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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


PIAZZA DELL'ANNUNZIATA


"Viene su?". "Viene su". "E' alto?". Sì, decisamente; forse cammina un po' curvo, mi sembra". "Ha l'orecchino?". "Non vedo, da qui non vedo". "I capelli?" "Corti, molto corti e bianchi". "Quanti anni ha?". "Quarantacinque, cinquanta...Più cinquanta, così, ad occhio e croce". "Com'è vestito?". "Casual, non so se si dice ancora così ma lui sicuramente dei suoi vestiti di oggi direbbe casual, ecco, questa è la cosa più certa che posso riferire". "Ma insomma, i pantaloni, le scarpe...".Sì, ci arrivavo. Pantaloni di velluto, color panna, clarck,una giacca ma...ecco, lo vedo meglio: la faccia è da bietola appassita. No, proprio da bietola appassita...grigiastra, quasi. Grigiastra. Una brutta bocca. Brutta perchè non lo so. Ma brutta, proprio bruttina".

"Se si vede che ha il cancro? Sì".


C'era l'Opera Universitaria all'Annunziata. Forse c'è ancora. Chi aveva la media alta, più o meno alta veniva all'Opera a prendere una borsa di studio. Ammesso che fosse un po' povero. Manuello Piccardo povero lo era sufficientemente. Non abbastanza da dovere andare a lavorare e rinunciare a dare alla svelta i suoi diciannove esami +uno per laurearsi in Filosofia ma, appunto, sufficientemente per dover decidere tra un libro e una birra. La birra quando la prendeva gli piaceva bersela alla Birreria Tedesca, sempre lì, all'Annunziata. Stava solo. Lui, la birra e il muro. A volte insieme alla birra ordinava due uova al tegamino e un po' di pane nero.

Aveva una giubba nera, sempre quella giubba. Per tutti quegli anni di Università. Giubba nera, di pelle. Aveva quella che sua nonna avrebbe detto una bella statura, la statura di suo padre: un 1,76 di cui andava fiero perchè non si piegava in avanti come accade a tanti lungoni ma camminava dritto, magari inciampandosi nei piedi, nelle scarpe (nere anche quelle e anche quelle compagne di scuola per quattro anni, dal primo esame di Storia Medievale con Geo Pistarino fino all'ultimo esame di Storia delle Religioni del mondo classico con una anonima della quale aveva dimenticato tutto tranne l'indisponenza, la fretta e un 26 tirato via).Lui si era laureato con Bertoni. Italo Bertoni. Sul Tonio Kroger. Bertoni gli aveva suggerito, dapprima, Gentile. No, aveva detto, Gentile, no, professore. Allora facciamo Piovani, dai, giovanotto. Non so chi sia, no, professore. Bertoni capiva le persone, ne capiva lo stampo. Non era un uomo comprensivo, il Chiarissimo Prof. Italo Bertoni non capiva quasi nulla degli affetti, delle amicizie, delle voglie degli altri uomini. Degli uomini lui capiva lo stampo. Se erano cedevoli, coriacei, miti, nevrastenici, paurosi, solari, lugubri e sapeva che non potevano mai essere, proprio mai, una sola di queste cose.

Manuello aveva seguito tutte le sue lezioni in silenzio. In seconda fila. Non erano mai più di dieci gli alunni di Bertoni. Quindi le file erano tre. Manuello sedeva nella seconda sedia a sinistra della seconda fila. Tra un sacerdote anziano e un ragazzo, biondo. Un ragazzo dagli occhi azzurri sbiechi, i capelli lisci, biondi e puliti, abiti che ne sapevano di buono, di tabacco, di sigaro.


Fecero la tesi sul Tonio Kroger. Manuello aveva detto che se non era quello l'argomento, allora poteva essere Sartre, Dino Campana, Clemente Rebora, Leopardi, Bataille,Abbagnano. Ma aggiunse che Sartre era troppo famoso, Campana troppo poco matto, Rebora troppo prete, Leopardi troppo epicureo, Bataille troppo contagioso, Abbagnano troppo vivo. "Sei un ragazzo di misura. Mangia solo un po' di più che mi sparisci. Misura e dignità. Vorrei che un millesimo della dignità che hai l'avessi imparata da me, in questi anni. Chissà se è così ma non sei tu a dovermi rispondere. Mi risponderò da solo, come i folli. Ah, Manuello, credo anche che tu sia un po' ironico ma io non mi intendo di ironia, la frequento poco. Credo anche che tu abbia un tratto forte di superficialità. Vai pure". Manuello andò. Cioè: fece tre passi verso una porta, che era lì. Bertoni lo richiamò. " Giovanotto, mi va bene... discutere una tesi su Mann non è un giochetto. Dovrai andare a lezione di tedesco, la sera. E di giorno scrivere. Tu sei nella pelle di Mann, di Tonio ma io voglio che tu entri nel suo sangue e il sangue di una persona sono le parole che usa, il loro suono. Le parole, te l'ho insegnato, non sono un veicolo, una convenzione. Sono alchimia, prescienza, tu non dovrai spiegare il tuo Tonio, si spiegano le lenzuola...noi non spiegheremo niente ma parleremo delle parole. Va bene? Prima ti ho detto che sei un ragazzo superficiale, non mi rimangio il mio giudizio. Sei un superficiale ipersensibile e ignorante, non sai una lingua e niente proprio niente di arte, di musica. Ma mi vai bene così, voglio che il mio scolaro Manuello faccia la sua tesi sul Tonio Kroger e poi sparisca dalla mia vista e " aggiunse abbassando la voce pacata ma stridula e femminile" mi lasci alle mie future professoressine, ai miei geni terribilmente imbecilli, ai sassi che mando via agli esami perchè...insomma, i sassi no".


Relatore Bertoni. Correlatore Caracciolo. Centodieci senza lode. Il giorno dopo cercava lavoro. Dopo due mesi partiva per il Servizio Militare. Come fa uno che ha letto il Tonio Kroger a evitare il militare...non può. Del militare visse la servitù e la grandezza, soprattutto la grandezza di amicizie che sono possibili solo lì, in quel posto di nessuno che è una caserma di montagna con duecento soldati e freddo da settembre a maggio, ai margini della ragione. E ci si avvicina, tra simili. Ci si annusa. Si annusarono in tre su duecento. Si scelsero loro tre. Manuello, Roberto, Nicola.


Congedato il 4 agosto 1987. Il giorno dopo cercava lavoro. E trovava, trovò lavoro. Rappresentante di cosmetici a provvigione. Venditore porta a porta di fazzolettini, detergenti per il water, saponette a provvigione. Rappresentante di batterie di pentole a provvigione. Venditore ambulante di calendari in vernacolo.Cinquantamila di fisso ogni venti ore + provvigione. Trimestrale alle Poste Italiane. Aiuto Bibliotecario.


Seduto sulle scale della grande Chiesa della Santissima Annunziata del Vastato (o del Guastato) spiava un uomo per conto di Nicola.

Nicola gli aveva chiesto di spiarlo. E lui quello faceva. Senza chiedere perchè. Che fossero questioni di corna o altre faccende

a Manuello non interessava. Nicola gli aveva detto "un favore Manuè, me lo spii un uomo? Poi forse ci sarà anche da dargli una fraccata di pattoni ma non chiamerò te per quello anche se so che verresti, eccome che ti è più caro pestarti che mangiare e bere...ma non chiamerò te".

Un tempo da Porta di Vacca saliva su l'odore di focaccia con le cipolle e di rosette, baguette, panetti all'olio. Ora da lì saliva soltanto quella bietola smorta. Una volta la Piazza era un mercato, e il Caffè Americano sfornava grappini ai besagnini e ai mediatori che facevano mucchio e odori che su tutti si sentiva il basilico e il mosto involontario che colava dalle cassette d'uva bianca di Coronata e di Prà. E i rumori erano quelli dei carri e dei carretti e di un tramway e te lo davano loro il casual, i besagnini, che casual lo eri per forza e l'orto ti toccava come una maledizione e la natura era una rogna, una bagascia mica roba di primule e temporali e pomodorini mignon o maxi e vino con il retrogusto e "saditappo" e vai a dar via il culo, fighetto, che il vino serve per embriagase o per digerire o per compagnia ma mica per stare lì a slinguarlo e odorarlo e il belìn che ti anneghi.


Il grigiastro sicuramente il vino lo beveva per figura. Magari anche il cancro ci aveva per figura. Se stava sul belìno a Nicola una ragione doveva esserci. Ma non lo riguardava, la cosa. Certo era una piazza balorda, quella. Ci avevano impiccato un medico, secoli prima. Con la gente che batteva le mani. Si chiamava Leveratto e voleva vendere Genova alla Francia. In traditù. Che Manuello si immaginava con la faccia opaca e i capelli bianchi corti e...Massì, certamente la bietolona era della razza del Leveratto, magari brigava un tradimento anche lui. Nicola era al cellulare : "allora la bietola che fa?". "Ha preso un autobus ma non ho visto il numero". "Ma l'avrà avuto l'accento pugliese?". "Capace di averlo avuto l'accento pugliese, Nicò...sì".

Quando si stavano per congedare dalla naia Roberto aveva detto perentorio: "ragà, è stata dura, infinita, ma la nostra amicizia ora è più grande del nostro pisello e questo è bene".

A Manuello la frase era piaciuta tanto. Poi, per caso, si era accorto che qualcosa del genere era scritto ne "Il Padrino" di Mario Puzo. Ma niente di male, mica si devono citare le fonti quando si spara lì una riga di parole per far contenti gli amici.

"Manuè!". "Sì, Nicola". "Dunque ce l'avrà avuto l'accento pugliese?". "Sì". "E il cancro?". "Anche quello Nicò, anche quello".



Gianni Priano


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