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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VIA BALBI


L’ ho frequentata molto e molto in fretta. E’ la strada dell’Università.

Sono andato al bar solo prima degli esami, quindi venti volte. Ho perso chiacchiere e guadagnato tempo facendo il pendolare cottimista da Voltri a Genova e viceversa. Schivando possibili amicizie, se togliamo Raffaele e Piero che poi vuol dire due uova fritte e pane nero alla Birreria Tedesca dell’Annunziata e qualche pasto alle Tre Finestre, in Campopisano.

Chè poi arrivò Cinzia, si innamorò di Piero e via, restammo io e Raffaele. Per Filosofia Antica andiamo a studiare da Giovanna, a Sampierdarena, anche lei voleva laurearsi in fretta (aveva una decina di anni in più di noi) per mettere finalmente su la Tabaccheria dei suoi sogni.

Mi piaceva, invece, girarmi Genova da solo, scoprire la Maddalena e Vico della Rosa, Vico Untoria, Vico del Pepe, Piazza San Marcellino.

Un giorno mi ritrovai sugli scalini della Facoltà con Piero, Raffaele, Cinzia, forse Giovanna e qualcun altro. Discutevano del giovane Kant con parole chirurgiche, fredde fredde a cui faceva da contraltare un assemblaggio di concetti difficilissimi, oscuri. Tranciavano il giovane pollastro prussiano con lucenti forbicioni di acciaio e tentavano di leggere le interiora dei Pensieri sulla vera valutazione delle forze vive e io mi sentivo soffocare, io che avrei parlato del milleriano Opus Pistorum o di Montale in vacanza a Monterosso, con quella tartaruga gigante tra le mani, o di Stirner…e loro invece a fare la boccuccia sul Kant precritico e il belìn che li (an)negasse.

Vuoi mettere le bagasce dei carrugi? Chè tu gli passi accanto e ti fanno ps ps e una che fuma il sigaro si mette a cantare, guardandoti scivolare via, “ragazzo triste come me”.

Meglio assai del Kant implume la rassegna su Pasolini a Quarto, con Alberto, di sera: Porcile, Medea. O la crepuscolare partita a boccette al bar Acli di Via Buffa, con Rattin, Gianni Ferrando, Mingo, Cosimo, Vittorio.

Avevo un cappotto blu e in tasca le centomila lire che gli zii mi davano ogni settimana (da gran signori, senza chiedere nulla ma, anzi, con gli occhi bassi: lo zio Andrea e la zia Maria…sono loro che mi hanno fatto studiare. E mia madre mi è stata vicina nelle notti insonni degli esami, quando sacramentavo che avrebbe dovuto costringermi a fare il concorso in Ferrovia, ma poi il giorno dopo prendevo 30 e lode di Filosofia Morale e 29 di Storia Medievale, e 18 -fin troppo!- di Etnologia). Mi piaceva mostrarlo a Raffaele, il mio cappotto blu, e dirgli: sono un giovane studente di Lubecca. E lui rideva.

Le lezioni me le hanno date Giulio Severino che spiegava la Fenomenologia dello Spirito divaricando il libro per leggerci meglio e diceva: qua non si capisce ma bisogna presumere più del testo che di se stessi…dunque rileggiamo e usiamo l’immaginazione. O Italo Bertoni che insisteva sul fatto che non si dovesse essere necessariamente una gallina per sapere come è fatto un uovo. O Carlo Angelino quando ad una ragazza che lo interrompe chiedendo: “ma allora l’uomo è un capolavoro mancato” risponde secco No e continua la lezione mentre altri venti professorini avrebbero speso almeno dieci minuti a cercare di capire la domanda e a farfugliare una risposta.

C’erano belle ragazze, specialmente alle lezioni di Filosofia della Religione, ma io le sbirciavo appena, il mio cuore lo palleggiava Stefania.

E Stefania e l’Università si intrecciano, quasi combaciano: ma non l’ho camminata con Stefania, Via Balbi. Ho invece camminato, percorso Stefania camminando e percorrendo la Via, mi sono arrangiato a sopravvivere. L’amore giovane non me lo ha insegnato nessuno ma, un poco napoletanamente, me l’ho imparato io.


Gianni Priano


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