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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VIA GARIBALDI



Nel 1550 riga, compasso, picco e pala si fa un taglio sulla pansa di Genova, forse un cesareo, o un'appendice, si lavora, si spiana, si tolgono di mezzo un po' di bordelli e si traccia la Via Nuova. Che certuni chiameranno Via Aurea e diventerà, poi, la Via Garibaldi odierna, con Scindicu, Assessori e tutto quanto. Sulla Via Nuova la nobiltà genovese costruisce i suoi palazzi e, tra questi, Palazzo Lercari.

Ma prima di Via Nuova lì c'era una collina,erta salita per chi arrivava dal Porto, e la collina si chiamava Monte Albano, fungaio di bagasce, che ti raccoglievano -chiunque tu fossi- nelle loro stamberghe. Se dai un'occhiata ai documenti trovi anche dei nomi, come quello di Ema de Fiandra, puttana, multata di 20 lire nel 1441; o di Caterinìn la Venesiana, di Axia, della Tartara, della Sardegnolla.

Se oggi le scignùe di Castelletto, di sera, si sentono tirare la manica della camicetta comprata in Via XXV aprile o nelle carissime botteghine del Centro Storico Risanato non si allarmino: si tratta di colleghe, morte, sepolte e ora fantasme: troie come loro che non furono, però, mogli legittime di notai, orefici, geriatri, chirurghi, commercialisti, accademici, dentisti. E non si spaventi troppo la signora Bacigalupo, assistente sanitaria in carriera, se tornando a casa dal consorte architetto, in una crosa castellettara, avverte la puntura di un pizzicotto su una natica. Non è Minghella, povero travoltino sottoproletario, nè Pacciani Pietro -risorto e in trasferta- ma lo spirito carnale di Ema de Fiandra, sempre bionda di pelo e bianca e rossa di ganascia, che vorrebbe complimentarsi: che bellu cu, madamma, u pà in panduse, in pescherecciu. Auguri cullega. Fanni du bèn.

Mersì.

Nella Via Nuova, proprio nel cortile interno di Palazzo Lercari, Nina Schiaffino, tormentata amante di Cavour, scavalcò il balcone e si gettò. Finestra centrale. Primo piano.

Queste sono cronache che le puttane di mestiere prendono sul serio. Cronache, storie che assomigliano alle loro. Margheitta ubriaca di assenzio, la Fagiola, rimbecillita dall'etere, Anais fatta di eroina alla Commenda, Lilith morta suicida, con il corpaccione negro che teneva in larghezza tutto Vico Sauli, la bocca spaccata nel piscio di gatto e nel suo proprio sangue esotico. Anche lei in volo. Non per amore di un Conte ma di un barbiere. Ne avevano parlato anche un po' i giornali.

Nina Schiaffino è delle nostre, pensano Ema e Axia , mentre leste volano, passando come schegge dei fronte a Tursi, snobbando alate Via Cairoli e i bar fighini, sprezzando la Zecca e la Caserma dei Raccomandati per esitare un poco all'Annunziata dove sembra giungere alle narici spiritiche il sentore dell'antico mercato, misto di basilico, arance, aglio e sale. Poi via in fretta da Balbi, uno scracchio albeggiante sulla soglia di Palazzo Reale ed ecco la Stazione Principe dove Megafono fa già l'oracolo, il profeta, il pagliaccio, il poeta, il filosofo con quella sua voce gracchiata che sembra proprio un megafono scassato e sembra non parli a nessuno e invece parla -also sprach Megafonen- racconta a loro, le fantasme bagasce, sedute invisibili in un cerchio esoterico (forse) ad ascoltarlo mentre dal treno di Ventimiglia scendono a stormi le nigeriane, ancora vive, un po' allegre e un po' amare. Ma passerà anche per loro: valà.


Gianni Priano


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