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Se ne va Cerutti Gino. È morto Giorgio Gaber |
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Cerutti
Gino non cè più. Il mago o il drago, come lo
stimavano al bar del Giambellino, non tira più di stecca, al
tavolo verde, sotto la luce che sa di fumo. Giorgio Gaber è
morto. Non lo vedremo entrare unaltra volta aprendo la porta
con unistante di sospensione che richiama lattenzione del
pubblico. Non lo vedremo alto, magro, con quella incredibile chioma
che si tirava sulla fronte a mitigare lasprezza del naso.
Faccia comica, faccia da periferia, periferia comera il
Giambellino, che fuori Milano non conoscono, quartiere popolare di
nebbia, di casermoni, dimmigrati e di milanesi autentici,
interisti e un po bauscia, narratori di poche parole e di
secchi eloquenti gesti, che mimano la vita, il lavoro le donne gli
amori il derby a San Siro e persino i sogni, oltre che i colpi a
boccette. Quelle prime immagini di Giorgio Gaber con la giacca troppo
stretta e il maglione girocollo alto, locchio smaliziato, il
sorriso beffardo, quellaria un po di mala, se non altro
per aspirazione, che danno lesatta impronta del mago chiamato
Cerutti oppure del Riccardo, un altro tipo da bar e di biliardo, uomo
di grande compagnia, il più simpatico che ci sia. Povero
Gaber, così lontano e così testimone di un tempo che è
finito, spazzato via, un tempo popolare e autoironico, forte e
sincero, di straordinaria umanità e, verrebbe da dire con la
paura della retorica, di bontà e di solidarietà, come
capitava in quei luoghi allora un po meno poveri ma non ancora
travolti dal consumismo, dal benessere materiale, dalle illusioni
smarrite e cancellate e neppure dalle auto. Cera sì la
Torpedo Blu, come dice il nome, non era una macchina, non era
aggressiva, non era rumorosa, non inquinava, era un marchingegno più
umano che meccanico, che trasmetteva una sua nostalgica
tenerezza.
Giorgio Gaber, che si chiamava in realtà
Gaberscik e apparteneva a una famiglia di media borghesia, di origini
venete, senza agiatezze, con una casa in via Landonio, al Sempione,
era un giovane degli anni sessanta, cronista della sua generazione,
che aveva dietro le spalle la guerra e gli anni duri della
ricostruzione, un po testoriano, come tanti giovani bulli e
meno bulli di Testori, un dio di Roserio riemerso al
Giambellino. E di quella stessa generazione ripercorre la strada: dal
biliando e dal bar alla scuola, fino alluniversità,
dalla politica alle delusioni della politica, fino a unombra di
qualunquismo, qualcosa che sa di unamarezza profonda perchè
le cose non sono andate come si sperava, perchè troppi
tradimenti si devono scoprire in giro, perchè i sentimenti
hanno fatto crack, perchè rimane poco per sperare.
Gaber
era nato il 25 gennaio del 1939. A quindici anni aveva cominciato a
suonare la chitarra per curare il braccio sinistro, colpito da
paralisi. Si era diplomato ragioniere, sera iscritto
alluniversità, economia e commercio alla Bocconi. Si
pagava gli studi suonando al Santa Tecla, un locale dove incontrerà
Adriano Celentano e Enzo Jannacci. Proprio al Santa Tecla, Giorgio
Gaber verrà avvicinato da Mogol, il futuro paroliere di Lucio
Battisti. Mogol gli proporrà di incidere un disco. Andrà
alla Ricordi e con la Ricordi, farà quattro canzoni, una
diventata famosissima, Ciao, ti dirò (scritta con
Tenco), la canterà anche Celentano, era uno dei primi rock che
si sentivano in Italia e faceva: Pupa ciao ti dirò, pupa
ciao ti dirò.... Un po ossessivamente, ma quello
era il ritmo. Testo banale, ma allegro, per ridere e ballare. Eravamo
nel 1958. Gli anni Sessanta vedranno crescere la sua popolarità,
parteciperà anche ad alcuni Festival di Sanremo, farà
lattore cantante nei caroselli, presenterà qualche
trasmissione televisiva. Nel 1965 si sposerà con Ombretta
Comelli (futura Colli, futura presidente per Forza Italia della
provincia di Milano e lui dirà: «Ho mia moglie che è
di Forza Italia, ma fisicamente non ce la faccio a essere di destra,
ma come mi fanno incazzare quelli di sinistra...). A Canzonissima 69
il Cerutti Gino si presenterà con una canzone che è un
ritratto della sua città: "Com'e` bella la citta`",
una tra le prime canzoni in cui traspare la sua sensibilita` sociale.
Comincia con un invito: «Vieni, vieni in città, che stai
a fare in campagna, se tu vuoi farti una vita devi venire in città.
Comè bella la città, comè grande la
città, comè viva la città, comè
allegra la città...». Ma poi ripete, ripete
ossessivamente e la canzone diventa una nevrosi, la nevrosi di una
città che sempre più grande, sempre più alta,
sempre più rumorosa, una città che cancella il Cerutti,
lo nasconde nelle sequenze quotidiane e anonime, lo annichilisce. Il
protagonista di tante serate al bar, così generoso, così
appariscente, si consuma... nella città «piena di strade
e di negozi e di vetrine piene di luce, con tanta gente che lavora,
con tanta gente che produce, con le réclames sempre più
grandi, coi magazzini, le scale mobili, coi grattacieli sempre più
alti e tante macchine sempre di più». Siamo allinizio
di unaltra storia, quella del signor G. E non sarà una
storia più politica dellaltra: Gaber politico alla sua
maniera lo è sempre stato e proprio perchè era capace
di raccontare quanto gli capitava attorno, di capire la gente, di
muoversi tra la gente, di sentire quanto andava mutando. E tanto era
mutato e il signor G. era il risultato. Con il signor G.,
Giorgio Gaber raggiunse nel 1970 il palcoscenico del Piccolo Teatro.
Laveva voluto addirittura Paolo Grassi. "Il Signor G"
Sarà il primo di una lunga serie di spettacoli musicali
portati in teatro, spettacoli dove canzoni e monologhi si alternano e
lo spettatore vedrà consumarsi davanti a sè un
materiale che dice tante cose assieme, con lambizione di
rappresentare la vita nelle sue vicissitudini, nei suoi tramonti,
anche nella sua forza: Gaber, in questo poco, nella smisurata
resistenza del signor G, schiacciato dalluniverso che si
incombe, sopra, sotto, di lato, parlerà di politica, cercherà
di parlare alle coscienze dello spaesamento comune in una società,
così che esalta la merce su tutto e non tiene gran conto
delluomo e delle sue debolezze.
Si può dire che era
passato il Sessantotto, che erano passate le cose migliori del
Sessantotto e che Gaber le aveva viste e le aveva anche viste morire
e che aveva partecipato con la saggezza di una generazione già
adulta che aveva già fatto le prove della sue speranze e delle
sue delusioni al bar del Giambellino.
Dalla prima prova al
Piccolo Teatro, quasi ogni anni per Gaber sarà un incontro
nuovo con il pubblico e ogni volta dirà qualche cosa di più
della sua amarezza, talvolta un po sentenzioso.
A Milano ci
vive fino allinizio degli anni ottanta, quando comincia la
Milano da bere, quasi un colpo, lultimo colpo prima di
scegliere appunto la campagna, la Toscana, dove è morto. Ogni
tanto doveva tornare, per il suo lavoro, ma confessava che gli veniva
la stretta al cuore: non riconosceva più nulla di una città
che nel ricordo continuava ad amare. Nuovi spettacoli e poi una
riapparizione, che sapeva un po di bilancio, un album che
diceva: La mia generazione ha perso. Allora, un anno fa,
se ne discusse, si fecero polemiche e ci si chiese se quella
generazione aveva davvero perso. Qualcuno rispose che quella
generazione aveva perso, ma aveva venduto molti dischi. Le vittorie o
le sconfitte si misurano ovviamente secondo i punti di vista. In una
canzone, Destra-sinistra, Gaber scriveva e cantava:
«Tutti noi ce la prendiamo con la storia/ ma io dico che la
colpa è nostra/ è evidente che la gente è poco
seria / quando parla di sinistra o destra./ Ma cos'è la destra
cos'è la sinistra.../ Ma cos'è la destra cos'è
la sinistra.../Fare il bagno nella vasca è di destra/ far la
doccia invece è di sinistra/ un pacchetto di Marlboro è
di destra /di contrabbando è di sinistra...». E avanti
così. La canzone forse non era bella, ma esprimeva il disagio
di chi non sapeva più a che santo voltarsi. Disorientati,
confusi, però sinceri. Sarà qualunquismo? Unaltra
volta aveva scrityto: «Sì, qualcuno era comunista
perchè, con accanto questo slancio, ognuno era come più
di se stesso. Era come due pertsone in una. Da una parte la personale
fatica quotidiana e dallaltra il senso di appartenenza a una
razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita... E
ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte luomo
inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria
sopravvivenza quotidiana, dallaltra il gabbiano senza più
neanche lintenzione del volo perchè ormai il sogno si è
rreattrappito. Due miserie in un corpo solo».
AllUnità
una volta spiegò: «Credo che il pubblico mi riconosca
una certa onestà` intellettuale. Non sono nè un
filosofo nè un politico, ma una persona che si sforza di
restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i
segnali che avverte nellaria».
Oreste Pivetta. L'Unità 01.01.2003
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