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CINEMA

In cento ore vi racconto l'ascesa e la caduta delle merci


Intervista a Enrico Ghezzi

Lo spreco, l'eccesso produttivo, l'apoteosi delle merci: questo il tema su cui verterà l'allestimento multimediale che Enrico Ghezzi, padre storico di Blob e presenza anomala del palinsesto RAI, curerà in occasione della Biennale genovese delle riviste culturali.

In cosa consisterà il suo allestimento video?

L'idea di fondo è di lavorare sullo spreco, da intendersi sia come voluttà di dispendio, potlach (distruzione ostentata e rituale di grandi quantità di beni in società diverse dalla nostra), dono sacrificale, sia come risultato costante della volontà di razionalizzazione e globalizzazione del capitalismo.

Perché questo trionfo dello spreco?

Lo spreco riempie tutte le caselle del nostro mondo senza lasciare spazi vuoti nei quali ci si possa muovere e incontrare. Con l'aumento del livello tecnologico cresce parimenti il livello dello spreco fino alla gadgetizzazione del necessario.

Come sarà strutturato il suo video?

Sarà un flusso ininterrotto di immagini e filmati provenienti da Blob, un vero e proprio fiume della durata superiore alle 100 ore, un gigantesco montaggio, un condensato di sprechi.

Lo spreco a ciclo continuo...

Voglio che questo allestimento superi il concetto di loop, ciclicità, ripetizione e che sia visibile 24 ore su 24 per tutta la durata della Biennale, in diversi punti-video della città.

Spreco di risorse, ma anche di parole?

L'unico slogan del '68 ancora valido rimane “vogliamo parole e non fatti”. Tutti noi siamo un gioco di parole anche se gran parte delle cose dette risuonano oltremodo banali ed enfatiche. Lo stesso Blob, questo sudore del mondo, è un materiale fatto di parole. Nell'automaticità del parlare quotidiano risiede un senso più alto che nel linguaggio forbito e pretenzioso. Noi parliamo il linguaggio perché siamo parlati.

A proposito di intellettuali: finita l'era dei “maitres a penser” sembrano prosperare ovunque i “maitres à se montrer”.

Oggi la figura del “maitre” è divenuta comica. Nelle televisioni imperano quelli che definirei “maitres a manger”, nutrita schiera di psicologi che diventano autorevoli per il solo fatto di comparire in video, per il loro puro esserci. Come diceva Andy Warhol, oggi chiunque può aspirare ad avere il suo quarto d'ora di celebrità ed essere in “maitre” anche se a tempo limitato.

Potere seduttivo della televisione.

Così come ci si è chiesto perché i popoli hanno continuato ad accettare di essere governati da un uomo solo, bisognerebbe domandarsi il perché di questa televisiva servitù volontaria.

Ovvero?

Perché mai si accetti di essere sedotti e guidati da opinioni espresse da personaggi televisivi così risibili.

Già, perché?

E' la misteriosità di un potere reale eppur friabile, un potere che sembra avverare il sogno leninista della cuoca al governo e che al tempo stesso evidenzia la palese ingiustizia della mancata rotazione: perché gli altri compaiono ed io no? In fondo la televisione è una rete di distribuzione continua.

...che la vittoria elettorale di Berlusconi potrebbe pienamente attuare: “tutti a casa”, come minacciava nel tormentone dell'Ottavo Nano un parodistico Gasparri?

Preferisco non pensarci. In realtà la RAI è sempre stata un laboratorio in cui le cose sono avvenute in anticipo. La vittoria del Polo? In RAI c'è già stata, la vendetta della politica si è già consumata. La Rai3 di Guglielmi, quel modo libero e autonomo di fare televisione, è finita a metà degli anni '90, quando tutti i poteri hanno avvertito l'esigenza di ridurre questo freewheeling, questo andare a ruota libera. La vittoria di Berlusconi si legge già nel trionfo di pubblico e nel consenso per un film come “L'ultimo bacio”.

Il miglior modo di essere critici verso la TV non potrebbe consistere nello spegnerla, preferendo un buon libro?

Assolutamente no. Sarebbe decisamente triste per il libro, visto unicamente come antitesi e resistenza alla televisione. Potenziale omicida nei confronti del tempo (ci assorbe ore e ore), la televisione è diventa ormai un ininterrotto non-stop: non si lascia spegnere ed illusoria si rivela la protesta del singolo.

Subissati di merci e pure espropriati del nostro tempo libero?

Il tempo è divenuto pieno. Rimane ancora valida l'analisi marxiana: non esistono più momenti di tempo liberi dalla necessità di essere riempiti. Io non demonizzo il fatto che un bambino stia per ore davanti alla televisione perché questo, a suo modo, è un momento estatico. Il problema nasce ovviamente se questa diviene l'unica forma del vivere: solo allora costituisce una minaccia.

A proposito di minacce: come interpretare questo blob universale di linguaggi, codici, canoni, forme espressive? Suggestione, opportunità o dirompente minaccia?

La minaccia si è già realizzata e da oltre un secolo. Noi siamo dentro a un vortice, a un gorgo in cui si sta sgretolando l'idea stessa del tempo. In questa giungla di segni colgo una fascinazione per il tema della vita oltre la morte, la mutazione in fantasmi, la clonazione, i trapianti illegali di organi. L'unica minaccia che vedo veramente è questo stesso mondo in cui viviamo.

Intervista di Paolo Battifora – IL SECOLO XIX – 7/06/2001

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