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GIANNI PRIANO

ELEGIA DI FANGO E DI HENNE'


I


Lì vicino, ad un metro, il caporale Baratta la fa in una lettera che gli hanno mandato da casa, poi appallottola la carta e la butta, con dentro il suo contenuto, fuori dalla trincea. Di là rispondono con una schioppettata, una sola, come un saluto. Baratta ride, con quei denti gialli e i grossi pori della faccia unta gli si allargano ancora di più. Il fante Roagna ha fame, così mastica palline di fango e Baciccia lo guarda. Cosa guardi Baciccia-belìn, non sai che qui il fango ne sa di sciroppo? Baciccia gli dice il belìn te lo tieni per te, sarà sciroppo ma sciroppo di morti.

Poi viene sera e qualcuno racconta di Isolina, fatta a pezzi e gettata nell'Adige da un tenente di Verona, sarà stato verso i primi del secolo. Baciccia si tira su il colletto della giubba, si fa di nascosto il segno della croce e prova a dormire.


II


Entrano nella cantina con il fucile basso e la baionetta inastata, sono in quattro, il caporale Baratta e tre fanti: Paganini, Valpreda e Baciccia. La vecchia strilla, Valpreda le presenta la punta della baionetta a un centimetro dall'occhio sinistro e la vecchia scappa via: tagliani bastardi grida nel paese vuoto. Valpreda è quello che beve di più, attaccato alla cantabruna, bevi come una seppia gli dice Paganini. E ridono. Da fuori, su in strada, si sente una voce. E' il sergente che chiama, fa Baciccia. E' il sergente che chiama, lo scimmiotta in falsetto Valpreda che, prima di andare, assesta un colpo di baionetta a una botte.


III


Fammi vedere se ce l'hai ancora squittisce Valpreda con la sua finta voce di donna. Pisciano nella terra marcia, terra che piange, che suda, che piscia anche lei. Baciccia lo rimette dentro: và a bagasce o Valpreda, risponde.

A bagasce vanno, in fila. La madama dirige il traffico seduta sotto un cartello che dice: IL COITO SIA BREVE. Finalmente, quando arrivi sul pianerottolo, lei ritira le tre lire. Baciccia entra, si toglie le giberne. "Sono di Pordenone, lo vuoi un goccio di Strega?".

La prima volta era successo a Savona, nel '12, in Vico Crema, tra le cosce di una sciarmuta abissina con le unghie dipinte.

Questa, invece, le unghie le ha incarnite e sporche. Gli ufficiali, loro sì: si prendono le migliori, come quel capitano di Mantova che aveva mandato un camion a Vicenza apposta per caricare troie sode.


IV


Ne bevono di benzina prima di andare all'assalto. Sgnappa che ti fa bum nella testa e brucia lo stomaco ma ti stordisce, così morire ti sembra roba da ridere. A Baciccia viene in mente latum, ha questa paroletta che gli sfrugola il cervello e il sottotenente che grida avanti Savoia! lo sente lontano. Corre: latum. Vede Baratta per terra, ad un metro da lui, con la gola tagliata. Latum. Fero, fers, tuli e cade svenuto.

Lo riportano indietro in barella. Uno gli mette sopra una coperta incrostata di terra rossa.


V


Dopo due giorni di Ospedale, a Cividale, Baciccia non ha quasi più capelli. Gli sono caduti a manciate. Era partito con una testata di riccioli biondi e rossi, poi l'avevano rasato ma ora niente, una lampadina. E' stato il gran spavento, spiega l'infermiere. Dal finestrone della camerata si vedono alberi che potrebbero essere castagni d'India e, più vicino, un muraglione di edera. I ricoverati scrivono a casa, se possono, oppure dettano lettere ma finito lo scrivere e il dettare si parla di donne. Un alpino sardo tiene banco. L'importante è mettere il coso di gomma e non baciarla mai in bocca. Poi bisogna lavarsi e soprattutto orinare, fino all'ultima goccia. Così malattie non te ne pigli.

Ogni giorno passa il prete Vittorio: raccontano che sia filoaustriaco. Una volta, proprio in quell'Ospedale, mentre confessava ha alzato la voce con un soldato: le hai buttato in pancia un figlio come si butta una scarpa in un fosso, gridava.

Un furiere di Lodi impresta a Baciccia un libro che si intitola: L'amore. Paralipomeni. L'ha scritto Mantegazza, un prufessur, gli dice il furiere. Mantegazza ha una fissa: guai a toccarsi da soli.

Baciccia si tocca lo stesso in queste notti che si sentono gli apparecchi e tremano i vetri e vedi fuori dalla finestra, contro l'edera del muraglione, lampi arcobalenanti. Si tocca con la medesima mano con cui mangia e si fa il segno della croce. La mano è quella. Passa in rassegna le donne viste o conosciute e sulla sciarmuta con le unghie dipinte di succo d' hennè fa il sogno più bello.



GIANNI PRIANO


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