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MUSICA

Testa: “Contro i potenti canto l'amore”

Ha scelto il teatro di casa, gli amici più stretti, la tranquillità della provincia offerta dalle Langhe per presentare il suo quinto album, Altre latitudini. E' Gianmaria Testa, spesso definito con alcuni stereotipi (il cantautore-ferroviere-cuneese, lo chansonnier più conosciuto dai francesi piuttosto che da noi), il raccontare come preferisce definirsi lui. Il nuovo cd lo consacra tra i grandi della canzone d'autore. Voce avvolgente, come quella di un Cyrano nascosto nel giardino che “insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza”, scrive il poeta Erri De Luca, e compagni di viaggio con cui condivide da tempo le sue musiche tra il jazz e il pop arrangiate da Piero Ponzo, con camei di Enrico Rava, Rita Marcotulli, Gabriele Mirabassi, Mario Brunello. Oltre a Fausto Mesolella degli Avion Travel autore dell'unica canzone, 'Na stella, che Testa, uomo del basso Nord Ovest, abbia mai interpretato. In scena sembra non concedere spazio al di là della canzone e della musica del quartetto (Testa alla chitarra, Ponzo al clarinetto e sax, Pietropaoli contrabbasso e basso elettrico, il drummer francese Philippe Garcia). Ma fa scorrere un lungo filo di parole, di aneddoti, lavorando d'ironia fino ad accattivarsi la platea. Il cd ha belle sorprese, il rock di Voce da combattimento, la solare Altre latitudini. Per presentarlo in tour come sempre tra Italia e Francia. Da martedì 25 al 29 novembre, al teatro Gobetti di Torino. Poi nuovamente in divisa da ferroviere, al reparto movimento della stazione di Cuneo. “A dicembre ritorno, ci sono le feste e nei periodi in cui gli altri stanno a casa devo essere lì, non è che posso fare quello che voglio”.

Ma non è ancora sicuro di fare solo il mestiere di cantautore o pensa ancora che convengo tenersi una porta aperta?

All'inizio era forse così. Quando ho cominciato volevo assolutamente tenermi una scappatoia, il potere contrattuale era molto basso. Ora la cosa è un po' più sottile, ma comprensibile: non mi considero un artista. Gli artisti sono molto rari e lo sono quelli che fanno da tramite tra noi e le cose che non si conoscono. Gli altri, come me, sono dei raccontatori che si esprimono in diversi modi e ci raccontano quel che sappiamo già. Al massimo mettono degli accenti. Io faccio parte di questa schiera. Quindi è assolutamente necessario avere un vissuto quotidiano di normalità come sfilare per lo sciopero generale insieme ai miei compagni, sentendomi parte di un tutto e senza chiedermi in una torre d'avorio.

Fino a quando?

Fino a quando non diventerà troppo faticoso. E poi, grazie a Berlusconi, non so quando andrò in pensione.

Berchidda, nel Sassarese, oppure le Dolomiti, le Langhe. Perché lavorare in posti diversi dalle grandi piazze?

Vado dove succedono fatti interessanti. A Berchidda, tremila abitanti, insieme a più di tremila persone abbiamo reso un omaggio a Ferrè con Paolo Fresu e Paolo Rossi. Mi pare più rilevante di una grande piazza come Milano e Roma. Le Dolomiti sono state un'emozione con Mario Brunello al violoncello e Gabriele Mirabassi al clarinetto e la gente davanti a un fortino costruito dagli alpini nella prima guerra mondiale, cantando Stelutis alpinis...Piangevamo tutti, anch'io che la cantavo. C'è un senso delle cose e i posti hanno un significato.

Tre anni per il nuovo album non sono pochi. Come mai?

Mah, nell'album ci sono canzoni anche molto vecchie.

E' vero che ci sono stati lavori teatrali come “Guarda che luna!” e il lavoro sui “Cosmonauti russi”...

Non è solo per questo. Bisogna incidere un disco quando si ha qualcosa da dire. E' come il mio lavoro in ferrovia. Non ho detto degli obblighi di uscita di un cd. Magari il prossimo esce fra sei mesi. Non ci sono scadenze.

Perché questo è considerato l'album della maturità?

Dopo Il valzer di un giorno, che era scarno, chitarra e voce, non era facile fare il disco successivo. Mi piace la canzone nuda, senza abbellimenti.

Sono brani abbastanza nudi anche in quest'album con formazioni di quartetto o di trio.

Sì, però stavolta ho grandissimi solisti che interpretano le melodie.

In “Altre latitudini” il jazz si fa sempre sentire, predomina.

Mi piace al punto da invidiarlo perché non sono un jazzista. Io quelli li invidio per la loro libertà e la loro maestria. Per arrivare a suonare il jazz bisogna saper fare più o meno di tutto. Poi puoi fare jazz. Io non faccio altro che imparare.

L'amore è sempre al centro del mondo di Testa.

Che devo dire? L'amore è la follia della gente comune. Ti anneghi, ti affoghi in quella cosa lì. Però sappiano, quelli che comandano, che guardiamo anche fuori dal nostro amore. Mi sono fatto un sacco di problemi sul disco. Che senso aveva un album di canzoni d'amore o di disamore mentre in Iraq stavano bombardando? Non ha senso, mi ripetevo. Solo che io non so scrivere canzoni che abbiano una portata diversa. Allora mi son detto che aveva senso il mio modo di esprimermi. Poi dipende da come porgi le cose. Credo che la politica si faccia vivendo più che cantando.

Da pochi giorni è uscito Testa, ma anche Apicella. Insomma Berlusconi si infila anche qui.

Peccato perché la canzone meriterebbe rispetto. Mi stupisce che uno che sa comunicare così bene anche le menzogne, non utilizzi bene un mezzo di comunicazione così formidabile come la canzone. Comunque il brano che ha dentro della sincerità rimane. Il resto passa dopo sei mesi, morto, finito. Ho detto prima che siamo raccontatori. Il punto di partenza deve essere la sincerità. Non scrivere canzoni perché piacciono a qualcuno ma per raccontare a se stessi sarebbe già un gran passo avanti.

Intervista di Luis Cabasès – L'UNITA' – 23/11/2003

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