripercorre la trama normativa disegnata dalla legge sopra citata e dalle precedenti disposizioni. Tale direttiva costituisce un punto di riferimento a mio avviso importante per assicurare sempre più - qualora effettivamente attuata - un migliore coordinamento tra le forze di Polizia in questo specifico ambito.
Infine, desidero accennare ad un aspetto sul quale, se i colleghi riterranno opportuno, ritornerò nel corso delle risposte ai quesiti eventualmente posti. Mi riferisco al confronto ed al dialogo con gli organizzatori delle manifestazioni di dissenso, in particolare con il Genoa social forum. Nella mia lettera al Presidente del Consiglio, con la quale chiedevo di fissare a fine marzo una riunione per affrontare le questioni che sembravano aperte, anche su sollecitazione dell'autorità di pubblica sicurezza, mi sembrò necessario chiedere che vi fosse un interlocutore unico per gli organizzatori delle manifestazioni di dissenso. Nei giorni precedenti, infatti, si era lamentata, sotto questo profilo, una qualche incertezza che avrebbe potuto dare luogo a problemi. Nel corso della riunione a palazzo Chigi si decise di indicare, come interlocutore unico per questa materia il prefetto di Genova, che infatti nei giorni successivi ebbe una serie di incontri.
In particolare gli appartenenti al Genoa social forum cominciavano ad avanzare pressanti richieste per avere risposte in ordine alle questioni che essi sollevavano. Si tenne a Roma una manifestazione proprio davanti al Viminale: in quell'occasione - mi pare che fosse esattamente il 5 aprile - diedi disposizioni affinché una delegazione di appartenenti al Genoa social forum venisse ricevuta al Viminale. Essi incontrarono in quella sede il capo di gabinetto, prefetto Roberto Sorge, il prefetto di Genova, Di Giovine, appositamente convocato per l'evento, ed il capo della segreteria tecnica del


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ministro dell'interno, dottor Angelo Rughetti. Nel corso di quell'incontro venne avanzata da parte dei rappresentanti del Genoa social forum una richiesta: quella di avere un luogo, che essi denominano «la cittadella», in cui poter svolgere le loro attività, organizzare eventi alternativi e fare fronte alle esigenze di carattere alloggiativo per le quali avevano già avuto incontri con le autorità locali (il sindaco ed il presidente della provincia di Genova, non so se anche la regione). Il prefetto Sorge nel corso dell'incontro si impegnò a riferire circa le loro richieste, in particolare su questa, ma, sin da quel momento, chiese il massimo di collaborazione possibile da parte degli organizzatori del Genoa social forum in ordine alla necessità di isolare le frange violente (nel frattempo avevamo piena consapevolezza circa la loro azione).
Per queste ragioni penso di poter serenamente dire che, pur con le difficoltà obiettive che si sono manifestate, l'attività di preparazione da parte del Ministero dell'interno, dei vertici nazionali della pubblica sicurezza, del prefetto De Gennaro, del generale Siracusa, dei generali Mosca Moschini e Zignani, dei responsabili dei reparti di intelligence, del prefetto di Genova sia stata tempestiva, puntuale e rigorosa. Voglio cogliere anche questa occasione per sottolineare che lo sforzo di preparazione è stato pari alla complessità ed alla delicatezza dell'evento.

FABRIZIO CICCHITTO. Le rivolgo le prime domande nella sua qualità di uomo delle istituzioni. Nel periodo in cui lei è stato ministro dell'interno, ha avuto mai la sensazione che nell'ambito delle forze di Polizia potesse essere in atto qualche involuzione in seno ai reparti addetti specificamente alla tenuta dell'ordine pubblico? Mi riferisco, in particolare, agli interventi della Polizia a Napoli nel marzo di quest'anno ed alle conseguenti interrogazioni che, all'epoca, furono presentate


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da Rifondazione comunista e dai Verdi su presunte violenze operate dalle forze dell'ordine. Mi riferisco altresì all'impegno da lei assunto di far luce su questi episodi. A me non risulta che sia stato detto più niente su questi fatti, ma potrei sbagliarmi. Immagino che ispezioni siano state attivate, risultati siano emersi e direttive siano state emanate. Quelle carenze - se vi furono - evidenziate nella gestione dell'ordine pubblico sono state oggetto della stessa attenzione con la quale si guarda oggi ai fatti di Genova? Se vi fossero state, e sottolineo il condizionale, non pensa che, proprio perché coperte, possano aver dato a qualcuno, fortunatamente a pochi operatori di polizia, la possibilità di pensare ad una sorta di accondiscendenza del precedente Governo rispetto ad una linea dura di intervento in piazza? Se, invece, tali tendenze non vi furono, come spero, lei è in condizione di rassicurare la pubblica opinione - visto che è stato ministro fino a poco tempo fa - che è estranea alle forze di Polizia qualsiasi teoria della violenza o dell'uso della forza o dei mezzi coattivi al di fuori delle ipotesi previste dalla legge? Credo che una sua rassicurazione in proposito potrebbe porre fine ad una serie di perplessità maliziosamente insinuate da qualcuno sull'impegno, sullo spirito e sulla democraticità delle forze di Polizia (addirittura qualcuno ha parlato di infami azioni cilene) che, a mio avviso, sono patrimonio di tutto il paese e di tutte le forze politiche.
Vorrei rivolgerle un'altra domanda preceduta da una valutazione. Non so se lei condivida - probabilmente no - l'opinione secondo cui una delle ragioni fondamentali di quanto è avvenuto è ravvisabile nei ritardi del suo Governo. Lei ci ha parlato del mese di aprile e del mese di maggio: se queste date si riferissero all'anno 2000, il discorso funzionerebbe in modo perfetto. Invece, sono dell'anno 2001, ed allora


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il lavoro di cui ci ha parlato il dottor Donnini, dicendo che le nostre forze dell'ordine erano in ritardo per quanto riguarda l'ordine pubblico, si spiega perché l'addestramento è iniziato ad aprile di quest'anno. Lo stesso vale anche per il fatto che l'ordinanza decisiva del prefetto è del 2 giugno: una data molto vicina all'evento. Aggiungo che questo tipo di valutazione è stato compiuto dalle forze più diverse: dal Genoa social forum, dall'architetto Paolini ed anche dal prefetto Gianni. Quest'ultimo è un personaggio importante perché, fino a quando è andato in pensione, ha avuto il ruolo di coordinatore per gli aspetti attinenti all'ordine e alla sicurezza pubblica inerenti al vertice. Egli ha scritto:
«L'organizzazione per la preparazione al vertice ha preso, in pratica, l'avvio nel mese di gennaio 2001. L'assoluta inadeguatezza del tempo a disposizione per la preparazione del vertice è coincisa con il termine della legislatura. L'incertezza del quadro politico ha contribuito a far calare l'interesse per il vertice G8 determinando una specie di vuoto in cui i complessi aspetti organizzativi sono stati condizionati dall'assenza di punti di riferimento decisionali, sia politici che istituzionali».
Conclude dicendo: «La disponibilità dell'attuale Governo» - cioè del Governo Berlusconi - ad instaurare un dialogo con il movimento pacifista ed i tentativi tardivi del capo della Polizia non potevano avere successo dal momento che la tensione ingeneratasi con il Governo precedente aveva creato le condizioni di un irreversibile irrigidimento nello stesso movimento, per giunta gestito da nuovi personaggi (Agnoletto) manifestamente non disposti ad ogni forma di mediazione e di dialogo che non fungessero da vetrina ai leader dell'ultima ora«.


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La mia domanda è appunto la seguente: se tali ritardi - nonché molti altri, di cui si parla nella relazione di una personalità certamente al di sopra delle parti, qual è il prefetto Gianni - non inducono a ritenere che anche ritardi del Governo Amato abbiano contribuito a determinare le difficoltà successivamente emerse.

GRAZIELLA MASCIA. Anch'io vorrei iniziare il mio intervento facendo riferimento allo scritto ricevuto stamattina dal prefetto, Aldo Gianni, che critica i ritardi, del Governo allora in carica, sotto due aspetti in particolare: sul terreno della prevenzione compiuta dalle forze dell'ordine e sul terreno politico. Per quanto riguarda il primo, le è stata già rivolta una articolata domanda e, comunque, lei ha già illustrato le iniziative assunte sin da novembre (peraltro, se ne trova notizia anche nella documentazione); piuttosto, le vorrei rivolgere una domanda specifica sui rapporti politici con il movimento no-global. Fino a quando lei ha governato, riteneva che siffatte manifestazioni potessero svolgersi contemporaneamente al vertice?
Per quanto riguarda Napoli, si è detto che la città è stata difesa e che tutto era andato bene, ed anche in questa sede qualche collega parlamentare ha ritenuto che fosse così. In particolare, da parte di rappresentanti delle forze dell'ordine auditi dal Comitato è stata delineata quasi una continuità tra Napoli a Genova. Si è visto in Napoli un precedente; noi, invece, come lei sa, abbiamo persino presentato un «libro bianco», criticando fortemente la situazione di Napoli. Ho letto in una intervista da lei rilasciata: «Io mi preoccupai molto per quello che era successo a Napoli, per elementi, per situazioni circoscritte». Le chiedo: dopo Napoli, il vostro piano, in previsione di Genova, ha tenuto conto di quanto successo? Lei, oggi, pensa ancora che in quell'occasione si sia


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trattato di fatti e comportamenti circoscritti? O qualcosa, nel piano meritava già un ulteriore approfondimento?
Infine, vorrei sottoporre alla sua attenzione, con qualche domanda articolata, una terza questione. Lei, in una intervista rilasciata il 19 luglio, ha detto: «Sono sereno, condivido quello che sta facendo questo Governo; c'è sostanzialmente una sorta di continuità nella complessità della preparazione del vertice». E ha continuato: «Mi pare che sia stato fatto, si stia facendo quello che è necessario fare». Alla luce della situazione attuale, lei ritiene che tale continuità nei programmi, nei piani, sia stata confermata?
Lei ha parlato di tutto il lavoro di carattere internazionale svolto e ne abbiamo trovato traccia anche nei molteplici documenti. Le chiederei soprattutto del piano strategico, perché, come ho cercato di dire in tutti questi giorni, se, naturalmente, sono interessata ai comportamenti individuali, mi interessa anche capire bene le ragioni, i programmi, i piani strategici. Vorrei comprendere se abbiano funzionato e quali fossero. I piani da voi definiti sono stati discussi, condivisi dai Governi con i quali vi siete confrontati sul terreno della sicurezza?
Inoltre, lei ha detto - come hanno riferito anche i rappresentanti di questo Governo - che gli obiettivi fondamentali erano tre. In questi giorni, abbiamo denunciato che probabilmente è venuto meno il diritto a manifestare: si è impedito, infatti, e in termini non teorici ma concreti, il suo esercizio. Perché ciò è stato possibile? Quali sono le cause, quelle che lei, naturalmente, può suggerirci? Si è trattato di una carenza, di un problema di coordinamento delle forze dell'ordine? Se è stato così - come immagino e come è anche emerso dalle audizioni svolte in questa sede -, ciò è sufficiente a spiegare i fatti? Può almeno costituire la ragione più


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importante del loro accadimento? In una intervista da lei concessa, ha anche sostenuto che, rispetto ai programmi da lei definiti, sostanzialmente questo Governo aveva fatto «saltare» la zona gialla. In realtà, non è vero che la zona gialla sia saltata; piuttosto, se è vero che è stato costituito l'accesso ad una serie di piazze tematiche, lei sa anche, tuttavia, che i due cortei più importanti, quello del 21 e quello del 20 del Carlini, dovevano svolgersi fuori dalla zona gialla. Il prefetto di Genova, qui audito, ha detto che nella zona gialla non è successo nulla. In realtà, è successo tutto dovunque ed io penso che, forse, sulla sua considerazione bisognerebbe riflettere. Mi interessa davvero conoscere quale sia il suo parere.
Infine, lei ha illustrato, ed abbiamo tutti letto, ciò che è stato fatto nel corso dei mesi precedenti dal punto di vista della preparazione dell'ordine pubblico. Cercherò successivamente di dare anche una valutazione complessiva, ma intanto vorrei dire che colgo un salto di qualità nella preparazione delle forze dell'ordine. In particolare, il manganello Tonfa è stato introdotto sulla base di un decreto firmato da lei, quanto meno per quanto riguarda la sperimentazione. Oggi abbiamo visto quali siano stati gli effetti; poiché ritengo che il suo uso si ponga all'interno della costruzione di un nuovo sistema di ordine pubblico o comunque all'interno di un salto di qualità che si è determinato nella preparazione di questo vertice, vorrei chiederle quale sia la sua valutazione di ciò.
Mi permetterò, infine, di ricordare le sue parole quando, in una intervista, riferendosi, a Genova, ha detto che, obiettivamente, pesa molto l'atteggiamento di alcune forze ed esponenti politici che hanno dato la sensazione di condividere questi comportamenti violenti. Le chiedo a chi lei faccia riferimento, quali siano tali esponenti politici e quali gli elementi sulla base dei quali ha costruito siffatta valutazione.


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IDA DENTAMARO. Saluto e ringrazio il presidente Bianco, al quale chiedo, anzitutto, di fornire al Comitato copia del piano per l'ordine e la sicurezza pubblica predisposto sotto il suo ministero; credo fosse il documento che sfogliava nell'esporre la relazione.
Le chiedo anche se nel momento di passaggio delle consegne che immagino sia occorso tra lei ed il ministro Scajola sia stato affrontato il tema del vertice G8, dei connessi problemi di ordine e sicurezza pubblica; in particolare, le domando se quel documento già pronto sia stato consegnato al ministro Scajola e, se possibile, quali siano stati i contenuti di questo colloquio. Infine, vorrei sapere come mai non abbia ritenuto - soprattutto se dovesse averne ricevuto specifica richiesta - di dover dialogare direttamente, in prima persona, come ministro dell'interno, con il Genoa Social Forum.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. La ringrazio, per la sua relazione e per essere venuto a collaborare con il Comitato. Sono, però, perplessa, perché stamattina il senatore Dini - che, comunque, riferiva di circostanze già confermate da altre persone ascoltate - ci ha detto che alla fine di maggio, praticamente erano concluse tutte le allocazioni delle delegazioni; mancava solamente la sistemazione del Presidente americano con una piccola delegazione, che venivano successivamente allocati, sempre all'interno della zona rossa, vicino al porto. Rimango pertanto sconcertata quando lei oggi afferma che l'8 giugno 2001 scriveva una lettera al ministro Dini, il quale ha detto, inoltre, che in realtà l'allocazione delle delegazioni, anche quelle successive, non aveva sconvolto né minimamente mutato il piano di sicurezza: si era infatti sempre all'interno della zona rossa. Lei concorda con questa dichiarazione del ministro Dini?


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Lo stesso ministro le scriveva una lettera il 9 marzo 2001; lei ne ha dato lettura e l'ex ministro ci ha fornito ulteriori indicazioni. Ebbene, in questa lettera, le diceva che praticamente il Ministero dell'interno...

ENZO BIANCO. In quale data?

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. La lettera è del marzo 2001 ed è indirizzata direttamente a lei («Caro Bianco»). Nella lettera si diceva: «La mancanza di risposte tempestive, positive o negative, a tali richieste sta creando un clima di crescente sfiducia nella possibilità di dialogo con l'istituzione anche nelle organizzazioni non governative più moderate che vorrebbero evitare di essere riassorbite dalle fila più oltranziste». Sotto questo profilo lamentava quindi un silenzio del Ministero dell'interno.
L'ultima domanda è relativa al prefetto Aldo Gianni, la cui alta professionalità, considerazione e preparazione l'avevano spinta a designarlo come rappresentante del suo Ministero nella struttura di missione. Il prefetto Gianni ci ha fatto pervenire una sua relazione che così conclude (la leggo per verificare se lei concorda con le sue affermazioni):
«I fatti di Genova denotano una inequivocabile responsabilità tecnica nella gestione dell'ordine pubblico e, pertanto, risulta quanto mai pretestuoso chiamare a rispondere l'attuale ministro dell'interno, subentrato alla responsabilità del vertice G8 solo nell'ultimo mese. Se una responsabilità politica è ravvisabile, questa è da ricondurre al precedente Governo che non ha operato come doveva e poteva».
Volevo sapere se lei si riconosca in queste parole, visto che provengono dal prefetto Gianni, un suo fiduciario che lei aveva nominato.


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Probabilmente, visto che lei è interessato mentre il prefetto Gianni non lo è, mi domando se forse fra i due (Commenti del deputato Boato)..., tanto più che può valutare la cosa con più tranquillità.

MARCO BOATO. Ringrazio l'ex ministro Bianco per il contributo che sta fornendo ai nostri lavori, anche perché egli ha attinenza con le questioni. In riferimento ad una domanda che le è stata precedentemente formulata - da una parte dal collega Cicchitto e, sotto altri punti di vista, dalla collega Mascia - sui fatti di Napoli, che, se non ricordo male, risalgono al 17 marzo 2001, devo dire che il collega Cicchitto ha ricordato lealmente che su quei fatti sono stati presentati strumenti parlamentari da parte di Rifondazione comunista - che apparteneva all'opposizione al Governo Amato - e dei Verdi - che appartenevano alla sua maggioranza - e non ha citato documenti di sindacato ispettivo di altri appartenenti all'opposizione del centrodestra, che non mi risultano esserci. Per quanto mi riguarda il problema non è far parte o meno di una maggioranza, ma cercare semplicemente di appurare la verità: evidentemente, questo non vale per tutti.
Le chiedo se possa, come del resto ha preannunciato e ritengo sia utile, consegnare al Comitato, oltre ad altra eventuale documentazione, il testo della direttiva in materia di ordine pubblico inviata ai capi delle forze di polizia, ai prefetti ed ai questori, datata 12 febbraio 2001. Per quanto lei l'abbia riassunta sinteticamente, le chiedo di fare un approfondimento al riguardo. Lei fa riferimento, da una parte, alla possibilità di fenomeni di eversione, di uso della violenza politica e, dall'altra, altrettanto opportunamente, alla delicatezza della gestione dell'ordine pubblico in un periodo di vigilia elettorale: i fatti di Napoli, se non sbaglio, risalgono al 17 marzo 2001, cioè proprio alla vigilia elettorale.


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Il mancato svolgimento di un dibattito in aula è dovuto semplicemente al fatto che la Camera non si è più riunita, però gli strumenti di sindacato ispettivo sono stati presentati, ma dalle forze politiche citate prima. Le chiedo un approfondimento, per quanto lei abbia potuto appurare all'epoca, rispetto all'osservanza della sua opportuna direttiva, anche in relazione ai fatti di Napoli, poiché questa riguarda (sempre se ho ben compreso, ma poi lei ce la consegnerà) non riguarda soltanto la materia dell'ordine pubblico, ma anche un miglior coordinamento tra le forze di polizia, in particolare in relazione alla legge n. 78 del 31 marzo 2000 (condivisa da alcuni di noi), che completa e innova la legge n. 121 del 1981. Ritengo che il problema di come sia stato affrontato, nella direttiva e poi operativamente, tale coordinamento sia una questione essenziale.
Leggo dai giornali di questi giorni che anche l'attuale Governo, avendo convocato dopo i fatti di Genova, di nuovo a fine agosto, il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica ha posto al centro della riflessione il problema del coordinamento fra le forze di polizia, in particolare in materia di ordine pubblico.
Come i colleghi del Comitato ed il presidente sanno - ne hanno parlato anche i giornali - quello del coordinamento è uno dei problemi decisivi per capire cosa sia avvenuto e quali eventuali anomalie «eventuali» è un eufemismo) si siano verificate nei giorni di Genova, per cui credo sia molto importante sapere quali disposizioni siano state impartite già nel febbraio 2001, a seguito della nuova legge.
In relazione alla manifestazione che si tenne il 5 aprile davanti al Viminale, a varie prefetture e a commissariati di Governo in giro per l'Italia, lei ha ricordato - e debbo dargliene atto anche in questo caso; peraltro al riguardo tra


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i due Governi vi è continuità in un atteggiamento di dialogo - che il giorno stesso avete fatto incontrare una delegazione del GSF con i prefetti Sorge e Di Giovine (fatto venire a Roma per l'occasione ) e con il dottor Angelo Rughetti della sua segreteria.
Per quanto lei ne sappia, non avendo preso parte alla riunione, quali sono state le assicurazioni o le ipotesi che sono state prospettate a fronte delle richieste del GSF sulla Cittadella, sulle esigenze alloggiative e sulle manifestazioni? Mi pare che la persona più alta in grado in quella riunione fosse il prefetto Sorge: quali rassicurazioni sono state fornite, perché di questa riunione si fa cenno positivamente - prendendone atto con soddisfazione - nella lettera del GSF dell'11 aprile indirizzata, se non ricordo male, al prefetto Di Giovine?
Sarebbe importante che lei ci riferisse, per quanto ne abbia una conoscenza indiretta tramite il prefetto Sorge, che cosa sia stato prospettato in risposta alle richieste del Genoa social forum.
Da ultimo, e collegandomi alla domanda riferita alla direttiva del 12 febbraio, lei, ad un certo punto, ha indicato tre grandi obiettivi, che condivido pienamente, anche perché si tratta di un tema ricorrente del Governo di cui all'epoca faceva parte e dell'attuale esecutivo: garantire che il G8 si svolgesse in piena sicurezza, garantire la tutela del dissenso pacifico e la possibilità di manifestare, tutelare i diritti dei cittadini, cioè tutelare la sicurezza e contrastare forme di violenza.
Non c'è ombra di dubbio che questi sono stati tre obiettivi dell'allora Governo Amato, di quelli precedenti e dell'attuale Governo e sono, a mio parere, indiscutibili. Ciò che è avvenuto a Genova è che, mentre l'obiettivo di garantire la sicurezza e la piena realizzazione del G8 è stato raggiunto (e ciò non era scontato, in quanto a Seattle si è concluso anticipatamente, a


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Barcellona non si è neppure svolto, a Göteborg sappiamo come è andata), gli altri due obiettivi non sono stati raggiunti. Non si è garantito il dissenso pacifico, non sono stati tutelati i diritti dei cittadini - dei cittadini manifestanti, ma non solo - ed i beni pubblici e privati di fronte ai fenomeni di violenza.
Che interrogativi si è posto lei, che problemi si è posto lei per emanare quella direttiva - che ritengo opportuna - del 12 febbraio 2001, per le questioni dell'ordine pubblico e per il problema del coordinamento, vista poi la verifica problematica di marzo a Napoli? Qual è la sua opinione su quello che è avvenuto a Genova nel luglio, quando lei, ovviamente, non era più ministro?

GIAN FRANCO ANEDDA. Signor ministro, le chiedo di farmi superare l'impressione che ho avuto ascoltando la sua relazione. Mi pare che essa sia stata una puntuale indicazione di tutte le riunioni, degli incontri che ci sono stati in ordine ai problemi legati al Ministero. Tuttavia, l'impressione, che poi cercherò di dimostrare, è che sia completamente mancata la sua iniziativa. Lei ha delegato tante persone, ha fatto numerose riunioni, ma mi chiedo: il ministro che cosa ha fatto e soprattutto, che cosa pensava? Su quell'argomento aveva delle idee precise? Le pongo la domanda in questi termini, perché tutto inizia - se così si può dire - dalla lettera, già citata, del 9 marzo, scritta a lei dal ministro Dini, che si accompagna a tutte le notizie che questo Comitato ha avuto (l'ultima è quella, già citata, del prefetto Aldo Gianni, da lei nominato quale rappresentante nella struttura di missione) e che sono tutte legate da un comune denominatore: l'assenza di interesse da parte del Governo, quantomeno negli ultimi tre mesi precedenti il G8. Ciò è stato sostenuto da persone nominate da voi, quali l'architetto Paolini, il prefetto Gianni e numerosi soggetti legati, direttamente o indirettamente, al Viminale.


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In questo quadro, ecco la mia impressione, nella lettera il ministro Dini afferma, tra l'altro: «Province e comuni che in passato erano stati prodighi di incoraggiamenti sulla possibilità di manifestazioni pacifiche da parte delle organizzazioni non governative sono stati invitati ad un atteggiamento di massima prudenza e hanno recentemente convenuto di mantenere una comune linea negativa per le manifestazioni in data posteriore al 19 luglio.». Domanda: anche lei era di questa opinione?
Inoltre, il ministro Dini scrive (non le ricordo il clima di crescente sfiducia al quale ha accennato la collega): «Sarebbe a mio avviso auspicabile, a fronte delle incertezze che ancora pervadono il mondo delle organizzazioni non governative...», incertezze che derivano dall'atteggiamento assente del Governo - aggiungo io - «...il Governo, su nostra congiunta iniziativa, sarebbe opportuno valutasse l'opportunità di assumere una posizione definita...» - il che significa che il Governo non l'aveva - «...stabilendo, ove prevalga la decisione favorevole ad un dialogo...» - il che significa che all'interno del Governo vi erano posizioni contrastanti in ordine al dialogo - «...entro quali limiti fisici e temporali potrà essere...» - la prego di rileggersi il termine, perché è indicativo dell'atteggiamento del Governo - «...tollerata la manifestazione del dissenso».
Dunque, la domanda conclusiva è questa: lei, come può oggi dire che uno degli obiettivi era quello di garantire le manifestazioni del dissenso, quando un ministro del Governo di cui lei faceva parte adopera il verbo «tollerare» quando si riferisce al dissenso?

GIANCLAUDIO BRESSA. Intervengo, innanzitutto, per esprimere una brevissima valutazione. Molti dei colleghi che compongono questo Comitato, del tutto legittimamente, compiono un'opera di ricostruzione personale delle vicende che abbiamo ascoltato. È bene, però, sottolineare che si tratta di


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ricostruzioni personali, che non sono ancora, evidentemente, patrimonio comune di del Comitato.
Faccio questa osservazione, in quanto l'onorevole Cicchitto ha ricordato - come se queste fossero state le uniche opinioni espresse in questa sede - che tre delle persone che abbiamo ascoltato hanno espresso perplessità in relazione al ritardo del Governo Amato sulle questioni relative alla preparazione del G8 e ha precisato che queste tre persone sono i rappresentanti del Genoa social forum, l'architetto Paolini e il prefetto Gianni.
Vorrei ricordare, accanto a queste tre posizioni - non le cito perché rinvio ai verbali -, tutte le altre prese di posizione da parte di persone altrettanto autorevoli, se non più, che hanno invece puntualmente descritto gli atti che il Governo Amato ha compiuto in preparazione del G8. Lo faccio affinché l'ex ministro Bianco abbia un quadro preciso e non solo una ricostruzione parziale dei nostri lavori.
Venendo anche incontro all'esigenza di capire dell'onorevole Anedda, le pongo alcune brevissime domande. La prima è la seguente: la riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica del 24 maggio - e lei è in grado di confermarmi questo - è quella che ha messo in condizione il prefetto di Genova di emanare l'ordinanza del 2 giugno?
Vorrei che lei confermasse anche quest'altra mia tesi: il Comitato nazionale, nonostante non vi fossero ancora elementi di chiarezza circa la presenza delle delegazioni e la loro allocazione, ha ritenuto comunque di dover predisporre un piano, che, evidentemente, teneva conto di tutte le richieste relative ai problemi di sicurezza, che erano state formulate dal prefetto, dal questore, ma - immagino - anche dai servizi di sicurezza.


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Un'altra questione che vorrei porre è la seguente: perché lei, ministro, ha chiesto che fosse il prefetto di Genova ad assumere la responsabilità di tenere i contatti con il Genoa social forum?
Un'ultima domanda. L'onorevole Boato ha già ricordato che il Genoa social forum l'11 aprile, a distanza di pochi giorni dall'incontro del 4 aprile presso il Viminale con il prefetto Sorge e con le persone che lei ha indicato, in qualche modo si era dichiarato ben disposto nei confronti del clima che aveva trovato e delle indicazioni che il prefetto Sorge aveva dato in quell'occasione. Può essere più preciso in merito alle indicazioni che il prefetto Sorge aveva fornito al Genoa social forum e che sono alla base della lettera dell'11 aprile, in cui il Genoa social forum sostiene di apprezzare l'apertura del Governo?

LUIGI BOBBIO. Onorevole Bianco, vorrei farle una sola domanda relativa ai servizi informativi o Servizi segreti.
Vorrei sapere se furono inviate a lei personalmente - e quindi ne ebbe contezza, ebbe modo di tenersi aggiornato e di leggerle - le note informative dei Servizi segreti (SISDE e SISMI) che, fin dai primi mesi del 2000 (se non addirittura già da prima) fornivano, a mio avviso, spunti assai interessanti e notizie di notevole congruità sull'involuzione violenta, a livello mondiale, del movimento anti global e sulle sue tecniche operative. Oggi possiamo peraltro affermare, alla luce di quanto è accaduto, che le note informative dei Servizi segreti in molti punti sembravano veramente descrivere quella che poi, sul campo, è stata la modalità operativa, cioè l'intento operativo e la sostanziale integrazione che si è realizzata fra la cosiddetta ala non violenta e l'ala violenta del movimento antiglobalizzazione. In caso affermativo, se lei cioè ha avuto effettivamente contezza di tali note informative, si curò di informarsi e, poi, di tenersi aggiornato, in ordine ai fatti e al


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seguito che a tali notizie venne dato dagli apparati e dagli organi competenti in materia di pubblica sicurezza?

FRANCESCO NITTO PALMA. Come lei sa, subito dopo i fatti di Genova l'attuale opposizione ha assunto due diverse iniziative: la prima è stata quella di presentare una mozione di sfiducia nei confronti dell'attuale ministro dell'interno (che è stata già respinta al Senato); la seconda è stata quella di richiedere l'avvio di un'indagine conoscitiva. Lei sa anche che questo Comitato concluderà i suoi lavori con la predisposizione di uno schema di documento che verrà sottoposto all'attenzione delle Commissioni.
Cercherò di essere estremamente sintetico. Lei mi consentirà di rappresentarle una veemente accusa che oggi è pervenuta al Comitato da parte del prefetto Gianni, il quale presenta una visione dei lavori preparatori del G8 che, almeno sotto il profilo temporale, coinvolgono la sua amministrazione. Personalmente, ritengo doveroso che lei ne abbia conoscenza, in modo che abbia la possibilità - sempre nei limiti propri di questa indagine conoscitiva - di far conoscere al Comitato il suo pensiero. Qualche stralcio della lettera del prefetto Gianni è già stata letta, ma vorrei sinteticamente riassumerne i punti salienti.
Prima di tutto, il prefetto Gianni lamenta che i lavori preparatorio del vertice G8 abbiano avuto inizio nel gennaio 2001, il che non ha consentito una seria preparazione. Successivamente, egli lamenta il fatto che non vi siano stati più incontri con le organizzazioni non governative, nonostante le reiterate richieste da parte delle stesse. Il prefetto aggiunge che vi fu un solo incontro, quello da lei richiamato, con il prefetto Sorge, ma, in maniera difforme da quanto lei ha testè dichiarato, afferma che il prefetto di Genova era presente al Viminale per altri motivi, ma non certamente ...


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ENZO BIANCO. Ma io lo saprò, se l'ho convocato!

FRANCESCO NITTO PALMA. Non lo metto in dubbio, ma sento semplicemente il dovere di rappresentarle quello che il prefetto Gianni ha riferito a questo Comitato, sia pure per iscritto.
La terza cosa che sostiene il prefetto è che il ministro Bianco «non perdeva occasione per dichiarare che a Genova sarebbe stata concessa ampia libertà al dissenso e, implicitamente, quindi, senza alcuna limitazione alla presenza dei manifestanti, a condizione che tutto si svolgesse pacificamente, quasi si trattasse della Giornata della gioventù organizzata a Tor Vergata in occasione del Giubileo e non già di un movimento dichiaratamente pacifista, ma che comunque annoverava al suo interno, in virtù della sua variegata composizione, frange estremiste che avevano dato ampia prova di gravi violenze in varie parti del mondo». Aggiunge il prefetto Gianni - questa mi sembra un'osservazione apprezzabile, anche se è solo una mia valutazione - che, sostanzialmente, il fatto che il Ministero dell'interno non abbia inteso coltivare i rapporti con le organizzazioni non governative ha impedito che si conoscesse in maniera approfondita il movimento pacifista e, addirittura, che esso venisse coinvolto in taluni settori dell'organizzazione del vertice. Lamenta ancora il prefetto che la formazione del personale di ordine pubblico che sarebbe stato impiegato a Genova fu estremamente tardiva e avvenne in tempi assai ridotti; principalmente oggi lamenta che non si sia provveduto ad una formazione dei funzionari addetti alla gestione dell'ordine pubblico sulla piazza. Queste sono le doglianze del prefetto Gianni, di cui io doverosamente la rendo edotta, ove lei già non ne avesse avuto conoscenza precedentemente, e sulle quali le sarei grato se volesse esprimere il suo pensiero.


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Le voglio fare un'altra domanda, prendendo spunto dalla relazione del prefetto Gianni, ma anche da quello che è emerso in ordine all'inerzia del precedente Governo. Il 16 maggio 2001 vi è stata una riunione del Comitato nazionale per l'ordine pubblico (non so se lei fosse presente, ma immagino di sì), nella quale il capo della Polizia ha testualmente detto che, nel corso di una riunione svoltasi nel nord-est, i partecipanti avevano sostanzialmente affermato che avrebbero dato corso a gravi episodi di violenza se le elezioni politiche fossero state vinte dal centrodestra. Alla luce di questa notizia, che è stata portata in sede di Comitato nazionale dal capo della Polizia, vorrei sapere se lei, che all'epoca era ministro, ritenne di dover impartire qualche direttiva o qualche sollecitazione ai fini di una maggiore attenzione in materia di ordine pubblico (Interruzione dell'onorevole Bianco)... la riunione è precedente. Il capo della Polizia, tre giorni dopo la riunione, ha riportato l'esito di una riunione precedente. È chiaro che, nel momento in cui il capo della Polizia ha riferito la notizia, le elezioni erano state vinte; quindi, se la notizia è attendibile, diventa verosimile la perpetuazione di fatti di violenza.
Vorrei sapere se ella aveva inteso dare qualche direttiva, anche in ragione del fatto che il fenomeno, che prima sembrava riguardare problematiche di politica internazionale, alla luce di questa informativa del capo della Polizia ha assunto anche una valenza di politica interna.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare sull'ordine dei lavori il presidente Violante. Ne ha facoltà.

LUCIANO VIOLANTE. Vorrei sapere, signor presidente, se quest'informativa dell'ex prefetto Gianni sia stata richiesta dal nostro Comitato.


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PRESIDENTE. No, onorevole Violante.

LUCIANO VIOLANTE. Si tratta della copia di un rapporto redatto in precedenza oppure di un rapporto realizzato per l'occasione?

PRESIDENTE. Credo che sia stato realizzato per l'occasione.

LUCIANO VIOLANTE. Quindi si tratta di un rapporto realizzato dopo i fatti, sulla base di una conoscenza del dibattito svoltosi nel Comitato, da una persona che non ha più la carica di prefetto.

PRESIDENTE. È così.

GIANNICOLA SINISI. Ringrazio il presidente Bianco per la sua esposizione, che ha fatto finalmente chiarezza sui tempi attraverso i quali si è sviluppata la fase di organizzazione del vertice del G8, perché nella discussione che si è svolta, molto spesso si sono sovrapposte opinioni a fatti e conoscenze ufficiose all'ufficialità delle riunioni, degli incontri e dei documenti. La ringrazio, quindi, per aver reso la sua esposizione non sulla base di opinioni raccolte e di informazioni ufficiose, ma sulla base di incontri e documenti ufficiali, di cui ci ha dato precisa indicazione.
Prima di porre alcune domande, voglio fare una seconda premessa, e mi rivolgo anche a lei, presidente. Abbiamo letto la lettera dell'ex prefetto Gianni e il presidente Violante mi ha anticipato precisando che si tratta di un contributo non richiesto, a noi pervenuto dopo che era stato reso ampiamente noto lo svolgimento dei nostri lavori e il contenuto del dibattito. Ciò nondimeno, mi sembra di ricordare - e formulo la mia domanda - che il prefetto Gianni sia stato il responsabile,


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nella struttura di missione, fino a maggio e che fosse, quindi, la persona deputata a svolgere, fino al 30 giugno, le funzioni di raccordo con le organizzazioni e le attività di predisposizione dei servizi di ordine pubblico. Quindi, avrebbe dovuto fare le cose che lamenta non siano state fatte (se non ho capito male come funzionava la struttura di missione), in quanto ci è stato detto che il G8, non essendo una struttura formale e convocata ad hoc, di volta in volta ha una sua segreteria, che è appunto la struttura di missione. Credo quindi che fino al 30 giugno lo dico senza animosità nei confronti di una persona che ho avuto modo di apprezzare e di stimare per il suo operato quando ho lavorato presso il Ministero dell'interno - il prefetto Gianni era la persona deputata a svolgere le funzioni richiamate.
Vorrei porre una seconda questione. All'epoca del Governo Amato - e, sostanzialmente, con la riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica del 24 maggio, che lei ci ha indicato - siamo venuti a conoscenza di una chiara visione della predisposizione dei servizi di ordine e di sicurezza pubblica, anche in relazione ad alcune cautele che dovevano essere esercitate. Sarà anche vero che il 13 maggio ha vinto il centrodestra, ma mi sembra di ricordare che le violenze, in queste occasioni, risalgono all'epoca del vertice di Seattle, quindi al 1999, quando, se non ricordo male, il Presidente degli Stati Uniti era Clinton e in Italia governava il centrosinistra.
Ragioni di cautela suggerirono quindi di predisporre una zona rossa, blindata, una zona gialla, dove erano vietate manifestazioni e volantinaggio - oltre che la sosta dei veicoli - ed una zona verde, dove potevano aver luogo i cortei. Il 2 giugno è la data che consacra la predisposizione dei servizi


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relativi alla sicurezza, secondo l'ultima riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica che lei ha presieduto. Questa è la mia domanda.
Per quanto riguarda la terza questione, vorrei sapere se ricevette informazioni in merito al lavoro investigativo svolto dall'Arma dei carabinieri relativamente a formazioni violente che si stavano, in quel momento, precostituendo all'estero e che avrebbero potuto giungere in Italia in occasione del vertice.
Vengo ora alla quarta questione, sulla quale vorrei che lei facesse chiarezza. Non c'è stato anche un giubileo, quindi una formazione permanente dei reparti mobili, oltre alla formazione specifica costituita nell'occasione, stando all'illustrazione che ha fatto il dottor Donnini?

LUCIANO VIOLANTE. Presidente, vorrei sapere, innanzitutto, se siamo di fronte ad un caso di omonimia o se si tratta dello stesso prefetto Gianni che era questore a Bologna ai tempi della «Uno bianca». Si tratta di lui?

PRESIDENTE. Sì, si tratta di lui.

LUCIANO VIOLANTE. Grazie. In secondo luogo, vorrei sapere quali sono gli indirizzi politici che lei, onorevole Bianco in quanto ministro dell'interno, ha impartito in ordine al rapporto tra tutela della zona rossa e tutela della città.

PRESIDENTE. Se lo ritiene, onorevole Bianco, può rispondere alle domande che le sono state poste.

ENZO BIANCO. Cercherò di rispondere a tutte le domande, anche se sono numerose e complesse.
L'onorevole Cicchitto - la questione è stata poi ripresa, parzialmente, anche da altri - ha chiesto se a mio avviso


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fenomeni di involuzione nell'esercizio di attività di ordine pubblico, in particolare da parte delle forze di polizia, si fossero già manifestati nel nostro paese, in particolare a Napoli. Ci riferiamo, naturalmente, alle vicende accadute a Napoli nel marzo di quest'anno, in occasione della giornata conclusiva dell'importante evento internazionale e-government. Posso confermare che mi trovavo a Napoli perché ero relatore, nella giornata conclusiva, insieme al ministro dell'interno della Repubblica federale di Germania, Otto Schily. Sono stato quindi, in qualche misura diretto testimone di quello che è accaduto. A Napoli, a ridosso del luogo in cui si svolgeva la manifestazione conclusiva, il teatro San Carlo di Napoli (praticamente a cento metri) è arrivato un gruppo di manifestanti che si erano staccati dal corteo principale - che era stato, come altri, pacifico - e stavano cercando di forzare il blocco della polizia allo scopo di fare concludere anticipatamente questo importante consesso internazionale. Vi è stata una reazione ferma da parte delle forze di polizia nei confronti di questo limitato gruppo di alcune centinaia di persone - circa 200 - che stava aggredendo con violenza. Naturalmente, ciò ha determinato vari scontri.
Nello svolgimento della fase successiva all'azione di contenimento, a seguito di immagini televisive che ho avuto modo di vedere direttamente e a seguito di solleciti da parte parlamentare, cui faceva riferimento, ad esempio, il collega Boato, ma anche l'onorevole Mascia - interpellanze e articoli di giornale - ho chiesto al Capo della Polizia, direttore della pubblica sicurezza, di disporre un'indagine per verificare se vi fossero stati eccessi nelle reazioni e in che misura. Tale azione è stata affidata dal prefetto De Gennaro al capo dell'ispettorato del dipartimento della pubblica sicurezza, il dirigente generale Santoro e, naturalmente, ha coinvolto anche il questore di


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Napoli, Izzo. Il Capo della Polizia mi ha informato dell'esito dell'indagine e mi ha dato atto di talune iniziative eccessive da parte di personale in uniforme, peraltro non ancora identificato perché indossante il casco protettivo, così come risulta dall'attività svolta da funzionari responsabili dei contingenti che si sono adoperati per contenere eventuali eccessi e per favorire il rapido deflusso delle persone coinvolte.

MARCO BOATO. Può lasciarci la documentazione relativa a questo punto?

ENZO BIANCO. Sì, posso lasciarla.
Posso dire che si tratta - vi sono anche resoconti giornalistici, oltre che rapporti - di alcuni eccessi, ma nulla di assolutamente paragonabile alle vicende di cui si parla e che riguardano Genova. Vi è stata, tra l'altro - il Capo della Polizia ne dà atto - una ferma azione, da parte di funzionari di Polizia, tendente ad impedire e contenere eventuali eccessi ed a favorire il rapido deflusso delle persone coinvolte.
Quanto alla seconda questione che l'onorevole Cicchitto solleva - ma anche questa è stata già posta -, se cioè io acceda alla teoria della violenza e quale sia la mia valutazione sulla democraticità delle forze di polizia, vorrei cogliere questa occasione per esprimere e ribadire un giudizio di apprezzamento convinto della qualità dell'azione svolta dalle forze di polizia italiane nel nostro paese, nel periodo in cui sono stato ministro dell'interno. Naturalmente esse hanno affrontato complessità di situazioni paragonabili a quelle di altri paesi e, per alcuni aspetti, anche questioni peculiari. Mi riferisco ai meriti indubbi delle nostre forze di polizia in materia di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso; mi riferisco, presidente Bruno - lei lo ricorderà perché è figlio di quella terra -, alla capacità, all'azione e alla professionalità


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dimostrate dalle forze di polizia, anche con modalità organizzative nuove, ad esempio, nella «operazione Primavera» in Puglia, una terra che veniva martoriata dalla presenza di un contrabbando che si dedicava anche ad attività criminali nuove. Insomma, un'azione tale da meritare, certamente, l'amplissimo consenso ed apprezzamento che l'opinione pubblica ha registrato nei confronti delle forze di polizia. Questo credo sia merito della professionalità di questi uomini, della loro abnegazione, del loro spirito di sacrificio ma, naturalmente, anche della qualità dell'azione di chi li dirige e, mi consenta, della chiarezza e della univocità dell'azione svolta dai governi nella legislatura precedente in questo specifico ambito.
Naturalmente questo giudizio, onorevole Cicchitto, che confermo ancora oggi con piena convinzione, non esclude che all'interno delle forze di polizia possano esservi singole persone con diverse responsabilità che abbiano opinioni e culture diverse e che, come è accaduto anche in passato, possono tenere comportamenti illegittimi o addirittura configuranti ipotesi di reato. Cito un episodio per tutti verificatori a Napoli (forse lei lo ricorderà), quando un ragazzo fu ucciso da un agente che gli sparò per non aver ubbidito all'intimazione di fermarsi perché non portava il casco; in quella occasione, in tempo immediato, prima ancora dell'intervento dell'autorità giudiziaria, per mia direttiva, il Capo della Polizia sospese l'agente dal servizio. Quindi, azioni pronte e determinate tendenti a reprimere comportamenti illegali.
Credo che comportamenti illegali vi siano stati e sarebbe molto interessante per me, esponente di una parte politica, rispondere alle sollecitazioni, alle provocazioni e agli stimoli che sono venuti, nel corso del dibattito, anche da lei, onorevole Cicchitto, dall'onorevole Mascia e da altri deputati, ma non lo


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farò perché credo, signor presidente, di essere audito qui, oggi, in qualità di ministro dell'interno in un periodo precedente; pertanto non interessano e non rilevano in questa sede le mie valutazioni politiche su quanto accaduto in questi ultimi giorni. Tra l'altro, signor presidente, sarebbe assolutamente inelegante. Dare la formazione migliore dopo che la partita è stata giocata è uno sport molto diffuso nel nostro paese . Siamo tutti bravi a dire: quello ha sbagliato! Io non voglio cadere in questo errore. Non darò pagelle al mio successore o ad altri.

MARCO BOATO. Il ministro della giustizia ieri lo ha fatto col suo predecessore.

ENZO BIANCO. Ognuno risponde del proprio stile e del proprio modo di essere. Io non intendo farlo e non darò giudizi di carattere politico su «ciò che sarebbe accaduto se», e quant'altro. Certo, il giudizio sulla democraticità delle Forze di polizia e, aggiungo, sull'altissimo livello professionale di esse, intendo confermarlo anche in questa occasione.
Sono state poi sollevate alcune questioni riguardanti presunti ritardi - anche su questo punto vi sono stati molti interventi - da parte delle autorità preposte del Ministero dell'interno, e non solo, in materia di predisposizione del piano di sicurezza. In alcuni di questi interventi si fa riferimento alla lettera che l'ex prefetto Aldo Gianni ha inviato a questo Comitato. Per quanto riguarda i ritardi, intendo ribadire - ma credo sia stato affermato anche da molti autorevoli esponenti che sono stati ascoltati da questo Comitato - che la preparazione del piano per la sicurezza da parte del Governo di cui ero componente è stata, tempestiva e puntuale. L'azione di preparazione, contrariamente a quanto viene detto da qualcuno, è iniziata già nel secondo semestre del 2000 ed è


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precedente alla riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza. Esistono i verbali - che possono essere, ovviamente, acquisiti - che certificano che già dal 16 novembre vi è stata una riunione del comitato nazionale dedicata a questo argomento con la predisposizione di una serie di elementi che vanno in tale direzione.
L'attività di preparazione di un vertice come questo è un'attività continua, nessuno può immaginare che un piano per la sicurezza possa essere elaborato e liquidato un anno prima, questo può dirlo soltanto chi non ha conoscenza né competenza in materia. Tale attività è, infatti, legata all'atteggiamento, alle strategie e alle tattiche delle organizzazioni antagonistiche e violente ed anche ai cambiamenti dello scenario internazionale. Se, ad esempio, un anno prima poteva non essere prevedibile un interesse da parte del terrorismo e dell'integralismo islamico (legato alla condizione del Medio oriente), tale interesse può, in seguito, diventare prevedibile perché la situazione in Medio oriente è divenuta incandescente. Dunque un'azione volta al mantenimento dell'ordine pubblico e della sicurezza si svolge e si completa soltanto all'indomani del verificarsi dell'evento.
L'azione è continuata per tutto il periodo, senza soluzione di continuità; anche durante la campagna elettorale - ci sono gli atti che lo dimostrano chiaramente - l'attività è stata attenta, puntuale e precisa. Non dimentichiamo che, nel frattempo, il nostro paese aveva anche altre questioni di cui occuparsi, sotto il profilo della sicurezza: non lavoravamo solo ed esclusivamente per la preparazione del vertice, ma anche per contrastare l'immigrazione clandestina, sul versante del terrorismo, sulla questione dell'ordine pubblico durante la campagna elettorale (qualcuno di voi ricorderà anche le polemiche riguardo questo aspetto).


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L'ex prefetto Gianni, nell'appunto che è stato ricordato e che è stato qui trasmesso, avanza una serie di critiche, riguardo a questa vicenda, alle azioni svolte dal Governo di cui ho fatto parte, a me personalmente ed al Capo della Polizia. Mi limito ad osservare che nessuna di tali critiche, per queste mancanze o per questa assenza di responsabilità, è stata mai avanzata dal prefetto Gianni durante lo svolgimento del suo incarico. Egli ne aveva la possibilità, innanzitutto nei rapporti diretti che ha tenuto con me: come ho detto all'inizio, egli ha partecipato a tre riunioni del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, aveva la possibilità di interloquire con il capo di gabinetto e, all'occorrenza, direttamente con il ministro dell'interno. Se le osservazioni che egli oggi avanza criticamente fossero state effettuate nel momento in cui ricopriva il suo incarico e se fossero state vere, naturalmente esse avrebbero avuto l'utilità di migliorare la nostra azione. Trovo incredibile che critiche di questo livello non siano mai state formulate, né per iscritto né oralmente, durante lo svolgimento del mandato. È troppo facile, quando non si ha più la responsabilità legata all'appartenenza ad una amministrazione, e quando l'onorevole Bianco non è più ministro dell'interno, ma deputato dell'opposizione, dare sfogo a critiche che non sono state avanzate nel momento in cui dovevano essere esplicitate. Osservo anche che il prefetto Gianni aveva manifestato l'intendimento di mantenere il suo incarico è che questo, naturalmente, poi non avvenne (Commenti del senatore Ioannucci). Nessuna delle osservazioni svolte durante questo incarico, ripeto ancora una volta, è stata presentata nel luogo giusto e, aggiungo, una parte di ciò che viene in quella lettera lamentato riguarda responsabilità che attengono alla figura del rappresentante del Ministero dell'interno, nell'ambito della struttura di missione.


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Per quanto riguarda le altre accuse o critiche o responsabilità su possibili ritardi, in particolare su quanto sosteneva la senatrice Ioannucci in merito alla lettera del collega Dini del 9 marzo, vorrei ricordare ancora una volta il giudizio ed il ringraziamento pieno ed incondizionato che all'attività svolta dal Ministero dell'interno ha reso, in più occasioni, il segretario generale della Farnesina, ambasciatore Vattani, riconoscendo la disponibilità alla collaborazione e la prontezza con la quale abbiamo risolto ogni questione: esso costituisce il migliore riconoscimento per l'azione che abbiamo compiuto. Tutto ciò è avvenuto in un clima - non ho difficoltà a riconoscerlo, come ho già detto durante il mio intervento - talvolta di difficoltà. Vi prego di immaginare cosa significhi predisporre ed approvare definitivamente un piano per la sicurezza quando, ancora sino a giugno inoltrato, non si ha certezza del luogo dove saranno allocate tutte le delegazioni (quindi con problemi di trasferimento e di attraversamento di Genova): tutto questo costituisce la ragione per la quale il ministro dell'interno, in data 16 marzo (successivamente quindi alla lettera del 15 marzo) richiede alla Farnesina di conoscere entro 15 giorni il luogo in cui saranno allocate le delegazioni. Ciò nonostante, abbiamo lavorato, ripeto, predisponendo il piano che poi è stato presentato a fine maggio nel comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica ed approvato definitivamente, per quanto riguarda il periodo di mia permanenza al Viminale, il 2 giugno.
Alcuni hanno sollevato la questione - è stata citata nell'intervento dell'onorevole Mascia e in altri interventi - di quale fosse in quell'occasione la valutazione del Governo e la mia personale riguardo alla possibile contestualità delle manifestazioni di dissenso rispetto allo svolgimento del vertice. Parlo con grande schiettezza e sincerità al Comitato: il


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Governo aveva configurato, com'era normale e comprensibile, l'ipotesi e lo scenario di chiedere che le manifestazioni non avvenissero contestualmente. È fin troppo evidente che per le autorità di pubblica sicurezza è preferibile che le manifestazioni si svolgano prima, in modo da destinare l'attenzione e le risorse di uomini, che comunque sono limitate, a singoli eventi. Debbo dire con altrettanta schiettezza che personalmente non ho mai ritenuto realmente e realisticamente praticabile questa ipotesi, perché conoscendo il movimento coinvolto nelle manifestazioni di dissenso, è fin troppo evidente che l'interesse è quello di svolgere manifestazioni mentre vi sono i Capi di Stato e di Governo nella città e soprattutto, mi si consenta, mentre vi è l'attenzione dell'opinione pubblica e dei mass media. È dunque irrealistico prospettare altro e ciò non riguarda solo l'Italia, ma tutti paesi, poiché non vi è Stato in cui il dissenso non si manifesti o non cerchi di manifestarsi in modo contestuale. Questa è stata la mia opinione ed è la ragione per la quale, nel riconfermare i punti qualificanti esattamente nell'ordine in cui il collega Boato ha ricordato - garantire la sicurezza della città, la manifestazione del dissenso, la sicurezza per i partecipanti al vertice - le indicazioni sono state coerenti rispetto a tali punti, così come il piano predisposto (ivi compresa la delimitazione della zona gialla e della zona verde).
Una delle questioni che hanno costituito oggetto di attenzione in diversi interventi è quella del rapporto e del dialogo con il Genoa social forum: anche riguardo a ciò, sono giunte critiche da alcune parti circa la carenza di dialogo con gli organizzatori del dissenso. Vorrei ricordare, sotto questo profilo, che effettivamente il 5 aprile, su mia precisa direttiva, come è evidente, il capo di gabinetto, il prefetto di Genova, che non si trovava casualmente a Roma...


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MARCO BOATO. Il prefetto Gianni scrive che non è vero che si trovasse a Roma per quello...

PRESIDENTE. Onorevole Boato, la prego!

ENZO BIANCO. Lo ha ricordato anche il collega Palma, ma questo dimostra un certo animus che è contenuto in essa... Il prefetto Sorge e gli altri - il prefetto di Genova - che incontrano (sulla base di quanto mi è stato riferito, ma anche del rapporto della riunione) il Genoa social forum hanno ricevuto sostanzialmente, da parte dei loro rappresentanti, la presentazione di due richieste: poiché erano circolate sulla stampa notizie che il Governo si sarebbe opposto a tenere o a far tenere manifestazioni di alcun tipo nella città di Genova, la prima richiesta era quale fosse la nostra posizione al riguardo. Il secondo punto di domanda si riferiva alla disponibilità del Governo con riguardo alla possibilità di ospitare ed organizzare un luogo - ripeto, la cosiddetta cittadella - in cui tenere una serie di manifestazioni. Queste erano le due richieste che venivano formulate dal Genoa social forum. Ebbene, il prefetto Sorge a tali richieste, su mia direttiva, fornisce risposte precise che voglio ricordare, risposte che peraltro avevo pubblicamente più volte ribadito in quell'occasione: la mia opinione circa lo svolgimento delle manifestazioni (che in Italia è diritto sancito dalla Costituzione, dall'ordinamento vigente) è che vi è piena libertà di tenere ogni tipo di manifestazione, naturalmente nei limiti attinenti ai profili di sicurezza; era intendimento del Governo di consentire pienamente l'esercizio di questo diritto costituzionale, con modalità da concordare, per fare in modo che questo non confliggesse con l'esigenza fondamentale della sicurezza nella città e per quanto riguardava il vertice.


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Questo è ciò che il prefetto Sorge ribadisce in quell'occasione, così come ribadisce l'atteggiamento favorevole da parte del ministro dell'interno circa la possibilità, anche a scopi di sicurezza, di avere una cittadella o un luogo in cui far svolgere una serie di manifestazioni che immaginavamo di poter localizzare in modo compatibile con il resto.
Queste sono le ragioni per cui i partecipanti a quell'incontro esprimono, sia soddisfazione immediatamente, sia l'indomani. Sulla base di ciò prosegue il contatto con l'autorità che il Governo aveva indicato come interlocutore degli organizzatori, cioè il prefetto di Genova. Qualcuno chiede: perché il prefetto di Genova? In proposito, una prima considerazione che posso fare è di carattere tecnico-politico. Una volta ribadito il principio che era stato affermato da parte nostra, sulle manifestazioni non vi era più un livello di confronto «politico»: piuttosto, vi era un confronto di carattere tecnico sulle modalità di svolgimento della manifestazione, cioè se il corteo dovesse passare da una strada piuttosto che da un'altra. Ciò, a mio giudizio, non è responsabilità del ministro dell'interno, bensì degli organi tecnici delle autorità di pubblica sicurezza, cioè del livello che compete alla responsabilità del prefetto e del questore di Genova.
Vi è anche, se volete, una seconda valutazione che ho fatto e che non ho naturalmente trascurato. Poiché il vertice si teneva dopo lo svolgimento di una elezione politica e dopo il 13 maggio sapevamo perfettamente che il Governo che sarebbe andato al vertice e che avrebbe organizzato la parte conclusiva del vertice sarebbe stato quello presieduto dall'onorevole Berlusconi, il Governo del Polo, ho considerato che il prefetto di Genova era un'autorità che avrebbe assicurato una sorta di continuità istituzionale. Sapevamo anche che, mentre l'attività di preparazione in generale era propria anche del precedente


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Governo, alcune di queste scelte non potevano che essere compiute dal nuovo Governo. Quindi, non assumere impegni che poi avrebbero potuto essere modificati da altri, rappresentava anche una forma di rispetto verso il nuovo Governo.
Con riferimento alla domanda postami dall'onorevole Sinisi...

PRESIDENTE. Credo, onorevole Bianco, che lei non abbia risposto interamente ad una domanda della senatrice Ioannucci. Prego, senatrice Ioannucci.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Le avevo chiesto, signor ministro, se questa contraddizione o questi problemi, come lei li ha chiamati, fra il Ministero dell'interno e il Ministero degli affari esteri - che poi lei stesso prima ha ammesso -, erano stati tra le cause per cui il Presidente Amato era stato poi costretto ad affidare al Ministero degli affari esteri tutta la preparazione così il ministro Dini ci ha detto questa mattina.
Vorrei anche dirle che quanto aveva scritto il prefetto Gianni è tutto documentato negli allegati alla lettera, fra i quali la lettera di Dini che poi stamattina il ministro ha confermato. Vorrei solamente avere una precisazione da parte sua in merito (Commenti del deputato Boato).

PRESIDENTE. Abbia pazienza, onorevole Boato. C'è qui il ministro il quale credo che stia rispondendo con molta serenità. Cerchiamo di dargli un contributo.
L'onorevole Mascia voleva un chiarimento; prego, onorevole.

GRAZIELLA MASCIA. Vorrei capire se lei pensa di aver risposto alle mie domande, perché mi sembra ci siano ancora diverse questioni aperte. Lei può ritenere opportuno non


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esprimere valutazioni, ma le ho chiesto di chiarire aspetti specifici da lei scritti sui giornali: sul livello di continuità, sulla valutazione della stessa zona gialla, sui Tonfa ed, infine, sugli esponenti politici che secondo lei avrebbero in qualche modo coperto i violenti.

ENZO BIANCO. Riprendo, dunque, da dove ero rimasto. Stavo rispondendo ad una specifica questione sollevata dall'onorevole Sinisi riguardo alla conoscenza da parte del ministro dell'interno di rapporti investigativi dei Carabinieri su attività che potevano riguardare vicende di ordine pubblico: rapporti, quindi, conseguenti a indagini in corso ma con rilievi di ordine pubblico.
Devo dire, francamente, che non sono stato messo a conoscenza degli stessi. Il ministro dell'interno, il quale è autorità nazionale di pubblica sicurezza, ma anche in materia di ordine pubblico per i profili di propria competenza, non ha conosciuto questi rapporti, che da quello che si è letto potevano avere altre incidenze sulla nostra scelta.
Per quanto riguarda le questioni sollevate dall'onorevole Mascia, si tratta in gran parte di giudizi politici che come esponente di una parte politica sono assolutamente legittimato a dare, ma nelle sedi del dibattito politico. Si tratta di giudizi politici che attengono alla sfera politica, ma poiché, come ho già detto in premessa, sono in questa sede audito in quanto ministro dell'interno fino al 10 giugno, rispondo in questa sede degli atti compiuti fino a quella data. Pertanto, non do giudizi, ad esempio, sulle modifiche, apportate dal mio successore, perché ciò ovviamente non attiene alla mia conoscenza e alla mia attività.
Per quanto riguarda la scelta del tipo di manganello, posso dire che è quello suggerito in modo unanime da parte delle forze di Polizia del dipartimento della pubblica sicurezza,


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trattandosi che si tratta del manganello prevalentemente in uso in gran parte dei paesi più avanzati. Peraltro ritengo e ritenni necessario in quella fase assumere decisioni ed orientamenti che andassero nel senso di una migliore efficienza da parte delle forze di Polizia. Ad esempio, onorevole Mascia, poiché anche lei ha fatto riferimento a Napoli, posso dirle che una delle vicende che mi colpirono fu il fatto che i Carabinieri, durante le manifestazioni di ordine pubblico, usavano ancora il calcio del moschetto, sistema antiquato e superato, che dà luogo ad una difficile manovrabilità dello strumento ed anche a reazioni e a conseguenze non sempre immaginabili. Questa è la ragione per la quale a Genova questo strumento non è stato più utilizzato, e ne è stato utilizzato uno più moderno e più flessibile, come appunto del manganello.
Con riferimento alla domanda che mi è stata posta dalla senatrice Dentamaro circa il passaggio delle consegne (Interruzione del deputato Mascia)... Onorevole Mascia, ho già detto che in questa sede non esprimo giudizi di carattere politico, i quali non attengono alla mia attività di ministro dell'interno. Pertanto la mia opinione è quella riportata nell'articolo richiamato.
Per quanto riguarda la richiesta della senatrice Dentamaro relativamente al passaggio delle consegne, se di questi argomenti ho parlato con il mio successore, l'onorevole Scajola, la mia risposta è ovviamente affermativa, perché come è comprensibile l'attività di collaborazione è stata immediata e leale. Al ministro Scajola è stata trasferita tutta la documentazione, compreso un rapporto sull'attività svolta dal Governo durante il mio incarico, ma anche tutti i documenti conseguenti, che in ogni caso sono gli atti relativi al dipartimento della pubblica


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sicurezza e al gabinetto del ministro. Pertanto, presumo certamente che il collega Scajola fosse esattamente a conoscenza delle decisioni sino a quel momento adottate.
Per quanto riguarda la questione sollevata da ultimo dalla senatrice Ioannunci, cioè se la ragione per la quale venne trasferita la competenza per l'organizzazione da palazzo Chigi alla Farnesina è quella alla quale lei fa riferimento, devo dire che non si tratta affatto di tale motivazione. I tempi lo dimostrano chiaramente: il trasferimento delle competenze venne motivato nell'ambito di una decisione del Consiglio dei ministri, con una comunicazione del Presidente, con il fatto che palazzo Chigi non era una struttura gestionale e non aveva un numero sufficiente di uomini per gestire l'organizzazione di un evento. Era, quindi, necessario affidare una vicenda complessa come il vertice di Genova ad una struttura che avesse una capacità organizzativa propria, che era naturalmente individuata nella Farnesina.
Tengo a ribadire, poiché ella nel porre nuovamente la domanda mi attribuisce una opinione che io non ho espresso in questa sede, che io non ho mai criticato o attribuito responsabilità o incapacità al Ministero degli affari esteri. Mi preme dire che si tratta di difficoltà obiettive. Il fatto che la Farnesina non abbia potuto, con la tempestività che noi avevamo richiesto, farci sapere, per esempio, una decisione importante quale quella relativa alla sede delle delegazioni dipendeva da difficoltà obiettive, e cioè dall'atteggiamento recalcitrante di molte diplomazie, capi di Stato e di Governo, a trasferire per la prima volta la loro residenza in una nave per le ragioni da noi evidenziate.
Da ultimo, vorrei rispondere al giudizio che il collega Anedda ha dato riguardo ad una sua impressione di carattere generale. Egli dice che io ho partecipato a molti incontri e


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riunioni, delle quali ho puntualmente riferito; naturalmente ho scelto gli uomini, ho attribuito responsabilità e ho emanato direttive: questa era la mia competenza. Cos'altro deve fare un ministro dell'interno, se non riunire le autorità competenti, ascoltarle, riflettere sulle loro informazioni, leggere i rapporti? Vorrei rispondere incidentalmente anche al senatore Bobbio: ovviamente tutti i rapporti dei servizi di sicurezza sono stati portati a conoscenza del ministro dell'interno. In tale grandissimo numero di rapporti, che non riguardano tra l'altro soltanto l'argomento in questione ma anche molti altri, ve ne sono alcuni che hanno un margine di utilità assolutamente trascurabile e altri che sono significativi e importanti. I rapporti dei servizi di sicurezza confermano che vi è un crescente pericolo legato alla capacità organizzativa di alcune aree dell'antagonismo, che scelgono la strada dello scontro frontale con le istituzioni, che utilizzano manifestazioni pacifiche (come quelle del dissenso nei confronti del fenomeno della globalizzazione) per scopi che sono completamente diversi rispetto a quelli dei manifestanti pacifici. Tutto ciò è noto al Ministero dell'interno e le azioni sono state naturalmente conseguenti, sia da parte dei servizi di intelligence, sia da parte delle forze di polizia, al fine di contrastare tali rischi. Voglio ricordare che - come qualcuno ha detto in questa sede e come ricordava anche l'onorevole Boato - uno dei tre obiettivi assegnati alle forze di polizia è stato pienamente raggiunto. Si tratta di uno scopo non secondario in quanto, in un primo momento, sembrava che l'obiettivo principale dell'area violenta fosse quello di interrompere lo svolgimento del vertice con qualsiasi forma di violenza. Sotto tale profilo, la capacità e la professionalità delle forze di polizia e degli apparati di intelligence, anche riguardo al contrasto delle


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azioni terroristiche (non dimentichiamo che erano state ipotizzate azioni di questo tipo), è assolutamente adeguata.
Onorevole Palma, lei mi ha domandato ad un certo punto - se non ricordo male - se io non avessi ritenuto, come - lei ha detto - ha fatto il capo della Polizia, di riferire una valutazione in ordine alla crescita della aggressività dei centri sociali del nord-est legata all'esito delle elezioni.

FRANCESCO NITTO PALMA. La mia era una domanda diversa, ma molto più semplice. Poiché il capo della Polizia, in quella riunione del comitato, evidenzia tale acquisizione informativa, volevo sapere se, alla luce di tale informazione riportata dal capo della Polizia, lei avesse inteso fornire delle direttive.

ENZO BIANCO. Nel verbale della riunione del 16 maggio, che è sintetico, non vi è traccia di tale specifica affermazione, che peraltro non ho nessun dubbio di ritenere pienamente avvenuta. La mia valutazione e quella delle forze di polizia, degli apparati di sicurezza del paese, è che il rischio in ordine a possibili azioni di contestazione legate allo svolgimento del G8 fosse presente da tempo, significativamente e indipendentemente dall'esito delle elezioni politiche, che esso si sarebbe manifestato con violenza e intensità in ogni caso e che non riguardava soltanto l'Italia. Tanto ciò è vero che vi sono documenti e dichiarazioni da parte di movimenti violenti, a partire da quelli terroristici, che individuano, ad esempio, nell'area della sinistra moderata uno dei nemici forse più pericolosi rispetto ad altri. Riguardo a ciò sono possibili letteratura e opinioni più diverse; è certo, però, che noi abbiamo presente che il rischio vi fosse e che vi sarebbe stato comunque, anche se il Presidente del Consiglio fosse appartenuto all'area di centrosinistra.


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Da ultimo, ripeto al collega Anedda che ho svolto la mia parte fino in fondo, coerentemente, non sostituendomi ad alcuna altra autorità. Il ministro dell'interno non ha il compito di intavolare trattative tecniche con singole persone in quanto tale sfera di competenza appartiene al prefetto, al questore e, a livello nazionale, al direttore generale della pubblica sicurezza. Io ho agito nel rispetto della professionalità di questi uomini, non disinteressandomi affatto, ma lavorando fino all'ultimo giorno, fino al 9 giugno, correttamente, affinché il mio successore nel nuovo Governo fosse quanto più possibile preparato ad affrontare un evento importante non solo per questo Governo, né per questa maggioranza, ma, onorevole Anedda, per il paese: la buona riuscita dell'evento è una vicenda che riguarda l'interesse di tutto il paese, maggioranza e opposizione.

PRESIDENTE. Nel ringraziarla, presidente Bianco, per la sua collaborazione, le chiedo di volerci cortesemente consegnare i documenti di cui ha parlato.
Sospendo la seduta.

La seduta, sospesa alle 17,55, è ripresa alle 18.

Sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Comunico che sono ora pervenute al Comitato: una lettera del tenente colonnello Salvatore Graci, relativa alle comunicazioni radio intervenute tra la centrale operativa dei Carabinieri e l'autovettura Land Rover a bordo della quale si trovava il carabiniere Placanica nella giornata del 20 luglio; una lettera del segretario generale della Cisal - federazione forze di polizia, in relazione ai fatti accaduti nella


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caserma di Bolzaneto; una relazione del dottor Mortola, dirigente della DIGOS di Genova. Tali documenti saranno distribuiti a tutti i componenti il Comitato.

Audizione del ministro dell'interno Claudio Scajola.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sui fatti accaduti in occasione del vertice G8 tenutosi a Genova, l'audizione del ministro dell'interno Claudio Scajola, il quale ha chiesto di essere accompagnato dal prefetto Roberto Sorge, capo di gabinetto del Ministero dell'interno, dal prefetto Carlo Mosca, direttore dell'ufficio centrale legislativo, dal prefetto Sabato Malinconico, vicecapo della Polizia, e dal dottor Roberto Arditti, portavoce.
Se non vi sono obiezioni, così rimane stabilito.
Prima di dare inizio all'audizione in titolo, ricordo che l'indagine ha natura meramente conoscitiva e non inquisitoria.
La pubblicità delle sedute del Comitato è realizzata secondo le forme consuete previste dagli articoli 65 e 144 del regolamento della Camera, che prevedono la resocontazione stenografica della seduta.
La pubblicità dei lavori è garantita, salvo obiezioni da parte dei componenti il Comitato, anche mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, che consente alla stampa di seguire lo svolgimento dei lavori in separati locali.
Non essendovi obiezioni, dispongo l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso.
Ringrazio il ministro Scajola per avere accolto il nostro invito. Poiché vedo che ha una relazione, la pregherei di darne lettura al Comitato.

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Onorevoli senatori, colleghi deputati, l'audizione di oggi mi consente di


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rappresentare al Parlamento il pensiero e le valutazioni del ministro dell'interno nell'ambito dell'indagine conoscitiva, ormai in via di conclusione, che non mancherà, ne sono certo, di fornire il proprio contributo alla ricerca della verità sugli avvenimenti che hanno contraddistinto i giorni difficili del G8 di Genova.
Ricordo infatti che è già stata espletata un'indagine amministrativa e che è tuttora in pieno svolgimento l'inchiesta giudiziaria aperta dalla magistratura per accertare le effettive responsabilità penali.
Mi auguro che il lavoro svolto dal Comitato ed i suoi esiti contribuiscano a fare chiarezza sull'intero scenario degli avvenimenti relativi al G8, allontanino le polemiche ed aiutino a riconfermare la fiducia alle forze di polizia, a tranquillizzare la gente sulla tenuta dello Stato democratico, a respingere ogni forma di violenza da chiunque avallata, a volgere, in sostanza, lo sguardo al futuro per prepararci ad affrontare meglio i gravosi impegni che ci attendono ed i programmi che l'Italia ha intenzione di attuare.
Le Commissioni riunite hanno a disposizione una notevolissima quantità di dati, di notizie, e di informazioni acquisite dalla viva voce dei protagonisti, direttamente coinvolti negli aspetti organizzativi della gestione dell'ordine pubblico e in quelli tecnico-operativi dell'attività di Polizia.
Nella mia esposizione sintetica intendo attenermi alla dimensione politica, di ministro dell'interno, al quale la legge riconduce, in quanto autorità nazionale di pubblica sicurezza, la responsabilità politica della tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, nonché l'alta direzione ed il coordinamento dei servizi di ordine e di sicurezza.
Assunto l'11 giugno di quest'anno l'incarico di ministro dell'interno, ho subito promosso i provvedimenti attribuiti alla


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mia esclusiva competenza per garantire la riuscita del vertice internazionale G8. Si è trattato di iniziative, di istruzioni, di riunioni, espressione del generale potere di direttiva, di sollecitazione e di impulso propri della sfera della responsabilità di cui il ministro è direttamente titolare.
Ho personalmente e progressivamente verificato l'organizzazione sui luoghi del vertice, tenendomi costantemente al corrente, tramite il prefetto di Genova e il capo della Polizia, di ogni sviluppo, sempre preoccupandomi di evitare rischi e disagi, nei limiti del possibile, ai cittadini residenti o a chi, comunque, si trovasse in città. Il Parlamento è stato da me già largamente informato sulle iniziative intraprese affinché il vertice del G8 potesse tenersi nelle migliori condizioni.
Il 17 luglio, infatti, svolgendo alla Camera un'informativa sull'attentato alla stazione dei carabinieri di San Fruttuoso, ho avuto modo di illustrare le misure del Governo decise in occasione del Comitato nazionale dell'ordine e della sicurezza pubblica da me presieduto il 3 luglio, ispirate essenzialmente ai seguenti obiettivi: assicurare il regolare svolgimento del vertice, garantendo ai Capi di Stato e ai Capi di Governo e a tutte le delegazioni di partecipare in condizioni di completa sicurezza; tutelare i diritti e l'incolumità dei cittadini di Genova e, più in generale, come ho detto, di tutte le persone che, a qualsiasi titolo, fossero a Genova in quei giorni; garantire la libertà di manifestazione durante le giornate della conferenza a tutti coloro che avessero pacificamente espresso le loro opinioni nel pieno rispetto della legalità; agire con il massimo rigore nell'azione di contrasto verso i violenti che avessero tentato di turbare il sereno svolgimento delle manifestazioni a tutela dei genovesi e degli stessi manifestanti; offrire piena fiducia all'azione delle forze dell'ordine nel loro


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insieme e a tutte le strutture degli enti territoriali che, già da mesi, in precedenza lavoravano per la buona riuscita del G8.
Appare evidente a tutti che la gestione dell'ordine pubblico è stata ispirata ai più rigorosi principi di democrazia e alla convinta difesa dell'esercizio dei diritti di libertà, nel fermo proposito di garantire le istituzioni democratiche del paese da qualunque attacco sovversivo o comunque violento. Mi sento del resto, e ne sono consapevole, preposto ad un ministero che ha la sua principale missione proprio nella difesa delle garanzie costituzionali degli affari interni, civili, cioè dei cives.
La sicurezza non è un fine ma uno strumento per garantire l'esercizio della libertà; esercizio che non può essere però contaminato da alcuna forma di violenza.
In questo quadro non posso esimermi dal rilevare che, sul fronte dell'antiglobalizzazione, vi è stato anche chi ha accettato la violenza, chi non ha sufficientemente reagito, chi addirittura è stato consapevolmente o inconsapevolmente connivente. La violenza non può e non deve essere strumento politico.
Le teorie che, invece, la giustificano sono patrimonio storico di alcune aberranti ideologie e non possono essere presenti negli Stati di diritto e di democrazia avanzata, soprattutto in un paese come il nostro che ha già pagato prezzi altissimi nella non lontana stagione del terrorismo.
Patrimonio della democrazia sono il dialogo, il confronto, la mediazione, il rispetto reciproco ma anche la fermezza nel difendere la democrazia e le sue istituzioni.
La linea scelta dal Governo è stata quella del dialogo e della più larga disponibilità nei confronti di quanti avessero voluto manifestare democraticamente il loro dissenso.
Già il 19 ed il 21 giugno, all'indomani dell'insediamento del governo Berlusconi, ho incontrato a Roma il sindaco di Genova, il presidente della provincia, il presidente della


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regione e successivamente i parlamentari eletti in Liguria. Ad essi ho rivolto un invito ad individuare, in tutte le forme ritenute possibili, gli spazi necessari ad assicurare lo svolgimento di manifestazioni pacifiche purché non incompatibili con le decisioni assunte dagli organi locali in materia di pubblica sicurezza.
Sul versante dell'attività di prevenzione in senso stretto, tutti i provvedimenti che hanno riguardato inevitabilmente le limitazioni alla libertà di movimento e di circolazione sono stati preceduti da fasi di concertazione a livello di cooperazione politica.
Il 13 luglio scorso ho partecipato a Bruxelles ad una riunione straordinaria del Consiglio dei ministri della giustizia e degli affari interni dell'Unione europea in cui ho esposto la linea seguita dal Governo in preparazione del G8 di Genova, constatando, da parte dei 15 paesi europei, in modo unanime, piena condivisione per le iniziative intraprese e le misure adottate, come la sospensione degli accordi di Schengen. Tale provvedimento in Italia ha suscitato vivaci polemiche, anche di autorevoli parlamentari, nonostante fosse stato adottato da altri paesi europei per analoghi periodi, in occasione di circostanze anche meno importanti.
Un'altra polemica pretestuosa ha riguardato l'apertura della stazione di Brignole. Ritengo di dover chiarire, onorevoli colleghi, che anche in questo caso è stata studiata una attenta pianificazione che ha dovuto tenere presente non solo l'accesso e l'afflusso dei dimostranti ma anche il loro deflusso da Genova.
Un altro aspetto a mio avviso significativo, cui ho dedicato particolare attenzione, è stato quello della formazione e dell'addestramento degli operatori di Polizia. A tale riguardo voglio qui ricordare che, concluso il vertice di Bruxelles del 13


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luglio, sono intervenuto a Genova ad una riunione con la partecipazione di tutti i funzionari e gli ufficiali delle forze di Polizia impegnati nell'attuazione del difficile e complesso dispositivo di sicurezza.
In tale circostanza ho raccomandato massima prudenza ed equilibrio negli interventi operativi, avendo presente che l'obiettivo finale era quello di contemperare le esigenze di ordine pubblico con la libertà di manifestazione legittima del dissenso. Queste mie direttive sono state trasfuse poi in un apposito opuscolo operativo distribuito a tutti i reparti impegnati, a tutti i singoli tutori delle forze dell'ordine a Genova.
Un ulteriore aspetto a cui mi sono dedicato con scrupolo è stato quello, svolto d'intesa con il ministro degli affari esteri, della definizione dei particolari relativi alla sistemazione logistica delle delegazioni, che ha richiesto progressivi e graduali aggiustamenti nella ricerca delle varie soluzioni e che è stato possibile definire solo a pochi giorni dall'inizio del vertice, non certo per nostra volontà.
In estrema sintesi, queste sono le iniziative da me assunte in vista del vertice del G8, anche tenendo conto delle preoccupazioni emerse a seguito dei violenti accadimenti di Göteborg.
Sono necessarie su questo punto alcune riflessioni e valutazioni, che intendo sottoporre al Parlamento: sul Ministero dell'interno sono ricaduti, per la parte di competenza, l'onere e la grande responsabilità di organizzare e gestire una riunione senza precedenti, come i fatti - ahimè - hanno poi dimostrato. A questo impegno il dipartimento della pubblica sicurezza ha risposto con uno sforzo notevole, predisponendo con largo anticipo una macchina organizzativa che ha raggiunto standard di efficienza notevoli. Va quindi dato atto dell'impegno profuso dal Capo della Polizia e da tutti i suoi


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collaboratori, dal Comandante generale dell'Arma e dai suoi ufficiali, dal prefetto di Genova e dal suo staff, oltre che dalle altre forze di polizia. In considerazione di questo impegno - che non ha precedenti -, appaiono pretestuose e prive di fondamento le polemiche, che non accennano ad attenuarsi, nei confronti dell'operato delle forze dell'ordine, le quali continuano, invece, a ricevere attestazioni di stima e di fiducia da parte dei cittadini.
Ritengo, ormai, quanto mai indispensabile una pausa di meditazione che induca tutti ad una serena valutazione di quanto è accaduto; pur se vi saranno responsabilità dei singoli, che dovranno essere comunque accertate, è stato organizzato e tenuto un vertice e sono stati sostanzialmente raggiunti gli obiettivi fissati, anche se è innegabile - chiaro a tutti - che non tutto si è svolto come avremmo sperato. L'esito e lo svolgimento delle vicende è cosa diversa, in quanto attiene alla gravità di un attacco criminale, sistematico e preordinato, che non deve in alcun caso offuscare il livello della preparazione, l'impegno e lo sforzo, in un contesto caratterizzato da condizioni di grandi difficoltà, dovuto anche al clima di violenza e di intimidazione costruito intorno all'evento.
Debbo ancora ricordare, onorevoli colleghi, le martellanti manifestazioni verbali di violenza e i propositi di impedire, a qualsiasi costo, lo svolgimento del vertice e il susseguirsi di plichi esplosivi ed incendiari nei giorni che hanno preceduto l'incontro. Debbo ancora ricordare la disinformazione, orchestrata solo da pochi, per mistificare la realtà degli accadimenti e per offuscare l'esito complessivo del G8, riuscendo a concentrare l'attenzione della pubblica opinione soltanto su alcuni episodi. Come dimenticare le violente dichiarazioni dei vari Agnoletto e Casarini - per citarne alcuni -, con cui si è manifestata un'aperta volontà di assalto alla zona rossa? Come


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non giudicare grave l'errore, commesso da taluni esponenti politici, nel sottovalutare il linguaggio, gli atteggiamenti e i propositi, anche violenti, manifestati da alcuni componenti del Genoa social forum in tutta la fase del pre-vertice, confondendo, talvolta, la premeditazione con il folclore? Non vi era nulla di democratico in quei giovani che si riunivano per addestrarsi ad infrangere la legge, simulando aggressioni e scontri con le forze dell'ordine, o nel proposito, più volte dichiarato, di voler forzare a tutti costi la zona rossa.
In questo clima sono maturati i violenti episodi del 20 luglio nel corso dei quali un giovane manifestante ha tragicamente perso la vita.
In questo stesso clima hanno operato le forze dell'ordine, alle quali voglio rendere merito del loro grande senso del dovere e delle istituzioni, che non può essere offuscato dagli eccessi di reazione di pochi. È inaccettabile l'affermazione di chi è giunto, addirittura, a definire le forze dell'ordine come l'operato di rappresaglie di tipo cileno, ed è fermamente da respingere qualsiasi altra illazione su questo punto. Ciò mortifica lo sforzo di tanti nel difendere la democrazia e che non possono essere etichettati, per mera convenienza strumentale, come incivili o antidemocratici.
È risibile l'affermazione di chi, ascoltato in quest'aula, ha accusato le forze di polizia di avere impedito lo svolgimento di un corteo autorizzato. Se una manifestazione è, infatti, consentita, questo non significa che sia possibile attaccare, con lanci di bottiglie molotov, pietre ed armi improprie, polizia e carabinieri impegnati a difesa delle zone interdette e che sia illegittimo, da parte delle forze dell'ordine, intervenire per ripristinare la legalità turbata dalla violenza di manifestanti chiaramente intenzionati a forzare un blocco.


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Mi auguro che la magistratura faccia luce in tempi brevi su tutti gli episodi, ma auspico anche che questa vostra indagine parlamentare non sia orientata solo nella direzione di accertare abusi della Polizia.
Desidero ribadire l'impegno delle forze di polizia, perché è giusto riconoscerlo a quanti sono intervenuti a Genova. Hanno operato, colleghi, per il rispetto della legalità 5.200 poliziotti, 4.700 carabinieri, mille finanzieri. Non posso dimenticare neanche l'apporto dei militari delle forze armate. È giusto riconoscere l'impegno di coloro che, dinanzi a tante difficoltà e a scenari di violenza inaudita, hanno rivelato una grande capacità professionale. Come ministro dell'interno e come cittadino della Repubblica, sono grato alle forze dell'ordine per questo impegno, che sicuramente merita un trattamento più dignitoso sotto ogni profilo.
Sono state mosse alcune osservazioni alle modifiche apportate al piano di sicurezza predisposto dal precedente Governo; una di queste critiche riguarda la cosiddetta zona gialla, nella quale era stato previsto il divieto di manifestazione. Oltre ai confini dell'area invalicabile di massima sicurezza, riservata ai movimenti delle personalità e delle delegazioni del G8, definita e più nota come zona rossa, un'ampia zona gialla era infatti presente anche nel piano definitivo come un vero e proprio cuscinetto a protezione dell'area di massima sicurezza conservando, quindi, la sua funzione strategica. Essa ne ha assunto, anzi, una ancora più rilevante, di deflazione delle tensioni e di separazione dei gruppi antiglobalizzazione non violenti dagli altri.
Una volta definita la collocazione delle delegazioni, soltanto negli ultimi giorni il regime di flessibilità della zona gialla ha consentito al questore di lasciare spazio a manifestazioni che si preannunciavano del tutto pacifiche, proprio con lo scopo


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di alleggerire i motivi di tensione con i manifestanti. I tentativi di attraversare con la violenza la zona gialla sono rimasti comunque circoscritti; quelli di violare la zona rossa sono stati completamente impediti.
Altri rilievi sono stati mossi al coordinamento tra le varie forze di Polizia e all'interno della stessa polizia di Stato, con accenti critici sull'interferenza svolta dal livello centrale sulle autorità locali di pubblica sicurezza. In proposito, desidero chiarire che non vi è stata confusione tra competenze degli organi centrali e determinazioni degli organi locali. D'altra parte, sarebbe fuorviante immaginare che un evento di tale portata potesse essere lasciato alle sole autorità locali, senza il necessario supporto di efficienza e di ausilio di un organismo esperto e collaudato come il Dipartimento della pubblica sicurezza. Quindi, è del tutto improprio parlare di un commissariamento delle autorità locali, che hanno mantenuto integralmente le loro competenze nell'adottare i provvedimenti di polizia. Ciò vale per il prefetto di Genova, la cui ordinanza è stata anche oggetto di ricorsi, e per il questore, che ha adottato le ordinanze per l'organizzazione tecnica dei servizi di polizia. Il dipartimento della pubblica sicurezza ha, invece, assolto la funzione che gli è propria, fornendo tutto il necessario rinforzo e supporto: uomini, mezzi, attrezzature tecnico-logistiche.
Con queste osservazioni, intendo fornire risposta anche alle polemiche che hanno fatto seguito alla perquisizione della scuola Diaz: sul punto, comunque, ho già fornito chiarimenti in precedenti occasioni. Tuttavia, ritengo necessario ribadire, pure in questa sede, che le operazioni tipiche della polizia giudiziaria non devono essere preventivamente comunicate al ministro e, meno che mai, da questi autorizzate. Respingo quindi ogni illazione che l'operazione sia conseguita ad una


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decisione politica. Personalmente - e lo ripeto davanti a voi, rappresentanti del Parlamento -, non vorrei certamente vivere in uno Stato nel quale il ministro dell'interno dispone delle perquisizioni. Tuttavia, non nascondo che, appresi gli esiti dell'operazione, ho avuto dubbi e perplessità sulla sua organizzazione e direzione. Per questo motivo, ho chiesto immediatamente al capo della Polizia di disporre un'inchiesta ispettiva sull'episodio, le cui conclusioni ho inviato subito anche a tale Comitato. Comunque, è stato per me motivo di amarezza constatare come questo episodio, sul quale è in corso un'indagine della magistratura (che spero si concluda in tempi brevi, facendo completa luce sui fatti e le responsabilità di chiunque), abbia gettato ombre sull'intera gestione dell'ordine pubblico e sulle forze di polizia. Questo lo dico perché, certamente, vi sono stati errori, comportamenti sbagliati, contraddizioni anche da parte di funzionari chiamati a rendere le proprie dichiarazioni in quest'aula, ma mi sembra ingeneroso dimenticare quanto è stato fatto per assolvere ad un impegno tanto gravoso, quanto delicato.
In questa sede, in più occasioni, è emersa la preoccupazione che possa essere limitato il pieno esercizio della libertà di manifestare. Intendo fugare tali ingiustificate preoccupazioni: il Governo Berlusconi non attenuerà mai il livello delle garanzie riconosciute a tutti cittadini di esprimere pacificamente e democraticamente il dissenso. Non è necessario delineare una nuova filosofia dell'ordine pubblico o un nuovo concetto di prevenzione, ma, semplicemente occorre, prendere atto dei confini che separano la gestione dell'ordine pubblico da vere e proprie forme di guerra condotte all'interno dei centri urbani. A Genova si è riproposto lo stesso scenario delineatosi da Seattle a Göteborg, ma in modo ben più grave e molto più esteso. Di qui, discendono tre conseguenze.


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La prima è che le forze di polizia, per difendere i diritti di libertà garantiti dalla Costituzione a tutti i cittadini debbono essere poste in condizione di agire in assoluta serenità e in un clima condiviso di rispetto e di apprezzamento. La seconda è quella di rivedere e di migliorare il livello di preparazione professionale del personale chiamato a fronteggiare situazioni del tutto nuove. La terza è quella di sostenere il rafforzamento in sede europea di forme di collaborazione sempre più incisive ed efficaci sul piano operativo, superando quei limiti che oggettivamente si sono evidenziati in occasione del G8. Questo è un impegno che desidero ribadire e riaffermare davanti al Parlamento nella mia responsabilità di titolare del Ministero dell'interno.
Colgo anche l'occasione per chiarire a chi muove critiche in questa direzione che i vertici della NATO e della FAO, già programmati, si terranno regolarmente e che sarà garantito l'ordine pubblico a tutela delle istituzioni e delle libertà civili. Non saranno vietate le manifestazioni di dissenso che sono espressione viva e significativa delle società democratica, a condizione però che si svolgano nel rispetto della legalità e in forma pacifica, come prevede espressamente la nostra Costituzione repubblicana.
Non voglio in questa sede sottrarmi al tema dei contatti e delle iniziative intraprese dal Governo con gli esponenti del movimento anti-globalizzazione. Desidero chiarire che, fin dall'inizio, obiettivo del Governo è stato quello di ricercare, con il movimento no-global, la possibilità di un dialogo in una prospettiva che mira a trovare un punto di equilibrio tra esigenze contrapposte. Si è cercato di recuperare al confronto democratico e alla dialettica politica quelle frange del dissenso disponibili alle logiche del dialogo, al metodo della conciliazione degli interessi e alla mediazione politica. Non vi è mai


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stata alcuna chiusura da parte del Governo nei confronti del movimento e, se erano ritenuti inderogabili gli impegni internazionali, purtuttavia, veniva riconosciuto il diritto al dissenso del movimento stesso.
Peraltro, la linea del dialogo ha trovato conferma anche in Parlamento, onorevoli colleghi, quando con una maggioranza quasi unanime, su proposta del ministro dell'interno, si è giunti all'approvazione di uno stanziamento di 3 miliardi di lire destinato agli enti locali per l'accoglienza dei manifestanti.
È stato anche sostenuto da alcuni che il dialogo mantenuto con i rappresentanti del Genoa social forum, in particolare dal ministro Ruggiero, con il quale ho lavorato in piena sintonia, avrebbe, in sostanza, dato legittimazione agli interlocutori, poi rivelatisi inaffidabili, finendo con l'indebolire il sistema di sicurezza originariamente delineato.
Desidero qui ribadire che questo Governo ha riallacciato un dialogo già avviato e poi interrotto prima del suo insediamento durante il periodo elettorale e nella formazione del nuovo Governo. I primi contatti intrapresi con esponenti del Genoa social forum dal Ministero dell'interno risalgono, infatti, ai primi giorni del mese di aprile, quando una delegazione di quell'organismo fu ricevuta al Viminale. Nel corso dell'incontro venne rappresentato, fra l'altro, che il prefetto di Genova era stato delegato dal Governo a tenere i rapporti con le organizzazioni non governative in vista del vertice G8 e furono affrontati i problemi relativi all'organizzazione di manifestazioni di dissenso pacifiche, sollecitando l'impegno del Genoa social forum alla massima collaborazione per isolare le frange di contestazione violenta. Ma questa sollecitazione, come sappiamo, è stata completamente, in grande parte, disattesa nei giorni del vertice.


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Intenderei chiarire un ultimo profilo. Nel corso delle audizioni sono state sollevate critiche sui provvedimenti adottati dal ministro dell'interno nei confronti di alti dirigenti della Polizia di Stato. I provvedimenti che hanno riguardato tre funzionari non rappresentano in alcun modo un giudizio preventivo; essi sono stati dettati esclusivamente da ragioni di opportunità - come ho avuto modo di precisare nella proposta inviata alla Presidenza del Consiglio dei ministri - e dall'intento di garantire la piena serenità durante lo svolgimento delle indagini. Quanto poi avvenuto mi conforta sulla bontà del provvedimento, preso per garantire, come è stato nelle ultime settimane, la possibilità di non confondere ruoli di istituzioni importanti durante un'inchiesta della magistratura.
Signor presidente, signori senatori, signori deputati, vengo alla conclusione del mio intervento, con il quale ho inteso ripercorrere i tratti salienti, soffermandomi sugli aspetti di maggiore importanza. Tra questi ve ne è uno che desidero ancora sottoporre all'attenzione delle Camere, cui ho già fatto riferimento e che, come ministro dell'interno, è fonte di grande preoccupazione. Più passano i giorni e più lo stillicidio di affermazioni, illazioni e smentite, invece di attenuarsi, aumenta di intensità e di tono. Anche mediante, talvolta, una rappresentazione degli avvenimenti non rispondente al vero, ingigantiti e travisati ad arte, si tende a creare una atmosfera confusa e pericolosa che, da un lato, sembra voler delegittimare progressivamente le istituzioni e apparati fondamentali dello Stato già sottoposti ad una pressione continua e crescente e, dall'altro, punta a disorientare l'opinione pubblica.
Tutto questo in un momento nel quale occorrono, invece, riflessione ed equilibrio, di fronte a fenomeni emergenti che toccano trasversalmente le società moderne e che vanno compresi e mediati nell'esercizio della dialettica e del confronto


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politico, per evitare che possano essere utilizzati per fornire copertura a progetti che contrastano con i principi di legalità e di democrazia.
Occorre placare le polemiche e le passioni, occorre pensare al futuro, soprattutto agli impegni che tutti abbiamo davanti e all'esigenza di non mortificare, per gli errori - anche gravi - di pochi, il lavoro onesto di molti. È in gioco non il destino personale di singoli, ma quello delle forze dell'ordine e, con esso, dell'intera comunità che non può fare a meno di un servizio come quello della sicurezza pubblica che è un bene prezioso di tutti ed è un patrimonio indisponibile dello Stato, al di là dei diversi schieramenti di maggioranza e di opposizione.
Questo anche per consegnare ai tanti giovani ricchi di sentimenti positivi, pieni di speranze e di ideali, un paese in cui la passione civile non venga contaminata dalla violenza e resti fedele ai valori di una vera democrazia.
Questo è lo spirito che mi ha guidato nel convocare, il 5 settembre scorso, la riunione del comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica, nel quale sono state tracciate per il futuro le linee di indirizzo politico in tema di ordine pubblico.
Con lo stesso spirito mi permetto di rivolgermi a voi, onorevoli colleghi, nel concludere questo intervento, talvolta necessariamente forte nei toni. Rivolgo un appello ai rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione, affinché tutti si facciano carico delle preoccupazioni del paese, non facendo mai mancare alle forze di polizia il sostegno e l'appoggio condiviso, nella convinzione che in democrazia le forze dell'ordine non sono e non possono essere uno strumento di parte, ma sono al servizio di tutti i cittadini e non devono e non possono essere terreno di scontro politico.


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ANTONIO SODA. Signor ministro, la ringrazio per la sua relazione. Ho alcune domande da rivolgerle ma, considerate le valutazioni politiche che ella ha svolto, mi consenta di convenire con lei sul ruolo e sulla funzione del ministro dell'interno, sulla natura e sul valore della sicurezza come strumento per l'esercizio delle libertà e dei diritti dei cittadini, come, peraltro, è scritto dalla legge n. 121 del 1981.
Convengo anche sul fatto che non bisogna accettare la violenza, che non bisogna essere conniventi e che bisogna contrastarla, nonché sulle espressioni di fiducia verso tutte le forze dell'ordine come presidio delle istituzioni democratiche al servizio di tutti i cittadini; mi consenta, però, di dire che ciò non è in discussione e non è questo il tema del nostro Comitato di indagine.
Pertanto, prima di passare alle domande, mi consenta di dire che dissento dalle sue valutazioni in ordine alle questioni che sono davanti a noi e alle ragioni del mancato isolamento dei violenti; dissento su ciò che mi è parso rimanere ancora, sia pure in modo meno esplicito rispetto al suo intervento del 23 luglio, un giudizio di criminalizzazione globale dell'intero movimento, il che significa esprimere un giudizio verso centinaia di migliaia di giovani che erano a Genova solo per manifestare pacificamente.
Il terzo motivo di dissenso concerne la natura e la dimensione della violenza esercitata nei confronti di tanti, troppi, pacifici dimostranti.
Il quarto elemento di dissenso riguarda la natura e la dimensione degli abusi verso i fermati e gli arrestati. Questi, penso, dovranno essere i temi della nostra discussione generale.
Lei, il 23 luglio, in Parlamento, ha affermato che: le autorizzazioni concesse dalle autorità di Polizia prevedevano


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soltanto alcune manifestazioni per il 20 luglio sotto forma di sit-in in determinate piazze ed un unico corteo nel pomeriggio del 20 luglio, richiesto dai lavoratori aderenti al CUB. Abbiamo acquisito l'ordinanza del questore di Genova n. 1, protocollo 29/77/2001, del 19 luglio 2001, che prende atto anche dei cortei del mattino e vieta soltanto la parte terminale di questi ultimi. Conosceva, all'epoca, tale ordinanza del questore? Se non aveva contezza della presa d'atto, da parte del questore, anche del corteo delle tute bianche del mattino del 20, almeno fino a tutta via Tolemaide, chi non l'ha informata dell'esistenza di tale ordinanza?
In secondo luogo, abbiamo accertato che questo corteo fu caricato - e c'è un video che mostra le sequenze di tale intervento - da un reparto dei carabinieri in via Tolemaide, su un tratto del percorso che non era stato vietato (mancavano 200-300 metri per arrivare alla zona di interdizione che avrebbe legittimato l'intervento delle forze dell'ordine). Ha accertato chi diede le disposizioni per questa carica?
Lei ha richiamato correttamente la funzione del ministro dell'interno ed il fine primario dell'amministrazione della pubblica sicurezza: la tutela dell'esercizio delle libertà e dei diritti del cittadino. Nel corso delle audizioni, attraverso le documentazioni acquisite, è emerso che per molti di questi diritti tale esercizio non è stato pienamente assicurato. Vi sono state devastazioni, saccheggi ed eccessi su liberi manifestanti. Nell'ordinanza del 12 luglio il questore di Genova correttamente si pone il problema del contrasto di coloro che erano a Genova ad esercitare la violenza nelle forme della guerriglia urbana a cui lei stesso ha fatto riferimento. In tale ordinanza si risponde all'esigenza di accerchiare, isolare, arrestare i violenti, impedirgli di rientrare o di muoversi liberamente all'interno dei cortei, attraverso la presenza di reparti mobili


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sul territorio. Abbiamo appreso che i suddetti reparti mobili o non sono stati utilizzati - queste sono le dichiarazioni del generale comandante dell'Arma dei carabinieri, con riferimento alla «perla» del reparto mobile di tale Arma, il Tuscania - o sono stati utilizzati senza dare risultati, come il VII nucleo della celere di Roma. Comunque, l'analisi dei processi verbali di arresto porta a rilevare che non vi sono stati arresti in flagranza di soggetti violenti e black bloch. Lei si è chiesto per quale ragione tali reparti mobili non hanno funzionato o non sono stati impiegati oppure non hanno prodotto risultati in termini di isolamento e di contrasto della violenza?
Sono rimasto un po' perplesso - capisco solo attraverso il cosiddetto grafico delle comunicazioni - sul sistema di intercomunicazione fra la questura, i reparti, i plotoni, le squadre ed il comando provinciale dell'Arma dei carabinieri. Vi è stata una circolazione degli ordini e dei comandi molto confusa e complicata, tanto che un funzionario di pubblica sicurezza ci ha detto che, volendo e dovendo dare disposizioni ad alcuni reparti dei carabinieri, non era in grado di farlo perché non riusciva ad individuare chi lo comandasse: non poteva dare ordini a carabinieri poco distanti da lui perché doveva passare attraverso il comandante del reparto. Questo meccanismo di coordinamento (mi riferisco alla questione delle centrali: una della Polizia, una dei carabinieri, una interforze, la centrale situazione internazionali, eccetera) a me sembra che non funzioni. Se lei ha verificato questo, che proposte ha per rendere effettivo e reale il coordinamento delle forze di Polizia in queste vicende?
Nel decreto del ministro della giustizia Castelli si parla di succursali, di aree e di siti penitenziari costituiti presso la caserma San Giuliano e la caserma di Bolzaneto. Ieri ho


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sostenuto - e continuerò a sostenerlo - che la costituzione di una mostruosità del genere (cioè di un luogo che non è più caserma né diventa sito penitenziario, con agenti di polizia che entrano ed escono, carabinieri, arrestati, fermati, sale di polizia giudiziaria, sale matricola, e così via) ha creato quella confusione che ha sospeso, per troppe ore, molti diritti costituzionali di fermati ed arrestati e ha provocato quegli abusi la cui natura e dimensione verrà accertata dall'autorità giudiziaria. Lei era stato informato e ha dato il suo assenso alla costituzione di questo centro? Ripeterebbe l'istituzione di un centro che all'apparenza è un sito penitenziario e che, in realtà, resta un po' caserma, un po' sito penitenziario e diventa quello che ho definito un campo di concentramento?

GRAZIELLA MASCIA. Signor ministro, condivido l'augurio che lei ha espresso in premessa circa la necessità e la possibilità di rinnovare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni. Non ho, però, il tempo per argomentare tutte le cose che non condivido della sua relazione: sarà un'altra la sede in cui potrò farlo poiché qui ho pochissimi minuti a disposizione e le rivolgerò solo alcune domande.
Lei ha detto il 23 luglio e ha ribadito qui che tra le responsabilità per le cose che non sono andate bene a Genova vi è quella riguardante la vicenda del corteo delle Tute bianche partito dallo stadio Carlini. Abbiamo appurato in questa sede che tale corteo era autorizzato e che la parte del percorso non autorizzata non è stata mai raggiunta dal corteo stesso (mancavano ancora centinaia di metri). Abbiamo anche appurato, come testimonianze dirette avevano anticipato, che cariche a freddo dei carabinieri sono partite da via Tolemaide.
Signor ministro, forse si ricorderà di una telefonata dell'onorevole Giordano prima che noi arrivassimo. Ero con l'onorevole Giordano ed altri deputati di Rifondazione comunista


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quando le abbiamo chiesto, proprio per il clima che avevamo constatato in determinati punti della città dove c'erano i violenti, rassicurazioni circa la possibilità di arrivare in via Tolemaide, avere un contatto con le forze dell'ordine e verificare quali fossero ancora gli spazi di manovra. Lei ci ha rassicurato e non ho motivi, ancora oggi, di dubitare della sua sincerità. Tuttavia, ho bisogno di capire cosa sia successo in quella giornata. L'ho chiesto al questore ed al capo della Polizia: non ho capito perché quei carabinieri, con le modalità che lei conosce, girando repentinamente in un angolo ed interrompendo la rincorsa di un gruppo ristretto di violenti, ha realizzato questa carica veloce.
Spero che lei oggi possa darmi una risposta; atteso, infatti, l'assillo che mi tormenta vorrei sapere se le vicende di quella giornata avrebbero potuto andare diversamente, e penso alla morte di Carlo Giuliani. Proprio quei fatti hanno poi determinato il successivo corso degli eventi, specie riguardo l'operato delle forze dell'ordine; mi riferisco alle camionette, ai blindati e quant'altro.
Inoltre, oggi lei ribadisce una critica pesante al Genoa social forum, specie per la sua inaffidabilità. In questa sede, abbiamo, in questa sede, ricostruito tanti aspetti: credo, sinceramente, che tale critica, al di là della parte che rappresento - per inciso, faccio parte del Genoa social forum - non possa essere sostenuta. Anzi, i manifestanti pacifici sono stati vittime due volte in quella situazione: dei violenti che hanno potuto «scorazzare» continuamente; delle forze dell'ordine che hanno caricato, indistintamente, in tutte le situazioni. Tuttavia, dal momento che lei conferma il suo giudizio, vorrei sottoporle la seguente questione: anche in quei giorni, lei aveva rilasciato dichiarazioni che garantivano una serena gestione della piazza nonché la capacità, da parte delle forze dell'ordine, di agire


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con l'elasticità necessaria in simili situazioni. Le chiedo, perciò, come mai non sia stato così e come mai sia mancata detta elasticità. Perché non si è riusciti ad isolare i gruppi violenti?
Riguardo al coordinamento delle forze dell'ordine, le chiedo se effettivamente vi è stato o se invece riconosce eventuali errori in questo senso, cui ascrivere la responsabilità dei fatti. Oppure causa ha, radici più profonde rispetto al piano strategico?
Le chiederei anche - indipendentemente dall'aspetto, da lei già chiarito, afferente alla gestione della zona gialla - se il piano operativo abbia conosciuto soluzioni di continuità nella transizione da un Governo all'altro. Nella documentazione esaminata, abbiamo riscontrato, invece, un lavoro durato mesi consistito nella preparazione, nell'opera di intelligence.
Lei ha riferito alla Camera citando una fonte statunitense che parlava di 5 mila black bloc; al di là dei numeri - infatti, poi, si è parlato di 2.500 -, le chiedo, per curiosità, perché, in quella sede, abbia citato una fonte statunitense e non una fonte italiana. È una curiosità che vorrei soddisfare.
Le chiedo ancora di rispondere su una questione specifica. Lei ha firmato il secondo decreto, quello sull'acquisto dei Tonfa: personalmente, credo che sull'utilizzo di tale manganello sarebbe opportuno, una riflessione; capisco, tuttavia, che, forse, i miei suggerimenti non sono opportuni. Abbiamo appreso, dalla documentazione inviataci dal capo della Polizia, che, se si è potuto acquistare, appunto, i Tonfa, non si è potuta, però, avere una dotazione di pallottole di gomma, atteso che sono mancati i tempi necessari per lo svolgimento delle procedure. Lei avrebbe firmato un decreto per l'acquisto delle pallottole di gomma? Ritiene che, in futuro, questa possa essere una strada da seguire nella gestione dell'ordine pubblico?


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Ancora, vorrei, molto velocemente, sottoporre alla sua attenzione due questioni. Il suo ministero, il 20 luglio, di fronte ad una denuncia della Federazione della stampa, asseriva non corrispondere a verità l'ipotesi che personale delle forze dell'ordine indossasse le pettorine riservate ai giornalisti. Successivamente, lo stesso giorno, un'agenzia comunicava: i manifestanti hanno malmenato un motociclista; poi, un poliziotto è sceso da una moto, pochi metri avanti, è tornato ed ha sparato tre colpi in aria. Tale episodio - abbiamo letto nel rapporto steso dall'ispettore - fa riferimento, appunto, alla circostanza di dover difendere questo motociclista che aveva la pettorina di giornalista ed era un esponente delle forze dell'ordine. Le chiederei, dunque, se il ministero abbia elaborato una riflessione su come sono stati trattati i giornalisti e gli esponenti dell'informazione.
Infine, la questione Diaz. Lei ha detto, sempre il 23 luglio...

PRESIDENTE. Onorevole Mascia...

GRAZIELLA MASCIA. Ho finito, presidente...

PRESIDENTE. Ci mancherebbe! Le consento senz'altro di terminare. Volevo soltanto sollecitarla a formulare la domanda.

GRAZIELLA MASCIA. Certamente, presidente. Lei, signor ministro, il 23 luglio ha riferito alla Camera, a proposito della scuola Diaz, che gli accertamenti svolti circa gli arrestati hanno permesso di rilevare che molti di loro fanno parte di organizzazioni anarchiche assai attive ed erano stati già tratti in arresto durante lo svolgimento di altri vertici. Mi risulta che spesso, in occasione del vertice di Genova, non sia stato possibile procedere all'arresto; tutti gli arrestati, inoltre, sono


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stati scarcerati. Le chiedo se confermi il giudizio da lei espresso nella già ricordata occasione, alla Camera, rispetto al fatto che, naturalmente, non abbiamo delle informazioni adeguate.
Ad ogni modo - atteso l'unanime riconoscimento della circostanza che, alla scuola Diaz, sono avvenuti fatti che non dovevano accadere - esprimo il convincimento che, giustamente, la magistratura debba svolgere il suo compito; almeno in questa sede, infatti, non sono particolarmente interessata a comprendere le responsabilità individuali perché il loro accertamento spetta ad altri poteri dello Stato. Noi, però, dobbiamo accertare responsabilità organizzative: con questo, non intendo dire «politiche», piuttosto mi riferisco all'accertamento di quanto non ha funzionato e delle disposizioni impartite a quel livello. In questa sede, abbiamo assistito ad uno spettacolo non edificante per le forze dell'ordine; vi sono state contraddizioni sugli orari, sulla disposizione degli uomini...

PRESIDENTE. Onorevole Mascia, la prego di concludere.

GRAZIELLA MASCIA. Non ritiene che tale punto debba essere chiarito in sede istituzionale e non giurisdizionale? La relazione dell'ispettore non fa chiarezza; speravo che lei, oggi, potesse aiutarci a ricostruire l'accertamento delle responsabilità, atteso che noi non vi eravamo riusciti.

GIANNICOLA SINISI. Signor ministro, la ringrazio per la sua esposizione. Voglio fare subito una breve premessa: noi, non soltanto siamo preoccupati e vogliamo vi sia il rigoroso rispetto delle istituzioni e delle forze dell'ordine; vogliamo anche vi sia il rigoroso rispetto della sua persona, come autorità nazionale di pubblica sicurezza. Infatti, crediamo che,


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proprio nel rispetto della funzione assolta dal ministro dell'interno, si trovi il primo presidio della democrazia nel nostro paese. Per questo motivo, i suoi commenti, le sue indicazioni - che, pure, avremmo voluto sentire in un'occasione diversa dalla presente - mi impongono di sottoporle le seguenti considerazioni.
Noi «saremo a fianco» del ministro dell'interno quando vorrà utilizzare la sua figura di autorità unica nel nostro paese, di garanzia unica dell'esercizio delle funzioni democratiche di controllo della pubblica sicurezza nel nostro territorio. Quanto, poi, alle questioni di buonsenso, da lei rappresentate, vorrei dirle - e tranquillizzarla, in questo senso - che il Comitato non ha mai avuto la pretesa di esercitare il suo sindacato nei confronti degli abusi commessi dalle forze dell'ordine. Piuttosto, ha avuto la pretesa di accertare la verità. Per tutti coloro che hanno un'ispirazione cristiana, la verità non è cosa di cui preoccuparsi; è, invece, una grande ambizione. Inoltre, mi permetta di dirle che noi abbiamo la precisa convinzione, sempre in base al detto buonsenso, che in piazza, solitamente, vi siano non soltanto i poliziotti ed i carabinieri ma anche i figli di costoro. Quindi, a noi si chiede di esercitare la nostra funzione con equilibrio e buonsenso, nel rispetto delle istituzioni e delle libertà democratiche esistenti nel paese. Vogliamo cogliere l'occasione rappresentata da questo Comitato affinché non soltanto si accertino i fatti ma si possano formulare anche proposte per garantire l'ordine pubblico in modo sempre migliore.
Detto ciò, formulerò molto rapidamente quattro domande. La prima questione afferisce a quanto lei ha ribadito circa la gestione della zona gialla, quando ha detto che non era stata abolita ma, piuttosto, diversamente interpretata. Ebbene, abbiamo un'ordinanza del prefetto di Genova, in data 2 giugno


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2001, che così dispone circa le diverse zone: zona rossa, assolutamente blindata; zona gialla, divieto di manifestazioni, di volantinaggio, di sosta degli autoveicoli; zona verde, vietati i cortei. Ora io le chiedo se - alla luce di quanto è accaduto ma anche sulla base delle informative allora ricevute in ordine alle modalità operative dei black bloc e degli altri gruppi antagonisti violenti, alla loro possibilità di infiltrarsi all'interno delle manifestazioni - lei reputi che le modifiche introdotte siano state opportune.
La seconda questione che voglio sottoporre alla sua attenzione riguarda il coordinamento delle forze di polizia. Io le sottoporgo l'argomento, che cercheremo di portare anche in sede di documento conclusivo nell'intento di formulare proposte migliorative: al di là delle questioni sollevate dal collega Soda sulla particolare realizzazione delle sale operative, abbiamo constatato una separatezza dell'azione dell'Arma dei carabinieri rispetto a quella condotta dalla Polizia di Stato e dalle altre forze di polizia. Tanto più ciò sorprende, se si pensa che si tratta di una funzione nell'esercizio della quale esiste una precisa responsabilità del funzionario di pubblica sicurezza. Io la invito, e lei certamente l'avrà già fatto, a sentire una dichiarazione bellissima, nella sua semplicità ed autenticità, resa da un giovane funzionario di polizia. Questi ha detto che, mentre era alla guida di un drappello dei carabinieri, poteva, a voce, parlare soltanto con il capitano dell'Arma, che guidava i suoi uomini. Ed ha aggiunto che non era in grado di parlare con quegli uomini, ed altresì ha detto che non aveva una radio per parlare con il capitano, tant'è che, quando hanno indietreggiato, non ha potuto nemmeno più riconoscere il capitano rispetto agli altri carabinieri.
Un'altra questione che ho posto personalmente al generale Ganzer è la seguente: vi sono state alcune investigazioni


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giudiziarie relative ad un gruppo di tedeschi in contatto con anarco-insurrezionalisti italiani, gruppo che, già oggetto di investigazioni giudiziarie, sarebbe poi stato notato a Genova, anche se - si dice - senza partecipare alle devastazioni.
Lei è stato informato di queste investigazioni giudiziarie relative a fatti rilevanti per l'ordine e la sicurezza pubblica?
La terza questione: durante i giorni del vertice lei ebbe modo di lamentarsi della mancanza dell'esecuzione di arresti? Sembra infatti che all'inizio, nonostante gli scontri, non vi sia stato un significativo numero di arresti. Proprio alla luce della preoccupazione di difendere non soltanto le forze dell'ordine ma anche la funzione di presidio democratico dell'autorità nazionale di pubblica sicurezza, lei ebbe modo di dolersi del fatto che altri esponenti di Governo - e mi riferisco segnatamente al Vicepresidente del Consiglio dei ministri Fini, e al ministro della giustizia Castelli - si trovassero in strutture di polizia, mentre lei esercitava la funzione di indirizzo politico e di governo delle forze dell'ordine nel nostro paese in una fase così delicata ?

SAURO TURRONI. Signor ministro, la ringrazio per l'intervento: avrei voluto solo ascoltarla senza intervenire, ma talune sue considerazioni mi inducono a rivolgerle alcune domande.
La prima riguarda il corteo di via Tolemaide: lei ha parlato di lanci, di molotov, di attacchi e via dicendo. Ascoltando così tanti personaggi che sono venuti a relazionare di fronte a questo Comitato e vedendo così tante contraddizioni, preferisco adoperare i miei occhi. Ebbene, abbiamo potuto vedere che le cose non sono andate come lei ci ha riferito e come, forse, qualcuno le ha rappresentato, nel senso che nel filmato si vede un corteo immobile, dal quale non parte assolutamente nulla, e che viene fatto oggetto di una carica dei carabinieri.


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A questo proposito le chiedo, signor ministro, se intenda anche lei - come abbiamo fatto noi - valutare meglio, alla luce di altri fatti che adesso le elencherò, quello che è effettivamente accaduto in quella circostanza.
Signor ministro, abbiamo potuto apprendere, vedere e considerare che le iniziative violente di frange molto violente di questo composito movimento sono partite alle 10,45 del giorno 20 luglio in piazza Paolo Da Novi, lontana chilometri dal luogo dal quale, oltre tre ore più tardi, è partito il corteo prima menzionato. Ci siamo domandati più volte perché quelle forze che avrebbero dovuto accerchiarli, secondo le disposizioni dell'ordinanza e la strategia messa in atto, non siano state in grado di farlo (poi abbiamo visto che c'è qualcuno che si perde per strada) ma soprattutto perché (le chiedo di rispondermi subito, se è in grado di farlo, oppure di accertarlo) rivolgo la domanda se lei è in grado di fornirmi una risposta oppure di accertare tutto ciò - tutto questo non sia stato possibile nonostante una nota dei Servizi avesse individuato con precisione (a seguito di riunioni che si erano tenute la sera del 18 e del 19) addirittura i luoghi dove questi avrebbero, diciamo così, piantato le loro grane.
Erano indicati persino i posti, si sapeva praticamente tutto, gli uomini erano preparati e c'era la strategia per andarli a bloccare. Signor ministro, sono molto soddisfatto per l'inchiesta ispettiva che lei ha disposto a proposito dei fatti relativi alla scuola Diaz, però mi permetta di dire che non si tratta soltanto di polemiche: tali episodi hanno gettato un'ombra veramente grande sul nostro paese e sulle nostre forze di polizia. Voglio ricordarle la vicenda molto preoccupante del centro stampa; abbiamo visto dai filmati - e ce l'hanno anche raccontato - computer e videocamere distrutte. Non crede di dover disporre un'indagine specifica per tale questione che


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riguarda un asserito errore? Ritengo possibile - viste le tante motivazioni - che esso fosse volto a cancellare documentazione, compresa magari l'immagine dell'irruzione che si era appena verificata.
Lei ha parlato di contraddizioni e di errori: ce ne sono, li hanno compiuti i funzionari - mi riferivo a questi ultimi quando dicevo che preferivo vederlo con i miei occhi -, ma mi sono sembrati veramente troppi, soprattutto per la vicenda della scuola Diaz e dell'edificio prospiciente, quello del centro stampa, soprattutto perché erano presenti così tanti dirigenti, alti dirigenti, e non solo dei militari di truppa. Mi preoccupa il fatto che essi non siano stati in grado - proprio nei confronti di quei giovani a cui lei giustamente si è rivolto dicendo «non dobbiamo consegnarli alla violenza, non dobbiamo indurli a non avere fiducia nelle istituzioni e nella Polizia» - di controllare, di bloccare, di impedire e di denunciare. Lei ha dovuto disporre un'ispezione, noi abbiamo avviato un'indagine conoscitiva, ma non è emerso nulla. Signor ministro, quali ulteriori iniziative predisporrà?
Un'altra questione riguarda l'eccesso di difesa per così dire, da parte delle forze dell'ordine. Probabilmente io mi impressiono molto facilmente, però non mi era mai capitato di vedere tanti feriti, tante lacerazioni profonde ed estese, tante fratture e così tanto sangue, veramente troppo, soprattutto alla testa. Abbiamo potuto prendere visione di un documento redatto benissimo, non so se all'epoca in cui lei era ministro o in precedenza, relativo all'istruzione di tutti coloro che dovevano intervenire sul campo e anche il decalogo predisposto dal vicecapo della polizia Andreassi: ebbene, si parlava di fortissime randellate sulla testa, magari con uno strumento che, probabilmente, è inadatto perché troppo pericoloso. A questo proposito, signor ministro, le chiedo cosa intenda fare, perché


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è vero che sono stati episodi, ma sono stati troppo numerosi, troppo diffusi e con ferite troppo gravi. Pur nel legittimo esercizio dell'uso della forza per contrastare i violenti, i risultati non devono essere altrettanto violenti.
Lei ha affermato che gli stessi manifestanti devono isolare i violenti, però le ricordo che il primo compito suo e della sua struttura è difendere coloro che pacificamente intendono manifestare, così come prevedevano quelle disposizioni adottate nella prima ordinanza: l'accerchiamento, la separazione e via dicendo.

GIANCLAUDIO BRESSA. La ringrazio, signor ministro, per la relazione che ci ha reso, anche se mi aspettavo un taglio leggermente diverso e le spiego il perché. Condivido pienamente l'esigenza di guardare al futuro; credo anche che i lavori del Comitato debbano avere come orizzonte il dopo e che ciò sia tanto più importante proprio alla luce di quanto è accaduto a Genova. La inviterei, signor ministro, ad operare una riflessione su alcuni fatti che sono accaduti a Genova e che non possono essere ascrivibili unicamente a responsabilità di singoli.
Vi sono stati dei fatti che noi abbiamo il dovere di indagare e che lei ha il dovere di far sì che non si ripetano mai più. Nell'adempimento di funzioni di governo che ho svolto nella precedente legislatura, ho avuto modo di conoscere molto da vicino gli operatori delle forze di polizia e ne ho apprezzato la lealtà alle istituzioni democratiche e l'alto senso di responsabilità, per cui so chi sono queste persone, e non vorrei che si producesse una frattura fra società civile e forze dell'ordine, perché questa democrazia non lo potrebbe accettare. Non potrò mai immaginare una democrazia nella quale il diritto di manifestare e il diritto di garantire l'ordine pubblico vengano avvertiti come alternativi tra loro; questo non è, questo non


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deve essere, non è mai stato e credo che questo sia uno dei compiti più importanti ai quali lei, come ministro, è chiamato.
Tuttavia, a Genova sono accaduti dei fatti che ci devono far riflettere. Uno lo ha appena ricordato il senatore Turroni: la perquisizione della scuola Diaz credo sia difficilmente ascrivibile nell'ambito di responsabilità di singoli.
Ho ascoltato con piacere quanto da lei affermato, cioè che non vorrebbe mai vivere in un paese in cui il ministro dell'interno ha il potere di ordinare le perquisizioni. Dunque, chiedo a lei - come ministro dell'interno - di far sì che una perquisizione di polizia giudiziaria, in questo paese, non avvenga più con le stesse modalità di quella eseguita nella scuola Diaz. Una perquisizione che è avvenuta con quelle modalità non per fatti tecnici; non si è mai visto, infatti, un reparto mobile entrare e distruggere, anziché cercare le prove. Credo che quanto avvenuto in quell'occasione non sia ascrivibile a responsabilità di singoli, ma sia un fatto che va indagato, fino in fondo, per la gravità che ha rappresentato nel preciso momento in cui è avvenuto e per ciò che può rappresentare per il futuro della democrazia del nostro paese. Le chiedo pertanto se abbia riflettuto in proposito e quali siano le sue intenzioni e quelle del suo Governo, affinché un fatto del genere non si debba più ripetere.
L'altra questione - ed è questo forse l'elemento di maggiore insoddisfazione rispetto alla sua relazione - riguarda la mancata indicazione delle sue direttive, dei suoi indirizzi politici, di fronte ad un mutamento di strategia da parte del Governo Berlusconi.
Lei ha fatto riferimento più volte alla rimozione della zona gialla e alle critiche mosse al riguardo. Credo che lei, nell'aver perseguito fino in fondo la strategia del dialogo, abbia fatto


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bene, che questa sia stata una scelta di grande responsabilità e di ciò voglio dargliene pienamente atto. Tuttavia non mi basta.
Esistono molte sue dichiarazioni, ma le cito solo quella che - in questo momento - ho trovato in mezzo al mare di carte che abbiamo. In una lettera aperta al Secolo XIX dei primi giorni di luglio, lei afferma: «Abbiamo rivisto i piani organizzativi di sicurezza proprio per dare uno spazio adeguato a tali manifestazioni», credo che questa sia stata una scelta di grande responsabilità. Però, accanto all'aver messo in discussione ciò - cioè ad aver consentito di poter svolgere manifestazioni nella zona gialla - noi disponiamo di una serie di dati che stanno ad indicare come i servizi di sicurezza avessero, in qualche modo, preavvisato tutti quanti che le manifestazioni erano uno dei possibili strumenti che i black bloc utilizzavano per schermarsi, per confondersi, per non farsi prendere. Poco fa, lei ci ha riferito che, soprattutto dopo Göteborg, le vostre preoccupazioni erano accresciute. Poiché immagino che questi rapporti dei servizi lei li conoscesse perfettamente bene, quali sono state le indicazioni che ha dato alle forze di polizia per impedire che i black bloc facessero un uso improprio delle manifestazioni?
L'ultima domanda. Raccordandomi ad una considerazione del collega Sinisi, ho riscontrato anch'io un pericoloso scollamento tra le forze di polizia e tra i loro comportamenti. Tale situazione ha trovato riscontro anche in questa sede; infatti, anche in questo caso, a fronte di precise domande rivolte a diverse persone (io ho formulato la stessa domanda a più interlocutori), ho ricevuto risposte diverse: il vicecapo della Polizia mi ha detto una cosa, il generale Siracusa me ne ha detta un'altra, il comandante Tesser me ne ha detta un'altra ancora. Tutto ciò sempre con riferimento alla stessa domanda.


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La cosa più grave è che, in questa sede, è emerso che i carabinieri avevano effettuato pedinamenti di persone che erano state tenute sotto controllo per operazioni di polizia giudiziaria, durante quei giorni - e si faceva esplicito riferimento ad anarchici insurrezionalisti o a black bloc - e a Genova costoro non sono stati fermati; come è possibile tutto ciò?
Il problema non è di lamentare se c'è stato...

PRESIDENTE. Onorevole Bressa, ponga la domanda, per cortesia! Lei ha già superato il tempo a sua disposizione di oltre un minuto.

GIANCLAUDIO BRESSA. Il problema non è se c'è stato uno scoordinamento o un tentativo di commissariare il prefetto o il questore, questo non c'è stato, nessuno lo può contestare. Il problema che è emerso, in maniera chiara, è che non c'è stato un coordinamento vero tra le forze di polizia che operavano lì e ciò è stato testimoniato anche in questa sede.
Cosa si può fare, cosa intendete fare, affinché ciò non si ripeta?

LUCIANO VIOLANTE. Signor ministro, ci aspettavamo da lei un quadro chiaro dei fatti, ma questo non c'è stato; ecco perché le vengono poste tante domande di chiarimento in merito ai fatti accaduti.
Lei ha fornito alcune valutazioni politiche, alcune condivisibili altre meno, ma c'è un punto sul quale tutti dobbiamo essere d'accordo e credo che vedremo, poi, come esplicitare questo punto attraverso una dichiarazione comune, indipendentemente dalle posizioni finali che assumeremo.
I punti sono questi. Primo: solidarietà di tutte le forze politiche alle forze di polizia; secondo: è comunque intollerabile


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che appartenenti alle forze di polizia usino, intenzionalmente e senza giustificazione, violenza nei confronti dei cittadini; terzo: assicurare il diritto di manifestare liberamente e pacificamente; quarto: colpire severamente quei cittadini o non che approfittano di manifestazioni per usare violenza contro le cose e contro le persone. Credo che questi siano punti sui quali tutti possiamo ritrovarci e che creano - come dire? - un quadro che non rende le forze di polizia incerte come, invece, credo siano state, non per loro colpa, ma perché - signor ministro - ci sono stati vari indirizzi. Infatti, una parte della maggioranza ha espresso prima, durante e dopo queste vicende, indirizzi del tutto diversi da quelli che sono stati espressi da lei e da altri appartenenti alla maggioranza stessa. Ciò ha comportato una divaricazione e un'incertezza e, in questa divaricazione e in questa incertezza, si collocano i disordini, o meglio gli abusi, che sono avvenuti.
Detto ciò, la seconda questione è la seguente: lei ha espresso un certo fastidio - mi scusi, signor ministro - per l'attività di questo Comitato. È un fastidio sbagliato.

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Fastidio...?!

LUCIANO VIOLANTE. Sì, perché ha detto che si parla ancora di queste cose a distanza non so di quanto tempo.
Il punto è questo: un Governo, in un Stato democratico, è sottoposto al controllo del Parlamento. È responsabilità del Parlamento che il controllo sia rapido, efficace e che non ci siano abusi in dichiarazioni, come forse ci sono stati in questi giorni. Tuttavia, è sua responsabilità, in quanto ministro, essere sottoposto al controllo del Parlamento.
Per quanto riguarda le questioni specifiche, vi è un punto che ci impegna sin dall'inizio: lei ha una valutazione da fare o sa perché le violenze sulle cose non sono state represse?


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Secondo: quali sono le ragioni per le quali vi è stato uno scarto tra l'accuratezza della preparazione - sia prima sia sotto la sua responsabilità - e la gestione?
Terzo: le era noto che il Vicepresidente del Consiglio dei ministri sarebbe stato a Genova in quei giorni? Le era stato detto perché e con quali funzioni?
Infine, c'è un problema che riguarda il futuro dell'ordine pubblico, nel senso che abbiamo riscontrato una serie di defaillance di comunicazione tra i vari corpi di polizia e, forse, desuetudine al profilo «guerriglia», che si è manifestato a Genova e al quale non eravamo abituati. Vorrei sapere come il ministro dell'interno intenda operare, nel futuro, in relazione a tali questioni.

LUCIANO FALCIER. Da parte mia - e sono convinto di non essere il solo - vorrei esprimere un particolare ringraziamento al ministro per la chiarezza della sua esposizione e soprattutto - sarò inevitabilmente breve per non aggiungere nulla che non sia essenziale - degli obiettivi del suo Ministero in materia di ordine pubblico e di sicurezza. Credo di poter dire che le sue parole, i principi, gli impegni che ha assunto e che ha espresso siano quelli che le forze dell'ordine e i cittadini si aspettavano. Per quanto mi riguarda - e, ripeto, sono convinto di non essere il solo - credo che i cittadini e le forze dell'ordine si aspettassero le sue affermazioni e i suoi impegni e, probabilmente, le saranno grati.
Convengo, in particolare, su due aspetti - sempre per voler essere molto breve -: prima di tutto, che le forze dell'ordine, oltre alle affermazioni di rito, hanno bisogno di sentirsi confortate ed apprezzate nei loro compiti dai rappresentanti politici e dai rappresentanti delle istituzioni. È troppo facile e troppo scontato fare affermazioni di rito, di circostanza, a cui però non corrispondono coerenti prese di posizione al momento


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opportuno. Inoltre, convengo anche sul fatto che ogni tolleranza, comprensione, sottovalutazione di tutti i tipi di violenza vada esclusa e non condivisa, perché può diventare corresponsabilità di fatti e avvenimenti non previsti, non condivisi, ma in qualche modo permessi o addirittura agevolati. A questo proposito, vorrei chiederle se, nell'esperienza di Genova e delle vicende ivi avvenute, il Genoa social forum sia stato l'unico esclusivo interlocutore oppure già si sapesse (ora si sa) che un altro mondo - il quale, forse in ritardo, si sta distinguendo dal Genoa social forum - rappresentava e certamente rappresenta un settore esperto e sensibile alla cooperazione ed alla solidarietà internazionale.
Infine, vorrei sapere se, alla luce di quanto accaduto a Genova e nella consapevolezza che non si tratti più solo di problemi di ordine pubblico, ma certamente ormai di fatti definibili «di guerriglia urbana», il ministro preveda che vi possa o vi debba essere un'ulteriore formazione, preparazione per gli addetti alle forze dell'ordine che si troveranno, certamente, in futuro a dover confrontarsi con nuove situazioni, nuovi pericoli e nuove emergenze per l'ordine pubblico.

CESARINO MONTI. Signor ministro, sono completamente d'accordo con lei e la ringrazio per la sua schiettezza nell'esprimere il suo pensiero. Prima di farle una domanda - una sola domanda - vorrei fare una premessa. Siamo giunti al termine della sessione di audizioni svolte dinanzi al Comitato di indagine parlamentare sui fatti del G8. Ritengo che, per alcuni aspetti, si siano riproposte situazioni che si erano già ampiamente palesate prima, durante e dopo i fatti di Genova. Mi riferisco principalmente alla posizione preconcetta, alle pregiudiziali marcatamente politiche che non hanno fatto altro che rallentare l'attività del Comitato, nel tentativo, forse, di condurre la panoramica conoscitiva dello stesso ad un


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orientamento di parte (tentativo che potrebbe risultare vano). È importante, comunque, evidenziare come non siano mancati elementi di contraddizione nella relazione di coloro che erano preposti al coordinamento delle forze dell'ordine, tanto è vero che per alcuni lo stesso Comitato ha pubblicamente chiesto una nuova audizione che potesse chiarire gli elementi di contrasto. Da questo contesto, a mio parere eccessivamente confuso, abbiamo però potuto comprendere l'assoluta buona fede dei ragazzi delle forze dell'ordine, i quali hanno svolto i compiti a cui sono stati assegnati nel modo migliore, e l'indiscutibile senso di responsabilità che ha guidato l'operato dei funzionari di polizia territoriali, a volte soppiantati dalle prevaricazioni decisionali di Roma.
Come dicevo, la confusione e la contraddizione forse sono state volute. Non quella contraddizione propria di quei momenti che vedono l'incalzare della verità ed il soccombere di scricchiolanti teoremi, ma quella che, al contrario, si produce per alimentare dubbi e perplessità nella speranza che ruoli e funzioni rimangano inalterati. A questo proposito, sarà lei, signor ministro, a dover assumere le determinazioni più opportune, così come la magistratura adotterà le proprie.
Colgo l'occasione, signor ministro, per ringraziarla per la sua presenza, ma ancora di più per la tempestività e l'impegno con cui sta affrontando l'emergenza sicurezza, tornata alla ribalta delle cronache con i drammatici fatti accaduti al nord, al centro e al sud dell'Italia, che l'ha indotta a considerare l'esigenza di istituire un corpo di polizia di prossimità, come ha annunciato a margine della riunione del Comitato nazionale per la sicurezza e l'ordine pubblico, un concreto ed evidente passo avanti sulla strada di un vero federalismo. Perdonate la divagazione che ritengo comunque opportuna, poiché è indiscutibile che i presenti siano chiamati, in questo


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contesto, a discutere degli incresciosi fatti di Genova, ma è altrettanto inconfutabile che là fuori, mentre qui dentro discutiamo da giorni su un'assurda guerriglia, la nostra onesta e laboriosa gente è costretta a subire le scorribande di un esercito di delinquenti, a cui, in passato, qualcuno ha voluto spalancare le porte di ingresso del nostro paese.
Dopo la sua relazione, le audizioni di ieri in quest'aula del dottor Agnoletto e del signor Casarini, sedicenti responsabili del Genoa social forum, i quali hanno incentrato le loro relazioni attaccando in continuazione polizia, carabinieri, parlamentari ed altre istituzioni...

PRESIDENTE. Senatore Monti, la invito a formulare la domanda: pertinente all'argomento che stiamo trattando.

CESARINO MONTI. ...e non condannando coloro che hanno messo a ferro e fuoco una città, le chiedo, guardando al futuro, come lei ha detto: in un prossimo vertice, accetterebbe di avere come interlocutori personaggi come Agnoletto e Casarini?

GRAZIA LABATE. Signor ministro, lei ha fatto un richiamo costante ai principi, garantiti dalla nostra Costituzione, di democrazia, di rispetto del senso della sicurezza di questo paese, dei diritti di libertà di manifestazione del pensiero, principi che, credo, siano cari a tutti. Condivido, in particolare, un passaggio in cui ella ha detto che il problema della sicurezza e del ruolo delle forze dell'ordine è un problema trasversale, che deve riguardare l'intero paese e che non può essere un problema della maggioranza o dell'opposizione. Questo è un problema nostro, di tutti. Tuttavia, le posso assolutamente assicurare che lo spirito con cui abbiamo lavorato in tutti questi giorni...


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PRESIDENTE. Onorevole Labate, mi perdoni, ma lei, complessivamente, ha due minuti e mezzo a disposizione. Già ne ha consumato uno: la invito a formulare le domande.

GRAZIA LABATE. Va bene. Lo spirito con cui questo Comitato ha lavorato è proprio questo: non ci sfuggono questi valori di riferimento.
Prima di tutto, vorrei sapere se lei era a conoscenza di tutta l'azione di intelligence svolta per le preoccupazioni che si dicevano? Era a conoscenza, in particolare, che alcune informative di intelligence prevedevano l'azione dei black bloc a partire da piazza Paolo da Novi?
Gli apparati di sicurezza come si dovevano comportare sul luogo?
Seconda domanda. Genova ha avuto una profonda ferita morale. Molti colleghi le hanno domandato se lei, ministro Scajola, si sia chiesto perché nessuno dei devastatori sia stato preso sul fatto. Ovviamente, già i colleghi hanno messo in evidenza le contraddizioni che abbiamo sentito finora. Questa mattina, sul quotidiano della mia città - era una bella intervista rilasciata dalla sua famiglia - ho letto la preoccupazione, e forse dalle parole di questa intervista si comprende anche il senso dello stupore quando seppe del blitz alla Diaz. Ecco, mi basta leggere dal quotidiano della mia città che lei rimase allibito. A tale proposito desidero rivolgerle la domanda. Come ed in che modo, rispetto ai fatti gravi che i colleghi hanno già illustrato, ella intende procedere per il futuro?

FABRIZIO CICCHITTO. Vorrei fare una brevissima premessa e rivolgerle una brevissima domanda. La premessa è questa: a me non sembra che sia venuta meno - lo dico con riferimento a due domande formulate precedentemente - la


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unicità di direzione politica dell'ordine pubblico da parte sua e che lei sia stato surrogato, scalzato, sopravanzato o spostato da una linea diversa dall'onorevole Fini e da quei parlamentari che sono andati a fare una visita - forse di carattere elettorale - che avesse lo scopo di condurre in campo le forze dell'ordine. Mi sembra che il Governo si sia espresso compiutamente sulla linea del ministro dell'interno e il resto ha fatto parte di un'altra questione che, a mio avviso, è un altro fantasma che qualcuno crea in questa situazione e che complica ulteriormente le cose. Ciò, infatti, implicherebbe, come conseguenza, che le forze dell'ordine, che chi dirigeva la Polizia e i Carabinieri non si è fatto dirigere dal ministro dell'interno ma da altri soggetti. Ciò aumenterebbe, forse inconsapevolmente, il discredito delle forze dell'ordine. Quindi, c'è una contraddizione in chi si «scappella» davanti alle forze dell'ordine, anche qui, e poi esprime il dubbio che esse siano state eterodirette da un'altra realtà politica inserita nel Governo. Ecco, le chiedo se una delle ragioni della difficoltà di gestire l'ordine pubblico a Genova non sia stata una combinazione fra due elementi: un corteo, che aveva una maggioranza pacifica e una minoranza non pacifica, e circa 10 mila guerriglieri i quali si trasferivano dall'interno all'esterno del corteo e creavano situazioni di estrema difficoltà, tra cui ciò che è successo in via Tolemaide, dove qualcuno si è inserito alla testa del corteo ed ha lanciato molotov e sassi alle forze dell'ordine. Non ritiene che la combinazione di tali elementi abbia rappresentato una miscela infernale? Certamente, ciò ha complicato i problemi per le forze dell'ordine, le quali, forse, sono state - nella preparazione anche di analisi rispetto a questa possibilità di una miscela infernale - colte di sorpresa da questa combinazione, visto che, tradizionalmente, si è


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abituati, quando c'è un grande corteo, ad un grande ordine. Ciò è nella storia e nella tradizione dei cortei e dei movimenti.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Grazie, presidente. Ringrazio il ministro di essere qui e della sua ampia ed esaustiva relazione, condivisibile da parte di tutti. Mi sembra che anche l'opposizione sia venuta a testimoniare che le forze dell'ordine hanno ben agito, che debbono essere rispettate e che sono un punto fermo della nostra società, della nostra civiltà e della nostra democrazia. Debbo tuttavia sottolineare che, nonostante l'opposizione sia stata così aperta nel condividere la sua relazione, questa apertura è solamente formale e non sostanziale, perché pur condividendo ciò che è stato detto sulle forze dell'ordine, continuano ancora una volta...

MARCO BOATO. Stiamo facendo un'indagine conoscitiva, perché deve parlare in questi termini?

PRESIDENTE. Senatrice Ioannucci, rivolga al ministro la sua domanda; ci sono altri due rappresentanti del gruppo di Forza Italia che hanno chiesto di intervenire.

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Onorevole Boato, sto semplicemente sottolineando che la sua relazione è stata da tutti condivisa, e questo mi fa molto piacere, perché, come cittadina italiana, voglio una Polizia che continui ad essere democratica.
Sotto questo profilo, purtroppo, alcuni senatori e deputati - non diciamo l'opposizione -continuano a sostenere che le forze dell'ordine hanno agito male, tant'è vero che qualcuno ha dichiarato che non sono state represse azioni di guerriglia e che non sono state fermate persone in flagranza di reato. Signor ministro, vorrei sapere se è vero quanto ci è stato indicato dalla procura della Repubblica con l'atto n. 50/GAB del 2001, in base al quale sono state arrestate in flagranza di reato...


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PRESIDENTE. Se lo dice la procura sarà vero. Lo chiediamo al ministro?

MARIA CLAUDIA IOANNUCCI. Vorrei sapere se ne era a conoscenza e se sia vero. Sono state arrestate ben 301 persone, sono stati convalidati 152 arresti; l'imputazione atteneva ad atti di diversa gravità, per lo più per resistenza, devastazione, saccheggio e associazione per delinquere.
Un'ultima cosa, se mi permette, presidente, sempre per amore del vero; siccome avevo sentito che l'ordinanza del questore n. 2977 del 2001 prendeva atto di un corteo, volevo leggerle solamente la parte dell'ordinanza del questore in cui dice che prende atto delle pubbliche manifestazioni stanziali (Commenti del deputato Violante)... «Stanziali» significa che sicuramente non è un corteo.

MARCO BOATO. Grazie presidente, non intervengo su questo punto.
Signor ministro, lei ha fatto una relazione - parlo velocemente perché dispongo di pochi minuti - in parte sulle vicende di Genova, in parte di carattere politico-generale; lei è il ministro dell'interno ed è anche ovvio che lo faccia. Su questo punto - già il presidente Violante ha fatto un cenno al riguardo - voglio dirle che, in uno Stato di diritto, se ci sono episodi di violenza da parte di cittadini italiani o stranieri, questi vengono repressi dalle forze di polizia legittimamente, non si istituisce una commissione d'indagine conoscitiva. In uno Stato di diritto si istituisce una commissione di indagine conoscitiva quando alcuni di coloro che hanno il monopolio dell'uso legittimo della forza, eventualmente - dobbiamo appurare i fatti e non emanare sentenze o processi sommari - non ne abbiano fatto un uso legittimo. Tutto qua. Questo per dire che questa è la finalità dell'indagine conoscitiva che non


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ha alcun'altra finalità. Su questo posso confermare quello che è stato detto, che non vi è alcuna intenzione di criminalizzare in maniera indiscriminata nessuno, né le forze di polizia né, se mi permette, i manifestanti antiglobalizzazione. Chi ha violato le disposizioni dello Stato di diritto va accertato dall'autorità giudiziaria; chi le ha violate, appartenendo ai corpi dello Stato, va accertato anche in sede disciplinare. Lei ha disposto indagini che noi abbiamo apprezzato e noi dobbiamo, non attribuire responsabilità, ma semplicemente (Commenti del ministro Scajola)...
Non ho capito, ma comunque, non voglio aprire un dialogo, altrimenti il presidente interviene. Per quanto ci riguarda noi dobbiamo cercare di ricostruire i fatti. Quindi ciò che attiene alle questioni, alle intenzioni generali, e alla fiducia di uno Stato democratico, dobbiamo respingere la violenza in qualunque forma, ristabilire un rapporto di fiducia con le forze di polizia, laddove si sia incrinato; credo di poter dire, con assoluta sincerità, che condivido queste finalità.
Però, quando la fiducia nelle forze di polizia, forse sbagliando e coinvolgendo chi non ha alcuna responsabilità, viene incrinata, il modo migliore per ristabilirla credo sia quello di accertare la verità, per quanto ci riguarda, e la responsabilità, per chi ha competenza ad accertarla. La verità vi farà liberi: è una frase evangelica che è stata prima evocata, mi sembra dal collega Sinisi.
Non farò domande specifiche. Lei ha indicato tre obiettivi fondamentali: lo svolgimento del G8, la tutela di tutti i cittadini e dei beni (quindi, il contrasto della violenza) e la garanzia della libertà di manifestazione pacifica. Le domande che molti colleghi le hanno rivolto riguardano non il primo obiettivo, che - ne prendiamo atto - è stato raggiunto pienamente e non era scontato, ma ciò che non si è verificato positivamente rispetto


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al conseguimento del secondo obiettivo (cioè il non aver adeguatamente contrastato la violenza) e del terzo (cioè il non avere garantito adeguatamente la libertà di chi intendeva manifestare pacificamente). Non entro nei dettagli, perché diventerei ripetitivo.
Per quanto riguarda la linea che il Governo ha adottato e che lei ha ricordato dettagliatamente in questa sede, come ha fatto anche il suo collega Ruggiero poco fa, devo dire che la condivido pienamente. Il problema riguarda il modo in cui sono stati raggiunti il secondo ed il terzo obiettivo, che a mio parere, sono stati non solo non pienamente realizzati, ma gravemente violati.
Per concludere, le pongo due questioni istituzionali, senza peraltro entrare nei dettagli.
Lei ha ricordato giustamente richiamato una riunione del Comitato nazionale tenutasi pochissimi giorni fa che, riguarda una questione molto importante, quella del coordinamento delle Forze di polizia. Come molti di noi hanno rilevato dalle informazioni acquisite, questo coordinamento per alcuni aspetti, anche significativi, non ha funzionato. Il coordinamento pone un altro problema: non solo che le Forze di polizia si coordinino fra di loro, ma che l'autorità di pubblica sicurezza sia l'autorità di polizia, cioè il questore, il prefetto, il funzionario di polizia al cui comando sono i reparti degli altri corpi. Vi è quindi un problema di coordinamento e di modalità di intervento.
Il collega Turroni, ha ricordato gli episodi di sangue. So che ci sono stati feriti tra gli appartenenti alle Forze di polizia e questi hanno la mia totale solidarietà; ma quando vedo, fra i manifestanti pacifici, troppe persone che sanguinano e, in particolare, perdono sangue dalla testa con ferite profonde, mi


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chiedo se anche rispetto alle modalità le modalità di intervento lei non debba porsi, signor ministro dell'interno, degli interrogativi.
L'ultima questione riguarda le sue responsabilità istituzionali che lei ha richiamato all'inizio e che io condivido. Però, poiché noi come parlamentari lavoriamo anche per il futuro, come lei giustamente ha detto (ed io condivido l'auspicio per il futuro), bisogna che si assuma pienamente le sue responsabilità e che richiami qualche suo collega di Governo, a cui non competono le sue responsabilità di autorità nazionale per la sicurezza e l'ordine pubblico, a non immaginare di avere delle prerogative istituzionali su quali siano le manifestazioni consentite o non consentite. Si tratta di responsabilità che non competono ad altri membri del Governo ma solo al ministro, al dipartimento di pubblica sicurezza, ai prefetti ed ai questori. Nel nostro ordinamento non spetta al ministro per i rapporti con il Parlamento o ad un altro ministro decretare quali siano le manifestazioni consentite e quali no. Per ciò che riguarda le manifestazioni consentite o meno, lei ha affermato dei principi che io condivido e che mi auguro siano pienamente attuati.

LUIGI BOBBIO. La ringrazio signor ministro, per essere stato così chiaro, lucido e completo nelle sue dichiarazioni. Conto molto sulla piena congruità delle sue risposte alle mie poche domande, perché attraverso queste domande e, soprattutto, attraverso le risposte che lei darà si potrà, finalmente squarciare il velo, seppure nel finale, questo velo posto da molti colleghi, senatori e deputati, tendente a fondare questi lavori sulla coltivazione della petizione di principio, in virtù della quale, ripetendo una cosa inesatta o non vera, si finisce con l'arrivare a sostenere che essa sia vera. Si sono fatte una quantità di affermazioni che si sarebbero dovute dimostrare


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nelle loro premesse e che invece vengono continuamente ripetute come se fossero già acquisite come vere.
Vorrei porle alcune domande per tentare di arrivare ad un chiarimento di alcuni aspetti che dovrebbero essere elementari e ben conosciuti a tutti.
Per quella che è la sua funzione, sa dirci se un corteo non vietato - questa credo sia la dizione tecnica esatta - resti tale anche quando si abbandoni a manifestazioni di violenza o si accinga a violare un divieto, come è accaduto in via Tolemaide? Tenga presente, ad esempio, che ieri, non so se placidamente o sfacciatamente, Luca Casarini ha ammesso, a proposito dei fatti di via Tolemaide, che è vero che il corteo era giunto alla fine del percorso non vietato ma che erano iniziati alcuni lanci contro il cordone di Forze di polizia sistemato all'inizio del tratto non vietato. Lo stesso Luca Casarini ci ha detto - lo ripeto, in una maniera, direi, estremamente sfacciata - che era intenzione dei manifestanti, comunque, porre in atto un cosiddetto gesto di disobbedienza civile - poi vedremo cosa si intende per disobbedienza civile - per proseguire oltre, anche nella zona non vietata. Dunque, può dirci se, con questi requisiti, un corteo non vietato resti tale o se non sia invece dovere, oltre che compito precipuo delle Forze dell'ordine, intervenire per reprimere una manifestazione già violenta negli atti e nelle intenzioni?
Ancora. Lei ritiene che sarà mai possibile isolare i violenti e garantire il diritto di manifestare pacificamente fintanto che ci si dovrà misurare con una parte degli stessi manifestanti pacifici e con la loro generalizzata connivenza, il loro fiancheggiamento, la loro copertura dei violenti? Non ritiene che l'isolamento dei violenti sia stato reso, di fatto (a Genova e speriamo anche non in futuro), impossibile dal comportamento concreto di parte dei cosiddetti pacifisti e di quei


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mistificatori, tra loro, che creano ed alimentano il clima di violenza con affermazioni di disobbedienza civile riferita (questo, credo, è un punto importante), a condotte che, in concreto, per il solo fatto di portare al contatto fisico con le forze dell'ordine creano ed alimentano, dolosamente, un clima di violenza? Secondo lei, cosa dovrebbero fare, in questi casi, le forze dell'ordine di fronte alla cosiddetta disobbedienza civile: aprirsi? Lasciarli passare? Pregarli gentilmente di desistere? Credo che questo sia uno dei punti più importanti per chiarire bene le premesse.
Le ultime due domande. Le risulta che all'atto della perquisizione dell'istituto Diaz, i Black bloc, o comunque frange oltranziste di grande violenza, se ne fossero ormai di fatto impadronite, danneggiandolo distruggendolo ed estromettendo di fatto, ad esempio, gli addetti alla sala stampa?
Infine, uno dei «tormentoni» - mi permetta di dirlo, con una qualche ironia - di questi lavori: il Tonfa. Non so se si insista su questo strumento di ordine pubblico per cattiva conoscenza o per volontà strumentalizzatrice, nel quadro di una strategia complessiva tesa a portare in campo, per il futuro, delle forze dell'ordine indebolite rispetto ai manifestanti. Può dirci, a questo proposito, se l'ormai famigerato Tonfa non sia altro che, come consistenza ed attitudini offensive, un classico manganello con una impugnatura diversa, che consente alle forze dell'ordine di usarlo in senso difensivo?

FILIPPO MANCUSO. Ciò che mi tranquillizza veramente, signor presidente è il contenuto della relazione del ministro e l'accoglienza ragionevole e tutto sommato positiva, che questa assemblea gli ha riservato (parlo di persone e non di gruppi).
Né poteva essere diversamente, dopo avere ascoltato e, in questo intervallo di tempo, meditato le sue parole. Una


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concezione tacitiana della storia, anzi delle storie, mi consente di affermare, signor ministro, che il nostro lavoro, a parte quel tanto di documentario che potremo raccogliere, è rivolto al futuro. Mi tranquillizza la sua equanimità nel giudicare in modo articolato le realtà verificatesi.
Signor ministro, le pongo due questioni, sulla base di questa, tutto sommato, ovvia premessa. Quando lei ha rivendicato giustamente l'onore e le capacità delle forze, genericamente definite, dell'ordine, ed ha richiesto un apprezzamento di equità nei loro confronti, da parte del Parlamento e dei cittadini, non ha forse voluto sottintendere, o meglio implicitamente attestare, che esse, dopo ciò che è avvenuto, vanno trattate con misura sia nel rigore, sia nell'indulgenza, dissociando (questo giustifica l'onore che convive con la responsabilità) i comportamenti complessivi della funzione con quelli eventualmente carenti delle singole persone? Considerando oltretutto che vicende come quelle che si sono vissute possano essere indagate, ordinate, diciamo pure giudicate ex post, soltanto accettando l'idea che questa valutazione e questa ricostruzione non può valere al di fuori del vissuto concreto, ma piuttosto pensando a che cosa, nel bene e nel male, l'esperienza passata può servire al futuro. Ministro, se questa mia interpretazione, che non vuole da lei invocare né indulgenza né severità, sia stata esatta, lei meglio di ogni altro mi può dare atto che se avessi pensato diversamente o avrei taciuto o avrei altrimenti parlato.
La prima domanda è dunque se ho bene interpretato il silenzio o la genericità della parola che lei ha pronunciato qui. L'altra è la seguente, poiché parliamo del futuro con uno sguardo rivolto al passato e al presente: lei, signor ministro, pensa o, ancora prima, ha pensato che c'è una disposizione del codice di procedura penale, l'articolo 118, che la abilita a


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sollecitare all'autorità giudiziaria una collaborazione preventiva in ordine a fatti che abbiano rilevanza - la legge parla il suo linguaggio burocratico - sulla natura dei reati comportanti l'ordine di cattura obbligatorio, i reati quindi più gravi? Signor ministro, ha in questa contingenza grave, ed in parte prevedibile nella sua gravità, pensato ad utilizzare questo strumento? Qualora lo avesse fatto, o non lo avesse fatto (si tratta di un'eventualità di pari grado), intenderebbe valutare la sua utilizzabilità per il futuro in vista delle responsabilità che l'amministrazione governativa è chiamata ad affrontare, anche in termini brevi?
Vorrei rivolgere al ministro una terza domanda riguardo il concetto di legalità: lei lo sente come un concetto? Il nostro movimento che, con nostra soddisfazione, l'ha condotta a questa responsabilità, pensa che la legalità sia soltanto il diritto della forza o non sia piuttosto la forza del diritto? Chi può essere dispensato dall'osservarla e quando? Non le chiedo proclami, ma fiduciosamente pongo ciò come elemento di aspettativa, per una felice continuazione del suo mandato.

PRESIDENTE. Grazie, presidente Mancuso. Abbiamo terminato gli interventi. Il ministro ha bisogno di qualche minuto per raccogliere le idee?

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Non penso siano necessari. Valutavo che ogni cosa da organizzare è difficile, basta guardare questo tavolo...

PRESIDENTE. Non critichiamo le strutture del Parlamento...

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Ci sono difficoltà obiettive; sarei dell'avviso di proseguire, se siamo d'accordo.


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PRESIDENTE. Allora le do senz'altro la parola.

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Sono rimasto oggi molto favorevolmente colpito e la mia, in questa occasione, non è certamente una captatio benevolentiae: non ho parlato in occasione della mozione di sfiducia votata al Senato e prima, dal momento della presentazione della mozione di sfiducia. Fino a quel momento non ho rilasciato nessuna dichiarazione, non ho compiuto nessun atto, non ho fatto nessuna telefonata, non ho avuto contatti con nessuno perché avrei considerato non in regola con la mia coscienza qualsiasi dichiarazione o esposizione che sarebbe facilmente stata interpretata con uno spirito diverso da quello che invece poteva animare colloqui, informazioni, dichiarazioni. Molto volentieri ho partecipato all'invito per la giornata odierna, perché sono riuscito ad esprimere, per la prima volta, valutazioni complessive su quello che, come ministro dell'interno (ed anche il Governo nella sua interezza), intendo come gestione della pubblica sicurezza e dell'ordine pubblico. La mia relazione non può avere soddisfatto tutti, evidentemente, però credo, dagli interventi che ho ascoltato, che sia stata condivisa nella parte a cui più tenevo, quella con la quale affermiamo i principi della legalità in un paese democratico e come essa debba essere difesa da tutti e non possa avere sconti per qualcuno. Ho sentito condivisa questa parte a cui più tenevo dagli interventi di autorevolissimi esponenti del Parlamento italiano. Credo che questo possa farci capire, con maggiore ottimismo, il futuro di un diverso ciclo storico che si apre dinanzi all'Italia ed all'Europa riguardo alla garanzia della tutela dell'ordine pubblico. Non basta dire che le direttive politiche di questo Governo, non dissimili dalle direttive politiche che diede il Governo precedente, siano condivise. È necessario che queste direttive politiche diventino pratica


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attuazione della gestione dell'ordine pubblico. Basta osservare il numero dei fermati a Genova, degli arresti convalidati (che sono un numero alto, 200), ma anche solo la provenienza ed i paesi di origine di questi arrestati per capire come la gestione dell'ordine pubblico di fronte a questo nuovo fenomeno sia un fatto mai conosciuto nella storia d'Italia.
È evidente che questo nuovo fenomeno, come forze politiche, tutte democratiche e rispettose dei valori della Costituzione, deve portarci a ribadire i principi che non è mai male ripetere ogni qual volta ciò sia possibile. Deve, inoltre, farci capire che la difesa e la tutela delle libertà devono essere affidate alle forze dell'ordine come istituzione, non come persone. Guai se ci fosse un'identificazione di comportamenti non propri di persone a disprezzo e a discredito di una istituzione che difende i valori fondamentali della possibilità di manifestare! Quante volte la storia ci ha insegnato che proprio una predisposizione alla violenza nelle manifestazioni è stata usata per limitare la possibilità di manifestare e di dissentire. Mi riferisco anche alla storia del nostro paese. Quindi, la necessità di essere conseguenti alla proclamazione del principio costituzionale della tutela della legalità e della manifestazione pacifica che deve essere svolta, deve avere come sua inevitabile conseguenza atti consoni a permettere che così sia. A Genova questo non è successo.
Ho provato a dire - l'onorevole Bressa lo ha ripreso - che dobbiamo guardare al futuro. Da questo punto di vista Genova, paradossalmente, può essere una opportunità storica per questo paese.
Credo che tanti giovani, tanti di noi, abbiano capito di avere, forse, sottovalutato quelli che sono stati definiti atteggiamenti folcloristici, come una prima risposta debole di fronte, invece, a proclami di violenza che venivano esercitati.


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Anche nel momento più difficile della gestione del pre-G8, e poi durante il G8, in quel momento tragico per tutti della morte di un giovane causata da un altro giovane che ha dovuto uccidere per difendere se stesso, un momento tragico per tutta l'Italia, per tutti noi - ma, dovete credermi, è stato un momento forse più tragico, per il ministro dell'interno -, ebbene, non ho mai detto che il movimento antiglobalizzazione che manifestava a Genova fosse un movimento violento. Ho sempre detto che la maggioranza dei manifestanti ha ideali, i quali sono condivisi da molti di noi, anche in modo trasversale agli schieramenti politici tradizionali. Se mi sono espresso male, mi correggo. Ho detto che questi movimenti erano pacifici nella maggioranza, ma ho detto e ho sempre contestato che i violenti fossero uno sparuto gruppo di 150 o 200 elementi. Credo che un aspetto importante, già emerso dai lavori della vostra Commissione di indagine, sia quello di avere ormai capito, in maniera credo unanime o quasi, che i violenti non erano soltanto i black bloc. D'altronde, questi ultimi non erano soltanto 100-150 persone, ma molto più numerosi, probabilmente più di 1.000 e questo si desume anche dall'elevato numero degli arrestati black bloc tedeschi. Ma dissi allora, e lo ripeto adesso, che ci sono stati insieme ai black bloc violenti nostrani, che provengono da filoni che hanno usato violenza verbale prima del G8 e che hanno usato violenza fisica durante il G8, i quali sono ascrivibili, come emerge dagli arresti e dalle prime indagini (e vedremo le conclusioni della magistratura) ad alcuni elementi facinorosi e violenti, appartenenti a taluni centri sociali e appartenenti a talune parti delle «Tute bianche». Ormai, è emerso che i violenti, con diverso grado di violenza, con una soglia diversa personale di violenza e di visibilità alla stessa, erano fra le 6, 7, 8, 9 mila persone. È emersa una confusione della organizzazione di


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questa manifestazione, la quale è sfuggita da un coordinamento Genoa social forum, che era l'insieme, in qualche modo rappresentativo, di 500-600 sigle, ma che di fatto non riusciva a rappresentare tutti coloro che manifestavano a Genova. Ricordo che nella linea del dialogo abbiamo trovato difficoltà ad individuare quali fossero le persone che potevamo chiamare per colloquiare.
Abbiamo fatto un lavoro difficile per individuarli e quell'incontro è stato fatto invitando 15 responsabili di 15 sigle. Al Ministero degli affari esteri, poi, il 28 giugno, con il ministro Ruggiero, si sono presentati i rappresentanti di 5 o 6 di queste sigle. Pertanto, un fenomeno nuovo, di valenza internazionale, con una forte presenza italiana, nella quale si sommavano sigle che avevano alcuni contenuti di fondo comuni, ma con una variegata sensibilità da un opposto all'altro, che si sono trovate in una manifestazione di numeri e norme dove il controllo dell'ordine pubblico, e quindi l'individuazione dei violenti all'interno, era assolutamente difficile. Sì, è vero, avevamo una impreparazione di fondo a questo tipo di manifestazioni, ma è anche vero, credo, che una maggiore preparazione, che dovrà nel tempo essere raggiunta, non potrà mai essere sufficiente a garantire l'ordine pubblico di una manifestazione di 200 mila persone, se non c'è una rappresentatività di questi manifestanti che abbia all'interno la capacità di isolare i violenti. Non c'è stato segnalato un nome. Non c'è stata nessuna collaborazione nell'individuare o comunicare alle forze di polizia nomi su cui si poteva fare opera di prevenzione.
Per esprimere al meglio queste difficoltà e, quindi, rispondendo in questo modo a molte delle vostre domande, altro dato è la difficile collaborazione internazionale. Abbiamo provato, e stiamo provando, con una linea di continuità che non vede differenze fra governi e governi, a cercare una


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maggiore collaborazione in Europa, ma abbiamo trovato una difficoltà enorme, anche per le legislazioni diverse, per cui la schedatura e la comunicazione dei nominativi non è consentita.
Nonostante ciò, applicando il controllo alla frontiera e, quindi, sospendendo il Trattato di Schengen, abbiamo respinto circa 2 mila persone. Sembra un numero enorme, ma abbiamo visto che non è stato sufficiente.
Pertanto, dico con molta serenità, a voi illustri membri di questo Comitato, che la valutazione di queste situazioni dev'essere fatta con la considerazione asettica che la gestione di questi eventi non avrebbe potuto, comunque, essere perfetta.
Vi sono stati errori ed essi sono dovuti ad un insieme di motivazioni che ho riferito, ma certamente in queste condizioni era assolutamente impraticabile una gestione normale dell'ordine pubblico.
Si apre poi un secondo capitolo: vi sono state, da parte di taluni rappresentanti delle forze dell'ordine, difficoltà nella gestione dei comandi e, dal punto di vista personale, reazioni che non devono essere consentite. Riguardo a ciò, da subito, dal lunedì successivo, è stata disposta un'indagine ferma, severa, che potesse iniziare a farci capire quello che era accaduto. Io so - ne sono certo - che dal Comitato potranno arrivare utili suggerimenti e anche approfondimenti che, uniti a quelli che sta svolgendo il ministro dell'interno, potranno aiutare a gestire meglio l'ordine pubblico in questo paese.
Nessuno creda, però, che un'opera di tale tipo possa essere realizzata con una bacchetta magica in tempi brevi. Dobbiamo recuperare il consenso dei cittadini e dell'opinione pubblica, forte e condiviso, verso le forze dell'ordine. Dobbiamo modificare il coordinamento e la gestione dell'ordine pubblico. Non


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si tratta di un problema di coordinamento tra forze a livello di vertice, bensì di abituarci a un nuovo sistema di gestione dell'ordine pubblico in cui non sia paradossale che per parlare tra reparti operativi si debba andare al singolo vertice per tornare indietro. Certamente occorrerà del tempo in quanto ciò è facile a dirsi, ma necessita di grandi difficoltà e di tempo per poter essere realizzato. Da ciò nasceva la perplessità sulla vicinanza dei vertici FAO e NATO, in quanto un cammino importante, come quello di una ulteriore e forte preparazione da parte delle forze dell'ordine a tale nuovo evento, necessita di tempo. Allora io credo che, con lo spirito di assoluta dedizione per i valori costituzionali che ognuno di noi, al di là delle parti politiche, deve avere in occasione dei prossimi vertici internazionali si debba, per vero senso dello Stato, avere da parte di tutti la massima collaborazione, affinché si possano svolgere nel modo più sereno. Guai se essi potessero rappresentare ancora la ricerca di due scopi e all'interno della struttura delle forze dell'ordine, il fine di far prevalere la logica dei veleni, che ne turba la serenità.
Per quanto riguarda il secondo obiettivo, non si pensi che la credibilità di un paese possa essere identificata con la credibilità di un Governo nella gestione dell'ordine pubblico. Ritengo che tale indagine e lo stesso evolversi dei fatti di Genova possano rappresentare un'occasione per affermare, anche in questo paese, quello che esiste in tutti i paesi moderni. Nei giorni scorsi avrete visto che in Francia, dove è in carica un governo di sinistra, una manifestazione non autorizzata, senza che vi fosse alcun sentimento di scandalo, è stata risolta con l'invio dei cellulari e con l'arresto dei manifestanti (che sono stati poi rilasciati). Ciò è avvenuto senza gridare allo scandalo da parte di alcuno, in quanto il principio deve essere che per garantire le manifestazioni


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democratiche, in un paese, è necessario stabilire e far sapere subito chiaramente a tutti che vi è l'unità di tutte le forze parlamentari contro la violenza e nella gestione delle manifestazioni.
Le manifestazioni non si autorizzano, sono consentite di per sé. Il compito dello Stato è di intervenire per proteggere i cittadini nei confronti di eventuali atti di violenza. Se oggi noi chiedessimo, però, ai cittadini italiani se le manifestazioni si devono autorizzare o sono di per sé legittime, ci risponderebbero tutti che esse devono essere autorizzate. Questo è un fatto...

MARCO BOATO. Non per tutte! C'è l'articolo 17 della Costituzione.

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. In grande parte. Non c'è questa conoscenza. Dobbiamo far capire sempre di più che il diritto di manifestare è legittimo, ma non lo è la violenza. Dovevo svolgere tale premessa prima di dare alcune risposte specifiche su alcuni punti.
Vi è poi una seconda premessa. Il ministro dell'interno è l'autorità nazionale di pubblica sicurezza, ma non è il responsabile tecnico operativo dell'ordine pubblico. Molte domande che mi avete posto, non tutte, hanno quasi ignorato tale principio, che è fondamentale, importantissimo e sempre da preservare nell'ordinamento costituzionale italiano. Il ministro dell'interno sovraintende, fornisce le direttive e se esse non funzionano si adopera affinché siano più efficaci nel futuro. Tale ministro, però, non è il responsabile tecnico delle operazioni. Occorre ancora ricordare, riguardo all'ordine pubblico, che il responsabile delle operazioni tecniche è l'autorità locale di pubblica sicurezza. Riguardo ai fatti di Genova forse si è confuso anche il rapporto tra competenza nazionale e


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quella locale. Non soltanto credo che sia opportuno ribadirlo, ma sono anche convinto che sia utile che un paese democratico affidi queste competenze tecniche alla sfera dei funzionari della pubblica sicurezza in sede locale: costituisce una garanzia di democrazia per un paese. Molte di queste domande esulano, quindi, dalla mia personale competenza.
Voglio, però, parlare dei fatti che più hanno colpito: l'episodio della Diaz, la questione dell'autorizzazione del corteo del 20 luglio e il manganello Tonfa. Quest'ultimo è uno strumento moderno di difesa dell'ordine pubblico, che dev'essere bene impugnato e utilizzato e che a Genova è stato fornito ad alcuni, ma non a tutti, in fase di sperimentazione. Ciò significa che valuteremo se tale strumento sia stato utile o dannoso. Certamente esso ha come scopo quello di poter essere anche un'arma di protezione e di difesa.

MARCO BOATO. Il problema è quando viene usato come una clava al rovescio, come si vede dalle immagini!

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Si tratta di un problema relativo al suo utilizzo.
Riguardo alla questione della manifestazione del 20 di luglio, posso leggere uno stralcio della relazione del questore: «Il corteo del 20 luglio era stato preannunciato al questore di Genova con un itinerario che da corso Gastaldi avrebbe attraversato via XX settembre, per raggiungere piazza De Ferrari all'interno della zona rossa. In attuazione dell'ordinanza prefettizia, il questore ha vietato il tratto che riguardava le zone interdette (piazza Verdi nella zona gialla, piazza De Ferrari nella zona rossa), notificando il provvedimento ai promotori il 19 luglio. Conseguentemente il questore ha predisposto i servizi a tutela delle zone interdette. I ripetuti tentativi di oltrepassare lo sbarramento delle forze dell'ordine,


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poste a presidio del divieto, si sono concretizzati attorno alle ore 17 in veri e propri assalti ai reparti, con l'uso di armi improprie (bastoni, molotov, bombe carta) così che si sono resi necessari gli interventi di polizia». Questo è un punto sul quale vi sono diverse interpretazioni...

MARCO BOATO. Non è andata così!

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Questo, però, rappresenta un punto sul quale ho uno stralcio della relazione del questore sugli incidenti, e costituisce oggetto, tra gli altri, di una nostra indagine amministrativa per capire, al meglio, quello che è accaduto. Condivido pienamente l'idea che la ricerca della verità sia la cosa più giusta alla quale una qualsiasi comunità possa tendere e non vi è alcuna preoccupazione da parte nostra nel volerlo fare fino in fondo.
In merito poi alla Diaz, credo di avere già risposto nel mio intervento iniziale, ma voglio ripetere che si trattava di un'operazione di carattere giudiziario. Vi è un'inchiesta in corso.
Abbiamo assistito ad uno spettacolo di grandi divisioni sulle operazioni di comando in quell'operazione. Abbiamo prestato la nostra collaborazione alla magistratura per le indagini in corso e quindi non voglio dire di più di ciò che è lecito dire per un ministro dell'interno responsabile.
Un'altra forte carenza constatata in quei giorni ho riguardato le comunicazioni. Tale carenza è stata oggetto di una lunga riunione del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica finalizzata alla ricerca di migliorie da apportare in tal senso.
Circa la zona gialla - quesito posto da molti degli intervenuti - ho già risposto nella mia introduzione. La zona gialla aveva una funzione: doveva servire da cuscinetto come


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ulteriore salvaguardia per la zona rossa. Doveva garantire che, avendo uno spazio più ampio, non si potesse arrivare alla zona rossa. Vi sono stati assalti alla zona rossa, ma nella stessa non si è entrati. Dico di più: nella zona rossa non c'erano soltanto i capi di Stato e di Governo e le delegazioni, ma anche 35 mila cittadini genovesi, che lì abitano. Nulla è accaduto, quindi la zona gialla ha svolto appieno il suo compito.
La chiusura della zona gialla non è stata totale - compreso questo possibile equivoco legato a quella parte di manifestazione del giorno 20 autorizzata con la relativa diversa comunicazione - perché si è sempre tentato, nello spirito di cercare dialogo e collaborazione con i manifestanti, di stemperare le tensioni. L'ordine pubblico non si gestisce con la repressione. La repressione è l'ultima, ripeto l'ultima, delle possibilità. L'ordine pubblico si governa. Ecco perché l'importanza dell'autorità locale; si governa infatti situazione per situazione, caso per caso, secondo la situazione ambientale, zona per zona, attraverso il dialogo con coloro che manifestano. In alcune zone peraltro vi è stata un'apertura.
Credo di aver risposto a molte delle vostre osservazioni, salvo quelle di natura strettamente tecnica, cui non desidero rispondere per rispettare l'ambito delle competenze del ministro ed anche perché sono in corso indagini della magistratura.
Circa la presenza del Vicepresidente del Consiglio Fini e di altri ministri a Genova, faccio presente che il ministro Castelli si trovava a Genova perché aveva ritenuto opportuno visitare quella struttura, che è stata definita un lager dall'onorevole Soda. Era una struttura gestita dal Ministero della giustizia ed egli ha quindi ritenuto opportuno compiere una visita per stare vicino agli operatori del suo dicastero. Questo è lo stesso


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motivo per il quale il ministro dell'interno, al di là di qualche dichiarazione apparsa sui giornali, ha ritenuto opportuno rimanere al suo posto di comando al Viminale.
Il Vicepresidente del Consiglio Fini è stato a Genova perché partecipava alla trasmissione televisiva Porta a porta assieme al ministro Ruggiero. Si è recato a Genova, ha partecipato a questa trasmissione televisiva e, nell'occasione, ha fatto visita al prefetto ed al questore di quella città, nonché al colonnello comandante. Per la vera verità si è fermato più a lungo nella caserma dei Carabinieri per il semplice motivo che all'esterno della stessa erano in corso manifestazioni molto tese. Era quindi opportuno che egli rimanesse all'interno della caserma finché non si fosse ristabilita la tranquillità. Questi sono i fatti reali.
In riferimento poi alla titolarità della gestione dell'ordine pubblico, la Costituzione specifica i compiti del ministro dell'interno ed io li eserciterò, fino a quando mi competerà, secondo la Costituzione repubblicana, senza delegare tali competenze ad alcuno.

PRESIDENTE. Il ministro ha detto che sulle domande tecniche non intende rispondere. Vorrei sapere se vi è qualcuno che ritiene necessario chiedere ulteriori precisazioni in merito alle questioni di diversa natura.

LUCIANO VIOLANTE. Desidero sapere se il ministro sia stato informato preventivamente della visita del Vicepresidente del Consiglio.

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Ne sono stato informato. Il dottor Vespa aveva invitato il sottoscritto alla sua trasmissione a Genova. Sto raccontando i fatti in modo preciso. Non so se il Vicepresidente Fini sarebbe andato anche


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se ci fossi andato io. Egli comunque mi ha avvertito che sarebbe andato a Genova per partecipare a quella trasmissione e, quindi, nell'occasione, per fare visita al prefetto ed al questore.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro Scajola anche a nome dell'intero Comitato; lo invito a consegnarci copia della sua relazione.

CLAUDIO SCAJOLA, Ministro dell'interno. Certamente.

PRESIDENTE. Acquisiamo allora la sua relazione agli atti.
La ringrazio nuovamente, signor ministro, e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 20,35.