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GIANNI
PRIANO |
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GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE
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Ci sono, al Lagaccio, i divieti che vietano il gioco della palla. Mai visto giocare così tanta a palla: centrare, bersagliare serracinesche, sfiorare specchietti retrovisori di auto parcheggiate, mancare per un pelo gelosie (geoxie, ovvero persiane).
I figli degli ecuadoriani e quelli dei tunisini si mischiano ai discendenti dei compatrioti di Pelè e ai figli dei figli degli immigrati del meridione italiano, i cui cognomi dominano sui citofoni di Via del Lagaccio e delle limitrofe Via Bianchetti e Via del Cipresso.
Tira, dài, minchia, maricò, belìn, diobestia, camurria: sembra di averli in casa –nelle sere di quasi estate prima di cena- loro e il pallone. Hanno sei, dieci, quindici anni ma qualche volta anche venti o venticinque: un calcio bene assestato alla palla, una brevissima ovazione, qui dove il sole e il mare te li toglie un gigante di mattoni rossi, un blocco di cemento che dorme all’impiedi: il palazzo della Polizia.
C’era
un altro gigante, un tempo, poco più in su: quello che dà
il nome al quartiere.
Il Lagaccio, un mostro sordo e cieco
(parente del palazzo di mattoni rossi?) che senza accorgersene
mangiava bambini e ragazzini. Mostro artificiale, fatto costruire
nella prima metà del XVI° secolo dal principe Andrea Doria
per riempire le fontane della sua reggia, a Fasceu, in faccia
al porto di Zena. E intanto che i putti servi del Potere se la
pisciavano, i figli dei poveri annegavano nel lagaccio per
scherzo e per gioco finchè il bacino non venne svuotato,
trecento anni dopo, e –in seguito- democraticamente interrato.
Ci si gioca ancora, non più dentro ma sopra, e a palla: tanto per cambiare.
Punizione, rigore, rete. Un arbitro, le regole.Il campo di calcio del Lagaccio è abbastanza conosciuto, in città. E’ un bel campo. Peccato non vi siano le serracinesche, le gelosie, gli specchietti retrovisori che – invece- coriandolano l’aria dalle parti del palazzo poliziotto.
Gianni Priano
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