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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


PIAZZA SARZANO


Dino sputa per terra, poi si asciuga il labbro con il dorso della mano, poi pulisce il dorso della mano sfregandolo contro le braghe di fustagno. Cosa ha in tasca? Due spiccioli, delle chiavi, un mandarino e, forse, qualcosa di insanguinato che pottrebbe anche tirare fuori, all'improvviso. Si gratta un secondo la testa; è imbarazzato e confuso. Guarda quella brunetta che ora entra in San Salvatore: un carboncino acceso nell'aria di gennaio. Carina. Di puttane così non ce ne sono, per strada. Solo negli appartamenti le trovi. Costano troppo. Uno sfrigolo di brace che luccica nella ressa di streghe e prestigiatori riuniti nella chiesa sconsacrata. Anche lei qui per il sabba, dunque.

Camillo ci versa altro vino nei gotti, preoccupato -quasi- che l'accalcarsi di persone e figure dia noia o rabbia a Dino. Ma ora Dino ridacchia: "ho contato le anime" dice "e sono meno dei corpi, come al solito".

"Sotto il cielo si prevede il mare" canta ora Dino. "Andiamo via" fa Camillo. "Andiamo?" chiedo io.

Dino batte il pugno sul tavolo, ha le mani tozze, è tozzo tutto, tranne i pensieri che gli scivolano via. Il bicchiere al battere del pugno rimbalza e due dita di rosso vanno sulla tovaglia bianca di bucato e ora fiorita di fucsia e rubìno e di allegria primaverile. "Sembrano le tue violette" Camillo, faccio io. Camillo non sa cosa fare. "Andiamo" ripete.

Dino non ha voglia di alzarsi. Rispondimi, mi fa. E' un gioco tra noi. Lui comincia, detta il titolo:

Chissà quella brunetta.

Chissà chissà che cosa faccio io

Chissà se sa di rosa fa lui

Per me è timidosa faccio io

Io penso invece ariosa fa lui

Spina amorosa faccio io

Graziosa fa lui

Arcobalenantosa faccio io

No, no: brumosa fa lui.


"Quel bastardo di Soffici mi ha perduto il manoscritto. Ho dovuto rifarlo, a memoria": è la sua litania.

Camillo insiste: "andiamo via, ci aspettano".

Ma Dino non vuole andare. Il biglietto di andata ce l'ha stampato sui denti: MANICOMIO DI CASTELPULCI REPARTO INCURABILI. "Vedi, Gianni, non diventare tu uno di quelli": e indica due signori, cinquant'anni, valigetta ventiquattrore, cappotto di loden, coppola, belle scarpe: anche loro, un po' in ritardo, entrano per il sabba. "Come Soffici, come Papini e quell'altro, Prezzolini, lor signori si fabbricano la casa, con le parole. Si fanno l'anima chiara come un'acqua".

"No Dino, te lo giuro. Sarò sempre fetido".

"Allora andiamo pure" dice lui " guarda e pensa se fosse il crepuscolo, adesso".

Ma il campanile, su in Carignano, suona le due del pomeriggio.


Gianni Priano


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