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GIANNI PRIANO

DIO ALLE CORDE

Canzone d'autore, cieli nuovi, terre nuove


a Daniele Garota

Uno se la può prendere con Dio in tante maniere. Anche scrivendo e cantando canzoni.

L'imprecazione non significa assenza di preghiera ma "contropreghiera" che scaturisce dall'insoddisfazione rispetto all'esistente, dalla delusione dell'innamorato, dall'urgenza - talvolta impalpabile- di senso.

In un'epoca fortemente scristianizzata, dove la fede si riduce ad etica, a pratica liturgica o ad appuntamenti affollati, il bestemmiatore che batte il pugno sul tavolo ci rimanda alla solitudine del Gesù crocifisso, quel Gesù ritardatario, impigliato nella rete che se " non ci salva adesso, prestissimo, non abbiamo nessuna possibilità di resistere ancora" (S. Quinzio, Dalla gola del leone, Adelphi, Milano 1980).


La Chiesa cattolica in questi duemila anni ha percorso una strada impossibile, troppo lunga, consumandosi fino in fondo, fino a perdere di vista la profezia e l'annuncio della resurrezione dei morti.

E', questa di oggi, la Chiesa che voleva il Messia? E, soprattutto, voleva una Chiesa il Messia? Una strada troppo lunga che si allunga ogni giorno di più. Le parrocchie tirano avanti, senza carisma, ed i leader carismatici del cattolicesimo, quei pochi rimasti, odorano troppo di narcisismo e nevrosi per risultare credibili.


Dopo lo sterminio dei pellerossa, i lager, i gulag, il napalm, i campi profughi le nostre narici sono incrostate di putredine. Una melma che si potrà rimuovere con il badile ma che non scomparirà mai del tutto: "L'ingiustizia che colpisce chi muore è immedicabile nel mondo, e appena consolabile nel regno: da essa nascono tutte le altre ingiustizie, prima di tutte il continuare a vivere di chi resta" (S. Quinzio, ibidem).


La protesta del piccolo grappolo di cantautori che abbiamo scelto si presenta naturaliter acerba, insufficiente. Non è la ruvida protesta dei profeti o quella "avvertita" dei poeti: eppure dalla profezia e dalla poesia i cantautori, forse inconsapevolmente, attingono come si attinge da un umore che gira nell'aria, da sempre.

Nessuno dei cantautori che esamineremo può qualificarsi cattolico praticante, li immaginiamo, piuttosto, entrare in chiesa da soli, un attimo, un'ora o per il

funerale di un amico o per caso. Ma ancora di più li immaginiamo ad osservare il sagrato, ciò che avviene sul sagrato dopo la Messa, quell'intrico di parole, sorrisi, baci, che possono significare vita, serenità, sensualità ma anche scollamento rispetto alla "parola di Dio" appena udita, al corpo di Cristo appena mangiato. Sul sagrato, in effetti, c'è posto per tutto (per la gioia dell'incontro, per il vestito elegante, per il pettegolezzo, per la battuta spiritosa) ma difficilmente capita di ascoltarvi un commento rispetto ad un Salmo, o un dubbio su una frase del Vangelo. Pudore di chi porta mistero e rivelazione dentro il proprio cuore, come un monile prezioso che il dialogo guasterebbe? O stanchezza, incredulità di chi di parole ne ha ascoltate già troppe e, assolto il tradizionale dovere della Messa, preferisce chiacchierare e rimettersi rapidamente nel solco dell'esistenza "vera", quella che ci permette di apparecchiare la tavola passando accanto al povero ed al malato?

E, d'altronde, le chiese passin passin si svuotano mentre a riempirsi sono le piazze, le bigotte ed i bigotti si ammassano nelle adunate oceaniche, nei papa's days convergono folle entusiaste con striscioni e cori da stadio e ogni sagrato è ormai inutile, sparisce la contraddizione tra il credere e l'essere, la ferita sembra sanarsi. O la piaga si allarga così a dismisura, oltre la nostra capacità di sguardo, che non risulta possibile individuarla?

L'uomo che racconta una barzelletta dopo la funzione segna uno scarto, definisce un confine: le parole di vita eterna, fuori dalla casa di Dio, si sgretolano: il mondo se le mangia in un boccone. Quindi tra Dio e mondo sussiste un'inimicizia, un attrito. Come può Dio accondiscendere ad un mondo dove l'innocente sanguina e piange? Neppure i profeti "veri uomini di preghiera e di scontro" (padre D. M. Turoldo, Preghiera come lotta, Garzanti, Milano 2002) hanno accarezzato il mondo così com'è. Invece le migliaia di persone che accorrono ai raduni sembra dimentichino che il regno di Dio viene negato ogni giorno nei luoghi del dolore.

E' la Chiesa trionfalistica, la Chiesa che fa il pieno come se tutto fosse già compiuto, come se l'agnello e il leone, il coniglio e la faina dormissero già accanto.


La Chiesa trionfalistica si pone come "distrazione", divertissement, infatti: "Gli uomini non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l'ignoranza, hanno risolto, per vivere felici, di non pensarci"( B. Pascal, Pensieri, Einaudi, Torino 1962).

Chiesa bugiarda con se stessa, principalmente, che vorrebbe colmare con solarità e allegria lo squarcio che ci portiamo addosso, la rabbia bambina, quella che pesta i piedi e dice "no", un "no" irragionevole, risentito. No alle bigotte di periferia (e, poiché non siamo del tutto interclassisti, un "no" più aspro e avvelenato alle bigotte dei quartieri alti che magari sanno spalmare, sul loro bigottismo chic, un velo di illuminismo tollerante). "No" alla negazione del dolore, "no" alla Chiesa trionfante, "no" alle canzoni delle Messe della domenica, cornicette che vorrebbero decorare l'enigmaticità del Vangelo e presentare una modalità di percepire la fede, gioiosa, tamburellante, nuova. Canzoni accompagnate da chitarra, tutte gloria, luce, solidarietà, amicizia obbligatoria e pulizia morale.

La nostra bambina, però, ha il muso sporco e sa rabbuiarsi: ascolta altre canzoni mentre con un quarzo riga il vetro della finestra.





Affacciati affacciati (Edoardo Bennato)



Affacciati affacciati

facci sapere quanto siamo cattivi,

affacciati affacciati,

non ti stancare…

Affacciati affacciati

dicci che va a finire male,

affacciati affacciati, non ti stancare.


Affacciati affacciati,

benedici noi e tutti i cattivi

che continuano a seminare il male

affacciati affacciati, non ti stancare…


Affacciati affacciati

e facci uno dei tuoi discorsi

sulla pace universale…


Affacciati affacciati

con i tuoi gesti larghi

e con i tuoi vestiti bianchi…

Affacciati affacciati

benedici, guardaci!


tanto sono quasi duemila anni

che stai a guardare…

Affacciati affacciati!…



Un monaco cistercense irlandese, Malachia, vissuto tra il 1094 ed il 1148, compilò un elenco in cui includeva 112 papi i quali si susseguivano, l'uno dopo l'altro, fino ad arrivare all'ultimo: Petrus romanus.

Sarà lui il papa che porrà fine al continuo e sempre più logorato affacciarsi dal balcone per ammonire, benedire, predicare, guardare senza vedere. Il tutto accompagnato da gesti larghi, vestiti bianchi mentre l'uomo muore con la faccia in una pozzanghera. Si tratta di una vicenda bimillenaria in cui, si incuneano, talvolta, folli speranze e utopie. Tommaso Campanella scorse la sua Isola che non c'è nel 1602 e la chiamò La città del Sole, non surrogato del regno ma preparazione al regno, comunità di attesa: "E credeno esser vero quel che disse Cristo deni segni delle stelle, sole e luna, li quali alli stolti non pareno veri, ma li venirà, come ladro di notte, il fin delle cose. Onde aspettano la renovazione del secolo e forsi il fine" (Tommaso Campanella, La città del Sole, Marietti 1996).

Di luna, di stelle, di cielo, parlerà anche il Bennato più solido sia musicalmente che letterariamente: il sogno-utopia di Peter Pan nei giardini di Kensington offrirà al cantautore l'occasione per costruire un album efficace.

L'attesa di Campanella può essere accomunata a quella di James Matthew Barrie ed a quella di Bennato? In parte sicuramente sì. La nostalgia di un'oltranza, gli astri, rappresentano la contrapposizione alle lacune del mondo: un cielo nuovo ed una terra nuova, ecco cosa desiderano Wendy, Jhon e Michael Darling e pare proprio una forzatura, una frettolosa concessione al buon senso comune, il ritorno dei piccoli in famiglia. Così il racconto di Barrie da volo diviene un'apologia dell'età adulta che conserva memoria di un'esperienza luminosa e di questa memoria si accontenta.

In Bennato ed in Campanella, invece, il biglietto sarebbe di sola andata, senza cedimenti. Se solo non si trattasse di un sogno.

In Affacciati Affacciati , in maniera aurorale, tutto questo è già presente nella forma della rivolta contro uno dei molti papi, non importa davvero quale, difensore del Dio d'Occidente e dell'Occidente di Dio (la Cristianità) anziché profeta della beata speranza e della resurrezione dei morti.

In Mysterium iniquitatis ( Adelphi, Milano 1995) Sergio Quinzio immagina Petrus II°, ultimo papa, chiedersi "se esiste ancora una possibilità di riconoscersi cristiani in un nucleo essenziale di cose in cui sperare e credere". Con una prima enciclica, Resurrectio mortuorum, Pietro II° ribadisce solennemente che "i morti in Cristo resusciteranno nella stessa carne nella quale hanno patito nel mondo, e che resusciteranno per vivere con lui una vita umana consolata dall'orrore e dalla morte". Ma nessuno fa caso all'enciclica, così Pietro II°, angosciato e completamente solo, scrive una seconda enciclica: Mysterium iniquitatis dove proclama come verità di fede "il fallimento del cristianesimo". Dunque il papa, salito all'interno della cupola di San Pietro, nella notte -aiutandosi con una lampada- legge le parole scritte intorno alla sua base: "Tu es Petrus et super hanc petram edificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni coelorum".

Dopodichè cade (si lascia cadere) all'incrocio dei bracci della croce poiché " la Chiesa di Cristo, che è suo corpo deve seguire la sorte di Gesù Cristo che ne è il capo, deve cioè seguirlo nella morte e come lui essere crocifissa nel mondo. Deve anch'essa morire nella storia per resuscitare poi come il Signore ed entrare nella gloria del Padre" (S. Quinzio, ibidem).

Ecco, allora, quale potrebbe essere la destinazione estrema dell' affacciarsi dei papi, il precipizio, annuncio sconcertante dell' apo-kalipto (svelamento), isola che c'è- dove i ribelli, insieme a tutti i sofferenti, saranno abbracciati.


UNA PREGHIERA ( Franco Califano)




Una preghiera mi manca quando cala la sera

come un'idea che cerca avventura

gli gira in testa ma non è chiara

una preghiera da un'anima che è stata un po' avara

ma che ha tentato in ogni maniera

di urlare dalle sue quattro mura e qui

datemi un dio che venga a dirmi uomo sono io

il grande padre, tu un figlio mio

mi bussi in petto almeno una volta

poi sarebbe diverso anche per noi sarebbe diverso

io pregherei per quello che ho perso.

Tu non mi basti più

una preghiera per questa nostra storia insicura

per questo amore che non vuol crescere mai

adesso pregherei verso chi non saprei

datemi un dio che si presenti uomo sono io

il grande padre, tu un figlio mio

certo urlerei ti prego mio Dio

dammi un po' del tuo tempo

per un amore che non ha scampo

che cerca quella luce che non trova mai

e salvalo, Tu puoi.

Amata mia è tempo di guardarci negli occhi di più

ed ogni bugia sostituirla con la realtà che sei tu

una preghiera prima di addormentarmi la sera

a un Dio che se ascoltasse direi

lasciala qui tu puoi.





" Ma tu, quando vuoi pregare, entra nella tua camera e, serratone l'uscio, prega il Padre tuo che sta nel segreto, e il Padre tuo che vede nel segreto te ne darà la ricompensa" (Matteo 6, 5).

Abita la periferia della fede la preghiera di Franco Califano: non corrisponde all'orazione nobile proposta da Padre David Maria Turoldo, orazione come "Fantasia e bellezza in azione…ascensione di tutto l'essere in Dio" (padre D.M. Turoldo, Preghiera come lotta, Garzanti, Milano 2002). No, Califano prega per qualcosa, per chiedere. E' vero che non servono molte parole, poiché il Padre "vede nel segreto", nel chiuso "di quattro mura" e forse anche una sola parola rappresenta un di troppo. Ma ci sono parole silenziose, sussurrate od urlate non importa, che toccano terra, umili perché chi le dice soffre il dolore fisico, la perdita di una persona cara, l'emarginazione. L'umiltà non si sceglie: tocca in sorte.

Capita di inginocchiarci e piangere per ottenere non la grazia ma una grazia: superstizione? retaggio pagano? Secondo alcuni parroci e vescovi sì: le loro omelie sovente sociologiche, cariche di scettico buon senso o di spiritualismo di seconda mano insistono sulla preghiera come "azione sociale" o come abbandono dell' io, "ascesi". E naturalmente non possiamo negare che pregare sia anche questo: la stretta di mano, lo sguardo che coglie lo sguardo, la cura dei malati, dei poveri. E' Gesù malato e povero che ce lo chiede: per quanto marcia e irredenta (e proprio perché marcia e irredenta) la terra ha bisogno della nostra fedeltà. Quindi, forse, di serate spese a tentare di mettere a punto strategie per favorire gli oppressi, per creare nuove condizioni di emancipazione e per garantire il lavoro, il salario, le libertà.

Così come pregare corrisponde anche ad un distacco dal mondo, da intendersi non certo come fuga, come uscita ma nella dimensione di un esercizio (askesis) che prepara alla morte ed all'oltranza.

Eppure fede e preghiera non possono ridursi né ad azione sociale né a percorso meramente spirituale. La preghiera è soprattutto domandare, chiedere, pretendere. Che cosa? La santificazione del nome di Dio, il regno, cieli nuovi e terre nuove, il pane quotidiano, la forza per fare fronte alla tentazione, a Satana e la liberazione da ciò che ci affligge nella carne, nel cuore.

E, dunque, gli ex voto dei Santuari non significano tanto superstizione quanto, piuttosto, ringraziamento, debito rimesso: chi prega per le braccia malate del figlio perché non dovrebbe ringraziare un Signore che, lottando contro la propria impotenza, ha tolto dalle fauci della bestia una creatura umana, una sola. Ne avrebbe voluto salvare mille e ne ha salvata una sola, un resto.

Califano, autore sovrabbondante e semplice, capace di impennate poetiche, di boria bullesca e di tenerezza ci riporta alla corporeità dell'invocazione, alla preghiera materica. E chiede a un Dio di salvare "un amore che non ha scampo", l'amore per una donna. Lui, il Califfo, lo sciupafemmine, a proprio agio ad un tavolo, con le carte in mano, nel Bar Sport di borgata così come nei ristoranti romani più raffinati, esperto in trucchi imparati per strada, entra timidamente nel Tempio (senza uscire dalle sue "quattro mura") e, a distanza, come il pubblicano del Vangelo, si batte il petto riconoscendo l'avarizia della propria anima, contrariamente al fariseo che prega, tra sé, così:" O Dio ti ringrazio perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri e neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte alla settimana e offro la decima parte di quello che possiedo" (Luca 18, 11).

Uomo generoso, onesto, fedele alla propria donna, osservante, caritatevole: individuo etico che potremmo facilmente immaginare, mettendogli addosso panni contemporanei, impegnato nel volontariato, coniuge affettuoso e gentile, militante del bene e del dovere morale. Un uomo che ringrazia il Signore per non avere mai rubato, ucciso, sfruttato, tradito, offeso: non come il vicino, non come il mercenario, il corrotto, il qualunquista che sono là, in fondo al tempio, ciascuno per proprio conto, con gli occhi bassi.

Anche i bambini particolarmente sensibili tengono gli occhi bassi: e saranno i bambini, i vecchi bambini resi innocenti dal sentimento di colpa ad avere consolazione nel regno.

Dicevamo che Califano prega per qualcosa , perché una donna resti, ma leggendo più volte il testo, preghiera, donna e Dio si sovrappongono, si ingarbugliano e noi non comprendiamo più se il cantante chiede che sia solo la donna a restare qui o anche, insieme a lei, la preghiera stessa e Dio.



L'ARRIVO DI MAO TSE_TUNG IN PARADISO (Alberto Camerini)


Adesso vi vorrei cantare una storia molto divertente

di Mao Tse- Tung il presidente, vi prego bene di ascoltare.

Quando Mao se ne andò dal mondo arrivò in Paradiso

trovò tante anime intorno ad attenderlo con un sorriso.

Fumavano abbondantemente marijuana e nero afghano

e paranoie, vedi lontano, e vivevano semplicemente.

Ma Mao disse sorprendentemente "uffa che barba

qui non succede niente, manca il cinema e movimento

e di stare qui io non me la sento. Cari compagni

statemi a sentire secondo me stiamo sbagliando tutto

il Paradiso così è da abolire, torniamo indietro e rifacciamo

tutto". Ma Paolo VI intanto in Vaticano da un agente

segreto fu informato, disse: "Giulio amore aiutami

se arrivano io sono fregato. E meno male che c'è

il Concordato, il privilegio, la speculazione ma se arrivano

questi io sono fregato, Eligio aiutami è la rivoluzione.

Ma Mao e i suoi intanto piovono giù dicendo" il Paradiso

è abolito non c'è più, vogliamo farlo qui se no non vale

e organizzano un grosso carnevale. Occupano case

organizzano feste, fanno l'amore, illuminano le teste

i robot vengono disinnescati, i corpi liberi vengono lasciati.

E passano i giorni, diventano tanti, le feste si fanno

sempre più importanti, la gente dice:" ma come non è normale

non era già passato il carnevale?". Ma non fu Mao ma compagno sballato che in un'assemblea con gran clamore

disse "compagni, qui dello Stato bisogna arrivare al cuore".

Con una maschera da democristiano uno entra nel Palazzo

il Papa dice: "eccoti le chiavi, Giulio amore di te io sono pazzo". E quando il Papa fu imbrogliato si arrivò al cuore

dello Stato, lo Stato? E' un robot con il cuore di denaro.

E con i soldi fu scardinato l'apparato dello Stato, del potere

democristiano e delle truffe del Vaticano.


Ecco la rivoluzione che sta trionfando, no non mi sto

certo sbagliando, ma all'improvviso mi sono svegliato

che peccato stavo solo sognando.



Il Paradiso nel quale Mao capita dopo la morte non corrisponde alla realtà ultima non è il regno ma una succursale infedele alla promessa di redenzione dei Vangeli. Certo, le Sacre scritture della tradizione giudaico-cristiana non appartengono al bagaglio culturale del rivoluzionario comunista ma qui siamo nel paradosso ed è proprio dal paradosso che vogliamo raccogliere qualche indizio. Il Paradiso sorridente ed un poco ebete che ospita Mao corrisponde ad una dimensione separata, il celeste del cielo risulta opaco, banale, incompiuto, distante dal sangue e dalla linfa che impregnano il mondo. Questo aldilà è soltanto religione e, per dirla con Bonhoeffer, la religione, come la circoncisione, non significa "giustificazione" né, dunque, "salvezza" : per cui "la libertà dalla circoncisione è anche libertà dalla religione"(D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1988). La "fede adulta" del pastore e teologo protestante, prima docente all'Università di Berlino e poi apostolo nei quartieri proletari delle città, impiccato nell'aprile 1945 come cospiratore antinazista (aiutò molti perseguitati a fuggire dalla Germania polemizzando con la Chiesa collaborazionista) pone la "concretezza" quale elemento fondante del "sì" alla vita.

Allo stesso modo Mao organizza l'esodo dal Paradiso: non possono esserci cieli nuovi senza terre nuove, il regno non è un ospizio ma la realizzazione dell'utopia.

Gli anni in cui Alberto Camerini cantava l'ironica canzone erano quelli dell' "immanentismo felice", del "creativismo di chiara derivazione Hippy" ma anche "dell'aggressività guerrigliera". Non ci vuole molto a comprendere che il Mao cameriniano sintetizza le molte anime del Movimento: nulla a che vedere con il Mao storico, emblema del puritanesimo contadino , della frugalità e neppure con il maoismo nostrano, Linea nera e Linea rossa, settario e idolatrico. (sul tema cfr.N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro, Sugar Edizioni, Milano 1988). Capo del maoismo italiano era un "chierichetto" rosso (così lo definisce Gianni Olmi ne I Camaleonti, nuova Ipazia, Catania 1993) leader di "Servire il popolo" un'organizzazione composta da militanti, scrive Olmi, "coi fazzoletti purpurei al collo, sventolanti il libretto rosso, stampati sul volto sorrisi stereotipati…mormoni della dittatura del proletariato…credenti dell'Oriente rosso…le litanie fideisticamente recitate…ricordavano certe perorazioni confessionali d'altri tempi". Il "chierichetto rosso" fu così definito dall'allora giovane giornalista Walter Tobagi: "su tutto vigila e guida…il numero uno del partito, la mente…" (Walter Tobagi, Storia del movimento studentesco e dei marxisti leninisti in Italia, Sugar, Milano 1970). E altri sostenevano che neppure i gesuiti in piena Controriforma avevano preteso dai propri membri una dedizione così assoluta e una disponibilità così completa. Lo stile degli scritti del "chierichetto" vennero definiti un capolavoro ideologico, un nuovo Vangelo riscritto da un burocrate di partito: campione di "autocritica" rigorosamente somministrata agli altri, nemico giurato del "revisionismo" togliattiano e berlingueriano, fautore della purezza del materialismo comunista, perse rapidamente carisma e potere ( anche a causa dell'avanzare di un movimento femminista che mescolava collettivismo spontaneistico, individualismo, libertarismo ). Come tanti altri ex sessantottini, ex maoisti, ex trotzkisti, ex marxisti-leninisti anche il "chierichetto rosso" incomincia a sbiancarsi, a cercare un'altra collocazione e, certamente (lo diciamo senza ironia) in buona fede.

Con un retroterra di sogni, strategie, militanza dura e pura, sacrificio, intolleranza, radicale desiderio di cambiamento, costoro approdano nei porti sicuri di quelle Organizzazioni cattoliche più esaustive e robuste. Di Movimento in Movimento, di certezza in certezza: da Mao all' integrismo clericale.

Questo conferma come il bisogno di Assoluto, di altro ,accomuni marxismo e cristianesimo. Certo, il marxismo - come il cristianesimo- può configurarsi nella forma dell' attesa, dello spavento, della speranza, dell' inquietudine, della ricerca senza fine e del dolore per un mondo sanguinante o in quella della certezza, della difesa militaresca dei valori, dell' egemonia, del potere, dell' arroganza.


A distanza di tanto tempo ci resta, comunque, il Mao di Camerini: irreale e festoso, carnevalesco e colorato che, senza violenza, scardina l'apparato dello Stato scardinandone il cuore malato di denaro.

Il papa che viene citato nella canzone a noi, personalmente, capitò di apprezzarlo. Nonostante tutto. E con un poco di emozione -quasi a volergli chiedere scusa- riportiamo una riflessione che sulla sua figura umana fece Pier Paolo Pasolini: "Se mai, nel mondo moderno, si dovesse cercare un'immagine non retorica e convenzionale di un crocefisso, questa immagine potrebbe essere data da Paolo VI: non che egli assomigli a Cristo, neanche per idea. Tuttavia proprio perché il suo volto contraddice a quello di Cristo, egli è nel mondo moderno l'unica immagine metaforica possibile della crocefissione" (P.P. Pasolini, Il caos, Editori riuniti, Roma 1981).



IL VINO (Piero Ciampi)



Com'è bello il vino

rosso rosso rosso

bianco è il mattino,

sono dentro a un fosso.

E in mezzo all' acqua sporca

godo queste stelle

questa vita è corta

è scritto sulla pelle.

Ma com'è bello il vino

bianco bianco bianco

rosso è il mattino

sento male a un fianco.

Vita vita vita

sera dopo sera

fuggi tra le dita

spera, Mira, spera.



La pelle scritta, così potrebbe intitolarsi un saggio su Piero Ciampi, cantautore di "insuccesso" se per "insuccesso" intendiamo ciò che, ancora, deve succedere, accadere. Sulla pelle di Ciampi l'insuccesso appare nella forma della scrittura, segni di biro, graffi di stilografica, incisioni profonde, brezze di lapis. Le stelle ciampiane, calligrafiche, corrispondono alla cacografia somatica: non si tratta, però, di opposizione bensì di nesso, di nodo. Forse nel cuore del cantante non abita la legge morale kantiana scacciata dalla illegalità anarchica, tuttavia certamente il cielo stellato sopra la testa di Piero Litaliano (così si faceva chiamare in Francia) acquista piena dignità sottraendosi persino un poco alla calligrafia, mentre il fiato grosso di un alcolista stupefatto sale oltre le antenne delle televisioni, oltre i tralicci e le ciminiere.

Dal fosso in cui è precipitato come un bambino, distratto o spericolato, in bicicletta il poeta (termine che non abbiamo adoperato fino ad ora e che non adopereremmo neppure in riferimento a De Andrè, Guccini, De Gregori e Vecchioni poiché sosteniamo l'autonomia della canzone rispetto alla poesia) pur nell'acqua sporca ribadisce teneramente la preziosità di un vizio.

Anche Guccini è un bevitore di Sangiovese e d'altro ma la sapienza montanara, la prudenza piccolo-borghese e l' autoironia arguta e bonaria lo hanno sempre tenuto al riparo da ogni identificazione con la tipologia del maudit .

Il vino di Ciampi ha qualcosa a che vedere con Il vino a cui Baudelaire dedica una sezione de I Fiori del male (C. Baudelaire, I Fiori del Male, Feltrinelli, Milano 1964); ne Il Vino dell'assassino il poeta francese scrive: "mi stenderò a dormire come un cane//.Il carro dalle enormi ruote, carico/ di fanghiglia e di pietre, il furibondo/ treno schiaccino pure la mia testa" e così via. Le parentele del cantautore con i bevitori, gli alcolizzati sono numerosissime, benchè la più stretta ci pare di intravederla con uno che fu, come lui, toscano e ribelle, anarchico nelle ossa e nell'incapacità di vincere la vita. Stiamo parlando di Luciano Bianciardi, l'autore de La vita agra (Rizzoli, Milano 1962) "emigrato" a Milano da Grosseto correndo dietro ad una spinta vitalistica ed intellettuale che vide realizzata nelle notti di cabaret (con Enzo Jannacci, Cochi Ponzoni) e nei salotti progressisti della capitale lombarda, nella collaborazione editoriale con Giangiacomo Feltrinelli e nelle traduzioni in lingua italiana di Saul Bellow, William Faulkner , Henry Miller ed altri. Si sgretolò presto il "successo" di Bianciardi, stritolato dal sentimento di inadeguatezza e dai rimorsi (a Grosseto, quando tornò, si sentì un estraneo per tutti, i figli erano cresciuti e quasi irriconoscibili, ed ora era lì- non più di notte una volta all'anno per scappare via finito il buio- ma per presentare un libro, per capire e, forse, per recuperare qualcosa e qualcuno, per riparare: ma alcuni vecchi amici lo accolsero con imbarazzo e altri non si fecero vedere. Lui parlava, rideva forte, troppo forte. Era ingrassato, pieno di alcol e - dirà la madre- "di tristezza"). Si rifugiò a Rapallo, il parente immaginario di Piero Ciampi, dove " gira a vuoto e il vuoto che lo circonda è senza vie d'uscita. Beve, ha lunghe crisi depressive. Galleggia frastornato nell'alcol tra i viali deserti di Rapallo e forse sarebbe morto là se Maria, un giorno di marzo del 1970, non se lo fosse portato via "(P. Corrias,Vita agra di un anarchico, Baldini & Castoldi ,Milano 1993) E invece …racconta sempre Corrias, quando l'amico Carlo Ripa di Meana, negli ultimissimi tempi, andò a trovarlo lo trovò:"..gonfio, imbolsito…pieno di tremiti…ripeteva sempre le stesse cose…D'improvviso aveva attimi di lucidità, diceva : sto morendo". La morte, quella che ti vai a cercare e che per il buon senso comune vale un po' meno dell'altra, quella che ti rapisce, ancora giovane e moralmente sano. Ma chissà quando comincia a rapirti la morte. Chissà cos'hai nelle tasche del grembiule di scuola, cosa sono quei sogni viola e grigi che fai la notte e poi dimentichi dentro il latte dove si scioglie il biscotto, la brioche.

Maria, la donna che lo aveva amato e che lo amava ancora, quella che lui aveva amato e con la quale aveva fatto un figlio, l'altro figlio; quella che aveva preso il posto della moglie di Grosseto non resiste e va via. Giovanni Arpino lo aveva incontrato in occasione della presentazione di una rivista, in ritardo clamoroso, ubriaco di grappa, di vino, di birra e di whisky: "al tavolo del ristorante gli cadeva la faccia nel piatto…Mi teneva per un braccio, mi disse: caro mio, io sto crepando, ma ci metto troppo. Morire è difficilissimo, cosa devo fare?" ( P. Corrias, ibidem).

Un giorno Cesare Vacchelli, ex giornalista di Milano sera ,pioniere del porno italiano, editore de Le Ore su cui scrivevano, sotto pseudonimo sia Bianciardi che Maria, lo va a cercare: da due giorni manca dalla redazione e non risponde al telefono. Lo va a cercare, la porta di casa è aperta e Bianciardi era "sul letto, al buio. C'era un odore tremendo , bottiglie vuote che rotolavano a ogni passo. Aveva gli occhi semichiusi, non rispondeva repirava a fatica. Ho chiamato la Croce rossa…" (P. Corrias, ibidem). All'Ospedale dorme o delira, lo sedano, grida contro le suore- infermiere. E finalmente muore, con accanto Maria, seduta sullo sgabello di alluminio, tornata per quegli ultimi istanti. Il carro funebre arriva da Grosseto, ne La vita agra aveva scritto: "Deve essere un bel funerale. Dietro venga chi voglia, tranne le segretariette secche. Loro no. Poi si scordino pure di me".

"Alla partenza del furgone c'è Maria in un angolo che piange…Ci sono quattro persone con i cappotti chiusi, venuti a salutarlo. Uno è Vacchelli. Il secondo è Sergio Pautasso ,gli altri due non se li ricorda più nessuno" (P. Corrias, ibidem ).


Siamo stati spinti verso questa lunga digressione bianciardiana dalla covinzione che Piero Ciampi e Luciano Bianciardi rappresentino il sacrificio : un sacrificio consumato sulla soglia di quella che Enzo Maolucci definiva "L' industria dell'obbligo" ovvero il pensiero unidimensionale, ridotto a schema mercantile che risucchia le pulsioni, i desideri e li canalizza uniformandoli. Sacrificarsi ed essere sacrificati significa procedere lungo un percorso di morte, di distruzione della "normale" relazione con cose, natura e persone per recuperare un individualità che assume dignità e libertà soltanto se crocifissa: in quell'individualità sgocciolante sangue (e vino amaro) vive il mondo stra-ordinario e incomprensibile della vera poesia, scritta sulla faccia, sulle gambe, nei nervi di un livornese e di un grossetano. L'incomprensibilità denuncia l'impossibilità della comunicazione intesa come condivisione: l'esiliato, il confinato nei territori dell'autenticità radicale non viene com-preso ovvero non viene assunto come parte integrabile all'interno del tessuto sociale. La società regolata non prende con sé l'originale individuandone la capacità devastatrice e l'originale si allontana da tutto ciò che potrebbe ridurlo, levigarlo.

Ciampi fu davvero un Cristo tra i chitarristi come Bianciardi lo fu tra gli scrittori e le signore vestite di rosa : entrambi morirono presto, Ciampi a quarantasei anni di cancro alla gola e Bianciardi a quarantotto di cirrosi epatica. Entrambi ebbero rapporti complicati con le donne, matrimoni falliti e figli traditi. Tutte e due toscani, più anarchici che comunisti, votati al suicidio lento, quello dell'alcol e delle sigarette fumate senza sosta. Amanti della vita e quindi vulnerabili, deludibili, nemici del capitalismo non per ideologia ma per orrore dell'omologazione che questo produce. Ad un amico, nel 1964, Bianciardi scrive: "Piuttosto sventatamente partii per Milano, e mi bastò un mese per capire in che guai mi ero messo. Tutti i difetti dell'industria moderna e tutti i difetti del partito comunista si mischiavano a formare un casino credo unico al mondo". Odiò il grattacielo Pirelli, simbolo del consenso di chi indossa "le mutande di latta": odiò quella costruzione nuova che i giornali chiamavano "la fiaba verticale", il "do di petto dell'edilizia lombarda". E sembra che Ciampi risponda, con la voce sporca e rauca, quando butta giù questi versi: "il vino contro il petrolio, grande vittoria grandissima vittoria…Andare camminare lavorare…viva la ricchezza mobile, andare camminare lavorare…la Penisola in automobile, tutti in automobile al matrimonio, alè, la Penisola al volante, questa bella Penisola è diventata un volante". Al Derby di Milano trattò male il pubblico dicendo poi: "quel pubblico non mi rispettava…non capivano che ero lì per fare cultura…". Sul passaporto Ciampi pretese che alla voce professione fosse scritto: poeta. Era stato in Francia, per Dio, aveva conosciuto Celine, avevano bevuto insieme, era amico di Carmelo Bene: cosa c'entrava l'industria canzonettara con lui?

Così il suo vino, con quello di Bianciardi, colò sul legno della croce: erano contemporaneamente i due ladroni, in Cristo. Nel Cristo ostinato che caccia i mercanti, gli ingegneri, i notai, i pizzicagnoli, i professori dal Tempio.

La croce, il sangue, l'abbandono: il vino rosso, il vino bianco. Il fosso, l'acqua sporca, le stelle, la brevità della vita, il mattino, la speranza. E' alla figlioletta Mira che Ciampi lascia la speranza, "Vita vita vita/ sera dopo sera/ fuggi tra le dita/ spera, Mira, spera".

Paolo Conte disse che "subito dalla voce, ascoltando un disco, si capiva che era un uomo magro, e probabilmente, alto di una razza…senza quartiere".


A meno che il quartiere non sia quello in cui può trovarsi l'osteria di un altro poeta più famoso e (anche troppo) celebrato che scrive riferendosi ad un bevitore: "…Carezza la bottiglia/ con mano amorosa./ (Beve vino o una rosa?)" (Giorgio Caproni, Poesie, Garzanti, Milano 1989).



Il potere dei più buoni (Giorgio Gaber)


La mia vita di ogni giorno

è occuparmi di ciò che ho intorno

sono sensibile ed umano

probabilmente sono il più buono

ho dentro il cuore un affetto vero

per i bambini del mondo intero

ogni tragedia nazionale

è il mio terreno naturale

perché dovunque c'è sofferenza

sento la voce della mia coscienza.


Penso ad un popolo multirazziale

ad uno stato molto solidale

che stanzi fondi in abbondanza

perché il mio motto è l'accoglienza

penso al problema degli albanesi

dei marocchini, dei senegalesi

bisogna dare appartamenti

ai clandestini e anche ai parenti

e per gli zingari degli albergoni

coi frigobar e le televisioni.


E' il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

sono già iscritto a più di mille associazioni

è il potere dei più buoni

e organizzo dovunque manifestazioni.


E' il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere…dei più buoni…


La mia vita di ogni giorno

è preoccuparmi di ciò che ho intorno

ho una passione travolgente

per gli animali e per l'ambiente

penso alle vipere sempre più rare

e anche al rispetto per le zanzare

in questi tempi così immorali

io penso agli habitat naturali

penso alla cosa più importante

che è abbracciare le piante.

Penso al recupero dei criminali

delle puttane e dei transessuali

penso allo stress degli alluvionati

al tempo libero dei carcerati

penso alle nuove povertà

che danno molta visibilità

penso che è bello sentirsi buoni

usando i soldi degli italiani.


E' il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni

è il potere dei più buoni

che domani può venir buono

per le elezioni.


E' il potere dei più buoni

è il potere dei più buoni

è il potere … dei più buoni …



Si intitola La mia generazione ha perso il disco nel quale è compresa la canzone Il potere dei più buoni. Ha perso, d'accordo, ma cosa? Bene o male le "generazioni" perdono tutte ma Gaber parla giustamente della propria, quella fatidica del '68 ovvero "siate realisti, chiedete l'impossibile", "l'immaginazione al potere", slogans evidenti, spiaccicati sui muri, non nascosti in una trama, in discorsi fatti al cognato perché la suocera intenda. Diremmo, prima di tutto, che la generazione di Gaber ha perso questa proclamata schiettezza giovanile, la spinta vitale verso l'impossibile.

Al potere non andò "l'immaginazione" ma restarono quelli che già c'erano aggiungendovisi alcuni tra coloro che avevano creduto. L' impossibile divenne possibile e possibilmente praticabile attraverso il mercato del solidarismo - dopo la sbornia terroristica- il terzomondismo turistico o "a distanza", la "buona azione" che non costa nulla e, se costa, ripaga in termini psicologici e morali.

Il luogo del potere non è il Palazzo ma il sedile dell'automobile, l'ufficio, il bancone di un bar, la strada, la carta di credito. E' qui che ognuno di noi esercita e subisce l'aggressione del potere. Il mondo assume una conformazione claustrofobica a cui ci si adatta nei modi che abbiamo sotto gli occhi, tra cui prevale la consumazione permanente del successo (che significa l'assunzione di ruoli prestigiosi, autorevoli e autoritari). Si può essere uomini e donne di successo in bidelleria oppure gestendo in termini di volontariato una bottega per il commercio equo o una Cooperativa di Servizi Sociali. Dal successo non sono esclusi i missionari, i guerriglieri, i dirigenti scolastici, i direttori di Banca, gli insegnanti sperimentatori di griglie di valutazione sempre più nuove e aggiornate ( ed è sempre Gaber che in una canzone intitolata La razza in estinzione muove un appunto alla scuola delle stupide formalità e della burocrazia: "E la tecnologia ci porterà lontano/ ma non c'è più nessuno che sappia l'italiano/ c'è di buono che la scuola/ si aggiorna con urgenza/ e con tutti i nuovi quiz/ ci garantisce l'ignoranza". Parole reazionarie, rugose, cattive, gonfie di rancore e libere: avrebbe potuto pronunciarle Indro Montanelli, Luciano Bianciardi, Pier Paolo Pasolini. E forse sono uscite - o usciranno- dalle bocche o dalle penne di Adriano Sofri, Claudio Magris, Erri De Luca, Giuliano Ferrara).

Successo, come abbiamo visto, è participio passato di "succedere" e dunque significa ciò che, accadendo, finisce: chi ha successo è finito, consumato, freddo come un morto perché non ha più orizzonti verso i quali puntare gli occhi, il dito, il fucile.

Così per togliersi dall'imbarazzo di dovere vivere in prima persona ci si conforma al dato di fatto: ognuno fa il suo "mestiere", il sindacalista (che forse, in cuor suo, pensa ciò che dovrebbe pensare l'imprenditore) fa il suo "mestiere" e così l'imprenditore (che forse, segretamente, pensa ciò che pensa il sindacalista). Ognuno dice "dopotutto è il mio mestiere" come preludio ad una frustrazione inflitta agli altri o a sé. Alcuni nazisti si difesero nella stessa maniera: "portavo gli ebrei ai forni, sì anche i bambini, organizzavo i turni perché non vi fosse troppa calca nei corridoi, che altro ho fatto se non il mio mestiere?".

Tra i molti "mestieri" vi è anche quello di "buono", di "buono" che esercita un potere: tale mestiere non sorge dalla compassione, dall'empatia (altrimenti non sarebbe né un mestiere né, tantomeno, un potere) ma, più spesso, da cordoni ombelicali ideologici, da eredità parentali, da pregiudizi. La tradizione del solidarismo cattolico parla chiaro: l'etichetta - la minuscola etica- del solidarismo si forma come riparazione, giustificazione e bisogno di auto-assoluzione. Si procede dall'elemosina fino all'iscrizione ad un'Associazione "che fa il bene" ed alla militanza rassicurante, alla gratuita fatica appagante (e pagante nonostante la gratuità). Apre molte porte la "bontà", quella del narcisismo: "sono sensibile ed umano/probabilmente sono il più buono", quella del compiacimento morale: "perché dovunque c'è sofferenza/ sento la voce della mia coscienza", quella dell' ecologia dell'anima e del mondo: "penso alla cosa più importante/ che è abbracciare le piante" (non più piantarle, potarle, concimarle, maledirle quando non danno frutti ma abbracciarle, ridurle a sé).

E poi, diamine, "l'accoglienza" ! Non l'accoglienza in casa propria dell'ubriacone seduto su una panchina al freddo, gli basterebbe una coperta, il divano: ma poi, domani, come facciamo a dargli il benservito? E neppure l'accoglienza del ragazzo che abbiamo visto bambino - preso in giro, escluso- che ha perso padre e madre e struscia i suoi trentasei anni contro i muri, tutto il giorno ed è, oramai, chiuso a chiave nel suo inferno. Nessuno gli pianta gli elettrodi nei testicoli, nessuno lo lega al letto di uno scomparso Manicomio, nessuno - di noi- lo accoglie. Eppure noi pensiamo "al problema degli albanesi/ dei marocchini/ dei senegalesi" e vogliamo dare, dare soldi (che lo Stato dia soldi) per fornire di "appartamenti/ ai clandestini e anche ai parenti/e per gli zingari degli albergoni/ con i frigobar e le televisioni". Nell'incapacità totale di avvicinarci a chi ci è fisicamente prossimo cerchiamo lontano l'oggetto del nostro altruismo. E impossibilitati (chiediamo l'impossibile) a comprendere chi ci assomiglia se non altro perché nella bocca ha come noi rimasugli di un dialetto estinto oppure perché ha sonno sul nostro stesso treno del mattino presto cerchiamo il diverso, e pensiamo - ovviamente- "al recupero dei criminali/ delle puttane e dei transessuali": tutta gente con cui esiteremmo a mandare i nostri figli in vacanza.

Questo ci dice Gaber, contro le univoche e riduzionistiche interpretazioni del Vangelo, contro chi dimentica Gesù che dice, prima di guarire una donna cananea e, quindi, straniera:" Non sono stato mandato se non alle pecore disperse sella casa di Israele" (Matteo 15, 24) e, ancora, "Non andate in una via di gentili né entrate in una città di Samaritani. Rivolgetevi piuttosto alle pecore disperse d'Israele" (Matteo 10, 5-6) "Intanto conducete qui i miei nemici, quelli che non mi volevano come loro re. Conduceteli qui ed uccideteli alla mia presenza. Dopo questi discorsi, Gesù camminava in testa agli altri, salendo a Gerusalemme" (Luca 19, 27-28).

Ora, nel Nuovo Testamento è presente questo ed il contrario di questo, un Gesù tirannico ed un Gesù fragile, l'ira e la misericordia, l'attaccamento al proprio popolo, la diffidenza verso lo straniero e la fede dello straniero, spesso più grande di quella dell'ebreo, una fede che commuove Gesù. Lo sappiamo: tra i pubblicani, le prostitute , i peccatori e gli scribi Gesù predilige i primi. Tuttavia il cattolicesimo sociale (che comprende il filantropismo socialista così diverso dal marxismo messianico e rivoluzionario) riduce la complessità del Vangelo alla "novità" dell'amore, ma l'amore - primo comandamento- per il profeta e Messia Gesù si innesta sull'annuncio della salvezza, dell'imminenza del regno. E, comunque, non vi è più amore nel Nuovo Testamento di quanto già ve ne sia nel Vecchio.

E non è, in nessun modo, amore quello del potere dei più buoni che si nutrono con il cibo delle disgrazie altrui e un occhio alla visibilità, un occhio alla pace della coscienza (e, a volte, un terzo eventuale occhio parlamentare alle elezioni ) maneggiano la sofferenza credensosi, anticristicamente, servi utili.



Ehi Padre Eterno (Ivan Graziani)


Ehi Padre Eterno

che stai nei grattacieli, restaci

puoi restare ancora un poco a casa tua

e poi lasciarmi alle mie miserie

oh io su questa terra ci sto bene.

E ha un bel dire la gente

che questa vita fa schifo

che è una porcheria che è tutta un'immondizia

sarà così e questo è anche vero

però non ho mai gettato un fratello nel pattume.

Ehi Padre Eterno

qui in basso non si sta poi male

puoi vedere gli scimmioni dondolare appesi ai rami

e più vanno in alto su fra le foglie

più vanno in alto più gli vedi le vergogne.

E hai visto quella ragazza anzi quella bambina

che a quattordici anni ne sa più di me

è meglio lei di tante finte suore

che hanno fatto tutto ma arrivano vergini all'altare.

Ma io quella ragazza

Padre Eterno io la voglio vicino

e non la voglio lapidare nella fossa

lei ha fatto il nido là nel mio cuore

e domani volerà dove le pare

e Padre Eterno io non sono niente

piccolo destino in mezzo a tanta gente

e se è così non ci facciamo la guerra

ah ah

a te lascio i grattacieli a me questa terra.



Ehi Padre Eterno…E' Graziani, è Prèvert. "Padre nostro che sei nei cieli/Restaci pure/ Quanto a noi resteremo sulla terra/ Che a volte è così bella/ Con tutti i suoi misteri di New York/ Seguiti dai misteri di Parigi/ Che valgono bene quello della Santa Trinità/…Con i suoi buoni bambini e i suoi cattivi soggetti/ Con tutte le meravigliose meraviglie del mondo/ Che se ne stanno/ Molto semplicemente sulla terra/ Offerte a tutti quanti/ Sparpagliate/Meravigliate di essere delle tali meraviglie/…Come una bella ragazza nuda che mostrarsi non osa/ E con tutte le orribili sofferenze del mondo/…Con i signori e padroni del mondo/ Ciascun padrone con i suoi predicatori i suoi traditori/…Con le belle ragazze e i poveri coglioni/ Con la paglia della miseria che marcisce nell'acciaio/ dei cannoni" (J. Prèvert, Pater noster, da Parole, Guanda, Parma 1989).

Ci pare che sia la canzone di Graziani quanto la poesia di Prèvert debbano essere colte all'interno di una dimensione tragica che ha a che fare, immediatamente, con la cacciata dal giardino terrestre. Dio ha punito i figli, le proprie creature con una pena sproporzionata rispetto al peccato commesso: non ha perdonato ma soltanto castigato, condannato fino a pentirsi dell' orrore inferto attribuibile non al bisogno di giustizia ma alla debolezza, alla gelosia. Un Dio fragile e geloso caccia di casa i figli che vogliono essere come lui. Potremmo parlare di un'immaturità di Dio, di un'immaturità dell'eterno che si manifesta nella" gestione" delle prime creature umane. E, infatti, Dio non è accurato "gestore", l'Eden non è un'azienda, Dio, padre e madre, è pazzo d'amore e l'amore fa odiare, punire. Quel Dio che non dimentica neppure uno dei nostri capelli ci ha cacciati di casa, ci ha persi e - per ritrovarci- è diventato come noi: di carne e di ossa, di sangue, di dubbio, di angoscia ma -anche- capace di promettere terre e cieli nuovi. Chi crede in lui bestemmia, piuttosto, ma difficilmente dice, come invece fa Ivan Graziani, "qui in basso non si sta poi male". Coperte di miele, profumate di rose queste sono le stesse frasi che udiamo nelle canzoncine che "accompagnano" la Messa (questa Messa claudicante, decrepita, arteriosclerotica che -davvero- ha bisogno di essere accompagnata): schitarrate da giovani volenterosi tentano di colmare il vuoto, l'assenza che da duemila anni ci trafigge, la promessa mancata o fallita.

Né Graziani, né Prèvert né i sani giovani negano la presenza del Male, "la paglia della miseria", "l'acciaio dei cannoni", "la porcheria", l'"immondizia", ma questo viene posto in un'angolo in nome della bellezza di una "ragazza nuda" o di una "bambina che a quattordici anni ne sa più di me".

Ribellione stanca, superficiale quella di Graziani e Prèvert: più dura e bestiale, faticosa quella di chi crede" nonostante tutto, ed è pronto a tutto pur di stare con lui, anche nell'amarezza che ogni volta si fa strada nell'intimità del proprio cuore. I grandi profeti gemevano come bambini e il Cristo ha emesso il più grande grido d'angoscia nella storia. Non si crede perché ovviamente ci si arriva, si crede nonostante tutto, si crede contro ogni possibilità, si crede non potendo non credere" (Daniele Garota, L'onnipotenza povera di Dio, Paoline, Milano 2001).

A meno che quel "restaci" non sia assimilabile ad un bambino "ritorna" (dai cieli, dai grattacieli) perché se anche fosse vero che qui "in basso non si sta poi male" (e non è vero: ce lo dicono "gli occhi di un cane che muore") il nostro restare sulla terra è un rubinetto che sgocciola, che si spegnerà. Graziani accenna al suo "piccolo destino": destino, direzione, senso. Può essere il niente un senso? Sì. Ma Gesù ci dice di un "controsenso", di un assurdo che è il compimento del regno: Dio deve tornare, Dio non c'è. Si è perso negli occhi di quel cane, nel ramo spezzato, nel fango dell'alluvione, nei globuli scombinati di un bambino, nell'ago di una flebo, nei denti marci di un tossico, nella nevrosi, nell' alzheimer, nella sieropositività, nel cancro. Lì si è perso Dio e non è proprio nei cieli che va cercato perché cieli -e grattacieli- sono vuoti.



Le bigotte (Bruno Lauzi)


Le vedi andare passin passin

sembrano tanti cagnolin

le bigotte le bigotte.

La confusione dentro è tanta

che confondono l'amore e l'acquasanta

le bigotte le bigotte.

Se fossi il diavolo per carità

io credo mi farei castrare

se fossi Dio sentendole pregare

la fede perderei chissà per le bigotte.

Camminan sempre senza guardare

di contraltare in contraltare

le bigotte le bigotte.

E ci ci ci e cia cia cia

le orecchie iniziano a fischiar

son le bigotte la bigotte.

Vestite in nero come il curato

che è troppo buono con le creature

guardano in basso come se il Signore

dormisse sulle loro calzature

le bigotte le bigotte.

Sabato sera dove vai? Nelle balere

con gli operai non con le bigotte le bigotte.

Non escon mai per la città

per via della verginità

le bigotte le bigotte le bigotte.

Escono solo durante il vespro

per lor le Messe non son mai troppe

fiere di avere così ben conservato

il diamante che hanno nelle chiappe

di bigotte.

Ma un giorno muoion pianin pianin

fuocherelìn nel polmoncìn le bigotte le bigotte.

Si incimiteran passìn passìn

nell'alba fredda di un bel mattin

le bigotte le bigotte

e su nel cielo che non esiste

gli angeli inventano per lor le feste

con un paio di alucce rotte

le fan volare via via via via

perché le han rotte le bigotte.


Crediamo che Bruno Lauzi sia il cantautore più arrabbiato, fino al livore, della canzone italiana. E questo non ce lo rende affatto odioso, anzi, il suo anticonformismo, imparentato con il mugugno genovese, ne fa una figura interessante sotto il profilo biografico ed artistico. Non De Andrè, non Guccini, non Paoli dichiarano: "…ho avuto un figlio che non ho battezzato, per non farlo schedare dai preti" ma lui, il bastian contrario, quello che rispetto ai colleghi "che fan rivoluzioni/ seduti sopra pacchi di autentici milioni" (B. Lauzi Io canterò politico) si ritaglia il profilo dell'anarco-liberale e difende il suo mestiere che è scrivere canzoni, cantare canzoni, commerciare in canzoni.

Le bigotte sono "eterne signorine" che trascorrono la vita a montare di guardia per tutelare il diamante che hanno tra le chiappe ma sarebbe semplicistico circoscrivere il bigottismo all'interno dei recinti cattolici o, comunque, cristiani.

Il Lauzi liberale, liberista e, forse, un poco stirneriano certamente non si accontenta di sparare su un cattolicesimo crepuscolare, superato dal mondo. Le bigotte canzone di Brel tradotta accuratamente ed interpretata con passione dal "genovese" sono emblematiche di un'assunzione totalizzante del "religioso" che poco ha a che vedere con la "fede". Se la religione vive di ripetizione e di sicurezza la fede può rivelarsi roccia e fare fronte alle tempeste più terribili ma anche sgretolarsi in una pacata giornata di primavera; se la religione corrisponde ad un possesso la fede è sale, frutto, elemento solubile e deperibile: con massima esposizione al rischio.

Oggi, nonostante le apparenze, la religione cattolica ed i suoi derivati non riescono più a certificare il reale né ad interpretarlo perché la predicazione attraverso internet così come la telemessa risultano una resa alla modernità, un adeguamento allo spirito dei tempi, un movimento falso e forzato nella direzione della avanzata civiltà dei consumi. E' nei Centri commerciali -ieri nelle sezioni dei partiti- che si entra passìn passìn, ed in quanto alla confusione ce n'è da vendere (e se ne vende!) negli scaffali - e dentro di noi- che spacciano morbidi pannolini per i bambini, ossa finte per cani, tute da ginnastica per "stare in casa".

Bigottismo consumistico, ideologia vincente che Lauzi pur aderendo, paradossalmente, in nome dell'individualismo, ad una visione del mondo non contraria all'ipermercato, fugge, fisicamente, nella campagna piemontese coltivata a vite (Lauzi afferma di amare il vino forse più di Guccini) dove ha casa ed azienda agricola. Cercatore di funghi, durante un dibattito sulla droga rispose che lui la sua droga ce l'ha ed è il porcino.

Le bigotte camminano senza guardare (quante bigotte davanti ai maxi-schermi televisivi), e se guardano guardano in basso - i cieli stellati, gli abissi non le riguardano- in basso, proprio sotto il naso, sulla punta delle loro calzature si trova la barca da diciotto metri, l'aria condizionata in appartamento, l'Hotel a cinque stelle, uomini e donne da calendario, auto scintillanti o, alla peggio, il sogno di tutto questo. Le bigotte, molte di loro almeno, non aderiscono alla vecchia morale sessuofoba ma "la libertà sessuale…è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore" (P.P. Pasolini, Scritti Corsari, Garzanti, Milano 1990). La verginità contemporanea è la "non verginità": ingoiati, stritolati dall'informazione, consumo anch'essa, non riusciamo più a pensare di potere porci di fronte all' altro con occhi vergini. Così come negli anni felici della Chiesa la verginità fisica, indotta e deprivante, impediva l'autenticità della relazione me- altro da me.

Si può leggere la storia delle masse come storia della religione, ovvero dell'omologazione e della legge, il cuore che batte aritmicamente sul Calvario, diventa comunità, Chiesa, Chiese, regola, sottomissione allo slogan, liturgia, dovere, piacere obbligatorio, feticismo delle merci e spiritualizzazione del denaro.

Se dovesse tornare il Signore non troverebbe più fede sulla terra. Troverebbe soltanto religione.



Via col vento (Claudio Lolli)


Stavo sognando Reagan stamattina

faceva suonare la mia sveglia assassina

poi il caffè

poi tempo che vola

finisce la città

prima di questa scuola.

Stavo sognando Ronnie stamattina

con Maggie in "Via col vento ad Hiroshima"

come in una famosa cartolina

anarchica.

Di cosa parleremo stamattina

di Marx oppure dell'ottava rima

o studieremo

nella nebbia sui vetri

le probabilità

di futuro per gli innocenti

innocenti come siete voi

santi volgari ed ignoranti eroi

di un mondo che non vi vuole e comprerà

la vostra libertà.

Via col vento, via col vento

se ne va il pensiero in questo piccolo tormento

via col vento professore

abbiamo fretta e voglia solo di fare l'amore

dai col tempo dai che è tardi

per stare qui a pensare a quella Silvia

la ragazza di Leopardi…

…e in un'aria che assomiglia già a Hiroshima

eccoci addormentati una mattina

a un punto morto

tra la giovinezza

che ha tanta voglia di sé

e la vita che la disprezza

e la scrittura nel suo film di serie B

finisce il sabato ricomincia il lunedì

nell'intervallo la domenica sportiva

definitiva.

Via col vento via col vento

che non ha più risposte solo un presentimento

via col vento professore

per cominciare a vivere abbiamo poche ore

via col vento via col vento

chissà perché mi viene in mente oggi

la mia prima millecento…

…e per finire il sogno di questa mattina

c'era un vecchio in piedi sopra una panchina

un po' ubriaco

che predicava di niente

e ripeteva la stessa frase

ad un pubblico inesistente:

"cari ragazzi dell'ottanta noi

santi volgari ed ignoranti eroi

rompere i vetri in caso di soffocamento

…e via col vento"




Esistono lancette avvelenate e sovente appartengono a sveglie-bombe che troncano il sonno, lo ammazzano e scaraventano le labbra sul bordo della tazzina del caffè , i piedi giù per le scale e il naso nell'aria prematura del mattino. Non è un pazzo islamico, questa volta, il terrorista ma Ronald Reagan, i suoi predecessori ed i suoi successori.

Si aggira per il pianeta lo spettro di Hiroshima: non regge nel confronto il crudo "mestiere delle armi" con le distruttive tecnologie sbriciolanti. Non regge nel confronto la meridiana con la sveglia, con la radiosveglia, con la sveglia compressa nel cellulare. Non il ferro spietato che grida furioso sulla lama delle spade insanguinate, ma morte dall'alto dei cieli: Enola Gay non tocca ciò che distrugge. Sgancia e tira via lasciando sotto più di 92.000 cadaveri e circa 37.000 feriti.

Così Reagan, Nixon, Bush, Breznev, Putin non ci strattonano al mattino, non mettono le dita sui nostri corpi caldi, sudati, quasi in pace, non accostano le narici al nostro alito non ancora indebolito o abolito dal dio dentifricio. Eppure la bomba deflagra, e noi - le vittime- siamo anche i boia che, obbedienti, la sera prima hanno innescato l'ordigno.

Ordigno e lavoro risultano strettamente connessi. L'ordigno ci sbriciola nel lavoro o nella disoccupazione la quale sussiste come lavoro invertito e dell'invertito porta la croce e subisce la frustrazione.

Claudio Lolli canta canzoni di poco successo, ha un pubblico scarno. Non vive di arte e lavora in una scuola bolognese. Insegna Italiano e Latino, e studia "le probabilità di futuro per gli innocenti".

Si avverte in uno dei cantautori più politici del nostro tempo l'ombra e la vicinanza dei grandi poeti definiti, sbrigativamente, "pessimisti"; in testa il Lucrezio del De rerum natura:" Ormai la nostra età è stremata, la terra esausta produce/ a stento meschini esemplari, la terra che un giorno generò/ ogni specie e creò dal suo grembo animali dai corpi possenti"(Rizzoli, Milano 1990).

E' stremata la nostra età, è stremato Lolli, siamo stremati noi. Ma i ragazzi seduti dietro ai banchi conservano ancora la possenza dei corpi animali, la linfa ignorante, volgare e santa che -inconsapevolmente- grida contro la mortificazione degli istinti.

Come polvere o nylon la vita va "via col vento" perché già si sta verificando l'incursione dei "valori", e valore è un termine economico, bancario, da Monte di Pietà, il valore -tanto osannato in ciò che resta della cultura cattolica, laica, comunista- riduce l'individuo. I valori sono le cose "che contano", la contabilità dell'anima, ufficio dove si mettono sul piatto della bilancia le azioni buone e quelle cattive. I valori ci fanno valere e se valiamo qualcuno (un uomo, una donna, un'impresa, una multinazionale) ci può comprare.

Via col vento, fino a superarlo, il vento, fino a dribblare il tempo perché "abbiamo fretta e voglia solo di fare di fare l'amore", forza, dai che è già tardi.

I libri del professore, con il loro prezzo dietro, con il loro valore rubano minuti, mezz'ore e chi è "quella Silvia" se non "la ragazza di Leopardi". Una ragazza che non lo aspetta al Bar, con la quale lui non ha mai saltato scuola, che non ha baciato, che è morta, morta, morta.

Intanto Hiroshima incombe, l'aria già le assomiglia, la giovinezza -proprio quella che Leopardi vedeva scappare via inesorabile- subisce il disprezzo di cento concezioni della vita, di cento morali.

Un'Apocalisse è in atto ma non si tratta, sembra, di un'Apocalisse di salvezza: anzi il Principe di questo mondo pare abbia soggiogato ogni ragione di speranza, strozzato la linfa, ricordo sfocato dell'Eden, consegnando all'amore un tempo breve. Dov'è Dio?

Claudio Lolli e i ragazzi della scuola hanno sempre, giustamente, negato Dio, vero e proprio oppio, finchè se ne proclama il trionfo, la presenza, l'onnipotenza.

Verrebbe quasi da apprezzare l'inaugurazione, nel 1929, del Museo centrale antireligioso in Unione Sovietica, se non fosse per l' uso propagandistico, liberticida e totalitario che la logica criminale del socialismo di Stato ne fece.

Remo Bodei ci ricorda, però, che - come sottolineava Ernst Bloch- "la fede ha un senso che non si può banalizzare, perché mantiene dentro di sé il germe della speranza, dell'attesa di un mondo diverso…l'elemento del non ancora" (I senza Dio, Morcelliana, Brescia 2001).

Dunque l'ateismo negando Dio lo richiede, perché il vuoto che il mondo del "valore" produce risulta insopportabile, almeno fino a quando la domenica sportiva -"definitiva"- non ci inghiotta nel suo buio opaco.

Alla fine della canzone troviamo un vecchio ubriaco, uno dei tanti cristi che mangiano il loro pezzo di pane e scolano il cartoccio di vino all'ombra della croce, in piedi su una panchina che predica ripetendo continuamente: "…rompere i vetri in caso di soffocamento…".

La speranza può concentrarsi in una pietra che infrange il "valore" dei vetri di un edificio. Non la pace ma la spada.


Ma chi ha detto che non c'è (Gianfranco Manfredi)


Sta nel fuoco dei tuoi occhi

Sulla punta delle labbra

sta nel corpo risvegliato

nella fine del peccato

Nelle curve dei tuoi fianchi

Nel calore del tuo seno

Nel profondo del tuo ventre

Nell'attendere il mattino

Sta nel sogno realizzato

sta nel mitra lucidato.

Nella gioia e nella rabbia,

nel distruggere la gabbia

Nella morte della scuola, nel rifiuto del lavoro

Nella fabbrica deserta, nella casa senza porte

Sta nell'immaginazione, nella musica sull'erba

sta nella provocazione, nel lavoro della talpa

nella storia del futuro, nel presente senza storia

nei momenti di ubriachezza,negli istanti di memoria

Sta nel nero della pelle, nella festa collettiva,

sta nel prendersi la merce.

Sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini,

nell'incendio di Milano,

nelle spranghe sui fascisti nelle pietre sui gipponi

Sta nei sogni dei teppisti

e nei giochi dei bambini,

nel conoscersi del corpo,

nell'orgasmo della mente,

nella voglia più totale,

nel discorso trasparente.

Ma chi ha detto che non c'è.

Sta nel fondo dei tuoi occhi

Ma chi ha detto che non c'è.

Sulla punta delle labbra

Ma chi ha detto che non c'è.

Sta nel mitra lucidato

Ma chi ha detto che non c'è.

Nella fine dello Stato

C'è, sì c'è

Ma chi ha detto che non c'è.




La dolcezza e l'estremismo. Se Paul Eluard, che i maestri delle elementari "di sinistra" ci facevano imparare o leggere in quarta o in quinta, scrive una poesia combattiva nella quale, però, non compaiono riferimenti espliciti rispetto al presente, Gianfranco Manfredi -la cui canzone aggiunge e toglie ai versi eluardiani- privilegia la cronaca (anche del quotidiano) alla storia.

D'altra parte Eluard, autore spesso che attraversò, tutta intera, la prima metà del 1900, passando dal sanatorio alla prima guerra mondiale e, da questa, al dadaismo ed al surrealismo fino ad aderire, nel 1926, al PCF ed a partecipare successivamente alla lotta clandestina antinazista con le proprie certezze di acciaio al profumo di rosa (e, non a caso, una delle sue raccolte di versi si intitola La rosa pubblica). Dunque, anche se da poeta, Eluard risulta calato all'interno della prospettiva marxista- leninista ortodossa, prospettiva che vede nel trotzkismo un tradimento della "linea" e nel "socialismo reale" la possibilità concreta dell'instaurazione di un regno umano di felicità e gioia. Forse Eluard è un candido bigotto colpevole del proprio candore ma forse, nello stesso tempo, egli è un uomo che additando un orizzonte sereno denuncia l'incompiutezza dolorosa del presente e la parola che ama, libertà, si radica nelle tossi del sanatorio, nella malattia giovanile per germogliare negli anni della maturità, anni che esigono -almeno dal punto di vista politico- scelte nette poiché occorre sapere contro chi puntare il fucile. Purtroppo i fatti della guerra di Spagna ci dicono -a noi, almeno- come i fucili eluardiani venissero troppo spesso puntati contro comunisti eterodossi ed anarchici in nome di una fede che non escludeva la ferocia fratricida in nome del calcolo politico.

Eluard graffia, con la parola libertà "i quaderni di scolaro", "la neve", "Le armi dei guerrieri", "la giungla", il proprio "cane ghiotto e / tenero", "il vigore ritrovato", "l'immemore speranza".

Cronachistico, "gruppettaro" spontaneista, rivoluzionario senza rivoluzione, contestatore, ribelle autoironico e fabbricante di canzoni spesso divertenti e spumeggianti qui, Manfredi, riprende il ritmo e il tema eluardiano calandolo in un presente di amore "libero" e profondo per una donna, di gioia e rabbia, di attesa. Compare anche il mitra lucidato, la spada - che già abbiamo incontrato lungo il nostro cammino- che dovrebbe togliere dal mondo i peccati del Capitale. Perché non c'è resurrezione, vita nuova senza la morte delle due istituzioni liberticide per eccellenza: il lavoro e la scuola. La fabbrica deserta, la gabbia distrutta, l'immaginazione, la musica sull'erba, la provocazione non daranno la vista ai ciechi e la parole ai muti ma piena dignità ad ogni vivo.

E il mondo esistente che solo il demonio può volere riformare e migliorare magari portando - per dirla con Dostoevskij- "carrettate di pane" ai bambini, agli affamati, deve al contrario passare attraverso la necessaria violenza proletaria, studentesca, sottoproletaria: quella degli espropri ai Supermercati, dell'incendio di Milano, delle sprangate date ai fascisti, dei sampietrini tirati contro i gipponi di polizia e carabinieri. Affinchè al benessere possa sostituirsi il ben-essere , l'essere bene nei giochi dei bambini, nel corpo libero dall' idea di peccato, nella mente che gode se stessa, nella trasparenza delle parole.

Chi lo ha detto che non c'è l'Eden, la fine dello scandalo della storia, il puro futuro? Chi ha detto che, già, come lievito tutto questo non c'è ? "C'è, sì, c'è" canta Gianfranco Manfredi. C'è: ma, ancora, deve accadere.


America (Gianna Nannini)



Cercherò mi sono sempre detta cercherò

troverai mi sono sempre detto troverai

per oggi sto con me mi basto

nessuno mi vede

e allora accarezzo la mia solitudine

ed ognuno ha il suo corpo a cui sa cosa chiedere

chiedere chiedere chiedere

Fammi sognare lei si morde la bocca e si sente l'America

Fammi volare lui allunga la mano e si tocca l'America

Fammi l'amore forte sempre più forte ed io sono l'America

cercherai mi hanno sempre detto cercherai

e troverò ora che ti accarezzo troverò

ma quanta fantasia ci vuole per sentirsi in due

quando ognuno è da sempre nella sua solitudine

e regala il suo corpo ma non sa cosa chiedere chiedere chiedere

Fammi volare lei le mani sui fianchi come fosse l'America

Fammi sognare lui che scende e che sale e si sente l'America

Fammi l'amore lei che pensa ad un altro e si inventa l'America

Fammi l'amore forte sempre più forte ed io sono l'America




L'America, mito e sogno, ha assunto - per l'europeo- le connotazioni della lontananza, della ricchezza, dell'ignoto. Esplorare l'America significherebbe, allora, esplorare ciò che si pone al di sotto (o al di sopra) del limite della coscienza. Potremmo azzardare l'ipotesi di un'America eraclitea: "I confini dell'anima vai e non li trovi, anche a percorrere tutte le strade: così profondo è il suo logos" (Eraclito, Frammenti e testimonianze , a cura di C. Diano e G. Serra, Mondadori, Milano 1980).

L'America è sempre un poco "più in là", luogo di vertigine e di voragine, rischiaramento di un senso prigioniero della circolarità: si giunge in America solo staccandosi da terra, terra che nutre, consola e nega la verità. Cercare si può soltanto rinunciando al non-destino ciclico delle stagioni, al ripetersi continuo che trasforma l'uomo in animale domestico: bestia apparentemente autosufficiente ma, in realtà, dipendente da tutto e da tutti in maniera totale.

Cercare, trovare: Guido Ceronetti nella sua versione de Il Cantico dei Cantici (Adelphi, Milano 1975) così traduce: " Cerco di notte sul mio giaciglio l'amore mio/ Lo cerco e non lo trovo/ Mi alzo e giro per la città/ Per i mercati e i crocicchi/ Cerco l'amore mio/ Lo cerco e non lo trovo…". Nel solco della tradizione giudaico-cristiana "bastarsi" sessualmente vuol dire "peccare" così come commettere adulterio. Chi pecca dice: "Chi mi vede?…nessuno mi vede…perché temere?" (Siracide, 23,18, La Bibbia, Paoline, Milano1982). Ma se nel Vecchio Testamento chi pecca confida nella distrazione dell'Altissimo, nell' universo dove la promessa cristica ancora non si è rivelata il non essere visti corrisponde all'assenza di Dio, non alla sua presenza. Dio non ci vede perché i morti non vedono, Dio è un "nessuno", il "nessuno" di tutti i "nessuno". Il morto dei morti.

Accarezzarsi, chiedere al proprio corpo il già saputo equivale all'impossibilità di sottrarsi alla circolarità della storia: si cerca l'America e si rimane a casa, sotto il nespolo a guardare il succedersi di vita e morte, di autunno e inverno. Interrogando il corpo con le medesime domande il corpo risponde con le medesime risposte: quindi è ponendo una domanda nuova che risulta possibile incrinare la compattezza di una sazietà disperata. E la domanda è quella del Cantico dei Cantici: dov'è il mio amore? Nel mordersi la bocca, nell'allungare la mano, nel fare l'amore nel riconoscere l'altro. Siamo nei pressi del "logos", stiamo bivaccando ai piedi del logos, tanto più profondo quanto più irraggiungibile, in vetta.

L'abbraccio, l'eros: eppure ci vuole lo stesso molta fantasia "per sentirsi in due", per intendere l'altro nella sua autonomia, dentro i giorni tutti uguali, quando la soglia di casa si consuma senza stupore.

Gianna Nannini dopo il sesso, l'orgasmo, le mani, la ricerca ripropone l'immagine dell'individuo inchiodato "da sempre nella sua solitudine" e la donazione di sé all'altro attende una confusa o inesistente contropartita.

Sentirsi l'America mentre lui "scende e sale" su di lei, inventarsi l'America pensando ad un lui-non lui, deviando l'emozione dall'azione o integrandole all'insegna di una trasgressione borghese, vinta poiché non feconda l'esistenza, non irrompe nel non-senso ma giustifica esistenza e non senso: non è l'America cercata ma l'isola di fronte a casa. Come l'ironia e la polemica anche la trasgressione assume una duplice valenza: o scoperchia un mondo o lo riduce all'interno di uno schema rassicurante e, nella sostanza, ripetitivo e banale.

Il problema della radicale solitudine dell'uomo non si scioglie con parole e forse neppure con opere a meno che queste non siano il risultato sofferto di una macerazione e di un disorientamento che pone la vita in pericolo: il pericolo accosta l'uomo all'autenticità del rapporto dove, nel riconoscere l'altro, riconosco me stesso e dove l'amore non chiede contropartita poiché l'opera dell'amare implica quello scorgere nel piacere e nel sorriso altrui l'io che non ama l'altro più di quanto ami sé ma quanto ama sé. "Fammi l'amore forte sempre più forte ed io sono l'America". Lo sono da sempre ma ho dovuto girare angosciato per la città, i mercati e i crocicchi per potermene accorgere.




Portatemi Dio ( Vasco Rossi)


Metteteci Dio

sul banco degli imputati

metteteci Dio

e giudicate anche lui…con noi

e difendetelo voi…voi

"buoni cristiani"!


Portatemi Dio

lo voglio vedere

portatemi Dio

gli devo parlare

gli voglio raccontare

di una vita che ho vissuto

e che non ho capito

a cosa è servito

che cosa è cambiato

anzi

e adesso cosa ho guadagnato

adesso voglio esser pagato!!!


Portatemi Dio!




Sembra che Vasco Rossi volesse, per questa canzone, realizzare un video con lui, la star, che prende a schiaffi una suora, la sbatte al muro, le urla in faccia "portatemi Dio…lo voglio vedere…". Crediamo che questo video mai realizzato avrebbe potuto essere un buon video: nei nostri anni di vuoto dove, nel vuoto, le suore vengono uccise da ragazzine di un day after senza Apocalisse, senza la pace dei giusti, senza la ritrovata tenerezza dell'uomo per Dio e nell'abbraccio di Dio, la faccia da canaglia di Vasco Rossi che schiaffeggia una suora sarebbe stata un' ottima occasione per riflettere sul nostro rapporto con chi veste, ancora, gli abiti religiosi.

Nel commentare alcuni brani del Vecchio e del Nuovo Testamento, Daniele Garota, un uomo di lavoro, di scrittura e di studio, che definire teologo si rivelerebbe, a nostro parere, riduttivo, sottolinea come certe "guide cieche" chiudano le porte del regno e cita Malachia il quale condanna duramente quei sacerdoti che "sono d'inciampo a molti" (Malachia 2,3, La Bibbia, ibidem).

Chi sono, oggi, le guide cieche? Probabilmente quelle che considerano il regno già compiuto e ubriacano nei raduni oceanici fitti di cultura ma, soprattutto, di propaganda, striscioni, slogans i fedeli. Oppure quelle che riducono il Vangelo ad "etica sociale", a "correttezza" e "civiltà". Meno colpevoli di costoro sono, forse, i "preticelli derisi" di caproniana memoria, gli "impiegati di Dio" che soffrono la noia, il dubbio, la stanchezza. Sacerdoti standard senza armi affilate, egoisti, cinici ma anche capaci di compassione: insomma, in tutto e per tutto simili a noi, assoldati anch'essi nell'industria dell'obbligo.

Tuttavia guida cieca sarebbe chi vedesse in Vasco Rossi un predicatore, un apologeta del vuoto semplicemente perché non è un'appartenenza ideologica a distinguerlo ma il disorientamento che comunica: non prende le difese del vuoto, Vasco Rossi, anche se, certo, si muove nel vuoto. Ed è un vuoto questo del nuovo millennio che a stento si prova a riempire di santi e beati: nessuno saprà mai dell'opera silenziosa dell'umile, del vicino di casa sobbarcato di impegni faticosi, la madre anziana da accudire, il lavoro, la disponibilità ad aiutare un amico, la colazione pagata al povero - ogni mattina- senza essere visto, i minuti di intensa preghiera prima del sonno. Ma ai santi, ai beati si chiede il miracolo, la visibilità, l' appariscente modestia. Sembra di assistere alla messa in campo di una strategia diplomatica: ogni santo rappresenta un tipo di percezione della fede: la carità, l'ascesi, il fare. E Vasco grida nelle canzoni che la sua, la nostra, la futura generazione è "generazione di sconvolti senza santi né eroi". Quindi il vuoto: la suora presa a schiaffi e sbattuta contro il muro. Ma non così per fare, non per la gratuità del "gesto": alla suora schiaffeggiata si chiede ciò che la suora stessa chiede, costantemente: "portatemi Dio/ lo voglio vedere". La suora, spalle al muro, potrebbe raccontare anche lei e meglio di Vasco Rossi "di una vita che ho vissuto/ e che non ho capito/ a cos'è servito". Il risarcimento che Vasco Rossi chiede è la risposta alla domanda "perché vivo?", domanda impossibile senza il vuoto ma altrettanto impossibile per chi del vuoto prende le difese. Né Vasco né la suora difendono il vuoto, entrambi lo contraddicono, lo maledicono e attendono. La vita spericolata, nonostante la banalità delle apparenze, li accomuna profondamente.



Un giorno dopo l'altro (Luigi Tenco)




Un giorno dopo l'altro

il tempo se ne va

le strade sempre uguali

le stesse case.

Un giorno dopo l'altro

e tutto è come prima

un passo dopo l'altro

la stessa vita.

E gli occhi intorno cercano

quell'avvenire che avevano sognato

ma i sogni sono ancora sogni

e l'avvenire è ormai quasi passato.

Un giorno dopo l'altro

la vita se ne va

domani sarà un giorno

uguale a ieri.

La nave ha già lasciato il porto

e dalla riva sembra un punto lontano

qualcuno anche questa sera

torna deluso a casa piano piano.

Un giorno dopo l'altro

la vita se ne va

e la speranza ormai

è un'abitudine.




Lo scacco della novità, di ciò che deve venire abita il tiepido fiato appoggiato al microfono, il palco, i fiori, la "riviera": non quella amata con estasi e sofferenza dai Boine, Novaro, Grande, Barile, Sbarbaro, Firpo, Montale, Caproni ma quella tutta superficie e relax di massa. La riviera del progresso economico, della ricostruzione e dell'imborghesimento del proletariato. Imborghesimento necessario, inevitabile a cui suona ridicolo contrapporre qualunque etica rurale improntata ad una sobrietà che non ha più ragione né occasione d'essere. La Lambretta porta lontano: lontano lontano . Il mondo del lavoro, negli anni Cinquanta e Sessanta, non corrisponde in nessuna maniera alla retorica del "Quarto Stato" di Pelizza da Volpedo, saranno anche briciole, avanzi quelli che il capitalismo lascia cadere dalla tovaglia ma il sapore sembra buono come la prima gita in montagna senza il fazzoletto partigiano o il Cinema dopo la fabbrica. Il riformismo della sinistra italiana non corrisponde ad una strategia per ottenere, senza violenza, il socialismo. Già Togliatti ha chiaro il futuro liberaldemocratico dell'Italia e non spinge sul pedale dell'acceleratore. Accelerare per dove? Togliatti non lo sa. Lotte sì, tante, ma per migliorare, per assomigliare sempre di più a chi si combatte.

Troppo razionale, "politico", borghese lui stesso, Togliatti, per immaginare quella rivoluzione che soltanto la percezione tragica dell'esistenza può generare.

Si pensi, invece, a Leopardi , al Leopardi magari filtrato attraverso la lezione di Antonio Negri (Lenta ginestra, SugarCo Edizioni, Milano 1987). Scrive il professore padovano: " Ed è vero che La ginestra è un canto civile: ma è esso un canto progressista? E', secondo me, un canto solo, disperatamente rivoluzionario. E' un canto civile contratto e irritante, disincantato e arrogante, non è un canto progressista perché la morte è il suo sostrato".

Infatti solo guardando in faccia l'orrore e l'assurdità dell' "ultima nemica", solo sentendosela addosso e di fianco si può davvero desiderare l'assoluta novità, la redenzione. La morte può manifestarsi attraverso la reazione alla modernità, chiudendo l'uomo nella dispensa buia, impedendogli ogni tipo di iniziativa ma può anche manifestarsi -e si manifesta- come modernità, felicità in acquisto e povertà all'orizzonte, velocità, dittatura della libero mercato, marcia forzata verso abiti, auto, vacanze, cene che conferiscono "dignità". Ex rivoluzionari lucidissimi, ex ribelli spaccatutto si sono convertiti -con pieno diritto- alla logica (ideologica) della morte industriale, post-industriale, tecnologica, post-tecnologica, capitalistica, post-capitalistica: alcuni saltando decisamente, con coraggio e faccia tosta, il fosso; altri rigirandosi nella palude progressista e -taluni- dall'una e dall'opposta riva coltivando questi nuovi approdi con radicale sincerità e tormento: utopisti in piena regola, non squallidi fantocci, ma portatori del verbo liberista e delle sue molteplici incarnazioni: individualismo spinto, individualismo moderato, cooperativismo liberal con un occhio di riguardo ai mala in mundo.

Non c'è ombra di progressismo in Luigi Tenco, piemontese di Ricaldone trapiantato a Genova, ma giorni che seguono giorni, strade e case che si ripetono. L'attesa dell' avvenire e l'ancòra dei sogni: un'ancòra che non lascia più spazio alla speranza perché la macchina non pesta il tempo nel mortaio ma lo sbriciola, ne fa poltiglia, lo riduce ad un quasi passato, ad un quasi niente. Non la rettilinea fede di Mosè, Gesù e Marx ma la circolarità pagana in un mondo che non ha più Lari e Penati capaci di reggere, con naturalezza, neve e sole, foglie secche e primule. La nave (la "petroliera" montaliana) procede in direzione contraria rispetto a chi, in una sera qualunque, torna a casa deluso, camminando piano così piano che stasi e movimento sembrano coincidere.

L'abitudine alla speranza come l'abitudine alla fede, all'amore, all'utopia è abitudine che toglie fondamento al proprio oggetto. La speranza diviene "fatalismo", la fede "religione", l'amore "contratto", l'utopia "eccentricità". Mentre l'Italia ingrassa (e intanto disperati, scamiciati, studenti modello, mezzi delinquenti, operai, "resti" freschi del mondo cattolico e comunista stanno ordendo una festa che nessuno condividerà, guardata forse con prudente simpatia dai nonni partigiani, all'inizio, ma condannata, stigmatizzata duramente, da un intero Paese nel momento in cui essa scatena la sua potenza-impotenza: gli angeli della rivoluzione si trasformano in demoni pericolosi, assassini da catturare, esorcizzare, maledire) Luigi Tenco muore per una canzone non capita, per una vita disastrata che solo rivoluzione e/o redenzione avrebbero potuto consolare.




Vincent (Roberto Vecchioni- Don McLean)



Guarderò le stelle

com' erano la notte ad Arles

appese sopra il tuo boulevard;

io sono dentro agli occhi tuoi

Vincent.


Sognerò i tuoi fiori

narcisi sparpagliati al vento

il giallo immenso e lo scontento

negli occhi che non ridono

negli occhi tuoi,

Vincent.


Dolce amico mio

fragile compagno mio

al lume spento della tua pazzia

te ne sei andato via,

piegando il collo

come il gambo di un fiore

scommetto un girasole.


Sparpagliato grano,

pulviscolo spezzato a luce

e bocche aperte senza voce

nei vecchi dallo sguardo che non c'è

poi le nostre sedie

le nostre sedie così vuote

così "persone"

così abbandonate

e il tuo tabacco sparso qui e là.


Dolce amico

fragile compagno mio

che hai tentato sotto le tue dita

di fermarla, la vita:

come una donna amata alla follia

la vita andava via:

e più la rincorrevi

e più la dipingevi a colpi rossi


gialli come dire "Aspetta!",

fino a che i colori

non bastaron più…

e avrei voluto dirti Vincent,

questo mondo non meritava

un uomo bello come te.


Guarderò le stelle

la tua, la mia metà del mondo

che sono le due scelte in fondo:

o andare via o rimanere via.


Dolce amico mio,

fragile compagno mio,

io, in questo mare,

non mi perdo mai;

ma in ogni mare sai

"tous le bareaux

vont à l'hazard pour rien".

Addio, da Paul Gauguin.



"Non bisogna dimenticare che un vaso rotto rimane un vaso rotto" scrive Vincent Van Gogh dal manicomio di St. Remy. Ci trema la mano a trattare di questa semplice canzone, per tutto ciò che nel sottosuolo della canzone si annida: Vecchioni- Gauguin guarda con malinconia la disperazione, l'angoscia di un uomo che dalla teologia passò- dopo un periodo in cui lavorò come commerciante di opere d'arte presso una galleria dell'Aja, la "Goupil &Co"- alla pittura, da un'infanzia taciturna all'ansia costante dell'abbandono. A Borinage mette nervi, vocazione, turbamento nella predicazione presso una comunità di minatori ma regalati tutti i propri abiti ai poveri venne sollevato dall'incarico, colpevole di fanatismo e allora giù, in fondo al pozzo. Nell'angolo buio del bambino lasciato solo. Ci trema la mano, dicevamo, a scrivere di quest'uomo i cui quadri, riprodotti in poster, ornano case anche tanto più misere di interiorità quanto più ricche di spensieratezza o di arroganza che nella pittura vedono solo colore e nel colore solo colore. Ma il giallo è "immenso", giallo che - insieme al rosso- chiede alla vita di aspettarlo.

E invece: l'amore che non è l'amore, un padre davanti, faccia contro faccia, livore contro livore proprio a Natale, giorno aggrovigliato per chiunque, credente o meno, avverta simultaneamente absentia e invadenza di una novità ripetuta fino al vuoto. Non soltanto nell'orto degli ulivi Cristo viene tradito ma già lì, venendo nel mondo delle tenebre, dove i colori pur se protesi non bastano.

E' una prostituta a fargli compagnia a L'Aia, che passerà davanti ma dopo, eventualmente, ed intanto vive nelle piaghe del bambino non cresciuto a cui la pelle che indossa sta troppo stretta. Piacevano anche a Dino Campana le donne perdute, anche a Sbarbaro. Ma Vincent la sua meretrice vorrebbe sposarla ed invece tronca la relazione, chiude una fessura, pota un ramo verde. Attaccata gli resta la sifilide, malattia condivisa con Nietzsche, Campana, Gauguin.

Ancora solo, sempre di più. Poi di nuovo i genitori, i libri di Zola, Parigi e l'illusione delle amicizie, delle affinità di gusti e disgusti con altri forse non troppo diversi da lui. Il fratello Theo - figura chiave nella vicenda di Vincent- gli presenta Gauguin. Forse i colori servono ancora, forse consolano, stordiscono, bastano. Forse. E l'autoritratto certifica la vita, scapestrata, balorda ma vita.

Ma la vita, quella vissuta normalmente, quella che corre sui binari è da un'altra parte: l'amato, solidale fratello Theo si sposa: eppure a Parigi si stava quasi bene, insieme.

E allora via da Parigi, abbandonare l'abbandono per essere due volte abbandonati e vili ("viltà" è un termine che sovente Van Gogh riferisce, nei propri scritti, a se stesso).

Arles, la Provenza, una pittura tesa che l'alcol ed il caffè tengono su e Gauguin che lo guarda, lo guarda fino al litigio che scoppia furibondo nella notte di Natale. Uomini e uomini, padri e figli si fanno ancora guerra a Natale: forse è il segno della spada, della contraddizione. La spada, la recisione del lobo dell'orecchio sinistro di cui fa dono ad una prostituta: un'altra; e via a degradarsi, a sanguinare come il Cristo predicato forsennatamente nelle miniere. Ancora Ospedale, allucinazioni, altri quadri, l'angoscia e il manicomio di St. Remy. Curato, tranquillizzato. Guarito no: il pennello brucia la tela e diventa furioso quando Theo gli annuncia che diventerà presto padre.

Theo padre, Vincent definitivamente orfano. Arriva Natale: altra crisi, il vaso si rompe definitivamente ma Theo chiama il figlioletto Vincent, "un vaso rotto rimane un vaso rotto", un vaso rotto -però- non un vaso irriconoscibile.

Come non sono irriconoscibili le figure contorte che spara nei quadri, ulivi, cipressi.

Auvers-sur-Oise ha un buon clima e qui Vincent lentamente si riprende, campi, stoppie, verde, viola, blu scuro e di nuovo ritratti.

Theo però deve tornare in Olanda con moglie e figlio e l'abbandono alluviona nuovamente la scena, appena il tempo per un'ultima tela: cieli scuri e minacciosi, corvi che volano bassi, sul grano, e attendono il pasto. E' proprio nei campi che Van Gogh si spara al petto, ferendosi gravemente senza riuscire ad uccidersi. Ritorna a casa: volteggiano tutt'intorno i corvi e Vincent li vuole, solo quando lo avranno mangiato se ne sarà liberato. Lo trovano in camera, pieno di sangue. Vivrà ancora due giorni.

Siamo nel 1890, il positivismo ha preparato le ciminiere e la fretta, presto il mondo sarà solo così: ciminiere, fretta, superficie, sfruttamento, stupide bocche ridenti e altre bocche, spalancate e affamate. Con la parola alienato verrà definito- con un giudizio sprezzante o pietoso- il folle incapace di lavorare: eppure Karl Marx aveva dato all' alienazione un significato ben diverso: alienato è chi si allontana dalla propria essenza e finisce per conferire valore feticistico alle merci, allo scambio sul mercato, piuttosto che alle relazioni sociali. L'uomo impoverisce se stesso divenendo schiavo della produttività: questo vale per il salariato costretto al lavoro ma forse più vigile e sensibile allo svuotamento che il sistema capitalistico opera riducendolo a forza-lavoro ma vale anche - e forse in forma più accentuata- nelle libere professioni laddove queste assorbono e piegano quel poco o quel tanto di residuo umano che ancora conserva l'uomo senza amici ("poiché non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici" A. de Saint Exupery, Il piccolo principe , Bompiani, Milano 1949).

Sul significato della malattia mentale di Van Gogh, Umberto Galimberti, servendosi delle profonde analisi del filosofo- psichiatra Karl Jaspers, paragona la follia alla conchiglia difettosa da cui nasce la perla, ovvero "l'opera". Vi sono due modi di vivere la follia: quello di chi si esclude ed è escluso dalle regole della ragione e quello di chi "precede" la ragione precedendo quindi la distinzione ragione- follia. Così scrive Galimberti a proposito di Van Gogh: " A conoscere questa follia non è la psicologia né la psichiatria o la psicoanalisi, ma la filosofia che, nell'edificare il cosmo della ragione, il solo che gli uomini possono abitare, sa da quale fondo l'ha liberato e perciò non chiude l'abisso del caos, non ignora la terribile apertura verso la fonte opaca e buia che chiama in causa il fondamento stesso della razionalità, perché sa che è da quel mondo che vengono le parole che poi la ragione ordina in maniera non oracolare e non enigmatica. Sembra, infatti, che ogni parola pronunciata dalla ragione, nel corso della sua storia, non sia possibile se non liberando a ogni istante l'antica follia". Non siamo fuori dalla patologia se ricordiamo che al termine corrisponde il pathos (sofferenza, patimento) che si fa loghia (parola).

I legami tra la follia, l'oracolarità ed il sacro risultano strettissimi: il loro substrato è l'abbandono, la solitudine. Gesù Cristo non è solo soltanto sulla croce ma anche tra gli ulivi e per le strade della Palestina. Gesù, il non compreso, colui che chiede insistentemente "mi ami?". Colui che vuole l'uomo al punto di farsi pane e vino, bestia macellata. La vita di Gesù procede accanto alla patologia, alla sofferenza che diviene parola fino ad identificarsi con la patologia stessa. Lo scettico Pilato pensa che Gesù sia un pazzo, uno dei tanti invasati che si proclamavano, in quei tempi, Messia. Forse Gesù è tutti loro, il suo santo nome raccoglie i nomi perduti dei matti che si proclamavano figli di Dio e liberatori di Israele. Rispetto a loro la perla nata fuori di casa, tra i pastori (facce losche, cuori sprezzanti della "ragione" appartenente agli scribi e ai farisei) compie opere cariche di colori, l'acqua di fango del Giordano, l'oro della cometa, il rosso del vino a Cana. E opere d' amore: guarisce chi gli chiede aiuto, caccia spiriti maligni, monda lebbrosi e pronuncia parole indimenticabili, difficili da decifrare: maledice il fico senza frutti, promette l'avvento imminente del regno, perdona e giudica, spiazzante.

Il pastore mancato Vincent, lasciati i minatori, non cancellò la vocazione ma la praticò, crocifisso alla solitudine della sedia, alla vergogna dell'autoritratto dopo la mutilazione. Il girasole ritornerà, vivo e immenso, per strappare via le tenebre.





NOTE BIOGRAFICHE



Edoardo Bennato.


Nasce a Napoli nel 1949. Si forma, nei primi anni '60, seguendo i maggiori interpreti dei rock and roll senza snobbare, però, la lezione di Peppino di Capri che aveva innestato, sulla canzone melodica di marca partenopea, i nuovi ritmi anglo-americani.

Lo ritroviamo a Milano, iscritto alla Facoltà di Architettura e lavorante presso una ditta che fabbrica giochi, con qualche significativa ma insoddisfacente esperienza musicale alle spalle (alcuni 45 giri di cui quasi nessuno si accorge).

Seguendo il "mito" dell'avventura on the road compie diversi viaggi in Europa ed a Londra si improvvisa busker ovvero "suonatore di strada". In questa dimensione rintraccia, sul campo, suggestioni artistiche ed individua le idee -cardine della cultura giovanile delle grandi metropoli: antiautoritarismo, critica del lavoro alienato ed in generale dello sfruttamento capitalistico, contestazione dei valori borghesi .

Nel 1973 esordisce con il primo album, Non farti cadere le braccia, misto di rock, blues e melodia napoletana, accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico. In buona parte a sproposito si è paragonato Bennato a Bob Dylan, sulla scia di una apparente somiglianza.




Franco Califano.


Come le varie biografie recitano nasce a Tripoli "casualmente", durante uno scalo aereo, nel 1938. Dopo un'infanzia ed un'adolescenza "difficili" si diploma in Ragioneria. E' autore di numerose canzoni (molte delle quali interpretate da altri cantanti) nelle quali presenta "machismo" e fragilità, culto individualistico di una libertà vissuta giorno per giorno e nostalgia (malattia del "ritorno").

Frequentatore di night, discoteche, bar di periferia borgate pasoliniane si dispone ad essere interpretato come emblema della pacchianeria o -ad una lettura meno superficiale- come voce cantante un mondo sommerso di lusso e degrado.

Ha ricevuto, presso l'Università di New York, la Laurea Honoris Causa in Filosofia.




Alberto Camerini.


In una canzone intitolata Alberto, Camerini racconta l'affetto per San Paolo (Brasile), dove nasce nel 1951 (la famiglia paterna vi si era trasferita poco prima dell'inizio del secondo conflitto mondiale). A San Paolo rimane per l'intera infanzia: sono anni di "strada- mare- giochi- canzoni - calcio".

Nel 1963 ritorna a Milano e, dopo aver conseguito la Maturità Classica, saltella tra le Facoltà di Architettura, Lettere, Filosofia. La scuola che risulterà maggiormente formativa è quella di mimo.

Musicalmente e politicamente cresce nel Movimento giovanile "renudista". Nel 1977 incide il suo primo Album intitolato Cenerentola e il pane quotidiano. Nell'estate dello stesso anno raggiunge un certo successo di pubblico con il 45 giri, Gelato metropolitano. In una continua trasformazione arlecchinesca, tra "commedia dell'arte" e "cultura elettronica", questo "pupazzetto" skatenato ha attraversato e contaminato tra loro molti generi tra cui la samba, il rock, la canzone accompagnata da una semplice chitarra, il cyber punk, lo ska.




Piero Ciampi.


Artista fortemente "irregolare", nasce in una famiglia borghese, a Livorno, nel 1934. Attraversa (ed è attraversato da) una vita estremamente tormentata. Perde prematuramente la madre Mira ed ha rapporti conflittuali con il padre, rigido commerciante di pellami (biscugino di Carlo Azeglio Ciampi) che sopravviverà ai tre figli di cui Piero è il mezzano.

A Parigi, dove si reca in una sorta di pellegrinaggio che alimenterà la leggenda del Ciampi bohèmien, sembra abbia incontrato Cèline e Leonard Cohen, chiesto l'elemosina, discusso con importanti artisti internazionali. Certo è che frequenta assiduamente i bistrot e che tornato in Italia continua a provocare e ad invocare: prova ed invoca gli amici, il pubblico, la canzone stessa. Si esibisce ubriaco, talvolta, o non si esibisce affatto -nonostante gli impegni presi con teatri e sale da ballo- oppure sale sul palco e tace, per cinque minuti, per dieci poi manda tutti a quel paese e va via. Capita che in alcuni concerti improvvisi irritando o comunicando tutta la sua grandezza. Dalle due donne che non hanno retto la tragica pesantezza di un uomo depresso ed alcolizzato ha un figlio, Stefano (che vedrà pochissimo) e Mira. Per questi figli soffrirà moltissimo, come chi non è capace di vivere la vita, convinto -reborianamente- di avere "sbagliato pianeta".

Non muore di cirrosi epatica come tutti scommettono ma di cancro alla gola, a Roma, il 19 gennaio 1980.





Giorgio Gaber.


Il suo vero nome è Giorgio Gaberscik: nasce nel 1939 in una famiglia borghese di origini venete. Si diploma ragioniere e, per curare una paralisi al braccio sinistro che lo colpisce durante l'adolescenza, i medici gli suggeriscono di provare ad esrcitarsi con la chitarra. Iscrittosi alla Bocconi lascerà presto gli studi per dedicarsi alla musica. Fino al 1969 canta e suona canzoni leggere, talvolta bruttine, ma anche ironiche, spassose, allegre, malinconiche. Nel 1970, con l'Album intitolato Il Signor G , Gaber cambia radicalmente percorso e- dal sodalizio con Sandro Luperini- emerge il fustigatore di se stesso e degli altri, il nemico delle mode e del potere. Individualista e controcorrente -sempre e comunque- rivendica la propria dignità di testa pensante, di uomo "in proprio". Inizialmente vicino ad alcune espressioni libertarie della "sinistra" si allontana sempre più dall'appartenenza a qualunque schieramento partitico pur continuando a cantare l'amore, il disamore e la società, la teoria, la prassi, la sconfitta.




Ivan Graziani.


Alla storia della nascita di Franco Califano corrisponde la leggenda di quella di Ivan Graziani partorito su un traghetto tra Civitavecchia e Olbia (Ivan sarebbe l'anagramma di navi). In realtà (nella realtà delle cose fenomeniche) Graziani nasce a Teramo nel 1945, figlio di un fotografo di matrimoni. Diplomato in Arti Grafiche ad Urbino e poco amante della pittura - preferisce il fumetto a cui si dedicherà disegnando cartoons "pornografici" non privi di anima- inizia la sua vicenda musicale con "serate": insomma, la gavetta. Suona con l'2Anonima Sound" gruppo da lui fondato ed arriva ultimo al Cantagiro del 1967.

Come solista esordisce nel 1970 con un Album strumentale dedicato alla moglie ed al primo figlio, appena nato. Il titolo di quest'opera è Tato Tomaso's Guitars.

Lavora come chitarrista con la PFM, Lucio Battisti, Antonello Venditti. Dopo altri due Album, Desperation(1973) e La città che vorrei (1974) incide, nell'anno successivo, Ballata per quattro stagioni che lo rivelerà al grande pubblico ed alla critica. Terragno, elettrico, per propria ammissione "D'Annunzio-dipendente", sostiene con ironia e fierezza la matrice abruzzese del rock considerando i moltissimi conterranei emigrati in America, canterini e "saltarelli", molto vicini - per via della capacità di improvvisare, per la spontaneità, e per il ritmo "battente" delle loro canzoni tradizionali- allo spirito demonico del rock and roll.

Muore di un male incurabile a Novafeltria (Pesaro-Urbino) nel 1997, a cinquantuno anni.


Bruno Lauzi.


Nato ad Asmara nel 1937 al Ginnasio "Andrea Doria" è compagno di banco di Luigi Tenco con il quale codivide la passione per il jazz.

Intorno ai vent'anni si trasferisce a Varese: ghiotto e raffinato intenditore di cultura stringe amicizia con Piero Chiara, autore attento alla dimensione "provinciale" nella quale si riflette il carattere nazionale degli italiani (Piero Chiara, Il piatto piange, Mondadori, Milano 1962). Vicino alle idee liberali collabora, insieme allo scrittore luinese, al quindicinnale " L'Altolombardo".

Intanto cresce il suo amore per la canzone francese : Lauzi, pendolare, da Varese a Milano (dove si diplomerà alla Scuola Interpreti) condivide e "scruta" il mondo degli studenti e degli operai immigrati dal Meridione. Questa esperienza lo avvicina, forse, ancora di più a Brel ed agli altri chansonnier. Con Il poeta e Ritornerai viene promosso cantante ed autore ma lascia (a due esami dalla laurea ) la Facoltà di Giurisprudenza.

Frequenta l'ambiente artistico milanese: l'immancabile "Derby" e, dunque, Jannacci, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto, Felice Andreasi, Lino Toffolo.

Lavora con Mina, Lucio Battisti, Ornella Vanoni, Mia Martini.

Scrive anche canzoni per bambini che rimarranno famose La tartaruga e Johnny Bassotto". Si accorge, tra i primi, del talento degli allora poco conosciuti Edoardo Bennato e Roberto Vecchioni.

In maniera meno incisiva dell'autore ma con notevole sensibilità interpretativa esegue alcune canzoni di Paolo Conte (per esempio Onda su onda e Genova per noi). Insieme a Lucio Dalla canta Angeli.

Dal jazz, alla canzone melodica fino a quella dilalettale passando attraverso le degnissime(e storiche!) filastrocche per bambini, senza dimenticare l'empatia con i francesi e l'amore per il Sudamerica Lauzi si rivela anche autore di volumi di poesia.

Dotato di vis polemica, ironico, sarcastico bersaglia con particolare accanimento "la sinistra" ma non disdegna neppure un anticlericalismo demodè ed in sintonia con il suo essere un liberale poggiato su basi anarco-intimiste con venature socialistiche di stampo gobettiano e rosselliano.

Vive a Rocchetta Tanaro, nella campagna piemontese, e lì custodisce due grandi amori: il barbera ed i funghi porcini.


Claudio Lolli.


Simbolo di un intimità che riflette e compie una politica rappresentata nel processo delusione- ribellione- delusione, Lolli nasce in una famiglia della Bologna borghese nel 1950. A ventidue anni pubblica il suo primo Album, Aspettando Godot molto amato ed ascoltato dai giovani di allora che ne apprezzarono le forti connotazioni anticapitalistiche e la malinconia angosciosa. Il tutto elaborato con precoce maturità stilistica, sul piano letterario, facendo uso dei tempi e dei ritmi della ballata per tessere canzoni già intense e uniche come Quello che mi resta e Quanto amore e "canzoni- bandiera" tra cui Borghesia e Angoscia metropolitana. In seguito Claudio Lolli va ad incarnare il Movimento del '77 con il quale si identifica ( o viene identificato) visceralmente: Movimento sconfitto dai meccanismi anonimi della società industriale la quale pone nel profitto il proprio obiettivo e nello sfruttamento l'inesorabile mezzo.

Per circa un decennio Lolli si allontana dal mondo della canzone per ritornarvi nel 1993. Nel frattempo inizia l'esperienza dell'insegnamento dell'italiano e del latino nei Licei. Oggi all'attività di cantautore "di nicchia" affianca quella di professore. Le canzoni di Lolli (vincitore nel 1998 del Premio Ciampi) hanno assunto sia sotto il profilo letterario sia musicalmente una maggiore complessità senza rinunciare all'individuazione dello stretto rapporto tra contesto sociale e vita interiore.

Lolli è anche scrittore, tra i suoi libri ricordiamo Giochi crudeli , Transeuropa, Bologna 1990 e Nei sogni degli altri, Marsilio, Venezia 1995.

E proprio nell' anno di Nei sogni degli altri il giornalista Pino Corrias ne traccia un ritratto efficace: "Quando è notte, in certe strade d'anima che da piazza Maggiore si perdono nel buio e il vento che porta pioggia, il silenzio dei ricordi (tuttavia) inciampa su Caludio Lolli, occhialini, maglione, mani in tasca, Tanto tempo fa cantava con voce appena rauca…lasciando che tutto (anche gli applausi) scivolasse sulla sua faccia stanca di uno che non è mai stato giovane ma sempre e solo il rimpianto di un ragazzo…A libro chiuso, Lolli è qui. Trattoria piena di tavoli vuoti, fuori piove davvero, lui adesso ha 45 anni…Esco pochissimo. Mi occupo molto di mio figlio, stasera prima di andare a dormire ha voluto vestirsi da grande, così abbiamo scelto una camicia bianca, dei pantaloncini lunghi, la giacca e una cravatta a farfallino. Abbiamo preparato insieme il cestino dell'asilo. Ma si è scocciato subito di sembrare grande, così ha rivoluto il suo piccolo pigiama . E lo racconta con l'aria di uno che lo vorrebbe anche lui, almeno qualche volta" (La Stampa, 06/05/1995).




Gianfranco Manfredi.


Versatile, fantasioso Gianfranco Manfredi potrebbe, in parte, essere identificato come un "sopravvissuto", ma quasi certamente -stando alla carta- non come un "perdente".

Nasce a Senigallia nel 1948: e, dunque, nel '68 ha esattamente vent'anni. Si forma politicamente a Milano, all'interno del Movimento Studentesco. Laureato in Filosofia risulta tra i redattori di Re Nudo. Canta e suona e, nel 1972, incide il primo disco: La crisi. Il suo ultimo Album risale al 1993 e si intitola In paradiso fa troppo caldo. Ironia ed autoironia graffiante non gli mancano. Intanto continua la collaborazione con Ricky Gianco. Scrittore di molti libri tra cui Magia Rossa (Feltrinelli, Milano 1983), Cromantica (ibidem 1985), Trainspotter (ibidem 1989), Il piccolo diavolo nero (Marco Tropea, Milano 2001) è attore, sceneggiatore cinematografico e di fumetti. Suo è il personaggio bonelliano di Magico Vento.




Gianna Nannini.


I genitori sono proprietari di un'affermata industria dolciaria senese. Tutto cominciò con la bottega del nonno Guido…ed ecco Gianna, iscritta al Conservatorio di Lucca, amara e ribelle. Nata nel 1956 e fuggita da un destino di ricca e rispettabile signora borghese di provincia, magari colta e forse professoressa, medico o chissà cosa la Nannini gira per qualche tempo la Francia ed arriva nella Milano underground dove prende i primi contatti con l'ambiente musicale: il suo primo Album, Gianna Nannini( 1975) raccoglie un condensato autobiografico aspro, perfino addolorato. In seguito alla pubblicazione degli Album successivi (Una radura, California ecc) i toni si fanno più aggressivi, decisamente "grintosi": a colpi di rock e melodia italiana vengono tirati in ballo (e fatti ballare) contenuti "sporchi" e vivi: la pelle, la masturbazione, il desiderio sessuale. Insieme alle critiche arriva il successo non solo in Italia ma, soprattutto, in Germania. Collabora con il cantautore Roberto Vecchioni, Michelangelo Antonioni cura un video tratto dalla canzone Fotoromanza e la sua identità di rockstar internazionale, germoglio della canzone d'autore, trova ampie conferme.






Vasco Rossi.


Vasco, il primo, muore in un campo di concentramento tedesco. Così quando a Carlo Giovanni Rossi, camionista, nasce un figlio gli vengono in mente le cose di quasi dieci anni prima e chiama con lo stesso nome del compagno di prigionia il figlio. Siamo a Zocca, un paese di montagna sull' Appennino tosco- emiliano. La Pavana di Francesco Guccini, allora dodicenne, non è troppo lontana. Dagli stessi monti, dallo stesso freddo invernale vengono fuori due cantanti molto diversi, uno saggio, quasi tradizionalista, bevitore più per poesia che per vizio, letterato e l'altro spericolato, amante della velocità, giovane "bruciato", intreccio inestricabile di poesia e vizio dove non puoi tirare via questa senza portarti appresso un pezzo di quello.

L'inizio musicale è quello di un ragazzetto che va a lezione di canto e, appena adolescente, si esibisce ai matrimoni.

A 14 anni fonda il suo primo gruppo, i "Killer" che assumeranno poi il nome di "Little boys", con i quali canta e suona la chitarra, imparata dai Salesiani, a Modena, dove frequenta la scuola subendo i tormenti, i frizzi e i lazzi dei compagni che gli "imputano" il suo essere "montanaro". Così finisce gli studi a Bologna, diplomandosi ragioniere. Vorrebbe fare il DAMS ma, poi, opta per Economia e Commercio e da lì presto si sposta a Pedagogia arrivando a pochi esami dalla laurea. Studente disordinato e disorientato insegna, come supplente, alla Scuola Media del suo paese per un breve periodo.

Nella Bologna nottivaga di allora (quella, come ricorda Guccini, dei biascianòt )

incontra, appunto, Guccini e Lolli. A Guccini lo lega l'origine montanara ed il ricordo di Modena "com'era".

Nel 1975, in una frazione di Zocca, inizia il mestiere di Disc Jokey presso l'emittente Punto Radio la quale, oltre che in Emilia Romagna, arriva in Lombardia ed in Veneto. Da Punto Radio passa alla Discoteca Snoopy di Milano.

Comincia anche a cantare ed a suonare, con qualche pretesa in più, all'Osteria delle Dame, storico locale di Bologna frequentato da Guccini, Lolli, Gigi e Andrea ed a partecipare a concorsi musicali.

Incide il primo Album, Ma che cosa vuoi che sia una canzone (1978) ma è con il secondo Album, Non siamo mica gli americani(1979) che conquista il pubblico. Non siamo mica gli americani comprende Albachiara.

La carriera artistica procede, l'intoppo del militare viene evitato poiché Vasco risulta consumatore di psicofarmaci, continua a fare il DJ e nel 1979inizia ( a poche settimane dall'improvvisa morte del padre: mamma, salgo sul palco e vedo se mi viene da piangere se piango smetto per sempre, se canto continuo ) la sua prima tournè italiana.

Il suo rock -che non rinuncia alla tradizione melodica italiana- si fa sempre più trasgressivo, il turpiloquio viene adoperato con ironia, sarcasmo e malinconia, le allusioni al consumo personale di stupefacenti risultano lampanti. Contro di lui si schiera il giornalista di Epoca Nantas Salvalaggio, guru della gente perbene, definendolo: "un bell'ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino…orrido-nature…sgradevole…abbietto…guittone stracotto…uomo barcollante…". Tutta pubblicità per il Vasco "stracotto" (forse) ma anche erede di una tradizione di pasta fatta in casa, di vino buono. Con questa ambiguità Nantas Salvalaggio non ha fatto i conti: con la debolezza dell' "ebete" e con la sapienza di generazioni abituate alla neve dei monti che l'"ebete" non può non avere ereditato.

Vasco Rossi alterna momenti di lucidità ad "assenze", incidenti con automobili di lusso e 144 concerti in un anno. Quando nel 1984 viene arrestato per detenzione di stupefacenti, molti giovani dell'Italia "che si innamora", scrivono

sui muri VASCO LIBERO. Sono i ragazzi degli stadi, le "teppe", i liceali "lucignoli", adolescenti che non sanno nulla dell'assenzio, di Rimbaud, di Cèline, di Piero Ciampi. E nulla di politica, né di destra né di sinistra. Niente. E Vasco per loro è "qualcosa".

Nel 1986 Vasco diventa padre. L'anno dopo viene nuovamente arrestato per detenzione di cocaina ma trascorre in Questura una sola notte.

Alla fine degli anni '80 è nelle grandi città europee (Parigi, Madrid, Zurigo) a cantare. A Milano, nel 1990, batte il record di presenze ad un concerto: 110.000 persone. Record , BMW, Telegatto fanno parte del vocabolario esistenziale di Vasco Rossi la cui critica al consumismo viene vissuta consumando e consumandosi con la nostalgia per i "fondamenti" di un vivere diverso e difficile da mettere "a fuoco".

Nel 1991 nasce il secondo figlio dalla moglie Laura (il "trasgressivo" trasgredisce la trasgressione). Ancora successi, l'Album Nessun pericolo per te vende 400.000 copie nei primi cinque giorni. Un suo video è girato dal regista Roman Polansky. Dieci anni dopo, concerto dopo concerto, l'"ebete" è ancora vivo (e quasi cinquantenne) e nel giugno 2001 canta a Imola, orrido-nature, per 200.000 persone, ragazzi, ex ragazzi, uomini e donne.




Luigi Tenco.


Se cominciamo dalla fine, ma proprio dalla fine- fine, ci troviamo di fronte ad un articolo del quotidiano La Stampa del 31/01/ 1967 intitolato, crudamente, Non un collega ha seguito i funerali di Tenco.

Ecco l'incipit con cui il cronista avvia il resoconto:" In una fredda mattina di nebbia, la salma del cantautore è giunta a Ricaldone da Recco accompagnata dal fratello. I cantanti che la notte del suicidio avevano pianto, urlato e imprecato, sono rimasti a dormire: non hanno inviato neppure un fiore…Quando si è cercata una persona nota del mondo dello spettacolo, si è trovato il cantautore De Andrè e la moglie di Gino Paoli…Adesso la sua salma è nella casa degli zii di Ricaldone, un paese tra le colline alle spalle di Acqui, dove egli è stato ragazzo. Nell'aia vi sono le corone dei parenti…Cresce la folla: tutta la gente di Ricaldone e parecchi venuti dai paesi vicini. Ogni tanto arriva un'auto di Milano, di Genova, di Torino…". Insomma, siamo tra Pavese e Bianciardi, funerale disertato dai colleghi (a parte De Andrè e - aggiungiamo noi -Michele) e suicidio in Hotel.

Luigi Tenco nasce a Cassine, in provincia di Alessandria, nel 1938. Il padre Giuseppe muore in seguito ad un incidente sul lavoro prima della nascita di Luigi. Il vero padre, che non lo riconoscerà mai legalmente , è un ragazzo che diventerà avvocato negli anni del dopoguerra.

Nel 1948 i Tenco si trasferiscono a Genova: la famiglia è composta dalla madre Teresa, dal fratello maggiore Valentino e da Luigi. Da ricaldonesi, come tanti piemontesi di quegli anni, continuano -anche da lontano- a vivere del prodotto principe della loro terra: il vino (Barbera, Dolcetto, Moscato) che vendono all'ingrosso.

Compagno di banco di Bruno Lauzi al Liceo - Ginnasio Doria (scuola della Genova-bene) "emigra" prestissimo al Liceo Scientifico Cassini e, poi, all'Istituto tecnico Galilei. Ottiene il diploma di maturità nel 1956 e si iscrive ad Ingegneria. Dalle vigne del Moferrato, al commercio del vino della famiglia fino alla qualifica di inzegnè. Sarebbe stato un bel colpo, da tornare a Ricaldone, a Cassine per l'estate, a testa alta.

Senonchè la musica lo risucchia, suona con gli amici De Andrè, Gino Paoli, Bruno Lauzi, i fratelli Reverberi: jazz, Rock & Roll. Luigi si specializza con il clarinetto e, soprattutto, con il sax. Nel 1957 comincia ad esibirsi in pubblico e chiude con Ingegneria dopo la doppia batosta infertagli dal Professor Togliatti (fratello del Segretario del P.C.I. Palmiro). Fugge a Scienze Politiche.

Con Celentano e Gaber suona in Germania ed a Milano con Jannacci, Gianfranco Reverberi e, naturalmente, ancora con Gaber. Nel 1959 passa dal sax alla voce e comincia ad incidere canzoni cimentandosi anche come autore di testi e musiche.

Dopo moltissimi 45 giri che lo rendono noto e dopo la partecipazione al film La cuccagna (regia di Luciano Salce) pubblica il suo primo Album. L' Università si stringe nella tenaglia delle passioni, delle notti da vivere e da scrivere, negli amori difficili che distruggono amicizie (Stefania Sandrelli, giovanissima, è nel mirino di Luigi e Gino Paoli e la lotta viene condotta senza evitare i colpi bassi).

Ancora serate, dischi, notorietà e, in mezzo, il Servizio militare, a Firenze.

Va in tournèe in Argentina. in Italia "Lontano lontano" concorre ad "Un disco per l'estate" e si posiziona all'ultimo posto.

Partecipa ad alcune trasmissioni televisive e radiofoniche presso la RAI e Radio Montecarlo.

Compra una pistola e ne denuncia il possesso presso i Carabinieri di Recco. Si fa sempre più nervoso, tra problemi sentimentali e l'avvicinarsi del Festival di Sanremo (in una canzone intitolata Festival Francesco De Gregori scrive "era pieno di tranquillanti/ ma non era un ragazzo cattivo" per riferire di una vox populi farisaica e falsamente perdonista). Le sue condizioni psicologiche si appesantiscono: non sono soltanto gli amori (tanti, troppi e insoddisfacenti), né le canzoni, ma la consapevolezza di pedalare contromano mentre di fianco auto potentissime sfrecciano a tutta velocità. E poi: quel padre che non era il suo e dunque una doppia orfananza che gli amici e le ragazze non placano, una madre vicina e lontana, un fratello molto diverso da lui e la malinconia, la stretta dell'angoscia, il sapere di potere fare tutto e non riuscire quasi in niente.

Il 26 gennaio 1967 la sua canzone, eseguita in coppia con Dalila, viene eliminata immediatamente dall'Italietta spensierata di sempre. Il titolo come molti sanno è Ciao amore ciao, canzone in odore di comunismo, forse, o di attualità. Per noi solo una canzone d'amore: non un' icona (c'è di meglio, sinceramente) ma un addio.



Roberto Vecchioni.


Di famiglia napoletana (il padre Aldo, laureato in legge, commercia in cotone all'ingrosso prima e, successivamente, in fibre sintetiche, frequenta con passione gli ambienti ippici, scommette molto e possiede una scuderia di cavalli trottatori, la madre Eva è una giovane signora paziente, fresca di maturità liceale) Roberto Vecchioni nasce a Carate Brianza (Milano) nel 1943. Vacanze estive tra Saint-Vincent e Val d'Aosta, partite a tennis e sul giradischi Salvatore Di Giacomo, Aznavour, Brel. Liceo Classico, Laurea all'Università Cattolica in Lettere e professore di Liceo muove, in compagnia-sintonia con Andrea Lo Vecchio e Renato Pareti, i suoi primi passi nella canzone come autore di testi per artisti già affermati: Mina, Iva Zanicchi, Gigliola Cinquetti, Ornella Vanoni.

Nel 1971 inizia la "carriera" di cantautore con un Album intitolato Parabola: buoni testi e musiche talvolta stucchevoli. Seguono altri Album dello stesso tenore finchè nel 1975 con la pubblicazione di Ipertensione Vecchioni dà il via ad una nuova fase, che dura tuttora: canzoni colte, intelligenti, capaci di toccare le corde del sentimento. Due mogli, molti figli, diversi cani, ultimamente il professore è passato dall'insegnamento al Liceo all'Università (" Storia della canzone"). Schierato, da sempre, a fianco della sinistra storica incarna un istrionismo spalancato -frutto forse dell'innesto tra napoletanità e milanesità- che non sempre, a nostro parere, riesce a controllare sul palco dove lo abbiamo visto arrabbiarsi con il pubblico (senza essere Piero Ciampi) o chiedere il consenso con battute ammiccanti (senza essere Francesco Guccini).




BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE




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