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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VIA PRIANO


Resya, con un balzo, fu addosso all' uomo accucciato che beveva nella pozzanghera e gli sfondò il cranio con un quarzo grosso e appuntito. Quello cadde come un fantoccio di paglia, in avanti. Ne aveva ammazzati, quel giorno, di genuati, aveva fatto un buon lavoro, il lavoro che sapeva fare meglio.

Non era nata per navigare, nè per aspettare a casa un marito navigatore o pescatore o mercante. Non era nata per l'acqua buia del mare, per le onde che ti sputano negli occhi il sale. Eppure il suo era un popolo che con il mare aveva stabilito un'alleanza. E il mare si lasciava solcare dalle navi di quel popolo, che arrivava da un paese molto simile a quello dove la notte prima erano sbarcati: paese di terra stretta, destinato all'orizzonte.

Resya aveva patito la nausea, sulla nave, scese nel campo nemico che le girava la testa. E in testa le giravano gli ordini di Magone: " ammazza, prendi alle spalle chi trovi, dalla spiaggia fino in cima alla collina. Ammazza anche le donne, se vuoi. Anche i bambini. Ma soprattutto gli uomini, i maschi della tua età e quelli più grandi. Ammazza anche i vecchi, se ti capita. Però non perdere tempo. Voglio che tu elimini prima di tutto quelli che possono portare la spada. Poi torna".

Lei era uno dei soldati cartaginesi che Magone apprezzava di più. Astuta, rapida, non troppo forte ma agile nel suo corpicino esile e

nervoso. Bassa di statura: ma di questo ci si accorgeva dopo. I mercanti l'avevano comprata in un porto lontano. Era estate, la sua quarta estate. Si chiamava Resya. Era bella, forse, ma non fu questo che colpì subito i mercanti: loro videro gli occhi brillanti, neri e furbi.

Sarebbe stata una donna utile. Buona merce.


Dietro la furbizia degli occhi c'era la malinconia, l' angoscia e qualcosa che ti faceva ridere. Un'intelligenza che faceva ridere, che metteva di buon umore. La fronte era accigliata, increspata. Ma si scioglieva nel lampo della bocca accattivante, di bimba.

Tutto questo i mercanti lo compresero in un istante: comprendere era il loro mestiere.


Resya si sedette accanto al corpo dell'uomo ucciso. Stanca. Di estati ne erano passate già quindici e gli uomini che aveva ammazzato quel giorno erano il triplo di quelle quindici estati. Il triplo più uno. Poteva smettere e tornare. Gli altri soldati di Magone bruciavano case, violentavano donne, facevano quello che si fa nelle spedizioni punitive. Quello che tutti fanno, romani, greci, galli, cartaginesi. I genuati venivano puniti per essersi venduti a Roma, diversamente dagli ingauni, dai sabazi, dagli intemelii che i romani avevano massacrato per essersi alleati ai cartaginesi. Resya aveva sete, si sentiva la febbre, il cuore battere forte e le gambe quasi bloccate. In quella pozza piena di sangue e di cervello del genuato mica poteva berci, guardò Genua, dalla cima della collina, distrutta, un occhio di fuoco. Comprata al mercato, "straniera" cresciuta a Cartagine in una casa di soldati dove le donne portavano brocche, prendevano schiaffi e calci, piangevano i figli morti, si lasciava accarezzare dal padre dell'uomo che aveva pagato per averla in famiglia. Resya, il nome delle sue quattro estati, quello che portava segnato sul bracciale al momento della vendita glielo avevano lasciato , ma il nonno la chiamava biondina e la guardava, le schiacciava il dito sul naso, rideva. Le faceva il solletico. Rideva lui e voleva che ridesse anche lei. E Resya mostrava i dentini, l'ugola, strillava. Fingeva di essere indispettita da quel gioco, scivolava via e metteva il broncio. Ma il gioco le piaceva. Il nonno era un uomo gentile. Un vecchio abbrustolito dalla lunga barba bianca. Fu lui a insegnarle la lotta, la strategia, l'arte della guerriglia così diversa da quella della guerra. Il guerrigliero fa per suo conto, insieme a pochi o anche da solo. Se può colpisce alle spalle. Se può morde e, immediatamente, fugge. E colpisce di nuovo. E sa correre, ha buona mira. Può vivere giorni sopra un albero, può stare senza mangiare e senza bere. Al caldo e al freddo. Fango, pioggia, vento, campagna e città.


Un colpo secco di bastone. La trascinarono nelle loro grotte. Erano brutti e puzzavano di latte di capra. Erano peggio del mal di mare. Avevano i nasi a becco, le facce bianche come se la polvere fosse entrata nella loro pelle, e un'ombra di porpora tra i capelli arrabbiati, biondosporco e ricci. Nelle barbe la porpora era più evidente. Bassi, magrissimi, pallidi .Così li vedeva nel chiarore delle torce che illuminavano la caverna.

Prigioniera. Schifosamente prigioniera di queste bestie genuate della collina, e intanto le navi cartaginesi andavano via. Magone si sarebbe guardato attorno e non scorgendola avrebbe detto: la straniera si è fatta ammazzare, prima o poi doveva capitarle ma credevo più in là, credevo che potesse vedere la sua trentesima estate e forse fare figli. Agili come lei. Guerriglieri. Utili.


I figli Resya li fece, ma nel villaggio dei genuati che tagliavano la pietra e la rompevano, la strappavano via dal monte. Il villaggio dei Prièn, la gente delle cave, delle prie. Cavatori e pastori. Cavatori e contadini. Li fece, i suoi figli, con un nanetto smilzo e muscoloso, dalla faccia di cera, i denti storti e gli occhi grigi. E andava con questi figli all' Acquachiara, Ceavagna, a pescare cavedani e trote con le mani perchè voleva che non spaccassero solo pietre le mani dei suoi prianìn ma che imparassero a muoversi con furbizia e istinto, a braccare, a catturare . Il mare che il Ceavagna incontrava ogni secondo, sempre, e che sempre impattava e baciava e respingeva era u ma di Prièn, il golfo dove era sbarcata quella volta con Magone e i soldati cartaginesi per sterminare il popolo che era sceso subito a patti con i romani. Tre volte le sue quindici estati più uno ne aveva accoppati, di quei Prièn. Cinque ne aveva dati alla luce, vicino alla larga pria januense, tre maschi e due femmine. Beu, Gias, Magùn, Fea, Ruxentà.



nota


Priano: (oggi località di Borzoli) antichissima città ricordata da Plinio dava il nome al Golfo antistante successivamente interrato. E' possibile che questo vocabolo voglia dire Pietra (pria) di Giano. Questo confermerebbe la presenza della fede janigena a Genova e nel suo circondario.


Gianni Priano


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