BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |


GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VIA CESAREA


Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso egualmente t'amerei.


Ho smesso da pochi anni di svegliarmi con il cuore in gola: nel sogno mio padre era vivo e mi disapprovava. Ho attraversato vuoti, angosce, pena e panico ed ora non lo sogno più. Né vivo né morto.

"Mangerai merda", mi diceva ferito e amareggiato, rabbioso. L'ho mangiata e mica è finita qui.


Padre se anche tu non fossi il mio padre.


Ai miei coetanei erano toccati, a loro sì, i padri belli. Il papà di Elio, per esempio: i baffoni, il sorriso e un "ciau Priàn" che mi sparava in faccia con tutta la simpatia di cui un uomo è capace. O il padre di Gianni Ferrando: automobilista, dinamico, piccoletto , agile , magro in jeans e Lacoste. O quello di Alberto: comunista, chiacchierone, esperto di cibi e vini, conoscitore di Trattorie e Gran Ristoranti.

Mio padre non aveva i baffi e a quasi tutti i miei amici dava del "lei". Guidava teso una 850 coupè azzurrina con la patente presa a quarant'anni. Era pigro, girava per casa in pigiama, mangiava solo frutta, verdure, latte pesce azzurro e raramente una fettina di vitello molto cotta e imbiancata di sale. Il vino lo beveva con l'acqua.

Aveva la pancia.

Era stato, in tempi remoti che pochi ricordavano, un bellissimo ragazzo. Quasi un dongiovanni. E un vincitore costante al gioco delle carte.

Lavorava alla Cassa Edile Genovese, in Via Cesarea. L'ufficio era vicino ad un famoso Caffè, il Balilla, specializzato in sorbetti ma lui lì non entrava: andava, invece, alla Latteria Firenze nella lunga pausa pranzo; d'autunno- inverno capuccino e in primavera - estate gelato. Pranzava così, con il Sciù Attilio che gli parlava della sua vita ingarbugliata e tribolata.

Avevo un padre che pranzava (anzi: mangiava. Pranzare è un'altra cosa, roba volgare da ricchi, da arricchiti) dal Sciù Attilio, a pochi metri dalle bancarelle di Piazza Colombo. Un padre che da ragazzo diceva che avrebbe navigato, un giorno, e che ora, alle tre meno dieci, risaliva senza voglia e gonfio di ansia e nicotina il torrente di Via Cesarea, straripante di bar signorili, studi di notai e avvocati e soprattutto abitato dal mostro che lo aveva ingoiato per sempre: la Cassa Edile Genovese. Ente Inutile e Antropofago.


Se anche tu non fossi il mio padre.


Mi amava e sentivo addosso il suo sguardo duro, gli occhi duri e impauriti di un bambino (chi li ha ora quegli occhi? Forse mio figlio Pietro che sogna di volare e dice di non amare nessuno e di non avere paura di niente. Ma và, Peo, che sei ancora in quarta elementare e tempo d'amare ne hai). Dopo il Sciù Attilio andava a guardare i piccioni in Piazza Verdi, davanti alla Stazione Brignole.

Mangiata la merda necessaria, toccato qualcosa di simile al fondo, cerco la pace con lui che è andato via insieme al suo cancro lasciandomi lì con la voglia di litigare, una voglia che non mi è più passata. Che vorrei passasse.

Gli offro la pace, una tregua almeno, proprio mentre piscio fuori dal secchio, ancora una volta.

Gliela chiedo, la pace.

E' stato l'unico a regalarmi aquiloni, aerei con le ali di polistirolo, cose che volavano. Forse per mettere la sordina a colpe sue. O mie. Chissà.


pel tuo cuore fanciullo t'amerei.


Gianni Priano


| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|