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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VIA MACELLI DI SOZIGLIA


Nel 1300 il Mattatoio del Comune fu spostato dal Molo in una zona più interna, pochi passi, dalle parti del rivo di Bachernia, un beo che in epoche antiche se la scendeva nel bosco di lecci sbruciacchiati dal salino e, plaf, in mare. Non so quanto tempo potesse impiegare il divenire acquoreo a dare la sua patta nel bacino del Porto, se tre o quattro o cinque minuti, se correva forte o piano: ma sicuramente doveva filare abbastanza in fretta da non bagnarcisi più di una volta se, girata la pagina del Dugento, si pensò di convogliarvi il sangue e gli scarti delle bestie macellate. Un beo, dunque, un torrente che aveva acqua bastante per veicolare sangue e rumenta

di ossa, pelli e budelli.
Così quel posto che, estirpati i lecci, rappresentava ormai da tempo uno dei gangli commerciali più importanti della città con logge, mercato, besagnini fu chiamato Soziglia perchè il Mattatoio lo faceva sozzo, dal latinorum sus (porco). Quindi quel fondovalle un tempo tutto ninfe, satiri e putti pirillanti era, adesso, la via del porco, dello sporco, rumentaio sotterraneo perchè intanto il rivo lo avevano incanalato e coperto per comunale decoro.

Quando Antonio lasciò (rantolavano gli anni '80, sull'inciampo del finire) Tosca per scendere più in fretta le scale dell'Università e correre appresso alla Anto e alla sua bocca di rosa, geranio e chiodi di garofano il Mattattoio Comunale a Soziglia non c'era più. Così lui pensò di inaugurarne uno suo prendendo casa in Via Macelli.

La prima volta a cena fu con tonno e cipolle. Il pasto in cambio di un aiuto a traslocare qualche quintale di libri tanatologici ed ertotosofi. Mi portai in braccio Madame Edwarda e il WC, l'Opus Pistorum, i Ricordi del Sottosuolo e -sulla schiena- Il Piccolo, Il Morto con l'Aids e le sue metafore.

Lo guardavo parlare, poi a tavola, cercando di rubargli il mestiere, capivo che si poteva beccare della mussa con le parole, se messe bene, se coraggiose, se accompagnate da gesti che dicono la vita. E Antonio aveva la vocazione della parola e della topa, del vino bianco, dei sonniferi, del bianciardismo.

Da due diventammo quattro, con Anto e Raffaele, poi cinque con il poeta Enrico, e qualche volta anche sei, sette, otto. Il Mattatoio cominciò a funzionare. Entrò ben presto in piena attività.

Ma tu che cazzo sei , feuerbachiano?

Ma va te e il tuo Arbore, vaffanculo, vacci proprio ché Celentano sì, mi rappresenta no, no hai sentito bene, è nazionalpopolare Celentano!

Ma il tonno ai gatti è indecente, non dico il tonno a quel gatto lì, a quel gatto con quegli occhi ma ai gatti gatti, insomma il tonno ai gatti no!

Una sera Antonio mi tirò appresso un posacenere che, senza merito, schivai.

Erano macelli, quelli. Erano i Macelli.

Stupidi (tragici e stupidi) come gli occhi del bue ammazzato il cui sangue corre giù, sotto l'asfalto e più giù ancora: il rivo Bachernia, vergognandosi un po', portava il nostro sangue, quasi trentenne e quasi quarantenne, al mare. Sangue cattivo, snamorato, già guasto.

E che però ti accorgi di rimpiangerlo, certe sere, ora che le pose le hai posate tutte e ti restano due figli lontani, una (l'ultima) donna e lo scrivere.


Gianni Priano


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