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EMERGENCY

Strada: “Va bene, ma all'Olimpico”

Gino Strada, medico italiano che per l'organizzazione umanitaria Emergency opera da cinque anni in Afghanistan, è piuttosto critico sulla “Partita della pace”, proposta dall'Unità. In questa intervista spiega su cosa siano fondati i suoi dubbi.

Una partita di calcio in primavera a Kabul, una partita per la pace. Ti convince?

Il problema è: di quale pace stiamo parlando? Non mi risulta ci sia pace in Afghanistan. Non vorrei che questa iniziativa contenesse un messaggio subliminale di tipo celebrativo, cioè quello di ingentilire la realtà fattuale afghana, che è ancora oggi la guerra. Guerra che non ha affatto liberato l'Afghanistan, anzi ha creato nuovi lutti. Insomma temo che questa iniziativa contribuisca a far passare il messaggio secondo cui la guerra, per quanto dolorosa, è necessaria. Ho un'altra obiezione, sui costi. Ci vorrà almeno mezzo miliardo per organizzare la partita. Non si potrebbe spenderli meglio questi soldi? Comunque è chiaro che qualunque atto con non abbia contenuto bellico è benvenuto.

La partita si giocherebbe in primavera. E prima di allora, ci si augura, saranno cessati i raid. Qualche ex-calciatore anzi, come Gianni Rivera, ha esplicitamente posto la fine degli attacchi aerei come condizione per lo svolgimento del match.

Sì, ma il punto è che, bombardamenti a parte, non è in atto un vero processo di pace. Si è semplicemente sostituito un governo prevalentemente legato ad un' etnia con un altro nel quale ne sono rappresentate delle altre. E anche se questo secondo governo è supportato da una forza internazionale, ciò non è necessariamente garanzia di un ancoraggio alla pace.

Sei rientrato alcune settimane fa da Kabul. Cos'è cambiato dopo la caduta dei Telebani?

Per la popolazione non è cambiato assolutamente nulla. Sono cambiati i ministri, è cambiata la politica. Ora i nuovi leader hanno un rapporto privilegiato con gli Usa e persino con il Pakistan, cioè con il paese che è all'origine del disastro afghano. Per anni e anni il disinteresse verso quel paese era stato assoluto, nessuno si era più curato delle sofferenze del popolo afghano. Ora ci commuoviamo per gli orfani, ma intanto le bombe provocano nuovi orfani.

Vediamola da un altro punto di vista. L'improvviso risveglio d'interesse verso l'Afghanistan può essere ipocrita, ma la rimozione dei Talebani è un fatto positivo. O no?

Non ho simpatie né per una parte né per l'altra. Conosco gli attuali dirigenti, così come conoscevo i precedenti. Ero personalmente amico di Massud. Ma non posso accettare il principio che se un regime non piace, lo si debba bombardare. Perché con questa logica si legittima anche l'attacco alle Torri gemelle. Io non credo che il compito della politica sia quello di guardarsi attorno per scoprire quale regime sia sbagliato e poi rovesciarlo. Per me quello afghano è un conflitto tra terrorismi. In tutte le guerre è provato che il novanta per cento delle vittime sono civili. E ancora crediamo alla guerra come medicina?

Bene, ma questa è una partita per la pace, non per la guerra. Forse, per chiarire meglio il senso della proposta, sarebbe bene accoppiarla a una qualche iniziativa per il rilancio della questione umanitaria?

Certamente. Quello è il problema numero uno. In Afghanistan si è consumata una Waterloo umanitaria. Io sogno che le organizzazioni umanitarie si pronuncino chiaramente contro la guerra. Non parlo delle agenzie legate all'Onu. Parlo di tante Ngo, che sembrano solo mettersi in fila per prendere i finanziamenti che scaturiscono dalle situazioni belliche. Quel mondo sta svendendo un'etica, una cultura, che sono molto più importanti di qualche dollaro. E questo mentre è in atto uno sforzo dell'Onu, e dei paesi del Consiglio di sicurezza in particolare, per inglobare il mondo umanitario, farne una sorta di reparto cosmetico, che interviene a limitare i danni. Come accoppiare la partita ad un'iniziativa umanitaria? Ma ad esempio giocandola allo stadio Olimpico, anziché a Kabul. Si risparmierebbe un sacco di denaro, e anzi, facendo pagare il biglietto, si raccoglierebbero fondi da destinare a qualche specifico progetto. Credo che il ministero della Sanità di Kabul sarebbe più contento di ricevere mezzo miliardo in farmaci, piuttosto che vedere scendere in campo Gianni Rivera, che là nemmeno sanno chi sia. Tutt'al più conoscono Roberto Baggio.

A proposito, ma il calcio è davvero popolare in Afghanistan?

Lo sport più amato è di gran lunga il buzkashi (una sorta di polo, nel quale una carcassa di capra viene trascinata da una parte all'altra del terreno da giocatori a cavallo). Tra gli sport noti in Occidente direi che al primo posto, più ancora che il football, stia la pallavolo. Forse perché in un paese montagnoso come l'Afghanistan è più facile trovare un piccolo spiazzo in cui giocare a volley, che non l'ampio rettangolo necessario al calcio.

Intervista di Gabriel Bertinetto – L'UNITA' – 10/01/2002

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