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Giulietto Chiesa – LA STAMPA

11/11/2001

Intervista a Gino Strada

«Kabul è una città totalmente devastata senza luce né acqua»


Il dottor Gino Strada è tornato all’ospedale di Emergency: un lungo viaggio avventuroso fra le gole dell’Afghanistan: «Poca gente in strada, coprifuoco rigidissimo, morale a terra». «Non è facile passare, con i B-52 sulla testa»


Dove sei, Gino?


«Sono a Kabul. Nella casa vicino all'ospedale. Quanto a sicurezza non fa differenza. Siamo al buio assoluto, abbiamo acceso il camino. Coprifuoco rigidissimo. In questo momento non bombardano, c'è silenzio».


Ho chiamato sul satellitare, dopo essere stato informato da Ketty che Gino era a Kabul, per riaprire l'ospedale di Emergency, e poteva parlare. Dalla valle del Panshir, dov'eravamo fino a quindici giorni fa, avevo assistito alle estenuanti trattative, via satellitare, tra il dottor Strada e i dirigenti taleban.

Quando sei arrivato, per quale via?


«La strada è quella che facemmo assieme in febbraio, dalla valle del Panshir verso Sarobi, ma giunti alla terra di nessuno ci hanno fatto svoltare a Sud, dietro la base di Bagram. Abbiamo costeggiato la linea del fronte per diversi chilometri prima di attraversare il fiume e passare dalla parte dove stavano i taleban. Qui è stata la fase più difficile del viaggio perché all'ultimo check-point sparavano da tutte e due le parti e, sopra, gli aerei americani bombardavano senza sosta. Anche i B-52, che sganciavano grappoli di bombe a poche centinaia di metri dal posto dove eravamo noi. Un inferno che è durato tre ore. Passare, mentre tiravano, non è stato facile, anche se da ambo le parti sapevano del nostro arrivo e della nostra presenza. Alla fine ci hanno dato il via e abbiamo fatto la traversata. Da quel punto la strada è addirittura asfaltata e sono soltanto alcune decine di chilometri per raggiungere Kabul. La strada, oltre Bagram, era deserta. Come sai, tu l'hai fatta, è completamente allo scoperto, in mezzo alla pianura. Lungo quel tratto non hanno bombardato, ma dovunque c'erano crateri enormi di bombe di grosso tonnellaggio. Case distrutte dappertutto. In una casa ho visto tre cadaveri recenti».

E come hai trovato Kabul?


«E' una città talmente devastata che è ormai difficile cogliere i segni delle diverse distruzioni stratificate. C'è pochissima gente nelle strade, paura, il morale a terra. Sono tutti stremati. Non c'è più luce, né acqua. Si delinea una catastrofe umanitaria senza precedenti. Qui, intendo dire. Non occorre andare a cercare i profughi vicino ai confini. Domani vedremo qual è la situazione sanitaria, ma ci hanno già detto che a Kabul non c'è più un solo ospedale funzionante e non ci sono medicine».

Come si e' sbloccata la situazione? Politicamente, intendo dire.


«Mi ha telefonato, giovedì scorso, il vice-ministro della Sanità, Abdul Rahman Zaheed, per comunicarmi che il mullah Omar in persona lo aveva chiamato da Kandahar per dirgli di trasmettermi ufficialmente il suo invito a venire a Kabul a riaprire l'ospedale. Mi ha riferito anche che c'era la stessa richiesta da parte del primo ministro, mullah Hassan. E ha precisato che il ministro della Sanità, mullah Abbas, non aveva più obiezioni».

Hai ottenuto tutte le garanzie che chiedevi? In particolare quelle sulla sicurezza?


«Per la verità non tutte. Per esempio attorno all'ospedale ancora non c'è la guardia armata. Domani vedremo. Ma, come sai, la nostra posizione è sempre stata chiarissima. In primo luogo noi abbiamo sempre mantenuto i contatti con Kabul, anche se l'ospedale lo avevamo chiuso dopo l'assalto della milizia religiosa. Abbiamo qui uno staff di oltre 60 persone, afghani. Inoltre abbiamo continuato a seguire e coadiuvare lo scambio di prigionieri tra Alleanza del Nord e taleban. Avevo detto loro che noi eravamo pronti a riaprire l'ospedale se fossero cadute le loro pregiudiziali. Sono cadute, e io sono venuto a curare la gente».

Come hanno reagito i capi mujaheddin alla tua decisione?


«Sapevano e approvavano. Dopo avere concordato le modalità di passaggio con il ministro della Difesa dei taleban, ho informato subito il ministro degl'Interni dell'Alleanza, il mio amico Quanouni, il quale ha informato a sua volta i comandi militari americani. Abbiamo fornito tutti i dettagli necessari, perfino il colore delle macchine, la bandiera di Emergency che sventola dietro, gli orari di passaggio. E siamo partiti. Con me ci sono Kate Rowlands, Marco Garatti, Fabrizio Lazzaretti e Alberto Vendemmiati, oltre a Coco Jalil».

Quali sono le vostre necessità più urgenti?


«Abbiamo riserve di medicinali portate qui in precedenza. Certo tutto dipende dalla gravità della situazione che verificheremo qui. Sarebbero potute bastare in condizioni di routine, ma credo che sull'ospedale si riverseranno richieste di ogni genere. Non c'è nient'altro che questa struttura per fare fronte alle esigenze sanitarie di almeno 800 mila persone. Puoi immaginare. Siamo riusciti a fare arrivare un nostro cargo aereo, un Antonov, con tredici tonnellate di medicinali tra i più indispensabili. E' arrivato ieri a Dushanbé (la capitale del Tagikistan, ndr). Il problema, adesso, è di farlo proseguire, parte via elicottero, parte via terra, strade permettendo».


La linea satellitare diventa ora incerta e gracchiante. Chiedo a Gino Strada se ha già avuto contatti diretti con i leader taleban. Capisco che ci sono cose che non si possono dire e non insisto. Mi dice soltanto che il vice ministro della Sanità, Zaheed, è subito andato all'ospedale, il giorno stesso dell'arrivo a Kabul, per ringraziarlo.


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