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MUSICA

Il blues di Testa al Modena

Il cantautore Gianmaria Testa presenterà al Teatro Modena di Genova il suo nuovo disco “Altre latitudini”, cui hanno collaborato fior di jazzisti quali Enrico Rava, Rita Marcotulli, Enzo Pietropaoli, Gabriele Mirabassi. Autentico “caso” musicale, questo ferroviere di Cuneo, chansonnier dilettante misconosciuto al pubblico italiano, è riuscito nell'incredibile impresa di conquistare le platee francesi, esibendosi addirittura all'Olympia di Parigi e incidendo per la prestigiosa etichetta Label Bleu. Un miracolo propugnato, evidentemente, da qualche santo patrono della musica d'autore.

Come si pone Altre latitudini rispetto ai quattro dischi precedenti?

Ogni disco rappresenta la fotografia di un determinato momento. Io faccio un disco quando ho delle cose da raccontare e questo è un momento in cui mi viene voglia di gridare.

Nel disco traspare un certo clima mesto e autunnale.

Può darsi, anche se per me certe canzoni come “Il meglio di te” e “Voce da combattimento” sono decisamente solari. Di certo non è un momento facile quello che stiamo vivendo.

Perché?

Non sopporto più di vedere tutte queste guerre, tutti quei disperati che muoiono nel mare a 300 metri dalle nostre rive, la politica di questo governo.

Al centro delle sue canzoni dominano però i rapporti personali.

Credo valga la pena raccontare le cose più intime di sé. Per me il personale è ancora politico, mentre oggi diviene sempre più sinonimo di spettacolo.

L'amore ispira molti suoi testi.

L'amore, faccenda complicata, rimane ancora una delle poche cose salvifiche della vita.

Un amore spesso contrastato e fonte di sofferenza.

Sì, anche se le sue amarezze sono comparabili solo alle sue bellezze.

Il tema della pioggio compare in molti brani (“Preferisco così”, “Come di pioggia”, “Voce da combattimento”) del suo disco. Cosa rappresenta per lei?

Chiunque è influenzato dalla propria quotidianità. Voi genovesi vi intendete di mare, io di pioggia. La pioggia per me ha mille aspetti, può essere benefica, triste, gioiosa.

In “Na stella” lei canta in napoletano. Perché questa scelta?

E' una bellissima canzone di speranza scritta appositamente per me da Fausto Mesolella, che mi ha pure assolto per la pronuncia. Non si può prescindere dal grande patrimonio della canzone napoletana.

La sua musica, pur nella sua estrema semplicità, è dotata di un fascino del tutto particolare.

La ricerca musicale che ho portato avanti in questi anni ha coinciso con il “togliere”. Sono sempre stato colpito dall'espressività delle sculture di Giacometti o dai versi di Ungaretti. Amo scarnificare il mio linguaggio: in un'epoca di ridondanze so di muovermi in controtendenza.

Lei nella vita fa il ferroviere: il suo lavoro è fonte di ispirazione per lei?

Non saprei. Di certo il treno è una macchina molto più simbolica dell'aereo, possiede una sua suggestione intrinseca, ti fa vivere il paesaggio, ti dà il senso del viaggio. E poi pensiamo alle stazioni e alla loro varia umanità: volete mettere il loro fascino rispetto a quello degli aeroporti?

Intervista di Paolo Battifora – IL SECOLO XIX – 07/11/2003

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