BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | | ARSENALE | | L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |


GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


GALLERIA MAZZINI


Per me Galleria Mazzini fu lo stupore della Fiera del Libro nei primi anni dell'Università e un negozio di articoli ortopedici gestito dal marito di una cugina monferrina. Lui scendeva da Acqui Terme tutti i giorni, apriva alle nove, chiudeva alle sette e mezza. Una vita eroica che smise presto a favore della passione per i cavalli ed i sigari. Le fasce elastiche e le stampelle le lasciò ad altri. Meglio i porcini e le cocone di Battagliosi, i tartufi di Neive, l'ippovia che da Cassinelle porta a Madonna delle Rocche, il Dolcetto di Castelletto Molina, il Barbera di Vinchio.

Ma Galleria Mazzini è stato anche il modo per non sprofondare completamente nei vicoli, che d'inverno sono tutto un brodo di trippe, e in autunno marroni glassati, in estate spiagge di naufràgi e in primavera rose e viole venute su a badilate di letame.

Uscito dal Liceo Deledda dove insegnavo nei primi anni dell'ultimo decennio del secolo scorso capitava che mi infilassi in qualche anonimo bar della Galleria, tra un Consiglio di classe e un Collegio docenti, tra uno scrutinio e un ricevimento parenti. Erano tutti uguali i bar di Galleria Mazzini, uguali i camerieri, uguale la cortesia sforzata e la fretta. E uguali i toast, i panini stracchino-rucola-speck, uguali i Campari, i vini industriali, le birre.

Eppure c'era stato un tempo lontano in cui i Caffè della Galleria si mostravano così diversi tra loro da farsi guerra in nome di uno stile di vita, di una propria retorica o anti-retorica.

Ci si prendeva a maleparole, a pugni e a bastonate per l'arte, per la poesia.

Baratono, Giribaldi e Varaldo avevano fondato, in Galleria, Il Club dei nauseanti il cui comandamento era: belle lettere, provocazione, rissa. E fu proprio in una zuffa che a Giribaldi caddero gli occhiali e mena il coltello qui mena il coltello là finì per bucare la pancia ad un materassaio e venne destinato per dodici mesi quale inquilino del Carcere di Marassi.

I Caffè erano il Roma e il Diana. Poi c'era la Birreria Zolezi con le soubrettes ,il Ristorante di Pippo Luce, la Casa Editrice-Libreria di Ricci, un socialista a cui dava una mano Lerda.

Erano i tempi dello Sbarbaro nottivago. Del travet terrible Pierangelo Baratono, di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi così bene raccontato in versi da Montale: "Sotto quest'umido arco dormì talvolta Ceccardo./ Partì come un merciaio di Lunigiana/lasciandosi macerie a tergo./Si piacque d'ombre di pioppi, di fiori di cardo.//Lui non recava gingilli: soltanto un tremulo verso/portò alla gente lontana/ e il meraviglioso suo gergo./Andò per gran cammino. Finchè cadde riverso."

Un bufalo, Ceccardo. Un bisonte di Lunigiana con radice genovese, disperato viandante dromomane (a piedi da Sarzana a Genova, sempre), enorme nel corpo imbolsito dalle grappe e dal dolore; dionisiaco, solitario,cavalleresco,anarchico,iracondo,senzatetto, senzapace, nitido, neoclassico, giocoso, pedante,erudito e fanciullo più di Sbarbaro, involontariamente maudit e capace di piantare cagnare con le Amministrazioni Comunali per l'allargarsi abusivo del giardino di un signorotto ai danni della comunità o per una poco filologica ristrutturazione della casa natale del Carducci.

Capace anche di scagliarsi violentemente -e fisicamente- contro Filippo Tommaso Marinetti per rompergli il muso e, trattenuto da Baratono, da Sbarbaro e da altri quella volta si accasciò, cadde in ginocchio, fulminò il futurista Marinetti con un' occhiata di odio e gli disse, nei suoi abiti eleganti e sdruciti, vecchi di decenni: "tu ammazzi il chiaro di luna e io guarda cosa faccio". Gettò la faccia, la bocca, in una pozzanghera in cui la luna si rifletteva e bisbigliò: "io la bacio la luna Marinetti".

E con la faccia bagnata, sporca di fango, la baciava davvero quella luna per terra, tragico, geloso e innamorato.


Due passi più in là, poco oltre la Galleria, si trovava il più prestigioso casino di Genova, il Cebà detto anche Suprema.

Appena più distanti le orchestrine ambulanti suonavano per gli emigranti che forse l'indomani o forse da lì a due-tre giorni si sarebbero imbarcati per l'America.



Gianni Priano


| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|