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L'Unità, 01 / 01/ 2003

Oreste Pivetta

Se ne va Cerutti Gino. È morto Giorgio Gaber



Cerutti Gino non c’è più. Il mago o il drago, come lo stimavano al bar del Giambellino, non tira più di stecca, al tavolo verde, sotto la luce che sa di fumo. Giorgio Gaber è morto. Non lo vedremo entrare un’altra volta aprendo la porta con un’istante di sospensione che richiama l’attenzione del pubblico. Non lo vedremo alto, magro, con quella incredibile chioma che si tirava sulla fronte a mitigare l’asprezza del naso. Faccia comica, faccia da periferia, periferia com’era il Giambellino, che fuori Milano non conoscono, quartiere popolare di nebbia, di casermoni, d’immigrati e di milanesi autentici, interisti e un po’ bauscia, narratori di poche parole e di secchi eloquenti gesti, che mimano la vita, il lavoro le donne gli amori il derby a San Siro e persino i sogni, oltre che i colpi a boccette. Quelle prime immagini di Giorgio Gaber con la giacca troppo stretta e il maglione girocollo alto, l’occhio smaliziato, il sorriso beffardo, quell’aria un po’ di mala, se non altro per aspirazione, che danno l’esatta impronta del mago chiamato Cerutti oppure del Riccardo, un altro tipo da bar e di biliardo, uomo di grande compagnia, il più simpatico che ci sia. Povero Gaber, così lontano e così testimone di un tempo che è finito, spazzato via, un tempo popolare e autoironico, forte e sincero, di straordinaria umanità e, verrebbe da dire con la paura della retorica, di bontà e di solidarietà, come capitava in quei luoghi allora un po’ meno poveri ma non ancora travolti dal consumismo, dal benessere materiale, dalle illusioni smarrite e cancellate e neppure dalle auto. C’era sì la Torpedo Blu, come dice il nome, non era una macchina, non era aggressiva, non era rumorosa, non inquinava, era un marchingegno più umano che meccanico, che trasmetteva una sua nostalgica tenerezza.
Giorgio Gaber, che si chiamava in realtà Gaberscik e apparteneva a una famiglia di media borghesia, di origini venete, senza agiatezze, con una casa in via Landonio, al Sempione, era un giovane degli anni sessanta, cronista della sua generazione, che aveva dietro le spalle la guerra e gli anni duri della ricostruzione, un po’ testoriano, come tanti giovani bulli e meno bulli di Testori, un “dio di Roserio” riemerso al Giambellino. E di quella stessa generazione ripercorre la strada: dal biliando e dal bar alla scuola, fino all’università, dalla politica alle delusioni della politica, fino a un’ombra di qualunquismo, qualcosa che sa di un’amarezza profonda perchè le cose non sono andate come si sperava, perchè troppi tradimenti si devono scoprire in giro, perchè i sentimenti hanno fatto crack, perchè rimane poco per sperare.
Gaber era nato il 25 gennaio del 1939. A quindici anni aveva cominciato a suonare la chitarra per curare il braccio sinistro, colpito da paralisi. Si era diplomato ragioniere, s’era iscritto all’università, economia e commercio alla Bocconi. Si pagava gli studi suonando al Santa Tecla, un locale dove incontrerà Adriano Celentano e Enzo Jannacci. Proprio al Santa Tecla, Giorgio Gaber verrà avvicinato da Mogol, il futuro paroliere di Lucio Battisti. Mogol gli proporrà di incidere un disco. Andrà alla Ricordi e con la Ricordi, farà quattro canzoni, una diventata famosissima, “Ciao, ti dirò” (scritta con Tenco), la canterà anche Celentano, era uno dei primi rock che si sentivano in Italia e faceva: “Pupa ciao ti dirò, pupa ciao ti dirò...”. Un po’ ossessivamente, ma quello era il ritmo. Testo banale, ma allegro, per ridere e ballare. Eravamo nel 1958. Gli anni Sessanta vedranno crescere la sua popolarità, parteciperà anche ad alcuni Festival di Sanremo, farà l’attore cantante nei caroselli, presenterà qualche trasmissione televisiva. Nel 1965 si sposerà con Ombretta Comelli (futura Colli, futura presidente per Forza Italia della provincia di Milano e lui dirà: «Ho mia moglie che è di Forza Italia, ma fisicamente non ce la faccio a essere di destra, ma come mi fanno incazzare quelli di sinistra...). A Canzonissima 69 il Cerutti Gino si presenterà con una canzone che è un ritratto della sua città: "Com'e` bella la citta`", una tra le prime canzoni in cui traspare la sua sensibilita` sociale. Comincia con un invito: «Vieni, vieni in città, che stai a fare in campagna, se tu vuoi farti una vita devi venire in città. Com’è bella la città, com’è grande la città, com’è viva la città, com’è allegra la città...». Ma poi ripete, ripete ossessivamente e la canzone diventa una nevrosi, la nevrosi di una città che sempre più grande, sempre più alta, sempre più rumorosa, una città che cancella il Cerutti, lo nasconde nelle sequenze quotidiane e anonime, lo annichilisce. Il protagonista di tante serate al bar, così generoso, così appariscente, si consuma... nella città «piena di strade e di negozi e di vetrine piene di luce, con tanta gente che lavora, con tanta gente che produce, con le réclames sempre più grandi, coi magazzini, le scale mobili, coi grattacieli sempre più alti e tante macchine sempre di più». Siamo all’inizio di un’altra storia, quella del signor G. E non sarà una storia più politica dell’altra: Gaber politico alla sua maniera lo è sempre stato e proprio perchè era capace di raccontare quanto gli capitava attorno, di capire la gente, di muoversi tra la gente, di sentire quanto andava mutando. E tanto era mutato e il signor G. era il risultato. Con il “signor G.”, Giorgio Gaber raggiunse nel 1970 il palcoscenico del Piccolo Teatro. L’aveva voluto addirittura Paolo Grassi. "Il Signor G" Sarà il primo di una lunga serie di spettacoli musicali portati in teatro, spettacoli dove canzoni e monologhi si alternano e lo spettatore vedrà consumarsi davanti a sè un materiale che dice tante cose assieme, con l’ambizione di rappresentare la vita nelle sue vicissitudini, nei suoi tramonti, anche nella sua forza: Gaber, in questo poco, nella smisurata resistenza del signor G, schiacciato dall’universo che si incombe, sopra, sotto, di lato, parlerà di politica, cercherà di parlare alle coscienze dello spaesamento comune in una società, così che esalta la merce su tutto e non tiene gran conto dell’uomo e delle sue debolezze.
Si può dire che era passato il Sessantotto, che erano passate le cose migliori del Sessantotto e che Gaber le aveva viste e le aveva anche viste morire e che aveva partecipato con la saggezza di una generazione già adulta che aveva già fatto le prove della sue speranze e delle sue delusioni al bar del Giambellino.
Dalla prima prova al Piccolo Teatro, quasi ogni anni per Gaber sarà un incontro nuovo con il pubblico e ogni volta dirà qualche cosa di più della sua amarezza, talvolta un po’ sentenzioso.
A Milano ci vive fino all’inizio degli anni ottanta, quando comincia la Milano da bere, quasi un colpo, l’ultimo colpo prima di scegliere appunto la campagna, la Toscana, dove è morto. Ogni tanto doveva tornare, per il suo lavoro, ma confessava che gli veniva la stretta al cuore: non riconosceva più nulla di una città che nel ricordo continuava ad amare. Nuovi spettacoli e poi una riapparizione, che sapeva un po’ di bilancio, un album che diceva: “La mia generazione ha perso“. Allora, un anno fa, se ne discusse, si fecero polemiche e ci si chiese se quella generazione aveva davvero perso. Qualcuno rispose che quella generazione aveva perso, ma aveva venduto molti dischi. Le vittorie o le sconfitte si misurano ovviamente secondo i punti di vista. In una canzone, “Destra-sinistra”, Gaber scriveva e cantava: «Tutti noi ce la prendiamo con la storia/ ma io dico che la colpa è nostra/ è evidente che la gente è poco seria / quando parla di sinistra o destra./ Ma cos'è la destra cos'è la sinistra.../ Ma cos'è la destra cos'è la sinistra.../Fare il bagno nella vasca è di destra/ far la doccia invece è di sinistra/ un pacchetto di Marlboro è di destra /di contrabbando è di sinistra...». E avanti così. La canzone forse non era bella, ma esprimeva il disagio di chi non sapeva più a che santo voltarsi. Disorientati, confusi, però sinceri. Sarà qualunquismo? Un’altra volta aveva scrityto: «Sì, qualcuno era comunista perchè, con accanto questo slancio, ognuno era come più di se stesso. Era come due pertsone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita... E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana, dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perchè ormai il sogno si è rreattrappito. Due miserie in un corpo solo».
All’Unità una volta spiegò: «Credo che il pubblico mi riconosca una certa onestà` intellettuale. Non sono nè un filosofo nè un politico, ma una persona che si sforza di restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i segnali che avverte nell’aria».

Oreste Pivetta. L'Unità 01.01.2003


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