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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


CREVARI

Negli anni che immediatamente seguirono al secondo disastro mondiale (mondiale per vastità, tuttavia i disastri non sono mai mancati nel mondo) a Crevari arrivò un bambino tolto dalle macerie genovesi e dalle faide più o meno politiche, dal "fare giustizia" in piazza: la piazza quando si scaglia sui vinti (squallidi, penosi, colpevoli fin che vogliamo) assume connotati mostruosi, ha la bava alla bocca e gli occhi avidi. Massacra uomini in pigiama, spara alla schiena di vecchi in fuga, denuncia il vicino di casa, deride e rapa a zero le donne, violenta le madri davanti alle figlie e le figlie davanti alle madri, sventaglia una mitragliata contro un cane randagio che passa di lì, ignaro, sotto "l'albero della libertà".

Ieri la piazza -la stessa piazza- era un grumo nero di eia eia; oggi sboccia nel rosso dei garofani, delle fragole, delle bandiere e del sangue.

Il bambino Sebastiano fu mandato a Crevari perchè a questo tripudio di forche, forconi e schioppi non avrebbe potuto partecipare stringendo la mano del padre, il quale impegnatissimo a salvare la pelle, dalla piazza e dalle piazze dovette tenersi bene alla larga.

Tra i contadini crevarini trascorse così l'anno della seconda elementare quello che diventerà uno dei maggiori scrittori italiani a cavallo degli ultimi decenni del Novecento ed i primi decenni del Duemila. Forse non il maggiore scrittore (anche se non me ne vengono in mente più bravi di lui) ma certamente il più abile, suggestivo e profondo dei raccontatori. Un raccontatore che da giovane era stato risucchiato nei clan alla moda dei finti rivoluzionari (ma finti o veri non importa, rivoluzionari o no importa ancora meno: si trattava di persone senza talento, di figurine arroganti e boriosette che contestavano tutto perchè volevano di più. Di più per loro: più potere, più fama, più denaro) finti rivoluzionari, dicevo, che proclamavano la morte del racconto perchè non avevano niente da raccontare.

Sebastiano perse un po' di tempo con loro: ma lui aveva stoffa, e di quella buona, di quella che anche i poveri comprano perchè dura negli anni. Così, passata la buriana delle mode letterarie infarcite di utopie standard, Sebastiano riprese a far correre la penna sul foglio nel rispetto della sintassi e dell'ortografia: per raccontare storie restituendo al cervello proprio e altrui il malinconico piacere di non finire all'ammasso nè in fumo.

Le storie, si badi bene, non sono la Storia. La Storia non c'è, non esiste. Perchè non esiste un unico filo progressivo che lega, che so, Ottaviano a Nixon o a Mao. Se fili si intravvedono si tratta di fili spinati, di cavi elettrici che conducono promesse di luce e troppo dolore.

Sarei felice se Sebastiano raccontasse, un giorno, il suo tempo crevarese: quando si alzava presto al mattino per andare a porcini, ovuli e galletti con i ragazzi della famiglia che lo ospitava, tra i castagni e i "brughi" di Campenave, o alla Brigna. Il mare di sotto: una lastra azzurra.

Non avendole più in mente ora le può soltanto immaginare le facce dei suoi coetanei, dei compagni di classe e della maestra che si saranno chiamati Calcagno, Bruzzone, Piccardo, Canepa, Parodi, Piccardo, Patrone e basta perchè altri cognomi a Crevari non ce ne sono.

Sebastiano a Crevari tornò, mi pare, nel giorno di Capodanno del 2000 (o del 2001?). Non riconobbe nulla. A parte la lastra azzurra, giù di sotto.

Non sarebbe male se partendo da questo azzurro decidesse, prima o poi, di iniziare a raccontarci una delle sue storie.


nota.

Sebastiano ha scritto libri di storie molto importanti, un po' divertenti e un po' commoventi. Per esempio Mareblu, Abitare il vento, L' alcova elettrica, La notte della cometa, La chimera, Marco e Mattio, Sangue e suolo, Il cigno, Cuore di pietra,Amore lontano.


Gianni Priano


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