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MUSICA

Gaber, un disco nella bottiglia

A chiusura di un libretto che accompagnava, con una lunga intervista, la pubblicazione di una cassetta edita dall'Unità sul finire degli anni Novanta, con brani e canzoni tratti da Il Teatro Canzone, Giorgio Gaber concludeva la nostra chiacchierata con una riflessione sul secolo nuovo che ormai era lì, a portata di mano, dicendo “se proprio devo fare un piccolo bilancio di questa mia esistenza mi sento in debito con il destino per tutto ciò che ho avuto la possibilità di fare e di ottenere con il mio lavoro. Certo sento gli anni che passano. E non vorrei essere come quegli artisti che vengono giudicati bravi perché identici a quando erano giovani: siamo pieni di giovani attori vecchi! Al contrario vorrei affrontare questo tempo che mi rimane con l'esatta percezione degli anni che ho, in un rapporto autentico con quello che sono”.

Giorgio Gaber è scomparso il 1° gennaio del 2003, pianto da migliaia di persone, rimanendo in tutto e per tutto fedele a questa affermazione, non tradendo mai se stesso, pur essendo perfettamente consapevole del tempo nel quale gli era toccato di vivere, in quel mondo che “corre come un aeroplano e che, per fermarlo, non basta tirare “un sasso contromano”. Il suo ultimo album, Io non mi sento italiano, titolo che è tutto un programma, che esce postumo con dieci canzoni – scritte con Sandro Luporini, compagno di tutte le avventure del signor G, vero e proprio alter ego, conosciuto nel lontano 1959 al Bar Sempione di Piazza Gramsci di Milano – di cui sette nuove (le altre tre sono L'illogica allegria, Il dilemma, C'è un'aria, che qui vengono presentate con un arrangiamento nuovo) lo ribadisce con una forza, una lucidità, un amore della vita addirittura struggenti, appena un po' mitigati dall'ironia beffarda, dal ghigno iconoclasta, dallo sguardo critico che sono stati il segno del suo essere interprete, nel senso più pieno della parola, della sua epoca più che un semplice “cantattore”. All'ascolto Io non mi sento italiano (che conta sulla collaborazione alla direzione musicale di Beppe Quirici, dei musicisti della sua band affiancati da altri artisti e sulla sensibile regia sonora di Mart Jane Robertson), inciso fra aprile e ottobre del 2002, non solo non tradisce l'attesa ma appare come un vero e proprio testamento, un viaggio personale di Giorgio Gaber anche dentro le proprie contraddizioni di vecchio, utopico ragazzo con la Clarks ai piedi ancora con la capacità e la voglia di guardare al futuro, di sognare un nuovo umanesimo, dove “in una terra sconosciuta in un futuro non lontano al centro della vita ci sia di nuovo l'uomo”. Il ritratto a trecentosessanta gradi di un artista che ci ha accompagnato per lunghi anni, indifferente alle mode, come una presenza familiare e che entro la fine del mese si arricchirà della pubblicazione di 11 cd doppi dell'edizione rivista e completa del Teatro Canzone.

Io non mi sento italiano, che rompe un silenzio e un'assenza durati quasi due anni a causa dell'aggravarsi del male che lo ha portato alla morte con il quale ha convissuto per lungo tempo in assoluta riservatezza, sarebbe stato comunque un evento. Qui Gaber ci rivela un mondo a più facce anzi tanti mondi speculari e inquietanti che si riflettono gli uni negli altri come in un labirinto di specchi: dalla disillusione del rendersi conto che Il tutto è falso come dice il titolo del primo brano che chiosa, riscrivendo un pensiero di Adorno, “il falso è tutto”, alla ballata Non insegnate ai bambini, cantata con l'accompagnamento della chitarra classica e con la tenerezza di un nonno, all'invettiva della marcetta che dà il titolo all'album, sorta di lunga lettera scritta a un Presidente sullo stato dell'Italia, che non sarebbe spiaciuta né all'anarchico Boris Vian né al maestro riconosciuto di un tempo, Jacques Brel e che può contare, oltre che su di una spiazzante melodia, su di un inizio fulminante e quasi brechtiano: “Io G.G., sono nato e vivo a Milano. Io non mi senti italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Ma non mancano neppure l'ironica presa in giro dei desideri sessuali di un maschilista (Il corrotto); la disincantata descrizione dell'ultimo “peccato originale” del mondo occidentale che è La parola, vista nei suoi risvolti più negativi, non solo nell'incapacità di dire “noi”, ma anche di vivere fino in fondo un'appartenenza; la critica del mondo dell'informazione e della più vuota e becera società dello spettacolo in C'è un'aria; le amatissime Il dilemma cantata con il groppo in gola e L'illogica allegria; la quasi ballata western dei Mostri che abbiamo dentro vista come un'inquietante cavalcata dei cavalieri dell'Apocalisse per arrivare alla chiusa ideale di Se ci fosse un uomo: non l'uomo forte, non l'uomo del destino, ma l'uomo capace di guardare dentro se stesso e “la sua oscura realtà del presente”. Un'utopia che ha il respiro di uno spiritual, con l'inedito accompagnamento di un coro e dove la musica lascia il posto a un monologo di forte intensità, che si trasforma in silenzio per poi tornare a essere musica. Commuove ascoltare la sua voce che ci sembra ancora così giovane e che risveglia nel ricordo la grande potenza fascinatrice della sua presenza scenica, del suo essere il cantore della spinta ideale del '68 e insieme del nostro disincanto, la sua generosità, quel darsi al pubblico quasi con timidezza ma senza riserva, la capacità di riempire un palcoscenico dando corpo e sangue alle parole e alla musica, quelle sue mani agitate nell'aria come nodosi interrogativi che esigevano una risposta, in un crescendo dove la musica entrava nel corpo e il corpo nelle parole...quante cose è stato G.G., Giorgio Gaber, anzi Giorgio Gaberscik, compagno della nostra adolescenza e dei nostri primi amori, in bilico fra un desiderio di reale cambiamento e un bisogno di inserimento nella società, con il suo senso del rigore e la sua poetica che considerava l'amore come qualcosa di concreto, anzi un vero e proprio atto di coraggio. Questo album inciso con le ultime forze, frutto di un semplice, quasi banale atto di eroismo quotidiano, che lo accomuna alle tante persone che credono che il senso fondamentale della vita sia quello di fare bene il proprio lavoro fino alla fine, costi quello che costi, in cui così frequentemente appare ed è citata, l'immagine della morte, è, in realtà, un grande inno alla vita vissuta nel sogno di un futuro che non si potrà vedere, l'ideale palingenesi positiva di una parola di speranza. Un disco di ascoltare e riascoltare, ma anche da fare ascoltare ai più giovani che non l'hanno mai visto in scena e, forse, mai ascoltato. Per ripercorrere insieme l'appassionato pessimismo di un volo di “gabbiani ipotetici” che conservano, malgrado tutto, il senso della direzione e quello delle proprie radici per potere, prima o poi, tornare a casa.

Maria Grazia Gregori – L'UNITA' – 24/01/2003



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