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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VICO DEGLI ADORNO


U pariva tarantulò. Sembrava tarantolato. Chi? Giuàn Taddè, nella bottega del pane, in Via Maestra, ad Alba. Lo raccontava il padre di Eusebio –già vecchio- e, dunque, saremo stati attorno al 1830. Chi t’ei ?Mi a son Giuàn Taddè.Chi sei? Io sono Giuàn Taddè. E dopo aver preso il pane andò a comprare due mele e dopo le mele comprò un’ aringa secca e in ogni negozio dove entrava non stava fermo un minuto, andava avanti e indietro –mentre lo servivano- senza requie. Sembrava, appunto, tarantolato. Aveva pagato con cinque soldi, umile e ossequioso il pane, le mele, l’aringa secca ed era scomparso, prendendo svelto per Via Tanaro. E dall’altra riva del fiume lo videro uscire con i piedi asciutti.


 Giuàn Taddè, detto anche Suifràn, in quelle contrade sabaude si presentava alto alto, secco secco: con un vestito completo di giacca, camicia e pantalone di fattura modesta e senza ombra di stiratura e dell’uomo avresti detto non sudicio ma  “trasandato”, poco coltivato e barbuto di una barba da sé andante.

Qualche anno dopo Giuàn fu rivisto. Questa volta a Capriata d’Orba nell’Emporio monferrino di monsù Campora. Lungo, allampanato, dal parlare breve ma “studiato”, capelli lunghi fin sulle spalle, le guance irte di peli. Entrò nell’esercizio, comprò un pugno di fave disidratate. Pagò. Uscì di corsa. Rientrò in fretta, acquistò una pasta di meliga, uscì. Ritornò. E così come un om cu sgiora, un “uomo volante”, fece fino a spendere –in tutto- cinque soldi.

Poi giù, per il Mulino dell’Orba, che passò senza bagnarsi, manc na stizza ,nemmeno una goccia e via, fumo di fumo. In direzione, forse, di Alessandria.

Finita la buriana della Rivoluzione francese Giuàn Taddè era stato avvistato (e qui noi andiamo a ritroso, seguendo all’indietro la traccia dell’originale personaggio) alle Case Peruzzi. Aveva un carretto e lo riempì di libri vecchi. I libri dell’ “abate” Plitz (Peruzzo) chierico, erborista, calligrafo. I suoi parenti ne avevano sopportato l’ingombro (dei libri e dell’ “abate”) ed ora – lui sepolto- erano contenti di togliersi d’attorno quelle cartapecore puzzolenti. Suifràn per il lavoro aveva chiesto cinque soldi e ottenutili sparì con il carretto oltre la Casa di Bedìn. Andasse al diavolo quel matto gidè (giudeo: ma perché? Forse per la goduria con cui aveva guardato i cinque soldi? O era giudeo davvero?) e i libri di Bartolomeo Peruzzo, furbo fagnàn (scansafatiche) più amante dello studio che delle penitenze, e le poche volte che usciva sull’ era (aia) si incantava a guardare volare un calabrone, o si chinava (miracolo: il pelandrone chinava la schiena!) per raccogliere una foglia di “erba citrona” e se la rigirava tra le dita come se non ne avesse mai vista. Parlava un bel latino, l’ “abate” ma era mancino per zappare e destro per mangiare e bere. E viveva in famiglia. Perché non in un Monastero? In un Convento? Dentro una Pieve? Nessuno lo sapeva. Si tenevano quel peso e basta. Un po’ come un portafortuna, un po’ come una maledizione. Una cosa che gli era toccata, a loro, “particulari” di Anterium , borgo di Molare, terra di vigne e ru (roveri).

E Giuàn Taddè.

Lo abbiamo dimenticato un po’ dopo la casa di Bedìn, con il carretto e i libri. Avrà fatto la Verzella, l’Amione, e  qualcuno diceva di averlo visto abitare mesi e mesi in un abergh (“essicatoio per castagne”) di Urbe e un paio di boscaioli sempre ubriachi giuravano di averlo incontrato giù a Savona a vendere al mercato dei libri per cinque soldi l’uno.

Era lui? Suifràn? Detto anche Giuàn Taddè?

Lo stesso che nel 1642 era stato visto a Lipsia? Sempre alto. Sempre magro. Gentile. Arruffato. Di nome faceva Isaac Lakedem. E nel 1640 passò da Bruxelles. Nel 1637 vendeva acqua purgativa ad Amburgo. Un mestolo cinque soldi. L’acqua purgava anche dalla sifilide e faceva come da scudo contro la peste e la scalogna. A Cracovia nel 1616 domandava l’elemosina. A Mosca nel 1613 puliva le latrine. A Parigi, nel 1604, per cinque soldi raccontava ai bambini la Passione di Nostro Signore. A Lubecca nel 1601 corteggiava una vecchia usuraia: garbatamente, regalandole fiori e sorrisi e dormendo nel suo letto caldo e scappando un mattino con la cassa. Nel 1599 a Danzica era soldato. A Madrid nel 1575 contrattava gemme. Sempre ad Amburgo (1574) lo avvicinò il Vescovo Paolo d’Eitzen e domandò a quell’uomo altissimo e scalzo che ascoltava con compunzione la Santa Messa quale fosse il suo nome. Lo strano tipo disse di chiamarsi Ahasversus.

Ahasversus? Non in Toscana dove, anni prima, lo chiamavano Buttadeo. A Siena, nell’ anno 1400, Giovanni Buttadeo passò rapidamente e, osservando il dipinto di Andrea di Vanni raffigurante Cristo sulla Croce giurò di non averne mai visto uno così somigliante al Cristo vero. Poi comprò per cinque soldi un fiasco di vino nero e se ne andò.

Nel 1300, in Portogallo, la ragazzaglia gli tirava sassi canzonandolo così: Joan despera en Deos/ Joan despera en Deos/ Joan/ Joan/Joan/ Joan despera en Deos .E a Ravenna disse di essere tal Riccardo, vissuto quattrocento anni prima, alla corte di Carlo Magno e aggiunse: “Riccardo o Giovanni Buttadeo fate vobis io vò, se pur barcollando, di fretta a Forlì”. Era il 1233.

Nel 300 dopo Cristo fu asceta, in Armenia. Penitente. Digiunatore. Cartofilo lo chiamavano i pellegrini che andavano a cercarlo nelle grotte fuori dalle mura delle città perché si diceva che quell’ombra magrissima, tutta ossa, barba, capelli e piaghe ai piedi guarisse mali oscuri e sconosciuti e anche piccole malattie, febbri e cose così. Bastava dormire qualche notte nei pressi della sua grotta.

Oggi lo chiamano Rossella. Lavora in un basso genovese, in Vico degli Adorno. Non è né uomo né donna. Non ha la barba. Capelli lunghi sì. “Sono qui dal 1978, vengo dalla Toscana. Per tutte sono Rossella ma mi sono chiamato Giovanni Buttadeo, prima”. Striscia nervosa un piede scalzo sull’ardesia della soglia, avanti e indietro, squieta.Si gratta di continuo la punta del naso o si sfrega un occhio o arriccia e sriccia una ciocca di capelli. “Ora sono rossa, vedi. Ma sono stata bionda, bruna”. Al crepuscolo, in fondo al vicolo , è un tripudio di topi che ingaggiano lotte con i piccioni. Il dente e il becco. “No, non mi schifano, ci ho l’abitudine” dice Rossella “e mi fanno compagnia”. Ma chi sei, Rossella o Giovanni? “Nessuno dei due. Un terzo. Sono un transessuale, una specie di trasfertista a vita. Sta merda di vita”.Racconta, Rossella. “Facevo il calzolaio, a Gerusalemme. Duemila anni fa, se non ho perso il conto. Anno più, anno meno. Avevo una moglie, una donna piagnucolosa, sempre pronta a innamorarsi di tuti i profeti che passavano in città. Ed erano tanti. Scrocconi, per lo più. Matti. Politicanti. Qualcuno di loro giurava di essere il figlio di Dio. Il Messia. Colui che deve venire a salvare il gregge di Israele. Di solito piacevano alle donne. Meglio se vedove o prostitute. Mia moglie non era né l’una e forse neppure l’altra cosa, e tuttavia passava il giorno sempre appresso a quei balordi. Credulona. Poi capitò Gesù. Quando lui si mise sulla via del Golgota con la croce sulla schiena io stavo sull’uscio. Cosa provai? Indifferenza. Uno straccione che andava a morire. Tutti i giorni moriva gente. Un giorno sarei morto anch’io.E quando Gesù fu ad un metro da me ebbi voglia di dirgli –e gli dissi- Cammina Gesù, cammina più svelto. Perché sei così lento?

Lui si voltò, aveva la faccia stanca. Lo sguardo eterno di uno che guarda ogni sera topi e piccioni aggredirsi. Il dente e il becco. Mi rispose: Io vado e tu aspetterai che io ritorni.

Così aspetto, in questo vicolo, un cliente un po’ speciale. Uno che mi dica: Ahasversus, sono qui.”

Gianni Priano


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