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CINEMA

Le chiavi di Amelio

Gianni Amelio ritorna a Venezia, dopo il Leone d'Oro di Così ridevano, quattro anni fa, con un film che si prospetta punto d'arrivo e nuovo inizio: Le chiavi di casa abbandona, fin dal titolo, l'iniziale riferimento al bellissimo libro di Pontiggia Nati due volte, da cui Amelio è partito per staccarsi subito in un racconto che prende il tema della disabilità come àncora e volano per un'indagine “autobiografica”. Un romanzo di formazione capovolta dove i padri imparano dai figli. E' la storia di un uomo che dopo 15 anni vuole conoscere il figlio disabile e lo incontra nella fredda e dura Berlino. In questa intervista Amelio sviscera temi, rimozioni e novità portandoci nel cuore del film con la descrizione della prima scena, inquadratura per inquadratura.

Le chiavi di casa” colpisce per alcuni importanti novità rispetto ai film precedenti: l'assenza dell'Italia come “sfondo” sociale, geografico e storico (mentre ritorna il tema dello scontro di generazioni) e l'ambientazione al chiuso, “da camera” contro le aperture epiche e melodrammatiche delle ultime prove.

Il tema del rapporto tra generazioni ha sempre avuto, nei miei film, uno sfondo sociale discreto ma importante. Il ladro di bambini non è solo la storia di un carabiniere che accompagna il ritratto in filigrana di un'Italia allo sbando. Dietro Porte aperte non c'è solo il rovello di un giudice, ma gli interrogativi sul presente e su quanto valga e pesi l'intolleranza nei rapporti civili. E in Colpire al cuore il terrorismo mette in atto il tema edipico tra padre e figlio. Le chiavi di casa invece è il primo film dove non si trova evidente uno sfondo sociale. Il motivo principale è di ricondurre alla storia. Il padre del film è fuggito per 15 anni dal rapporto con il figlio, nato “deforme”. Ora lo vuole conoscere. Allora l'ho messo nella condizione di non fuggire più. Se fosse stato nella sua città al primo ostacolo o segno d'inquietitudine sarebbe scappato, avrebbe cercato nel quotidiano e nei rapporti familiari un appoggio, una via di fuga. A Berlino è un estraneo, a tu per tu con un figlio disabile che non conosce.

Ma non c'è, anche inconscia, la volontà di andare via da questa Italia? Il rifiuto o impossibilità di raccontarla?

E' vero. Inconsciamente ho cercato la scusa per uscire dall'Italia. Così come l'ho cercata, a ben vedere, con Lamerica e con Così ridevano, che erano una fuga dall'Italia per raccontarla a distanza, non avendo il coraggio e la forza di descriverla “a tu per tu”, per quanti problemi ha oggi. Questo rifiuto o impossibilità è entrato nel modo giusto nella storia de Le chiavi di casa.

Il film ha alle spalle un romanzo anti-letterario, “Nati due volte”, un padrino d'eccezione, Pontiggia, e un'esperienza unica, quella vera dello scrittore con il figlio. Come si è relazionato con questo universo?

Usare Pontiggia sarebbe stato un delitto, perché in Nati due volte non c'è solo un'indagine letteraria, ma soprattutto una difficilissima elaborazione psicologica. Non a caso Pontiggia scrive questo suo ultimo romanzo in tarda età, quando il figlio è già adulto. Immagino che non abbia trovato la forza e i mezzi letterari per scriverlo prima. Che diritto ho di saccheggiare questo bagaglio? Se Pontiggia è l'uomo che sapeva tutto, io sono l'uomo che non sa, o non sapeva nulla. Mi sembrava un atto di presunzione mettermi nei suoi panni. Per questo ho tolto la dicitura di un film tratto da. Guai se la materia non diventa mia, guai se l'elemento biografico dello scrittore non diventa l'elemento biografico mio. Io lavoro sulla mia pelle, Pontiggia pure. Si trattava di trovare la mia pelle e non lavorare su quella di un altro.

In che modo, allora, “Le chiavi di casa” è un film autobiografico?

Per un figlio come il personaggio di Paolo si dice che è “portatore di handicap”. Ma per un padre che non sa rapportarsi con questo figlio che definizione si può usare? Cosa succede a un uomo che ha aspettato suo figlio e lo vede nascere “diverso”? O fugge o fa dolorosa e gioiosa esperienza. Per fare mia questa storia ho portato le premesse alle estreme conseguenze: ho messo il padre nella condizione di non poter più fuggire e dover affrontare il figlio e la sua “diversità”. Questa scoperta è mia e non avrei fatto il film se non avessi incontrato Andrea Rossi (il protagonista) e vissuto un anno di esperienze al suo fianco. Il percorso del padre nel film è il mio percorso. Mi sono messo in gioco: per questo non ho voluto raccontare l'handicap, ma la nostra, mia, difficoltà di relazione.

Colpisce di “Nati due volte” il suo andamento rapsodico, “a fuga”, come se Pontiggia tentasse di creare, attraverso lo stile, delle uscite di sicurezza, essendo impedito dai fatti e dal contenuto. Che forma assume, invece, “Le chiavi di casa”?

Pontiggia doveva ricordare, farsi largo tra i ricordi accumulati nel tempo e sceglierne alcuni, un'operazione difficile e dolorosa. Io dovevo scoprire, indagare qualcosa di sconosciuto e sollevare uno a uno i veli del mistero. Per questo film ha la struttura di un thriller. Ho girato un giallo come non ho mai fatto in vita mia. Il film inizia con una sequenza in medias res. Alla stazione di Monaco di Baviera due uomini parlano in modo misterioso. Hanno tra le mani una fotografia con il ritratto di una persona che noi non vediamo. Si intuisce che stanno trasferendo qualcuno. Dietro c'è un treno e dentro una persona che dorme. Nella terza e la quarta inquadratura il treno parte e l'uomo di spalle lo guarda andare via. Nella quinta siamo sul treno: il nostro uomo in corridoio cerca qualcuno. Sesta, settima, ottava inquadratura...tante situazioni di quest'uomo di notte nel treno che non riesce a dormire. Guarda qualcosa fuori campo e sorride e subito dopo è preoccupato. Alla dodicesima inquadratura lo si vede destarsi da un'improvvisa sonnolenza e guardare dove prima ha guardato: il letto vuoto di un vagone letto. Questo è l'inizio: un giallo. Il film è un racconto per comportamenti attraverso i quali bisogna capire cosa sta succedendo. Ogni volta c'è un tassello nuovo e spero ci sia una sorpresa alla fine dell'inquadratura. Si arriva al finale per me inaspettato che mi rende caro il film. E' un punto d'arrivo nei confronti di certe ossessioni che ho, ho avuto e avrò ancora, probabilmente.

Il cinema, soprattutto americano, ha raccontato spesso l'handicap nobilitando la “diversità” con l'eccezionalità dei singoli, minorati ma geni in qualcosa...Come racconta la disabilità di Amelio?

Il deforme che suona il violino come un dio, ma con il piede sinistro...No, io ho voluto fare un film fisico che non nasconda il problema del rapporto con la deformità, senza diventare “naturalistico” e senza piangerci sopra. Il film rifiuta la lacrima ma fa disperare. E' un film crudele, ma la crudeltà vera, quella dei buoni e degli innocenti. E tutto questo senza Andrea Rossi (il protagonista, vero disabile) non sarebbe accaduto. Ho scoperto in lui una persona eccezionale.

E Kim Rossi Stuart?

Gli attori, anche non professionisti e anche i bambini, danno tutto nei primi quattro ciak,. Per motivi ovvi molte scene sono state ripetute più volte, in media venticinque ciak per ognuna. Bene, Kim ad ognuna era fresco come fosse la prima. E' stato uno sforzo enorme, fatto con umiltà rara e risultati sconvolgenti. Anche per questo gli sono grato.

Intervista di Dario Zonta – l'UNITA' – 24/08/2004

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