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GIANNI PRIANO

NAVIGA IL MARMO NEGLI SPUTI


Certi, quasi, si rompono le mani. Lo colpiscono con pugni secchi ragliando maledizioni: gli sono addosso in una quindicina, uomini e donne.

Dalla Casa Littoria hanno scaraventato giù la cassaforte -un volo di sette metri- che nello schianto si è aperta come un uovo. Hanno preso a manciate la cartamoneta e Bianca dei Camilli grida: "cìoè la sua effige" e Canaio grida "è merda, è merda". Così l'ammucchiano, fanno un falò sul posto e con i soldi bruciano carte, schede.

Più in là, sulla ghiaia del torrente Leira, incendiano il mobilio degli Spotorno, divani e pianoforte. Una donnetta con un'ombra di baffi sopra il labbro invece scappa dall'altra parte, tiene due vasi di cristallo nel grembiule. Miroglio il piemontese glieli strappa via, "no compagna, questa roba non è più di nessuno". La donna china il capo come se le avessero tagliato il filo che la sorreggeva. I due vasi bruciano (brucia il cristallo?) insieme al resto. Si danno alle fiamme anche i quadri e questo un po', a Miroglio, dispiace.


*


Sulla spiaggia tre che fino ad ieri erano bambini, a pietrate, hanno costretto Abate a buttarsi nell'acqua. "Dillo che sei un lordo, uno spione. Dì: sono un porco e un ruffiano". Abate fa il guardiano ai Cantieri. Immerso fino alle ascelle piange e non sputa un grano di voce. I sassi lo schizzano, gli passano a due dita dall'orecchio. Per quei tre è un divertimento.

A Bribò staccano il distintivo del Fascio, uno scarpone glielo pesta piatto piatto. A Tosti una mano volante porta via il fez che finisce in una pozza stagna del Cerusa.

Intanto sulla Piazza dello Scalo, ancora ingrovigliato nelle corde servite a tirarlo fuori dall'androne della Casa Littoria, immobile e bocconi naviga solitario negli sputi il busto di marmo del Duce, pestato a sangue dai quindici del paragrafo precedente. Sangue delle loro nocche perché lui, il Duce marmoreo, sangue non ne aveva più.


*


Baciccia in bottega non sa se ghignare o tenersi. Fino a poche ore prima se gli dicevi "fascismo" rispondeva che per colpa di una brigola sulla lingua non poteva parlare. Adesso però pensa "manimàn".

Passa uno in bicicletta e gli grida per scherzo: "questa notte non lo dovrete accendere vuscià il forno, è il comunismo che vi ci dà fuoco".

Ecco, manimàn sì, gli danno fuoco a forno e bottega e poi scrivono con il pennello BESAGNINO RUBAVI SUL PESO sul muro di fronte.

Ha trascorso l'esistenza a picchiare il naso su quel muro belinone, retro della villa di un deputato del Regno, ai tempi di suo padre. Lo chiamavano "il deputato muto". L'unica volta che in parlamento aveva chiesto la parola era stato per domandare se si poteva chiudere una finestra che "faceva corrente".


*

Prende tre damigiane, le spoglia dell'imbragatura, le riempie di acido fino al colmo allineandole -sembrano tre bagasce nude- sulla soglia, dietro gli scuri che chiude dopo avere spento la luce. Sale in casa, al piano di sopra, per cena.

La moglie Manìn ha preparato la panissa con olio e aceto. Ci si segna.

Di solito si mangia in silenzio, con la faccia nel piatto, ma questa sera Baciccia parla e dice che giù ha sistemato le damigiane con la sorpresa e se qualcuno gli entra in bottega, di notte, la rivoluzione la va a fare su un piede solo o in sedia a rotelle perché quello è acido che non perdona e lui ha quasi voglia di vederli, i lenìn, mentre sfondano gli scuri a spallate, si inciampano e ciao.

Continuano a mangiare la minestra ma ad Andrea cade il cucchiaio. Manìn fa per raccoglierlo. "Na" grida secco Baciccia "rimane lì il cucchiaio".E si rivolge ad Andrea, quindicenne: "sciorbila con la bocca come faccio io". Andrea però trema e ne versa un buon terzo sul mariollo.

Baciccia non vuole vedere ma dice, calmo e infuriato: "stasera niente panissa, la panissa si mangia domani".


*


Adesso io sono un uomo, proprio un uomo. Mio fratello Antonio poco fa me lo ha ricordato. Ha dato apposta un calcio al bottiglione che tengo di fianco al letto e mi ha puntato contro il dito. Lui ha le dita gialle di tabacco come me però in una di quelle dita porta l'anello. Invece io non ho né moglie né figli, a sedici anni mi volevo sposare ma né mio padre Baciccia e nemmeno il destino hanno dato il permesso.

Il bottiglione si è spaccato e io mi ci sono girato, a mio fratello, ma sono subito rimasto bloccato davanti al suo dito.

Mia madre Manìn e mia sorella Maria Assunta sono corse a vedere che cosa succede e Antonio gli ha mostrato una specie di ringhio, una bava alla bocca che loro con gli occhi han preso le mie parti senza pensarci un minuto. Poi mia madre ha detto: "Dio liberi, non ammazzatevi tra fratelli" e Antonio ha risposto: "toglietegli il vino, porca troia maledetta, si rovina questo ragazzo e i miei figli hanno vergogna a salutarlo per strada, toglietegli quel belìn di vino". Poi è scappato nella sua casa nuova, in Via Alassio.

Forno e bottega li abbiamo lasciati dopo che abbiamo accompagnato mio padre buonanima dal patatta come noi qui chiamiamo il camposanto, non so perché patatta forse perché come i morti anche le patate stanno nella terra. Ma forse il motivo è un altro e a me i motivi non mi interessano, so assè, io, di motivi.

Come lavoro ora spingo carriole. preparo il cemento, la calce. Fino a poco tempo fa, prima che mio padre buonanima morisse facendo tatatà con la bocca come la mitraglia della sua guerra sul Carso, in processione portavo dei Cristi da cento chili a suon di musica. Poi mi sono messo a sputare sangue e ce ne sono volute di lastre, ospedale e punture.

"Comprati un giubbbotto e smettila di baciare la bottiglia e cambia la marca delle sigarette, prendi quelle con il filtro" mi ha detto Antonio appena sono guarito ma il vino può giusto togliermelo Cristo, se si prende la briga.

Il mio passatempo è ordinare l'orto sopra casa, dare ad ogni pianta secondo il bisogno.

Sono trascorsi trent'anni da quel luglio 1943. Nelle damigiane che quella sera mi avevano fatto cadere il cucchiaio e sporcare il mariollo nessun lenìn ha mai inciampato.


GIANNI PRIANO



nota

I fatti "politici" a cui ci si riferisce riguardano la giornata del 25 luglio 1943 in seguito all'approvazione da parte del "Gran Consiglio del fascismo" dell'ordine del giorno presentato da Dino Grandi, che invitava il re a riassumere le sue funzioni di comandante supremo delle forze armate. Il pomeriggio del 25 Mussolini fu convocato da Vittorio Emanuele III e, invitato a rassegnare le dimissioni, venne immediatamente arrestato dai carabinieri. L'annuncio della caduta di Mussolini fu accolto dalla maggior parte della popolazione con incontenibili manifestazioni di esultanza.



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