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Leoncarlo Settimelli
L'Unità, 02 / 01/ 2003

Eri il nostro Elvis, sei diventato il nostro Brecht



Che brutto inizio d'anno, signor G. Andarsene quando tutti s'incontrano e si dicono “speriamo che il 2003 sia migliore del 2002”. Di certo avresti potuto farci una canzone delle tue, come quando decidesti di rispondere a Celentano e al suo facile ecologismo che si sceglieva contro chi aveva distrutto i prati della via Gluck. Tu prendesti la chitarra e coniasti una canzone che si metteva dal punto di vista opposto, narrando di una coppia che voleva sposarsi ma non aveva una casa dove andare ad abitare e se la prendeva con chi lasciava i prati al loro posto e non costruiva appartamenti per le giovani coppie. No, tu non stavi dalla parte degli speculatori, ma non ti andava giù il romanticismo facile di Celentano e questo suo facile appello ai sentimenti. Forse ti accorgesti allora di avere una vena polemica e satirica e di saperla indirizzare verso gli obiettivi giusti.

La nostra generazione

A ben guardare, sei sempre stato “contro” a spero che tu non ti porterai via le rampogne che ti rivolgemmo quando uscì il disco La mia generazione ha perso. Forse fummo duri, ma franchi, anche perché sapevamo che non avresti perdonato un atteggiamento che tenendo conto della tua malattia avesse ammorbidito la polemica. Perché tu sapevi che quella nostra reazione nasceva dall'ammirazione per te e per la tua storia, che ci era parsa la nostra, o molto vicino alla nostra. Fin da quando eri apparso magrolino nei primi show televisivi, uscendo da dietro un juke-box e ti dimenavi dinoccolato, intonando roboanti rock alla Elvis Presley. Eri proprio un rocchettaro prima maniera, parte di quella pattuglia che era sinceramente schifata dai vecchi scarponi, dai campanari, dai tamburini dei reggimenti e dalle mamme bianche del Festival di Sanremo. Però non fosti di quelli che rimasero lì a far finta di essere Elvis e Billy o Eddie ma cominciasti a disegnare un mondo popolato di piccoli uomini che cercavano di capire il mondo. Chi non ti ricorda in Non arrossire o Com'è bella la città, piccoli ritratti di persone e cose senza uso di paroloni e con linguaggio sincero. Ti debbono molto anche quelli che poi furono espressione della canzone popolare e politica, per quel delizioso Canzoniere minimo dove fece capolino per la prima volta in tv un genere nuovo, “impegnato”, come si diceva allora. Esperimento che attuasti con maggiore convinzione in altre trasmissioni dove c'erano Morandi o Little Tony da un lato, Luigi Tenco e Margot dei Cantacronache dall'altro (e ricordo un Ugo Gregoretti che diceva cose importanti sui due generi).

Lasciasti convinto il rock per qualcosa di più nostro, di più italiano. Non parlo di Benzina e cerini, che ebbe solo il merito di portare alla ribalta di Sanremo la deliziosa Maria Monti. Né di Allora dai, Sanremo '67, quello del suicidio di Tenco. Lo so, eri sincero nel dire che “ogni uomo è uguale a un altro” anche se diverso è il colore della pelle, ma la canzoncina era un po' stiracchiata, come un semplice teorema di ugualitarismo. E Umberto Eco te lo fece notare, scrivendo sull'Espresso che il festival che doveva essere quello della protesta aveva messo proprio alla protesta la barba di Padre Mariano e i mutandoni di Filogamo: per dire che c'era assai poca verità in quella edizione, e tutti giocavano un po' a lanciare il sasso e a ritirare la mano, giocando sul mercato della protesta e contemporaneamente su quello dell'amore e restando a guardare su quale sarebbe stato meglio puntare.

Migliore, sì, quel filone un po' grottesco della Torpedo blu e soprattutto quella del tizio – un operaio alla catena di montaggio? - che diventava schiavo di una serie di tic dovuti alla ripetitività della sua occupazione. Ecco, chissà se era per il tuo volto così lungo, da cartoon, tagliato da quel tuo naso che non lasciava indifferenti: chissà se perl la posizione sempre un po' ingobbita, che sottointendeva uno stato di permanente difficoltà a inserirsi nella vita. Insomma, con quella canzone che sembrava discendere dallo chapliniano Tempi moderni ci facevi scoprire il piacere di un humour graffiante e della satira nella canzone italiana, sempre così melodrammatica. E infilasti in quel tempo anche una serie di personaggi riusciti, dal Cerutti Gino, re del Giambellino al Riccardo, che la sera gioca a biliardo, non è di grande compagnia ma è il più simpatico che ci sia. Il tutto condito con barbera e champagne e magari con una fetta di pizza, come quella che cucinasti a un festival di Napoli e che in verità era piuttosto bruttina. E tu la sapevi, ma, come si dice, non si possono far sempre dei capolavori.

La grande svolta

Poi ci fu la grande svolta. Quella del teatro, complice il Piccolo di Milano, e del Signor G., così chiamato alla maniera dei personaggi brechtiani. E ti negasti alla tv, anche in questo anticipando tanti tuoi compagni d'avventura. Sapevi che la tv ti avrebbe messo addosso la pubblicità, ti avrebbe contingentato i tempi, avrebbe voluto mettere il naso (il suo terribile naso bulgaro) nei testi. No no, meglio una platea ristretta ma con la quale dialogare e sentire i brividi sulla pelle, il sorriso appena accennato o fragoroso, l'applauso debole e quello forte. Cominciarono a chiamarti il grillo parlante della sinistra e di certo quante stoccate sferrasti su questo popolo che dopo il corteo correva a casa a farsi uno sciampo. Ma scrivevi anche canzoni che gli altri riprendevano subito, come La libertà, che ebbe la sua grande stagione nelle feste dell'Unità e nei comizi. Ti comparve accanto Luporini e gli studi futuri – che certo saranno necessari – ci diranno quale sia stato il tuo modo di lavorare con lui. Quanto c'era di tuo e quanto c'era di suo e come tutto finiva per diventare “vostro”? Ma adesso è troppo presto per parlare di queste cose. Ti vedemmo con piacere, accanto a Fo e Celentano, ma soffrimmo nel constatare come eri fisicamente cambiato. Avevi avuto coraggio a mostrarti, senza fare quelle storie che in genere gli artisti fanno, tipo “voglio che mi ricordino com'ero ai bei tempi” e cose del genere. Di te ricorderemo infatti non il volto che parlava della malattia, ma l'insostenibile leggerezza del cantare, del dire in faccia anche cose a noi sgradevoli. Però una cosa vogliamo ribadirti, caro Giorgio: che la tua generazione non ha perso, perché altrimenti oggi non saremmo qui a piangerti e a ricordare ciò che hai dato non solo alla canzone, ma all'umana intelligenza.

Leoncarlo Settimelli – L'UNITA' – 02/01/2003


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