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MUSICA

Che ci fai in paradiso, George?

“Il problema, quando parli, è che più dici delle cose, più nascondi te stesso. In una canzone non è così. La musica e il suono toccano dei luoghi che nient'altro può raggiungere”. Seduto in angolo del giardino delle sua residenza inglese, lo stesso cui dedicava da anni infinite cure, George Harrison parlava delle sue canzoni. Nel breve video promozionale di Brainwashed, il disco cui George aveva lavorato fino a due mesi prima della sua scomparsa, avvenuta il 29 novembre dello scorso anno, queste parole sembrano ancora più illuminanti. Per George Harrison, il “Beatle silenzioso”, la difficile arte dello scrivere canzoni era qualcosa di più di un semplice esercizio tecnico. Se non bastassero piccoli capolavori come Something, Here Come The Sun, While My Guitar Gently Weeps, Taxman o My Sweet Lord, adesso ci sono le canzoni di Brainwashed, forse l'album più riuscito di Harrison dopo All Things Must Pass, a ricordarci quanto George fosse capace di toccare con una canzone l'essenza più profonda delle cose. Per Dhani, il figlio ventiquattrenne di George, e per Jeff Lynne, musicista, produttore e compagno d'avventure dell'ex Beatle nei Traveling Wilburys, non è stato certo facile lavorare a Brainwashed, ma il risultato di tanta fatica rende loro merito. George aveva registrato queste canzoni con l'intenzione di ricreare un suono acustico ed essenziale, il più vicino possibile a quello dei dischi degli anni '60 e '70. Aveva lasciato disposizioni precise, che sono state “tradite” solo in parte, come spiega Lynne, collaboratore dei Beatles anche nella discussa operazione di Free As A Bird e Real Love, le due canzoni di John Lennon letteralmente ricostruite in studio nel '95: “Negli ultimi due o tre anni ho parlato con George di come finire queste canzoni. Mi disse che voleva che me ne occupassi io. Ne abbiamo parlato e so che lui voleva che l'album non sembrasse superprodotto. Quello che voleva veramente era che suonassero come dei demo. Ma queste canzoni meritavano di più, erano troppo belle, per quel che mi riguarda. Ho pensato che se le avessi lasciate come lui le avrebbe volute, non sarebbero venute molto bene. Volevo renderle al meglio e credo che alla fine siamo riusciti a trovare un giusto equilibrio”. Come sottolinea Dhani, sempre coinvolto e presente nel lavoro di produzione, l'intenzione di Jeff Lynne era quella di preparare “una culla per la voce e la chitarra” i suo padre. In effetti quello che colpisce subito, ascoltando Brainwashed è la qualità delle parti vocali. George non aveva una voce molto potente – basta riascoltare il Live In Japan per constatare – ma tutto quello che è stato aggiunto da Lynne e Dhani non fa che metterne in risalto il timbro e le qualità nell'interpretazione. Sulla chitarra c'è poco da aggiungere a quanto è stato scritto in anni e anni di studi beatlesiani: pur non essendo un virtuoso come Eric Clapton o Jimi Hendrix, George era un chitarrista del gusto quasi sempre infallibile. Suonava “nella canzone” e suonava soltanto quello che era necessario, senza sprecare una nota e arricchendone il tessuto armonico e melodico con un tocco inconfondibile.

Brainwashed parte con Any Road, un folk rock scintillante che stabilisce subito la temperatura emotiva dell'album. “Puoi anche non sapere da dove vieni, puoi non sapere chi sei, puoi anche non esserti chiesto come hai fatto ad arrivare così lontano (...) Anche se non sai dove stai andando, ogni strada ti porterà là”.

P2 Vatican Blues è un'ironica reazione allo sfarzo della basilica di San Pietro, punita da un parroco, come dice lo scherzoso ritornello, da “un padrenostro e tre avemarie”. E' un blues dall'andamento sostenuto, punteggiato da bellissimi assoli di chitarra elettrica. Pishes Fishes è più lenta, ma altrettanto giocoso e (auto) ironica: “A volte la mia vita sembra una storia inventata, certi giorni è abbastanza serena. Sono la prova vivente di tutte le contraddizioni della vita. Una metà va dove l'altra è appena stata. Sono un pesce nato sotto il segno dei Pesci e il fiume scorre attraverso la mia anima”. Looking For My Life e Rising Sun mantengono intatta una tensione che si stempera soltanto con Marwa Blues, un intenso strumentale posto a mò di giro di boa a metà dell'album. Struck Inside A Cloud può essere individuata come il perno di tutto il disco: sarà il primo singolo tratto da Brainwashed ed è posta al numero sette nella scaletta. “Il sette era il numero preferito di mio padre – dice Dhani – e questo è il motivo per cui ho voluto che Struck Inside A Cloud fosse sistemata a quel posto nell'ordine delle canzoni. E' la mia preferita. La amo davvero. Il titolo potrebbe richiamare un velo di ignoranza, qualcosa che ognuno sulla terra può sperimentare e di cui alla fine cerca di sbarazzarsi. Ti confonde e rende più piccola la tua visione”. La malinconica Run So Far ricorda le melodie più toccanti di All Thing Must Pass e la stessa cosa si può dire per Never Get Over You, con le sue splendide chitarre slide, il vero e proprio marchio di fabbrica di George. Molto più leggere e solari The Devil And The Deep Blue Sea e Rocking Chair In Hawai. La prima, un vecchio standard che porta la firma di Harold Arlen e Ted Koeher, è una di quelle canzoni che George amava cantare accompagnandosi con l'ukulele ed è eseguita alla grande dalla band di Jools Holland. La seconda, un blues pigro e sonnolento, sembra presa dall'ultimo disco di Bob Dylan ed è l'ennesima testimonianza della classe di George. A chiudere l'album è quello che potremmo definire il testamento spirituale dell'ex Beatle, un brano non a caso scelto da Dhani Harrison per dare il titolo a tutto il disco. Il testo riecheggia l'amarezza tagliente di Working Class Hero di John Lennon, anche se le conclusioni non possono che essere diverse. “E' la canzone più sincera del disco - dice Dhani - il nostro cervello è sottoposto a lavaggio da istituzioni come l'esercito, le multinazionali o i media. E Brainwashed dice che c'è un'alternativa: pensare a noi stessi, alla nostra realizzazione e a Dio”.

Giancarlo Susanna – L'UNITA' – 10/11/2002

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