BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |


GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


CASTELLETTO


Cominciamo da un qualunque palazzo di Castelletto: due famiglie, i Pittaluga al piano di sopra ed i Molinetti a quello di sotto.

Si odiano. Io lo so che si odiano anche se si fanno grandi sorrisi in ascensore e sembrano felici quando si incontrano per strada. Ma si odiano.

I Pittaluga votavano Democrazia Cristiana. C’erano –una volta- tante diccì. La diccì popolana dei contadini che fumavano le Alfa e quella borghese, imprenditoriale, con la cabina alla marina e gli sci nel box per San Giacomo di Roburent. I Pittaluga facevano parte di questa diccì: già nel primo ottocento moriva nella loro casa di villeggiatura, a Voltaggio, Carlo Maria, medico chirurgo, padre di tre fratelli: Giambattista, commerciante in olii industriali, Carlo, direttore di banca e Luigi Maria, sacerdote. Da Giambattista nacque Benedetto e da Benedetto (Funzionario Regio) Giambattista, che sposò Carlotta e da loro nacquero due figlie e un figlio, Anton Giulio,commercialista in Piazza Corvetto, attuale proprietario del luminoso appartamento del palazzo di Salita Superiore di San Rocchino, marito della professoressa in pensione Amelia, e padre di Giorgio, avvocato presso un’Agenzia di Navigazione, di Luca, architetto, e di Marianna Carlotta, professoressa di Scienze Naturali.

Anton Giulio, una antica laurea in Economia, ha un’amante di nome Francesca (maestra di musica), è unomo di scarse ma non imprecise letture: per esempio il Sole 24 Ore, se lo pappa, manco fosse una pianta carnivora ingorda di mosche e moschini azionari. Sua moglie frequenta le Dame della San Vincenzo ed organizza pranzi natalizi per i poveri vecchi del Centro Storico. Una volta al mese, di venerdì, si reca alle Carceri di Marassi, dove colloquia con una giovane ragazza- madre di cui fu, anni addietro, catechista. La ragazza madre è piena di buchi, ha il braccio sinistro che sembra impallinato, il collo che nemmeno lo sciame che uccide ti riduce così, le mancano i denti ( tutti), la “gioia” l’ha venduta, svenduta, regalata; ha fatto il cavallo, la shit-lady e due rapine andate buche. La professoressa in pensione Amelia Costa, in Pittaluga, chiama questo angheso da cassonetto o discarica la birichina ed insiste perché ricami e cucia sacchettini per il mercatino di San Nicola. I sacchettini (che bei!) conterranno lavanda utile agli armadi dei genovesi che, vedendo tanta operosità da parte di una carcerata metadonizzata, muoveranno il cuore nella direzione della pietà e ,in ultimo, di una moderata e vigile comprensione.


Questo è il lavoro religioso, etico, politico, della signora Amalia Costa in Pittaluga di cui i figli seguono le orme essendo Giorgio educatore scout, Luca volontario presso la CISL e Marianna Carlotta iscritta all’Associazione Volontari Ospedalieri.

Talvolta Amalia racconta ai figli ed alle amiche della birichina impomatandone l’immagine di affetto profondo non scevro da punte o rigurgiti di severità pedagogiche. Ma la birichina nella sua prigione si sente succhiata, bevuta dalle Amalie che le tempestano la vita, che le sporcano il volto con il sangue benedetto del Sacro Cuore di Gesù e le insudiciano i pensieri di regole alimentari, igieniche: lei che vuole solo crepare, farsi ancora una dose di quella buona e crepare, come è crepata Pive, quatta quatta, nel suo appartamentino di Palmaro, come Titti, delinquente se ce n’era uno, o Paolino sparato da un carabiniere mentre rubava cavi di rame all’Angiporto, a Sampierdarena. Vorrebbe vomitare verde, la birichina, e parlare lingue astruse e fare gli occhi da pesce palla e scacciarle queste beghine di Castelletto, che nulla hanno da dichiarare se non i redditi del marito candido, taciturno e sornione. Che verrà sepolto in cravatta e camicia , come nacque.

Dei Molinetti so molto meno, ci sono - forse- ascendenze argentine, bisnonni emigranti tornati ricchi, nonni padroni di sartorie e mercerie, forse un poco di denaro prestato a qualche famiglia dell’aristocrazia ligure in discesa, una discreta rendita e un figlio, Marcello, psichiatra e sposo secondo rito civile di Amedea, pediatra. Entrambi genitori di Gianfranco, imprenditore, e di Lauretta, sociologa.

Colti, fini, ironici coltivano l’amicizia con Gianna Schelotto, pensatrice, e ammirano Dario Fo e Wenders, nemici giurati del Partito Repubblicano Americano e delle destre in genere. Si impegnano all’ombra di una pianta o di un fiore, con memorie di PCI, di PSIUP, di PR e poi di nuovo di PCI e poi.

E poi.

Un’ombra vuota, querce e margherite; delle rose solo ormai le spine (ma nei pugni altrui, chiusi dall’artrite) però quanto consola, ancora, il romanico, o un bozzetto di Luzzati,un film di Wenders e tiene compagnia la genialità di Piano Renzo, della musica da camera, dei tanghi di Astor Piazzolla. Per il resto avanza un ridere amaro sull’ignoranza di quei venditori di pentole che sono i governanti liberisti nostrani.

Io ho l’ fatto, per tre giorni, non il governante ma il venditore di pentole. E’ un lavoraccio e le battute dei Mulinetti non mi fanno ghignare.


Il mio amico Ivano è un ginecologo underground: sulla musica da camera orina spruzzi intermittenti e Dario Fo lo annoia. Wenders invece gli piace, ma i primi film: sono dieci anni che anche Wenders gli dice poco. Ivano è stato mio compagno di classe, un po’ più asino di me e, però, molto più intelligente, colto e tenace di me. Lui sente i Police. Ecco, i Police, sì. E magari, anche, si lascia andare a Piazzolla.

Le chiama fiche fredde: mi dice: le fiche fredde di Castelletto. Le ha visitate. Gli hanno fatto ripugnanza. La Amelia, la Marianna, la Amedea, la Lauretta. “Non importa l’età, Gianni, quelli sono ventri opachi, fiche fredde”. Ivano le cose le coglie al volo e le fiche fredde di Castelletto è un verso, potrebbe stare in una bella poesia o anche da solo, scritto su un muro. LE FICHE FREDDE DI CASTELLETTO è un lacerto di letteratura che racconta un quartiere dove uomini stimati costruiscono i destini dei figli e delle figlie proprie e abortiscono i destini dei figli miei, che sono due, nipoti di un nonno che piegava il capo su un calcolatore, e calcolava, pigiando le dita gialle di nicotina e sentiva sulla nuca il puzzo del fiato del Direttore Sciarrea, diccì della seconda specie, ora vecchio, ottantenne rivierasco, sopravvissuto alla metà dei suoi impiegati, nonno Antonio Priano compreso. Chè con nonno Antonio fu facile perché se lo portò via, in tre mesi, un brutto sprintoso cancro. A 51 anni.


Ivano non sa. Si chiede se abbia senso. Se serva. Se sia utile davvero: rifiutare di toccare un’altra fica fredda, un ennesimo ventre opaco; in nome del sogno di una cosa. Raschiando via dalle nostre parole, dai nostri gesti, tutto il miele che ci sta spalmato sopra.


Gianni Priano


| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|