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GIANNI PRIANO
in -viato

GENOVA 2004. LUCCIOLE, LANTERNE E CAPITALE


VIA GUALA


I miei figli e la loro madre abitano in Via Ernesto Guala, nella casa grande e buia, con Cerere munita di falcetto, spighe di grano e tette al vento che gli sta sopra la testa nel salone, di impianto cinquecentesco, e, o guarda un suo speciale altrove pagano o è strabica poichè sembra ben poco incuriosita dal chiasso dei bambini sottostanti che si rincorrono in bicicletta o a piedi -con salto olimpionico del divano IKEA- e si incantano di fronte alla Pimpa e ad Armando, suo pacifico e flemmatico tutore, si litigano, si invidiano, si abbracciano.

Salone a volte, con lunette dipinte forse duecento forse trecento anni fa, capitelli in ardesia raffiguranti motivi uno differente dall'altro, e in ardesia gli stipiti e gli scalini che dal "disimpegno" conducono a quello che era, ieri, "lo studio di babbo" e ieri l'altro "lo stanzino dello zio Gusto", fratello di mio nonno.

Lo zio Gusto non l'ho mai visto, se non in fotografia, ex pugile, piccolo, tarchiato, abbastanza somigliante al nonno Baciccia (che era più aguzzo, però) di cui ho indosso il nome e alcune fisime, pochi talenti, tutti i difetti.

La casa di Via Guala la comprarono nel 1981 lo zio Drè e la zia Maria ma è dal 1880 che la famiglia Priano la abita, pagando l'affitto all'Opera Pia a cui la Duchessa di Galliera e Lucedio Maria Brignole-Sale , dopo morta, la lasciò.

Proprio sotto i cinquanta metri quadri del salone di ingresso c'era il forno del nonno Baciccia, oggi officina di serramenti, ancora intatto, nella struttura, e non solo: restano tali e quali le piastrelle del pavimento, la tinta verdolina dei muri. Solo il forno hanno tolto. E la vasca dello stocchefiscio , e gli scaffali , e l'impastatrice, e il bancone.

Prima di chiamarsi Via Guala la strada era indicata come Via Duchessa di Galliera (e siamo nel ventennio) ma, precedentemente, era stata, durante gli anni dell'amministrazione socialista, Via Giordano Bruno (e non è male se si pensa che la Chiesa-Duomo dei santi Niccolò ed Erasmo confina con la Via). Fece in tempo a morirci , in Via Giordano Bruno, una delle sorelle del nonno, Maria, di febbre spagnola, a vent'anni.

Il filosofo dei mondi infiniti fu tolto di mezzo dalle camicie nere strapaesane che appunto dedicarono la Via alla Duchessa, donnettina supponente, moglie del banchiere De Ferrari, madre ripudiata dal figlio Filippo che le preferì la Svizzera e il Socialismo e volle rinunciare al cognome paterno e ai titoli nobiliari, tutte cose che gli stavano tra le costole egualitarie e gli dolevano.

Ma innanzi alla Duchessa, innanzi anche al filosofo nolano la Via e le case tra cui quella dove Pietro e Teresa dormono, mangiano, si rincorrono, si picchiano e si abbracciano non erano "case" ma -tutte insieme- Palazzo.


Palazzo Giustiniani. Dove il giovane "conte giacobino" Camillo Benso di Cavour, sottotenente di 2^ classe stanziato a Genova, incontrava una delle sue amanti, forse per un certo periodo la sua unica amante, la marchesa Nina Schiaffino, soprannominata, nei salotti colti, "leopardina", per la sensibilità esagerata, gli occhi neri accesi e belli davanti a una vita sempre in fuga, imprendibile. Era bella Nina, e poco più che ragazza quando sposò l'avaro, illiberale, clericale, vecchio e ignorante come una suola di gendarme marchese Stefano Giustiniani . Lei delicata e forte baronessa finì nella sputacchiera di uno degli uomini più ottusi di Genova.

Nina leggeva poesie, Stefano i bilanci delle spese.


Cavour amava il sesso e la politica e quando a Genova tenne un discorso, in occasione della deposizione di Carlo X terminando, sbruffoneggiante, con un abbasso i tiranni il cuore di Nina fece ancora di più le capriole e quella sera, nel Palazzo di Voltri, le capriole le fecero tutti e due, Camillo e Nina, e amore, e dolce, e splendida, e forte, più forte, sei mio, nina, camillo, così non fermarti, non mi fermo, ti amo, ti amo. Casa mia era il loro "scannatoio" e lo sarebbe rimasto anche nei tempi successivi quando Cavour, richiamato a Torino e punito per le sue intemperanze liberali, si tolse in fretta la divisa e iniziò la politica vera e propria iniziando, anche, a dimenticarsi di Nina. La dimenticò nel cuore, non nel bisogno e corse-spinto dal bisogno di stringersi a quella donna- a Voltri spesso passando, la sera davanti al negozio del Galluppou, davanti alla macelleria di Sandra e alla vetreria di Canepa e sotto le finestre di Ricci e Capricci e le due parrucchiere a spiarlo e a chiedersi con tutti i bei fusti che c'erano perchè la bella Nina se la facesse con quel bassotto un po' grasso, la barbetta assurda sotto il mento e i capelli arrabbiati e gli occhialini.

E il marito Stefano? Ma se ne frega quello lì. Conta le palanche quello lì. Manco più sa di avercelo il pisello (u belìn) quello lì.

Però: lo scandalo. Stefano sapeva cos'era uno scandalo. E le cose che succedevano in quel postaccio di Voltri arrivavano anche a Genova.

Così basta vento di Voltri. Basta polizia che spia la Schiaffino Nina, sospetta mazziniana, basta pagliacciate come quella che quando morì Carlo Felice tutte le aristocratiche genovesi vestirono il lutto e Nina si presentò con un abito sgargiante che aveva più colori di sette arcobaleni.

Ora si sta nelle case dei Giustiniani, in Genova, mia bella Nina. Basta liberali ma soprattutto basta libertà. Ora si sta chiusi e se si esce si chiede il permesso. Che al Marchese Giustiniani del tuo pelo mai gli è interessato ma non vuole guastarsi la reputazione.


In un anno di prigionia Nina scrisse centocinquanta lettere al suo amore piemontese. Cercò di scappare ma ad Asti la polizia la arrestò e venne messa in quarantena per via del colera.

Intanto Stefano Giustiniani fece dare una bella mano di bianco (anzi, chi lo dice che sono avaro, datene tre di mani) su Cerere, sulle ardesie, sugli stipiti, sui capitelli e sugli affreschi tutti. Gira il colera e questa casa balorda bisogna disinfettarla. Sa di malattia. Sa di sesso.

E che gli venga un accidente a quel pazzo che tra cent'anni si farà venire in mente di raschiare via la calce, di spatolarla e riportare fuori le tette di Cerere e le altre belinate di sti pittori e scultori che il diavolo se li porti. Basta poesia. Parola di Stefano Giustiniani, Marchese.


Nina, da Asti, tornò prigioniera a Genova. Genova distante da tutto, da Voltri e da Torino. Distante dalla vita. Dalla felicità. Genova è piccola e si spettegola di Nina repubblicana ma ancora di più di Nina infelice e bagascia.

Di Nina matta. Glielo dissero ben chiaro le contesse sorelle Tagliasassi: "penso che tu sia matta". E tutte le gran dame codine che diventeranno repubblicane quando ci saranno i repubblicani, e finanche socialiste se dovessero arrivare i socialisti. Quelle dame piene di buonsenso. "Sei matta, Nina". Perchè ti sei innamorata. Perchè hai fatto piangere il Marchese (ma il Marchese piangeva di vergogna, di disonore, di orgoglio e rabbia...mica d'amore).


Matta due volte. Perchè Camillo a Nina non pensa più. Deve fare carriera, deve tenere a bada i mazziniani che fanno più danno che altro, lui vuole l'Italia unita ma i terùn li lascerebbe volentieri dove sono. Pensa ad un'unità del Nord. Ma i mazziniani invece la vogliono dalle Alpi alla Sicilia, questa Italia, e non si rendono conto che laggiù c'è troppa Chiesa, troppa ignoranza, non c'è manco un'industria tessile e i nobili, i latifondisti daranno del filo da torcere a tutti, che tra un torinese e un palermitano ci si capisce come tra un islandese e un turco. Ma i mazziniani insistono e ha le sue rogne Camillo, li deve fare tacere. E poi...c'è un Garibaldi...La donne, diufà se gli piacciono ancora. Ma Nina, Nina è un ricordo tenero. Le vuole anche un po' bene. Ma il destino di Nina in quella fogna che è Genova è segnato. A Genova nè ambizioni di carriera nè ideali. Solo palanche.

Eh sì che è genovese Mazzini ma se ne è andato via a fare il rivoluzionario. Chè a Genova i banchieri gli volevano tagliare la gola.


Nina ci prova con il veleno.

Nina ci riesce gettandosi dalla finestra.

Sei giorni di agonia, poi basta. Basta poesie, idee, amori, mattane.

E' il 30 agosto 1841.

Nella sua ultima lettera, all'affaccendato Camillo, prima di morire, scrive qualcosa del genere: " è giusto che tu pensi alla carriera. sei fatto così. sei ambizioso. fai, quando puoi, il bene. poi se ti avanza del tempo, anche poco, pensami".



Gianni Priano


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