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La
voce di Giovanna Marini rimane incisa dentro. È antica
fatica contadina, è allegria della festa, sguardo che
scruta i conflitti presenti, memoria. Il Lamento per la morte
di Pasolini, le canzoni popolari in cui la sua voce si
inerpica o si ingola verso sonorità incredibili, dure e
angeliche, sono indimenticabili. La ricordiamo, fra le ultime
apparizioni, in Urlo di Pippo Delbono, madre intabarrata
in un lungo scialle scuro, dolcissimo lamento in controcanto al
vagito dolorante del sordomuto Bobò. Da domani al 6
marzo sarà al Piccolo Eliseo di Roma con il suo quartetto
vocale (oltre a lei, Patrizia Bovi, Francesca Breschi e Patrizia
Nasini) in La torre di Babele, un concerto in cui racconta
per metafore i nostri giorni.
Signora
Marini, il titolo allude a una confusione delle lingue?
Delle
lingue, degli intenti, di tutto, di tutti.
Il
protagonista della cantata è un eroe
È
un eroe tipico che esce tutte le sere nella sua città e
assiste a violenze e aggressioni. Decide allora di non restare
più in casa, per osservare, raccontare, testimoniare. Ma i
tessitori che devono rappresentare le sue gesta sulla tela non
sono mai fedeli. Allora gli dice: disegnate voi la mia morte, io
la metterò in atto. Così va a morire con una palla
nel cuore, come nell'arazzo. E il popolo lo santifica. Gridano:
viva l'eroe! Sopportiamo la fame perché lui ce l'ha
chiesto, seguiamo la disciplina che ci ha imposto
Rimane
aperta la domanda su chi ha travisato: l'eroe, che ha raccontato
male le sue gesta, i tessitori che le hanno riprodotte, il
popolo, che le ha fraintese.
Questa
è una sua composizione originale. Ci saranno parti riprese
dalla tradizione popolare?
A
questi sprazzi dalla nostra vita, raccontata con margini di
perplessità, seguiranno tre lamenti del Sud, tre canti di
donne. Poi un altro pezzo mio, sull'eccidio delle Fosse
Ardeatine, perché mi sono resa conto che non c'era nessuna
musica che ricorda quell'episodio. Un fatto, quando è
cantato da un cantastorie, diventa più vivo nella memoria.
Poi rievoco un concerto a Napoli, negli spazi dell'ex Ilva di
Bagnoli. Dovevamo commemorare l'11 settembre, e intanto incombeva
qualche guerra
Quando
è stato?
Nel
luglio del 2002. In quegli spazi stessi spazi, fra le macchine e
gli operai, ero stata con Dario Fo a fare Ci ragiono e canto nel
1966. C'era una vitalità, una consapevolezza, un amore per
il lavoro
Ora era tutto un deserto, tutto dismesso, morto.
Le gru come spettri, altro che parco naturale. Arriva il
direttore del festival e dice: qua non verrà nessuno, c'è
stata una sparatoria di camorra ad Agnano. E non verrebbero
comunque: il sindaco vuole che si valorizzi questo posto con la
cultura, ma non funziona
Cantiamo nel vuoto, fra i suoni
delle discoteche della camorra. La fabbrica era stata venduta ai
cinesi nell'89, l'anno della caduta del muro di Berlino. In
quell'occasione ho capito che tutto era cambiato da quella data,
non dall'attentato alle torri gemelle.
Ci
sono altre parti dedicate al canto popolare?
Il
finale, con due processioni. Le parti più innovative del
Concilio Vaticano II sono state disattese: è stata messa
in atto solo la condanna dei canti religiosi popolari, non
dogmatici. Ed è un equivoco, perché sono musiche
devozionali bellissime. Racconto una processione che è
come un cullare, una cunnunella, con quel passo un po' avanti e
un po' indietro, un po' a sinistra e a destra. Viene da un'altra
proibizione, ai tempi della Controriforma. Ma la gente continuò
a praticare i suoi riti, scappando all'arrivo dei controlli. Le
statue oscillavano, e quel movimento è rimasto nel passo
di molte processioni del Sud. Finiamo con la cunnunella.
All'estero diciamo che torniamo a casa, dove il nostro buon
presidente ci aspetta, lui che è come un papà o
come una mamma, che tutti i giorni ci guarda dalla tv, se manca
il lavoro ci dice: trovatelo nero, se le tasse sono
alte ci consiglia di aprire una società in Svizzera
Noi intoniamo una marcia funebre e, oscillando, usciamo.
Possiamo
dire che questo concerto racconto è anche teatro?
È
teatro un po' involontario, un po' cercato. Vedere quattro
persone cantare è un po' circo, acrobazia, racconto,
cantastorie, teatro.
C'è
qualche speranza nel suo ritratto del presente?
A
un certo punto canto: Torri gemelle addio. Gente delle
barche, delle carrette del mare, ora tocca a voi sasso dopo
sasso, figlio dopo figlio, la costruzione della torre di Babele.
Come
mai Giovanna Marini lavora tanto all'estero e poco in Italia?
Come
compositrice nel nostro paese ho scritto le musiche delle Troiane
di Thierry Salmon, dell'Orestea del Teatro dell'Elfo, ho lavorato
con Pippo Delbono. Ora ho un progetto con Emilia Romagna Teatro.
Molto più difficile è trovare produzioni per il
quartetto. Forse perché non è teatro, non è
musica accademica, dicono che è musica da zingari. In
Francia, da questo punto di vista, sono avanti anni luce. Ora
però, all'Eliseo, mi sento già festeggiata: mi
hanno chiamato per due settimane. Mi era successo poche volte, e
ho quasi settant'anni.
Intervista
di Massimo Marino L'UNITA' 21/02/2005
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