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GIANNI PRIANO

I PADRI NERI


Io non ucciderei nemmeno un vescovo (E. Hemingway)



I PADRI NERI


*


Batte i denti mentre il calabrone sembra studiarlo, dall'incavo poroso della grossa pera gialla, e da sotto gli gridano parole che si rompono nell'aria di luglio, sfarinandosi quasi completamente prima di arrivare a lui, rannicchiato sull'albero tra le foglie e l'intrico dei rami. Scende grattandosi gomiti e ginocchia contro la corteccia e tocca terra con un salto che gli rincula nelle tempie, dai calcagni.

E' lo zio Chinèn a colpirlo per primo, lo centra in pieno viso con la scudisciata di uno schiaffo. Con un ramo di gorrino suo padre Lichèn gli dà dieci frustate sulle gambe nude: conta i colpi, Lichèn, uno, due, tre…

Tugnetta riconduce per mano il dono di Dio reso a Dio (diciassette anni senza avere figli e infine eccolo, Giovanni Battista: consacrato a Dio, a Gesù ed alla Santa Vergine) dai Passionisti delle Rocche. Vanno giù dal sentiero di Terio, guadano l'Amione (in secca). I Padri, nerissimi, sorridono al piccolo fuggiasco: questa sera niente cibo, solo preghiere, domani vedremo.

Tugnetta ringrazia, promette che pregherà anche lei.

Un Padre l'accompagna fino al sagrato, le chiede come sarà la vendemmia ai Peruzzi: parla svelta, la donna: mio marito vuole riempire anche i calamai, quest'anno, da tanto che ne faremo con questa bell'uva.

Sia lodato Gesù Cristo, sibila il Padre.

Sempre sia lodato, replica Tugnetta.


*


Faceva ancora la seconda a Borgo Terio che suo padre lo aveva portato a Ovada, per vedere passare don Bosco. Che andava dritto, tra la gente che tendeva le mani per toccarlo e Lichèn lo tirò su: guarda ninèn, gli disse, un giorno sarai prete anche tu, ma io non voglio un santo, me ne faccio assè di un santo, io voglio un prete che sappia i suoi affari.


*


Non era scappato dal Santuario per arrampicarsi su quel pero maledetto ma per guardare se giù nel pozzo c'erano sempre i riflessi del sole: una spada, il sole, che bucava la pancia dell'acqua scura. Se da quell'acqua fosse uscito sangue sua zia Teresa non avrebbe più dovuto stare seduta sulla seggiolina, vicina alla stufa, lei che era stata bella e ricca e Chinèn l'aveva rubata alla vita, se l'era presa per la dote. E si divertiva, Chinèn, a gettarle una zampa di gallina, lì per terra e a guardarla inginocchiarsi e mangiarla, digiuna dal mattino. Mi fai venire i nervi, mi fai passare la voglia se penso che sei venuta su a rossi d'uovo, madamina. La vedete la madamina? Vedete come rosicchia?

Giovanni Battista, di Luca e Antonia, non distingueva il bene dal male. Solo voleva che la spada di sole bucasse la pancia dell'acqua del pozzo. E quella di suo zio Chinèn e che tutto sparisse, dopo.


*


Sparissero le veglie, sparissero le Glorie di Maria recitate dalle donne e dai bambini, e quell'orribile storia che qualcuno raccontava sempre: il Conte che aveva ammazzato la moglie mettendole ogni mattina un cucchiaino di zucchero nel latte, per un anno. E sparisse la faccenda di Erminia, sua stessa età, che il padre aveva mandato via di casa perché si era fissato che quella bambina portasse scalogna, da quando era nata gli era morto il bue più grosso, si era attaccato il malfrancese e perdeva tutte le sere a briscola. Sparissero i matti come quello che per il rimorso di un testamento succhiato dalla penna di un padre ciùla non si lavava più né mangiava e un giorno si mise patanudo a correre per le vigne, e ce n'erano voluti tre, Micullo, il Pulèn e Tista per tenerlo fermo intanto che arrivavano gli infermieri per portarlo nel Manicomio.

Sparisse la barzelletta di Rico, che lo avevano vestito di ginepro, a Carnevale, e gli avevano dato fuoco sulla piazza di Cassinelle.

E via dalla faccia della terra anche Caterina della Rera, domiciliata in casa detta Bastarda, preparatrice di malefici e capace di trasformarsi in gatto e in ragno.

Sparisse Chinèn duro e rustico, il suo dirsi particulare e il suo esserlo: con in chiesa il posto subito dietro alla panca del Marchese.


*


A vederlo da fuori il Santuario è bello. Come gli era sembrato un otto settembre di qualche anno prima, in braccio a sua madre, in un'alba fredda di brina e dalle finestre illuminate della chiesa uscivano canti e musiche speciali.

Molto presto prenderà - gli hanno detto i Passionisti- il treno per Novara. E da lì andrà al Convento di Cameri. Continuerà lo studio e diventerà Padre nero anche lui, con il cuore passionista cucito sulla tonaca.

Con il cuore suo cucito e scucito.




nota.

Atto di Battesimo.

L'anno del Signore 1878, il 17 del mese di luglio nella Parrocchia B.M.V. della Pieve del comune di Molare è stato presentato alla chiesa un fanciullo nato il 16 del mese di luglio alle tre pomeridiane, figlio di Luca Peruzzo del fu Giovanni e di Ivaldi Antonia cui amministrò il battesimo il sottoscritto arciprete e si impose il nome di Giovanni Battista. Padrino Michele Peruzzo del fu Giovanni e madrina Isabella Peruzzo.


Aveva un cuore d'acciaio e un robusto sistema nervoso: questo gli impediva di capire la sofferenza interiore degli altri. (testimonianza di Mons. G. Urso).


Il cuore è ingrandito in tutti i suoi diametri. (esame radiologico eseguito presso la Clinica Gavazzeni di Bergamo nel 1955).


APPRENDO SOLAMENTE ORA NOTIZIA MATRIMONIO LISETTA CON AFFETTO BENEDICO TUTTI LIETO RIVEDERVI =PERUZZO ARCIVESCOVO= (telegramma inviato al cugino Domenico Peruzzo il 10 luglio 1961)


"Questa volta muoio!" disse al frate che primo accorse. E poi pregò. Poi non disse più nulla … Padre Sebastiano gli amministrò l'estrema unzione. Erano le ore 23,45 del 20 luglio 1963. (testimonianza di padre S. Morosini).


Dalle braccia della Madonna, l'anima del venerato Arcivescovo Peruzzo volò al cuore del Padre celeste (dall'orazione funebre di padre Sebastiano).


"Lo ricordo, monsignor Peruzzo, nelle visite pastorali a Racalmuto e specialmente in quella in cui mi diede la cresima. Ieratico in chiesa e in processione, si scioglieva in compagnoneria e spirito quando privatamente intratteneva o si intratteneva. Una volta venne al circolo: e sapendo qual covo di mangiapreti fosse, lasciò cadere due o tre ridevoli aneddoti sui preti". (Leonardo Sciascia, Dalle parti degli infedeli, Sellerio, Palermo 1979).




GIANNI PRIANO


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