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CINEMA

Il regista: vincitori beffati dalla storia

Come nasce l'idea di far incontrare, a distanza di cinquanta anni, due partigiani e il fascista carnefice di uno dei loro compagni?

Ho lavorato per anni, a fianco di Paolo Gobetti, all'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza. Spesso, dopo le interviste che Paolo faceva a ex partigiani e che io riprendevo con la videocamera, chiedevo loro cosa avrebbero fatto se si fossero imbattuti in un nemico del tempo, nell'autore di un delitto efferato cui loro erano stati testimoni. Le risposte erano le più diverse: da “ma cosa vuoi fare”, a “io gli sparerei”. Sono i sentimenti in cui si dibatte chi ha fatto la Resistenza. Da questo spunto ho costruito il film, che non è sul sentimento di vendetta, bensì sulla Resistenza passata, sull'esistenza che passa e sulla memoria che se va.

I nostri anni” è anche un film sull'oggi, sulla discrasia tra l'Italia come è adesso e quella per cui i partigiani hanno combattuto.

Lavorando all'Archivio mi sono trovato ad affrontare un paradosso. Da una parte avevo i giovani pieni di speranze e di vita dei filmini amatoriali. Dall'altra vedevo, nelle interviste fatte per l'Archivio, questi vecchi partigiani che sembravano giovani invecchiati troppo presto, disadattati rispetto al loro tempo; uomini che si sentivano sconfitti e beffati dalla storia, sebbene dichiarati vincitori. Il film nasce da questo sentimento, da questa commozione e dalle ragioni di questo paradosso.

Il film ricorda, nei suoi flashback, i rarissimi filmini amatoriali girati dai partigiani...

I nostri anni” nasce dalla suggestione delle immagini girate da Don Pollarolo e conservate all'Archivio. Don Pollarolo era un prete, con la passione del cinema, che subito doppo l'8 settembre ha raggiunto il primo gruppo di ribelli (non si erano ancora definiti partigiani) di Duccio Galimberti. Aveva la passione per il cinema e, insieme ai sacchi di patate, portava con sé una cinepresa Pathe-baby, le vaschette e gli acidi per sviluppare la pellicola. Con questa 9 millimetri a perforazione centrale ha girato immagini incredibili, come il primo discorso che Galimberti fece ai militari sbandati, agli studenti, agli operai e a gente uscita dalla galera; come le scene di vita, anche allegra, dei partigiani in montagna. Sono immagini della Resistenza e di resistenza, in senso metafisico. Sfidano la storia e il tempo. Sono amatoriali, sgangherate ma con una voglia, un'urgenza, una necessità...Sembrano aver fatto fatica ad arrivare lì. Ogni volta che le guardi sembra che si stiano per dissolvere. Alla loro estetica mi sono rifatto lavorando con quattro pellicole diverse e sperimentando molto, seguendo lo spirito dell'Archivio, lo spirito partigiano: facciamo la banda, facciamo la capanna, proviamo a vedere cosa succede.

Il film ha una certa complessità estetica e linguistica. Molti formati, bianco e nero, salti di fotografia.

Il film è in “bianchi e neri”. Ogni differente modo di sentire, nel suo inestricabile groviglio di passato e presente, trova il suo corrispondente nel modo di costruire le immagini. C'è la memoria dei partigiani, Alberto e Natalina, e la memoria oggettiva della Resistenza. I due vecchi partigiani hanno un diverso rapporto con il tempo e la memoria. Alberto, che ha assistito al massacro, non riesce a separare il passato e il presente. Vive una perenne inquietitudine, una tensione latente. Farfuglia, borbotta, associa immagini del presente con quelle del passato, e il colonnato della stazione del Lingotto si trasforma nel bosco di betulle in cui è accaduto il fattaccio. Non c'è soluzione di continuità. Racconto questa indistinta visione mettendo la cinepresa su un “carrello”, ovvero attraverso immagini continue, fluide, ad esclusione di quelle nel bosco fatte con la macchina a mano. Invece Natalino, che ha scelto la solitudine vivendo un tempo interiore, sospeso e ovattato, lo racconto con inquadrature fisse. A queste si aggiungono i flashback “oggettivi” della Resistenza. Quando poi i due partigiani si incontrano e tentano la vendetta le loro memorie si fondono e i ricordi diventano anche momenti allegri e spensierati.

Intervista di Dario Zonta – L'UNITA' – 23/04/2004

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