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MUSICA

Omaggio a George Harrison

Non c’era nebbia nella città degli angeli, ieri. È là che George Harrison è andato a morire, a Los Angeles. L’aveva cantata nel ‘67 (l’anno santo del rock, l’anno colorato di mille colori dalla sinfonia psichedelica di Sgt Pepper’s) profetizzando uno scenario da Blade Runner, in una delle più bizzarre, lisergiche e misconosciute canzoni dei Beatles, dove la sua bella, delicata e introversa voce - appoggiata su un fiume sonoro cupo e onirico - sussurrava «c’è nebbia sopra L.A., e i miei amici hanno smarrito la strada». Chissà se c’è anche quella canzone, Blue Jay Way, tra tutte le belle, bellissime, strepitose canzoni di George che in queste ore scorrono implacabili nelle menti e nei cuori dei milioni, che si affollano nei ricordi, che occupano qualche posto speciale nelle intricate storie di ciascuno di noi.
Ventun’anni dopo la scomparsa di John, trentuno dopo lo scioglimento dei Beatles, cinquantotto da quando vide la luce, George se n’è andato, dopo una lunga malattia, che sembra una beffa del destino dopo quei cinque sudici colpi di pistola che l’8 dicembre 1980 colpirono John Lennon, un dolente requiem per uno dei sogni più sconvolgenti (per la musica, per la civiltà dei cuori) che sono stati i Beatles. Nell’immaginario comune, George era sempre «il terzo»: non era il fragile profeta utopico (John), non era il grande orchestratore delle fantasie (Paul). Per il popolo del rock, lui era quello delle suggestioni indiane, quello che ha introdotto il sitar nella musica pop, il chitarrista delicato, elegante e timido, la perfetta spalla per due mostri sacri dalla vena irrefrenabile, prepotente, inestinguibile. Eppure, eppure...
Tuffatevi nel passato. Nella fredda Liverpool degli anni cinquanta. George, nato il 25 febbraio del ‘43, era un ragazzino magro e timido. Sognava, come tutti, il grande rock’n’roll che veniva dall’America, la liberatoria e sconvolgente forza ritmico-orgasmica di Elvis, Little Richard, Chuck Berry, Carl Perkins. Suo papà, Harold, che era stato marinaio, faceva il guidatore di autobus ed era un fervente sindacalista. Era stata mamma Louise a capire che il loro figlio più piccolo aveva del talento: fu lei a compargli la prima chitarra, per tre sterline. A diciassette anni, nel ‘58 si unì ai Quarrymen, chiamato da un suo amico, tal Paul McCartney, che non molto tempo prima aveva legato con un altro ragazzo un po’ disturbato e attaccabrighe, John Lennon. Quello che affascinava i due, che già si dilettavano a scrivere canzoni, era che il piccolo George era capace di fare dei veri e propri assoli sulla chitarra. Se loro erano dei ragazzi, lui era proprio un ragazzino: la prima avventura amburghese del gruppo (che aveva trovato un nuovo nome: Beatles) si concluse rapidamente, perché le autorità locali si accorserso che quel tipetto smilzo non aveva ancora compiuto la maggiore età. Di lì a poco, avrebbe preso forma l’incredibile: la beatlemania, un successo planetario senza precedenti, il furore colorato degli anni sessanta, qualcosa che nel tempo si sarebbe trasformato in una rivoluzione artistica, culturale e sociale che ancora non ha trovato fino in fondo le parole per essere raccontata. Il George Harrison dei primi Beatles è, perlopiù, quello di un chitarrismo delicato e sobriamente intelligente, assolutamente peculiare: spesso una cascata di note nitide e fresche, come in All My Loving oppure in A Hard Day’s Night, limpidi concentrati di purezza.
Nondimeno, anno dopo anno e disco dopo disco, la personalità artistica di George si staglia sempre di più: sin dall’inizio Harrison riesce a non scrivere «alla Lennon-McCartney», e non deve esser stato facile. Andiamo al glorioso 1966: Revolver, il grande album della svolta dei Beatles, quello che preconizza il futuro e che proietta definitivamente il rock in un altrove sonoro mai sentito prima, si apre con un ritmo duro, staccato, implacabile, inedito. Era Taxman. La firma, inaudita per l’incipit di un disco dei Beatles, era Harrison. Poche tracce dopo, ecco Love You To: e dalla piovigginosa Londra in bianco e nero si apre uno squarcio sconvolgente e dolcissimo in un mondo lontanissimo e coloratissimo, l’India.
Sono un’infinità gli ambiti nei quali i Beatles, artisticamente, sono stati i primi: i primi a farsi crescere i capelli, i primi a usare un quartetto d’archi, i primi a fondere generi musicali diversi, i primi di questo o di quello. In questo campionario di primati, quelli lanciati da George sono tantissimi. Sì, oggi potremmo dire che è stato il buon George, il timido George, ad inventare quello che ai nostri giorni viene chiamata «world music». È stato lui a trascinare l’India (tramite la sua conoscenza con il grande compositore e suonatore di sitar Ravi Shankar) nell’Occidente materialista, ad aprire una porta culturale che nessuno - e vieppiù in un campo che era considerato d’intrattenimento - avrebbe potuto immaginare. È stato lui a trascinare gli altri tre Beatles in India, così come è stato lui a fare le prime sperimentazioni di musica elettronica, nel primo album solista realizzato da un beatle, Wonderwall, nel ‘67, così come era stato lui (si dice) il primo dei quattro ad aver fatto uso di droghe lisergiche (ma questa è un’altra storia, forse).
A suo modo emblematica. la storia di George. Provateci voi a proporre dei pezzi a dei tizi che ti aprono dinnanzi l’universo con A Day in the Life oppure con la fluviale immensità di Abbey Road. Ebbene, lui ci è riuscito: si presenta, un giorno, dagli altri scarafaggi e li schianta lì un demo, con lui da solo alla chitarra. Era While My Guitar Gently Weeps, 1968, White Album. Le parole del titolo (mentre la mia chitarra gentilmente piange), l’aveva prese a caso da un dizionario. La musica? Evita tutti i geniali trucchi della cabala Lennon-McCartney, la sua voce è rarefatta e dolce, l’arpeggio è maliosamente obliquo, la canzone è semplicemente perfetta così com’è. Nondimeno, i Beatles, tutti insieme (e con l’aiuto di Eric Clapton, che consegna alla storia uno degli assoli più lancinanti del rock), ci lavorano sopra facendone una grande sinfonia del dolore. Something, che trovò posto su Abbey Road, inizialmente era stata scartata da John e Paul: folgorante e orgogliosa - in qualche modo sentimentalmente distaccata dal grande fervore di quegli stessi anni sessanta che lo stesso George aveva contribuito a inventare - da subito si è attestata come una delle grandi canzoni-icona dei Fab four, a fianco di pezzi come Yesterday o Strawberry Fields Forever.
Ma all’orizzonte le nubi si addensano. C’è una scena, nel film-testamento Let It Be, che illustra alla perfezione le tensioni e l’irritazione di George per la strabordante frenesia creativa di McCartney: «E dimmelo cosa devo suonare, Paul. Farò qualsiasi cosa che vuoi. Anzi, se vuoi non suono proprio». Abassato il sipario, nel ‘70, sulla più grande avventura musicale del secolo, con milioni di fan sparsi sul globo terracqueo a piangere lacrime sincere, è George il mistico, George l’umanitario, il timido George a prendere la storia per le corna: prima l’imponente e straordinario album triplo All Things Must Pass e poi con il grande Concerto per il Bangla Desh al Madison Square Garden, antesignano di tutti i Live Aid benefici a venire. Il disco sembra una liberazione, è un fiume di idee, un capolavoro elegante e sfaccettato, prodotto con intelligenza diabolica e orientale distacco, dotato di un andamento, di un passo, saggio e deciso, che proietta il solista Harrison nel tempo senza tempo dei capolavori che non temono la storia. Il concerto per il Bangla Desh, da parte sua, mentre Lennon si dilettava con i bed-in e McCartney si era ritirato in campagna a leccarsi le ferite del dopo-Beatles,trasforma l’impeto umanitario dell’èra flower power in azione pragmatica, in azione e, se vogliamo, in politica.
Niente male, per uno che era «l’eterno terzo». George Harrison ha vissuto tutte le sue stagioni con una grande, immensa, dignità: cosa tanto più difficile se si considera il peso di un successo irraccontabile, arrivato quand’era poco più che un ragazzino. Gli anni settanta e ottanta passano con una manciata di album più o meno riusciti, ma sempre dignitosi (cosa non necessariamente vera per Paul, John & Ringo). È abbastanza rivelatore del carattere di George il fatto che probabilmente senza di lui il mondo non avrebbe conosciuto l’iconoclasta furia comica dei Monty Python: nel ‘78 era diventato produttore cinematografico, con la «Handmade Films», a cui dobbiamo l’uscita di Brian di Nazareth e, successivamente, di un film leggendario come Brazil, di Terry Gilliam. Altrettanto, seppur sommessamente, divertita la collaborazione con i vecchi compari Bob Dylan, Tom Petty, Roy Orbison e Jeff Lynn nei Travelling Wilburys, così come il beffardo successo di Cloud 9, l’album che nell’87 lo fece ripiombare, per lo stupore di molti, sulla ribalta. Nel quale spiccava un pezzo dedicato alle antiche glorie a fianco dei Beatles: When We Was Fab. Che sta a significare: «quand’eravamo favolosi». Sotto i baffi, un sorrisetto ironico: oibò, abbiamo cambiato il mondo. E allora? E noi, di quel sorrisetto gli saremo grati. Sempre.

Roberto Brunelli – L'UNITA' – 01/12/2001

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