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MUSICA

Gilberto Gil. Un tropicalista al potere

Il “dolce barbaro”, come si faceva chiamare assieme ai suoi compagni di strada dagli anni Sessanta, conquista il potere. Immaginatevelo Gilberto Gil, nella stanza dei bottoni o meglio ancora a colloquio col suo omologo italiano, il ministro Urbani: piccole dreadlocks che incorniciano la faccia meticcia di un ragazzino sessantenne, lo stesso che quest'estate ha calcato i palchi di mezz'Italia con il suo show dedicato a Bob Marley: “Un uomo dal quale ho imparato ad amare la vita”, ci aveva confidato in un'intervista.

“Ministro – gli direbbe Gil – vogliamo togliere alle corporazioni economiche il controllo della cultura, mettere su uno stato sociale in grado di dar da mangiare tre volte al giorno ad ogni brasiliano povero, potenziare il fondo nazionale per la cultura mainstream e quello legato a settori meno commerciali. E poi decentrarlo, ovviamente, evitando che tutti i soldi vadano a Rio de Janeiro e San Paolo, come è stato fin ora”. Decentrare? - probabilmente risponderebbe il nostro – intende dire devolution signor Gil? Allora siamo d'accordo!

L'eroe del Brasile meticcio

Una cosa è certa: una bella gatta da pelare la nomina a ministro della cultura per il nostro eroe del Brasile meticcio e verde, verde come La Lihna verde che collega Salvador al nord-est (unica nel suo genere in un paese devastato dall'urbanizzazione selvaggia e dalla deforestazione avanzante), verde come è verde il partito al quale appartiene, unica esperienza politica sperimentata da Gil oltre all'assessorato alla cultura di Salvador (gestito dal 1988 al 1993) e all'organizzazione dell'Ong da lui fondata, la Onda Azul.

Solo il paese delle contraddizioni poteva partorire una candidatura così ardita, così “funk-reggae-afro”, solo il più grande paese in via di sviluppo del mondo, in esplosiva ebollizione dall'elezione del suo (vero) presidente operaio. Potenza che vuole e deve esplodere in tutta la sua bellezza e ricchezza mutilata, sfregiata, sfruttata a sbattuta su milioni di cartoline ad uso e consumo del turista da agenzia di viaggio, a costo di aver un ministro della cultura che invece di indire conferenze-stampa si mette a cantare, come ha fatto finora.

Alcuni editorialisti brasiliani gridano allo scandalo, accusando di populismo la scelta di Lula, mentre c'è già qualcuno che va oltre, apponendosi frontalmente, come Frei Betto, amico del presidente nonché responsabile del “Progetto fame zero” per il partito dei lavoratori: “Nel partito c'è già un team che da oltre dieci anni lavora per elaborare una politica culturale, speravamo che la candidatura arrivasse dal suo interno”, ha dichiarato nei giorni scorsi. Ci si è messo anche il “Jornal do Brasil”, testata di Rio de Janeiro, con un forum lanciato dal suo sito: “Secondo voi è giusto che Gil accetti il mandato?”. La risposta (che deve tener conto dell'esigua parte di popolazione interessata: classe medio alta, scolarizzata, in pratica poche migliaia di lettori), è no per il 75 per cento dei “votanti”.

La reazione del nostro? Candida: “ Dal primo gennaio 2003 metterò giacca e cravatta per adempiere alle mie funzioni di ministro, mentre i vestiti di scena li riserverò per i fine settimana”. Non può interrompere la sua vocazione, perché è dal 1967 che, assieme ai maggiori palchi del mondo, sondo il Brasile in lungo e in largo sperimentando ricchezza, miseria, bellezza smagliante, squallore, potenza creatrice e abbandono, gioia e rabbia repressa, violenza e voglia di rinascita.

Perché Gil è uno dei tanti brasiliani a cui da bambino hanno insegnato a chiamare il suo, il “paese del futuro”, un futuro che fino ad oggi, in cinquecento anni di vita, non è mai arrivato: “Lula non è rivoluzionario – ci aveva detto ad agosto, nel giorno del suo sessantesimo compleanno – è semplicemente l'unica via che manca da sperimentare al nostro martoriato paese”. Eppure, Gil era stato uno dei pochi a sperare, prima con l'immaginazione e poi con la forza della parola cantata, in un Brasile nuovo. Un paese nel quale la migliore cultura doveva venir “cannibalizzata”, mescolata a quella brasiliana, a quella delle radici africane, nel tentativo di crearne una propria, “antropofaga”, secondo i dettami del grande filosofo Oswald de Andrade. Ci aveva creduto già nei tardi anni sessanta – prima che nascesse il partito dei lavoratori – assieme a quella manciata di ex irregolari che tutt'oggi lo hanno spinto ad accettare (Caetano Veloso e Chico Barque su tutti) nonostante le sue riserve iniziali. Così, aveva fatto incontrare il pop psichedelico dei Beatles con il ritmo in levare di Bob Marley: un'apertura all'esterno per una necessaria rivoluzione dei costumi che fosse al contempo capace di valorizzare le radici africane della cultura musicale brasiliana, legate soprattutto alla forza percussiva dell'Angola, del Congo, della Nigeria.

Una rivoluzione culturale

Allora, i “dolci barbari” figli della poesia “stonata” di Joao Gilberto – padre della bossa nova e leader spirituale del gruppo di artisti in cui si riconosce lo stesso Gil – avevano tutti i capelli lunghi. Solo in gattabuia li avevano dovuti tagliare, su ordine dei generali che li stavano per spedire fuori dal paese, dove le loro metafore musicali non avrebbero potuto turbare l'andamento della dittatura asservita ai grandi poteri stranieri. Hanno vissuto da esiliati, da esiliati hanno cantato con la grazie della lontananza un paese così giovane e imprigionato, da esiliati hanno osservato miseria e nobiltà di un Brasile che al loro ritorno li ha accolti come eroi. La loro era una rivoluzione culturale, e tale è rimasta, circoscritta all'arte (qualcuno ha detto troppo autoreferenziale), fino a che Gil non è venuto allo scoperto, tirando fuori un coraggio da leone: quello di tradurre l'arte in azione politica.

Prima impegnandosi direttamente nell'amministrazione di una città, poi partecipando attivamente alla campagna elettorale di Lula (per cui Gil ha scritto anche la colonna sonora), assieme a personalità della cultura come lo scrittore Fernando Moraes e il cineasta Nelson Pereira dos Santos. Un'impresa da titani, soprattutto quando si riascoltano brani come Nos baraccos da citade, nel quale Gil cantava quasi venti anni fa: “Nelle baracche della città nessuno ha più illusioni del potere dell'autorità / Gente stupida, ipocrita / Il governatore promette ma il sistema dice: no / gli interessi sono molto grandi / nessuno vuole porgere la mano”. Ora sta a lui chiudere il cerchio di quel paese immaginario, quella Tropicalia che descrivevano – lui e Caetano nel disco-manifesto Tropicalia Au Panis et Circenses – con la forza dei rivoluzionari “cabelones” di vent'anni. Era il 1968.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 19/12/2002



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