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MUSICA

“Nella musica regna l'avidità, il talento non piace più a nessuno”

Intervista a Ian Gillan, voce dei Deep Purple

Ian cosa prova ad andare sul palco dopo trent'anni?

Nei giorni di concerto, verso mezzogiorno, mi viene mal di stomaco. C'è sempre molto da imparare. E' divertente, eccitante. Basta non perdere di vista la realtà. C'è gente che non ci riesce. Allora devi ricordarti che la cosa più importante è la musica.

Mick Jagger dice che a 60 smetterà.

Si smette tutti: Ella Fitzgerald, Nat King Cole. Non s'inventa nulla. Siamo musicisti: se il fisico regge, ti senti lucido e hai ancora qualcosa da dire, perché diavolo devi fermarti? Devi decidere secondo dignità. Quando hai 25 anni, dimentichi com'eri a venti. E così via. Ora che ne ho 55, mi sento più maturo e appassionato, e non voglio cantare le stesse cose di quando ero ragazzo. Ho buone idee, e il futuro è eccitante. Se aggiungi tanti ricordi e vecchie canzoni che funzionano, fermarsi mi sembra da pazzi.

Questo benedetto rock è morto o no?

Accidenti, se lo è. Non c'è nemmeno più un'industria musicale. Finita. Spazzata. E ha cominciato a morire quando MTV e le radio hanno preso il sopravvento.

Non ama MTV?

Per niente. Che c'entra il rock? Se vuoi goderti la musica, devi poterla apprezzare. E come fai, in quella scatoletta? MTV ha ucciso la musica dal vivo. Non ha nulla da dividere con me o i Deep Purple. Siamo due cose diverse. Quella di MTV non è rock music, è show business.

Quindi non la guarda mai?

Non amo proprio la tv. Preferisco una passeggiata, nuotare, un buon libro, scrivere, andare a un concerto. Ma non la televisione.

Un gruppo che le piace?

Ac/Dc: sono fantastici.

Ma è heavy metal...

Quante distinzioni: diciamo che è buon rock...

Troppe categorie?

C'è già tanta gente che parla di musica: discografici, tv, giornalisti. Ma non parlano il nostro linguaggio. Non c'è più rispetto per il talento. Una ventina d'anni fa era diverso: c'era gente che faceva esperienza, suonava in provincia, imparava un mestiere. C'erano artisti fantastici come Kate Bush. Ore c'è gente che va sul palco, suona tre volte il suo hit, e per il resto fa pena. E fa una brutta fine. Tutto in nome dell'avidità. E' così che funziona: i media decidono chi far salire in classifica. Una, due volte, e avanti il prossimo. Disgustoso. Mi viene la nausea.

Gli anni '70 erano meglio?

Siamo tutti figli del nostro tempo, anche politicamente. Alla fine della seconda guerra mondiale, c'è stato un gap fra generazioni. Ogni volta, i giovani hanno voluto cambiare qualcosa. Gli anni '70 non sono stati meglio del decennio successivo, che ha dato fenomeni importanti come punk e new wave. E poi la new age. E' stato come un uragano incessante, che ha spazzato via tutto. La rivoluzione punk è stata essenzialmente politica, con una spinta anarchica molto seria.

Il rock può cantare l'antiglobalizzazione?

Dipende. Io ci provo, scrivo canzoni che raccontano come la gente viene soffocata, e come sia indifferente alla violenza del potere. Tutto ciò in cui credi viene travolto. Dalle multinazionali. E' come ribaltare la legge di gravità. Solo che lo fanno per interessi economici. E l'individuo non può far nulla per far sentire la sua voce. Ma tanta gente insieme ci può riuscire. Non è troppo tardi.

Lei in cosa crede?

Nel senso di responsabilità. E nell'esperienza. Nel saper crescere. Un giorno, da bambino, stavo aspettando l'autobus. Mio fratello, sbuffando, chiese a mio padre: “Ma quanti ci vuole perché arrivi?”. E mio padre: “Cinque secondi esatti”. Dopo cinque secondi, il bus era lì. Allora mio fratello: “Come hai fatto?”. E papà: “Cresci e lo scoprirai”. Aveva detto la verità. Essendo più alto, aveva visto il bus oltre una staccionata. La metafora, però, non l'ho mai dimenticata. Nella vita puoi sempre scoprire qualcosa. Non devi mai smettere si provarci. Io vado ancora sul palco. E ho un passato bellissimo. Da raccontare.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 29/08/2001


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