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MUSICA

Il magico organetto di Gambetta jr.

Arie tradizionali, echi balcanici, sapori mediterranei, folate arabeggianti, lunari meditazioni, ironiche cadenze, suggestioni sospese tra ieri e domani. Si respira un clima da affascinante “koiné” in Pria Goaea, il nuovo cd di Filippo Gambetta, il ventiduenne genovese che, messosi già in evidenza nel precedente “Stria” (2000) e nel canadese Folk Alliance di Vancouver del 2001 quale rappresentante del nostro Paese, ha fatto dell'organetto diatonico il suo compagno prediletto di viaggio.

Ci parli anzitutto di questo strumento decisamente insolito.

Nato nella seconda metà dell'Ottocento a Vienna, ma diffusosi poi soprattutto nell'Italia centrale, l'organetto diatonico è l'antenato della fisarmonica ed uno degli strumenti più diffusi in tutto il mondo.

Uno strumento complesso.

Ad ogni bottone corrispondono due diversi suoni a seconda che si apra o si chiuda il mantice. Potrebbe essere assimilabile all'armonica a bocca.

Uno strumento reso celebre da Gorni Kramer e tornato in auge in ambito jazzistico in questi ultimi anni.

Sì, anche se ad essere precisi Kramer suonava una fisarmonica semitonata mentre jazzistri come Galliano e Portal usano, come faceva Astor Piazzolla, il bandoneon, dalla timbrica più nasale.

Come ti sei appassionato all'organetto diatonico?

Devo ringraziare soprattutto mio padre (Beppe, chitarrista flatpicking di fama internazionale) che da piccolo mi faceva sentire ogni tipo di musica. Quando a dodici anni ho ascoltato un disco di Riccardo Tesi (organetto) e Patrick Vaillant (mandolino), è stata una folgorazione. Da allora ho cominciato a studiare da autodidatta questo strumento, dal timbro più chiaro e definito rispetto alla fisarmonica.

Pria Goaea” è il titolo del tuo ultimo disco appena uscito. A cosa allude?

E' il nome di uno scoglio a Camogli dove ho imparato a nuotare. Pria Goaea per me rappresenta un punto fermo nel gran mare della mia vita in continua evoluzione. Mi dà lo spunto per tirare le somme delle cose che sto facendo.

Come definiresti la tua musica?

Forse come “folk del non luogo”. Di certo non mi interessa scimiottare una musica tradizionale che più non mi appartiene: quel che cerco di creare è invece una musica “mia” che sappia coniugare la tradizione e le più diverse suggestioni culturali con l'odierna sensibilità.

Oltre al chitarrista Claudio De angeli e al contrabbassista Riccardo Barbera, molti sono stati i collaboratori del disco, tra cui il violinista canadese Oliver Schoer.

Sono grande ammiratore da lungo tempo, aver potuto suonare con lui è stata per me un'esperienza spirituale ancor prima che musicale. Il suo modo di suonare il violino e di sperimentare nuovi linguaggi è qualcosa di veramente unico.

Quali i rapporti, musicalmente parlando, con tuo padre?

Anche se amo molto suonare con lui, cerco di evitarlo il più possibile per crearmi una mia visibilità.

Intervista di Paolo Battifora – IL SECOLO XIX – 10/04/2003



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